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Noi siamo la poesia del gastrico

di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia – tanto più oggi si può parlarne come di un genere a sé – ha eroso non solo la narrativa utopica ma la stessa fantascienza, marginalizzata in una realtà in cui non riusciamo più a coniugare fantasie al futuro. Come ci mancasse il tempo verbale, discorso già fatto: quando eravamo bambini ci veniva chiesto cos’avremmo voluto fare da grandi ed enunciavamo il nostro piccolo elenco di aspettative; oggi la domanda pare quasi uno sfottò, e in generale si confronta con una vertiginosa difficoltà non solo di immaginare un futuro degno di tal nome ma di percepirne la direzione concettuale e, in radice, di dirlo.
Uno dei grandi compiti dell’immaginario oggi è forse dunque di aiutarci a vincere questa paralisi tossica, perché l’homo sapiens di futuro ha bisogno. La distopia rischia di diventare in questo senso una mutazione blasfema dell’escatologia: un già e non ancora saldamente ancorato alle putredini del presente ma tale da negare la prospettiva almeno sognata di una svolta. Invece di una fine del mondo – o di un mondo – assurge così a suo sostitutivo disturbante una continuità nel peggio.
D’altronde se da bambini il nostro futuro era pieno di automatismi, razzi e robot come quelli dei Pronipoti Hanna-Barbera (avviati non a caso nel 1962), non avremmo immaginato che le svolte più drastiche sarebbero state piuttosto nelle comunicazioni e nei loro modi di plasmare il mondo, poteri e politica compresi. E questo ha finito con l’interpellare anche il fronte delle distopie: da quelle “dure”, esterne e politiche di mondi devastati e militarizzati, tra urbanesimo da incubo, deserti postapocalittici e waterworlds sommersi dagli oceani, passiamo oggi ad affreschi molto più sottili, dove la devastazione riguarda anzitutto la percepibilità e dicibilità del reale, la possibilità di dirlo. Qualcosa che fa esplodere strutture sintattiche o le stravolge in stringhe, frantumi, grumi semantici, trascinando sempre più a fondo nell’onirico: aggettivo che una volta enfatizzava anzitutto una surrealtà di immagini (Artemidoro docet), ma oggi sempre più riguarda il loro modo di inanellarle, connetterle e comunicarle. L’homo narrans diventa così una pizia laica balbettante visioni dai nessi causali dubbi, una sibilla che scrive sulle foglie in una lingua immediatamente frantumata. Quest’ordine di narrazioni già si profilava nei solidi romanzi di Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, ed Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, entrambi Polidoro, 2025: e ora, nella stessa collana “Interzona” di Orazio Labbate, ma persino più radicale e spiazzante negli esiti di quei precedenti, giunge Le forme di Fabrizio Schepisi, che sottolinea la dimensione simbolica e filosofica dell’apologo.
Siamo in un’isola assediata dal caldo, in un tempo che alcune suggestioni potrebbero collocare in una civiltà precedente la nostra ma al tempo stesso slitta idealmente per il lettore verso un futuro estremo – comunque il calendario (tempo base 391 di quel mondo, ma con scorci del tempo antico della fondazione) è qualcosa di molto relativo e funzionale a porre frantumi di un ordine fragile tra diversi fili della narrazione. L’isola, un’Atlantide della parola o forse un’isola di Utopia ormai degradata, è lontana dal resto del mondo e non vede interazioni con altri popoli.
La storia è quella del narrante/protagonista Abel, un Abele forzatamente buono e succube di un regime in apparenza morbido quanto però equivoco e vessatorio. Il potere che regge l’isola e che vede – o piuttosto non vede, il concetto è nebuloso – al vertice l’enigmatico Gestore, per ottenere una società pacificata ne ha rimosso tutte le emozioni forti, i conflitti, i concetti di dolore, sofferenza e lutto. Qualcosa di persino più radicale che in una distopia come Polpa di Flor Canosa, fortemente incentrata sui corpi. E una simile cancellazione finalizzata a stabilità, sicurezza, equilibrio sociali interviene sulla memoria anche personale, resettando i nessi del passato ed erodendo fatalmente l’identità. La misura di apparente perfezione reca così in sé un’oscura specularità, il volto di una tirannia più insidiosa e spersonalizzante.
Da cui una straniante, geniale vaghezza in tutto il romanzo, come alla deriva di un dormiveglia dove nulla raggiunge la solidità d’una certezza, tutto muove in una trasfigurazione onirica e simbolica al passo di una lingua letteraria congrua: in assenza di quella memoria che del resto è funzionale alla coscienza, Le forme – quelle del titolo – sfumano e si disincarnano in simboli e conati di emozioni.
Essendo impossibile il linguaggio del dolore, Abel vive un disagio senza forma di fronte alla scomparsa di una serie di persone fondamentali dalla sua vita: il padre (si è gettato in mare a scopo suicida o voleva solo allontanarsi a nuoto?), il fratello Maxwell (che corre come forma di resistenza e a un tratto sparisce), la stessa partner di Abel, Clara (che trovava nel sesso qualche forma di attrito con la realtà circostante, forse violentata e uccisa). È il problema insomma delle “sofferenze non autorizzate” (esistono macchine del dolore per simularlo ai fini delle lezioni di guida, con elettrodi e l’eccitante mextos): chiunque sperimenti il dolore senza permessi rischia dunque d’essere posto fuori dalla società, escluso, o almeno marginalizzato come Abel.
Il fatto è che il travaglio interiore, con dolore e fatiche pungenti alle quali giustamente cerchiamo di sfuggire, trattiene però una dimensione formativa e fondativa: ci piaccia o no, affossa mondi e altri ne apre in noi. Vietarlo o anche solo annacquarne il portato, come nella nostra età superficiale di risposte banalizzanti alla complessità, significa in fondo sprecarne le potenzialità esistenziali, mutilarci, svuotarci.
Per rendere la sofferenza del protagonista senza descriverla troppo, l’autore gioca ergodicamente sull’incastro tra voce narrante, descrizione di un mondo straniato e inserti di documentazione amministrativa: in effetti è un’intera società a essere inebetita e talora sofferente, tra manifestazioni sopra le righe e sacche sordide di miseria tra una discarica e l’altra.
Tanto più che le soluzioni offerte dal regime al problema della morte – fantastiche mutazioni in alberi – non risultano particolarmente consolatorie: e l’isola, che non conosce l’idea di Dio (il concetto si degraderà in una sorta di pupazzetto), tributa una sorta di divinizzazione alla città. Con tutta l’epica dei lavoratori nel cantiere di fondazione, in particolare attorno alla figura del veterano Tito scomparso nell’utero della terra e del suo interlocutore, l’operoso Cesare. L’autore evoca così in distanza tutta una letteratura di cantieri, da quelli virgiliani di Cartagine ai cantieri dell’archeologia industriale, a quelli sovietici di un eroe del lavoro Stachanov in fondo non lontano da Tito e Cesare.
Dove di nuovo un passato vertiginosamente remoto (megalitico? Caino fondatore di città vs. Abel(e)? le stirpi preadamite dell’uomo-sauro qui incontrato?) e un futuro architettonico inconcepibile alla Megalopolis di Coppola (in un’età che pare conoscere vagamente le lettere paoline e l’attacco alle Torri Gemelle) circonfondono l’assoluto della fondazione urbana. A quel punto la storia della quest di Abel, gravata da amnesie, mancanza di dati e incomprensioni, e la storia della città si dipanano insieme: fino a fargli vagheggiare, per le implicazioni letteralmente viscerali,

una storia gastrica dell’isola […]. Nessuno ci ha mai davvero pensato, al livello gastrico. Ai corpi che si rovinano nel lavoro, che sfioriscono o si fondono dall’interno a causa della bile. E dovrai scriverla tu, tu che hai il coraggio di vomitare sulla sabbia, sulla pietra.

La fondazione della città viene fatta coincidere proprio con la fine del dolore e della morte. Ma anche la natura appare sovvertita, e forse il padre si è lanciato in mare come i branchi di animali qui intenti a periodici suicidi di massa.
A fronte di questa situazione c’è chi tenta di reagire, con scarsi risultati: il fratello di Abel attraverso lo strumento della corsa; alcuni ribelli attraverso la violenza sessuale; Abel stesso in una ricerca contra legem di qualche verità sui propri cari, muovendosi in modo ufficioso e quasi clandestino.
Prima assoggettato a cure istituzionali come tanti altri traumatizzati sull’isola, privi di strumenti per elaborare gli eventi dolorosi (il che apre ovviamente al topos del narrante inaffidabile da un lato, dall’altro alla domanda su quale sia la normalità “sana” in una situazione come quella descritta), il Nostro viene poi arruolato per demolire relitti della fase urbanistica precedente: e il tema delle discariche torna ossessivamente, in un’isola dove tutto sembra consumarsi tra cantieri e smaltimenti. Infine Abel viene ingaggiato per produrre sculture per conto del governo: ma se la creatività permette una base minima di resistenza attraverso dubbio, amarezza e malessere (o vagheggiando animali invisibili, come l’incorporeo leone di Maxwell), la crisi delle forme si traduce in una disturbata materialità magmatica, in definizioni plastiche incerte, ossessive e parossistiche come certe statuette disturbanti e incomplete su uno scaffale. Come se tutta l’isola fosse un impasto un po’ informe e continuamente riplasmato senza riuscire a trovare una compiutezza.
Inevitabile pensare alla distopia young adult di Lois Lowry, The Giver – Il donatore (1993); o al citato Polpa. Ma l’autore, colto lettore di Vittorini, Peake e di postmoderno fino ad Arbasino e Pynchon, lavora in termini di grande originalità. La forza prima di questo bel romanzo non sta probabilmente nello spunto pur brillante, ma nella voce con cui è offerto. E che proprio dove ci spiazza svela le vertigini di un approccio indocile alla letteratura, traghettandoci in un’esperienza psichica e narrativa a suo modo sconvolgente.

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WEC | Le Mans, 6a Ora: partita a scacchi tra Cadillac, BMW e Toyota

BMW e Cadillac, con Toyota terza incomoda, continuano a duellare per il primato della 24h di Le Mans quando siamo giunti al termine della 6a Ora di questo terzo round del FIA WEC 2026.
Mentre davanti si prosegue su strategie diverse che per forza di cose rimescolano le carte e le posizioni in classifica, c'è anche chi commette qualche infrazione, come la Oreca-DKR #3 che ha preso 5" di ...Continua a leggere

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FediLUG Italia - 💥 Incident AUR: supply chain attack

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💥 Incident AUR: supply chain attack

È in corso una campagna contro AUR con centinaia (poi >1000) PKGBUILD compromessi, associata a payload infostealer/rootkit distribuiti via pacchetti community.

Impatto potenziale su Arch e tutte le Arch-based che consumano AUR; i repo ufficiali non sono coinvolti.

Si può a...

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Evento sismico ML 4.7 nel mar Tirreno, 13 giugno 2026

Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.

I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata compresa tra Mw 4 e Mw 5; a nord est dell’epicentro di questa sera è avvenuto il forte terremoto dell’8 settembre 1905 di magnitudo stimata Mw 6.9.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa  220 km.

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.

Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.


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DIEGO FUSARO: Vannacci: "siamo la feccia e ne siamo fieri"

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La ricchezza, la patrimoniale, e le diseguaglianze

 

di Giuseppe Giannini

Il mantra delle destre secondo cui "la sinistra mette le tasse", e quello di tanti imprenditori (votano lì per convenienza), che affermano "si pagano troppe tasse" spesso coincidono. La pressione fiscale con le varie voci di spesa e le imposte dirette ed indirette sono qualcosa di "fastidioso" quando rallentano le attività o rendono difficile l'esercizio della sana concorrenza, però pagare le tasse vuol dire contribuire, in base alle proprie sostanze reddituali, al benessere e al progresso del Paese. In Italia da quarant'anni non è più così.

A causa di riforme che, spostando la ricchezza prodotta dai redditi da lavoro a quelli da capitale, non solo hanno arricchito, in maniera abnorme, i secondi, ma altresì ridotto l'apporto al bilancio statale, che per rifarsi colpisce lavoratori dipendenti e  pensionati (allungando l'età pur in assenza di lavoro stabile e continuità contributiva), i quali, tassati alla fonte non possono eludere il fisco.

A differenza dei lavoratori autonomi e i liberi professionisti conclamati evasori (i medici in primis), e di tante aziende, che grazie a ingegnose formule suggerite da commercialisti compiacenti (tipologie di società non corrispondenti alle attivita svolte, false cooperative, cambio di denominazione ecc.), e alle possibilità concesse dalle leggi sul lavoro hanno frammentato (liberalizzato) il lavoratori in mille figure atipiche. Diventando strumenti a disposizione della volontà (onesta?) datoriale. Variabile dipendente dalla precarietà e dal mercato. Poi ci sono le grandi imprese che, monopolizzando interi settori, determinano il fallimento dei medi e piccoli imprenditori, impossibilitati a reggere la sleale competizione.

Il problema delle tasse è, dunque, relativo. Al pari della questione dazi o dell'aumento dei costi energetici, delle materie prime, e delle speculazioni (il mercato drogato e la deregolamentazione). L'inflazione impatta diversamente a seconda dei redditi, incidendo, in misura maggiore sui lavoratori-consumatori.

Il vero problema risiede nella distorsione contributiva, causata da punti di accumulazione di interessi (multinazionali, giganti del web), e prima ancora dai cd. centri commerciali a cui addebitare la scomparsa di figure professionali, artigiani, negozi di prossimità.

La politica, invece, adotta sempre le stesse ricette. Che senso ha finanziare l'apertura di imprese tramite fondi ai giovani o alle donne se poi la competizione è con questi giganti? Il primo passo per far lavorare le imprese sui territori dovrebbe essere quello di incentivare produzioni e consumi locali, tassando i grandi. Il solito refrain secondo il quale tassare i ricchi determinerebbe la fuga all'estero è smentito dalla loro stessa storia. Già dagli anni '90 il fenomeno delle delocalizzazioni era qualcosa di strutturato.

Nel settore dell'alta moda, anche quando gli affari andavano ottimamente le aziende rinomate preferivano spostare le produzioni in America Latina e Asia per incamerare maggiori profitti. Vuoi mettere la possibilità di guadagnare ancora di più, grazie a contributi dei Paesi ospitanti, a un fisco amico (tasse inferiori o assenti, trasferimento delle sedi nei paradisi fiscali) e a paghe salariali da regime schiavistico? Ricordiamo ancora le scarpe cucite a mano dai bambini del Sud del Mondo.

Quante imprese hanno investito nell'Est Europa, in ex Jugoslavia, approfittando di masse di lavoratori disperati e disponibili a farsi pagare un terzo di quelli occidentali ( e a loro discapito). I casi di furbetti sono infiniti: la Fiat che, nonostante la mole di miliardi pubblici regalati dallo Stato italiano, va in Serbia; imprese che aprono a Malta e in Albania (tra i Paesi più corrotti al mondo), in Romania. E non parliamo di imprenditori vessati dal fisco ma di soggetti con fatturati di milioni di euro. In sintesi, tasse sottratte al fisco italiano, e conseguenti tagli a sanità, scuola, pensioni, al welfare. Dopo sono arrivati i cinesi, che hanno comprato di tutto, invadendo i mercati con i loro prodotti low cost, e dietro i quali si nasconde lo sfruttamento. Il punto fondamentale, almeno per quanto riguarda l'Italia, è il ripristino del sistema fiscale in vigore sino agli anni'80, in conformità col dettato costituzionale che, all'art. 53 parla di progressività.

Ricordiamo che siamo passati dalle 32 aliquote vigenti negli anni'70 ai successivi tagli a beneficio dei redditi alti. Ridotte a 9 nel 1983; 7 nel 1989; 5 nel 2002; e le attuali 3 dal 2024. Arriviamo dunque alla patrimoniale, termine che solo a pronunciarlo fa rizzare i capelli. Considerando quanto detto, l'aumento della povertà e le tante crisi economiche, è questione di equità e giustizia sociale. Ridare quanto è stato rubato ai lavoratori.

Il mondo globalizzato ha inciso, profondamente, sulle diseguaglianze, cambiando il modo di gestire le economie, svilendo il ruolo degli Stati, e alimentando per tutta risposta forze nazionalistiche con la rivalsa non verso chi ha causato il depauperamento, ma contro le vittime (i nuovi proletari e i migranti). Eppure basterebbe ricordare come, all'indomani del Secondo conflitto mondiale, con i Paesi da ricostruire, la ripresa sia stata trainata da un massiccio intervento di spesa pubblica (oggi potremmo parlare di occasione persa nonostante i fondi del PNRR) e dalle Costituzioni materiali, dove il contributo di tutti viene considerato collante tra Stato e cittadini. 

I successivi "trenta anni gloriosi" hanno permesso ai salariati di avere un tenore di vita dignitoso, migliore delle generazioni precedenti. Stipendi adeguati, tempo libero, possibilità di comprare beni durevoli e fare vacanze. Grazie a lavori non negoziabili e a meccanismi di perequazione dei redditi (la scala mobile, la legge sull'equo canone). Ognuno faceva la sua parte con una adeguata tassazione per i ricchi. I tanti paradossi del nuovo millennio: innovazioni, tecnologie, titoli di studio e competenze settoriali e linguistiche, scambi facilitati tra le economie e, malgrado cio, lavoro povero e precario. Disoccupazione di massa come effetto dell'automazione e  dell'intelligenza artificiale. Insicurezza come unica certezza. In tanti non intravedono il futuro.

Dall'altro lato della barricata i miliardari aumentano le loro ricchezze ed acquisiscono un potere crescente ed invasivo, in grado di condizionare le decisioni pubbliche e la vita dei cittadini. Perchè, dagli anni'80 è stata consentita l'accumulazione grazie alla riduzione delle tasse. Fino ad allora l'aliquota sui redditi più alti era intorno all'80% in USA e Gran Bretagna, al 70% in Italia. La fine del keynesismo erodendo la capacità contributiva ha eroso anche le democrazie. Oligarchi ed élite per le quali non esistono leggi, che hanno costruito i loro imperi in maniera poco trasparente e con collusioni con la malavita (Berlusconi,Trump). Centinaia di miliardi ogni anno non pagati dalle multinazionali. I governi preferiscono non colpire le transazioni finanziarie, gli extraprofitti, le rendite.

L'evasione fiscale in Italia ha una media di 100 miliardi di euro; la web tax è poca roba; le aziende usufruiscono di incentivi per le assunzioni e benefit sulle decontribuzioni. Chi paga? I soliti noti: lavoratori e pensionati. Settori legati al turismo che guadagnano a dismisura. Ristorazione e case vacanze, resort con prezzi da capogiro ma che sfruttano i lavoratori con turni massacranti e paghe da fame. Dunque, tassare i super-ricchi vuol dire rendere sostenibile il sistema. La sproporzione è evidente. Il differenziale tra quanto guadagnava un dirigente e un lavoratore è passato dal rapporto di circa quaranta volte superiore negli anni '70 alle migliaia attuali. A pagare il prezzo sono i lavoratori, ma anche le piccole e medie imprese, gli onesti, la classe media in via di sparizione. Ritornare alla progressività, tassando ad es. dell'1% i grandi patrimoni vorrebbe dire ridistribuire la ricchezza.

Da impiegare per aumentare i salari e la spesa pubblica. In Italia il 5% della popolazione detiene una ricchezza pari al 46%; 3000 persone con patrimoni sopra i 50 milioni di euro.  Colpire le rendite e pensare ad una imposta sulle successioni dei grossi capitali sopra i 2 milioni di euro, esclusa la prima abitazione, c che si tramandano tra famiglie agiate, dopo aver aggiornato le mappe catastali, riuscirebbe a liberare una quantità enorme di risorse (un prelievo indolore per i ricchi) pari a varie leggi di bilancio (diverse decine di miliardi di euro a seconda della quota di reddito da tassare).

