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Il Pakistan dice che Iran e Usa firmeranno un pre-accordo entro 24 ore

Dire *

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, utili a posizionarsi dal lato della vittoria in tempo utile, non c’è ancora un accordo, tra Stai Uniti e Iran. Ma potrebbe arrivare nelle prossime 24 ore. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif dice che è quasi fatta: le parti lo firmeranno a brevissimo. Il Pakistan – ha detto – si sta preparando per una firma elettronica a cui seguiranno colloqui a livello tecnico la prossima settimana.
A Washington intanto, un alto funzionario dell’amministrazione ha parlato al New York Times, ha fatto sapere che un accordo quadro con l’Iran potrebbe essere firmato “nei prossimi giorni”, aggiungendo però una cascata di distinguo: nessuna data fissata, nessun luogo stabilito, il processo decisionale di Teheran “molto complesso”, le due parti “molto vicine” ma “non ancora al traguardo”. La sua fiducia personale, ha precisato, è ora “all’80-85 per cento”. La grammatica dell’accordo “mai così vicino” ma sempre troppo lontano.
La bozza di accordo (della quale girano un po’ di versioni di parte, al momento) è un memorandum d’intesa. Non un trattato, non un accordo definitivo. Prevede un cessate il fuoco di sessanta giorni che fungerebbe da anticamera a negoziati ben più spinosi: l’allentamento delle sanzioni, il futuro del programma nucleare iraniano. Mesi di lavoro, forse di più. Con lo spettro di Gaza che aleggia: una “fase 1” per sempre.
Sul contenuto, il funzionario ha preferito i contorni alla sostanza. L’accordo, se firmato, riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, porrebbe fine al blocco dei porti iraniani e darebbe il via a trattative per lo smantellamento del programma nucleare, la consegna agli Stati Uniti dell’uranio arricchito e la creazione di un meccanismo di verifica. I vantaggi economici per Teheran – ha insistito il funzionario – sarebbero condizionali: primo la consegna del materiale, poi il sollievo finanziario; prima lo smantellamento degli impianti, poi un beneficio più consistente. Nessun pagamento anticipato, ha detto, smentendo voci di un trasferimento miliardario immediato.
Restano aperti i nodi più delicati: quali siti smantellare, per quanti anni sospendere l’arricchimento dell’uranio, come recuperare le scorte sepolte sotto le macerie dell’impianto di Isfahan bombardato dagli Stati Uniti un anno fa. Il funzionario non ha risposto.
Intanto, il Comando Centrale americano ha comunicato che l’Iran ha lanciato diversi droni d’attacco contro navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Le forze statunitensi li hanno abbattuti tutti. La firma, se arriverà, non sarà l’inizio della pace. Sarà l’inizio di un’altra trattativa.
Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Europa, Trump ha detto in una breve intervista al Corriere della Sera che gli alleati “possono essere molto d’aiuto in futuro. Ma non sono stati d’aiuto adesso”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Cambogia. Washington alza il tiro contro le reti delle truffe digitali: Sar Sokha si affida a studi legali americani

di Giuseppe Gagliano

La battaglia degli Stati Uniti contro le grandi reti di truffe digitali del Sud-Est asiatico entra in una fase più delicata e coinvolge direttamente i vertici politici della Cambogia. Sar Sokha, vice primo ministro e ministro dell’Interno cambogiano, ha infatti incaricato due studi legali statunitensi per difendersi da possibili iniziative politiche e sanzionatorie che potrebbero colpirlo nell’ambito della crescente offensiva americana contro le organizzazioni criminali transnazionali attive nel Paese.
Secondo documenti depositati presso il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, lo studio Seiden Law assisterà Sar Sokha nei rapporti con il Dipartimento del Tesoro e con il Congresso americano in relazione alla possibile applicazione della proposta di legge H.R. 5490, mentre Nelson Mullins Riley & Scarborough curerà le attività di rappresentanza e interlocuzione con parlamentari, funzionari governativi e media statunitensi.
Al centro della vicenda si trova Prince Group, conglomerato guidato dall’imprenditore Chen Zhi, che nell’ottobre 2025 è stato definito dal Dipartimento del Tesoro un’organizzazione criminale transnazionale. Washington accusa il gruppo di aver costruito un vasto sistema basato su truffe online, riciclaggio di denaro, gioco d’azzardo illegale, corruzione, sfruttamento sessuale e lavoro forzato. Le autorità americane hanno inoltre incriminato Chen Zhi per presunte frodi legate alle criptovalute e operazioni di riciclaggio, avviando parallelamente una procedura di confisca civile di oltre 127.000 bitcoin, valutati all’epoca circa 15 miliardi di dollari.
Per gli Stati Uniti il fenomeno non rappresenta più soltanto un problema di criminalità informatica, dal momento che le grandi reti di truffa vengono ormai considerate una minaccia alla sicurezza nazionale e alla stabilità finanziaria del Paese. Secondo le stime del Tesoro americano, nel solo 2024 i cittadini statunitensi avrebbero subito perdite per almeno 10 miliardi di dollari a causa di frodi riconducibili ai centri operativi presenti nel Sud-Est asiatico.
La proposta di legge H.R. 5490, denominata Dismantle Foreign Scam Syndicates Act, mira a creare una struttura interagenzia incaricata di individuare e colpire i responsabili delle grandi organizzazioni criminali straniere. Il provvedimento consentirebbe al presidente degli Stati Uniti di imporre sanzioni a individui coinvolti, direttamente o indirettamente, nella gestione o nel sostegno di queste attività.
Per Phnom Penh il rischio è evidente. L’eventuale coinvolgimento di una figura di primo piano come Sar Sokha trasformerebbe una questione giudiziaria in un caso politico internazionale, investendo direttamente il ministero dell’Interno cambogiano. Le autorità locali respingono ogni accusa e sostengono che il ricorso a consulenti legali americani rappresenti esclusivamente una misura di tutela dell’onorabilità personale del ministro e delle istituzioni cambogiane.
Le polemiche riguardano anche alcuni rapporti societari risalenti al passato. Secondo ricostruzioni giornalistiche, Sar Sokha avrebbe ricoperto nel 2017 incarichi in una società collegata a persone successivamente finite sotto la lente delle autorità americane. Il governo cambogiano ribatte che tali elementi non costituiscono alcuna prova di attività illecite e non dimostrano un coinvolgimento diretto nelle operazioni contestate.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio. Organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani sostengono che la Cambogia ospiti numerosi centri di truffa digitale legati a reti criminali che sfruttano lavoratori trafficati e movimentano ingenti flussi finanziari illegali. Phnom Penh afferma invece di aver intensificato arresti, espulsioni e operazioni di contrasto contro queste organizzazioni.
Dietro il confronto emerge una dimensione geopolitica sempre più evidente. Per Washington, colpire le reti criminali significa non solo proteggere i propri cittadini, ma anche limitare l’influenza di circuiti economici e finanziari collegati a interessi cinesi nella regione. Per la Cambogia, fortemente dipendente dagli investimenti provenienti da Pechino, la pressione americana rischia di trasformarsi in una leva politica capace di incidere sugli equilibri interni del Paese.
Il caso Sar Sokha assume così un significato che va oltre la difesa personale. La strategia americana punta sempre più a individuare non soltanto gli esecutori delle truffe, ma anche i soggetti che ne avrebbero favorito lo sviluppo attraverso protezioni politiche, finanziarie o amministrative. Per Phnom Penh la sfida è evitare che la lotta internazionale contro la criminalità digitale si trasformi in un giudizio sull’intero sistema di potere cambogiano.

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