Avviata un’indagine dall’azienda dei trasporti ATM di Milano sulle immagini catturate dalle telecamere dei mezzi e riutilizzate in chat tra dipendenti per inquadrare e commentare parti intime delle donne passeggere. Secondo l’ipotesi, alcuni dipendenti si sarebbero scambiati le immagini in una chat dell’app di messaggistica WhatsApp accompagnate da commenti sessisti. ATM avrebbe subito contattato alcune attiviste che tramite i loro canali social e non avevano segnalato la vicenda. L’azienda ha garantito una verifica interna.
“Atm si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città. Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa”, si legge in una nota dell’azienda.
A rendere nota la notizia alcune attiviste femministe sui social. La scrittrice e attivista Carlotta Vagnoli ha riportato il racconto di una passeggera nella sua newsletter: la donna sarebbe stata seduta accanto a un autista in pausa e avrebbe visto una chat nominata “Staff Ticinese” con alcuni colleghi di lavoro. “Chiaro che perfino gli strumenti che dovrebbero tutelarci – come le telecamere a circuito interno sugli autobus – sono ormai diventati un ennesimo modo per molestarci”, ha scritto Vagnoli.
Sullo schermo sarebbero apparse non “foto di situazioni di pericolo o problemi tecnici, bensì fotogrammi su gambe, volti, seni e cosce di donne ignare di essere diventate carne da macello per un gruppo di uomini con la divisa dell’azienda”. La donna “ha capito essere fotogrammi delle riprese dei video del circuito di sorveglianza in disposizione a ogni tram e usato per garantire la sicurezza di autisti e passeggeri” che “ritraevano donne ed erano accompagnate da commenti sessisti e frasi oscene“.
“Un’ennesima chat in cui corpi di donne ignare di essere riprese vengono scambiati e commentati con violenza e sessismo tra colleghi: il caso stavolta colpisce il trasporto pubblico milanese, poiché a passarsi i fotogrammi delle telecamere di sicurezza sono alcuni autisti dei mezzi meneghini”, ha scritto Vagnoli sui social. “Commenti sul culo, sulle gambe, sul corpo delle donne che prendono il tram, immagini scambiate in una chat, fotogrammi presi dalla videosorveglianza: siamo – di nuovo – nella sfera della technology facilitated gender based violence, ovvero quella violenza agevolata dai dispositivi tecnologici che no, non sono imparziali”.
La vicenda esplode a una manciata di mesi dai casi di “Mia Moglie” e di gruppi affini, sui quali uomini e mariti caricavano sui social le foto dei corpi delle mogli all’insaputa delle donne, e di Phica.net e Phica.eu, oltre 700mila iscritti, entrambi sequestrati, sui quali invece si trovavano soprattutto immagini di personaggi noti le cui foto venivano ripostate e ripubblicate nell’ambito del forum.
Immagini prese dalle telecamere dei mezzi pubblici di Milano che inquadrano parti del corpo delle donne e condivise in una chat dal titolo “Ticinese staff”. A scoprirlo e denunciarlo una passeggera che, nelle scorse ore, ha postato su Instagram una stories in cui diceva di aver visto – mentre era sul tram 15 – la conversazione sul telefono di un signore con la divisa del personale Atm.
L’azienda ha diffuso una nota facendo sapere che “si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città”. E, continuano, “crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa”.
A ricondividere la denuncia è stata l’influencer Cyanidue, rilanciata dal sito Mowmag. Nello screenshot, che lei stessa ha ricevuto da un’altra utente, si vede una conversazione con commenti sessisti a una foto rubata di una donna di schiena.
Immagini prese dalle telecamere dei mezzi che inquadrano parti intime di donne: è quanto ha denunciato una passeggera su un tram a Milano e Atm, l'azienda dei trasporti, ha aperto ieri un'indagine interna
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È caccia alle tracce biologiche sul corpo di Roberto Guerrino, l’interprete assassinato nel suo appartamento a Milano durante un appuntamento. La speranza degli investigatori è che l’uomo, 60 anni, si sia difeso e in questa maniera potrebbe avere sul proprio corpo elementi utili per risalire a chi ha incontrato nella casa di via Nino Oxilia. Il corpo è stato ritrovato seminudo, ucciso con più colpi al cranio sferrati probabilmente dall’uomo con cui aveva fissato l’incontro su una app di incontri. Proprio le chat, tra l’altro, potrebbero risultare decisive.