Dunque, solidarietà e progressività come previsto dalla Costituzione. Il rischio è che una società sempre più diseguale con il tempi possa diventare anche aristocratica, mettendo in pericolo la tenuta delle democrazie.

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Case, scuole, strade: i numeri della rinascita del Donbass. Putin fissa il traguardo: 2030

I numeri sono concreti e pesano più di tante parole. E ieri, durante la riunione del Cremlino sullo sviluppo di Donbass e Novorossija, i numeri hanno parlato chiaro. Vladimir Putin ha messo nero su bianco l’obiettivo: entro il 2030 i territori delle ex repubbliche di Donetsk e Lugansk, insieme alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, dovranno raggiungere gli standard generali russi. Qualità della vita, infrastrutture, lavoro.

Non è uno slogan, come evidenzia il presidente della federazione Russa. Ad aprile 2023 il governo ha approvato un programma complesso di sviluppo, dentro il quale ci sono circa trecento interventi specifici. Scuole, ospedali, strade, fabbriche, campi da agricoltura. E anche il lavoro di 26 aziende statali e 82 soggetti della Federazione, ognuno con un pezzo di territorio da seguire.

Il punto della stituazione

A fare il punto della situazione ci hanno pensato i vicepremier Marat Khusnullin e Tatiana Golikova. E il quadro, nonostante le difficoltà, racconta di una macchina che si è messa in moto.

Khusnullin ha elencato i numeri della ricostruzione: oltre 7.700 condomini riparati, per un totale di 24 milioni di metri quadrati di abitazioni. Poi 63 strutture sanitarie rimesse a nuovo, 1.700 edifici scolastici, 500 tra impianti sportivi e centri culturali. Poi il lavoro sulle strade: riparati e costruiti più di 8.000 chilometri di asfalto, compresi i tratti dell’Anello d’Azov. Quelle federali sono già a norma, ora tocca alle municipali.

Nell’economia, la zona economica libera conta già più di 500 partecipanti. Investimenti dichiarati? Oltre 383 miliardi di rubli. Il credito bancario cresce, il portafoglio prestiti ha toccato i 275 miliardi, con un balzo del 30% solo nei primi cinque mesi del 2026. Le entrate fiscali del 2025 sono aumentate del 22% rispetto all’anno prima: 435 miliardi di rubli. E i settori produttivi corrono, con tassi di crescita tra il 10 e il 20%, come riporta il quotidiano Izvestia.

Nascite in aumento e sostegno alle madri

Sul fronte sociale, Golikova ha portato notizie che suonano quasi controcorrente. I quattro territori sono ormai dentro i progetti nazionali “Famiglia”, “Vita attiva e lunga” e “Quadri”. Oltre 2,4 milioni di persone ricevono sostegno federale. Le pensioni sono state assegnate a più di 1,5 milioni di cittadini, e il 93% di queste è già calcolato sugli standard russi. Quasi 140.000 i certificati per il capitale di maternità distribuiti. Il sussidio unico per le famiglie copre 36.000 nuclei, con 56.000 bambini coinvolti.

E poi misure per favorire la natalità: è cresciuta in tre anni. La repubblica di Donetsk guida la classifica con un +14%. Più di un terzo delle famiglie con bambini, ha aggiunto Golikova, utilizza contratti sociali. Funzionano i programmi “Medico di campagna” e “Infermiere di campagna” per attirare personale nei territori. E la sanità si sta riorganizzando su tre livelli, dentro il sistema obbligatorio di assicurazione medica. La disponibilità di cure ad alta tecnologia è triplicata: da 4.300 pazienti nel 2023 a 12.000 nel 2025. A Melitopol, per la prima volta, è entrato in funzione un acceleratore lineare per la radioterapia.

La strategia del mare e il nodo sicurezza

Putin ha anche annunciato una nuova strategia per la regione dell’Azov. Turismo, trasporti, terre agricole da mettere a coltura, pesca, bonifica ambientale. Obiettivo: non lasciare indietro nessun pezzo di territorio.

Ma il presidente non ha nascosto le difficoltà. Ha ringraziato medici, insegnanti, operai, autisti, tutti quelli che lavorano “in condizioni complesse, tra bombardamenti e attacchi di droni”. E ha aggiunto, con tono duro: le nostre truppe tengono il vantaggio strategico e avanzano. Il regime di Kiev, incapace di reggere l’urto, ricorre a metodi terroristici - ha denunciato - colpendo civili, infrastrutture e mezzi di trasporto.

Alla fine, la frase che forse riassume tutto: “È stato fatto molto, ed è un bene. Ma i problemi non risolti sono molti di più. Adesso parliamo proprio di questo”.

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Il Somaliland apre un'ambasciata sull'isola cinese di Taiwan

Il 12 giugno, la regione separatista del Somaliland ha aperto un'ambasciata sull'isola cinese di Taiwan, nonostante la mancanza di riconoscimento internazionale.

Durante la cerimonia, il rappresentante del Somaliland a Taipei, Mahmoud Adam Jama Galaal, ha dichiarato: "Abbiamo il diritto di scegliere con chi intrattenere relazioni. È una nostra prerogativa, quindi le loro tattiche di pressione non hanno avuto successo".

Tuttavia, da Mogadiscio, il governo somalo ha ribadito che il Somaliland rimane parte integrante del suo territorio. Il Ministro di Stato per gli Affari Esteri, Ali Mohamed Omar, ha affermato: "Condanniamo fermamente i tentativi esterni di aggirare il legittimo governo federale di Mogadiscio", condannando anche la posizione di Taiwan.

H.E. President @AbdirahmanIrro today received Mr. Justin Davis, U.S. Deputy Chief of Mission and Chargé d’Affaires, at the Presidential Palace.

Discussions focused on strengthening Somaliland–U.S. cooperation in security, trade, investment, and other shared strategic interests. pic.twitter.com/I1qL9R4pxJ

— Presidency | Republic of Somaliland (@Presidencysl_) June 3, 2026

Sebbene le aspettative di sostegno internazionale siano state limitate, il Somaliland ha ricevuto segnali di appoggio dai soliti noti. Durante una recente visita, il diplomatico statunitense Justin Davis ha incontrato funzionari del Palazzo Presidenziale, concentrandosi sulla cooperazione in materia di sicurezza, commercio e investimenti.

Il Dipartimento di Stato americano ha presentato al Congresso un documento intitolato "Aree potenziali per rafforzare l'impegno degli Stati Uniti con il Somaliland", datato 1° giugno. Il documento riconosce l'importanza strategica della regione, pur precisando che Washington non concederà un riconoscimento ufficiale in questa fase.

Al contrario, Israele ha riconosciuto il Somaliland, sottolineandone la posizione geopolitica privilegiata sul Mar Rosso. Secondo fonti diplomatiche, Tel Aviv intende rafforzare i legami con il territorio nell'ambito della sua strategia per la creazione di basi militari nella zona.

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Araghchi: "L'Iran è uscito vincitore da questa guerra"

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato in un'intervista ai media locali che la Repubblica Islamica ha vinto la guerra contro gli Stati Uniti.

"L'Iran è il vincitore di questa guerra, e il popolo iraniano è il vero vincitore in questo scenario [...] Qualsiasi accordo ha lo scopo di consolidare la vittoria sul campo di battaglia", ha dichiarato il ministro degli Esteri.

Araghchi ha sottolineato che Teheran ha conseguito la vittoria nonostante gli Stati Uniti e Israele possedessero armamenti avanzati, comprese capacità nucleari. "Naturalmente, dopo una vittoria di tale portata, è necessario consolidarla attraverso un accordo o un'intesa", ha affermato.

In questo contesto, ha fornito dettagli sull'accordo con Washington, che, a suo dire, è in fase di finalizzazione. Il ministro degli Esteri ha indicato che il documento rappresenta un memorandum d'intesa in 14 punti ed è ancora soggetto a modifiche prima dell'approvazione definitiva. Ha inoltre rifiutato di fornire ulteriori dettagli sull'accordo, affermando che saranno resi noti al termine dei negoziati.

Il ministro ha inoltre confermato che entrambe le parti sono "più vicine che mai" alla firma dell'accordo preliminare. "Potrebbe accadere nei prossimi giorni; lo spero", ha osservato. Ha anche spiegato che "la firma avverrà a distanza, in modalità digitale, come si dice oggi". "Ciascuna parte firmerà, e poi verrà annunciato che questo memorandum d'intesa è stato firmato da entrambe le parti", ha affermato.

In tale contesto, ha esortato i media ad "astenersi da speculazioni che potrebbero turbare il clima psicologico e politico internazionale in un modo che potrebbe compromettere questa opportunità". "Lasciamo che il nostro lavoro proceda secondo i suoi principi e nel suo ambito di competenza", ha concluso.

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Intelligence USA conferma: i biolaboratori esistono e sono pericolosi


di Fabrizio Verde

Per anni chiunque abbia provato a sollevare il velo sui laboratori biologici statunitensi sparsi per il mondo (prevalentemente in territori eurasiatici) è stato sistematicamente deriso, etichettato come complottista filo-russo, talvolta addirittura accusato di tradimento. Ma adesso qualcosa è inevitabilmente cambiato. Perché a parlare non è stato un giornalista scomodo o un attivista paranoico. A parlare è stata la direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, Tulsi Gabbard.

E quello che ha rivelato fa veramente impressione.

Today, I’m releasing never before seen intelligence revealing new evidence of past US government funding for more than 120 biolabs in over 30 countries, including Ukraine.

In support of President Trump‘s Executive Order to end federal funding of dangerous gain of function… pic.twitter.com/RkPHnAbka9

— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 12, 2026

Gabbard ha reso pubblici documenti desecretati che dimostrano senza ombra di dubbio che il governo degli Stati Uniti ha finanziato per anni oltre 120 biolaboratori in oltre 30 paesi. Non strutture innocue per la ricerca sul raffreddore comune. Laboratori che manipolano patogeni letali come l’antrace, l’ebola, la peste, il virus di Marburgo, la tubercolosi, la tularemia (febbre dei conigli), il MERS e la SARS. Roba da far accapponare la pelle.

L’Ucraina, guarda caso, è uno dei teatri principali di questa inquietante operazione globale. Più di 40 strutture finanziate direttamente da Washington, molte delle quali ancora oggi conservano “patogeni di guerra biologica risalenti all’epoca sovietica”. Parole non nostre, ma del rapporto ufficiale appena pubblicato.

E non è tutto. I documenti rivelano che l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, uno dei laboratori finanziati dagli USA, ospitava “centinaia di patogeni” già all’inizio degli anni 2010. E nel 2019 presentava gravi “deficienze di bioprotezione e biosicurezza”, in particolare nei locali dove si maneggiava il batterio Brucella, altamente contagioso. Tradotto: potenziali bombe biologiche a orologeria gestite con superficialità.

Gabbard è stata durissima. Ha denunciato che politici, i cosiddetti esperti della salute come il dottor Fauci esalatato dall’intero circuito mediatico mainstream, e funzionari dell’amministrazione Biden hanno mentito spudoratamente al popolo statunitense sull’esistenza di questi laboratori. E non solo: hanno minacciato chiunque provasse a dire la verità. Curioso modo di trattare – per l’autoproclamata più grande democrazia del mondo - chi solleva legittimi interrogativi sulla sicurezza globale, no?

La comunità internazionale, nel frattempo, non può dire di non essere stata avvertita. La Russia ha passato anni a lanciare allarmi su queste attività in Ucraina. Già dal 2022 Mosca ha portato queste attività pericolose all'attenzione dell’ONU, ha denunciato progetti come l’UP-4 (che studiava la trasmissione di infezioni pericolose attraverso uccelli migratori) e il P-781 (che analizzava l’uso di pipistrelli come vettori di armi biologiche). Risultato? Silenzio imbarazzato da parte di Washington e dei suoi alleati. Peggio: chi riprendeva queste rivelazioni veniva liquidato alla stregua di un portavoce al soldo del Cremlino.

Ecco il meccanismo perverso: da un lato si nega l’esistenza di questi programmi, dall’altro si delegittima chi ne parla accusandolo di essere un agente straniero. Un classico del manuale della disinformazione. Peccato che adesso sia la stessa Intelligence USA a confermare che quei laboratori esistono eccome, che sono pericolosi, e che sono stati finanziati con soldi dei contribuenti statunitensi.

Gabbard ha promesso che la sua agenzia continuerà a lavorare per identificare dove si trovano esattamente queste strutture e quali patogeni contengono, con l’obiettivo dichiarato di “porre fine a questa ricerca pericolosa” che minaccia “la salute e il benessere del popolo statunitense e delle persone di tutto il mondo”.

Bene così. Ora però sorgono domande scomode: perché per anni chi cercava di indagare su queste cose è stato sistematicamente osteggiato? Perché i cosiddetti fact-checker, quelli che oggi pontificano sui social smontando “bufale”, hanno sempre bollato come teoria del complotto le notizie sui biolaboratori? Forse perché certe verità, se diventassero troppo popolari, metterebbero in imbarazzo persone potenti?

La vicenda ricorda da vicino quella dei famigerati laboratori di Fort Detrick, negli Stati Uniti, avvolti per decenni nel mistero. Oggi sappiamo che il programma USA di laboratori biologici all’estero è vastissimo, poco trasparente, e operato con “molta poca visibilità o supervisione”, come ammette lo stesso rapporto.

Il rappresentante russo all’ONU Vasily Nebenzya aveva avvertito già nel 2022: i progetti di ricerca biologica in Ucraina violano la Convenzione sulle armi biologiche. E i documenti venuti in possesso delle forze russe erano solo “la punta dell’iceberg”. Oggi sappiamo che quelle denunce erano fondate.

La domanda finale è semplice: quanti altri laboratori esistono nel mondo? E soprattutto, cosa ci fanno gli Stati Uniti con patogeni letali sparsi in decine di paesi, spesso con standard di sicurezza discutibili? La risposta, per ora, continua a essere sepolta sotto tonnellate di propaganda e attacchi a chiunque osi chiedere conto. Ma dopo le rivelazioni di Gabbard, sarà sempre più difficile per i soliti noti gridare al complottismo. Perché la verità, alla fine, è scritta nero su bianco nei documenti desecretati degli stessi servizi segreti USA.

???? Alerta de material peligroso en el Pentágono

???? Las autoridades de emergencia de Estados Unidos investigan una alerta sobre material peligroso en el Pentágono, desencadenando una movilización de equipos especializados.

????#JoséLebeña pic.twitter.com/tW4KR55tKh

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 11, 2026

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Cisgiordania: negli ultimi 3 anni più vittime che nei 17 precedenti messi insieme

 

Un'analisi di Oxfam basata sui dati delle Nazioni Unite, pubblicata l'11 giugno 2026, rivela un dato drammatico: negli ultimi tre anni, nella Cisgiordania occupata, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più palestinesi rispetto ai 17 anni precedenti messi insieme.

Tra il 2023 e il 2025, il numero di palestinesi uccisi nella regione ha raggiunto quota 1.244, tra cui si contano 268 bambini. Per avere un metro di paragone, tra il 2006 e il 2022 le vittime palestinesi erano state 1.036.

Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha commentato la situazione con parole dure:

"L'aumento delle uccisioni di civili in Cisgiordania è tragico e orribile. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Gaza, gli attacchi in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando ha avuto luogo l'operazione di Hamas il 7 ottobre 2023, Israele ha commesso un genocidio a Gaza, consentendo al contempo un'ondata di violenza senza precedenti in tutta la Cisgiordania".

Anche gli sfollamenti forzati hanno registrato picchi mai visti prima. Negli ultimi tre anni sono stati quasi 46.000 i palestinesi sradicati dalle proprie case, un numero che eclissa ampiamente i 13.000 sfollati registrati nei 14 anni precedenti.

Le testimonianze dal campo e l'aumento delle restrizioni

Saed, un uomo palestinese di 50 anni costretto ad abbandonare la propria terra, racconta l'escalation:

"Prima avevamo a che fare con i coloni di continuo, ma negli ultimi tre anni la violenza da parte loro è aumentata vertiginosamente. Alla fine siamo stati costretti ad andarcene e ora un colono vive in casa mia. L'ho visto con i miei occhi. Ha preso il controllo dell'intera comunità. Mi si spezza il cuore a parlare del passato".

La famiglia di Saed ha cercato rifugio in un'altra comunità vicino a Gerico, ma le violenze non si sono fermate:

“I coloni bloccavano le strade, giravano armi in pugno, molestavano e terrorizzavano i nostri figli mentre andavano a scuola. Facevano pascolare il loro bestiame all'interno della nostra comunità, proprio vicino alle nostre case. Nei casi peggiori, rubavano il nostro bestiame godendo della protezione dell'esercito e della polizia”.

Attualmente, la libertà di circolazione nella Cisgiordania occupata è soffocata da un numero record di 925 ostacoli fisici e posti di blocco, un incremento del 43% rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Soltanto nei primi tre mesi del 2026, Oxfam ha già rilevato più di 540 attacchi condotti da abitanti degli insediamenti abusivi, provocando altri 2.200 sfollati.

Amnesty International: "In corso una pulizia etnica deliberata"

A confermare la sistematicità di queste azioni è un dettagliato rapporto di Amnesty International pubblicato il 10 giugno 2026. L'organizzazione accusa apertamente il governo israeliano di condurre una campagna deliberata di pulizia etnica nell'Area C dei territori occupati.

L'ong ha verificato in modo indipendente 423 video e immagini che documentano le violenze perpetrate dai coloni e dai militari contro la popolazione locale. Le prove digitali sono state autenticate tramite avanzati sistemi di geolocalizzazione e cronolocalizzazione per individuare con precisione l'ora e il luogo esatto degli attacchi. I risultati sono stati poi corroborati dall'analisi di immagini satellitari, da 10 sopralluoghi sul campo e da 64 interviste approfondite con le vittime e i funzionari.

Uno degli esempi più recenti e brutali di questa violenza sistemica è stato l'attacco incendiario coordinato contro lo storico villaggio cristiano di Taybeh, un insediamento che conta tremila anni di storia. Il 9 giugno, gruppi estremisti hanno lanciato un attacco su vasta scala, appiccando il fuoco ai campi agricoli a est di Ramallah. Il villaggio di Taybeh si trova sotto una pressione insostenibile da quando, nelle sue immediate vicinanze, è sorto un insediamento abusivo che funge da base logistica per le continue incursioni.

Il ruolo dello Stato e i finanziamenti agli insediamenti illegali

Le istituzioni internazionali puntano il dito direttamente contro i vertici politici di Tel Aviv. Una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane sono direttamente coinvolte nel facilitare tali violenze, fornendo supporto finanziario e militare ai coloni durante gli attacchi.

Questa strategia è confermata dalle stesse manovre economiche del governo israeliano, pronto ad approvare un piano pluriennale che stanzia oltre 350 milioni di dollari per finanziare e sostenere l'espansione di 61 insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata.

La linea politica dietro a questo stanziamento è stata esplicitata chiaramente dal Ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich. Annunciando il nuovo progetto di insediamento, Smotrich ha dichiarato senza mezzi termini che l'obiettivo dell'operazione è "stabilire fatti concreti sul terreno" per impedire, in modo definitivo, la creazione di uno Stato palestinese.

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Caitlin Johnstone - Dal caso Assange alla censura sui campus: come l'Impero occidentale reprime il dissenso interno

 

Caitlin Johnstone*

Il Regno Unito ha condannato quattro attivisti contro il genocidio a diversi anni di carcere con l'accusa di terrorismo, mentre negli Stati Uniti si sta lavorando all'espulsione di un noto analista di politica estera per aver criticato la guerra in Iran.

