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Il sabato fascista e la risposta dei movimenti

Vannacci, ProVita e remigrazionisti, ciascuno per sé il 13 giugno a Roma. Gli antirazzisti hanno risposto con due cortei rigidamente separati (Checchino Antonini)

Si è conclusa con il coro “Boia chi molla è il grido di battaglia” e il saluto fascista, la manifestazione del 13 Giugno a Roma di “Remigrazione e riconquista”, dopo un corteo che ha percorso via Cola di Rienzo per chiedere l’approvazione di proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto 150mila firme, il triplo del necessario. In piazza, a giudicare dalle immagini prese dall’alto c’erano forse 4-5mila persone che gli speaker hanno moltiplicato per quattro per galvanizzare un corpaccione militante che vive nel mondo immaginario della sostituzione etnica e nel terrore della crisi del maschio bianco occidentale ma che, con evidenza riesce a pescare in settori popolari smarriti dalla policrisi. “L’immigrazione non è solo un problema di sicurezza, ma di identità nazionale. È in atto una sostituzione del popolo italiano ed europeo – ha gridato durante un comizio finale a piazza Risorgimento, a pochi metri dal Vaticano, il presidente del Comitato, Luca  Marsella – e la soluzione non può essere importare qui nuovi italiani perché nuovi italiani non lo saranno mai”.

Marsella è il portavoce di Casa Pound Italia, sodalizio che si autodefinisce di “squadristi del III millennio” e vanta un cumulo di condanne per reati legati a episodi di squadrismo, la più recente è la condanna del Tribunale di Bari di 12 camerati della tartaruga frecciata (simbolo di CPI), nell’inverno di quest’anno, per l’aggressione al corteo antifascista nel capoluogo pugliese avvenuta nel 2018 (tra le persone aggredite anche l’allora europarlamentare Prc, Eleonora Forenza). Eppure sono loro a sentirsi vittime: per non essere riusciti a presentare la legge in una conferenza al Parlamento, per essere stati processati (così giurano) “per aver sventolato un tricolore”, e per essere vittime della censura dei media perché «non facciamo parte di questo sistema marcio».

I riconquistatori-remigrazionisti si dichiarano contro la “Società aperta” perché sarebbe questa a produrre solitudine, degrado e precarietà nelle periferie e denunciano quello che chiamano «senso di colpa europeo». Si rifanno a teorie che dalla Nouvelle Droite francese si sono riverberate nell’arco di una trentina d’anni sulle destre fascistoidi di tutta Europa, oggi ne sono alfiere esperienze naziste come gli identitari austriaci di Martin Sellner, i tedeschi di AfD, e gli autori del recentissimo pogrom di Belfast.

Nessuna bandiera di partito, nessun cartello fatto in casa, «porta solo un tricolore», chiedevano i promotori negli appelli sui social, rivolgendosi a «tutti gli italiani che vogliono rialzare la testa», «non vi sarà spazio per personalismi o sigle». Remigrazione e riconquista è la coalizione di scopo con cui la diaspora fascistoide brandisce la parola d’ordine della remigrazione per coagulare forze a destra dell’attuale destra di governo con cui ha comunque molti rapporti e “porte girevoli” dalle quali transitano esponenti locali dei vari gruppuscoli. I più riconoscibili, oltre a CPI, sono il Popolo delle mamme (no vax, la cui fondatrice, Simona Boccuti, nel 2024 aveva festeggiato il compleanno del Duce a Predappio), la Rete dei Patrioti (scissione di Forza Nuova), poi c’è Rinascita nazionale, l’associazione Evita Perón, vicina a Forza Nuova, il Veneto Fronte Skinheads e alcuni amministratori locali in quota Lega che, con Borghezio prima e Salvini poi, ha sempre flirtato con ambienti identitari il cui mood si condensa così: «I popoli europei hanno diritto a esistere, a restare sé stessi, a perseverare la propria continuità storica, antropologica e culturale», come tuona dai social un faccione corrucciato convocando questa manifestazione come primo passo della “riconquista”. Il secondo sarà quello di provare a rientrare in Parlamento per illustrare la legge in una conferenza stampa. E’ esplicita la pressione sui partiti di destra perché la proposta arrivi in Aula. Il messaggio agli eletti di Lega e FdI è che tutto ciò dovrebbe rappresentare lo “spartiacque” che svelerà chi tra loro è davvero “dalla parte della nazione”.

