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Gli auguri di Netanyahu a Trump per i suoi 80 anni: “Guida gli Stati Uniti verso un futuro di pace attraverso la forza”

“Buon compleanno signor presidente, buon compleanno Donald”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto gli auguri al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il suo 80esimo compleanno con un messaggio pubblicato su X. “Quest’anno il tuo compleanno arriva in un momento propizio“, ha scritto Netanyahu, ricordando i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti, definiti “una grande nazione costruita sulla libertà e sulla fede”. Il premier israeliano ha quindi augurato a Trump “forza ed energia” nel guidare gli Stati Uniti “verso un luminoso futuro di pace attraverso la forza“, auspicando al tempo stesso un ulteriore rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv. “Continuiamo a portare le relazioni Usa-Israele a livelli sempre più alti”, ha affermato Netanyahu.

Un messaggio arrivato proprio mentre l’accordo tra Usa e Iran rischia di saltare dopo il raid delle Israel Defense Forces sul quartiere di Dahiyeh, a Beirut, che ha causato almeno 3 morti e 15 feriti. Intorno alle 14 italiane infatti il capo negoziatore e presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato in un post su X che l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut “ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti non sono disposti o non sono in grado di rispettare i propri impegni“, accusando Washington di aver dato a Israele il “via libera”. Così ”non si ottengono vantaggi. Il gioco del poliziotto buono e poliziotto cattivo è passato di moda. Se non avete né la volontà né la capacità di adempiere ai vostri impegni, non è possibile parlare di proseguire lungo questa strada”, ha affermato.

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1000 Miglia 2026, vince l’equipaggio Tonconogy

Dopo quasi 2.000 chilometri, cinque tappe e 144 prove cronometrate, la 1000 Miglia 2026 ha concluso il suo viaggio a Brescia. A imporsi quest'anno sono stati Juan e Margarita Tonconogy, al volante dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931, protagonisti di una gara combattuta fino all'ultimo. L'equipaggio argentino ha difeso la leadership fino al traguardo di Brescia, salendo sul gradino più alto del podio della Freccia Rossa.

 

Fine di una lunga serie

Per Juan Tonconogy si tratta della quarta affermazione personale nella rievocazione della 1000 Miglia, dopo quelle ottenute nel 2013, 2016 e 2018. La vittoria assume però un significato particolare perché arriva per la prima volta in coppia con la sorella Margarita. Si interrompe così la straordinaria sequenza di Andrea Vesco, dominatore delle ultime sei edizioni consecutive. Il pilota bresciano, affiancato da Fabio Salvinelli su Alfa Romeo 6C 1750 S Spider Zagato del 1929, ha chiuso al secondo posto.

Podio e Coppa delle Dame

Terza posizione assoluta per Lorenzo e Mario Turelli, in gara con una O.M. 665 S M M Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini, navigata da Francesca Ruggeri sulla Cisitalia 202 S MM Spider del 1947.

Quasi 2.000 chilometri

L'edizione numero 99 si è sviluppata lungo un percorso di quasi 2.000 chilometri articolato in cinque tappe. Oltre 430 equipaggi hanno attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, affrontando poi il Passo dell'Abetone, le prove sulle mura di Lucca, Piazza del Campo a Siena, Assisi, la Gola del Furlo, San Marino, Ferrara e Mantova, prima del rientro a Brescia. Un viaggio accompagnato da 144 prove cronometrate e 8 prove di media.

Verso il Centenario

Con la passerella finale di viale Venezia, a Brescia, si chiude una delle edizioni più combattute degli ultimi anni. Ma lo sguardo è già rivolto al 2027, quando la 1000 Miglia celebrerà il suo Centenario tornando alla tradizionale collocazione di fine maggio.

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Primo classificato
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Terminata la rimozione del nome di Donald Trump dalla facciata del Kennedy Center di Washington

Il nome di Donald Trump è sparito. Il Kennedy Center di Washington torna a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America assassinato il 22 novembre del 1963 a Dallas. Un duro colpo da incassare per il tycoon proprio il giorno del suo 80esimo compleanno.