Venerdì scorso, quattro membri del gruppo Palestine Action sono stati condannati a un totale di 25 anni di reclusione. La loro colpa? Aver fatto irruzione, nel 2024, in una fabbrica di armi nel Regno Unito di proprietà della società israeliana Elbit Systems, danneggiando parte dei macchinari utilizzati a Gaza. Durante il processo, il giudice si è rifiutato di permettere agli attivisti di spiegare alla giuria le ragioni profonde del loro gesto, vietando persino di informare i giurati che gli imputati avrebbero rischiato accuse legate al terrorismo.

I media britannici hanno sottolineato come questa sia la prima volta nella storia del Paese in cui qualcuno riceve una condanna per terrorismo per il reato di danneggiamento di proprietà. Amnesty International ha duramente criticato la sentenza, definendola "completamente sproporzionata" e accusando i pubblici ministeri di aver voluto scientemente "fare di loro un esempio".

Il Regno Unito aveva già fatto discutere per l'assurda classificazione di Palestine Action come organizzazione terroristica, una mossa che ha portato ad arresti di massa persino tra i semplici cittadini che esponevano cartelli con la scritta "Sostengo Palestine Action".

Gli Stati Uniti di Trump e la caccia all'analista geopolitico

Nel frattempo, oltreoceano, l'amministrazione Trump ha preso di mira Trita Parsi, noto analista di politica estera, a causa delle sue aperte critiche alla guerra israelo-americana contro l'Iran.

Secondo quanto rivelato dalla testata The Free Press, il Dipartimento di Stato americano ha avviato un'indagine formale per valutare la revoca della carta verde a Parsi, cittadino svedese nato in Iran. Un funzionario del Dipartimento di Stato, rimasto anonimo, ha commentato la vicenda con parole emblematiche:

"Chiunque cerchi di minare gli Stati Uniti sarà oggetto di un'attenta indagine, incluse le persone che sostengono i nostri avversari, il cui operato promuove i loro obiettivi e mina la nostra sicurezza".

Si tratta di un'espansione significativa e preoccupante degli sforzi dell'amministrazione Trump per soffocare il dissenso interno in materia di politica estera. Se in precedenza il Dipartimento di Stato si limitava a espellere studenti universitari poco noti per la loro opposizione ai massacri di Gaza, con Parsi il tiro si alza: parliamo di un commentatore professionista che appare regolarmente sulla CNN.

È un'escalation che ricalca fedelmente la strategia del Regno Unito, che ha recentemente vietato i visti d'ingresso a opinionisti di spicco del panorama americano per aver espresso dure critiche nei confronti delle politiche di Israele.

La guerra globale contro la coscienza umana

Siamo di fronte a una vera e propria guerra contro la coscienza umana. Condannano gli attivisti per la pace come terroristi. Cercano di deportare autorevoli esperti di geopolitica solo perché criticano i conflitti americani. Di fatto, l'Occidente sta punendo le persone perché si rifiutano di comportarsi come sociopatici.

È la stessa identica guerra di coscienza che ha visto questo impero perseguitare Julian Assange, reprimere militarmente le manifestazioni pro-Palestina nei campus universitari, indagare sugli attivisti pacifisti e intensificare la censura sulla libertà di parola per silenziare ogni critica a Israele.

In una società sana e moralmente integra, una persona di coscienza prospererebbe, mentre un sociopatico verrebbe evitato ed emarginato. Nella società occidentale odierna accade esattamente il contrario: le persone di coscienza vengono gettate in prigione, mentre i sociopatici scalano le vette del potere.

Questo è l'inevitabile risultato del vivere sotto un impero fondato e guidato da valori sociopatici. L'obiettivo di dominare e controllare l'intera popolazione umana è intrinsecamente malvagio, perché può essere perseguito solo attraverso guerre incessanti, militarismo, propaganda di massa, inganni e tirannia.

Ecco perché, nel nostro mondo capovolto, chi dice la verità viene etichettato come traditore, chi manifesta contro un genocidio come antisemita, e chi si batte per la pace come terrorista. Viviamo in una distopia in cui i giusti vengono oppressi e i malvagi governano la Terra.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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“Finanziano la guerra”: l’Onu accusa il Lussemburgo per la vendita delle obbligazioni israeliane

 

Secondo quanto scritto da Sebastian Shehadi di Middle East Eye, il 1° settembre 2025 una decisione amministrativa passata quasi inosservata, presa dall'autorità di vigilanza finanziaria di uno dei paesi più piccoli d'Europa, ha scatenato una tempesta legale tuttora in corso.

La Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) del Lussemburgo ha infatti approvato il prospetto informativo del programma di obbligazioni israeliane destinate alla diaspora, consentendo la vendita dei cosiddetti "Israel Bonds" agli investitori al dettaglio in tutta l'Unione Europea.

Queste obbligazioni sono state esplicitamente commercializzate con lo slogan "Sostieni Israele. Israele è in guerra". L'approvazione da parte del Lussemburgo è giunta in un contesto di crescente indignazione internazionale e di accuse di genocidio rivolte a Israele per le sue azioni a Gaza.

Per anni, il programma di emissione di queste obbligazioni era rimasto ancorato all'Irlanda, sotto la regolamentazione della banca centrale locale. Tuttavia, la costante opposizione del parlamento e della società civile a Dublino — che collegava la vendita dei titoli al finanziamento delle operazioni militari a Gaza — ha esercitato una pressione tale da indurre l'emittente, la Development Corporation for Israel (DCI) con sede negli Stati Uniti, a richiedere il trasferimento della sede.

Ai sensi della normativa UE, un emittente può richiedere che la "competenza di approvazione" di uno specifico prospetto informativo venga delegata all'autorità di regolamentazione di un altro Stato membro. Il Lussemburgo ha acconsentito a riceverla, ponendo la CSSF come ente regolatore.

Ciò che è accaduto in seguito è stato altamente anomalo, viste le controversie politiche che circondavano queste obbligazioni: la CSSF non ha consultato il Ministero degli Affari Esteri ed Europei del Lussemburgo prima di approvare il documento.

Le dure critiche delle Nazioni Unite e della società civile

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non ha risparmiato critiche all'accordo quando, il mese scorso, è intervenuta a una conferenza in Lussemburgo organizzata da Amnesty International per esaminare la responsabilità legale del Paese nei confronti di Israele.

"La vendita di queste obbligazioni è illegale secondo il diritto internazionale perché i proventi vengono destinati direttamente al finanziamento del genocidio", ha affermato Albanese. "Il diritto internazionale esige che tutti gli operatori finanziari si astengano dal collegarsi direttamente a crimini contro i diritti umani. E coloro che hanno autorizzato la vendita di obbligazioni sono implicati. Vendere queste obbligazioni è moralmente e legalmente sbagliato."

I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alla spesa pubblica o per ripagare i debiti. Per Israele, la vendita di questi titoli è stata cruciale per finanziare le guerre a Gaza, in Libano e in Iran.

Obbligazioni commercializzate per scopi bellici

Per comprendere perché giuristi e parlamentari stiano ora definendo l'approvazione del Lussemburgo una potenziale violazione del diritto internazionale, è utile capire cosa siano effettivamente gli Israel Bonds della DCI.

A differenza dei titoli di Stato israeliani standard venduti agli investitori istituzionali (come riportato da Middle East Eye), gli Israel Bonds vengono commercializzati direttamente presso investitori al dettaglio, organizzazioni religiose e fondi municipali, spesso attraverso reti della diaspora e appelli alla solidarietà.

Il materiale promozionale della DCI all'epoca dell'approvazione in Lussemburgo non lasciava dubbi sul suo scopo: sostenere il bilancio di guerra di Israele. Secondo il sito web e la pagina Instagram di DCI, dal 7 ottobre 2023 le obbligazioni israeliane hanno raccolto 7,7 miliardi di dollari per il governo israeliano.

I proventi derivanti da queste emissioni confluiscono nelle casse israeliane come finanziamenti generali senza vincoli, in un momento in cui la spesa militare del Paese è balzata da circa il 20% a oltre il 30% della spesa pubblica totale.

Un rapporto dettagliato pubblicato il mese scorso, redatto da un team di giuristi, economisti e specialisti in regolamentazione finanziaria e presentato alla conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, illustra i rischi che le obbligazioni israeliane comportano per il Granducato e per gli investitori.

Secondo il rapporto, la strategia di marketing di DCI sfrutta il sentimento politico ed emotivo, oscurando numerose problematiche finanziarie e legali. Nonostante i documenti finanziari ufficiali di Israele depositati negli Stati Uniti segnalino una grave contrazione economica, la DCI assicura agli acquirenti un'economia "resiliente" pronta a superare le prestazioni delle altre nazioni sviluppate.

Il rapporto definisce questo fenomeno un "premio patriottico": l'idea che gli acquirenti, motivati ??dalla solidarietà piuttosto che da calcoli finanziari, accettino rendimenti ben al di sotto di quanto il rischio effettivamente giustifichi.

Un investitore che prestasse denaro all'Ucraina per un anno, ad esempio, richiederebbe un rendimento di circa il 25%; per la Russia, circa il 15%. In breve, prestare denaro a paesi in guerra di solito si traduce in alti rendimenti per gli investitori. Ma le obbligazioni israeliane rendono circa il 4%, nonostante il Paese sia in guerra e registri un deficit di quasi il 7% del PIL.

Secondo gli autori, questo divario non viene colmato da solidi principi economici, bensì dal sentiment di mercato, e i piccoli investitori si assumono rischi di cui non sono mai stati adeguatamente informati.

Il Lussemburgo sta ignorando il diritto internazionale?

Il quadro giuridico del rapporto si basa su tre provvedimenti provvisori emessi dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel 2024, ognuno dei quali conferma la plausibilità che Israele stia commettendo un genocidio, sebbene il procedimento principale sia ancora in corso. Cita inoltre il parere consultivo della CIG del luglio 2024, che ha imposto a tutti gli Stati l'obbligo di non assistenza e di non cooperazione nei confronti dell'occupazione illegale da parte di Israele.

"La negoziazione di obbligazioni israeliane sui mercati dell'UE costituisce innegabilmente una grave violazione del diritto internazionale", ha dichiarato a MEE Shahd Hammouri di Law for Palestine, uno dei relatori principali della conferenza. "Questo atto non può essere giustificato facendo riferimento a considerazioni finanziarie o burocratiche."

Hammouri si è spinta oltre, sostenendo che l'autorità di vigilanza finanziaria del Lussemburgo possedeva gli strumenti necessari per rifiutare la richiesta, ma ha scelto di non utilizzarli:

"Il Lussemburgo aveva la facoltà discrezionale, ai sensi del regolamento sui prospetti, di rifiutare l'approvazione ogniqualvolta sussistessero rischi sistematici per l'interesse pubblico, la pace e il mantenimento di un regime illegittimo. Non esercitare tale facoltà in presenza di un grave rischio di complicità costituisce una chiara violazione dei propri doveri."

L'aspetto più rilevante, secondo Hammouri, è la possibilità che ne derivi una responsabilità penale personale: "Agevolando la gestione dei proventi fungibili derivanti dalle obbligazioni israeliane, il Lussemburgo si rende complice di atti di genocidio... e coloro che hanno preso la decisione di approvare il prospetto informativo sono a tutti gli effetti penalmente responsabili".

I paralleli storici con l'Apartheid

Il rapporto traccia un esplicito parallelo storico con il passato del Lussemburgo. Tra il 1967 e il 1975, la Kredietbank Luxembourg concesse prestiti per circa 625 milioni di dollari al Sudafrica dell'apartheid, mentre i titoli di debito del regime venivano quotati alla Borsa del Lussemburgo.

La risposta internazionale culminò infine nel Comprehensive Anti-Apartheid Act statunitense del 1986, che proibiva esplicitamente l'acquisto di titoli di debito pubblico sudafricani. "Il quadro normativo odierno è sostanzialmente più solido", osserva il rapporto, "essendo ancorato a sentenze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia piuttosto che a pressioni politiche".

La contraddizione è accentuata dal fatto che il Lussemburgo ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina il 22 settembre 2025, appena tre settimane dopo l'approvazione del prospetto obbligazionario da parte della CSSF.

'L'inazione non è un'opzione'

La conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, tenutasi il 18 maggio 2026, ha riunito oltre 200 persone, tra cui Albanese, l'economista politico Shir Hever, la senatrice irlandese Alice-Mary Higgins e diversi parlamentari lussemburghesi. L'incontro ha generato cinque richieste di intervento concrete, da attuare entro sei-dodici mesi.

La scadenza più urgente è quella di settembre 2026, data in cui i prospetti obbligazionari vengono rinnovati su base annuale. La senatrice Higgins, tra i politici che contribuirono a forzare il trasferimento iniziale dei titoli fuori dall'Irlanda, ha chiarito che né Dublino né il Lussemburgo dovrebbero agevolare il prossimo rinnovo: "Queste autorità dispongono di strumenti che dovrebbero utilizzare per garantire che queste obbligazioni non vengano rinnovate a settembre". Se ciò accadesse e nessun altro Paese dell'UE accettasse di approvare i titoli, questi non potrebbero più essere venduti nel blocco comunitario.

Higgins ha inoltre criticato apertamente la tendenza dei governi a trincerarsi dietro l'indipendenza dei propri organi di regolamentazione: "Il governo vorrebbe negare ogni responsabilità affermando che l'indipendenza dell'autorità competente significa 'non possiamo fare nulla'. Questa non è una posizione accettabile".

Franz Fayot, deputato lussemburghese del partito di centrosinistra LSAP, ha dichiarato alla conferenza che il suo team ha pubblicato due pareri legali — uno redatto da studiosi dell'Università del Lussemburgo e l'altro dall'Università di Utrecht nei Paesi Bassi — ed entrambi concludono che le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele sono fuori discussione e che l'inazione del Lussemburgo non è un'opzione.

"È inoltre affermato in modo molto chiaro che il Lussemburgo ha ancora oggi la possibilità di agire economicamente attraverso le sanzioni, ma anche di intervenire tramite il suo settore finanziario. Questa è la grande leva di cui disponiamo", ha spiegato Fayot, promettendo un dibattito parlamentare organizzato insieme ai Verdi e al partito Déi Lénk (Sinistra) per presentare proposte di legge concrete.

Elusione politica e cavilli tecnici

Il governo di coalizione di centro-destra del Lussemburgo ha finora risposto alle pressioni con una strategia elusiva. Interrogati in parlamento alla fine di maggio 2026, i ministri si sono rifiutati di chiarire se l'approvazione della CSSF del settembre 2025 comportasse responsabilità internazionali per lo Stato, invocando la totale indipendenza dell'organismo di vigilanza.

La stessa linea è stata mantenuta di fronte alle proteste di piazza. Quando gli attivisti della neonata campagna Stop Israel Bonds hanno manifestato davanti al Ministero delle Finanze, l'ufficio del ministro Gilles Roth si è limitato a rilasciare una nota dichiarando che "la CSSF è l'autorità competente". Una posizione speculare a quella fornita ai giornalisti nel febbraio 2026.

La CSSF, dal canto suo, ha sempre sostenuto che il proprio ruolo sia puramente tecnico e limitato a verificare la completezza, la coerenza e la comprensibilità delle informazioni contenute nel prospetto degli Israel Bonds, specificando che l'approvazione non costituisce un giudizio sulla solvibilità dell'emittente o sul merito finanziario dell'operazione.

I critici considerano questa difesa insostenibile. Parlando con MEE, Anas Obeidat, attivista residente in Lussemburgo e coautore del rapporto, lo ha affermato senza mezzi termini:

"Nascondersi dietro cavilli tecnici non esonera dalle responsabilità. I meccanismi di distanziamento legale e finanziario non possono essere usati come scudo per sottrarsi alle proprie responsabilità per ciò che sta accadendo nei Territori Palestinesi Occupati e per il ruolo del Lussemburgo nel facilitare il finanziamento dei crimini di guerra".

Il paradosso della capitale europea dell'ESG

C'è un'ulteriore dimensione che sta mettendo in forte imbarazzo il settore finanziario del Granducato. Il Lussemburgo ha investito massicciamente per posizionarsi come il polo di riferimento europeo per la finanza sostenibile e gli investimenti ESG (ambientali, sociali e di governance).

Il Fondo pensionistico statale norvegese, la cui lista di esclusione fa da bussola per la comunità ESG globale, ha già disinvestito dalle società legate all'occupazione illegale, seguito da diverse altre istituzioni finanziarie europee. Al contrario, il fondo pensionistico pubblico del Lussemburgo (Fonds de Compensation) continua a investire in diverse società incluse nel database delle Nazioni Unite che elenca le imprese a sostegno degli insediamenti israeliani.

"Il Lussemburgo è il più grande polo ESG d'Europa", si legge nel rapporto, e l'approvazione del prospetto degli Israel Bonds "mette a dura prova, sia a livello reputazionale che politico, questa posizione".

Secondo Shahd Hammouri, un cambio di rotta sarebbe epocale: "Un movimento politico in Lussemburgo che regoli il settore finanziario in modo da rendere impossibile trarre profitto da gravi violazioni in contesti di guerra sarebbe rivoluzionario per l'economia globale".

Scadenza imminente: cosa succederà a settembre?

Secondo alcune fonti, in Lussemburgo si sta preparando una causa contro la CSSF basata sulla presunta mancata protezione degli investitori da rischi non adeguatamente segnalati nel prospetto, ricalcando l'azione legale intentata a Dublino contro la Banca Centrale d'Irlanda prima del trasferimento dei titoli.

La campagna "Stop Israel Bonds", lanciata durante la conferenza di maggio, sta coordinando le pressioni della società civile tra Lussemburgo, Irlanda e l'intera Unione Europea. L'obiettivo esplicito è impedire che, in caso di mancato rinnovo in Lussemburgo, i titoli vengano semplicemente trasferiti in Germania o in un altro Paese compiacente.

La scadenza di settembre 2026 è ormai vicina. Resta da vedere se il governo del Lussemburgo continuerà a dichiararsi impotente o se il parlamento, la società civile e il peso del diritto internazionale imporranno una decisione diversa prima del rinnovo del prospetto informativo.

Come dichiarato a MEE da Martina Patone, coautrice del rapporto: "Quanto scritto in questo documento non è sconosciuto ai governi europei. Mantenerlo nero su bianco servirà a ricordare alle generazioni future ciò che è stato fatto e a smascherare, nel presente, coloro che hanno scelto di non agire".

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LA CIA HA FINANZIATO LA SINISTRA ARCOBALENO: ECCO LE PROVE | Thomas Fazi

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WEC | Le Mans, 4a Ora: la Toyota #8 si prende la vetta con la strategia alternativa

La scelta della Toyota di provare a variare la sua strategia rispetto alla concorrenza, anticipando la prima sosta, sembra iniziare a dare i suoi dividendi, perché allo scadere della quarta ora della 24 Ore di Le Mans davanti a tutti c'è l'equipaggio #8.
Proprio pochi istanti prima delle 20:00, Brendon Hartley ha potuto infatti approfittare del pit stop della BMW #20 per riportarsi circa ...Continua a leggere

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Si accascia a terra mentre lavora in strada, muore operaio 63enne

Campiglia Marittima, 13 giugno 2026 – Si è accasciato a terra mentre stava lavorando in strada. Ed è morto nonostante i tentativi di cure e rianimazione dei medici. Un operaio di 63 anni, di origine albanese, questa mattina, sabato 13 giugno, ha accusato un malore improvviso. E’ accaduto in via Cerrini a Campiglia Marittima. L’uomo, intorno alle 12, è crollato in strada mentre stava lavorando alla segnaletica provvisoria di via Cerrini. 

