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Nessun accordo in Ue sulle sanzioni al ministro israeliano Ben Gvir: manca l’unanimità degli Stati membri

Nemmeno le torture e l’umiliazione di cittadini europei ha smosso Bruxelles. Che non ci fosse l’unanimità era nell’aria, adesso è stata l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, a ufficializzare che i ministri degli Esteri dei 27 Stati membri non hanno, di nuovo, trovato un accordo per sanzionare il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir. “Molti Paesi hanno chiesto di sanzionare il ministro israeliano Ben-Gvir – ha dichiarato al suo arrivo in Lussemburgo per prendere parte al Consiglio Affari Esteri -, ma dalle consultazioni informali che ho avuto con gli Stati membri non c’è la necessaria unanimità“.

Quindi non ci saranno conseguenze per le immagini girate e fatte circolare nei mesi scorsi, con il membro estremista del governo Netanyahu che irride i manifestanti della Flotilla catturati dalle Forze di Difesa Israeliane in acque internazionali. Rimarranno solo le dichiarazioni di sdegno, evidentemente di circostanza, e poco altro, come la decisione della Francia di dichiarare il leader di Otzma Yehudit “persona non grata“, vietandogli quindi l’ingresso nel Paese. Anche l’Italia, con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha più volte invocato provvedimenti a livello europeo per colpire il ministro israeliano, senza mai prenderne a livello nazionale nonostante l’immobilismo comunitario.

Alla decisione su Ben-Gvir si aggiunge quella sulle restrizioni al commercio di prodotti dai Territori occupati. Su questo, la maggior parte degli stati membri ha chiesto la presentazione da parte della Commissione europea di opzioni per poter proseguire il lavoro. Una decisione, anche questa, per la quale si dovrà ancora aspettare.

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“La guerra è finita troppo presto”: anche l’opposizione israeliana boccia il piano Trump-Iran

La questione vede d’accordo quasi tutto l’arco parlamentare. Dai ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai leader dell’opposizione Yair Lapid, Benny Gantz, Naftali Bennett e Yair Golan, il giudizio sul “memorandum d’intesa” annunciato da Donald Trump con l’Iran è univoco: l’intesa lascia a Teheran troppo margine e rischia di chiudere la guerra prima che Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi strategici.

Tra i primi a reagire è stato il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, figura di punta dell’ala più radicale della coalizione di governo. “Non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo”, ha scritto su X Il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, aggiungendo che Israele “non deve ritirarsi da nessun territorio che i suoi combattenti hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche” e che qualsiasi compromesso diverso dallo smantellamento di Hezbollah rappresenterebbe una concessione inaccettabile.

Sulla stessa linea il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori di una linea di massima pressione contro Teheran. Il leader di Sionismo Religioso ha definito il memorandum “dannoso per Israele e per tutto il mondo libero” e ha sostenuto che i successi ottenuti nella campagna militare contro l’Iran non debbano essere trasformati in un compromesso diplomatico. Al contrario, Israele dovrebbe “continuare la campagna per rovesciare il regime con le proprie forze e in modi creativi” e garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari.

Ma le critiche non si fermano alla destra di governo. Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid, capo del partito centrista Yesh Atid, ha attaccato l’intesa. L’accordo “non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele”, ha detto l’ex premier, perché “il regime sopravvive, il programma missilistico rimane intatto e l’Iran può ricostruire il programma nucleare”. In tutto questo Benjamin Netanyahu ha trasformato Israele in un “protettorato che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale”.

Una posizione simile è stata espressa da Naftali Bennett. Il leader della destra nazional-liberale, che si presenterà alle elezioni in autunno in ticket con Lapid, ha accusato il governo di non essere stato capace di trasformare i successi militari in “risultati duraturi per la sicurezza”. Al contrario, l’ex premier dice di avere “un piano strategico ben definito per far crollare il regime iraniano”, ha dichiarato: “Da un lato impediremo all’Iran di dotarsi di armi nucleari, dall’altro porteremo alla disgregazione del regime attraverso un’azione diplomatica, di intelligence, economica, tecnologica e militare”.