La prima volta gli è andata male: era il 30 gennaio e un parlamentare salviniano, Frugiele, aveva apparecchiato per loro la sala stampa di Montecitorio ma alcuni deputati di M5S, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa l’hanno occupata provocando l’annullamento della conferenza. Il 1° Aprile, l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, ha sospeso per diversi giorni 32 parlamentari dell’opposizione.

Ma che cos’è la proposta di legge che ha raccolto 150mila firme intercettando un senso comune degradato da decenni di emergenza sicurezza enfatizzata per coprire i mandanti reali del massacro sociale? La remigrazione sarebbe, parole loro, un po’ meno di deportazione, ma molto più di un decreto sicurezza sui rimpatri, una «postura politica dello Stato» contro tre categorie di esseri umani. Primi della lista i “clandestini”: per loro tolleranza zero, registro nazionale delle espulsioni e blocco delle Ong. In secondo luogo i “regolari” che commettono reati e allora dovrebbero scontare la pena nel paese d’origine e, se già cittadini per naturalizzazione, dovrebbero perdere la cittadinanza. Infine i regolari “non assimilati” o che pesano sullo stato sociale, ossia chi vivrebbe in “comunità separate tentando di imporre usi incompatibili con le nostre leggi” o che “lavora e grava sui servizi pubblici”, per loro niente ricongiungimenti familiari e una remigrazione “non forzata” ma “incentivata”, oltre all’abolizione del decreto flussi. Una proposta insostenibile a tutti i livelli (etico, politico, economico, storico) ma che alle destre serve per spacciare paura tra i settori popolari per i quali non possono agire collanti di altro tipo visto che ogni risorsa sarà dirottata sul riarmo negli anni a venire.

Tutto questo è avvenuto in un sabato italiano attraversato da altre manifestazioni: sul fronte destro quella dei Pro Vita, composito fronte antiabortista non meno reazionario dei remigrazionisti, e la kermesse di fondazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci (già intorno al 5% nei sondaggi). Quale sarà il rapporto tra i “futuristi” dell’ex europarlamentare leghista e i “riconquistatori”, futuristi anche loro nel senso dell’attitudine manesca e guerresca della tradizione marinettiana? Certo è che la remigrazione è una parola d’ordine che li accomuna dentro il medesimo milieu allucinato. Ma per adesso si profila una sorta di contesa dello spazio a destra della destra. Significative alcune parole di Marsella nel comizio finale: «Non ci servono generali, a noi servono combattenti e voi dovete esserlo – prosegue rivolgendosi ai manifestanti – noi non siamo qui per perdere ma per “vincere e vinceremo”».   

Da sinistra la risposta c’è stata, ma per ora solo con due manifestazioni romane e rigidamente separate a sancire una difficoltà, che segnaliamo da tempo, nella costruzione di un movimento sociale all’altezza delle necessità, convergente sulle questioni cruciali della guerra, del riarmo, dell’opposizione sociale. Da un lato l’ombra lunga del “campo largo” su alcuni importanti settori della sinistra radicale legati ad AVS e a parte del Prc, dall’altro il richiamo autorenferenziale alla costruzione di un polo indipendente da parte di Pap e Usb su posizioni anti-Cgil e pure campiste sul piano internazionale. Un contesto deformato sia dalle strettoie del sistema elettorale, sia da una attitudine alla frammentazione politica che pare inarrestabile da almeno dieci anni.

Ai due cortei complessivamente hanno partecipato intorno alle 10mila persone: due terzi (tra cui Sinistra Anticapitalista) hanno sfilato tra il Colosseo a piazza Vittorio, nel quartiere più multietnico del centro cittadino, dietro uno striscione che diceva Fuck Remigration, i restanti (la galassia Usb) hanno raggiunto in corteo la sede del ministero dei trasporti guidato da Salvini.  

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Femminicidio, da Avs al Pd fino a FdI: tutti contro Vannacci. Bongiorno (Lega): “Spero non gli manchi il delitto d’onore”

“Il femminicidio non esiste, non serve alcun reato specifico”. È bufera politica – e non solo, dal momento che nel dibattito è intervenuto anche il padre di Ilaria Sula – dopo le parole di Roberto Vannacci all’assemblea di Futuro nazionale. Per il leader di FnV si tratta di “un omicidio come tutti gli altri”. Dichiarazioni che arrivano nell’affollatissima conferenza stampa della giornata conclusiva dell’incontro di oggi a Roma, e ribadite successivamente, con ancora più enfasi, nell’intervento dal palco dell’auditorium della Conciliazione. “Uomini e donne sono uguali – è il suo ragionamento – non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”.

