Dal 16 al 21 giugno la Gay Street di Roma, in via di San Giovanni in Laterano, a pochi passi dal Colosseo, si trasformerà in un palcoscenico dedicato a cultura, diritti e inclusione. Torna infatti “Walk with Pride”, la manifestazione diretta da Ezio Cristo che per sei giorni animerà uno dei luoghi simbolo della comunità LGBTQIA+ della Capitale con talk, spettacoli, concerti, presentazioni e momenti di confronto. A inaugurare l’evento il 16 giugno sarà Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione, che taglierà il nastro dando ufficialmente il via alla settimana di appuntamenti. Tra gli ospiti attesi figurano anche Imma Battaglia, Antonella Elia, Priscilla, Francesco Montanari e Gabriele Piazza con lo spettacolo satirico “Eterofobo”.
Uno degli appuntamenti più attesi e discussi è il talk del 17 giugno che vedrà confrontarsi Francesca Pascale, co-fondatrice del movimento Gay Conservatori e Liberali, Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno, e Nicola Di Bartolomeo del Movimento 5 Stelle. Una scelta che arriva dopo che nelle scorse settimane Pascale aveva denunciato l’esclusione dai talk della Pride Croisette e che gli organizzatori rivendicano come occasione di confronto. “Credo sia stato un errore non dare spazio e voce anche a chi ha un pensiero diverso”, spiega a ilfattoquotidiano.it il direttore artistico Ezio Cristo. “Non stiamo parlando di un partito fascista, ma di un movimento che si definisce gay conservatore. Poi si può essere d’accordo o meno, ma la censura non fa parte della mia idea di comunità. Noi siamo totalmente liberali e riteniamo giusto che sui diritti possano confrontarsi posizioni differenti”. La manifestazione si svolgerà a pochi giorni dal Roma Pride del 20 giugno, ma gli organizzatori respingono l’idea di una contrapposizione diretta. “Non ci poniamo come alternativa al Pride”, precisa Cristo. “Piuttosto proponiamo un’alternativa a quello che è il programma ufficiale di eventi del Roma Pride. È uno spazio aperto dove possono convivere sensibilità diverse”.
Per Cristo la scelta della Gay Street non è casuale. “Io credo molto in un Pride diffuso. La Gay Street è da oltre vent’anni un simbolo per la comunità LGBTQIA+ romana ed è spesso il primo luogo di approdo per chi arriva in città e cerca un punto di riferimento. Qui è nata una parte importante della storia della comunità romana e per questo ci sembrava il luogo naturale per una manifestazione come questa”. Tra gli eventi di maggiore richiamo figura il concerto del 19 giugno di Francesco Sarcina e Le Vibrazioni, mentre il programma prevede anche riconoscimenti a personalità impegnate nella promozione dei diritti, un concorso drag dedicato alla scena performativa italiana e numerosi incontri culturali.
Particolare attenzione sarà dedicata quest’anno alle persone transgender. Non a caso la madrina dell’evento sarà Vladimir Luxuria. “Credo che oggi la questione della transessualità sia uno dei temi più delicati e meno approfonditi all’interno del dibattito pubblico”, osserva Cristo. “La scelta di Vladimir ha un valore simbolico e politico. Vogliamo riportare al centro una discussione che spesso resta ai margini”. Nel programma è previsto anche un incontro dedicato specificamente ai diritti delle persone trans. “Abbiamo deciso di coinvolgere non solo associazioni, ma direttamente persone transgender”, conclude il direttore artistico. “Per noi è importante che a parlare siano anche coloro che vivono quotidianamente queste esperienze”. L’obiettivo dichiarato di “Walk with Pride” è quello di raccontare una società più inclusiva attraverso il dialogo tra arte, cultura e partecipazione civile, valorizzando uno spazio che da anni rappresenta uno dei punti di riferimento della comunità LGBTQIA+ della Capitale.
In un’epoca in cui il matrimonio viene spesso descritto come un’istituzione in crisi, a Roma c’è chi fa la fila per pronunciare il fatidico “sì”. Non davanti all’altare o negli uffici comunali, ma davanti a una macchina. Succede al Love Bar, locale situato in via Flaminia, dove è stata installata la Wedding Machine, un totem che permette di celebrare un matrimonio simbolico in pochi minuti. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, l’iniziativa, che richiama nell’immaginario i celebri matrimoni lampo di Las Vegas, sta attirando curiosi, coppie e amici desiderosi di vivere un momento insolito e romantico. A idearla è stata Gaenette Raimo, 26 anni, che racconta così il progetto: “Il nome? La chiamiamo la Wedding Machine”. Il totem, attualmente alla sua prima versione, promette un’esperienza rapida e originale: ‘bastano tre minuti per dirsi “sì'”.
La scelta della location non è casuale. A pochi passi dal locale c’è Ponte Milvio, che negli anni è diventato uno dei punti più riconoscibili quando si parla d’amore a Roma, anche per la tradizione dei lucchetti lasciati dalle coppie. E poi c’è tutto l’immaginario legato a Tre metri sopra il cielo, il romanzo di Federico Moccia che ha reso quel ponte un simbolo romantico per una generazione intera, con la famosa scena dei lucchetti e la scritta “Io e te 3 metri sopra il cielo” che ha fatto il giro del mondo. “È il simbolo romano delle promesse d’amore”, sottolinea infatti la giovane ideatrice.
Un “sì” digitale: così si celebra il matrimonio lampo
Il funzionamento della macchina è semplice. Una volta davanti al totem, i partecipanti inseriscono i propri nomi e seguono le indicazioni di un avatar presente sul display. La procedura prevede il pagamento di 15 euro tramite Pos o QR Code e, al termine, la macchina consegna due anelli simbolici e un certificato ricordo.
Si tratta di un’unione puramente simbolica, come precisa la stessa Raimo: “Sì, è simbolica. Ma non per questo priva di emozione”. Sul certificato stampato dalla macchina compare anche un messaggio che accompagna l’esperienza: “Siete ufficialmente sposati… per gioco. E siete invitati a custodire questo certificato come ricordo di un atto romantico e un po’ folle”.