L’allarme dei colleghi

Il 63enne è stato in poco tempo soccorso dagli operatori del 118 allertati dai colleghi dell’operaio. Sul posto è intervenuta la Croce Rossa di Venturina ed è stato richiesto arrivato anche l’elisoccorso Pegaso. L’operaio è stato defibrillato più volte nel tentativo di far ripartire l’attività cardiaca. Dopo le prime manovre rianimatorie attivate sul posto è stato trasferito in codice rosso all’ospedale Le Scotte di Siena. Le sue condizioni sono rimaste gravissime, fino al decesso. 

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Il marxista più odiato dalla sinistra svela l’inganno dell’Occidente

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Per cinque secoli l’Occidente si è raccontato come sinonimo di civiltà, modernità e progresso.

Tutti gli altri, al massimo, erano il passato da educare, riformare, civilizzare. Prima con le croci, poi con le cannoniere, poi con il libero mercato, il Fondo Monetario Internazionale e i diritti umani caricati sui bombardieri della NATO.

Ma oggi quella favola non funziona più.

L’Occidente è ancora potentissimo, certo. Ha armi, banche, piattaforme, università, fondazioni, media, eserciti e intelligence. Ma non ha più il monopolio della produzione, della tecnica, della forza e nemmeno dell’immaginario.

E allora che succede quando scopre che la Cina può diventare moderna senza diventare occidentale? Che l’Africa può provare a liberarsi senza chiedere il permesso a Parigi? Che l’America Latina può tornare a pensarsi fuori dalla dottrina Monroe?

Ne abbiamo parlato con Carlo Formenti, uno degli intellettuali marxisti più scomodi del panorama italiano. Per Formenti, il problema non è solo l’imperialismo occidentale: è anche il modo in cui una parte enorme della sinistra e del marxismo occidentale si è lasciata colonizzare dal liberalismo.

Andare oltre l’Occidente, allora, non significa fare il tifo per qualcun altro.

Significa smettere di pensare che il mondo debba per forza assomigliare a noi.

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F1, Barcellona: Russell in pole davanti a Hamilton. Leclerc a muro

George Russell conquista la pole position del Gran Premio di Barcellona-Catalunya e lo fa nel momento in cui la Mercedes aveva bisogno di un segnale forte da parte sua. Dopo le cinque vittorie consecutive di Andrea Kimi Antonelli, l'inglese ha risposto con un giro da 1'14679, sufficiente per mettere tutti alle spalle nella Q3 del Montmeló e candidarsi alla ribalta per la gara di domani.Per la Mercedes è anche una qualifica dal valore storico: si tratta della settima pole position consecutiva e della numero 256 per un propulsore realizzato a Brixworth, un traguardo che consente alla Casa tedesca di raggiungere la Ferrari in cima a questa speciale classifica.Russell, apparso decisamente in palla per tutto il weekend, ha commentato così il risultato: Finora è stato un grande weekend. Sono arrivato a questo fine settimana facendo un reset mentale, mi sono subito trovato bene ed è fantastico essere in pole. Domani sarà una gara interessante, Lewis ha fatto un ottimo lavoro per arrivare lì davanti; quindi, sono sicuro che ci sarà battaglia. Domani non sarà facile. Hamilton sfiora il colpoL'unico vero avversario di Russell, almeno nel giro decisivo, è stato Lewis Hamilton. Il sette volte campione del mondo ha portato la Ferrari in prima fila, chiudendo a soli 64 millesimi dalla pole. Un risultato arrivato quasi a sorpresa, soprattutto considerando le difficoltà incontrate durante la terza sessione di prove libere.L'inglese aveva registrato i due migliori settori, perdendo la possibilità di una clamorosa pole solo nei metri finali del circuito: Non ci sentivamo del tutto a nostro agio, nelle FP3 ero a quattro o cinque decimi e pensavo: accidenti, dove troverò quel passo? Questi ragazzi hanno fatto un grande lavoro, complimenti a George, ma siamo in una posizione per lottare domani, quindi proveremo a fare una grande gara. Antonelli terzo, ma più lontanoAndrea Kimi Antonelli partirà dalla terza posizione, a circa tre decimi dal compagno di squadra. Per l'italiano è comunque un risultato importante, anche se per la prima volta dopo Melbourne potrebbe trovarsi nella condizione di dover limitare i danni nei confronti di un Russell apparso particolarmente centrato.Antonelli dividerà la seconda fila con Lando Norris, quarto con la prima delle McLaren. Il campione del mondo non è riuscito a inserirsi nella lotta per la pole, ma resta in una posizione favorevole per una gara in cui la scia e la gestione gomme potrebbero avere un peso rilevante.Kimi ha spiegato così il suo sabato: stato un weekend un po' difficile, non ho avuto davvero feeling con la macchina. Però ieri il passo sul long run era forte, quindi questo è positivo. Cercheremo di fare una buona partenza e di sfruttare al meglio la scia. L'effetto scia sarà forte. Red Bull in terza fila, Piastri in difficoltàAlle spalle di Antonelli e Norris scatteranno le due Red Bull, con Max Verstappen davanti a Isack Hadjar. Una terza fila che tiene il team austriaco in partita, anche se il distacco dalla pole racconta una qualifica in cui la Mercedes ha avuto qualcosa in più sul giro secco.Più complicato il sabato di Oscar Piastri. L'australiano, che dodici mesi fa aveva dominato il fine settimana di Barcellona, questa volta non è riuscito a trovare la stessa efficacia, confermando le difficoltà emerse nel corso del weekend.Leclerc rovina tutto in curva 4La qualifica della Ferrari resta però segnata dall'incidente di Charles Leclerc. Dopo appena un minuto e mezzo dall'inizio della Q3, il monegasco ha perso il controllo della SF-26 in uscita da curva 4, probabilmente dopo aver anticipato troppo l'accelerazione.La monoposto ha avuto il classico effetto pendolo dopo un controsterzo e Leclerc non è più riuscito a riprenderla, finendo violentemente contro le barriere. Il muso è andato distrutto e la sospensione anteriore sinistra ha riportato danni importanti. Per i meccanici Ferrari ci sarà lavoro extra in vista della gara, mentre Leclerc dovrà accontentarsi della decima posizione in griglia. Il resto della Top 10Ottima la qualifica di Liam Lawson, ottavo con la prima Racing Bulls. Il neozelandese è riuscito a portare la vettura del team faentino nella fase decisiva, confermando una buona competitività sul giro secco. Nico Hulkenberg ha chiuso nono, firmando una qualifica solida e portando l'Audi in top ten. Gabriel Bortoleto si è invece fermato al dodicesimo posto, subito davanti alle due Alpine di Franco Colapinto e Pierre Gasly.L'argentino ha preceduto il compagno di squadra per 70 millesimi su una pista dove Alpine si aspettava qualcosa in più, anche alla luce delle caratteristiche della power unit Mercedes montata sulle A526.Nelle retrovieOliver Bearman non è andato oltre il quindicesimo tempo, ma ha comunque confermato di essere il riferimento interno della Haas, precedendo Esteban Ocon. Il francese continua a vivere un momento difficile ed è stato eliminato già in Q1, lontano quasi due decimi dal passaggio al turno successivo.Weekend complicato anche per la Williams. Carlos Sainz e Alexander Albon sono rimasti fuori presto, con lo spagnolo alle spalle di Bearman e Albon soltanto diciottesimo. La sensazione è che il team di Grove stia pagando ancora il sovrappeso delle proprie monoposto, almeno sul giro secco.In coda allo schieramento restano Cadillac e Aston Martin Racing. Sergio Perez e Valtteri Bottas hanno ottenuto il diciannovesimo e ventesimo tempo con le Cadillac, mentre Lance Stroll e Fernando Alonso chiuderanno la griglia con le AMR26.I risultati completi delle qualifiche di Barcellona >>
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Garlasco, la consulenza psichiatrica su Sempio: capacità di intendere e pericolosità sociale

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La Procura di Pavia ha richiesto una consulenza psichiatrica su Andrea Sempio nell'ambito del caso Garlasco, mentre le indagini proseguono fino al 28 settembre 2026 nonostante il 415 bis notificato il 6 maggio scorso. È anomalo? È legittimo? Cosa significa nel concreto?

Ne abbiamo discusso con la dottoressa Claudia Granieri, psichiatra forense esperta in criminologia clinica e direttrice del Centro di Salute Mentale di Sassari, e con Gianluca Lombardi, già investigatore nella sezione omicidi dell'Arma dei Carabinieri e oggi titolare di Eretiko Investigazioni.
I temi al centro della live:

🔍 La differenza tra perizia e consulenza psichiatrica
🔍 I tre quesiti posti al professor Catanesi
🔍 Capacità di intendere e volere all'epoca dei fatti
🔍 Capacità di intendere e volere nell'attualità
🔍 Pericolosità sociale: cos'è davvero e cosa comporta
🔍 Il peso di una consulenza redatta sulle carte
🔍 Cosa succede se l'indagato non partecipa alle operazioni peritali

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DIEGO FUSARO: Assemblea costituente del partito di Vannacci

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FediLUG Italia - salve a tutti

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salve a tutti
pubblico la versione video della puntata odierna di Radiolinux ai seguenti indirizzi

https://peertube.uno/w/xchJEpjVTwvNtkg2WSkDKY

https://youtu.be/4BhEqPUc358

torniamo sulla distribuzione
4Os utilissima per computer datati che possiamo utilizzare anche
per fini aziendali.
inoltre...

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Stasera c’è la Coppa Barontini, la gara più attesa lungo i fossi

Livorno, 13 giugno 2026 – È tutto pronto per la 57ª edizione della Coppa Barontini, la gara remiera notturna che si svolge lungo i fossi medicei.

Le sfide prenderanno il via questa sera con la gara femminile alle 21.15. A seguire, alle 22.30, scatterà la prova maschile. Partenza e arrivo sono fissati alla Fortezza Nuova, come da tradizione.

Anche quest’anno il confronto sembra concentrarsi soprattutto tra Borgo Cappuccini e Venezia, le due sezioni che da oltre dieci anni dominano la competizione. Dal 2022 la coppa è stata vinta dal Borgo, mentre il Venezia resta costantemente tra i primi.

Alla vigilia si sono già disputate le prove della Coppa Edda Fagni: nel femminile ha vinto l’Ovosodo, mentre tra gli juniores successo del Venezia.

La città si prepara quindi a una notte di sport e spettacolo sui canali cittadini, con grande affluenza attesa lungo tutto il percorso.

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Livorno si prepara allo sbarco della Solidaire: attesi 56 migranti, tra cui 22 minori

Livorno, 13 giugno 2026 – Sarà il porto di Livorno a ospitare nella mattinata di domenica l’arrivo della nave Solidaire, con a bordo 56 migranti soccorsi nel Mediterraneo.

L’attracco è previsto nelle prime ore del giorno, con operazioni di accoglienza già in fase di organizzazione. Tra i migranti presenti ci sono 22 minori non accompagnati, tutti di sesso maschile.

Le condizioni generali di salute risultano buone secondo le prime verifiche effettuate dopo il salvataggio, anche se saranno necessari ulteriori controlli una volta a terra.

Domani mattina si terrà una riunione in Prefettura per coordinare tutte le attività legate allo sbarco e alla gestione dell’accoglienza.

L’operazione avviene mentre entrano in vigore nuove norme europee in materia di migrazione, che tuttavia non cambiano nell’immediato le procedure operative già in uso.

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ILARIA SALIS PRENDE LA TESSERA DI PARTITO, IL DEMENZIALE GIOCO DELL'ALTERNANZA CONTINUA

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In questi giorni Ilaria #Salis ha preso la tessera del partito "Sinistra italiana" di Fratoianni e Bonelli. Un doveroso tributo a chi l'ha portata al Parlamento europeo, oltretutto salvandola dal processo che la vedeva imputata nell'Ungheria di Viktor Urban. La vestale della "sinistrash" liberal progressista ha dichiarato, senza perifrasi edulcoranti, che il partito Sinistra italiana rappresenta la vera alternativa alla Destra di Giorgia Meloni.

Alternativa alla destra, badate bene, non al sistema capitalistico. Seguita quindi il demenziale gioco dell'alternanza senza alternativa tra destra e sinistra, ugualmente organiche al turbocapitalismo e alla sua riproduzione sistemica. L'omogeneità bipolare su cui si regge la riproduzione capitalistica, fintamente pluralistica, consiste nel fatto che le masse manipolate si illudono circa l'esistenza di una reale alternativa, quando in realtà si dà soltanto l'alternanza tra due blocchi, Destra e Sinistra appunto, che sono ugualmente funzionali alla riproduzione del sistema turbocapitalistico.



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DIEGO FUSARO: L'Albania protesta contro il Resort dei Trump

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Was Kim Jong-un the real winner from Chinese President Xi Jinping’s visit to North Korea?

Chinese President Xi Jinping’s visit to North Korea this week helped to improve Kim Jong-un’s international standing and gave him a “big strategic win”, analysts said. Pyongyang has become increasingly close to Russia in recent years and has sent thousands of troops to support its war against Ukraine, but Xi’s visit reinforced the long-standing economic and cultural ties between China and North Korea. It was the Chinese leader’s first foreign trip of the year and came less than a month after he...

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Was Kim Jong-un the real winner from Chinese President Xi Jinping’s visit to North Korea?

Chinese President Xi Jinping’s visit to North Korea this week helped to improve Kim Jong-un’s international standing and gave him a “big strategic win”, analysts said. Pyongyang has become increasingly close to Russia in recent years and has sent thousands of troops to support its war against Ukraine, but Xi’s visit reinforced the long-standing economic and cultural ties between China and North Korea. It was the Chinese leader’s first foreign trip of the year and came less than a month after he...

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FediLUG Italia - Ciao Google!

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Ciao Google!
https://kerberos.archathome.eu/ho-abbandonato-google-per-360-giorni-ecco-cosa-e-andato-storto/
#homeserver #linux #selfhosting #arch #nextcloud #immich
@linux @linux@diggita.com

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REGGIO EMILIA, CUCCIOLO DI CAPRIOLO SOTTRATTO AL SUO AMBIENTE: DUE DENUNCIATI

I carabinieri forestali di San Polo d’Enza, nel Reggiano, hanno denunciato due persone per aver sottratto un cucciolo di capriolo al suo habitat naturale. Il piccolo è ora in cura al Cras-Centro Recupero Animali Selvatici ‘Rifugio Matildico’ di San Polo d’Enza. L’intervento è scattato il 9 giugno dopo una segnalazione del Cras stesso. I militari si sono recati a casa di un cittadino nel comune di Vetto, sempre nel Reggiano, dove hanno trovato il cucciolo tenuto in cattività. Dalle indagini è emerso che l’animale era stato prelevato dal bosco il giorno prima da un conoscente dell’uomo, che glielo aveva poi affidato. I due sono stati denunciati con accuse distinte: a chi ha sottratto il capriolo vengono contestati furto aggravato ai danni della fauna selvatica e prelievo illegale di piccoli mammiferi. Chi lo deteneva è chiamato a rispondere invece di ricettazione e maltrattamento di Animali. I carabinieri forestali ricordano che in primavera ed estate è comune trovare cuccioli di capriolo nascosti nell’erba: non sono abbandonati, ma lasciati dalla madre mentre si nutre nelle vicinanze. La regola è non toccarli e allontanarsi. Il contatto umano lascia sull’animale un odore che può indurre la madre a rifiutarlo. Solo in caso di animale palesemente ferito è consentito intervenire, chiamando il Cras territorialmente competente.

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World Cup AI predictor now lets users ask daft what-ifs

The team behind the AI Octopus Euro 2024 predictor has updated its simulator for the 2026 FIFA World Cup, this time allowing users to throw natural-language scenarios at the model and see how the tournament might shake out. "Sensible questions work – a red card, a key injury, a heat wave, a squad switching base camp – but so do the daft ones, e.g. 'What if the tournament were played with rugby rules?'" said Luzmo CTO and co-founder Haroen Vermylen. The system is simple: enter a scenario in a prompt box, and the predictor spits out how the results might go. The raw data includes squad quality based on player information, heat and altitude factors, injury data, and so on. A Monte Carlo simulation of the tournament is used to generate win/lose/draw probabilities, and the score line is derived from 5,000 match runs. The engine behind the Euro 2024 AI Octopus was written in TypeScript. This time around, the team used Rust. "We moved to Rust to also be able to run things more quickly, as now there is a real-time component to this," Vermylen told The Register. "Before it could run for five minutes or so. Now we want the predictions to actually come out within two to three seconds of actual simulation time." OpenAI models parse the request and generate summaries, and an agent is used to create or transform scenarios, call the calculation engine, answer questions, and so on. A user doesn't need to be a data scientist to ask questions and understand the answers. It's certainly rapid, recalculating the results based on suggested scenarios (even one in which we pondered the effect of politically dubious emissions from a certain world leader). Not that all scenarios will work. Vermylen told us that filtering was in place to ignore profanities and "to avoid scenarios that would just be harmful to certain groups." And then there is the age-old issue of an AI parser simply not understanding the prompt. Clarity is key. Using natural language is a great alternative to a UI with settings and sliders, but that ease of use can result in misunderstandings. As the tournament progresses, the data will be refined. At the time of writing, the baseline reckons that Spain will beat England in the final. Spain currently has an 18 percent chance of lifting the trophy and a 26.8 percent chance of reaching the finals. Those figures can, of course, be altered by feeding in scenarios. For example, we asked: "What if the Spanish team eats a bad paella?" Spain's chance of winning the tournament then dropped to 1.5 percent, with France as the projected champion. We also asked it what would happen if we replaced the England team with Register writers. Suffice to say that scenario did not end well. We asked Vermylen what was next. "The Olympics would be nice… or the Eurovision. We'd like to give the United Kingdom a win." ®

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Critical Splunk Enterprise Flaw Lets Attackers Run Code Without Authentication

Splunk has released security updates to address a critical security flaw in Splunk Enterprise that could be exploited to conduct unauthenticated file operations and even remote code execution. The vulnerability, tracked as CVE-2026-20253, is rated 9.8 on the CVSS scoring system. "In Splunk Enterprise versions below 10.2.4 and 10.0.7, an unauthenticated user could create or truncate arbitrary

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Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza

Se ne sono accorti perfino nell'ex Persia.L'Iran infatti ha aggiunto psicologi senior al suo team di negoziatori per rivedere le bozze delle comunicazioni prima che fossero inviate a Trump.Il motivo è semplice: "Riconosciamo che abbiamo a che fare con un individuo mentalmente incapace. Abbiamo fatto lavorare psicologi senior per elaborare un profilo psicologico di quello ...continua a leggere "Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza"
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Approvata l’acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros per 110 miliardi

Il Grande Fratello è sempre più vicino.La Divisione Antitrust del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dato il via libera alla fusione che unirà Paramount (CBS) e Warner Bros. Discovery, colosso che include HBO, CNN, TBS, Food Network, HGTV e lo storico studio cinematografico Warner Bros.Il miliardario della tecnologia e dichiarato sionista Larry Ellison ...continua a leggere "Approvata l’acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros per 110 miliardi"
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La vendita di perdoni di Trump

La clemenza sotto Donaldo non riguarda la giustizia, ma la narrazione e soprattutto il denaro.Il 96% delle concessioni di clemenza di don il Demente sono andate a persone che non rispettavano le linee guida del DOJ. Solo l'1% dei destinatari della clemenza dell'altro coglione Biden ha violato le stesse regole.Reuters ha identificato 290 influencer che ...continua a leggere "La vendita di perdoni di Trump"
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China accuses US of power abuse with expanded blacklist of Chinese firms

Beijing has warned of a resolute response to the Pentagon’s newly expanded blacklist of Chinese companies, accusing Washington of using national security as a pretext to curb the development of Chinese firms. The warning came after the US Defence Department released its updated Section 1260H list on Monday as required by American law, expanding the roster to 188 entities, up from 134 last year. The list names what the department says are “Chinese military companies” operating, directly or...