Un ragionamento che lo porta a dire pure di essere contrario alle cosiddette quote rosa, alla parità di genere, argomento sul quale il generale ha promesso un emendamento alla legge elettorale per abolirle. Immediate le repliche da parte degli esponenti delle opposizioni. Tra le prime ad accusare Vannacci è Cecilia D’Elia, senatrice del Pd che parla di “negazionismo patriarcale” da parte di chi “non vede l’esistenza della violenza maschile contro le donne, e il carattere proprio dei femminicidi”. Il leader di Fn “è intriso di quella cultura che dobbiamo cambiare e che cambieremo, con buona pace sua e dei suoi sodali”, scrive sui social.

Si alza il livello delle repliche con Michela Di Biase, sempre del Partito democratico: “Solo dalla feccia possono originare le parole gravissime pronunciate da Vannacci sui femminicidi, il femminicidio non è uno slogan ideologico, ma un fenomeno riconosciuto e studiato da istituzioni, magistratura e organismi internazionali. Non serve a stabilire che una vita valga più di un’altra, ma a descrivere delitti che maturano in dinamiche di possesso, controllo e sopraffazione”. Ma è tutto l’arco parlamentare a scagliarsi contro il generale. Lo fa Angelo Bonelli di Avs: “Oggi Giorgia Meloni ha trovato il tempo per attaccare su X una fiera dell’editoria che chiede agli espositori di sottoscrivere i valori antifascisti della nostra Costituzione. Ha parlato di censura. Ha parlato di libertà di pensiero. Ma le chiedo: perché non condanna neanche le parole di Vannacci che oggi ha dichiarato che il femminicidio non esiste? Quello che sta accadendo è chiarissimo. Meloni sa che alle prossime elezioni avrà bisogno dei voti di Vannacci e dell’estrema destra. E per non perderli è disposta a tutto: a tacere sugli slogan neofascisti e razzisti del corteo sulla remigrazione di ieri, a tacere sui ‘camerati’ in sala, a tacere su chi nega il femminicidio”.

Critiche anche da Italia viva. “Le parole di Vannacci sul femminicidio sono gravissime e offensive nei confronti delle tante donne vittime di violenza e delle loro famiglie. Negare la specificità del fenomeno significa ignorare una realtà che continua a colpire il nostro Paese e contro la quale le istituzioni hanno il dovere di intervenire con determinazione”. A dirlo sono le senatrici renziane Daniela Sbrollini, capogruppo in commissione Femminicidio, e Dafne Musolino, vicecapogruppo al Senato. “Ancora più preoccupante è vedere esponenti politici che arrivano a richiamare simboli e linguaggi che pensavamo appartenessero al passato. La cultura del rispetto, della parità e della democrazia non può essere messa in discussione né banalizzata. Sono i valori della nostra Costituzione, quella Carta che Vannacci continua negare sia antifascista”.

Da destra interviene l’avvocata e senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, che del disegno di legge sulla violenza sessuale è relatrice. “Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Futuro nazionale è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore“. Persino Fratelli d’Italia attacca Vannacci. Per l’assessora lombarda alla Cultura, Francesca Caruso “basta leggere le cronache, troppe donne vengono uccise da uomini che non accettano la fine di una relazione, un rifiuto o la loro libertà. Possiamo discutere delle leggi, ma non dei fatti. E i fatti ci dicono che esiste una forma di violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne“. E ancora: “Francamente trovo surreale che oggi ci sia ancora qualcuno che neghi questo fenomeno invece di interrogarsi su come contrastarlo. Il problema non è la parola ‘femminicidio’. Il problema sono le donne che continuano a essere vittime di violenza e di sopraffazione. Se il femminicidio non esiste, come chiamiamo le tante donne uccise semplicemente perché hanno detto ‘no’? Forse il generale dovrebbe iniziare a leggere i giornali del 2026 e non quelli del 1956”. Tra le fila di FdI è anche la senatrice Susanna Donatella Campione a redarguire Vannacci: “Il punto non è che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Il punto è riconoscere la specificità di quei delitti che maturano nell’odio, nel possesso o nel disprezzo nei confronti delle donne. Per questo sostenere che il femminicidio sia ‘un omicidio come tutti gli altri’ è una lettura fuorviante. La frequenza con la quale gli uomini uccidono le donne è diventata tale da indurre il legislatore a introdurre nell’ordinamento una fattispecie specifica. Non per creare vittime di serie A e di serie B, ma per contrastare un fenomeno che presenta caratteristiche proprie e che richiede strumenti adeguati. Mi chiedo infine se le donne che militano nel movimento di Vannacci condividano davvero questa impostazione. Sarebbe interessante sapere se ritengano anche loro che il femminicidio sia semplicemente un omicidio come un altro”.

