Accordo Iran-Usa: Trump ringrazia Russia e Cina

Nell’intervista rilasciata ieri al New York Times per celebrare i suoi ottant’anni e l’accordo con l’Iran, Trump ha voluto ringraziare Putin e Xi Jinping “per aver contribuito alla risoluzione della questione”…

Ma prima la cronaca. Ieri Netanyahu ha provato nuovamente a far saltare l’accordo bombardando Beirut che, in base al quasi cessate il fuoco precedentemente siglato da Usa e Iran, doveva essere risparmiata. Da qui l’ira di Trump che ha chiamato nuovamente Netanyahu investendolo di improperi, poi rivelati pubblicamente per aumentare la pressione.
Ha poi chiesto all’Iran, che aveva annunciato una rappresaglia, di non rispondere per salvare l’intesa, come poi è avvenuto. Insomma, per ora, si è imposto e le cose vanno.
Ma torniamo all’intervista al Nyt, alquanto importante. Tre considerazioni, dalla più banale alla più rilevante. La prima: voleva annunciare l’intesa nel giorno del suo compleanno, da cui l’insistenza con l’Iran per tale scadenza nonostante le ritrosie della controparte. Alla fine è stato accontentato, anche se si firmerà venerdì (da cui ulteriori possibilità di sabotaggio).
La seconda, meno banale: per i suoi ottant’anni non ha scelto di parlare al Washington Post, come avrebbe dovuto dal momento che è il media di riferimento dei repubblicani, ma con l’organo di riferimento dei democratici. Probabilmente perché è il media che più ha fatto da sponda al suo pressing su Netanyahu.
In particolare, è stato il Nyt che l’11 maggio ha pubblicato un dossier sugli abusi sessuali consumati nelle carceri israeliane. Non uno scoop, tanti ne avevano scritto prima, ma il fatto che ne scrivesse il media imperiale ha dato all’informazione una portata devastante.

Lo denota il fatto che il governo israeliano, che fino a quel momento aveva accomunato tali accuse alle altre, è letteralmente impazzito. Prima ha scatenato un fuoco di fila contro l’autore dell’articolo poi, di fronte al muro alzato dalla redazione in difesa del cronista, ha minacciato con veemenza che avrebbe fatto causa al giornale (successivamente il Timesofisrael annotava che “non ci sono prove che l’abbia fatto né che lo farà”…).

Non solo l’articolo sugli stupri. Il 19 maggio, sempre il NYT, sganciava l’atomica: il regime-change sognato da Netanyahu avrebbe dovuto intronizzare a Teheran l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, il più feroce critico di Israele, tanto da negare l’esistenza dell’Olocausto, che peraltro aveva dato un impulso decisivo allo sviluppo del nucleare iraniano allo scopo dichiarato di costruire l’atomica. Scoop passato sottotraccia, ma che deve essere deflagrato come una bomba in quel di Tel Aviv.
Insomma, il Nyt, quindi parte importante dell’establishment del partito democratico, ha offerto sponde che Trump non ha trovato nei repubblicani, ormai quasi del tutto aggiogati al credo neocon (anche a causa dei suoi errori). Ed è probabile che quando Trump ha dichiarato il suo disinteresse per le elezioni di Midterm intendesse inviare un messaggio.
Possibile cioè che alle Midterm si ripeta quanto accaduto per le elezioni del sindaco di New York, con il candidato repubblicano che sperava nell’aiuto di Trump, arrivato solo in extremis, e con il candidato democratico, l’islamico sciita Zohran Mamdani, che, da sindaco, è diventato “un sorprendente amico di telefono” del presidente (Axios).

La terza e più importante considerazione sull’intervista di Trump al Nyt riguarda la gratitudine espressa a Cina e Russia per il loro sostegno alla risoluzione della crisi iraniana. Al di là della declinazione presidenziale di tale ausilio, alquanto banale dal momento che non può rivelare ciò che non deve essere rivelato, è ovvio che tale gratitudine rivela che sottotraccia le tre potenze hanno cercato e trovato convergenze per risolvere la crisi.
Ad esempio, è noto che dietro la mediazione pakistana ci fosse Pechino. Com’è probabile che Russia e Cina abbiano contribuito a difendere l’ala più moderata del potere iraniano dalle pressioni degli intransigenti, che hanno contrastato la spinta verso l’accordo e ne hanno poi criticato aspramente la finalizzazione (oggi l‘Agenzia statale Irna pubblica un intervento di Fadah Hossein Maliki, membro del Consiglio di sicurezza nazionale, alquanto duro contro tali critici).
Ma è più che probabile il supporto di Mosca e Pechino sia andato ben oltre. Peraltro senza il loro sostegno l’Iran non poteva reggere l’urto del conflitto e i disegni di Netanyahu e soci si sarebbero realizzati innescando un catastrofico caos regionale (da notare che Trump e i membri della sua amministrazione hanno fatto finta che il supporto delle due potenze non esistesse o, quando incalzati, lo hanno derubricato a fattore secondario). La triplice convergenza Usa-Cina-Russia si può salutare con una citazione di Eraclito: “L’armonia nascosta è più forte di quella manifesta”…
Di ieri, poi, la telefonata con Putin, al quale Trump ha dichiarato di voler rilanciare i negoziati sull’Ucraina e che farà pressione sugli europei per convincerli ad accettare la pace (lo farà al G7 iniziato oggi, mentre i suoi inviati, Witkoff e Kushner, si preparano al solito giro di capitali).
La tempistica della telefonata non è casuale perché le due guerre, Iran e Ucraina, che incendiano il confine tra Oriente e Occidente, sono facce della stessa medaglia: a spingere per la loro perpetuazione, nella logica delle guerre infinite, sono i neocon Usa, legati a doppio filo a Netanyahu e all’establishment britannico (la lobby anglosassone è forte sulle due sponde dell’Atlantico).
Non per nulla, come Netanyahu, anche Londra sta tentando di contrastare la de-escalation: di ieri – tempistica più che sospetta – l’assalto dei Royal Marines a una petroliera della flotta ombra russa.
Tempi movimentati, ma Trump sembra più libero. Al di là delle sponde globali – il mondo urge la fine del blocco di Hormuz – deve avere in mano qualche carta che prima non aveva (ad esempio, ha insabbiato l’indagine sull’attentato da lui subito a Butler, ma qualcosa deve pur essere emerso altrimenti non c’era bisogno di insabbiare…).

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