Dal centrosinistra è intervenuto Yair Golan, leader del Partito Democratico. “I cittadini israeliani si stanno rendendo conto di un accordo tra Stati Uniti e Iran concluso alle spalle di Israele”, ha detto l’ex vice capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces. che accusa Netanyahu di aver promesso una “vittoria totale” e di lasciare invece il Paese con “i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta sgretolando sotto i nostri occhi”.

Molto severo anche un altro ex generale, Benny Gantz, già ministro della Difesa e leader del partito centrista Blu e Bianco. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito ha definito l’intesa un “fallimento strategico” destinato ad avere conseguenze per anni perché costringerà Israele a combattere nuove “battaglie diplomatiche, militari e legali”. In particolare, Gantz ha respinto qualsiasi ipotesi di limitazione della libertà d’azione israeliana in Libano: “In nessuna circostanza è consentito accettare restrizioni operative o un ritiro che metta in pericolo gli abitanti del nord”.

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Nucleare, Hormuz e il fattore Israele: Trump festeggia il “deal” con l’Iran, ma i nodi veri sono tutti rinviati

Su Truth Donald Trump ha annunciato un “Deal” con l’iniziale maiuscola, un “accordo” capace di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e di riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma la realtà è molto più sfumata. Per capire i termini della questione occorre definire alcuni concetti. Punto primo: quello di cui si parla non è un accordo, ma un “Memorandum of Understanding“, ovvero una cornice politica, una bozza dei concetti che la vera e propria intesa – che dovrebbe essere discussa a partire dalla firma prevista per venerdì a Ginevra – dovrebbe contenere. Punto secondo: i dettagli del memorandum non sono pubblici, il che consente a ognuna delle due parti di sottolineare i termini a essa più funzionali. Quello che è certo è che le questioni cruciali sono state rinviate a una successiva tornata di negoziati.

Nucleare: il nodo dell’uranio arricchito è rinviato. Il destino del programma nucleare iraniano, per debellare il quale Usa e Israele avevano detto di aver attaccato la Repubblica islamica il 28 febbraio, verrà discusso a partire da venerdì e a quanto sembra i negoziati dovrebbero svolgersi entro 60 giorni. In un’intervista con il New York Times, Trump ha messo a confronto il suo “deal” con il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo del 2015 raggiunto da Barack Obama con Teheran che limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, un livello utilizzabile nei reattori nucleari ma non per la produzione di armi, sostenendo che la nuova intesa prevederebbe per l’Iran “l’impossibilità di sviluppare o acquistare un’arma nucleare”. Al momento il memorandum non darebbe alcuna garanzia sotto questo punto di vista, ma prevede solo una nuova tornata di negoziati.

Al Nyt Trump ha detto che gli Stati Uniti collaboreranno con Teheran per rimuovere tutto il combustibile nucleare presente nel paese, 12 tonnellate in totale. Anche qui le incognite sono diverse. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, almeno 200 dei 440 kg di uranio arricchito al 60% in possesso del Paese si trovano sepolti in siti come Isfahan, bombardato in profondità dagli Usa nel giugno 2025: Teheran accetterà la presenza di personale statunitense sul proprio territorio per farsi aiutare nella rimozione? In base all’accordo di Obama, che Trump ha fatto saltare nel 2018, il 97% delle scorte iraniane fu spedito in Russia: come verranno gestite in questo caso? Altra incognita, probabilmente la principale: da quanto emerso, il testo prevede che le trattative dovrebbero durare 60 giorni. Per raggiungere il Jcpoa servirono quasi due anni, dal novembre 2013 al luglio 2015.

Hormuz: tra mine, pedaggi e tregua lo stretto resta un’incognita. “Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a scorrere da entrambe le estremità, a beneficio della regione e del mondo”, ha scritto Trump su Truth. Una frase che contiene almeno due punti interrogativi. La prima è che la tregua dovrebbe tenere almeno fino a venerdì e già Israele ha fatto sapere di volersi tenere le mani libere in Libano. La seconda è che la riapertura sembra condizionata allo sminamento dello stretto, con ciò che questo potrebbe comportare in termini di tempo e di fattibilità. Nella telefonata al New York Times, inoltre, Trump ha affermato che lo stretto sarà “permanentemente esente da pedaggi“. Sul punto tuttavia non ci sono certezze.