Per Mariastella Gelmini di Noi Moderati “le dichiarazioni di Vannacci sono gravissime. Giulia Cecchettin, Ilaria Sula, Luciana Ronchi e tante altre non sono nomi astratti né casi isolati: sono donne che hanno perso la vita per mano di un uomo. Negare l’esistenza del femminicidio significa ignorare una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne. Significa voltare le spalle alle vittime, alle loro famiglie e a tutte le persone che ogni giorno si impegnano per contrastare questa piaga. Vannacci, ancora una volta, dimostra una visione arretrata e distante dalla realtà“.

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Il vannacciano Sasso: “O con noi o contro di noi. Quando andremo al potere, faremo davvero le cose”. Bagarre a Omnibus

Tensione alle stelle a Omnibus, su La7, dove va in scena lo scontro tra Rossano Sasso, deputato passato dalla Lega a Futuro Nazionale, e Gino Zavalani, content creator e direttore editoriale di Esperia Italia, progetto media digitale vicino a Fratelli d’Italia. Zavalani, di origine albanese e con cittadinanza italiana da oltre 20 anni, pone una domanda semplice e provocatoria: quali sono i criteri “scientifici” per restare in Italia senza rischiare la remigrazione? Sasso, in collegamento da Roma prima della chiusura dell’assemblea di Futuro Nazionale, parte subito all’attacco con un interrogatorio marziale: “Si è integrato nella nostra società?”, “Ha un lavoro?”, “Ha mai infranto le nostre leggi?”, “È rispettoso del popolo che lo ha accolto?”.
Ogni domanda arriva secca, quasi a mitraglietta. La giornalista Ludovica Ciriello prova a inserirsi: “Ma chi lo decide?”. Sasso la ignora olimpicamente e continua la sua check-list. Quando Zavalani risponde sì a tutto (lavoro, rispetto, gratitudine), Sasso concede magnanimo: ” Allora, lei non solo è il benvenuto, ma rappresenta la stragrande maggioranza di immigrati che è ben accetto qui”. Ciriello commenta ironica: “Il tribunale Sasso”. Risposta piccata del deputato: “No, è il tribunale dei cittadini italiani stanchi dell’immigrazione clandestina fuori controllo”.

Il tono sale ulteriormente quando viene evocata la tragedia di Modena. Gaia Tortora ricorda che El Koudri è un cittadino italiano, ma l’ex leghista ribatte: “Non è un cittadino italiano, è marocchino. Marocchino“. Tutto lo studio rumoreggia dissentendo, ma Sasso è irremovibile: “Dovremmo rivedere qualche criterio per revocare la cittadinanza a dei criminali. Le nostre strade e le nostre piazze sono piene di criminali che non dovrebbero restare un giorno in più sul suolo patrio. Chi è contrario è complice. O con noi o contro di noi!“.
Zavalani ironicamente rilancia: “Allora revochiamo la cittadinanza anche agli italiani che guidano ubriachi e rischiano di ammazzare qualcuno”. Sasso, visibilmente infastidito dal contropiede, lo liquida: “Complimenti per l’approfondimento e la satira di questo signore che evidentemente lavora per qualcuno. Chiami i suoi amici parlamentari del centrodestra moderato e avanzi questa proposta”.
Gaia Tortora prova a mediare, ma Sasso è ormai lanciato, chiudendo il suo intervento in modalità “comizio” e con toni decisamente poco eleganti nei confronti di Ludovica Ciriello: “Noi di Futuro Nazionale, quando andremo al potere, le cose le faremo davvero. Con buona pace della “dottoressa Ludovica”, degli influencer e della splendida dottoressa Tortora”.

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Futuro nazionale, Vannacci chiude l’assemblea: “Femminicidio? Non esiste, non serve reato specifico”. Sul palco lotta alla “dittatura Lgbtq” e alla “islamizzazione dell’Italia”

Dal palco “ne ho per tutti”, e via di attacchi alla stampa, al centrodestra, alla “sinistra”. Ma in sala stampa è più accomodante: prende tutte le domande dei giornalisti, e nel secondo giorno, quello che all’Auditorium Conciliazione di Roma chiude l’assemblea di Futuro nazionale, ammorbidisce i toni anche coi – potenziali – futuri alleati. Dà ragione a Giorgia Meloni sulla polemica di Più libri più liberi e il cosiddetto “patentino di antifascisti”. E ha parole al miele per Matteo Salvini, che ieri non ha mai citato: “Lui al Viminale? Perché no, lo ha già fatto. Ci sono tante persone che potrebbero farlo, Salvini è tra queste”. Per precisare, infine, che “non voglio fare implodere il centrodestra“.