L’idea sembra aver fatto centro. In appena due settimane, infatti, oltre mille persone hanno scelto di partecipare alla particolare cerimonia. “C’è chi lo fa per gioco, chi lo fa con più serietà. Il nostro obiettivo era quello di regalare un momento che fosse davvero magico”, spiega Raimo.
Come è nata la Wedding Machine
Dietro il progetto c’è una passione che nasce da lontano: “Sono sempre stata appassionata di matrimoni. Mi ha sempre affascinato, fin da quando ero piccola, l’idea che due persone si scelgano. Dopo essere stata a un matrimonio in cui ho passato ore a scattarmi foto in una cabina fotografica con il mio ragazzo e i miei amici, ho pensato: perché non creare qualcosa di simile che permetta a tutti di sposarsi? In modo veloce, quasi come ci si scatta una fotografia”.
Da quell’intuizione è nata la Wedding Machine, un progetto che potrebbe presto uscire dai confini della Capitale: “Il mio sogno è che le persone possano dire: mi sono sposata a Roma. Poi a Napoli. Poi a Milano. E così via, all’infinito”, afferma.
Storie
Nel frattempo, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano romano, la macchina continua a raccogliere storie e testimonianze. Tra coloro che hanno deciso di vivere questa esperienza ci sono anche Matteo e Valentina, una coppia che per diversi motivi non può ancora celebrare un matrimonio ufficiale. Per loro, però, quel momento ha avuto un significato particolare: “Per noi già così è un enorme regalo”.
L’ha definita una “trappola per turisti”: due gelati pagati 44 euro per via di una serie di aggiunte che aveva interpretato come omaggi del locale. La storia raccontata sui social da Nicole Ann, turista della Florida in vacanza a Roma con il marito, è diventata virale, dividendo l’opinione pubblica tra chi parla di conto assurdo e chi invece invita a leggere sempre con attenzione prezzi e supplementi prima di accettare qualsiasi aggiunta.
Il caso è arrivato fino al Regno Unito, dove il Timesha deciso di verificare di persona quanto accaduto. Il corrispondente Tom Kington è andato nella stessa gelateria frequentata da Nicole Ann, Don Nino, a pochi passi da piazza Navona. All’arrivo, la ragazza dietro al bancone avrebbe chiarito immediatamente di non poter parlare con un giornalista e che il manager non era presente. Poi gli avrebbe illustrato le possibili aggiunte al gelato, specificando che si trattava di “extra”. Il risultato? Un cono con pistacchio, mango e fragola, arricchito da panna montata, wafer, macaron e cannolo, per un conto finale di 22 euro. Quasi stessa cifra pagata dalla turista americana per ciascuno dei due gelati finiti al centro delle polemiche.
Non a caso il titolo scelto dal quotidiano britannico è piuttosto eloquente: “44 euro per due gelati? Quando vi trovate a Roma, fate come me per schivare le truffe“. Ad accompagnare l’articolo c’è persino un’immagine tratta da Tototruffa ’62, il celebre film in cui Totò riesce a vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista.
Da lì il giornalista allarga il discorso alle possibili insidie per i visitatori della Capitale. A partire proprio dal gelato: secondo Kington, una coppetta o un cono abbondante non dovrebbero costare più di 5 euro e la panna montata dovrebbe essere inclusa nel prezzo. Quanto al caffè, il consiglio è altrettanto chiaro: “Per un vero espresso italiano, ordinate al banco. Il prezzo non dovrebbe superare 1,50 euro”. Ma nemmeno questo garantisce di evitare brutte sorprese. Kington racconta infatti di aver contestato una volta il costo eccessivo di un caffè in un bar del centro storico, ricevendo una risposta che lo ha lasciato senza parole: “Mi scusi, pensavo fosse un turista”.
Secondo il Times, insomma, le trappole per visitatori sono sempre dietro l’angolo. Per questo il giornalista invita a controllare con attenzione anche i menu dei ristoranti: “Spesso il prezzo del pesce si riferisce a 100 grammi di prodotto e non all’intera porzione. Sentitevi liberi di chiedere quanto peserà il piatto prima di ordinare”. Non mancano i consigli sui taxi: “Dovrebbero applicare una tariffa fissa da e per l’aeroporto, ma a volte dimenticano di comunicarlo ai turisti per poter guadagnare di più con il tassametro”.
E c’è spazio anche per l’ironia. “Se state parcheggiando un’auto e un uomo inizia gentilmente a guidarvi nella manovra, vuole dei soldi e potrebbe persino lasciar intendere che vi taglierà le gomme se non lo pagherete”, scrive Kington. Il suggerimento? Fingere di non capire una parola di quello che sta dicendo e allontanarsi il più rapidamente possibile.
Oltre 26mila euro di sanzioni dopo i controlli nelle campagne del latinense, mentre il apoluogo pontino entra nel programma nazionale per l’inclusione socio-professionale delle vittime del lavoro irregolare
A pochi giorni dai controlli straordinari effettuati nelle campagne di Monte San Biagio (LT), che hanno portato a sanzioni per oltre 26mila euro e alla sospensione di un’attività agricola, si apre un ulteriore fronte nella lotta al caporalato. Il Comune di Latina ha infatti annunciato l’avvio operativo della sperimentazione nazionale dedicata alla presa in carico e all’inclusione socio-lavorativa delle vittime di sfruttamento e lavoro irregolare. Due percorsi distinti ma complementari, che hanno trovato una significativa convergenza in un progetto che prenderà il via su scala nazionale.
