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Noi siamo la poesia del gastrico

di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia – tanto più oggi si può parlarne come di un genere a sé – ha eroso non solo la narrativa utopica ma la stessa fantascienza, marginalizzata in una realtà in cui non riusciamo più a coniugare fantasie al futuro. Come ci mancasse il tempo verbale, discorso già fatto: quando eravamo bambini ci veniva chiesto cos’avremmo voluto fare da grandi ed enunciavamo il nostro piccolo elenco di aspettative; oggi la domanda pare quasi uno sfottò, e in generale si confronta con una vertiginosa difficoltà non solo di immaginare un futuro degno di tal nome ma di percepirne la direzione concettuale e, in radice, di dirlo.
Uno dei grandi compiti dell’immaginario oggi è forse dunque di aiutarci a vincere questa paralisi tossica, perché l’homo sapiens di futuro ha bisogno. La distopia rischia di diventare in questo senso una mutazione blasfema dell’escatologia: un già e non ancora saldamente ancorato alle putredini del presente ma tale da negare la prospettiva almeno sognata di una svolta. Invece di una fine del mondo – o di un mondo – assurge così a suo sostitutivo disturbante una continuità nel peggio.
D’altronde se da bambini il nostro futuro era pieno di automatismi, razzi e robot come quelli dei Pronipoti Hanna-Barbera (avviati non a caso nel 1962), non avremmo immaginato che le svolte più drastiche sarebbero state piuttosto nelle comunicazioni e nei loro modi di plasmare il mondo, poteri e politica compresi. E questo ha finito con l’interpellare anche il fronte delle distopie: da quelle “dure”, esterne e politiche di mondi devastati e militarizzati, tra urbanesimo da incubo, deserti postapocalittici e waterworlds sommersi dagli oceani, passiamo oggi ad affreschi molto più sottili, dove la devastazione riguarda anzitutto la percepibilità e dicibilità del reale, la possibilità di dirlo. Qualcosa che fa esplodere strutture sintattiche o le stravolge in stringhe, frantumi, grumi semantici, trascinando sempre più a fondo nell’onirico: aggettivo che una volta enfatizzava anzitutto una surrealtà di immagini (Artemidoro docet), ma oggi sempre più riguarda il loro modo di inanellarle, connetterle e comunicarle. L’homo narrans diventa così una pizia laica balbettante visioni dai nessi causali dubbi, una sibilla che scrive sulle foglie in una lingua immediatamente frantumata. Quest’ordine di narrazioni già si profilava nei solidi romanzi di Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, ed Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, entrambi Polidoro, 2025: e ora, nella stessa collana “Interzona” di Orazio Labbate, ma persino più radicale e spiazzante negli esiti di quei precedenti, giunge Le forme di Fabrizio Schepisi, che sottolinea la dimensione simbolica e filosofica dell’apologo.
Siamo in un’isola assediata dal caldo, in un tempo che alcune suggestioni potrebbero collocare in una civiltà precedente la nostra ma al tempo stesso slitta idealmente per il lettore verso un futuro estremo – comunque il calendario (tempo base 391 di quel mondo, ma con scorci del tempo antico della fondazione) è qualcosa di molto relativo e funzionale a porre frantumi di un ordine fragile tra diversi fili della narrazione. L’isola, un’Atlantide della parola o forse un’isola di Utopia ormai degradata, è lontana dal resto del mondo e non vede interazioni con altri popoli.
La storia è quella del narrante/protagonista Abel, un Abele forzatamente buono e succube di un regime in apparenza morbido quanto però equivoco e vessatorio. Il potere che regge l’isola e che vede – o piuttosto non vede, il concetto è nebuloso – al vertice l’enigmatico Gestore, per ottenere una società pacificata ne ha rimosso tutte le emozioni forti, i conflitti, i concetti di dolore, sofferenza e lutto. Qualcosa di persino più radicale che in una distopia come Polpa di Flor Canosa, fortemente incentrata sui corpi. E una simile cancellazione finalizzata a stabilità, sicurezza, equilibrio sociali interviene sulla memoria anche personale, resettando i nessi del passato ed erodendo fatalmente l’identità. La misura di apparente perfezione reca così in sé un’oscura specularità, il volto di una tirannia più insidiosa e spersonalizzante.
Da cui una straniante, geniale vaghezza in tutto il romanzo, come alla deriva di un dormiveglia dove nulla raggiunge la solidità d’una certezza, tutto muove in una trasfigurazione onirica e simbolica al passo di una lingua letteraria congrua: in assenza di quella memoria che del resto è funzionale alla coscienza, Le forme – quelle del titolo – sfumano e si disincarnano in simboli e conati di emozioni.
Essendo impossibile il linguaggio del dolore, Abel vive un disagio senza forma di fronte alla scomparsa di una serie di persone fondamentali dalla sua vita: il padre (si è gettato in mare a scopo suicida o voleva solo allontanarsi a nuoto?), il fratello Maxwell (che corre come forma di resistenza e a un tratto sparisce), la stessa partner di Abel, Clara (che trovava nel sesso qualche forma di attrito con la realtà circostante, forse violentata e uccisa). È il problema insomma delle “sofferenze non autorizzate” (esistono macchine del dolore per simularlo ai fini delle lezioni di guida, con elettrodi e l’eccitante mextos): chiunque sperimenti il dolore senza permessi rischia dunque d’essere posto fuori dalla società, escluso, o almeno marginalizzato come Abel.
Il fatto è che il travaglio interiore, con dolore e fatiche pungenti alle quali giustamente cerchiamo di sfuggire, trattiene però una dimensione formativa e fondativa: ci piaccia o no, affossa mondi e altri ne apre in noi. Vietarlo o anche solo annacquarne il portato, come nella nostra età superficiale di risposte banalizzanti alla complessità, significa in fondo sprecarne le potenzialità esistenziali, mutilarci, svuotarci.
Per rendere la sofferenza del protagonista senza descriverla troppo, l’autore gioca ergodicamente sull’incastro tra voce narrante, descrizione di un mondo straniato e inserti di documentazione amministrativa: in effetti è un’intera società a essere inebetita e talora sofferente, tra manifestazioni sopra le righe e sacche sordide di miseria tra una discarica e l’altra.
Tanto più che le soluzioni offerte dal regime al problema della morte – fantastiche mutazioni in alberi – non risultano particolarmente consolatorie: e l’isola, che non conosce l’idea di Dio (il concetto si degraderà in una sorta di pupazzetto), tributa una sorta di divinizzazione alla città. Con tutta l’epica dei lavoratori nel cantiere di fondazione, in particolare attorno alla figura del veterano Tito scomparso nell’utero della terra e del suo interlocutore, l’operoso Cesare. L’autore evoca così in distanza tutta una letteratura di cantieri, da quelli virgiliani di Cartagine ai cantieri dell’archeologia industriale, a quelli sovietici di un eroe del lavoro Stachanov in fondo non lontano da Tito e Cesare.
Dove di nuovo un passato vertiginosamente remoto (megalitico? Caino fondatore di città vs. Abel(e)? le stirpi preadamite dell’uomo-sauro qui incontrato?) e un futuro architettonico inconcepibile alla Megalopolis di Coppola (in un’età che pare conoscere vagamente le lettere paoline e l’attacco alle Torri Gemelle) circonfondono l’assoluto della fondazione urbana. A quel punto la storia della quest di Abel, gravata da amnesie, mancanza di dati e incomprensioni, e la storia della città si dipanano insieme: fino a fargli vagheggiare, per le implicazioni letteralmente viscerali,