Guerrino è stato trovato nella camera che funge anche da salotto dopo che i vigili del fuoco avevano aperto la porta con la chiave che l’interprete lasciava normalmente a una vicina di casa quando si assentava. Non si esclude che si sia trattato di una rapina perché nell’appartamento mancano alcuni oggetti di valore. Guerrino e chi era con lui potrebbero aver litigato per una richiesta di soldi dopo il rapporto. I militari stanno analizzando telefoni e computer dell’interprete per individuare la persona con cui era entrato in contatto e analizzano l’attività dell’uomo sulle piattaforme Grindr e Romeo, che già l’interprete aveva usato per fissare incontri.
Ancora non c’è certezza sull’oggetto con il quale l’uomo è stato colpito alla testa: ce ne sono vari pesanti e insanguinati in casa. Si ipotizza che possa essersi trattato di una statuetta di Buddha. Quale sia l’arma lo stabilirà l’autopsia che sarò disposta domani dal pm Carlo Scalas. Per il resto, si analizzano le telecamere delle vicinanze del palazzo in cui viveva Guerrino: una, che puntava sull’entrata del palazzo e che poteva essere determinante è risultata inutile perché malfunzionante.
Vi sono poi testimoni che lo hanno visto vivo alle 21.30 di venerdì ed è quindi verosimile che la morte sia avvenuta nella notte. Chi l’ha ucciso ha infierito sul viso e in testa, il piccolo bilocale era pieno di sangue. Guerrino avrebbe compiuto 61 anni il prossimo 13 luglio. Era interprete di conferenza, nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete a reali e capi di Stato, da Mattarella a Napolitano all’allora principe Carlo, ma anche per Bill Clinton e Henry Kissinger.
Regione Lombardia – prima regione in Italia – ha da qualche giorno la sua legge dedicata ai data center. Dopo un iter lungo e complesso iniziato lo scorso dicembre, il PDL 150 è stato approvato nei giorni scorsi in Consiglio regionale. Tra i protagonisti che hanno permesso questo primato lombardo il consigliere regionale e presidente della V Commissione Territorio, Infrastrutture e Mobilità Jonathan Lobati (Forza Italia), relatore del provvedimento, che ha guidato l’iniziativa dalla sua presentazione fino al voto finale in Consiglio.
Una legge chiesta a gran voce dal territorio e figlia di un contesto economico e tecnologico in rapida evoluzione. La nuova normativa definisce criteri chiari per l’individuazione delle aree idonee alla realizzazione e all’ampliamento degli insediamenti, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale, all’efficienza energetica e alla tutela del territorio.
Nello specifico, il testo approvato introduce significativi vincoli a tutela dell’ambiente, aumentando gli oneri per chi consuma suolo agricolo o in aree protette e valorizzando i progetti che prevedono la restituzione dell’acqua utilizzata per il raffreddamento ai sistemi irrigui o ambientali.
“Con questa legge la Lombardia si dota di uno strumento moderno e necessario per governare una trasformazione già in atto – ha commentato Jonathan Lobati –. Abbiamo scelto di coniugare sviluppo e sostenibilità, offrendo certezze a chi decide di investire e, allo stesso tempo, tutele chiare per i territori, le comunità locali e l’ambiente.
Per garantire uno sviluppo ordinato, l’insediamento delle nuove strutture dovrà essere coerente con l’effettiva capacità delle reti elettriche e idriche, estendendo le misure premiali agli interventi più virtuosi sul piano dell’efficienza energetica. I Comuni avranno un anno di tempo per mappare le aree dismesse e degradate da mettere a disposizione, mentre Regione monitorerà l’efficacia della legge con verifiche ambientali ed economiche. È infine garantita la continuità amministrativa per i procedimenti già in corso, evitando blocchi o sospensioni”.