Gli operai hanno rimosso completamente la scritta a caratteri cubitali con il nome del presidente Trump, che era stata applicata sull’edificio meno di sei mesi fa, in ottemperanza all’ordine del tribunale di annullare il cambio di denominazione. Un giudice aveva accolto la richiesta del Kennedy Center di ottenere più tempo per rimuovere in via definitiva il nome di Trump, concedendo alla struttura fino a mezzogiorno di sabato, dopo che l’organizzazione non aveva rispettato la scadenza delle 23:59 di venerdì. La proroga di 12 ore era stata concessa dopo che i legali del Dipartimento di Giustizia, in rappresentanza del centro, avevano riferito venerdì sera che, malgrado i lavori fossero in corso, i temporali abbattutisi sull’area di Washington avevano causato dei ritardi. Un telo bianco continua a coprire l’impalcatura costruita per consentire agli operai di rimuovere il nome di Trump.

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Nella sua sentenza, in cui ha stabilito che solo il Congresso può apportare modifiche al nome del Kennedy Center, il giudice Christopher Cooper ha anche impedito all’amministrazione di chiudere la struttura culturale e artistica per i lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto iniziare a luglio e durare due anni. Inutile, al momento, è stato il ricorso presentato dai legali di Trump e dello stesso Kennedy Center (il suo consiglio di amministrazione è composto quasi interamente da fedelissimi del presidente). “Togliere le lettere sarebbe uno spreco di denaro se poi il giudice dovesse ordinare di rimetterle”, si legge nell’appello. Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere – dopo una serie di messaggi contro il giudice – che, senza il pieno controllo sugli affari del centro, “non aveva alcun interesse a continuare quel che potrebbe essere un viaggio senza speranza verso un ‘NEVER NEVER LAND‘”.

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Caridad y libertad religiosa – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Han sido admirables los discursos que el Papa León XIV nos ha regalado sobre la cuestión candente de la inmigración, aunque la consabida mezquindad de nuestra chusma gobernante haya querido llevar su agua límpida a cochambrosos y pestilentes molinos. Resulta evidente, para cualquier persona que no esté aturdida por la demogresca azuzada desde los distintos negociados ideológicos, que los discursos papales enuncian principios morales permanentes, pero no descienden a las aplicaciones concretas, que exigen arduos juicios prudenciales.

La doctrina social católica siempre ha reconocido el derecho a emigrar de todos los hombres, subsidiario del «derecho a un espacio vital familiar en su lugar de origen»; y el Papa León no ha hecho sino reiterar esa enseñanza cuando ha afirmado que «existe un derecho a buscar refugio, pero antes un derecho a permanecer en la propia casa». Asimismo, el Papa ha recordado que la caridad cristiana no admite acepción de personas; pero ha reconocido que «el deber de un Estado de proteger sus fronteras debe equilibrarse con la obligación moral de proporcionar refugio». Todos estos principios los podemos hallar igualmente proclamados por León XIII o Pío XII. Sólo que, cuando León XIII o Pío XII los proclamaban, se dirigían a un mundo en el que sobre todo emigraban los católicos (italianos e irlandeses, polacos y españoles) a países de mayoría protestante; hoy, por el contrario, emigran hacia un país como España, que antaño fue católico y hogaño más bien apóstata, gentes de las más variopintas creencias religiosas.

Sin embargo, la circunstancia que hace hoy más difícil la aplicación prudencial de los principios permanentes que la Iglesia proclama no es la muy diversa fisonomía del fenómeno migratorio, sino el encaje de la llamada ‘libertad religiosa’ en el mandato universal de caridad. Pues la caridad cristiana, que exige procurar comida al hambriento o brindar posada al peregrino, exige antes que nada convertir al hambriento y al peregrino en discípulos de Cristo, según el mandato expreso y reiterado de Jesús. Pero la ‘libertad religiosa’ hace muy problemático el cumplimiento de este mandato, dejando coja o demediada la caridad cristiana, que acaba dedicándose exclusivamente a las obras de misericordia corporales. Vemos así como un principio en origen impío (concebido para descristianizar melifluamente las sociedades cristianas) y después asumido tácticamente por la Iglesia (para que la fe católica no fuese perseguida en países donde no era mayoritaria) acaba haciendo imposible la realización plena del mandato universal de caridad.