Remigrazione e femminicidio

Roberto Vannacci, anche oggi, parla di sé in terza persona. Come mettere in pratica la remigrazione, il suo cavallo di battaglia? Basta un atto di fede: “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”. Poi aggiunge: “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali laddove non ci fossero con gli Stati di origine, ma ce ne sono quasi con tutti”. Naturalmente la retorica bellicista è sempre presente. Per le elezioni del 2027, “siamo già in trincea. Siamo pronti anche domani, Meloni decida la data e noi ci siamo”. In sala stampa, un altro cavallo di battaglia: “Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”: E ancora: “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri“.

Lotta alla “ideologia gender”, “presente” e Almirante

Sul palco, prima di lui, il deputato di FnV, Domenico Furgiuele, ex Lega, che saluta i “camerati che ritornate a casa con me”, che cita Bobby Sands e Sergio Ramelli, al cui nome si avvertono in sala i “presente“. “Continueremo a essere tempesta e assalto” dice. A prendere la parola c’è anche Rossano Sasso, che chiede di mostrare le – nuove – bandiere di Futuro nazionale e fa uso della retorica bellicista per dire che “siamo in lotta contro l’islamizzazione dell’Italia”, contro “l’ideologia gender“, contro la “dittatura Lgbtq”, “Lottiamo contro l’egemonia culturale della sinistra nelle scuole”, tanto che addirittura propone “test psicoattitudinali per gli insegnanti”. Perché “ce ne sono tanti che hanno rovinato i ragazzi”, penalizzando chi “non frequenta i centri sociali o non canta Bella ciao”.

Sul palco sale anche Massimo Arlechino, presidente del Movimento Indipendenza di Gianni Alemanno, che è confluito in FnV. “Lui sta in una cella in condizioni inumane” dice Arlechino, seguito dai cori in platea “Gianni, Gianni”. E legge il messaggio dell’ex sindaco di Roma, commuovendosi: “È l’età”. Lettera che si apre con un “fare politica controcorrente costa caro, e io ho pagato con la libertà”. Poi gli attacchi agli “immigrati che cancellano la nostra identità nazionale. Grazie a Roberto Vannacci che ha il coraggio di combattere”.

Prima di Vannacci, prende la parola il responsabile nazionale per il programma di FnV, Lorenzo Gasperini, già candidato alla Camera per il centrodestra e un passato nella Lega. “Il nostro è un programma in italiano, senza asterischi e senza schwa – dice – Non ci sarà l’interruzione volontaria di gravidanza, ma l’aborto; non ci sarà la gestazione per altri, ma parleremo di utero in affitto; non il suicidio assistito, ma l’omicidio volontario di un consenziente. La politica è la continuazione della guerra e della difesa della patria ma con altri mezzi”, aggiunge Gasperini, parafrasando la massima del generale prussiano Carl von Clausewitz, che affermava che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Gasperini cita più volte Giorgio Almirante: “L’Europa o va a destra o non si fa”. Ma “vale anche per il centrodestra. O si mette in testa di andare a destra, o non si fa”.

Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni anticipa che “il programma di FnV verrà pubblicato domani e sarà composto da 140 pagine” e spiega che i “comitati costituenti andranno avanti e si rafforzeranno. Ci porteranno alle elezioni del 2027, facendo anche attività culturali e sportive” (Vannacci li definisce “avanguardie futuriste”). Qui la citazione di Giovenale (“Mens sana in corpore sano”) e l’attacco alla “cultura della sinistra, pervasiva, che ha distrutto il Paese”. Poi la presentazione della mozione (approvata per acclamazione): “L’assemblea nazionale viene allargata da cento a 120 membri per premiare i territori”. Con l’ampliamento anche dell’esecutivo “da 15 a 30 persone”, coi nuovi 15 nomi che “verranno stabiliti nei prossimi giorni in base al merito”. I coordinatori regionali e locali verranno eletti più avanti.