Nuovi elementi nelle indagini sull’omicidio di Roberto Pietro Guerrino, l’interprete sessantenne trovato morto nel suo appartamento di via Oxilia 11, a Milano. I carabinieri stanno analizzando alcune statuette di Buddha sporche di sangue, che potrebbero essere state usate come arma del delitto. Dalla casa sono spariti cellulare, computer e portafogli. Al centro dell’inchiesta anche l’ipotesi di un incontro organizzato tramite app e degenerato in violenza.
Delitto Guerrino, le statuette di Buddha al centro degli accertamenti
La scena del delitto, ora, racconta anche un dettaglio nuovo. Non solo il sangue, il corpo trovato in salotto, le ferite alla testa e al volto. Nel bilocale al quarto piano di via Oxilia 11, in zona NoLo, gli investigatori hanno concentrato l’attenzione su alcuni soprammobili: statuette raffiguranti Siddharta, che Roberto Pietro Guerrino aveva sistemato sulle mensole dopo essersi avvicinato, negli anni scorsi, alla fede buddista.
L’ipotesi investigativa, riferisce oggi il quotidiano Il Giorno, è che l’assassino possa aver afferrato proprio uno di quegli oggetti per colpire più volte il sessantenne, uccidendolo nell’appartamento in cui è stato trovato sabato pomeriggio. Le statuette sporche di sangue saranno analizzate con particolare attenzione per verificare se forma, peso e superficie siano compatibili con le numerose lesioni riscontrate sul corpo della vittima. Un lavoro tecnico decisivo, che dovrà chiarire se uno di quei soprammobili sia stato effettivamente l’arma del delitto. Gli specialisti cercheranno anche eventuali impronte digitali o tracce utili da confrontare con quelle già presenti nelle banche dati. A procedere sono i carabinieri della Compagnia Duomo e della Omicidi del Nucleo investigativo, coordinati dal pm Carlo Scalas e guidati dal colonnello Antonio Coppola e dal tenente colonnello Fabio Rufino.
Cellulare, computer e portafogli spariti dalla casa
Un altro elemento rafforza il quadro di un omicidio maturato in un contesto ancora da definire, ma non casuale. Dall’appartamento di Guerrino sarebbero spariti il cellulare, il computer e il portafogli. Non è escluso che manchino anche altri oggetti, ma al momento gli investigatori possono partire solo da ciò di cui è certa la presenza nell’abitazione. La sottrazione di telefono e computer apre una doppia pista. Da un lato, quei dispositivi potrebbero contenere elementi fondamentali per ricostruire gli ultimi contatti della vittima, in particolare eventuali conversazioni su app di incontri. Dall’altro, il killer potrebbe averli portati via proprio per cancellare tracce, rallentare l’identificazione o costruire una falsa pista legata alla rapina. L’ipotesi della rapina finita male resta sul tavolo, ma non viene letta in modo automatico. La dinamica potrebbe essere più complessa: un incontro, una richiesta di denaro, un rifiuto, una lite improvvisa e poi l’aggressione brutale.
L’appuntamento online e il corpo trovato seminudo
Il contesto in cui è stato trovato il corpo di Guerrino indirizza gli accertamenti verso un incontro privato. Il sessantenne era seminudo, con addosso soltanto una guêpière, calze a rete e scarpe con il tacco. Un dettaglio che aveva subito portato gli investigatori a ipotizzare un appuntamento concordato online per un rapporto intimo. Secondo quanto ricostruito finora, Guerrino utilizzava applicazioni di incontri, tra cui Romeo. È possibile che venerdì sera abbia ricevuto in casa un uomo conosciuto tramite app. Resta da capire che cosa sia accaduto dopo l’ingresso dell’ospite nell’appartamento.
Uno degli scenari al vaglio porta a una lite nata da una richiesta di pagamento respinta dal padrone di casa. Un copione che, se confermato, collocherebbe l’omicidio in un contesto già conosciuto dalla vittima. Non una certezza, al momento, ma una traccia investigativa resa più concreta da un precedente inquietante.
