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Accordo Iran-Usa: Trump ringrazia Russia e Cina

Accordo Iran-Usa: Trump ringrazia Russia e Cina

Nell’intervista rilasciata ieri al New York Times per celebrare i suoi ottant’anni e l’accordo con l’Iran, Trump ha voluto ringraziare Putin e Xi Jinping “per aver contribuito alla risoluzione della questione”…

Trump Claims Strait Will Be ‘Permanently Toll-Free’ Under Agreement With Iran

Ma prima la cronaca. Ieri Netanyahu ha provato nuovamente a far saltare l’accordo bombardando Beirut che, in base al quasi cessate il fuoco precedentemente siglato da Usa e Iran, doveva essere risparmiata. Da qui l’ira di Trump che ha chiamato nuovamente Netanyahu investendolo di improperi, poi rivelati pubblicamente per aumentare la pressione.

Ha poi chiesto all’Iran, che aveva annunciato una rappresaglia, di non rispondere per salvare l’intesa, come poi è avvenuto. Insomma, per ora, si è imposto e le cose vanno.

Ma torniamo all’intervista al Nyt, alquanto importante. Tre considerazioni, dalla più banale alla più rilevante. La prima: voleva annunciare l’intesa nel giorno del suo compleanno, da cui l’insistenza con l’Iran per tale scadenza nonostante le ritrosie della controparte. Alla fine è stato accontentato, anche se si firmerà venerdì (da cui ulteriori possibilità di sabotaggio).

La seconda, meno banale: per i suoi ottant’anni non ha scelto di parlare al Washington Post, come avrebbe dovuto dal momento che è il media di riferimento dei repubblicani, ma con l’organo di riferimento dei democratici. Probabilmente perché è il media che più ha fatto da sponda al suo pressing su Netanyahu.

In particolare, è stato il Nyt che l’11 maggio ha pubblicato un dossier sugli abusi sessuali consumati nelle carceri israeliane. Non uno scoop, tanti ne avevano scritto prima, ma il fatto che ne scrivesse il media imperiale ha dato all’informazione una portata devastante.

New York Times defends journalist after Israel threatens to sue

Lo denota il fatto che il governo israeliano, che fino a quel momento aveva accomunato tali accuse alle altre, è letteralmente impazzito. Prima ha scatenato un fuoco di fila contro l’autore dell’articolo poi, di fronte al muro alzato dalla redazione in difesa del cronista, ha minacciato con veemenza che avrebbe fatto causa al giornale (successivamente il Timesofisrael annotava che “non ci sono prove che l’abbia fatto né che lo farà”…).

Israel vowed to sue over NYT’s abuse allegations. There’s no evidence it has, or will

Non solo l’articolo sugli stupri. Il 19 maggio, sempre il NYT, sganciava l’atomica: il regime-change sognato da Netanyahu avrebbe dovuto intronizzare a Teheran l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, il più feroce critico di Israele, tanto da negare l’esistenza dell’Olocausto, che peraltro aveva dato un impulso decisivo allo sviluppo del nucleare iraniano allo scopo dichiarato di costruire l’atomica. Scoop passato sottotraccia, ma che deve essere deflagrato come una bomba in quel di Tel Aviv.

Insomma, il Nyt, quindi parte importante dell’establishment del partito democratico, ha offerto sponde che Trump non ha trovato nei repubblicani, ormai quasi del tutto aggiogati al credo neocon (anche a causa dei suoi errori). Ed è probabile che quando Trump ha dichiarato il suo disinteresse per le elezioni di Midterm intendesse inviare un messaggio.

Possibile cioè che alle Midterm si ripeta quanto accaduto per le elezioni del sindaco di New York, con il candidato repubblicano che sperava nell’aiuto di Trump, arrivato solo in extremis, e con il candidato democratico, l’islamico sciita Zohran Mamdani, che, da sindaco, è diventato “un sorprendente amico di telefono” del presidente (Axios).