Nuovi controlli nell’area di Latina: lavoratori in nero e attività sospese
Condotti nell’ambito di operazioni coordinate dalla Polizia di Stato, i recenti controlli nel latinense hanno visto gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Latina, il personale del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Fondi e gli ispettori dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Latina impegnati in verifiche congiunte che hanno portato alla scoperta di nuove attività lavorative illecite nell’area. In particolare, nel corso delle ispezioni sono stati identificati complessivamente 60 cittadini stranieri impiegati nelle attività agricole controllate, ma di questi soltanto due risultavano regolarmente assunti e sei erano impiegati in nero, pur essendo potenzialmente regolarizzabili dal punto di vista professionale, mentre altri due erano del tutto privi dei requisiti necessari previsti dalla normativa vigente.
Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato una sequela di difformità legate alla tutela della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro. Gli ispettori hanno contestato la mancata redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), l’assenza di adeguati servizi igienico-sanitari e la mancanza della cassetta di primo soccorso. Quest’ultime si configurano come violazioni dirette del Decreto Legislativo 81 del 2008, che hanno spinto le autorità a disporre la sospensione dell’attività lavorativa ai sensi dell’articolo 14 del medesimo decreto e, contestualmente, all’imposizione di sei maxi-sanzioni amministrative per l’impiego di lavoratori in nero in ottemperanza all’articolo 3, comma 3, del Decreto-Legge 12 del 22 febbraio 2002. In aggiunta, al datore di lavoro è stata contestata anche l’inosservanza dell’articolo 22, comma 12, del Decreto Legislativo 286 del 1998, norma che punisce l’impiego di cittadini stranieri privi di regolare permesso di soggiorno, arrivando ad un importo complessivo di 26.100 euro in sanzioni.
L’iniziativa del Ministero del Lavoro: rendere concrete le tutele previste dall’articolo 18-ter
L’operazione si inserisce in una più vasta attività di contrasto allo sfruttamento lavorativo che da anni interessa il territorio pontino, considerato uno dei contesti più delicati del Paese per la presenza di fenomeni di intermediazione illecita della manodopera e di lavoro irregolare in agricoltura. Uno scenario complesso, dunque, che ha portato alla ricerca e all’attuazione di strategie innovative da affiancare alle azioni di vigilanza e repressione. Non a caso, è proprio in quest’area che ha preso forma la nuova iniziativa dedicata al sostegno delle persone che hanno subito condizioni di sfruttamento.
Il Comune di Latina ha annunciato infatti di essere ufficialmente entrato nella fase operativa di una sperimentazione nazionale finalizzata alla costruzione di un modello per la presa in carico e l’inclusione socio-lavorativa delle vittime di caporalato e sfruttamento lavorativo. L’iniziativa, promossa dal Ministero del Lavoro in collaborazione con Anci e Fondazione Cittalia, si concluderà entro il 31 dicembre 2027 e potrà contare su uno stanziamento nazionale complessivo di 1,6 milioni di euro, pari a 800mila euro annui.
Il progetto vede il Capoluogo pontino tra le dieci realtà della rete Sai (Sistema di Accoglienza e Integrazione) chiamate a partecipare alla sperimentazione, insieme a Catania, Cuneo, Genova, Milano, Perugia, Pescara, Prato, Ravenna e Treviso, e nasce per rendere concrete le tutele previste dall’articolo 18-ter del Testo Unico sull’Immigrazione, introdotto dal decreto-legge 145 del 2024. La norma prevede specifici programmi di assistenza, formazione, orientamento e inserimento lavorativo rivolti alle vittime di reclutamento illegale e ai loro nuclei familiari. Proprio per questo, stando a quanto riferiscono i rappresentanti dell’amministrazione, la progettazione locale punterà sulla valorizzazione delle competenze professionali dei beneficiari, sul collegamento con le imprese che operano nel rispetto della legalità e sul monitoraggio centralizzato delle attività. L’obiettivo finale è contribuire alla definizione di un modello nazionale che possa diventare un punto di riferimento nella lotta al caporalato.
E’ diventato un caso internazionale ripreso anche dal Times e definito “trappola per turisti”; nella zona del Pantheon o di Piazza Navona è stata pagata questa cifra da una turista americana per due coni e a causa dell’aggiunta non richiesta di alcuni extra, come cialde maxi, panna, macarons e cannolini, prima presentati come omaggi. Sullo scontrino sono evidenziati due maxi coni a 24 Euro, aggiunta panna 4 Euro, guarnizione con macarons 6 Euro, cannolini al pistacchio 10 Euro.
Dalla denuncia sui social, la notizia si espande a macchia d’olio anche sulle testate straniere
Il giornalista del famoso quotidiano britannico, Tom Kington, si è recato nella gelateria, la signora dietro il bancone era pronta a rispondere a tono, sottolinenando che il direttore non c’era. Kington ha ordinato un cono mango, pistacchio e fragola e al suo gelato sono stati aggiunti un wafer, un macaron rosa shocking, panna montata e un cannolo al cioccolato per un totale di 22 euro. La ragazza ha precisato che ci sono gli extra. La turista social che ha scatenato lo scandalo sui social pensava che il conto ammontasse a 14 dollari, poi ha visto lo scontrino e il conto era di 44 Euro, commentando anche che è stato il peggiore gelato mai mangiato!
I numeri della sicurezza sul lavoro nel Lazio disegnano un quadro drammatico. Nei primi quattro mesi del 2026, le denunce di infortunio nella regione hanno subito un’impennata preoccupante, segnando un incremento del 9,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A lanciare l’allarme è la Cgil Roma e Lazio, che ha analizzato gli ultimi dati Inail rilevati al 30 aprile.
Le cifre non lasciano spazio a interpretazioni: si passa dalle 13.884 denunce del primo quadrimestre 2025 alle 15.208 del 2026. Ma il dato che fa più male è quello che riguarda le vite spezzate, con i lavoratori che hanno perso la vita sul posto di lavoro che salgono da 21 a 24 casi complessivi.
La mappa del rischio: Roma maglia nera per i decessi
La crescita degli infortuni non è omogenea, ma si concentra con forza sulla Capitale e sulla sua area metropolitana. A Roma le denunce balzano da 10.968 a 12.101, ed è proprio qui che si consuma la vera tragedia. Dei 24 infortuni mortali registrati in tutta la regione, ben 20 sono avvenuti nella sola provincia romana.