Secondo una bozza diffusa sabato da Reuters, ad esempio, la revoca del blocco Usa inizierebbe subito dopo la firma del memorandum e sarebbe completata entro 30 giorni. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, invece, il testo sospende i pedaggi nello stretto solo per 60 giorni, promettendo poi un dialogo regionale sul futuro. Tutto ciò al netto di quelle che sono le valutazioni sull’effettiva utilità di questa guerra: prima di essere attaccata il 28 febbraio Teheran non aveva mai imposto dazi sul passaggio nello stretto, quindi Trump sta festeggiando un ritorno allo status quo prebellico.

Petrolio: l’allentamento delle sanzioni che non piace a Tel Aviv. Un alto funzionario iraniano ha riferito a Reuters che il memorandum prevede la sospensione temporanea delle sanzioni inflitte da Washington al petrolio iraniano. “Non c’è una data precisa per l’allentamento delle sanzioni e sarà legato all’attuazione dell’accordo”, ha confermato ad Axios un diplomatico statunitense. Domenica, poi, politici iraniani hanno lasciato intendere che un significativo allentamento delle misure economiche sarebbe propedeutico a concessioni sul tema del nucleare. Un’intesa in questo ambito incontrerebbe la totale contrarietà di Israele, timorosa che un aumento degli introiti per Teheran sarebbe direttamente proporzionale all’aumento della minaccia militare nei suoi confronti. Nel 2015 Tel Aviv aveva sostanzialmente accettato il Jcpoa, che pure prevedeva un graduale allentamento delle sanzioni, ma all’epoca il governo israeliano non aveva sulla Casa Bianca di Obama la presa che ha sull’amministrazione Trump (che nel 2018 Netanyahu convinse a uscire dall’accordo).

I 25 miliardi congelati: Trump promette, il memorandum tace. Al New York Times Trump ha detto che se i leader iraniani tornassero a reprimere con la violenza eventuali proteste di piazza, non otterrebbero la piena revoca delle sanzioni e l’accesso a 25 miliardi di dollari di asset congelati. Condizioni che, tuttavia, non sarebbero presenti nel memorandum. Un fatto però è certo: se prima della guerra – e ancor prima quando era in vigore il Jcpoa – gli asset erano congelati e non erano emersi motivi evidenti per sbloccarli, ora gli Stati Uniti si troverebbero nella necessità di farlo per mettere fine a un conflitto che loro stessi hanno iniziato e a cui fanno fatica a porre termine. E, come sopra, la possibilità che Teheran abbia accesso a una tale mole di risorse finanziarie non può lasciare indifferente Israele.

Israele: l’attore che può far saltare tutto. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran ha dichiarato in un comunicato che il “memorandum d’intesa”, prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano. Ma Israele non ha partecipato ai negoziati e Netanyahu ha già fatto sapere agli Usa che Tel Aviv non si ritirerà dal paese dei cedri e non si considera vincolato da alcuna clausola. Anche l’opposizione nella Knesset è contraria a mettere fine alla campagna. Non è difficile immaginare che qualsiasi escalation contro Hezbollah, in Siria o altrove finirebbe per mettere rapidamente sotto pressione, se non addirittura a rischio, l’intera intesa.

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Dr. Christopher Helali: “Mi trattano da terrorista solo per le mie idee”

Il Dr. Christopher Helali, analista politico, giornalista e funzionario eletto dello Stato del Vermont, racconta anzitutto la sua paradossale vicenda personale: le autorità statunitensi gli hanno impedito di imbarcarsi su un volo da Pechino al Messico, inserendolo in una “no-fly list” e trattandolo come un terrorista a causa della sua attività giornalistica e delle sue opinioni politiche a sostegno di Palestina e Iran.

Successivamente, il dibattito si sposta sulle recenti conferme ufficiali fornite da figure istituzionali statunitensi circa la presenza di quaranta biolaboratori americani in Ucraina. Helali descrive queste strutture come una minaccia letale per l’umanità, considerandole un legittimo casus belli per l’intervento militare russo.