Scoop: Trump has been texting with Mamdani

La terza e più importante considerazione sull’intervista di Trump al Nyt riguarda la gratitudine espressa a Cina e Russia per il loro sostegno alla risoluzione della crisi iraniana. Al di là della declinazione presidenziale di tale ausilio, alquanto banale dal momento che non può rivelare ciò che non deve essere rivelato, è ovvio che tale gratitudine rivela che sottotraccia le tre potenze hanno cercato e trovato convergenze per risolvere la crisi.

Ad esempio, è noto che dietro la mediazione pakistana ci fosse Pechino. Com’è probabile che Russia e Cina abbiano contribuito a difendere l’ala più moderata del potere iraniano dalle pressioni degli intransigenti, che hanno contrastato la spinta verso l’accordo e ne hanno poi criticato aspramente la finalizzazione (oggi l‘Agenzia statale Irna pubblica un intervento di Fadah Hossein Maliki, membro del Consiglio di sicurezza nazionale, alquanto duro contro tali critici).

Ma è più che probabile il supporto di Mosca e Pechino sia andato ben oltre. Peraltro senza il loro sostegno l’Iran non poteva reggere l’urto del conflitto e i disegni di Netanyahu e soci si sarebbero realizzati innescando un catastrofico caos regionale (da notare che Trump e i membri della sua amministrazione hanno fatto finta che il supporto delle due potenze non esistesse o, quando incalzati, lo hanno derubricato a fattore secondario). La triplice convergenza Usa-Cina-Russia si può salutare con una citazione di Eraclito: “L’armonia nascosta è più forte di quella manifesta”…

Di ieri, poi, la telefonata con Putin, al quale Trump ha dichiarato di voler rilanciare i negoziati sull’Ucraina e che farà pressione sugli europei per convincerli ad accettare la pace (lo farà al G7 iniziato oggi, mentre i suoi inviati, Witkoff e Kushner, si preparano al solito giro di capitali).

La tempistica della telefonata non è casuale perché le due guerre, Iran e Ucraina, che incendiano il confine tra Oriente e Occidente, sono facce della stessa medaglia: a spingere per la loro perpetuazione, nella logica delle guerre infinite, sono i neocon Usa, legati a doppio filo a Netanyahu e all’establishment britannico (la lobby anglosassone è forte sulle due sponde dell’Atlantico).

Non per nulla, come Netanyahu, anche Londra sta tentando di contrastare la de-escalation: di ieri – tempistica più che sospetta – l’assalto dei Royal Marines a una petroliera della flotta ombra russa.

Tempi movimentati, ma Trump sembra più libero. Al di là delle sponde globali – il mondo urge la fine del blocco di Hormuz – deve avere in mano qualche carta che prima non aveva (ad esempio, ha insabbiato l’indagine sull’attentato da lui subito a Butler, ma qualcosa deve pur essere emerso altrimenti non c’era bisogno di insabbiare…).

AAA

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Israele: pace Usa-Iran ed elezioni sempre più vicine. È l’ora più difficile per Netanyahu

Forma e sostanza spesso in politica coincidono. Non è detto che sia mai accaduto quanto dichiarato dal presidente Usa Donald Trump nella giornata di domenica circa il “rimprovero” ai danni dal il premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusato di aver ordinato un raid inutile e dannoso contro Beirut. Tuttavia, il fatto stesso che il capo della Casa Bianca lo abbia dichiarato ha costituito elemento di sostanza. Perché, di fatto, il capo dell’amministrazione Usa ha pubblicamente preso le distanze dalle azioni del governo israeliano. Netanyahu, dal canto suo, nel leggere quelle dichiarazioni ha forse capito che questa volta è chiamato a masticare amaro. E a non potere fare altro che incassare, subito dopo la notizia di un accordo tra Usa e Iran, aspre critiche sia dal suo governo che dall’opposizione. Il tutto a pochi mesi da un voto, quello fissato per settembre, che appare sempre più delicato e decisivo per le sorti di Israele. Oltre che, di riflesso, per le sorti personali dello stesso premier.