Il segno più compare purtroppo in quasi tutte le altre province del territorio. Latina sale da 1.102 a 1.197 denunce, Viterbo cresce da 621 a 701 casi e Rieti passa da 387 a 402. L’unica eccezione è rappresentata da Frosinone, che resta sostanzialmente stabile a quota 807 casi rispetto agli 806 dell’anno precedente. I settori più colpiti dalle morti bianche abbracciano l’intera economia del territorio, partendo dall’agricoltura e dalle costruzioni fino al manifatturiero, al commercio, alla ristorazione.
Anagrafe del pericolo: aumentano gli infortuni tra i giovani e gli over 65
L’aumento dei bollettini medici colpisce in modo trasversale quasi tutte le fasce d’età, raccontando sia le difficoltà dei più giovani sia l’allungamento della vita lavorativa per i più anziani.
L’incremento più netto tra le classi centrali si registra nella fascia tra i 30 e i 34 anni, dove le denunce passano da 1.211 a 1.401. Preoccupa fortemente la crescita tra i ragazzi dai 20 ai 24 anni, che salgono da 882 a 976 infortuni, ma fa riflettere anche l’aumento dei lavoratori tra i 65 e i 69 anni, passati da 305 a 361 denunce. La fascia anagrafica più colpita in assoluto resta comunque quella compresa tra i 50 e i 54 anni, che fa registrare ben 1.834 casi rispetto ai 1.669 del 2025.
L’affondo della Cgil: “Dati parziali, ora lo spettro dell’emergenza caldo”
Secondo il sindacato guidato dalla Cgil Roma e Lazio, la realtà sul campo potrebbe essere persino peggiore di quella descritta dalle tabelle ufficiali dell’Inail.”Questi dati, seppur gravi, rappresentano sempre una parzialità perché non sempre le lavoratrici e i lavoratori sono in condizione di poter denunciare gli infortuni”.
Da qui la richiesta perentoria alle istituzioni per rafforzare immediatamente gli enti preposti all’attività preventiva ed ispettiva. Si tratta per la Cgil di una necessità che diventa urgenza assoluta proprio in queste settimane, in cui l’emergenza legata al caldo estivo rappresenterà un ulteriore e gravissimo fattore di rischio per la salute dei lavoratori, specialmente nei cantieri e nei settori all’aperto.
La Roma segue Jhon Lucumì per rinforzare la difesa. Il Bologna valuta il giocatore attraverso la clausola da 28 milioni, con la Juventus più defilata.
Lucumì-Roma: un profilo adatto alla difesa a tre di Gasperini
Jhon Lucumì è entrato nella lista dei difensori seguiti dalla Roma per il prossimo mercato. Il centrale colombiano del Bologna, attualmente impegnato ai Mondiali 2026 con la sua Nazionale, ha caratteristiche adatte a una squadra che vuole difendere in avanti e costruire dal basso con maggiore continuità come quella di Gasperini.
Il tecnico di Grugliasco apprezza i difensori capaci di reggere il duello individuale, accorciare in avanti e partecipare all’uscita del pallone. Lucumì ha esperienza in Serie A, è mancino e può giocare sia da centrale sia da braccetto in una linea a tre. Questo lo rende un profilo funzionale per l’idea tecnica della Roma.
La Juventus lo ha seguito, ma al momento la Roma appare più presente. Il Bologna non ha necessità di cedere a prezzo ridotto e può fare riferimento alla clausola da 28 milioni prevista nel contratto. La cifra è alta, ma chiara. Chi vuole il giocatore deve avvicinarsi a quella soglia.
Lucumì-Bologna, cessione utile per il bilancio
Per il Bologna una vendita a 28 milioni produrrebbe un effetto positivo sui conti. Lucumì era infatti arrivato dal Genk per una cifra inferiore rispetto all’attuale valutazione. Una cessione a queste condizioni permetterebbe al club rossoblù di registrare una plusvalenza e di reinvestire sul mercato.
Il valore di mercato del difensore è stimato attorno ai 22 milioni. La clausola da 28 milioni rappresenta quindi una richiesta superiore alla valutazione corrente, ma coerente con il ruolo del giocatore nella rosa e con la scarsità di centrali mancini affidabili.
Per la Roma, che sta portando avanti il progetto del nuovo stadio,l’operazione avrebbe un impatto significativo. Oltre al cartellino, andrebbe considerato l’ingaggio. Lucumì chiederebbe un contratto da titolare, superiore rispetto agli standard attuali percepiti a Bologna. La società giallorossa, che valuta l’addio di Soulé, dovrebbe quindi valutare anche eventuali uscite nel reparto difensivo.
La Juventus resta comunque una concorrente possibile, soprattutto se decidesse di intervenire con forza sul reparto arretrato. I bianconeri comunque starebbero lavorando con il Liverpool per il prestito secco di Giovanni Leoni.
Dal 19 Giugno al 7 Settembre 2026 la mostra presenta opere e progetti nati dall’incontro tra arti visive, architettura, letteratura, ricerca e composizione musicale, in un percorso che attraversa linguaggi, geografie e immaginari differenti.
Curata da Imma Tralli e Roberto Pontecorvo, con Camille Coschieri curatrice associata
Nata da un anno di ricerca e di scambi nel contesto della residenza romana, mette in luce l’incontro tra linguaggi estetici, percorsi e geografie molteplici. L’esposizione dà corpo a progetti che si affrancano dai formati classici per mettere in dialogo le pratiche dei borsisti, dalle arti plastiche e visive alla storia e alla teoria delle arti, dall’architettura alla letteratura, rivelando una creazione in movimento.