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China accuses US of power abuse with expanded blacklist of Chinese firms

Beijing has warned of a resolute response to the Pentagon’s newly expanded blacklist of Chinese companies, accusing Washington of using national security as a pretext to curb the development of Chinese firms. The warning came after the US Defence Department released its updated Section 1260H list on Monday as required by American law, expanding the roster to 188 entities, up from 134 last year. The list names what the department says are “Chinese military companies” operating, directly or...

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Why SpaceX may not be a model for Chinese companies to copy

China should not try to copy SpaceX despite the US company’s successful IPO, a leading economist has said. The company raised US$75 billion when it went public on Friday and made its chief executive Elon Musk the world’s first trillionaire. But Shen Yingchun, a professor at Beihang University, told Beijing Daily: “China does not need to and cannot copy SpaceX.” She said “the strength of the US model is efficiency”, using the market to drive down costs and forcing companies to innovate. Shen...

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Chinese team flags life-threatening ‘glaring weakness’ in Nasa’s Artemis programme

In the 21st century race to the moon, there is a question that engineers must ask: what happens when the main engine fails? China and the United States are answering this in contrasting ways. Their answers could reveal the value they place on human life. From the Apollo Lunar Module in the 1960s to Nasa’s new Orion spacecraft for the Artemis programme, the American architecture relies on a single, powerful main engine to do the heavy lifting. On the descent stage, one main engine controls the...

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Una lettera ai cittadini livornesi

Livorno, 13 maggio 2026 – La decisione del consiglio comunale di Livorno viene definita “vergognosa” nell’ultimo comunicato dell’associazione Italia Israele, si torna a fare riferimento all’utilizzo e al significato dei termini “genocidio” e “antisemitismo”. Il presidente dell’associazione livornese Celeste Vichi con un altro comunicato definisce “superficiale” la scelta di porre una targa commemorativa per i bambini vittime della guerra a Gaza e che tale scelta in realtà non sia propedeutica ad un processo di pace, anzi. “Vergognosa” la scelta del consiglio livornese, soprattutto perché avvenuta in maniera unilaterale, con l’avvallo di tutte le forze politiche, sottolinea Celeste Vichi. Questo, si legge ancora nel comunicato, significa una cattiva lettura politica del conflitto in atto, che pone in “solitudine” l’unico stato ebraico del mondo. Ecco il comunicato integrale:

Interveniamo con riferimento all’adozione della mozione adottata in Consiglio Comunale circa l’apposizione di una targa commemorativa dei bambini caduti nei conflitti e con particolare riguardo ai soli bambini palestinesi.

In Consiglio e sulla stampa viene utilizzata a tale proposito la parola “genocidio” con la disinvoltura di chi la brandisce come clava politica. Eppure il genocidio ha una definizione giuridica stringente, codificata dalla Convenzione ONU del 1948 e dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale: richiede la prova rigorosa del dolus specialis, ovvero l’intenzione specifica e deliberata di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.
Viene spesso citato a tale proposito anche lo storico Omer Bartov. Noi vi rispondiamo con i fatti. Il Sudafrica, che ha promosso il procedimento contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, ha dovuto chiedere ben 18 mesi di proroga perché non è riuscito a reperire elementi probatori sufficienti. Il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, pur avendo spiccato mandati di arresto per altre fattispecie, non ha mai formulato alcun capo di imputazione per genocidio a carico di Israele. Se perfino le corti internazionali — che esisterebbero proprio per accertare crimini come questo — non hanno ritenuto di procedere, con quale legittimità lo fate voi?
L’accusa di genocidio rivolta allo Stato ebraico — sorto dalle ceneri della Shoah, il genocidio per antonomasia che sterminò sei milioni di ebrei — non è solo giuridicamente infondata. È una falsificazione storica che offende la memoria dei veri genocidi e dei loro sopravvissuti.

Si fa riferimento «barbarie del genocidio perpetrato dall’esercito del Governo Sionista di Israele». Sono parole che rovesciano la realtà dei fatti. Utilizzando il termine Sionismo ad una accezione negativa anziché un movimento culturale che ha la stessa dignità del Risorgimento italiano.
Israele questa guerra non l’ha voluta. Le è stata imposta il 7 ottobre 2023, quando oltre 1.200 civili — uomini, donne, bambini, anziani — sono stati massacrati nelle loro case, stuprati, bruciati vivi, rapiti da Hamas. È stata quella la vera barbarie: un’operazione terroristica pianificata a freddo, con una ferocia che non ha pari nella storia recente, condotta da un’organizzazione il cui statuto dichiara apertamente la volontà di eliminare lo Stato di Israele che ha lasciato Gaza unilateralmente nel 2006.
Da allora, Hamas continua a combattere da dietro i civili palestinesi — nelle scuole, negli ospedali, nelle aree densamente popolate — usando deliberatamente la popolazione di Gaza come scudo umano. L’esercito israeliano, al contrario, adotta misure di preavviso alla popolazione civile — volantinaggi, telefonate, evacuazioni preventive — che non hanno precedenti nella storia dei conflitti armati. La differenza è netta e incancellabile: da un lato una democrazia che difende i propri cittadini cercando di limitare le vittime civili; dall’altro un’organizzazione terroristica che cerca il martirio della propria popolazione e lo strumentalizza per la propaganda.

Si ricorre con leggerezza ai termini «apartheid» e «pulizia etnica». Sono espressioni che rivelano una radicale ignoranza della realtà israeliana, o peggio, la volontà di distorcerla deliberatamente.
Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. I cittadini arabi — che costituiscono circa il 21% della popolazione — votano, sono eletti, siedono alla Knesset, ricoprono incarichi pubblici, siedono in qualità di giudici persino nella Corte Suprema. Hanno fatto parte dei governi che si sono succeduti nel corso degli anni, compresi esecutivi recenti: il partito arabo Ra’am è stato membro della coalizione di governo fino al 2022. Un arabo-israeliano, non un ebreo, presiede la più grande banca del Paese. Giudici arabi hanno condannato presidenti ed ex primi ministri ebrei. È questo l’apartheid che denunciate?
L’apartheid era un regime di segregazione razziale che negava ai neri sudafricani il diritto di voto, la libertà di movimento, l’accesso all’istruzione e alla sanità. Nulla, assolutamente nulla di tutto questo esiste in Israele. Usare questa parola non è una critica politica: è una menzogna.

La targa che il Comune si appresta a collocare – approvata vergognosamente con l’avvallo anche di una parte dell’opposizione – non sarà «una scintilla che può accendere le coscienze», come sostengono alcuni. Sarà piuttosto il simbolo di una lettura unilaterale e ideologica di un conflitto complesso, una scelta che non favorisce il dialogo né la pace e che rischia di alimentare ulteriormente un clima di ostilità verso l’unico Stato ebraico al mondo.
La scelta ideologica unilaterale dell’amministrazione livornese dimostra tutta la superficialità della tragedia che da 80 anni tra guerre ed attentati si consuma nel Medio Oriente, verità che oggi vede l’integralismo islamico saldato col terrore e che ha portato alla tragedia del popolo palestinese. Gli stessi paesi arabi oggi sono alleati di Israele nel combattere il pericolo dell’Iran.
La memoria deve essere onesta, non selettiva. Se davvero si vogliono ricordare le vittime innocenti, lo si faccia per tutti i bambini travolti da questa guerra, israeliani e palestinesi, nella consapevolezza che la pace non si costruisce attraverso slogan o semplificazioni propagandistiche.

I cittadini hanno il diritto di interrogarsi su questa contraddizione: le stesse forze politiche che oggi sostengono iniziative accusatorie contro Israele sono, in molti casi, le stesse che a livello nazionale non hanno sostenuto la legge di contrasto all’antisemitismo, già approvata dal Senato e proposta al Parlamento Italiano con convinzione dalla nostra Associazione e che costituisce la prima vera legge antifascista dopo le leggi razziali.

«Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei». Quando si sceglie di marciare al fianco di chi nega l’antisemitismo o rifiuta di contrastarlo con adeguati strumenti normativi, si finisce inevitabilmente per rivelare qualcosa di sé e delle proprie priorità politiche.
Noi continueremo a scegliere la strada della verità, della memoria e del dialogo. Ad altri lasciamo la responsabilità delle proprie scelte.

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La TRAGICA SAGA dell'OSCILLOSCOPIO HP 1222A: APRIRLO E' PAZZESCO parte 1 #hp #oscilloscope #series

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DONAZIONI per la GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

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ANNI FA cerca di smontare questo oscilloscopio vintage della HP modello 1222A allo scopo di ripararlo... senza riuscirci.
E' il momento di riprovarci!!!

Sara' una serie ATROCE.

Prima puntata!

*OCCHIO al mio AMAZON SHOP! https://www.amazon.it/shop/asbestomolesto*
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AWS rolls the dice for faster, more efficient networking

Amazon has developed a new networking topology that's up to a third faster and up to 40 percent more energy efficient than traditional hierarchical network designs. The novel architecture, called Resilient Network Graphs (RNG), is based on random graph theory. "Traditional networks have always been hierarchical," explained Matt Rehder, VP of global network engineering at AWS, in a recent interview. "They're sort of like an org chart where one network device will talk to the boss network device which will talk to the next boss network device and you gotta go up the chain of command in order to talk to someone else in another department." There are reasons for that, Rehder said. Hierarchy creates structure and makes data routing rules simpler. "You don't have to know how to talk to everyone in the organization, you just talk to the person above you," he said. But that creates inefficiencies. The tree-like structure creates points of contention where data flow bottlenecks can occur. At the same time, other parts of the network may be underutilized. Rehder said that academics in 2012 proposed a random graph topology for networks. But that design, as detailed [PDF] by Amazon researchers, had issues. The reimagined network structure, dubbed Jellyfish, relied on truly random graphs and called for removing routers from server racks and locating them centrally to simplify cabling. But that approach ended up increasing latency between servers within a rack. Rehder said no one has been able to put that design into production. "It requires much more complicated routing rules to figure out how to program every device – you can't just program every device to know who everyone is, they have limited memory space," he said. "And then the other [issue] is that the cabling actually is very complicated. Part of that hierarchy is about simplifying how you build the network in the datacenter and with a random graph it's literally random and you can't just have cable spaghetti all over a datacenter. So you could build it in a lab but you could never really do it at scale." Nonetheless, said Rehder, AWS has been solving these problems over the past few years. "The only reason we were able to even think about tackling them is that 15-year history of iteratively improving our hardware development and software ownership of our network," he said. Less random Inspired by other academic networking research, AWS managed to succeed with random network topology by making it not entirely random. RNG relies on a flat graph where routers interconnect through a mix of deterministic and randomized cabling. RNG began taking shape three years ago when Seshadhri Comandur, an Amazon Scholar and professor at the University of California, Santa Cruz, answered an internal Slack message from Ratul Mahajan, a fellow Amazon Scholar, datacenter networking expert, and professor at the University of Washington, who was looking for an expert on graph theory and routing. With help from AWS principal applied scientist Giacomo Bernardi and other colleagues, AWS has become the first company to deploy a flat datacenter network at scale. AWS expects the technology will offer better performance and reliability for Amazon customers while also saving billions of dollars in hardware and reducing CO2 emissions. The reimagined network structure was referred to as Penrose internally because the original design involved Penrose tiles. But as the project evolved, AWS settled on Resilient Network Graphs "to reflect the customer benefit and that primarily is a more resilient and performant network," as a company spokesperson put it. RNG relies on a routing algorithm called Spraypoint to identify node paths and an optical device called a Shufflebox for mixing connections between routers. Rehder said the Shufflebox is one of the pieces of magic that makes RNG work. "In a random graph network you don't have that hierarchical structure where you can have all the cables neatly aligned," he explained. "So how do you do that? How do you basically make a random network feel more structured? Well, you have the Shufflebox and the idea is that you plug fiber in here and inside of this it will randomize or basically scramble the fiber. So the ports you plug in get scrambled around and come out on some random port around the other side." RNG is AWS's new network for its core database servers. Machine learning hardware uses the company's UltraServer network, because the machine learning workloads need full bandwidth. "The core server networks can be oversubscribed more efficiently," said Rehder. "Everyone's not talking to each other at the same time." RNG has been rolled out in Ireland, Germany, and Spain, and the plan is to deploy it in the majority of company datacenters by the end of the year. ®

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RINALDI: "PARLERÒ A VANNACCI DI OBBLIGO VACCINALE E LIBERTÀ. VOGLIAMO RISPETTO PER LA COSTITUZIONE"

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Oggi a Roma Futuro Nazionale tiene la propria assemblea costituente. I numeri del partito del generale Roberto Vannacci sono quelli di un movimento che in quattro mesi ha già cambiato gli equilibri del centrodestra: 94.000 iscritti, più della Lega ferma a 60.000, e consensi che nei sondaggi si attestano stabilmente tra il 4,6 e il 4,8%, a un soffio dal Carroccio. Tra gli ultimi arrivi, l'ex eurodeputato Antonio Maria Rinaldi, ufficializzato nella squadra di Vannacci la settimana scorsa a Viareggio.

Sono già tante le domande che si fa l'elettorato su quello che sarà il programma di Futuro Nazionale. Dagli spalti dei "delusi" dal governo, particolare curiosità c'è sui punti considerati non sufficientemente portati avanti dagli altri partiti del centrodestra. Uno di questi è il tema dell'obbligo vaccinale. Il generale non ha mai fatto mistero della propria posizione: lo ha definito un provvedimento sbagliato, ha detto di averlo "tollerato estremamente male" e ha chiesto che chi lo ha imposto "ne risponda". Una posizione che ha attirato verso il partito una quota consistente dell'elettorato più critico sulla gestione della pandemia, che però non trova ancora conferme su quella che sarà in merito la linea del nuovo partito. Rinaldi, intervistato da Fabio Duranti in diretta, ha anticipato i due assi programmatici che porterà in assemblea: la supremazia della Costituzione italiana sui trattati europei e la revisione sostanziale di Maastricht.

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Can America sustain a war with China? New reports raise questions

The United States can launch stealth bombers across continents, track missiles from space and deploy forces anywhere on the planet. But as the nation approaches its 250th birthday next month, studies suggest a more basic question demands attention in Washington: can the military reliably fuel, sustain and connect those forces in a crisis? From the skies to orbit, two new reports point to vulnerabilities in critical pillars of US power projection at a time of intensifying strategic competition...

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Storia esoterica d’Italia: dalle origini pitagoriche al Novecento

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Quando pensiamo all’Italia, l’immaginario globale evoca immediatamente due concetti: la classicità dell’Impero Romano e il cuore pulsante del Cristianesimo cattolico. Eppure, sotto le navate delle basiliche, dietro le facciate dei palazzi rinascimentali e nelle piazze delle nostre città, scorre un fiume sotterraneo e ininterrotto che racconta un’altra storia. L’Italia non è stata soltanto la culla del potere papale, ma è stata, per oltre due millenni, il più grande laboratorio alchemico, magico e filosofico dell’intero Occidente. La storia esoterica d’Italia è una contro-storia dell’anima europea. Dalle scuole misteriche dell’antichità alle accademie segrete fiorentine, passando per i poeti medievali e i circoli

L'articolo Storia esoterica d’Italia: dalle origini pitagoriche al Novecento sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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NHS patients can't opt out of Palantir's data platform – but their hospital can

Patients in England cannot stop their data being processed by the Palantir-built NHS Federated Data Platform (FDP), but individual NHS trusts can choose not to use it, health minister Preet Kaur Gill has told MPs. The minister, who was appointed last month to cover health innovation and safety, told fellow Labour MP Neil Duncan-Jordan that patients can only opt out of secondary uses of data such as planning and research. On the main opt-out mechanism, she said: "The National Data Opt-Out does not currently apply to products used in the NHS FDP. In most cases, this is because data is being used for the purpose of direct care." Last month, NHS England confirmed it had changed policy so some Palantir staff can access identifiable patient data through a new "admin" role. A briefing document seen by The Financial Times and confirmed by The Register warned that granting access could create a "risk of loss of public confidence" in NHS England's assurances about safeguarding patient data. Answering a separate question from Labour MP Rachael Maskell, Gill confirmed that NHS trusts running hospitals, mental health and other services can opt out. "Where NHS organizations would like to use alternative solutions, they retain the ability to procure locally, provided solutions meet applicable standards and support the delivery of national priorities," she said. According to NHS England statistics, 168 of 214 NHS trusts have signed up to use the FDP, with 123 live and 80 reporting benefits. All but one of England's 42 integrated care boards, Greater Manchester, have also joined. Palantir's role in the FDP, which followed similar pandemic-era work for NHS England, has become increasingly contentious. Last week, Parliament's Science, Innovation and Technology Committee said the NHS should end Palantir's involvement, and MPs have tabled 40 written questions about the supplier, which also works for intelligence agencies and US Immigration and Customs Enforcement (ICE), in the last month. Responding to a question from Labour MP Mark Sewards, Gill said the government will decide this year whether to extend Palantir's current FDP contract beyond its February 2027 expiry. She noted the program was among just 14 percent of major government projects to get a green rating from the National Infrastructure and Service Transformation Authority, "indicating that the NHS FDP is on track." In a further answer to Neil Duncan-Jordan, Gill said the contract includes an exit management process covering intellectual property rights. "In addition, the contract includes controls to support transition and continuity of services in the event of termination, ensuring that operational delivery and patient services are protected," she said. "In principle, another supplier could provide equivalent functionality in the future," Gill added, signaling that even if Palantir's contract is not renewed, the government wants to retain the FDP. "It would take planning, time, and resources to run a compliant procurement and then move services and data across safely." ®

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Re: AIS and APRS disappear in menu .

On Sat, Jun 13, 2026 at 12:05 AM, EA5TB - Luis wrote:
Hi Again. 
 
I tried to perform apt remove and again install direwolf but didn't noticed any fix. 
 