Unanimi critiche all’accordo

Ciò che più ha suscitato reazioni, nello Stato ebraico, è la clausola voluta dall’Iran e validata da Donald Trump riguardante il Libano: Washington, in particolare, nell’intesa siglata domenica si è impegnata a garantire un chiaro cessate il fuoco in territorio libanese. Immediatamente sono scattate le critiche verso il documento:“Mi auguro che il premier non dia seguito a questo accordo e non si consideri vincolato a questa intesa – ha tuonato il ministro della pubblica sicurezza, nonché leader di Potere Ebraico, Itamar Ben Gvir – Noi non siamo subalterni di nessuno”. A fargli da spalla ci ha subito pensato il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, a capo dell’altro partito ultranazionalista Sionismo Religioso: “Quella in Libano è la nostra guerra“, ha dichiarato, “dobbiamo garantire il ritorno a casa degli abitanti delle comunità del Nord”. Su Channel 12, nel corso della mattinata di lunedì sono stati registrati anche interventi di funzionari rimasti anonimi:“Per Israele questo accordo è un disastro su tutta la linea”, è la frase più gettonata. Nel mirino non è tanto l’accordo tra Usa e Iran, quanto per l’appunto la clausola legata al Libano. Nessuno a Tel Aviv si aspettava di dover subire così tanta pressione per terminare i raid contro Hezbollah, i cui miliziani fino a pochi giorni fa si sono dimostrati ancora in grado di colpire nonostante due anni e oltre di sanguinosa guerra.

Le critiche arrivate dal mondo militare e dal governo, sono tuttavia ancora gestibili da Netanyahu. In primo luogo perché messe in conto dallo stesso premier. Ma soprattutto, perché si tratta di osservazioni mosse prima di tutto verso Trump. Diverso invece è il discorso legato all’opposizione. Da Yair Lapid, passando per Naftali Bennett e Yair Golan, tutti hanno evidenziato nelle ultime ore come Israele non abbia più in mano il proprio destino: “Trump firma un accordo che immette miliardi nel regime degli ayatollah, lascia intatte le infrastrutture nucleari, mantiene inalterata la minaccia balistica e offre una corda di salvataggio al regime omicida di Teheran”, ha dichiarato per esempio proprio Golan, a capo degli ex laburisti del Partito Democratico. Un modo per evidenziare per l’appunto come oramai, secondo la sua visione, Tel Aviv è costretta a subire a livello di politica estera ed è incapace di dettare la propria linea.

“Netanyahu è l’uomo che per anni ha venduto all’opinione pubblica l’illusione di Mr. Sicurezza – ha proseguito Golan – e che in realtà si è rivelato il padre del più grande fallimento strategico della storia di Israele. L’uomo che ha costruito la concezione Hamas è un asset, che ha permesso il flusso di denaro qatariota, che ha abbandonato l’arena diplomatica, che ha smantellato le alleanze di Israele e l’ha lasciata isolata nel momento della verità”.

Le elezioni sempre più vicine

Le frasi dei principali leader dell’opposizione hanno lasciato il segno perché direttamente rivolte verso l’ego di Netanyahu. Per una personalità che mai ha nascosto i suoi tratti più orgogliosi, sentirsi accusato di essere diventato subalterno rappresenta un importante colpo. Per adesso il diretto interessato ha scelto la via del silenzio. Del resto, c’è poco da dire: l’esercito israeliano, come sottolineato dalla testimonianza di due soldati impegnati nel fronte settentrionale e raggiunti da Channel 12, ha dato ordine di non sparare più per il momento. Netanyahu non può quindi per adesso continuare la propria guerra.

Israeli National Security Minister Ben-Gvir demands:

We must continue destroying the houses in southern Lebanon. We must continue pushing the residents away from southern Lebanon. We must continue eliminating Hezbollah terrorists in Lebanon. pic.twitter.com/DCLGEECIEr