I borsisti
Alia Bengana, Arianna Brunori, Diaty Diallo, Marin Fouqué, Elitza Gueorguieva, Hugo Lindenberg, Giulia Lorusso, Paul Maheke, Marie-Claire Messouma Manlanbien, Randa Maroufi, Farnaz Modarresifar, Baptiste Pinteaux, Enrique Ramírez, Ben Russell, Camille Lévy Sarfati e Thu Van Tran. Artisti invitati: Nastasia Alberti, Jacques Kaufmann, Alice Visentin.
Il percorso espositivo propone di immaginare ogni opera come una sibilla
Le creazioni dei residenti sono presenze misteriose, ispirate alle antiche profetesse, a cui ci si rivolge per cambiare sguardo sul mondo, senza per questo cercare risposte predefinite. Il visitatore è invitato a perdersi in uno spazio imprevedibile dove i confini tra le discipline si sfumano. Le opere diventano la soglia di racconti e visioni che solitamente sfuggono alla percezione ordinaria. Il titolo della mostra è ispirato all’opera Oracles from the Sea (1998) dell’artista visiva palestinese Vera Tamari. Gli artisti invitati per la mostra sono Nastasia Alberti, Jacques Kaufmann e Alice Visentin.
La pubblicazione
In occasione dell’esposizione, Villa Medici pubblicherà un volume che ripercorre le ricerche e i progetti sviluppati dai borsisti durante il loro anno di residenza a Roma, arricchito dai contributi di autori e autrici invitati a offrire una prospettiva critica sul loro lavoro. Con contributi di Nastasia Alberti, Alma Chaouchi, Eddy De Pretto, Adrienne Drake, Cécile Guilbert, Tamsin Hong, Karim Kattan, Maylis de Kerangal, Bernard Quirot, Laurie Laufer, Anne Montaron, Myriam Rabah-Konaté, Georgia René-Worms, Luisa Santacesaria, Öykü Sofuoğlu, Francesco Vitali Rosati.
I curatori della mostra
Imma Tralli e Roberto Pontecorvo hanno fondato nel 2021 Marea Art Project, un programma di residenze e una piattaforma curatoriale. Sviluppato in dialogo con Stefano Collicelli Cagol, direttore del Centro Pecci di Prato, e in collaborazione con Carol LeWitt, presidente del consiglio di amministrazione della Yale University Art Gallery, questo progetto riattualizza i saperi femministi, queer e decoloniali. Operando dal sud dell’Italia, Marea Art Project lavora per restituire centralità alle memorie e alle pratiche che attraversano il Mediterraneo.
Ci sono immagini che raccontano un’epoca. E poi ci sono immagini che riescono a raccontare il tempo stesso. È il caso della storica copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album che nel 1967 rivoluzionò la musica popolare e contribuì a consacrare definitivamente i Beatles nell’Olimpo della cultura contemporanea.
A uno sguardo superficiale appare come un colorato assemblaggio di personaggi famosi: attori, scrittori, musicisti, filosofi, sportivi e figure simboliche scelte dai Fab Four per popolare il loro immaginario universo artistico. Eppure, osservandola oggi, quella fotografia restituisce una sensazione sorprendente e quasi malinconica.
Qualche curiosità che non tutti sanno
La celebre copertina fu realizzata dagli artisti britannici Peter Blake e Jann Haworth, sotto la direzione creativa dei Beatles e con un contributo particolarmente importante di Paul McCartney.
L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: immaginare che i Beatles avessero abbandonato la propria identità per trasformarsi nella banda immaginaria del Sergente Pepper, posando davanti a una folla composta dai personaggi che avevano influenzato la loro formazione culturale e artistica. La sua realizzazione materiale fu un’impresa piuttosto complessa. Blake e Haworth crearono un grande set fotografico utilizzando fotografie a grandezza naturale montate su cartone, statue di cera prese dal museo Madame Tussauds e numerosi oggetti scenografici. Lo scatto finale venne eseguito dal fotografo Michael Cooper il 30 marzo 1967 nello studio londinese di Chelsea.
Una folla diventata storia
Intorno a John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si affollano decine di volti che hanno segnato il Novecento. Ci sono Oscar Wilde, Edgar Allan Poe, Carl Gustav Jung, Marlene Dietrich, Stan Laurel e molte altre personalità che hanno lasciato un’impronta profonda nella letteratura, nel cinema, nella scienza e nell’arte.
Nel 1967 molti di quei protagonisti erano ancora vivi. Oggi, invece, la situazione è radicalmente cambiata. La quasi totalità delle persone rappresentate nella celebre foto appartiene ormai alla storia. Anche due membri dei Beatles, Lennon e Harrison, non ci sono più, lasciando a McCartney e Starr il ruolo di ultimi custodi viventi di quell’avventura irripetibile.
La fotografia che sfida il tempo
È proprio questo a rendere la copertina di Sgt. Pepper così affascinante ancora oggi. Quella che all’epoca sembrava una festa popolata dalle grandi celebrità del mondo si è trasformata, con il passare dei decenni, in una sorta di museo visivo della memoria collettiva.
Ogni volto racconta una storia, ogni figura richiama un’eredità culturale che continua a influenzare il presente. L’immagine non rappresenta più soltanto un album leggendario, ma diventa una riflessione sul trascorrere del tempo e sulla capacità dell’arte di sopravvivere ai suoi creatori. Forse è proprio questo il segreto della sua eterna attualità. Mentre le persone scompaiono, le idee, la musica e le opere restano. E quel celebre scatto di gruppo, immortalato quasi sessant’anni fa, continua ancora oggi a parlare alle nuove generazioni come se fosse stato realizzato ieri.
Igor Righetti con suo cugino Alberto Sordi in una immagine degli Anni Novanta
Su Rai Radio 1, Igor Righetti con “Igorà” svela il dietro le quinte del mondo digitale; in diretta, alle 15:00, l’innovativo format in chiave pop, ideato e condotto dal giornalista e conduttore radiotv Rai vincitore di 3 “Microfoni d’oro” consecutivi, ha portato con lui l’influencer da oltre 1 milione di follower sui social Lorenzo Castelluccio e Byron, il bassotto più irriverente del web con 255 mila follower. Igor ha anche scritto e diretto “Alberto Sodi secret”, pluripremiato docufilm internazionale, anche in inglese e spagnolo, arrivato a quota 35 Premi in Italia e all’estero, dall’Europa agli dagli Stati Uniti fino all’Asia. Attualmente è in onda su Prime Video in Cina, Usa, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia. Dopo la proiezione nei cinema italiani è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e al Senato della Repubblica.