L’intervento di Vannacci tra Matrix, i longobardi e Lucio Dalla

“Non ha bisogno di presentazioni” dice il deputato Edoardo Ziello prima dell’intervento di Vannacci. E scandisce insieme alla platea “generale, generale”. Vannacci, finalmente dietro al microfono, tira in ballo Via del Campo di Fabrizio De André (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”) per nobilitare “la sporca dozzina”, dopodiché attinge ancora dal “campo militare”, paragonando il programma politico al “piano d’azione” e citando di nuovo Carl von Clausewitz. Ancora un riferimento al film Matrix per dire che “non esiste una nazione prospera in cui l’essere umano non fa una mazza dalla mattina alla sera” e “che non possiamo stare seduti sul divano ad aspettare la paghetta di Stato“. “Siamo la speranza dell’Italia vera, del popolo italiano che finalmente si sta svegliando”.

Prima di illustrare il programma “punto per punto”, Vannacci fa ascoltare la colonna sonora scelta per “le nostre avanguardie futuriste”: Futura di Lucio Dalla. Sulla sicurezza e sulla difesa dice che “non ci deve più essere il sentimento della paura. A casa propria ognuno deve essere sicuro. Non c’è spazio in Italia per i criminali. Per uccidere, rubare e stuprare ci saranno carceri e tolleranza zero”. Naturalmente l’elogio delle forze dell’ordine e delle forze armate: “Meritano rispetto”. Parla di “rastrellamenti delle metastasi dell’illegalità nelle nostre città” sulle quali lavoreremo. E infatti arriva la remigrazione: “Non abbiamo un programma di immigrazione, ma di remigrazione. La misura è colma. La criminalità è un effetto strutturale e fisiologico” della presenza di persone straniere.

Sul fronte della cultura “la sinistra ha cercato di convincerci che l’Italia non ci appartiene, poiché da sempre terra di immigrazione”. E allora l’excursus storico per dire che l’immigrazione storica più importante “è stata quella dei longobardi, il 4%, i saraceni erano meno dell’1%, come i normanni”. Mentre “oggi siamo al 12% di stranieri. Noi faremo il massimo perché si torni a una presenza pari a quella dei longobardi, cioè il 4%. Con il rimpatrio, la revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati. L’Italia tornerà a essere la casa degli italiani”.

Vannacci poi critica l’energia rinnovabile, elogia “il termico, che contribuisce alla nostra prosperità”, punta sul “nucleare di ultima generazione” e sulle biomasse “vero combustibile autocratico“. Via, ovviamente, la carbon tax. “Pagare le tasse non è bello ma è necessario”, tuttavia “noi vogliamo un fisco giusto e proporzionato, chi fa figli manda avanti il Paese, per questo la tassazione ne deve tenere conto”. E ancora: “La scuola deve essere dura e selettiva. Non perché vogliamo essere cattivi, ma perché la vita è dura e selettiva. La mia vita è stata così. Se i soloni della sinistra parlano di ‘disagio giovanile’ è perché la scuola buonista contribuisce a crearlo”. Ci sono corsi sui “diritti dei migranti, progetti gender”, la scuola è diventata “un laboratorio del Pd. Noi vogliamo tornare a parlare degli italiani. E ai ragazzi dico: se vi piace fare il falegname, fate il falegname. Se vi piace fare l’agricoltore, fate l’agricoltore. Non è obbligatorio fare il liceo, diventare scienziati o architetti”. Ovazione dalla platea. “La nostra proposta è portare il libretto di lavoro a 14 anni. Io sono cresciuto così, e credo anche molti di voi. Perché se un ragazzo d’estate vuole fare il cameriere, o aiutare il padre o la madre in negozio, perché non può farlo? Perché non può essere assunto?”. E il lavoro “non te lo porta a casa lo Stato, te lo devi cercare tu. Devi battere i marciapiedi, mandare i curricula. Bisogna darsi da fare”.