— Clash Report (@clashreport) June 15, 2026

A tre mesi dal voto, il rischio per l’attuale premier è ora molto alto. I sondaggi da tempo danno il suo partito, il Likud, si in testa ma impossibilitato a formare una nuova maggioranza. Adesso, rischia di perdere ulteriore consenso e di veder frammentata la sua azione politica. Nessuno però lo dà per politicamente morto, in Israele come all’estero. Forse è proprio in questo silenzio che Netanyahu sta provando a estrarre dal cilindro qualcosa che possa rimetterlo in corsia. Ha ancora diversi assi da mostrare: può riprendere il conflitto in Libano, può rivendicare l’indebolimento della Repubblica Islamica in Iran, può mostrare di avere la comune volontà con Trump di evitare che Teheran si doti dell’atomica. Il tempo però, stavolta, non è dalla sua parte. Le settimane prima del voto a breve inizieranno a passare più velocemente e trovare la quadra sarà sempre più difficile. Del resto, oggi Netanyahu si sta muovendo tra due incudini: da un lato c’è la pressione internazionale e dall’altro c’è quella interna. Una delle due, dovrà per forza subirla.

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Un flop per gli Usa, un disastro per Israele: l’eredità della guerra con l’Iran che ha cambiato il Medio Oriente

Trump e il fine guerra: c'è da fidarsi?

Mentre si parla di cosa succederà dopo il 19 giugno, giorno della firma dell’accordo di pace tra Usa e Repubblica Islamica, è possibile delineare un primo perimetro e fare un bilancio di quanto successo in un conflitto che è durato oltre cento giorni, pur con la coda di un lungo cessate il fuoco, e ha cambiato il volto del Medio Oriente e della sicurezza regionale. In un concetto si può dire che l’Iran non perde, gli Usa fanno flop, Israele subisce un vero e proprio disastro. Nonostante un attacco violento alla propria leadership militare e politica, raid di decapitazione che hanno eliminato la Guida Suprema Ali Khamenei e molti alti papaveri del regime, un duro colpo alle infrastrutture, una crisi economica sempre più mordente e la prospettiva di un rimescolamento dei rapporti di forza a favore dei Pasdaran dopo il conflitto, l’Iran si è trovato nella prospettiva di veder reggere la struttura dello Stato e di costruire sul campo un nuovo sistema dopo la fine dell’era dell’Ayatollah.

Per l’Iran non affondare equivale, sostanzialmente, a cantare vittoria di fronte al fatto che gli obiettivi dei suoi nemici erano quantomeno massimalisti. Per gli Usa si trattava di danneggiare la capacità militare di Teheran e, soprattutto, di colpire la Repubblica Islamica per condizionare gli approvvigionamenti energetici della Cina e delle altre maggiori economie concorrenti, mentre per Israele il bersaglio era nientemeno che la fine stessa della Repubblica Islamica, da perseguire tramite crollo del regime, incentivo a una guerra civile, frammentazione territoriale del Paese. Alla prova dei fatti, Washington ha fatto flop, specie considerato il fatto che dovrà trattare per veder riaperto lo Stretto di Hormuz, mentre a Tel Aviv è andata ancora peggio.

Netanyahu e Trump, indizi di crisi

Israele ha colpito duramente l’Iran, ma due guerre nel giro di un anno, a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026, non hanno conseguito alcuno degli obiettivi agognati dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è riuscito il sostegno tramite raid aerei e missilistici alle forze interessate a cambiare il regime in Iran; la posizione della leadership della Repubblica Islamica si è orientata verso la risposta a oltranza, e questo ha creato anche dei battibecchi tra Tel Aviv e molti partner regionali, specie nel mondo arabo, allontanando l’ipotesi di estensione degli Accordi di Abramo; il Libano, teatro sostanziale di pertinenza di Tel Aviv, è stato dall’Iran, con il sostegno implicito di Donald Trump, ricompreso nel perimetro di pace. A tal proposito, Trita Parsi del Quincy Institute commentava ieri che “Netanyahu sta anche cercando di prevenire il tentativo dell’Iran di stabilire una nuova equazione di deterrenza regionale, in cui gli attacchi a Beirut, e potenzialmente al Libano innescherebbero una risposta iraniana diretta contro Israele”.