Igor Righetti in Radio
Tratto dal suo libro “Alberto Sordi segreto”, pubblicato da Rubbettino editore, con la prefazione del critico Gianni Canova, giunto alla 12ª ristampa.
Il Libro e ebook Alberto Sordi Segreto, di Igor Righetti, da cui è tratto il docufilm Internazionale Alberto Sordi Secret, il primo sulla vita privata del grande attore
Nell’opera prodotta da Massimiliano Filippini e CameraWorks con la fotografia di Gianni Mammolotti, le musiche di Maria Sicari e i costumi di Stefano Giovani, vengono raccontati accadimenti e aneddoti della vita privata di Sordi a partire dalla sua infanzia.
Il padre di Alberto Sordi era nato a Valmontone, in Provincia di Roma, cittadina che, in omaggio al papà, il grande attore citò in due dei suoi film, “Il Marchese del Grillo” e “Il Tassinaro”
con Tiziana Appetito figlia del fotografo di scena Enrico
“Valmontone si trova a circa 35 chilometri dalla capitale”-dice Righetti-“qui ha vissuto anche la sorella di suo padre, Ginevra, della quale nelle interviste pubbliche Alberto parlò spesso con grande affetto magnificandone i suoi gnocchi, i carciofi, i sughi e le tagliatelle. Nel 1996, ad Alberto fu consegnato l’atto di nascita del padre nato nella cittadina nel 1879. In quell’occasione pubblica disse: “Dovrei essere triste perché tanto tempo è passato da quando il mio babbo mi portava qui, nella vostra e sua cittadina, per fare visita a zia Ginevra. E, invece, tutto ciò mi rende allegro perché, uno a uno, mi vengono in mente tanti ricordi felici”.
I vestiti comprati dalla sorella Aurelia
“Alberto è sempre stato molto classico: giacche, completi, trench beige, grigi e marroni, nessuna concessione verso i colori accesi. Ci teneva a essere sempre elegante, ma era troppo indolente per acquistare i vestiti. Glieli comprava la sorella Aurelia che conosceva bene i suoi gusti. E poi non aveva tempo che avrebbe dovuto sottrarre al suo lavoro. Aurelia si occupava delle spese per la casa ed era molto attenta ai conti e a evitare sprechi inutili”.
Igor Righetti regista e sceneggiatore del docufilm internazionale Alberto Sordi Secret in cui compare anche Byron
A differenza di come appariva nei suoi film o in televisione era un uomo abbastanza schivo e solitario
“Per nulla amante della mondanità che lo avrebbe distratto dal lavoro, Alberto era molto determinato, tenace, innamorato della sua professione che ha sempre messo sopra ogni altra cosa, consapevole del suo grande talento; “cambiava umore facilmente, spesso era malinconico e amava il silenzio dopo i bagni di folla”-prosegue Righetti-“dotato di ironia sorniona, dopo una giornata sul set si rifugiava nella sua casa dove continuava a studiare il copione per le riprese del giorno dopo. Cattolico praticante cresciuto all’Azione cattolica, amava spiazzare l’interlocutore con un’ironia pungente. Era un abitudinario: quando non era sul set, non rinunciava al riposo pomeridiano dopo pranzo, la pennichella di almeno un’ora, abitudine ereditata dal padre. La domenica, invece, il suo riposo pomeridiano durava qualche ora. E la sera non faceva mai tardi”.
La locandina del docufilm internazionale
Abitudinario anche negli orari del pranzo e della cena così come nel cibo
“Al ristorante ordinava sempre gli stessi piatti senza mai concedersi novità. Teneva molto alla sua immagine e ad avere un aspetto curato: aveva sempre la barba fatta e portava con sé un pettine che teneva nel taschino interno della giacca per avere i capelli in ordine. Conservava tutto in modo maniacale e con grande cura, dai vestiti fino a una copia di ogni suo film. La scrivania del suo studio era affollata, ma sempre perfettamente ordinata. Una volta diventato famoso, frequentava solo persone che conosceva da tempo e di cui si fidava”.
Sì, anche perché per il grande attore rigore e indipendenza erano determinanti per svolgere la sua professione, quindi, per realizzare il suo progetto, doveva restare solo e non disperdere energie verso altri, come una moglie o dei figli. Mai avrebbe voluto deludere il suo pubblico, con il quale era sempre disponibile con un sorriso e per un autografo.
Era rimasto semplice anche nel mangiare: preferiva la bruschetta e un bicchiere di vino, o l’anguria durante l’estate. A pranzo, nella sua casa, mangiava un piatto unico, come spaghetti al pomodoro con le polpette che adorava. Alla pasta non sapeva rinunciare: dagli spaghetti alle fettuccine, dai bucatini agli gnocchi ma sempre al sugo di pomodoro, mai in bianco. Al bando piatti pasticciati, sì per il pesce (ma guai a non proporglielo già pulito dalle lische) ed era goloso di Nutella che metteva pure nel caffè e latte. Con la minestra di verdure aveva un pessimo rapporto in quanto era il piatto che la madre gli faceva da bambino a causa delle ristrettezze economiche. Non mangiava mai i funghi in quanto li riteneva tutti velenosi.
con Sabrina Sammarini, figlia dell’attrice Anna Longhi, “la buzzicona” di tanti film di Sordi
Il padre, Pietro Sordi, non voleva che facesse l’attore
“Alberto perse suo padre nel 1941, quando aveva soltanto 20 anni e non era ancora famoso”-continua Righetti-“mio nonno lo incoraggiò a proseguire nel suo sogno, lo sostenne e aveva fatto più volte riflettere Pietro sul grande talento e la forte determinazione del figlio che non voleva far altro nella vita se non l’attore. Alberto gliene fu sempre grato e, anni dopo, quando mio nonno si paralizzò, provvide a farlo curare da un luminare della scienza e al suo ricovero in una clinica di lusso. Il tutto a sue spese.