Il precedente del 2023: la rapina dopo l’incontro su Grindr
Nel passato recente di Roberto Pietro Guerrino c’è infatti una vicenda che oggi torna inevitabilmente sotto la lente degli investigatori. A fine febbraio 2023, nello stesso appartamento di via Oxilia 11, il traduttore aveva ricevuto un uomo conosciuto tramite Grindr. L’incontro, organizzato per motivi sessuali, era degenerato subito dopo l’arrivo dell’ospite. Secondo quanto denunciato allora da Guerrino, il giovane gli avrebbe chiesto denaro per la prestazione. Di fronte al rifiuto, avrebbe minacciato di picchiarlo e si sarebbe fatto consegnare 25 euro. Poi avrebbe rovistato nell’abitazione fino a trovare altri 250 euro nel portafogli.
Pochi giorni dopo, la stessa persona si sarebbe ripresentata alla porta. Guerrino, convinto di aver preso appuntamento con un altro uomo via chat, lo avrebbe riconosciuto e non lo avrebbe fatto entrare, chiamando le forze dell’ordine. Il 12 marzo, però, l’aggressore sarebbe riuscito a tornare nello stesso appartamento grazie alla complicità di un giovane sudamericano contattato dalla vittima tramite app.
In quell’occasione, l’interprete sarebbe stato malmenato e costretto a scendere in strada per prelevare contanti al bancomat. Riuscì però ad attirare l’attenzione di alcuni passanti, mettendo in fuga gli aggressori. Dopo quell’episodio, venne accompagnato al centro antiviolenza della clinica Mangiagalli e poi dimesso dal Policlinico con una prognosi di sette giorni.
La foto dell’aggressore e l’informativa in Procura
A rendere quel precedente ancora più rilevante, anche se al momento non risultano collegamenti diretti con il delitto, era stata una foto scattata dallo stesso Guerrino durante il parapiglia. L’immagine aveva consentito ai carabinieri di arrivare all’identificazione del presunto aggressore, un venticinquenne egiziano. Il sistema di riconoscimento facciale C-Robot aveva indicato una compatibilità del 66,6%, poi rafforzata dal riconoscimento della vittima, che aveva indicato una somiglianza molto più alta dopo la visione dell’immagine. Lo stesso giovane risultava già coinvolto in episodi simili: un diverbio in via Messina con un uomo conosciuto tramite app e una precedente denuncia del 2020 per il furto di un portafogli durante un incontro organizzato in un palazzo di via Padova.
Il nome finì in un’informativa inviata in Procura con le accuse di rapina e lesioni. Oggi quel fascicolo viene riletto non tanto per cercare automaticamente lo stesso autore, quanto per comprendere se l’omicidio di Guerrino possa essersi sviluppato in un contesto analogo: appuntamenti online, richieste di denaro, violenza e sottrazione di oggetti.
Le ultime ore di Guerrino e la ricerca del killer
Il delitto sarebbe avvenuto tra la tarda serata di venerdì e la notte di sabato. Guerrino era ancora vivo attorno alle 21.30, quando era stato visto davanti alla vetrina di un negozio di fiori in piazza Morbegno. In quelle stesse ore avrebbe risposto anche ad alcuni messaggi dell’ex compagno, residente a Genova, con cui era rimasto in rapporti stretti nonostante la fine della relazione molti anni prima.
Proprio l’ex compagno, non ricevendo più risposte, si è insospettito e ha chiesto a una nipote che vive a Milano di andare a controllare. Nessuno ha risposto al citofono. Poco dopo le 15 è partita la chiamata al 112. I vigili del fuoco sono entrati usando le chiavi lasciate abitualmente da Guerrino a una vicina di casa. In salotto hanno trovato il corpo.
Le telecamere della zona restano uno snodo fondamentale dell’indagine. Gli investigatori stanno passando al setaccio le immagini registrate in via Oxilia e nelle strade vicine per individuare chi sia entrato o uscito dal palazzo nelle ore compatibili con l’omicidio. Le possibili vie di fuga portano da un lato verso piazza Morbegno, dall’altro verso via Soperga e l’area dello scalo ferroviario. In casa, intanto, gli accertamenti scientifici proseguono sui soprammobili, sulle tracce di sangue e sugli eventuali segni lasciati dall’assassino. Perché in un appartamento pieno di oggetti, quello che manca potrebbe essere importante quanto ciò che è rimasto.