Infine, l’analista esprime forte scetticismo sui proclami di pace di Donald Trump, spiegando che il supporto incondizionato della politica statunitense nei confronti di Israele è un legame bipartisan impossibile da spezzare, alimentato da un profondo fanatismo ideologico che ostacola qualsiasi reale mediazione nella regione.

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Sull’accordo di tregua rimane l’incognita Israele

di Alfredo Jalife Rahme

Affinché Stati Uniti e Iran siano sul punto di firmare il “Memorandum di Islamabad ( https://bit.ly/3QBtY0F )”, deve essere accaduto qualcosa di molto grave durante i recenti scontri nello Stretto di Hormuz: l’abbattimento, reale o presunto, di un elicottero statunitense in acque iraniane; la distruzione di due bacini idrici iraniani; i bombardamenti iraniani di basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, con la probabile distruzione di una base di caccia F-15; la chiusura completa dello Stretto di Hormuz; un aumento dei prezzi degli idrocarburi e un crollo dei mercati azionari, ecc.

A mio parere, i due fattori più significativi nello scontro tra Stati Uniti e Iran sono stati i crolli del mercato azionario, l’aumento dei prezzi degli idrocarburi e la distruzione di due bacini idrici iraniani ( https://bit.ly/4a0wXX0 ). È chiaro che le due potenze nucleari, una maggiore (gli Stati Uniti) e l’altra di medie dimensioni (Israele), sono militarmente superiori all’Iran, che si difende attraverso la sua efficace “guerra asimmetrica”.

La Brookings Institution sostiene che “l’acqua, non il petrolio, è la risorsa più preziosa in Medio Oriente ( https://bit.ly/43zII2Y )”. Nella mia intervista con il canale spagnolo NegociosTV, ho affermato che tra le “varie guerre invisibili e multidimensionali” che si sono consolidate nello Stretto di Hormuz ci sono le guerre per l’acquahttps://bit.ly/3SlIf1W ).

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha commentato che “Teheran rimane pessimista riguardo alla diplomazia con gli Stati Uniti a causa della tendenza di Washington a non rispettare i propri impegni ( https://bit.ly/4eFGi9c )”. L’ex diplomatico britannico Alastair Crooke analizza sia la “crisi economica sull’orlo del baratro” negli Stati Uniti, sia la “sconfitta strategica” di Israelehttps://bit.ly/4uTfCXL ).

Le tre fasi accumulate della guerra regionale sono confluite nello Stretto di Hormuz: militare, geoeconomica e geofinanziaria. Il quotidiano britannico iranofobo  The Telegraph  ha fatto trapelare la notizia che gli Emirati Arabi Uniti restituiranno una parte dei fondi sequestrati all’Iran in cambio della cessazione dei bombardamenti ( https://bit.ly/4vsk8gZ ).

Nel frattempo, l’ex comandante della Marina israeliana Eliezer Marom (EM) ha dichiarato: “Abbiamo visto cosa possono fare i missili iraniani, per quanto limitati”, aggiungendo che “il danno in Israele è enorme; enorme”. EM ha commentato che una parte significativa di questo danno “non è visibile  (sic!)  agli israeliani, a causa della censura militarehttps://bit.ly/3SoctkS ).”

Nel frattempo, il noto geopolitico e accademico dell’Università di Chicago John Mearsheimer ha avvertito: “Israele potrebbe lanciare un attacco nucleare contro l’Iran se perde la guerra” e ha proposto come “unica soluzione: disarmare Israele… o eliminarne completamente l’esistenza”, poiché “il mondo non può accettare questo pesante fardellohttps://bit.ly/4ggX3J5 )”.

Theodore Postol, illustre accademico del MIT ed ex consigliere del Pentagono, afferma: “Israele rappresenta la più grande minaccia nucleare in Medio Oriente; gli iraniani sono in una posizione di enorme vantaggio per infliggere danni a Israele” attraverso “la loro intera generazione di nuovi missili non intercettabili”, quindi “la sopravvivenza di Israele potrebbe alla fine essere messa in discussione ( https://bit.ly/49YcAcY )”.