Y la realización que no es plena se convierte en parodia de ese mandato, en horrenda filantropía o solidaridad globalista que no es sino capitulación ante el pensamiento secular que busca una Iglesia útil para el mundo, pero incapaz de propiciar una auténtica ‘integración’. De ello es plenamente consciente Jesús, que siempre ‘integra’ obras de misericordia corporales y espirituales, otorgando primacía a estas últimas. Un ejemplo incontestable lo hallamos en la multiplicación de los panes, donde antes de dar de comer a las cinco mil personas congregadas, Jesús se compadece de ellas «porque andaban como ovejas que no tienen pastor, y se puso a enseñarles muchas cosas» (Mc 6, 34). El alimento fue el sustento para un discipulado previo, no un servicio de comedor social para desconocidos de paso. Y cuando la muchedumbre le busca al día siguiente solo por el pan, Jesús les recrimina: «Me buscáis… porque comisteis el pan y os saciasteis. Trabajad… por el alimento que perdura para la vida eterna» (Jn 6, 26-27). Cristo rechaza explícitamente ser convertido en un mero proveedor de bienestar material; su caridad siempre apunta a la conversión.

Siempre es la fe de los tullidos y los leprosos la que propicia la acción milagrosa de Jesús. Cuando la mujer fenicia de Siria, que es pagana, ruega a Jesús que obre el milagro de expulsar los demonios de su hija, Jesús le responde sin ambages: «Deja que se sacien primero los hijos. No está bien tomar el pan de los hijos y echárselo a los perritos» (Mc 7, 27). Es decir, Jesús le recuerda que existe un ‘ordo amoris’ que lo obliga a atender primero a las gentes de su pueblo que reconocen a Dios. Y entonces la fenicia le responde admirablemente: «Señor, pero también los perros, debajo de la mesa, comen las migajas que tiran los niños». Y Cristo la atiende entonces en su petición, sanando a su hija; pero lo hace tras constatar en ella una fe personal que la ‘integra’ en el ámbito de su gracia. Esta dinámica se repite con otros paganos o extranjeros: el centurión de Cafarnaúm, por ejemplo, o el leproso samaritano, o la mujer del mismo pueblo con la que coincide en el pozo de Jacob: la caridad de Jesús siempre está ligada a la conversión de sus beneficiarios.

Es habitual esgrimir la parábola del Buen Samaritano como ejemplo de una caridad que no se preocupa de la confesión religiosa del destinatario. Pero lo cierto es que samaritanos y judíos adoraban al mismo Dios y reconocían igualmente la ley mosaica. El conflicto que entre ellos existía era el propio más bien de un cisma religioso –similar a la distancia actual entre un católico y un ortodoxo, o incluso entre católicos ‘preconciliares’ y ‘posconciliares’–, pero en ningún caso el propio de religiones radicalmente opuestas o extrañas. El samaritano que socorre al judío vapuleado por los ladrones no necesita ‘convertirlo’, porque ambos tienen la misma fe. Utilizar esta parábola para justificar una caridad que se despreocupa de la conversión se parece demasiado al fraude exegético.

Señalando esta particularidad de la parábola que suele soslayarse no estamos pretendiendo insinuar que el mandato universal de caridad deba excluir a personas que profesan religiones alejadas o incluso antípodas de la cristiana. Pero esa caridad es como arar en el mar si no ‘integra’ las obras de misericordia espirituales, que exigen dar a conocer a quien se definió como «el camino, la verdad y la vida». Cuando esto no se hace, la integración se vuelve imposible, como hoy se aprecia en los países europeos que han acogido (con frecuencia, en condiciones indignas o por razones utilitarias) a personas que profesan otras religiones. A la postre, si somos intelectualmente honestos, hemos de concluir que la ‘libertad religiosa’ es el principal impedimento de la caridad.

Publicado originalmente en Abc

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La pace più rivoluzionaria | Francesco d’Assisi

Francesco d’Assisi non fu il santo sentimentale che spesso immaginiamo, ma una delle figure più radicali e scomode del Medioevo.Dietro il Cantico delle Creature, gli uccelli e il lupo di Gubbio si nasconde una libertà capace di mettere in crisi perfino la Chiesa del suo tempo.Che cosa aveva di così pericoloso un uomo che predicava […]

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