 
The answer is staring you in the face from your last screenshot. You just need to read it.
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50 Alfa al via e tre in testa: la 1000 Miglia 2026 è nel segno del Biscione

Mentre la 1000 Miglia lascia alle spalle la Città Eterna e punta verso Rimini, entrando nelle giornate decisive della sua 44 rievocazione storica, c'è un marchio che continua a comparire con impressionante frequenza lungo tutto il percorso. Alfa Romeo, presente con ben 50 vetture al via e ancora una volta protagonista di quell'intreccio unico tra storia, passione e cultura automobilistica che rende speciale la Freccia Rossa. Un'eredità storica imbattuta Non potrebbe essere altrimenti. La Casa del Biscione e la 1000 Miglia condividono infatti una storia lunga quasi un secolo, fatta di undici vittorie assolute conquistate tra il 1928 e il 1957, un record ancora oggi imbattuto. Un'eredità che continua a vivere ogni anno sulle strade della rievocazione. La 1900 Super Sprint guidata dai Subsonica Tra le Alfa più ammirate dell'edizione 2026 c'è la 1900 Super Sprint del 1956 proveniente dall'Heritage Hub di Stellantis e abitualmente esposta al Museo Storico di Arese. Carrozzata da Touring, è una delle granturismo italiane più eleganti degli anni Cinquanta: proporzioni impeccabili, motore quattro cilindri bialbero da due litri e quella capacità, tipicamente Alfa Romeo, di coniugare sportività e raffinatezza. A renderla ancora più speciale è l'equipaggio. Al volante si alternano infatti alcuni componenti dei Subsonica, protagonisti di una collaborazione con il marchio avviata nei mesi scorsi. Un incontro tra due realtà torinesi che condividono carattere, personalità e una forte identità italiana. Il dominio delle Alfa Romeo 6C 1750 in classifica A conferma di quanto il legame tra Alfa Romeo e la 1000 Miglia sia ancora oggi fortissimo, basta dare un'occhiata alla classifica provvisoria della rievocazione 2026. Al comando della gara di regolarità figurano infatti tre Alfa Romeo 6C 1750, il modello che più di ogni altro incarna l'epopea sportiva del Biscione. Fra queste spicca la 6C 1750 SS del 1929 di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, plurivincitori della Freccia Rossa e autentici specialisti della manifestazione, ancora una volta protagonisti nelle posizioni di vertice. Il debutto della Giulia Quadrifoglio Luna Rossa La presenza del Biscione alla 1000 Miglia non guarda però soltanto alle vetture del passato. Al seguito della carovana trovano posto anche diversi modelli della gamma attuale, tra cui la Giulia Quadrifoglio Luna Rossa, serie speciale realizzata in appena dieci esemplari e già interamente venduta. La 1000 Miglia è stata scelta come palcoscenico per il suo debutto dinamico, con Santo Ficili, CEO di Alfa Romeo e COO di Maserati, al volante.
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XP-era Windows spotted haunting London's driverless railway

BORK!BORK!BORK! We're big fans of retro computing here at Vulture Central, and so it is with a certain delight that we can report XP-era Windows has been spotted disgracing itself on London's Docklands Light Railway. Spotted by Register reader Tim Hayward, the wonderfully named DaisySignApp.exe has thrown up an application error. While the Windows shell might be shorn of all of XP's fripperies, the Recycle Bin icon hints at the operating system's origins. Hayward reckoned that XP was stalking the DLR, but it could also be Windows Server 2003. Support for Windows Server 2003 finally ended in 2015. XP was sunset in 2014, so the DLR display is rather out of date. Then again, as any IT administrator would admit, if something isn't broken, there's no point fixing it, no matter how much Microsoft would encourage them to. In this case, it is unlikely that the operating system is at fault (although one could argue that it should handle a misbehaving application more discreetly), and DaisySignApp.exe should be dealing with its own dirty laundry rather than throwing an exception in commuters' faces at Limehouse station. Limehouse connects London's Docklands Light Railway (DLR) to the UK's National Rail services. It was one of the first DLR stations and predates the borked operating system by more than a decade. Indeed, at the time of the DLR's opening in 1987, Microsoft was preparing to inflict Windows 2.0 upon the world – the delights of later versions and the company's GUI dominance were still a few years in the future. The DLR also seemed like a glimpse into the future back in the 1980s. However, a fair chunk of its underpinnings, such as formerly disused railway viaducts, hark back to an earlier era. Anyone looking at today's iteration of Windows might wonder how much of it dates back to what's on display at Limehouse. ®

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FOGGIA, ESTORSIONE DOPO FURTO DI CAVALLI: TRE IN CARCERE

I carabinieri della compagnia di San Severo (FG) hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’Ufficio Gip del Tribunale di Foggia su richiesta della locale Procura, nei confronti di tre persone accusate, a vario titolo ed in concorso tra loro, del reato di estorsione aggravata. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia e condotta dalla Sezione Operativa del Nucleo Operativo e Radiomobile di San Severo con il supporto della Stazione Carabinieri di Serracapriola, e’ scaturita dal furto di due cavalli, avvenuto nell’ottobre 2025, nelle campagne di Serracapriola, piccolo centro dell’Alto Tavoliere. A seguito della denuncia, uno dei proprietari degli animali sarebbe venuto in contatto con un uomo che, offrendosi come intermediario in grado di favorire il recupero dei cavalli, avrebbe prospettato, quale condizione indispensabile per la loro restituzione, il pagamento di una somma di denaro pari a 5.000 euro. Le vittime, temendo di perdere definitivamente gli animali, avrebbero avviato una trattativa sul prezzo da corrispondere, culminata nella definitiva consegna di 3.250 euro. L’attivita’ investigativa – riferiscono gli inquirenti – ha consentito di documentare con esattezza tutte le fasi della vicenda, dalla pretesa estorsiva alle modalita’ concordate per la restituzione degli animali, fino all’individuazione del luogo in cui erano custoditi. I militari, inoltre, hanno monitorato l’incontro organizzato per lo scambio del denaro e la restituzione dei cavalli, intervenendo dopo l’avvenuta consegna. Nel corso dell’operazione, i Carabinieri hanno recuperato parte della somma versata dalle vittime, rinvenendola nella disponibilita’ di uno degli indagati.

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Nicolò e Gabriele, gli amici di 23 anni morti all’Elba: la vacanza appena iniziata e il tragico incidente in scooter

Isola d’Elba (Livorno), 13 giugno 2026 – Erano da poco sbarcati dal traghetto a Portoferraio, pronti a godersi i primi giorni di vacanza, ma quel viaggio tanto atteso si è trasformato in una tragedia che sconvolge. Un incidente stradale che è costato la vita, nella prima serata di venerdì 12 giugno, a due ragazzi di appena 23 anni. Le vittime sono Nicolò Guazzelli, nato a Massa e residente a Pietrasanta, e Gabriele Seragini, nato a Pietrasanta e residente a Seravezza.

https://www.iltelegrafolivorno.it/cronaca/incidente-mortale-elba-eg3fq2hx

L’incidente con lo scooter a noleggio

Non erano ancora le 19. I due ragazzi avevano preso a noleggio uno scooter a Portoferraio. Insieme erano saliti in sella, diretti verso la zona di Campo nell’Elba. Il viaggio, però, si è interrotto bruscamente in via dell’Acquedotto a Marina di Campo, sulla strada che costeggia l'aeroporto della Pila.

La curva dove è avvenuto il tragico incidente stradale

Lo scontro con l’auto

Per cause che i carabinieri della stazione di Portoferraio e la polizia municipale stanno ancora cercando di accertare con precisione, lo scooter con a bordo i due giovani si è scontrato frontalmente con una Kia. A bordo dell'auto si trovava una famiglia di Novara (padre, madre, due figli e la nonna), rimasta sotto choc a causa dell'impatto. 

https://www.iltelegrafolivorno.it/cronaca/incidente-mortale-isola-delba-gpvrz6bx
Nicolò Guazzelli, 23 anni

I soccorsi disperati

Uno dei due ragazzi è morto sul colpo, l’altro successivamente in conseguenza delle gravi ferite riportate. Imponente la macchina dei soccorsi che è stata mobilitata. Presente l’équipe medica della Pubblica Assistenza di Campo nell’Elba e del Santissimo Sacramento di Portoferraio. E’ stato fatto levare in volo anche l’elisoccorso Pegaso 3. 

Sul luogo del disastro, data la gravità dell'accaduto, è intervenuto personalmente anche il sindaco di Campo nell'Elba, Davide Montauti. La notizia ha fatto immediatamente il giro dell'isola e, nel giro di poche ore, ha raggiunto la Versilia, dove risiedono le famiglie di Nicolò e Gabriele. 

Le due salme sono a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sul posto sono intervenuti per i rilievi i carabinieri di Campo nell’Elba e poi quelli del nucleo radiomobile di Portoferraio. 

Nicolò, il padre autista della squadra di calcio

Nicolò Guazzelli, 23 anni, era residente a Pietrasanta. Il padre Luca è un autista di scuolabus e del Asd Seravezza Pozzi Calcio, molto conosciuto in Versilia. Il presidente della squadra Lorenzo Vannucci “esprime il più profondo cordoglio e la più sincera vicinanza alla famiglia di Luca Guazzelli, autista della società, per la tragica scomparsa del figlio. In questo momento di immenso dolore, il pensiero della società va all’amico Luca e ai suoi familiari, ai parenti e a tutte le persone che hanno voluto bene a un ragazzo che inseguiva la vita in vacanza con gli amici, condividendo il loro lutto con affetto e partecipazione. Il Seravezza Pozzi Calcio si stringe con commozione attorno alla famiglia Guazzelli, porgendo le più sentite condoglianze e un abbraccio sincero in un momento così difficile”.

Gabriele Seragini, 23 anni

Gabriele, promessa del pugilato

Lutto nel mondo del pugilato versiliese. Gabriele Seragini era un pugile che si allenava nella palestra di Stiava, frazione del comune di Massarosa. “Una notizia tristissima – commentano dalla palestra in un post su Facebook –. A causa di un incidente stradale mentre si trovava in vacanza all’isola d’Elba è deceduto Gabriele Seragini, un nostro pugile e bravissimo ragazzo”. “È stato per diverso tempo un nostro agonista – scrive Niccolò Bresciani, maestro di pugilato – L’ho allenato, ho condiviso molto con lui. La società Boxe Pietrasanta si unisce al dolore dei suoi familiari e amici. A lui mandiamo un pensiero e lo ricordiamo come un ragazzo solare, un atleta di talento”. 

Pietrasanta, annullata partita del Torneo delle contrade

La Contrada Africa Macelli del Carnevale di Pietrasanta comunica che a seguito della morte dei due ragazzi “nostri tifosi e contradaioli”, stasera è stata annullata la partita del Torneo delle contrade. “Non ci sono parole per notizie come queste, solo dolore e tristezza. Ci striamo alle loro famiglie per la tragica scomparsa”. 

Il dolore a Pietrasanta: “Mancano le parole”

"Davanti a una tragedia così mancano davvero le parole – il cordoglio del Comune di Pietrasanta e del sindaco Alberto Stefano Giovannetti –. So bene che in momenti come questo non c’è modo di portare consolazione o di alleviare un dolore così straziante per i genitori, i parenti e gli amici. A nome di tutta la città di Pietrasanta e dell’amministrazione comunale voglio esprimere la nostra vicinanza più sincera ai familiari di Nicolò e Gabriele, uniti anche dalla passione per una delle nostre contrade del Carnevale, l’Africa Macelli. Un pensiero anche alla comunità di Seravezza, colpita insieme a noi da questo dramma”. 

Il Comune di Seravezza: “Dolore e vicinanza”

Anche Seravezza esprime profondo dolore per quanto accaduto. “Il sindaco Lorenzo Alessandrini – si legge in una nota – e tutta l’amministrazione comunale esprimono profondo cordoglio alle famiglie Seragini e Guazzelli per la tragica scomparsa dei giovanissimi Gabriele e Niccolò. L’amministrazione comunale rinnova grande vicinanza e partecipazione a questo immenso dolore che accomuna due famiglie e due comunità”.

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CINA, GOVERNO AVVERTE: “TARTARUGHE-SPIA RUBANO SEGRETI MILITARI”

Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.

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Siamo tutti in pericolo: altro accoltellamento casuale

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Nel Regno Unito un afghano ha accoltellato al collo, prendendola da dietro e alla sprovvista, una ragazza scelta casualmente tra le passanti. Ormai è guerra santa. E i bersagli siamo noi.

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Vertice Russia-ASEAN 2026: gli artefici di un nuovo modello di sviluppo globale in un mondo multipolare

 

 

di Michele Merlo


Dal 17 al 19 giugno 2026 si terrà a Kazan il quinto vertice Russia-ASEAN, in occasione del 35° anniversario dell'instaurazione delle relazioni commerciali ed economiche tra la Federazione Russa e l'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. All'evento parteciperanno i capi di Stato e di governo dei paesi dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e, con ogni probabilità, anche il presidente russo Vladimir Putin. Questo incontro costituirà una tappa fondamentale nella definizione di un nuovo modello di sviluppo globale, in grado di rispondere alle esigenze progressive di un mondo multipolare in un contesto di rapida trasformazione dell’economia mondiale.

Il partenariato tra la Russia e l’ASEAN vanta una lunga storia: 35 anni di interazione economica ininterrotta creano una solida base per la cooperazione strategica. L’ASEAN è un’organizzazione intergovernativa regionale fondata nel 1967. Ne fanno parte 11 paesi: Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Filippine, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar, Cambogia e Timor Est. Il territorio di questi Stati conta oltre 670 milioni di abitanti e il PIL complessivo raggiunge quasi i 10.000 miliardi di dollari. Si tratta di una delle regioni in più rapida crescita al mondo. Il vertice di Kazan è chiamato non solo a confermare questa solida base, ma anche a dare nuovo slancio alla cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti, della sicurezza e dello sviluppo sostenibile. La portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Maria Zakharova, ha dichiarato al Forum economico di San Pietroburgo: «Il vertice Russia-ASEAN di giugno indicherà al mondo la via verso il futuro». Secondo lei, questa via è direttamente collegata alla multipolarità e alla policentricità delle relazioni internazionali.

 

La priorità chiave del vertice sarà il Nuovo piano di cooperazione 2026-2030, che definirà le priorità dell’interazione della Russia con i paesi del Sud-Est asiatico per i prossimi anni nei seguenti ambiti:

- Rafforzamento della cooperazione globale tra la Russia e l’ASEAN;

- Definizione di nuovi contorni di interazione in formati bilaterali e multilaterali;

- Garanzia di un approfondimento dell'interconnessione economica;

- Risposta congiunta alle sfide della sicurezza regionale.

 

Gli orientamenti a lungo termine del partenariato in materia di politica, sicurezza, economia, scienza e cultura contribuiscono a stabilizzare le turbolenze in un contesto internazionale caotico. Particolare attenzione sarà dedicata alle questioni economiche nel contesto della trasformazione dell’economia mondiale, dove i paesi dell’ASEAN dimostrano «un fantastico modello di cooperazione basato sul rispetto reciproco degli interessi». Gli Stati dell'ASEAN sono stati tra i primi a dimostrare un formato unico di cooperazione, che tiene conto degli interessi di ciascun partecipante e apporta benefici sia ai singoli paesi che all'intera regione.  I paesi hanno abbandonato la logica del «chi è più forte ha ragione», concentrandosi invece sulla creazione e sulla ricerca di soluzioni alle sfide globali attraverso lo sviluppo di una rete di centri di influenza su un piano di parità. Il forum d’affari “a margine” dell’evento creerà una piattaforma per l’interazione diretta tra imprese, investimenti e progetti concreti nel campo del commercio e della cooperazione tecnologica. La Russia offre ampie opportunità ai rappresentanti della comunità imprenditoriale straniera, tra cui l’accesso a un mercato ampio e stabile, catene logistiche vantaggiose, nonché lo scambio di tecnologie nei settori dell’IT, dell’energia, della logistica, dell’industria farmaceutica, del complesso militare-industriale e in altri settori.

Il quinto vertice Russia-ASEAN a Kazan costituirà una tappa importante nella formazione di un nuovo modello di sviluppo globale, in cui la multipolarità e la policentricità non sono solo concetti, ma principi pratici delle relazioni internazionali, dimostrando un percorso progressista verso la prosperità comune, basato sul rifiuto della logica del dominio e creando un'alternativa a un mondo “fondato sulle regole”… del bullismo.

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Alberto Negri: "La Signora Meloni mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia o all'Iran vanno bene e ad Israele no?"

 

"Storia in diretta" di Loretta Napoleoni

con Alberto Negri, 13 giugno 2026

 

 

C'è un momento, in questa intervista per l'AntiDiplomatico di Loretta Napoleoni, in cui Alberto Negri – inviato di guerra per quarant'anni – dice una cosa che farebbero bene a tenere a mente tutti i nostri «deliranti commentatori»: «A me la lacrimuccia non scappa. Mi scappano altre considerazioni». Il bersaglio grosso, all'inizio, è Donald Trump. Negri lo definisce senza mezzi termini: «Un neuropatico» che una volta dice una cosa e due ore dopo ne dice un'altra. «Stiamo parlando in una situazione in cui il più importante leader del mondo non è in grado di essere presente a se stesso», taglia corto. E poi l'affondo: «Un uomo disperato, sull'orlo di una crisi di nervi».

Le radici del disastro: Obama e Hillary Clinton

Ma attenzione, precisa Negri: «Il neuropatico Trump è il prodotto di quello che è successo prima». E qui il mirino si sposta su Barack Obama, definito «un incapace totale, una delle più grosse disgrazie che siano capitate ai democratici. Ha fomentato le primavere arabe, li ha condotti in guerra, non è stato capace di sistemare l'Iraq, ha allargato il conflitto alla Siria». Poi la stoccata finale su Hillary Clinton che nel 2011, da segretaria di Stato in visita alla Farnesina, «ridacchiava sgangheratamente» annunciando: «Lo andremo a prendere e lo faremo fuori», riferendosi a Gheddafi.

Altro punto cruciale dell'intervista è la denuncia del doppio standard occidentale. Negri smonta l'ipocrisia con un esempio secco: «La signora Meloni ha giustificato il fatto di non aderire a una sospensione dell'accordo di associazione di Israele all'Unione Europea perché dice non si può punire un intero popolo. Benissimo, ha ragione. Però mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia vanno bene, perché le sanzioni all'Iran vanno bene, perché là non ci sono dei popoli o ci sono dei governi o dei regimi secondo lei, ma non ci sono dei popoli». Due pesi e due misure.

Gaza, Libano, Cisgiordania: l'Europa che non c'è

Poi c'è Gaza, il Libano, la Cisgiordania. Non statistiche. Persone che muoiono senza medicine, con le bende tagliate a metà. E un'Europa che, secondo Negri, ha perso ogni influenza. Colpevoli? «La Germania, che ha voluto l'allargamento dell'UE solo per motivi economici. La Francia, che in Libia si è comportata in maniera criminale». Il bilancio, per l'Occidente, è spietato: «I tedeschi non hanno vinto la Prima Guerra Mondiale, hanno perso la seconda e perdono anche la terza, quella che combattiamo tutti noi europei adesso».

L'affondo finale è sul cosiddetto «Board of Peace» di Trump: «Due ubriaconi come Milei e Orbán che si abbracciavano cantando 'Blueberry Hill' di Elvis Presley. Questo è il livello che ci assicura Trump».

 

GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA:

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Il Ministro della Difesa britannico si dimette in polemica sulla spesa militare

 

di Francesco Fustaneo

 

I nodi vengono sempre al pettine. Oltremanica, gliannunci di incremento della spesa per gli armamenti, spinti dai nuovi target della NATO, si sono infranti contro il realistico muro dei conti pubblici da mantenere in ordine. Perché se investi maggiori somme per finalità belliche – poco importa se le chiami “difesa” – da qualche parte devi operare dei tagli, e non sempre è possibile.

Si può riassumere così la motivazione che ha portato il ministro della Difesa del Regno Unito, John Healey, a dimettersi improvvisamente giovedì, in aperto disaccordo con il governo sulla futura spesa militare. Le sue dimissioni gettano nuovi dubbi sulla tenuta dell’esecutivo presieduto dal primo ministro Keir Starmer, già indebolito da sconfitte elettorali e malumori interni al partito.

Nella lettera di dimissioni, Healey ha dichiarato che il piano di investimenti per la difesa fino al 2035 è “ampiamente insufficiente” in un periodo di crescenti minacce globali. Ha accusato il Tesoro di essere “riluttante” e il premier di essere “incapace” di garantire le risorse necessarie, sottolineando che gli aumenti previsti entro il 2030 sarebbero “trascurabili” rispetto agli impegni già presi per il 2027.

Oltre a Healey, apprendiamo dalla stampa inglese che si sono dimessi anche il ministro delle Forze Armate, Al Carns, e la consigliera Pamela Nash. Al suo posto, Starmer ha nominato Dan Jarvis, un ex ufficiale dell’esercito.

Le dimissioni arrivano mentre il Regno Unito è sotto pressione per adeguarsi ai nuovi target della NATO, che chiedono agli alleati di spendere il 3,5% del PIL in difesa entro il 2035. A complicare il quadro, la scarsità di risorse pubbliche e il braccio di ferro tra ministeri: Energia, ad esempio, spinge per non tagliare gli investimenti sul clima a favore della difesa.

Per Starmer, già in difficoltà dopo le sconfitte elettorali e le voci di una possibile sfida alla leadership (con il sindaco di Manchester, Andy Burnham, in attesa di un seggio parlamentare), la perdita di un fedelissimo come Healey rappresenta un duro colpo. L’ex ministro godeva di ottimi rapporti con gli alleati europei, in particolare con il collega tedesco Boris Pistorius.