Infine, Teheran si è vista non completamente isolata: l’azione di Paesi come Pakistan, Qatar e, sullo sfondo, Turchia per accelerare la fine della guerra ha mostrato l’emersione di un campo di Stati preoccupati dalle conseguenze delle guerre infinite di Israele. Per Netanyahu sarà dura, ora, presentare successi concreti in vista del prossimo appuntamento elettorale, decisivo per la sua permanenza al potere. L’ex premier Yair Lapid ha definito l’ipotesi di accordo “uno dei fallimenti più clamorosi della politica estera e di sicurezza di Israele”.

Il New York Times rileva che l’assenza di Tel Aviv dal negoziato ha impedito a Israele di spuntare concessioni, mentre Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies (Inss) della Tel Aviv University mette in guardia il governo dal compiere azioni sabotatrici di un eventuale accordo: “Più Washington si convincerà che Israele stia agendo per sabotare l’accordo o ritardarne l’attuazione, più crescerà la tensione con l’amministrazione”, ha scritto, aggiungendo che “i tentativi israeliani di danneggiare il processo diplomatico non sono solo una mossa contro l’Iran; potrebbero rapidamente trasformarsi in uno scontro diretto con la Casa Bianca stessa”. Per gli Usa cavarsi d’impaccio era diventato un obiettivo in quanto tale per rimediare i danni del conflitto, per Tel Aviv il rischio di un disastro securitario è palese. E per Netanyahu è forse l’ora più critica da quando, trent’anni fa, prese per la prima volta il potere in Israele. Non a caso, secondo Ynet, avrebbe detto a Trump che, comunque vada, Tel Aviv non si ritirerà dal Libano. Una potenziale conferma dei dubbi che Citrinowicz instilla sulla lucidità strategica di un leader in difficoltà.

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In dialogo con Alissa Pavia: l’evoluzione delle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita nei nuovi equilibri regionali. 

Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute. 

Il tema centrale dell’intervista è l’evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Turchia, attualmente interessate da un significativo processo di trasformazione e riavvicinamento. L’analisi prende in esame diversi aspetti di questo rapporto, a partire dall’impatto del conflitto in Iran e dalle sue ripercussioni sugli equilibri regionali. Successivamente, l’attenzione si concentra sull’evoluzione delle relazioni turco-saudite alla luce del dossier libico e delle dinamiche che coinvolgono anche gli Emirati Arabi Uniti. L’intervista, inoltre, approfondisce il ruolo degli Stati Uniti nei rapporti tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e viene evidenziato il peso della strategia americana negli attuali processi di riallineamento regionale. 

Come sono cambiate le relazioni tra Arabia Saudita e Turchia negli ultimi anni alla luce dell’ascesa dell’Iran come attore regionale e delle recenti tensioni in Medio Oriente? E in che misura la percezione della minaccia iraniana ha favorito il riavvicinamento tra Ankara e Riad, nonostante le profonde divergenze che avevano caratterizzato i loro rapporti dopo le Primavere arabe?

L’Arabia Saudita e la Turchia si stanno muovendo con grande cautela sulla questione iraniana. Hanno priorità diverse: la Turchia considera prioritaria la stabilità regionale e il mantenimento di un Iran quanto più stabile possibile, perché un collasso del regime comporterebbe un forte aumento di rifugiati verso il suo territorio. Per Riyad, invece, l’obiettivo principale è la caduta del regime attuale. Detto questo, la situazione attuale – con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la strategia attuale americana (un engagement di media intensità invece di un intervento deciso stile Iraq 2003) – riduce il livello di sicurezza percepita dall’Arabia Saudita. 

Esiste comunque una convergenza strategica importante: sia Ankara che Riyad hanno interesse a contenere l’Iran. Nessuno dei due vuole un Iran nucleare. Anche nel caso in cui il regime iraniano non dovesse cadere, i leader turco e saudita convergono sulla necessità di limitarne l’influenza regionale e le sue capacità militari.

Tuttavia, è ancora troppo presto per definire chiaramente quale ruolo abbia avuto e avrà la guerra in Iran nel riavvicinamento tra Riyad e Ankara. Riyad rimane fortemente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, ma si sta aprendo alla possibilità di una maggiore convergenza nel settore della difesa con la Turchia, grande esportatrice di droni.

Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto schieramenti diversi nel conflitto libico, ma negli ultimi anni le loro relazioni bilaterali sono migliorate sensibilmente. In che modo questo riavvicinamento tra Ankara e Riyad si riflette sulle dinamiche del rapporto tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti in Libia?

In Libia, Arabia Saudita e Turchia risultano sempre più allineati. Se in passato seguivano traiettorie opposte – con Ankara che sosteneva il governo di Tripoli ad ovest e Riyad che appoggiava Haftar e l’est – negli ultimi anni Riyad si è progressivamente spostato verso l’ovest. Questa mossa, però, non è stata determinata dal riavvicinamento con la Turchia, bensì dal fatto che i sauditi non puntano più su Haftar. Riyad e Abu Dhabi si trovano su fronti opposti in Libia, così come accade in Sudan e Yemen. Ankara sta cercando di mantenere un equilibrio strategico tra i due Paesi del Golfo: da un lato non può permettersi di alienare gli Emirati Arabi Uniti, con i quali ha importanti interessi economici e di integrazione regionale; dall’altro mostra un allineamento maggiore con Riyad. La ragione di fondo è che Turchia e Arabia Saudita condividono una visione simile sulla Libia: entrambe preferiscono il rafforzamento del potere centrale per garantire stabilità nel Paese. Gli Emirati, al contrario, puntano maggiormente sulla frammentazione regionale. Recentemente la Turchia si sta esponendo anche sul fronte orientale: sono stati individuati droni turchi nelle zone controllate da Haftar, segnale di un parziale riavvicinamento tra Ankara ed Haftar motivato soprattutto da interessi economici ed energetici, in particolare il mantenimento del corridoio energetico tra Libia e Turchia. Questo movimento ha favorito anche un parziale riallineamento con gli Emirati. Tuttavia, Ankara manterrà probabilmente una certa distanza da Abu Dhabi in Libia, privilegiando il rapporto con Riyad. I due Paesi condividono una visione più simile sulla stabilità regionale e, rifacendosi entrambi a buoni rapporti con l’amministrazione Trump, la Turchia considera l’Arabia Saudita un polo più forte e strategico rispetto agli Emirati nell’orbita americana.

In che modo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sta influenzando le relazioni tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti? Quali sono gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione e come si riflettono sulle dinamiche di cooperazione e competizione tra questi attori regionali?

L’amministrazione Trump ha un impatto decisamente positivo sulle dinamiche tra questi Paesi. A differenza di Biden, che aveva assunto posizioni molto antagoniste nei confronti dell’Arabia Saudita, Trump è vicino sia a Mohammed bin Salman che a Recep Tayyip Erdoğan. L’interesse strategico americano è chiaro: Washington vuole partner forti e affidabili nella regione, capaci di condividere responsabilità di sicurezza. Gli USA perseguono una linea di disimpegno militare parziale, ma mantengono un forte impegno diplomatico e politico. L’obiettivo è coltivare rapporti solidi con potenze stabili ed emergenti, anche a costo di qualche screzio con alleati tradizionali come Israele.

Sia la Turchia che l’Arabia Saudita auspicano il mantenimento di una presenza americana nella regione, ritenendola essenziale per la stabilità, soprattutto come deterrente nei confronti dell’Iran. 

Sul fronte turco, la questione curda ha visto un parziale miglioramento grazie all’accordo mediato dagli americani con i siriani (in particolare dell’inviato statunitense Tom Barrack, ambasciatore in Turchia), che ha escluso le milizie curde siriane da alcuni equilibri di potere: un esito visto positivamente da Erdoğan.

Gli Stati Uniti mantengono rapporti molto forti con gli Emirati Arabi Uniti, ma stanno privilegiando chiaramente il rapporto con Riyad. Questo approccio riflette anche fattori personali: l’Arabia Saudita fu il primo Paese visitato da Trump nel suo primo mandato e la famiglia Trump ha importanti investimenti nel Regno. Nonostante ciò, Washington evita di inserirsi nelle tensioni tra Riyad e Abu Dhabi. 

