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Hormuz, sanzioni e Libano: gli ultimi ostacoli per un accordo Usa-Iran

I negoziati Usa-Iran sono nuovamente a un passo dalla conclusione, dice Donald Trump, mentre da Teheran prendono tempo e si resta fermi alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi secondo cui l’Iran sta “esaminando” l’accordo. Il negoziato mediato dal Pakistan sembra “Il Giorno della Marmotta”, film in cui il protagonista si trova condannato a svegliarsi sempre nella stessa giornata ciclica: gli accordi avanzano, una sintonia sembra trovarsi, gli Usa annunciano (questa volta in sinergia con lo stesso Pakistan) che si è all’ultimo miglio, emerge il prevedibile disappunto di Israele, tutto poi torna nell’incertezza. Spesso magari con provvidenziali incidenti a sabotare i percorsi.

Cosa manca nei negoziati Usa-Iran

La verità politica, però, è che dall’8 aprile, data del cessate il fuoco che ha ridotto d’intensità le tensioni e frenato la Terza Guerra del Golfo, sono poche e ben precise le questioni su cui Usa e Iran devono ancora trovare un’intesa. Ma sono questioni, ovviamente, dirimenti e decisive. Si parte dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, su cui Teheran ha di fatto imposto una proiezione sovrana, e si passa alla contropartita dello sblocco degli asset iraniani congelati dalle soffocanti sanzioni Usa, che la Repubblica Islamica chiederebbe di iniziare a scongelare. In mezzo, la grande partita del Libano, il cui conflitto per Teheran è unico con quello che la coinvolge direttamente e in cui l’Iran chiede agli Usa di pressare su Israele perché fermino gli attacchi a Hezbollah. Prospettiva questa assai invisa a Benjamin Netanyahu e criticata, soprattutto, dal ministro degli Esteri libanese Joe Rajji, che nonostante tre mesi di attacchi e quasi 4mila morti ha detto ad Araghchi che “non accettiamo che nessuno negozi per nostro conto o firmi accordi a nostro nome” parlando a Le Figaro

🇱🇧 NEW: Lebanon Foreign Minister Joe Raggi insists the “Lebanon issue must be separated from the Iran issue,” rejecting any efforts from Iran to stop Israeli attacks on Beirut’s behalf.

“We do not accept that anyone negotiate on our behalf or sign agreements in our name. That… pic.twitter.com/xBGGPePw5H

— Drop Site (@DropSiteNews) June 13, 2026

Trump cerca risultati prima del G7

Il risultato positivo che per ora sembra acquisito è la comune volontà di rimandare a negoziati più lunghi e tecnici il futuro assetto del dossier nucleare e di aprire a un’eventuale fase di accordo concretizzando dei risultati ritenuti basilari per una pace credibile. Qui si inserisce il fattore tempo. Trump ha bisogno di risultati. La giornata del 14 giugno, con le celebrazioni del Giorno della Bandiera (e del compleanno del presidente…) precede la tre giorni del G7 in Francia a cui gli Usa intendono arrivare con un percorso avviato verso l’uscita da un angolo in cui si sono problematicamente cacciati lanciando la guerra il 28 febbraio scorso. Possiamo dirlo: la Terza guerra del Golfo, risultati alla mano, non è stata una vittoria americana e israeliana e la questione di Hormuz e del danno alla credibilità Usa peserà come un macigno negli anni a venire.

Le linee rosse di Israele

In un certo senso, le stesse trattative lo hanno confermato: a giugno 2025 Trump, al termine della guerra dei dodici giorni, rivendicava che gli Usa avevano smantellato siti nucleari e programma di arricchimento di Teheran. Ora è stabilito che l’uranio esiste ancora e sarà al centro di specifici negoziati. Si parlava di smantellamento del regime e della capacità combattiva dell’Iran che, pur avendo subito gravi danni, resta in piedi. E nonostante i “falchi” dell’Iran guardino con sospetto a ogni accordo, è bene sottolineare che la fase di negoziato sta per ora risparmiando un tema chiamato all’inizio della guerra tra le motivazioni per l’attacco, ovvero l’obiettivo di smantellare il programma missilistico e balistico di Teheran, con cui può colpire i Paesi della regione in generale e Israele in particolare, e la rete di supporto agli alleati regionali. Su questi temi Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha pungolato Trump con un post su X

נשיא ארה"ב מוביל בימים אלה להסכם עם איראן מתוך ראיית האינטרסים האמריקאים, ובהם גם האינטרס המשותף עם ישראל – למנוע מאיראן נשק גרעיני – ואנו מצפים שיעמוד על העיקרון הזה ועקרונות נוספים בתחום הטילים ושלוחי הטרור.

ביחד הנחתנו על איראן מכות קשות שהסיגו את יכולותיה שנים רבות לאחור.…

— ישראל כ”ץ Israel Katz (@Israel_katz) June 12, 2026

Katz in sostanza si inserisce in una situazione di negoziato ambigua in cui una bozza definitiva di accordo credibile ancora non c’è, una roadmap concordata solo a monte deve capire come verrà applicata a valle e Israele può sfruttare l’asimmetria della sua posizione: belligerante ma fuori dai negoziati, può alzare l’asticella dello scontro, come successo in Libano settimana scorsa, per testare quanto effettivamente un accordo sia vicino e eventualmente condizionarne uno a essa ostile. La questione missilistica è remota per Trump ma vitale per Israele, e in Libano Tel Aviv continua a colpire. Nel frattempo, nota Al Jazeera, “gli Stati Uniti e l’Iran sembrano mescolare le disposizioni del memorandum d’intesa con i loro obiettivi finali nel tentativo di rendere l’accordo più appetibile” e si torna, nuovamente, a quell’ultimo miglio prima della firma tante volte attraversato e che per ora Usa e Iran non hanno ancora potuto completare. Sarà questa la volta buona? I problemi da risolvere sono noti, la volontà politica sembra esserci, il nodo sarà la concretezza oltre la spinta di una fastidiosa “annuncite”.

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