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Citroën Visa, le serie speciali

La Citroën Visa, introdotta sul mercato nel 1978, è una vettura controversa, quasi dimenticata o perlomeno trascurata, dalla gestazione travagliata ma dalle molte qualità e un design al quale il tempo sta rendendo giustizia. Intendiamoci, non è di certo un capolavoro - e del resto in casa Citroën ci sono delle icone inarrivabili - ma, soprattutto in alcuni allestimenti, ha dato prova di essere più di un’umile utilitaria senza pretese, sfoggiando interni di lusso oppure assumendo look aggressivi confortati da prestazioni che l’hanno portata anche nei rally.

La prima di tutte

La versione "Carte Noire" è stata la prima edizione limitata (2.500 esemplari) basata sulla Visa, presentata nel settembre 1978 e basata sull’allestimento Super, il top di gamma. Gli elementi distintivi, oltre al colore nero con profili dorati lungo le fiancate e sui montanti posteriori, erano i paraurti anch’essi neri, rispetto al normale grigio, i cerchi dorati con coprimozzi cromati e il logo "Carte Noire" posizionato sul portellone posteriore. Di gran lusso gli interni, con i sedili di similpelle di colore beige (un materiale Citroën chiamato Boxline) dotati di poggiatesta, un’autoradio Blaupunkt, cruscotto di plastica anziché di tessuto e la decalcomania “Carte Noire” sul posacenere. Il motore era unicamente il quattro cilindri di 1.1 litri e 57 CV. 

Cambia il colore della riga

Commercializzata tra il 1980 e il 1981 è invece la versione “Noire filet rouge” che, come suggerisce il nome, si caratterizza per una scelta cromatica che riprende quella della “Carte Noire” ma con i profili rossi. Anche l’allestimento è il medesimo, quindi ritroviamo gli interni di similpelle “Boxline” ma i sedili anteriori qui sono privi dei poggiatesta e la dotazione di serie è meno ricca, anche perché non viene prodotta in serie limitata ma resa disponibile come opzione su tutta la gamma di serie. Per questo motivo poteva essere abbinata anche alle altre motorizzazioni presenti a listino.

Voglia di mare

Sempre nel 1980 viene presentata quella che, per correttezza filologica, è l’effettiva seconda serie speciale della Visa. Si chiama “Sextant”, s’ispira ad atmosfere marinare e presenta una livrea molto complessa da realizzare tra mascherature e adesivi: su una base color bianco Meije venivano infatti aggiunte le parti in Blu Azurite, mentre i cerchi erano bianchi con coprimozzi cromati e sui parafanghi anteriori era riportato il logo “Sextant”. Anche i paraurti erano colorati, di blu, mentre non erano presenti le modanature laterali e gli interni riprendevano le stesse tonalità della livrea, con sedili in tessuto Blu Cenere. Come sulla “Carte Noire”, il cruscotto era di plastica, c’era la predisposizione per l’autoradio e il tergicristallo posteriore e, essendo basata sull’allestimento “Super”, montava il motore 1.1 litri da 57 CV. Ne furono realizzati 2.000 esemplari, principalmente per il mercato francese.

Super con la X

Oggi è una delle versioni più rare benché sia stata prodotta in 3.500 esemplari tra l’estate del 1980 e il 1981, facendo da ponte al restyling del frontale della Visa che, in qualche modo, viene qui anticipato. Sei i colori disponibili: Beige Colorado, Blu Regatta metallizzato, Rame Tammela metallizzato, Nero Argento, Rosso Geranio e Verde Iroise metallizzato. Solo per alcuni di essi erano previsti paraurti anteriori e posteriori in tinta carrozzeria, mentre tutte le “Super X” avevano uno spoiler anteriore, una decorazione adesiva nera sul pannello laterale posteriore e lo specchietto retrovisore esterno destro. Molto caratteristici gli interni di tessuto a righe, abbinati al colore esterno: arancione/marrone, blu/nero o due toni di verde. La dotazione prevedeva poggiatesta anteriori, contagiri e orologio digitale, posacenere anteriori e posteriori, mentre tra gli optional figuravano gli interni di similpelle, i cerchi in lega e il tetto apribile. Come la Visa “Super E” sulla quale era basata, presentava inoltre retronebbia e luci di retromarcia e ripiano posteriore rimovibile, oltre al motore - il solito 1.1 litri - potenziato da 57 a 64 CV.

Sportiva internazionale

La “Chrono” è la prima serie speciale sportiva, prodotta nel 1982 per il mercato francese (2.160 esemplari) e, dall’anno successivo, in altri 1.650 unità destinate ad altri Paesi europei, tra cui l’Italia, dove ne arrivarono 400. Impossibile confonderla, a partire dalla livrea che, a seconda dei mercati, riprendeva i colori nazionali: la base era il Bianco Meije e in Francia le strisce erano blu e rosse, mentre in Italia ovviamente verdi e rosse, con l’aggiunta di adesivi "Total" sui parafanghi anteriori, coperture protettive per i fendinebbia e indicatori di direzione laterali (in Francia non erano obbligatori). Il look da rally era ulteriormente accentuato da passaruota in tinta, rivettati alla carrozzeria, spoiler e cornici anteriori rosse, fendinebbia e cerchi in lega “Amil” da 13" bianchi con bordo di alluminio lucidato. Spettacolare, considerata la tipologia della vettura, il cruscotto, esclusivo del modello: un tripudio di indicatori e strumenti circolari che davano una decisa impronta racing a tutto l’abitacolo, con rivestimenti di plastica blu per il cruscotto, abolizione del tipico barilotto “a satellite” per indicatori di direzione e tergicristalli, volante sportivo a tre razze e sedili da corsa con rivestimento in jersey. Il motore era un quattro cilindri di 1.3 litri da ben 93 CV grazie a pistoni rinforzati, albero a camme e testata specifici, mentre per gli esemplari da esportazione lo stesso motore si fermava a 80 CV. Con soli 850 Kg e i due carburatori doppio corpo Solex, toccava i 173 km/h.

Quella da rally

A ispirare la “Chrono” però era stata la versione “Trophée”. Poco dopo il lancio della Visa II, era stato creato il "Visa Trophy", evolutosi in "International Visa Trophy", disputato con una versione Gruppo 5 della Visa Super X. Dopo aver valutato vari prototipi a motore centrale per il Gruppo B, la Citroën decise di puntare su una Visa “normale” che, per poter partecipare alle gare, doveva però essere prodotta in 200 esemplari stradali. Nascono così le Visa “Trophée", basate sulla Visa Gruppo 5 ma equipaggiate con un motore di cilindrata inferiore, il quattro cilindri in linea da 1.2 litri della “Super X (rispetto al 1.3 litri della Visa Gruppo 5), portato a 100 CV, abbinati a una cura dimagrante a base di vetroresina per cofano, paraurti, portiere e portellone posteriore e plexiglas per tutti i finestrini, a eccezione del parabrezza. Di conseguenza, la vettura pesava 695 kg e poteva toccare i 180 km/h mentre il tocco estetico finale erano i passaruota allargati, i cerchi in lega e le decalcomanie laterali rosse e blu, entrambi poi ripresi dalla Chrono.

L’elegante

Rimaniamo nel 1982 per un’altra serie in edizione limitata (1.000 o 1.800 esemplari, le fonti sono discordi) che si caratterizza per dettagli eleganti. Basata sull’allestimento “Luxury” della Visa II Super E, si caratterizzava per un colore esclusivo, il Rosso Delage e una striscia laterale bianca che correva dalla griglia al paraurti posteriore, mentre il logo "West End" era posizionato sui parafanghi anteriori e sul portellone posteriore. I paraurti e le modanature laterali erano di colore nero e, inoltre, era presente il tetto apribile e i cerchi in lega da 13” modello “Visa”. Molti particolari gli interni, con i sedili rivestiti della ben nota similpelle Boxline abbinata a tappezzeria bordeaux e cruscotto rivestito in Tep, un materiale plastico morbido. Il motore era il consueto 1.1 litri da 57 CV.

La bandiera

Si chiama “Drapeau” (bandiera) ed è, alla fine dei conti, un semplice allestimento, destinato al mercato inglese, basato su adesivi rossi e blu che, perfidamente, possono evocare sia il tricolore francese che l’Union Jack. Assomiglia molto alla “Chrono”, ma i cerchi in lega sono quelli della “West End” e la griglia anteriore ha le lamelle argentate, mentre gli interni erano quelli di tessuto standard presenti nella gamma con i sedili anteriori dotati di poggiatesta. Una caratteristica curiosa della “Drapeau” è che veniva offerta su tutte le motorizzazioni disponibili, dalla Special con il bicilindrico da 0.6 litri , alla Super E da 1.1 litri fino alla Super X da 1.2 litri.

La preziosa

Sempre dedicata al mercato inglese e sempre commercializzata nel 1982 è la “Platinum”. Era disponibile in un unico colore, il Grigio Perla Metallizzato, con gli stessi cerchi in lega della “West End” e della “Drapeau”, mentre le modanature laterali e i paraurti erano neri. Il logo era posizionato sopra al parafango posteriore, all’interno della decorazione adesiva blu che partiva dal frontale e correva lungo le fiancate a comporre un motivo a righe parallele. In comune con le altre versioni speciali per il mercato britannico c’erano la mascherina con lamelle argentate e i cerchi in lega “Visa”, mentre per gli interni vale lo stesso discorso della “Drapeau”, anche se limitati alle opzioni disponibili per la Super E da 1.1 litri su cui era basata.

La più chic

Ha un nome simile, “Platine”, ma è riservata al mercato francese e viene lanciata nel 1983. Si caratterizzava per il colore esclusivo Grigio Nettuno metallizzato decorato con una tripla striscia adesiva in due toni di grigio e rosso, mentre il logo era posizionato sia all’altezza dei parafanghi anteriori che sulla parte destra del cofano, vicino alla mascherina a lamelle cromate. Paraurti e modanature laterali erano neri e i cerchi in lega da 13" erano come quelli della Visa GT. Per quanto riguarda l’abitacolo, c’erano rivestimenti di tessuto jersey grigio oppure tartan grigio-rosso, poggiatesta e pannelli porta in tinta, predisposizione per autoradio e antenna sul tetto. Il motore invece era il tranquillo 1.1 litri da 57 CV.

La più esclusiva

Prodotta per tre anni, dal 1985 al 1987, questa edizione limitata completa la trilogia "Leader", in quanto era già stata presentata sulla BX e sulla CX e totalizza quasi 12 mila esemplari. Basata sulla Visa 11 RE, lee sue caratteristiche distintive erano il colore esclusivo, Grigio Perla metallizzato, con finiture laterali di color grigio scuro nella parte inferiore delle portiere, sotto alle modanature nere (come i paraurti), mentre sopra c’era una sottile riga rossa. La calandra era quella cromata e si poteva scegliere tra cerchi in lamiera con o senza copricerchi specifici, simili a quelli della Visa 14 TRS, ma in tinta unita. Ripresi dalla Visa GT invece erano i due spoiler posteriori e i sedili sportivi con tessuto grigio/tartan specifico e poggiatesta, mentre i motori disponibili erano due: il classico 1.1 litri a benzina da 57 CV e l’1.7 litri diesel da 60 CV.

Un brindisi allo stile

È forse la più stilosa tra tutte le Visa, si chiama “Champagne” ed è stata prodotta in esclusiva per la Gran Bretagna nel 1983. Basata sulla “Super E” con l’1.1 litri da 57 CV, si distingueva innanzitutto per il colore della carrozzeria, unico, esclusivo e, visto il nome della versione, praticamente inevitabile, ovvero Champagne metallizzato. Paraurti e modanature laterali sono color grigio scuro mentre la decorazione adesiva che corre lungo la fiancata, di colore blu scuro - e che incorpora il logo - è modellata come quella della “Platinum”. A completare la dotazione, vetri oscurati, tetto apribile, cerchi in lega modello “Visa”, poggiatesta anteriori, sedile posteriore sdoppiabile 50/50. L’interno era rivestito di un elegante velluto bicolore beige e i sedili, reclinabili, avevano un disegno esclusivo, improntato alla massima comodità.

Frizzante sportiva

Sono 2.000 gli esemplari prodotti, nel 1984, della “GT Tonic”, ovvero una versione speciale sulla base della Visa GT, spinta dall’1.3 litri da 80 CV. Disponibile nell’unico colore Bianco Meije, esteso a passaruota allargati, spoiler, minigonne laterali, paraurti e griglia della mascherina anteriore, presentava delle strisce laterali nere/rosse, a filo con i finestrini, mentre il logo era posizionato sulle portiere anteriori e sul portellone. Anche i cerchi in lega - quelli della Chrono - erano verniciati di bianco, con coprimozzi rossi e il look sportivo era completato da fendinebbia, spoiler posteriore (nero), due specchietti retrovisori e interni ripresi dalla GT, con tessuto nero e rosso, ma con il cruscotto e il volante sportivo della Chrono.

Viva le Olimpiadi

Commercializzata in occasione delle Olimpiadi 1984 e giustamente battezzata “Olympique”, è stata prodotta in 3.000 esemplari, basati sull’allestimento RE con il motore di 1.1 litri. Tre i colori disponibili, bianco, rosso e blu, con doppie strisce decorative nere, come paraurti e modanature laterali, oltre al logo "Olympique" sulle portiere anteriori. I copricerchi imitano i cerchi in lega della GT e per dare un tocco sportivo c’è lo spoiler posteriore, mentre gli interni sono assolutamente basici, con rivestimenti in jersey, poggiatesta anteriori, predisposizione autoradio e tappetini in moquette agugliata.

Una GT al risparmio

Sono 3.500 le unità prodotte della “Challenger”, in pratica una versione speciale su base “GT” (quindi con l’1.3 litri da 80 CV) ma con una dotazione semplificata. Il colore era il solito Bianco Meije, utilizzato anche per i paraurti, con quello anteriore privo di fendinebbia ma dotato di presa d’aria centrale e spoiler, decorato con una linea rossa ripresa anche sulla fiancata, a filo dei finestrini. La stessa era ripetuta nella metà inferiore delle portiere insieme ad altre due - più grosse - di colore nero, mentre il logo, di colore rosso, era posizionato a metà delle portiere anteriori e sul portellone. Priva di modanature laterali, il contrasto visivo era dato dalle cornici, mascherina e spoiler posteriore, tutti verniciati di nero, mentre in cerchi in lega da 13” erano verniciati di bianco e c’era un solo specchietto retrovisore. All’interno, sedili in stile Visa GT in tessuto nero con profili rossi ma privi di poggiatesta.

Solo per la Germania

La “Crystal” del 1987 - oltre ad essere l’ultima serie speciale della Visa - è riservata al mercato tedesco e presenta una sofisticata livrea adesiva a fronte di un allestimento abbastanza basico. Troviamo un colore esclusivo, il “Silverblau" metallizzato, mentre le modanature, i paraurti e lo spoiler posteriore sono di colore grigio scuro e i cerchi sono di semplice lamiera con coprimozzi di plastica. La decorazione adesiva si sviluppa sia nella parte inferiore delle fiancate, sotto alle modanature, con una serie di righe blu, sia con una singola che corre per tutta la fiancata e comprende il logo, presente anche sul portellone. La griglia anteriore ha le lamelle argentate mentre all’interno ritroviamo i rivestimenti di tessuto jersey grigi della “Platine”, sedili anteriori con poggiatesta e predisposizione autoradio con antenna e due altoparlanti. Curiosa la scelta di renderla disponibile esclusivamente con l’1.7 litri diesel da 60 CV.

La più speciale

Dobbiamo tornare indietro fino al 1983 per raccontare la storia della “1000 Pistes”, nome curioso nato dalla vittoria nell’omonimo rally di una Visa 4x4 sperimentale. Proprio la trazione integrale è la caratteristica distintiva di questa specialissima versione, in pratica la versione stradale della Gruppo B, con motore 1.4 litri da 112 CV e prodotta nel 1984 nelle classiche 200 unità richieste per l’omologazione dei 20 esemplari destinati ai rally. La base per la “1000 Pistes” era la GT Tonic, della quale conservava passaruota allargati e minigonne, ma lo spoiler era bianco così come i cerchi, provenienti dalla Peugeot 104 ZS2 (verniciati di bianco) e la mascherina affiancata da fari gemellati rotondi. I classici colori della bandiera francese erano proposti nella vistosa grafica che avvolgeva la parte inferiore delle fiancate con la scritta “4 routes motrices” e attraversava orizzontalmente il portellone, dove gli adesivi formavano anche le scritte “Citroën” e “1000 Pistes”.

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Il 12 giugno e la distruzione dell'URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.

Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.

In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.

A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. Proprio come l'accumulazione originaria nell'Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata sul sangue, la violenza, la privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e l'appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell'apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.

A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.

Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.

Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente -  che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.

L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.

Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.

Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.

Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.

La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030.

«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».

 

PS: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti «non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dacha ormai da anni, praticamente dall'epoca del Covid e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dacha sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.

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Simboli esoterici: significato, origine e interpretazione dei principali simboli

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Cosa sono i simboli esoterici? Prima di addentrarci nell’analisi dei singoli glifi e nelle loro geometrie nascoste, è essenziale rispondere a una domanda fondamentale: cosa sono i simboli esoterici e perché, a distanza di millenni, continuano a esercitare su di noi un fascino così magnetico? Molto spesso li liquidiamo come semplici “disegni” misteriosi, ma la realtà è molto più complessa. La differenza fondamentale tra segno e simbolo Per comprendere a fondo la materia, dobbiamo prima tracciare una linea di demarcazione netta tra un segno e un simbolo. Un segno è un’indicazione pratica con un solo significato chiaro e bidimensionale. Un

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AUR: a fine giornata scoperti oltre 1500 pacchetti compromessi

Quella che era iniziata come una grave violazione circoscritta si è trasformata, nel giro di poche ore, in uno dei più vasti e preoccupanti incidenti di sicurezza nella storia di Arch Linux. Nella giornata di ieri vi avevo segnalto della compromissione di più di 400 pacchetti presenti nel repository AUR (Arch User Repository). A fine […]

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Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event

Mainland China’s fourth-ranking official has hailed the “enthusiastic” participation of people from Taiwan at a cross-strait forum despite the “obstacles” placed in their way. The independence-leaning Democratic Progressive Party this year tightened restrictions on the Straits Forum in Fujian province, imposing the first outright ban on local officials attending the event. Senior officials had already been prohibited from attending. Addressing the event on Saturday, Wang Huning, Beijing’s top...