Riyad e Abu Dhabi, da parte loro, fingono pubblicamente che non esistano problemi tra loro e non chiedono agli USA di prendere posizione ufficiale, consapevoli che Washington non vorrebbe, né potrebbe, scegliere apertamente una parte.

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Iran-Usa, l’accordo di pace è realtà: Hormuz riapre, deroga al greggio di Teheran, poi colloqui sul nucleare

Dopo oltre due mesi, il cessate il fuoco diventa accordo di pace: Usa e Iran hanno concordato di porre fine alla Terza guerra del Golfo e il prossimo 19 giugno a Ginevra formalizzeranno un’intesa di cui si vedono già i profili chiari. Sulla base del patto mediato da Qatar e Pakistan riaprirà lo Stretto di Hormuz, con l’Iran che si impegna a sminarlo nei primi 30 giorni e a non imporre pedaggi per 60 giorni; in quei 60 giorni, l’Iran avrà una temporanea esenzione sulle sanzioni che colpiscono il petrolio, ci sarà un cessate il fuoco esteso al Libano e dopo la fase iniziale partirà un dialogo a tutto campo per capire come sviluppare la principale partita, quella sulle scorte di uranio arricchito della Repubblica Islamica.

Le vie del negoziato

Se confermate, le disposizioni dell’accordo che sarà concluso dal vicepresidente Usa J.D. Vance da un lato e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dall’altro, apriranno inoltre al mutuo riconoscimento della sovranità dei due Paesi e quindi al ristabilimento sostanziale di relazioni diplomatiche congelate dal 1979. Un passaggio fondamentale che per il presidente Usa Donald Trump si dovrebbe accompagnare a una ripresa dei flussi energetici globali e per l’Iran a una rivendicazione di un successo sostanziale nella Terza guerra del Golfo: quello nella battaglia per la sopravvivenza.

Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano, l’Iran ha vissuto un vero e proprio assedio militare e subito duri colpi, ma ha ribaltato il campo usando la leva di Hormuz e degli attacchi alle infrastrutture e le basi nei Paesi del Golfo come strumento di pressione sull’economia globale. Alla prova dei fatti, se l’accordo reggerà avremo il primo caso in cui gli Usa devono ricorrere a un negoziato per veder rispettato il principio strategico del controllo su stretti e rotte marittime che plasma il potere globale della superpotenza, e al contempo una dimostrazione di resilienza da parte di un settore dell’élite iraniana di fronte alle pressioni dei falchi più oltranzisti.

Un solco Usa-Israele

Inoltre, si separano nettamente nel negoziato le strade di Washington e quelle di Israele, per almeno tre motivi: il Libano viene incluso nel perimetro del cessate il fuoco, contro la volontà del primo ministro Benjamin Netanyahu; l’arsenale missilistico, vero e proprio spauracchio iraniano, e il sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione mediorientale non rientrano nel perimetro del negoziato; l’Iran riafferma che non svilupperà armi nucleari ai sensi del Trattato di Non Proliferazione di cui è membro, al contrario di Tel Aviv che ha un arsenale nucleare non dichiarato e non è firmatario del Tnp.

Il New York Times aggiunge che in un dialogo con il presidente ai margini delle celebrazioni per il Giorno della Bandiera (80esimo compleanno di Trump, peraltro), The Donald “ha descritto l’attuale leadership iraniana, compreso il nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, come pragmatica”, parole che ben si discostano dalla dura critica portata a Netanyahu dopo che domenica Israele, colpendo il Libano, aveva messo a rischio le trattative. Ora, invece, dopo lunghe incertezze e tanti annunci a vuoto una base per la pace c’è. La vera sfida sarà capire come consolidare le fondamenta e, soprattutto, comprendere in che misure si passerà dalla prima alla seconda, decisiva parte delle trattative sul nucleare. La notizia, però, è che dopo molti annunci a vuoto finalmente si può parlare di un percorso verso la stabilità. E di questo il Medio Oriente e il mondo intero avevano, indubbiamente, grande bisogno.

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