una storia gastrica dell’isola […]. Nessuno ci ha mai davvero pensato, al livello gastrico. Ai corpi che si rovinano nel lavoro, che sfioriscono o si fondono dall’interno a causa della bile. E dovrai scriverla tu, tu che hai il coraggio di vomitare sulla sabbia, sulla pietra.

La fondazione della città viene fatta coincidere proprio con la fine del dolore e della morte. Ma anche la natura appare sovvertita, e forse il padre si è lanciato in mare come i branchi di animali qui intenti a periodici suicidi di massa.
A fronte di questa situazione c’è chi tenta di reagire, con scarsi risultati: il fratello di Abel attraverso lo strumento della corsa; alcuni ribelli attraverso la violenza sessuale; Abel stesso in una ricerca contra legem di qualche verità sui propri cari, muovendosi in modo ufficioso e quasi clandestino.
Prima assoggettato a cure istituzionali come tanti altri traumatizzati sull’isola, privi di strumenti per elaborare gli eventi dolorosi (il che apre ovviamente al topos del narrante inaffidabile da un lato, dall’altro alla domanda su quale sia la normalità “sana” in una situazione come quella descritta), il Nostro viene poi arruolato per demolire relitti della fase urbanistica precedente: e il tema delle discariche torna ossessivamente, in un’isola dove tutto sembra consumarsi tra cantieri e smaltimenti. Infine Abel viene ingaggiato per produrre sculture per conto del governo: ma se la creatività permette una base minima di resistenza attraverso dubbio, amarezza e malessere (o vagheggiando animali invisibili, come l’incorporeo leone di Maxwell), la crisi delle forme si traduce in una disturbata materialità magmatica, in definizioni plastiche incerte, ossessive e parossistiche come certe statuette disturbanti e incomplete su uno scaffale. Come se tutta l’isola fosse un impasto un po’ informe e continuamente riplasmato senza riuscire a trovare una compiutezza.
Inevitabile pensare alla distopia young adult di Lois Lowry, The Giver – Il donatore (1993); o al citato Polpa. Ma l’autore, colto lettore di Vittorini, Peake e di postmoderno fino ad Arbasino e Pynchon, lavora in termini di grande originalità. La forza prima di questo bel romanzo non sta probabilmente nello spunto pur brillante, ma nella voce con cui è offerto. E che proprio dove ci spiazza svela le vertigini di un approccio indocile alla letteratura, traghettandoci in un’esperienza psichica e narrativa a suo modo sconvolgente.

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Evento sismico ML 4.7 nel mar Tirreno, 13 giugno 2026

Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.