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U.S. Orders Anthropic to Suspend Fable 5 and Mythos 5 Access for Foreign Nationals

Anthropic said on Friday it will "abruptly disable" its most advanced artificial intelligence (AI) models, Claude Fable 5 and Mythos 5, for all users after the U.S. government ordered it to suspend access to the models for foreign nationals, whether inside or outside the U.S., citing national security concerns. The AI company said it received an order at 5:21 p.m. ET, instructing it to suspend

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Over 400 Arch Linux AUR Packages Hijacked to Deploy Infostealer and eBPF Rootkit

Attackers took over more than 400 packages in the Arch User Repository (AUR) this week and rewrote their build scripts to install a credential stealer on any machine that built them. The malware is a Rust binary built to harvest developer secrets. When it lands with root, it can also load an eBPF rootkit to hide itself. The AUR is Arch Linux's community package collection, and it is separate

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Google Sues Chinese Smishing Network Accused of Using Gemini AI in Phishing

Google on Friday said it's pursuing legal action against a Chinese cybercrime network, accusing it of using its Gemini artificial intelligence (AI) agent to send phishing text messages targeting Americans. The network is said to be behind the development and management of a phishing-as-a-service (PhaaS) software kit called Outsider, per the tech giant. "The operation weaponized Gemini to help

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China-Linked Hackers Backdoored Linux Login Software to Hide for Nearly a Decade

Instead of hiding on the laptops and servers defenders watch most closely, a China-nexus group spent close to a decade hidden inside the Linux login system itself. Sygnia, which tracks the group as Velvet Ant, says it backdoored the PAM and OpenSSH components that decide who is allowed to sign in, planting its access where ordinary cleanup could not reach it. The network it targeted had no

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Torna la Panda 4x4, ma non è l'integrale che ti aspetti

La Fiat Panda 4x4 è una delle utilitarie più amate di sempre, indistruttibile e inarrestabile, protagonista indiscussa delle stradine di montagna e non solo. A più di quarant'anni dal debutto, questo modello potrebbe tornare con il "vestito" della Grande Panda: sotto la carrozzeria, però, non ci sarà più l'albero di trasmissione che collega le ruote anteriori a quelle posteriori, ma una soluzione più moderna ed elettrificata.Fiat non ha ancora confermato ufficialmente lo sviluppo della Grande Panda 4x4 (ammesso che si chiami così), ma la concept presentata lo scorso anno lascia aperta la porta a un possibile arrivo sul mercato. Pur senza sbilanciarsi su un futuro di serie, la Casa torinese ha sottolineato che si tratta del "prossimo capitolo nella storia del marchio italiano". Il ritorno di un'icona (senza nostalgia) Già nella sua versione normale, con linee squadrate, la Grande Panda non manca di richiami alla Panda del 1980, nata dalla matita di Giorgetto Giugiaro. L'eventuale declinazione 4x4 non nasconde i legami con l'originale: cerchi bianchi in acciaio e colorazione bordeaux scuro con dettagli beige, come i profili sugli specchietti retrovisori e la scritta 4x4 sul portellone. 4x4 senza albero di trasmissione La Grande Panda è costruita sulla piattaforma Smart Car, che consente l'utilizzo di propulsori termici, elettrificati ed elettriche, ma non prevede una trazione integrale meccanica come sulle Panda 4x4. Per questo motivo, al propulsore ibrido da 110 CV all'anteriore, con cambio e-DCT a sei rapporti, potrebbe essere abbinato un secondo motore elettrico sull'asse posteriore, gestito dall'elettronica.Una soluzione che riprende, a livello tecnico, quella già adottata da altri costruttori, come nel caso di Toyota, ma anche da modelli del gruppo Stellantis, come Jeep Avenger 4xe e Alfa Romeo Junior Q4, costruite però sulla piattaforma CMP: difficile che la Grande Panda 4x4 adotti gli stessi 145 CV. Assetto rialzato e spirito off-road Rispetto alla versione a due ruote motrici, la Grande Panda 4x4 si distingue per l'assetto rialzato, i passaruota in plastica e le protezioni sottoscocca anteriori e posteriori. Il portapacchi sul tetto con luci LED resta una soluzione da showcar, mentre i piccoli fendinebbia quadrati sul frontale potrebbero essere confermati anche sul modello di serie. In ogni caso, Fiat non ha escluso la possibilità di arricchire questo modello con ulteriori accessori.Gli interni riprenderebbero lo stile della Grande Panda attuale: la concept anticipava soluzioni diverse, con plastiche azzurre per plancia e console centrale e rivestimenti in velluto a coste marrone chiaro. Per ragioni di praticità e di costo, la versione di serie potrebbe puntare su materiali più semplici, resistenti e lavabili. Quando arriva e quanto costerà Al momento non c'è una conferma ufficiale dello sviluppo di questo modello, men che meno delle tempistiche del suo arrivo sul mercato: se, come le nostre indiscrezioni lasciano intuire, la Grande Panda 4x4 si farà, la sua presentazione dovrebbe arrivare a cavallo tra il 2026 e il 2027. Difficile che debutti al Salone di Parigi di ottobre, però: lì l'attenzione sarà tutta per le nuove Grizzly e Grizzly Fastback, accanto alla concept che anticipa la nuova E-Car di casa Fiat. Sul fronte prezzi, è ragionevole attendersi un sovrapprezzo di qualche migliaio di euro rispetto alla versione ibrida a due ruote motrici, che parte da 19.900 euro. La Fiat Grande Panda 4x4 potrebbe restare sotto i 25.000 euro, collocandosi tra le vetture a trazione integrale più accessibili. Grande Panda 4x4 contro tutte Il segmento delle cittadine a trazione integrale è piuttosto limitato, ma la Grande Panda 4x4 dovrà comunque confrontarsi con modelli popolari, anche se molto diversi per soluzioni tecniche e vocazione: dalla Suzuki Swift 4WD alla Toyota Yaris Cross AWD-i, fino a KGM Tivoli e Dacia Duster 4x4. 
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Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event

Mainland China’s fourth-ranking official has hailed the “enthusiastic” participation of people from Taiwan at a cross-strait forum despite the “obstacles” placed in their way. The independence-leaning Democratic Progressive Party this year tightened restrictions on the Straits Forum in Fujian province, imposing the first outright ban on local officials attending the event. Senior officials had already been prohibited from attending. Addressing the event on Saturday, Wang Huning, Beijing’s top...

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Re: AIS and APRS disappear in menu .

Hi Again. 
 
I tried to perform apt remove and again install direwolf but didn't noticed any fix. 
 
To be sure, i created new VM with ubuntu 24.04, and perform installation again of openwebrxplus directly, and with the clean and initial setup ,
In this new setup, I also don't see Packet option by default as I always have seen when I have installed openwebrx. 
 
I have no more ideas to investigate. 

any help.?. Thanks ! 
 
 
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Should Switzerland Cap Its Population at 10 Million? Voters Will Decide.

One of the world’s richest countries is about to hold a referendum on a measure that would curb migration and most likely the economy. It is being sold in warm tones.

© Sebastien Bozon/Agence France-Presse — Getty Images

Campaign posters ahead of the population cap vote. President Trump’s face is on a no poster, with the slogan, “Now, of all times, a break with Europe?” The yes slogan shown is “Protect Switzerland.”
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Chinese team builds first commercial ‘3-lane highway’ in optical fibre to boost capacity

China activated the world’s first three-band optical fibre communication system early this month, technology that its developers say could expand the carrying capacity of future AI networks. According to the project team, a single fibre can carry more than five times the traffic of conventional systems, while transmission capacity per core increases by nearly half. The project, completed in Qingdao in the eastern Chinese province of Shandong, was jointly developed by state-owned...

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Tutta colpa dell’Irlanda

Nel primo trimestre del 2026 il pil dell’eurozona è diminuito, a causa anche dei pessimi risultati dell’economia irlandese e delle multinazionali che sfruttano i suoi vantaggi fiscali Leggi

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⚡ALERT: The IRAN Deal is a Trick. FULL BLOWN WAR is Inevitable

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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.

Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.

Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.

Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.

Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.

Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.

Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati. 

Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi. 

Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.

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Il plebiscito finanziario di SpaceX eleva Musk a padrone assoluto del potere globale

I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.

SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.

L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.

C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.

A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?

La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.

Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.

Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.

Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa  (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.

Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.

Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.

Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.

Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.

La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.

È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.

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Il gelato cerca il futuro e trova il burro

Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità. 

La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato. 

La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.

Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.

E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale. 

Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.

Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.

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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.

Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.

In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».

L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).

Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.

Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.

“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.

I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.

Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.

Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.

Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.

Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?

È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?

È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?

È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?

La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.

Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.

I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.

Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».

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La pedagogia dell’ascolto e la protesta nonviolenta di Danilo Dolci

C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.

Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.

Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.

Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.

Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.

Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.

Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale sta iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Lo sfarzo di Üsküdar, la moschea più grande della Turchia, e le bambine con il velo

Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice. 

È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.

Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città. 

L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […] 

A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.

Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio. 

Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul. 

 

Tratto da “Istanbul. Cronache graffianti dalla città degli imperatori”, di Marta Federica Ottaviani, Paesi Edizioni, pp. 176, 16 euro

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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.

A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.

Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.

C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».

Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.

Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.

Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.

Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.

Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.

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L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale

L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.

Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.

Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.

Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.

L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.

Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.

Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.

L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.

L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.

Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.

Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.

A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.

Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.

A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.

Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.

L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.

La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.

L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.

Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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I 75 anni dal ritorno di Mascagni a Livorno: “Riappropriarsi dell’identità cittadina”

Livorno, 13 giugno 2026 – Pietro Mascagni è senza dubbio uno dei cittadini più illustri della nostra città, oggi Livorno lo celebra fregiandosi dell’aver dato i natali ad uno dei compositori più grandi della musica italiana, ma non tutti forse sanno che in passato non è sempre stato così. Dopo la sua morte infatti Mascagni dovette attendere sei anni per poter far ritorno nella sua Livorno, il perchè? Si riteneva che fosse stato troppo vicino al fascismo e che quindi non meritasse di esser seppellito in città. Solo nel 1951 il celebre compositore potè far ritorno nella sua patria natale, accolto finalmente dalla sua gente quest’anno ricorre il 75esimo anniversario di quel giorno ragion per cui il Comune di Livorno insieme alla Fondazione Goldoni, a Modigliani Produzioni e al Mascagni Festival ha deciso di celebrare la ricorrenza con una due giorni all’insegna dei capolavori del maestro livornese.

Il convegno “Il ritrovato abbraccio”

Il 19 giugno infatti l’Hotel Palazzo ospiterà il convegno intitolato “Il ritrovato abbraccio” all’interno del quale Mario Menicagli, Fulvio Venturi, Enrico Mannari, Massimo Sanacore e Fabio Bertini ripercorreranno le ragioni dell “esilio” di Mascagni fino al ricongiungimento con la sua città.

La Messa in Gloria a Montenero

Il 20 giugno invece alle 21 nella piazza del Santuario di Montenero andrà in scena la Messa in Gloria in fa maggiore per soli, coro e orchestra, ilpreludio dello spettacolo vedrà invece l’esecuzione dell’Inno al Sole tratto dall’opera “Iris“.

Le voci dei protagonisti

“Ricordare i 75 anni dal ritorno della salma di Pietro Mascagni a Livorno è un modo per riappropriarsi dell’identità cittadina - ha spiegato l’assessora Rafanelli -. Segna il momento in cui Livorno rivendica la propria storia e il proprio orgoglio attraverso il legame con il suo illustre cittadino, la cui figura è stata per troppo tempo messa in ombra”. La mente dietro al progetto è quella di Mario Menicagli, che ha dichiarato: “Quella per i 75 anni dal ritorno di Mascagni a Livorno è una celebrazione più che doverosa, il rientro della salma fu un evento grandioso e molto mediatico già per l’epoca”. Ad impreziosire quella che sarà una vera e propria anteprima del Mascagni Festival, la sera del 20 giugno la partecipazione del maestro Marco Fornaciari (violino solista) e di Emanuele Barresi che interpreterà il discorso con cui l’allora sindaco Furio Diaz accolse la salma di Mascagni in città. L’ingresso è libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

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Accessing Peertube instances via client apps through SSO

@Chocobozzz Hey, so recently I received some issues for my native Peertube tvOS client, PeerTV, regarding an inability for them to login to their accounts on specific instances that require either OpenID or OAuth. I tried implementing that, but I found out that in order to use passkeys from the apple device I need to coordinate with specific instances and have the accept some sort of credential from my app (which seems rather difficult). I tried using only the user and password to sign in with SSO but there were challenges and it wasn’t consistently logging in the users.

Did you face a similar issue with the Peertube iOS app? Can you share what you were able to do to get that working (if it even works with SSO at all)?

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NanoClaw now armed with JFrog for safer packages

NanoClaw, a secure agent framework, has partnered with supply chain platform JFrog to allow AI agents to fetch resources from JFrog's reviewed registries. Gavriel Cohen, creator of NanoClaw and co-founder of NanoCo AI, announced the tie-up on Thursday evening in San Francisco at a JFrog event that concluded with a World Cup watch party. Cohen explained that one of the features of Claw agents – OpenClaw and variations like NanoClaw – is that they can improve themselves by fetching tools and resources that they don't have. That works fine, he explained, when there's a manual approval process for accessing known local data. But it's not ideal for npm packages, even when the agent involved is sandboxed and isolated as it is in NanoClaw. Malicious code within a container may still be able to take harmful actions, even if the scope of potential activity is constrained. Developers, Cohen said, may not be familiar with a given package and it can take time to thoroughly assess whether a package is legitimate and uncompromised. "So we teamed up with JFrog and we integrated NanoClaw with JFrog's registries," said Cohen. The arrangement provides a way to reduce the agent's exposure to untrusted content. When the agent downloads new tools and libraries, the software comes from a vetted source. Cohen also announced the availability of what he called an agent factory, his company's homegrown system used to handle pull requests (PRs) using NanoClaw agents. The agent factory, he explained, is an attempt to triage pull requests, which have surged thanks to AI coding agents. "It's very easy now to point a coding agent at a repo and say, 'open a pull request for this repo,'" he explained. "And it's very difficult as a maintainer to tell the difference between a high quality contribution from somebody who's really using the open source project versus someone who's just trying to build up the reputation [using automated methods]. So to help us tackle this, we built an agent factory that helps us review every single contribution to NanoClaw." The agent factory is referred to as the PR Factory in the actual pull request. It's built with NanoClaw and hosted on exe.dev, a service that provides VMs with persistent storage. "When a PR opens, the factory spins up a dedicated worker agent for it, posts a thread to Slack, and the worker triages the change, reviews the diff, and proposes a test plan," Cohen explains in the documentation. "Nothing consequential happens on its own: merges, test runs, and credentialed GitHub actions each surface as an approval card in the thread, and only fire when a human clicks approve." Cohen acknowledged that some developers will think it's madness to process unsanitized PRs that could contain prompt injections or unsafe code. And he asked the assembled audience of developers how many had seen the phrase on the projected slide: "Never, ever, ever do this." Anyone who has spent time using and configuring AI agents in a development context has seen something of the sort in configuration files like Claude.md, which gets loaded as instructions to the underlying agent and model. "If you see something like this in the Claude.md file and the agent instructions say, 'Important: Never run drop database production,' it tells you two things. You know that that agent has deleted a production database before. And you know that it can actually still do it again. That's why the instruction is there." This elicited a knowing laugh from the audience. Cohen went on to say that the agent will do it again because instructions are not a way of enforcing security or safety. "Instructions help steer an agent AI towards valuable output, but it's not a safety mechanism," he said. "The only way to reliably prevent an agent from taking undesired action is not allowing it to take that action, not giving it the ability to take the action." That is the purpose of NanoClaw. ®

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SK Hynix to boost memory production 3x ... you can wait another 8 years, right?

Amid the unrelenting demand for AI infrastructure, SK Hynix, the world’s largest supplier of HBM memory used in high-end GPUs, now expects to triple its wafer capacity. You'll just have to wait through two more US presidential elections and then some. All that capacity won’t come online until 2034, SK Group Chairman Chey Tae-won told Nikkei Asia in a recent interview. SK Hynix’s valuation has soared in recent months. The company is one of three major producers of NAND flash and DRAM memory, large quantities of which are required to support the burgeoning AI inference market. Samsung and Micron are the other two major players in this space. This demand has led to skyrocketing memory prices for consumer DRAM and SSDs, some of which have more than tripled in price compared to this time last year. SK Hynix and the other major memory makers meanwhile have seen their revenues explode. Chey's comments come just a week after SK Hynix said that it planned to double its production capacity within the next five years. “Our calculations show that our wafer capacity will double within five years. But honestly once all these facilities are built, it won’t just double, it will triple by around 2034,” Chey told Nikkei. SK is in the process of bringing four additional wafer fabs online, with the first phase reportedly on track to come online as early as 2027. The South Korean memory slinger had previously planned to ramp production of these facilities over the next two decades, but has pulled in its timeline in hopes of satiating AI’s memory addiction. “There is currently no way to move faster than this,” Chey told the newswire. While much of this capacity will be built on SK’s home turf, the company is exploring its options for overseas manufacturing, with Japan being one of the potential destinations, with Chey calling it an “excellent” candidate due to its robust semiconductor supply chains. Unfortunately, the buildout is unlikely to drive down memory prices for consumers any time soon. As we previously reported, memory prices are not expected to peak until later this year at the earliest. Analysts warn that memory prices are more likely to plateau going into 2027 rather than plummeting like we’ve seen in past DRAM and NAND boom-bust cycles. These boom-bust cycles have been a fact of life for commodity electronics manufacturers, like SK Hynix and Samsung, for years. Prices typically spike as inventories are drawn down and crater as new capacity is brought online. On the one hand, AI infrastructure demand has helped to stabilize this to some extent. On the other hand, the AI boom kicked off in 2022 at what was arguably the worst possible time. "This demand started in the Valley for the DRAM industry. That makes financially trying to build additional capacity really challenging," TechInsights analyst James Sanders told El Reg late last year. Business is once again booming for memory vendors presenting ample opportunities for labor disputes over competition as well as fab expansions. Unfortunately, there’s no changing the fact that the fastest anyone can bring a leading edge memory fab online is about three years. ®

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1000 Miglia, quarta tappa verso Rimini

La 1000 Miglia 2026 entra nella sua parte cruciale. La quarta giornata di gara ha regalato agli equipaggi un itinerario ricco di fascino, dai paesaggi appenninici agli scorci sul mare Adriatico. Partite da Roma, le storiche hanno attraversato alcune delle località più suggestive dell’Italia centrale, accompagnate dal consueto entusiasmo del pubblico.

Tra Umbria e Marche

La mattinata si è sviluppata lungo le strade umbre, con il passaggio attraverso Terni e Foligno fino ad Assisi, dove la Freccia Rossa, sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, ha reso omaggio a San Francesco nell’anno che ricorda gli ottocento anni dalla sua scomparsa. Dopo il Controllo Timbro e le Prove Cronometrate a Gualdo Tadino, gli equipaggi hanno raggiunto Gubbio per la sosta in piazza Quaranta Martiri. Nel pomeriggio il convoglio ha affrontato i tornanti della SS3 per entrare nelle Marche, attraversando la Gola del Furlo. Qui i concorrenti si sono misurati con una nuova serie di prove prima di proseguire lungo un tratto di curve panoramiche e ampie vedute sull’Adriatico. La tappa è poi proseguita verso la Repubblica di San Marino, dove le vetture hanno raggiunto il centro storico del Titano per il tradizionale Controllo Timbro in piazza della Libertà.

L’attesa per l’ultima sfida

Dopo 112 prove cronometrate, la classifica vede ancora al comando Juan e Margarita Tonconogy. Alle loro spalle restano in corsa Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, mentre Lorenzo e Mario Turelli occupano la terza posizione provvisoria. Nelle altre categorie, Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Johannes Latvala guidano la graduatoria della Gran Turismo Experience, mentre Vittorino Bertaglia e Giordano Mozzi mantengono la leadership nel Ferrari Tribute.

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Un fondo pubblico per l’intelligenza artificiale

di Igor G. Cantalini

Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.

Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.

Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.

La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.

I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.

Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.

Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.

 

 

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

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La strage invisibile nelle reti da pesca

C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.

Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.

Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.

Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.

Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.

Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.

La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.

 

Foto di depositphotos

 

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China’s navy has missiles and drones. Why is it bringing back the ‘big guns’?

In an era of naval warfare defined by air superiority, precision missiles and autonomous drones, China’s navy appears to be bringing back the “big guns”. A new naval gun system is said to be in development which takes 155mm, or 6.1-inch, artillery shells. That would make it the largest of its kind in the world today. The naval gun has recently been spotted undergoing sea-based performance testing from an experimental warship, which suggests it is moving closer to being deployed by the People’s...

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Philippines’ belligerence towards China out of step with Asean trend

The Philippines’ confrontational approach to maritime territorial disputes, such as its championing of the 2016 South China Sea arbitration ruling, has not only failed to resolve regional tensions, it also risks undermining Asean centrality. In May, addressing Japan’s National Diet, Philippine President Ferdinand Marcos Jnr announced that Manila would mark the ruling’s 10th anniversary in July, an occasion he said “embodies our determination to resolve disputes through peaceful means”. That is...

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