Mio padre, invece, realizzava con lui le statuine di gesso del presepe per la parrocchia di Santa Maria in Trastevere. Successivamente Alberto lo volle come capoclaque nei suoi spettacoli, cioè colui che faceva partire gli applausi nei teatri in cui si esibiva all’inizio della sua carriera. Gli scriveva sul copione le parti in cui mio padre doveva far intervenire gli spettatori. Alcuni elementi decorativi della sala cinematografica della sua villa romana, li fece realizzare a mio padre Alessandro”.
Igor con Byron sul red carpet
Nella sua villa nessuno poteva scattare fotografie
“Ricordo ancora che tutte le stanze della sua villa erano chiuse a chiave e che il piano di sopra, dove c’era la sua camera e la barberia, era interdetto”-sottolinea Righetti-grande tifoso della Roma, non amava seguire le partite in televisione, preferiva sdraiarsi sulla poltrona del suo studio e ascoltare la radiocronaca di Nicolò Carosio”.
Non pensava alla morte e nemmeno riusciva a pronunciare quella parola, preferiva parlare di “orizzontale”
“Era talmente scaramantico che anche quando ormai stava molto male, non volle fare nessun testamento. Negli ultimi anni era soltanto molto preoccupato del suo grande patrimonio che la sorella Aurelia, più grande di lui di tre anni, si sarebbe trovata a gestire da sola senza averne le capacità. Le sue sorelle e il fratello erano la sua famiglia: vivevano come un clan e tutti lavoravano per Alberto. Un’altra persona importate nella sua vita e della quale si fidava era la sua fedele segretaria per oltre cinquant’anni, Annunziata Sgreccia, considerata anche da Aurelia alla stregua di una sorella (erano state compagne di scuola”.
In America ha avuto due cittadinanze onorarie
“Nel 1955 il presidente americano Harry Truman lo invitò a Kansas City per consegnargli le chiavi della città (e la carica di governatore onorario) ed ebbe diverse proposte di trasferirsi negli Stati Uniti, ma amava troppo il suo Paese per lasciarlo”.
Igor Righetti in via San Cosimato dove nacque suo cugino Alberto Sordi
Il suo rapporto con la Fede
“Dalla madre aveva ereditato la devozione per la Vergine Maria, come per Giovanni Paolo II. La madre di Alberto, Maria Righetti, è stata la persona più importante della sua vita; maestra elementare, aveva lasciato il lavoro per seguire i suoi figli. Alberto era il più piccolo, il più coccolato: “quando ricordava sua madre che gli leggeva le poesie di De Amicis, commuovendosi”-aggiunge Igor Righetti”.
Righetti, nel 2017, ha ideato il Premio internazionale “Alberto Sordi Family Award”, che organizza con la sua società “Loro Comunicazione”, prestigioso riconoscimento per omaggiare e ricordare la figura dell’ Alberto nazionale
Igor Righetti con il Premio Oscar Helen Mirrer alla quale ha consegnato il Premio Internazionale Alberto Sordi Family Award
“Il Premio all’eccellenza, diventato ormai di culto, ha conquistato anche Hollywood con quattro Premi Oscar nel suo albo d’oro come gli attori Helen Mirren e Colin Firth e i registi Taylor Hackford e Robert Moresco. Tra i premiati figurano anche Gina Lollobrigida, Mark Strong, Matt Dillon, il regista e produttore cinematografico Pupi Avati, Fioretta Mari, Maurizio Mattioli, l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi, il pittore e attore-trasformista Dario Ballantini del programma “Striscia la Notizia”, solo per citarne alcuni. Con il presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati, l’on. Federico Mollicone, stiamo valutando iniziative internazionali volte a celebrare la figura di Alberto Sordi, ambasciatore della cultura italiana nel mondo. Attraverso i suoi film e i suoi personaggi, Alberto continua a trasmettere un’immagine autentica dell’Italia, della sua storia e del suo patrimonio umano e culturale”.
A volte basta un dettaglio per far scattare un controllo più approfondito. È quanto accaduto alla stazione Termini di Roma, dove un uomo di nazionalità italiana è stato fermato dagli agenti della Polizia Ferroviaria durante un servizio di verifica a bordo di un treno ad alta velocità. A insospettire gli operatori non è stato un bagaglio particolare o una segnalazione preventiva, ma il comportamento del viaggiatore, apparso fin da subito visibilmente agitato al momento della richiesta dei documenti.
Il controllo è quindi proseguito negli uffici della squadra di polizia giudiziaria del compartimento Polfer Lazio, dove gli agenti hanno deciso di ispezionare con maggiore attenzione il voluminoso zaino che l’uomo portava con sé.
Il tesoretto nello zaino
All’interno del bagaglio sono state rinvenute diverse buste di plastica contenenti banconote di vario taglio. Una somma considerevole, pari a circa 140mila euro in contanti, custodita senza alcuna documentazione che ne attestasse la provenienza o il possesso legittimo.
Di fronte alle domande degli investigatori, il viaggiatore non sarebbe stato in grado di fornire spiegazioni convincenti sull’origine del denaro né sul motivo per cui trasportasse una cifra così elevata durante il viaggio.
Indagini sulla provenienza del denaro
Gli accertamenti sono immediatamente scattati per ricostruire la provenienza dei contanti e verificare eventuali collegamenti con attività illecite. Al termine delle verifiche preliminari, per l’uomo è stata formalizzata una denuncia con l’ipotesi di ricettazione.