Quando affronta la sanità, avverte che “gli ospedali non devono essere quei posti in cui si praticano falloplastiche o altre amenità simili” o “si iniettano” farmaci “per bloccare la crescita ormonale degli adolescenti”. Perciò “parlare di sanità vuol dire anche parlare di sport, ‘mens sana in corpore sano’. Alla cultura del bivacco preferiamo la cultura dell’azione per la formazione del carattere e del fisico degli italiani“. Per quanto riguarda la demografia, Vannacci fa riferimento al panda del Wwf: “Al suo posto, oggi andrebbe messo il bambino italiano, poiché in estinzione. E non mi venite a dire che dovremmo importare i bambini stranieri, come era stato pianificato dall’Onu, l’immigrazione di sostituzione. La famiglia è la cellula fondamentale della società. Non vi è un solo italiano che non sia stato generato da un padre e da una madre italiani. Vogliamo riattivare il saldo demografico della nazione” e per questo “al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità“. La conclusione del suo intervento: “Oggi i giornalisti hanno capito che Vannacci non parla solo di sicurezza e immigrazione. Vannacci oggi ha fatto il frontman, ma Futuro nazionale non è il mio partito”, e rivolto alla platea, “è il vostro. Questo non sarà il partito dei capibastone, ma dei leader, che avranno il compito di formare altri leader. Sogno un partito in cui Vannacci è l’ultimo dei poveracci, attorniato da persone più brave, più intelligenti e più belle di lui”. Per finire con una citazione, rigorosamente in russo, de L’idiota di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La voce di Dalla chiude l’assemblea.

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Meloni: “Più libri più liberi chiede agli editori il patentino antifascista. È censura”. M5s: “Rincorre Vannacci con argomenti ridicoli”

È “censura“, dice Giorgia Meloni, chiedere alle case editrici che partecipano a una fiera di firmare una dichiarazione di antifascismo. Nel mirino c’è Più libri più liberi, l’evento che si svolge a dicembre alla Nuvola dell’Eur di Roma e che l’anno scorso aveva visto un gruppo di editori protestare contro la presenza della casa editrice di destra Passaggio al Bosco il cui catalogo, aveva denunciato un gruppo di ospiti della manifestazione, si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Nei giorni scorsi Francesco Giubilei sul Giornale ha scritto che tra le novità della prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre) ci sarà appunto la necessità di firmare una “dichiarazione di antifascismo”, mentre fino all’anno scorso era richiesta una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori Innocenzo Cipolletta ha confermato: “Agli editori che intendono esporre a Più libri più liberi chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.

Meloni: “Sei libero solo se dici quello che loro ti permettono di dire”

“Per partecipare”, commenta dunque la presidente del Consiglio sui social, “le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica“.

Vannacci: “Ha perfettamente ragione”

L’uomo del momento, il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sottoscrive compiaciuto e, dall’assemblea costituente del suo partito all’Auditorium della Conciliazione, fa sapere che Meloni “ha perfettamente ragione” perché “in un Paese dove la libertà di espressione è in Costituzione questa libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di antifascismo o di anti non so che cosa”. Segue un esempio che ritiene calzante: “Se io domani volessi fare l’elogio della monarchia, non vedo perché non potrei farlo visto che è una libertà di espressione, poi sarà il popolo italiano a decidere se la monarchia o se il livello che ho intenzione di pubblicare sia opportuno o non sia opportuna sia da buttare in un cestino. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra, a me piace vivere in un Paese dove le espressioni che vengono esternate vengono giudicate sulla base delle argomentazioni e non sulla base dei divieti o della censura”.

Conte: “Nulla da dire su corruzione e flop su giustizia e sanità?”

Sui social ha replicato intanto a Meloni il leader M5S Giuseppe Conte: “Nulla da dire e da fare sull’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, con progetti fallimentari e 13,5 miliardi bloccati ma che sarebbero utili per infrastrutture, scuole, sanità. Fallite, ritirate o bocciate dai cittadini le riforme su giustizia e sanità, mentre esplodono le code sia in tribunale che in ospedale. Vertici internazionali vitali per i nostri interessi con la sedia dell’Italia che rimane vuota perché preferisce presentare un francobollo o la escludono. E allora Meloni va sull’usato sicuro: polemica domenicale surreale sulla fiera del libro e sull’antifascismo”. E continua: “Giustamente oltre all’ossessione nei miei confronti adesso ha l’ossessione per Vannacci, che cresce grazie ai suoi fallimenti e ai suoi tradimenti. Un piccolo quesito: ma quando si occupa dell’Italia, del carovita e delle aziende che chiudono? Quattro anni zero riforme”.