I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata compresa tra Mw 4 e Mw 5; a nord est dell’epicentro di questa sera è avvenuto il forte terremoto dell’8 settembre 1905 di magnitudo stimata Mw 6.9.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa  220 km.

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.

Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.


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Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza

Se ne sono accorti perfino nell'ex Persia.L'Iran infatti ha aggiunto psicologi senior al suo team di negoziatori per rivedere le bozze delle comunicazioni prima che fossero inviate a Trump.Il motivo è semplice: "Riconosciamo che abbiamo a che fare con un individuo mentalmente incapace. Abbiamo fatto lavorare psicologi senior per elaborare un profilo psicologico di quello ...continua a leggere "Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza"
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Approvata l’acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros per 110 miliardi

Il Grande Fratello è sempre più vicino.La Divisione Antitrust del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dato il via libera alla fusione che unirà Paramount (CBS) e Warner Bros. Discovery, colosso che include HBO, CNN, TBS, Food Network, HGTV e lo storico studio cinematografico Warner Bros.Il miliardario della tecnologia e dichiarato sionista Larry Ellison ...continua a leggere "Approvata l’acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros per 110 miliardi"
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La vendita di perdoni di Trump

La clemenza sotto Donaldo non riguarda la giustizia, ma la narrazione e soprattutto il denaro.Il 96% delle concessioni di clemenza di don il Demente sono andate a persone che non rispettavano le linee guida del DOJ. Solo l'1% dei destinatari della clemenza dell'altro coglione Biden ha violato le stesse regole.Reuters ha identificato 290 influencer che ...continua a leggere "La vendita di perdoni di Trump"
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Storia esoterica d’Italia: dalle origini pitagoriche al Novecento

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Quando pensiamo all’Italia, l’immaginario globale evoca immediatamente due concetti: la classicità dell’Impero Romano e il cuore pulsante del Cristianesimo cattolico. Eppure, sotto le navate delle basiliche, dietro le facciate dei palazzi rinascimentali e nelle piazze delle nostre città, scorre un fiume sotterraneo e ininterrotto che racconta un’altra storia. L’Italia non è stata soltanto la culla del potere papale, ma è stata, per oltre due millenni, il più grande laboratorio alchemico, magico e filosofico dell’intero Occidente. La storia esoterica d’Italia è una contro-storia dell’anima europea. Dalle scuole misteriche dell’antichità alle accademie segrete fiorentine, passando per i poeti medievali e i circoli

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Simboli esoterici: significato, origine e interpretazione dei principali simboli

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Cosa sono i simboli esoterici? Prima di addentrarci nell’analisi dei singoli glifi e nelle loro geometrie nascoste, è essenziale rispondere a una domanda fondamentale: cosa sono i simboli esoterici e perché, a distanza di millenni, continuano a esercitare su di noi un fascino così magnetico? Molto spesso li liquidiamo come semplici “disegni” misteriosi, ma la realtà è molto più complessa. La differenza fondamentale tra segno e simbolo Per comprendere a fondo la materia, dobbiamo prima tracciare una linea di demarcazione netta tra un segno e un simbolo. Un segno è un’indicazione pratica con un solo significato chiaro e bidimensionale. Un

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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1000 Miglia, quarta tappa verso Rimini

La 1000 Miglia 2026 entra nella sua parte cruciale. La quarta giornata di gara ha regalato agli equipaggi un itinerario ricco di fascino, dai paesaggi appenninici agli scorci sul mare Adriatico. Partite da Roma, le storiche hanno attraversato alcune delle località più suggestive dell’Italia centrale, accompagnate dal consueto entusiasmo del pubblico.

Tra Umbria e Marche

La mattinata si è sviluppata lungo le strade umbre, con il passaggio attraverso Terni e Foligno fino ad Assisi, dove la Freccia Rossa, sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, ha reso omaggio a San Francesco nell’anno che ricorda gli ottocento anni dalla sua scomparsa. Dopo il Controllo Timbro e le Prove Cronometrate a Gualdo Tadino, gli equipaggi hanno raggiunto Gubbio per la sosta in piazza Quaranta Martiri. Nel pomeriggio il convoglio ha affrontato i tornanti della SS3 per entrare nelle Marche, attraversando la Gola del Furlo. Qui i concorrenti si sono misurati con una nuova serie di prove prima di proseguire lungo un tratto di curve panoramiche e ampie vedute sull’Adriatico. La tappa è poi proseguita verso la Repubblica di San Marino, dove le vetture hanno raggiunto il centro storico del Titano per il tradizionale Controllo Timbro in piazza della Libertà.

L’attesa per l’ultima sfida

Dopo 112 prove cronometrate, la classifica vede ancora al comando Juan e Margarita Tonconogy. Alle loro spalle restano in corsa Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, mentre Lorenzo e Mario Turelli occupano la terza posizione provvisoria. Nelle altre categorie, Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Johannes Latvala guidano la graduatoria della Gran Turismo Experience, mentre Vittorino Bertaglia e Giordano Mozzi mantengono la leadership nel Ferrari Tribute.

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