Nientemeno che Tucker Carlson, il commentatore televisivo più richiesto negli Stati Uniti, sottolinea che Trump, di cui è stato un propagandista gratuito durante la campagna elettorale, è tenuto in ostaggio da Israele e si limita a eseguire gli ordini di Netanyahu, il quale è in grado di far fallire qualsiasi accordo tra Stati Uniti e Iran https://bit.ly/4oocP6Z ).

Il quotidiano libanese in lingua francese anti-Hezbollah,  L’Orient Le Jour,  si interroga se l’accordo di Trump con l’Iran costituisca “una svolta diplomatica o una semplice tregua regionale”, dato che “tra minacce militari e diplomazia, la bozza del memorandum cerca soprattutto di evitare una nuova conflagrazione senza risolvere le divergenze di fondo ( https://bit.ly/4a2iji2 )”. L’Orient Le Jour propende più per una “tregua” – in coincidenza con i 39 giorni di durata dei Mondiali di calcio? – quando l'”attuazione sequenziale del memorandum” durerebbe 60 giorni.

http://alfredojalife.com

Fonte: La Jornada

Traduzione: Luciano Lago

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Pulizia etnica e annessione della Cisgiordania: obiettivi politici del governo israeliano

In un nuovo rapporto intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, Amnesty International ha denunciato che il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid – sta incoraggiando il governo Netanyahu a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra nella Cisgiordania.

Attraverso la pulizia etnica, la campagna sta prendendo di mira le comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata. Quest’area costituisce oltre il 60 per cento del territorio occupato e – a causa della relativamente scarsa popolazione palestinese nonché della disponibilità di risorse naturali e di terre dalle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro dei tentativi israeliani di controllarla.

L’annessione formale della Cisgiordania è un vero e proprio obiettivo politico, in attuazione dell’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni. A tale scopo, le autorità israeliane stanno accelerando l’espansione degli insediamenti e l’esproprio della terra, incrementando il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e armando i coloni.

Gli accordi per formare il 37esimo governo israeliano, costituito alla fine del 2022 sotto la guida del partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, hanno incluso le priorità dei coloni tra le politiche statali e legittimato la visione del movimento dei coloni della “Grande Israele”, un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato come parte integrante di Israele.

Lo hanno fatto sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese.

Non si può parlare dunque, come piace fare in Europa, di coloni estremisti, di organizzazioni estremiste o di un paio di ministri estremisti. La violenza dei coloni è una componente essenziale di una campagna, sostenuta dallo stato, di pulizia etnica, elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’aprile 2026 erano state sfollate con la forza almeno 5910 persone palestinesi.

Ciò è accaduto nel contesto di un’ondata senza precedenti di attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano. Secondo dati forniti dall’ong israeliana Peace Now, alla fine dell’aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per la normativa interna quanto per il diritto internazionale. Sono usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo.

Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto ormai il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza della terra allo stato.

L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti, all’estensione della sovranità sul territorio occupato, a misure destinate a minimizzare la presenza palestinese nella suddetta area e al sostegno pubblico ai coloni da parte di importanti ministri, alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario.

L’intento dello stato si manifesta anche in tutta una serie di dichiarazioni sul possesso della terra, nelle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, nell’aumento dell’espansione degli insediamenti, nelle legalizzazione retroattiva degli avamposti, nell’aumento dell’sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, nella demolizione delle proprietà palestinesi e nelle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua.

Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro).

Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative per gli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero su base annua mai registrato.

Il totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana.

Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C e sfollato 2996 persone palestinesi.

I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più massicce per obbligare le comunità palestinesi ad andarsene, attraverso attacchi alle case e alle proprietà, intimidazioni costanti, minacce e aggressioni fisiche, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame e distruzioni di terre agricole e raccolti. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime sono settuplicati.

Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 diretti da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240mila cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto una licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni.

Il resto del rapporto, ricco di testimonianze e di esempi di pulizia etnica, può essere letto qui.

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