Pd: “Parole vergognose”

“Le parole di Giorgia Meloni sono vergognose. È comprensibile che la competizione con Vannacci renda la Presidente del Consiglio assai nervosa, ma le ricordo che ad aver giurato sulla Costituzione antifascista è anzitutto lei”, commenta il senatore del Pd Marco Meloni in una nota. “Se per inseguire l’elettorato più estremo e nostalgico intende negare le radici costitutive della Repubblica, proprio mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea costituente, dimostra di essere rimasta nell’ambiguità dalla quale del resto trae origine il suo movimento politico, simboleggiata dalla fiamma e ribadita nelle scorse settimane con la celebrazione di uno dei capi del regime di Salò come Giorgio Almirante e con l’assenza del gruppo di Fratelli d’Italia all’intitolazione a Giacomo Matteotti del banco che occupava alla Camera dei Deputati prima di essere ucciso dai fascisti. Chi rifiuta di definirsi antifascista – conclude l’esponente dem – non è degno di rappresentare l’Italia“.

“Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”

“Con tutto quello che accade in Italia e nel mondo, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che parlare di una fantomatica “censura antifascista”. Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”, sostiene dal canto suo il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini. “Il problema grosso è che lo fa da Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione, che fino a quando non verrà riscritta da Meloni o Vannacci, è e rimane antifascista. Se c’è qualcuno o qualcosa che cancellava le idee degli altri, quello era proprio il fascismo. Meloni vuole passare il tempo che le resta gareggiando con Vannacci a chi sta più a destra? Sono veramente messi malissimo”.

Aggiunge un altro tassello la vicepresidente M5S Vittoria Baldino: “”La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. Prendo nota Presidente”, scrive su Facebook. “Dunque immagino che lei voglia chiedere scusa ad Antonio Scurati e Serena Bortone perché nel 2024, alla vigilia del 25 aprile, Scurati voleva recitare nel programma di Bortone un monologo antifascista. Gli è stato impedito. Si chiama censura preventiva. Chieda scusa a Sigfrido Ranucci per aver tentato di mettergli il bavaglio, attraverso tagli di puntate, cambi di palinsesto e varie minacce di querele e richieste di non messa in onda dei suoi servizi da parte di esponenti della sua maggioranza. Anche questa si chiama censura preventiva e intimidazione. Chieda scusa a tutti i giornalisti che avete querelato per aver osato fare il loro mestiere: il cane da guardia del potere. So che non siete abituati ad accettare critiche, ma si chiama “censura indiretta” ed è oggetto di una direttiva europea, la direttiva SLAPP che il nostro Paese deve recepire entro l’anno. Ecco, se non concepisce, come dice, la censura, faccia ratificare questa direttiva al più presto per proteggere tante e tanti giornalisti che ogni giorno si vedono recapitare richieste di risarcimento sproporzionate da parte di suoi colleghi di governo”.

Avs: “Evidentemente la premier non è antifascista”

Per Nicola Fratoianni di Avs le dichiarazioni di Meloni sono la prova che “evidentemente non è antifascista”: “Oggi con il suo attacco alla Fiera “Più Libri Più Liberi” lo conferma ancora una volta. Dichiararsi antifascista in modo limpido e sereno non vuol dire censurare qualcun altro, ma rispettare i valori della nostra Costituzione. È ora che gli italiani si accorgano fino in fondo a chi hanno affidato in questi anni il nostro Paese: ai nipotini del Ventennio. È ora di accompagnarli gentilmente da dove sono venuti”.

“L’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione e quindi della nostra democrazia”, rincara Angelo Bonelli, deputato AVS, co-portavoce di Europa Verde. “Negarlo, come ha fatto la Presidente del Consiglio con il suo post su X, significa non accettare le basi costituzionali del nostro ordinamento democratico. E questo è gravissimo. Non è un caso che quel post arrivi il giorno dopo la manifestazione scandalosa sulla cosiddetta ‘remigrazione‘, organizzata da CasaPound, Fronte Skinheads e Fortezza Europa, e a ridosso del congresso di Vannacci. Con il post di oggi Giorgia Meloni ha deciso di rincorrere il voto dell’estrema destra e fascista, e per farlo non si fa scrupoli di voltare le spalle alla nostra Costituzione e a chi ha dato la vita per consegnarci la democrazia. Ieri per le strade di Roma sono risuonati slogan inascoltabili: ‘immigrato pezzo di merda’, ‘musulmano pezzo di merda’, ‘l’antifascismo è mafia’, ‘viva il Duce’. Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni ha ritenuto di non dover pubblicare alcun post, alcun comunicato, alcuna parola di condanna”. Eppure oggi trova il tempo per difendere chi non vuole sottoscrivere una dichiarazione antifascista per partecipare a una fiera dell’editoria”.

L'articolo Meloni: “Più libri più liberi chiede agli editori il patentino antifascista. È censura”. M5s: “Rincorre Vannacci con argomenti ridicoli” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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