L’intera somma è stata posta sotto sequestro e sarà ora al centro delle indagini coordinate dagli inquirenti. Gli investigatori stanno cercando di capire se quei 140mila euro siano il frutto di reati precedenti o se possano essere collegati a operazioni economiche non dichiarate. L’episodio conferma l’attenzione delle forze dell’ordine nei principali nodi ferroviari della Capitale, dove i controlli quotidiani della Polfer rappresentano uno strumento fondamentale per contrastare traffici illegali e movimenti sospetti di denaro.
In libreria dal 29 maggio “Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza” edito da Vallecchi Editore, è il nuovo romanzo di Daniela Tagliafico ispirato a vicende realmente accadute che intrecciano le vite di una giovane donna di Lampedusa ed un poliziotto romano, osservando il tema complesso dell’immigrazione.
I protagonisti della storia
Al centro della narrazione ci sono Mara e Sandro, due esistenze lontane che si sfiorano senza mai sovrapporsi del tutto. Mara vive a Lampedusa, isola simbolo degli sbarchi e delle tragedie del Mediterraneo: ogni giorno assiste a un dolore che si ripete, tra morte, salvataggi e silenzi. Sogna di andarsene e diventare vigile del fuoco, ma resta intrappolata tra legami, radici e una realtà che non concede vie di fuga.
Sandro, poliziotto romano abituato a gestire tensioni e ordine pubblico, vede la propria vita cambiare quando incontra un venditore ambulante senegalese. Da quell’incontro nasce un rapporto fatto di fiducia, diffidenza, aiuto reciproco e domande che mettono in discussione certezze consolidate.
Un racconto oltre l’immigrazione
Nel romanzo si muove, sottotraccia, il grande tema dell’accoglienza, osservato senza retorica: paura e solidarietà convivono, si scontrano e si contaminano. L’autrice sceglie di raccontare l’Italia attraverso chi la vive nei margini e nei luoghi di frontiera: dagli operatori della scientifica all’hotspot di Lampedusa, alla proprietaria di un’agenzia di pompe funebri costretta a dare dignità a un neonato morto in mare, fino al parroco di Ventimiglia che assiste i migranti al cosiddetto “Passo della Morte”.
La ricerca
Dietro le pagine del romanzo c’è un lungo lavoro di ascolto e osservazione, storie raccolte tra Lampedusa e Ventimiglia che hanno contribuito a costruire una narrazione capace di interrogare non solo chi arriva, ma anche chi accoglie. Da qui prendono forma alcune domande rivolte direttamente all’autrice.
L’intervista
“È stata una scelta narrativa. Le storie dei migranti sono già note nella loro drammaticità; mi interessava raccontare gli italiani che si confrontano ogni giorno con questo fenomeno, tra generosità e paure legittime. Come scrive Léopold Sédar Senghor “La vera cultura è mettere radici e sradicarsi” un percorso difficile che riguarda tutti”.
È la storia vera del protagonista, un poliziotto romano, la cui vita cambia dopo l’incontro con un venditore senegalese di collanine, che sostava davanti al supermercato sotto casa sua. Da una semplice conoscenza nasce un’amicizia, fino a un gesto straordinario: il poliziotto decide di donargli 15.000 euro affinché possa realizzare il suo sogno, aprire una panetteria nel villaggio dove è nato, in Senegal. Sandro ha voluto offrirgli un’opportunità – svela l’autrice, emozionata – che cambia il destino di entrambi”.
Non è un romanzo sull’immigrazione in senso stretto, ma un racconto sui confini – geografici e morali – e sulle coscienze che si misurano con l’altro. Con una scrittura asciutta e ritmica, Tagliafico mette in scena ciò che sopravvive agli eventi: gesti minimi, scelte difficili, vite che si incrociano senza riuscire davvero a salvarsi.
L’incontro romano
La presentazione del libro “Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza” è lunedì 15 giugno alle ore 18.00 presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Sala Carlo Scarpa), alla presenza del Cardinale Baldassare Reina, del Questore di Roma Roberto Massucci e del costituzionalista Roberto Zaccaria, intervistati dal vaticanista Fabio Zavattaro.
Il Lazio continua a sorprendere sul fronte dell’export, con un balzo del 9,6% che ribalta la tendenza stagnante dei servizi romani. Il merito è quasi interamente del polo chimico farmaceutico dell’asse Latina- Frosinone, ormai riconosciuto come uno dei più importanti d’Europa. Qui operano multinazionali, centri di ricerca e stabilimenti ad alta specializzazione che da soli coprono metà delle vendite estere regionali. Un risultato che conferma la centralità del settore e la sua capacità di competere sui mercati globali.
Le aziende del settore investono in innovazione
Mentre Roma fatica a far crescere i servizi avanzati, il Sud del Lazio corre. Le aziende farmaceutiche investono in innovazione, ampliamenti produttivi e nuove linee dedicate ai farmaci biologici. La domanda internazionale resta elevata e il settore beneficia di una filiera integrata che va dalla ricerca alla produzione, fino alla logistica.
Il territorio, però, paga ancora la carenza di infrastrutture adeguate, soprattutto nei collegamenti con i porti e gli aeroporti.
Il Pharma un asset competitivo globale
Il successo del pharma compensa il rallentamento di altri comparti, come turismo e servizi professionali, che mostrano segnali di affaticamento dopo il boom post pandemia.
Ma pone anche una questione strategica: quanto è sostenibile una crescita così concentrata? Gli economisti parlano di “specializzazione rischiosa”, ma riconoscono che il Lazio ha trovato nel farmaceutico un asset competitivo globale. La sfida sarà ora attrarre nuovi investimenti e rafforzare la filiera, evitando che la dipendenza da un solo settore diventi un limite.
Il polo industriale del basso Lazio si conferma dunque il vero motore della regione, capace di trainare l’export e di generare occupazione qualificata. Un modello che potrebbe ispirare anche altre aree, se accompagnato da politiche industriali mirate e da un miglioramento delle infrastrutture logistiche, tema al centro del dibattito sulla Zls del Lazio.