‘Trump Has Failed’: 3 Opinion Writers Dissect the Iran Deal

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L’ex analista della CIA, Larry Johnson, si esprime sugli ultimi sviluppi dell’imminente accordo (MOU) tra Stati Uniti e Iran. Il video analizza l’annuncio di Donald Trump circa la rimozione del blocco navale e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano.
Tuttavia, Larry Johnson esprime un profondo scetticismo: fa notare che gli USA intendono comunque intercettare le navi iraniane con equipaggiamento militare cinese — definendolo un blocco de facto — e che Netanyahu ha già rifiutato il ritiro dal territorio libanese. Tra le interpretazioni opposte delle due fazioni sui dettagli finanziari (tra cui lo sblocco di 24 miliardi di dollari per Teheran) e le forti tensioni interne, il dialogo evidenzia i rischi di un imminente sabotaggio del patto prima della firma ufficiale in Svizzera, accennando infine agli attacchi paralleli su Kiev.
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Era il video che tutti stavano aspettando. Jannik Sinner è tornato in campo a distanza da più di tre settimane dall’eliminazione al Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo, quando ha avuto un malore improvviso. Il numero uno al mondo si è allenato sul cemento di Montecarlo, con l’obiettivo di arrivare pronto al grande appuntamento di Wimbledon, che comincerà lunedì 29 giugno e finirà domenica 12 luglio. In mezzo non giocherà nessun altro torneo, ma solo un’esibizione.
La notizia è anche chi durante l’allenamento era dall’altra parte della rete. Sinner si è infatti allenato insieme a Holger Rune, danese 23enne ormai fermo da diversi mesi dopo la rottura del tendine d’Achille proprio nel momento in cui stava per venir fuori. I due hanno scambiato a tratti anche a buon ritmo e – con i rispettivi tempi – vogliono migliorare la condizione fisica in vista della seconda parte di stagione. Sinner per tornare al top, Rune per il momento per tornare a giocare un match ufficiale.
Nelle oltre due settimane di stop, l’altoatesino ne ha approfittato per rallentare dopo mesi intensissimi. Motivo per cui Sinner ha prima fatto qualche giorno di vacanza insieme alla fidanzata Laila Hasanovic, poi ha svolto per due giorni degli esami medici approfonditi al San Raffaele di Milano per provare a capire qualcosa in più sul problema avuto al Roland Garros. L’allarme sembra esser rientrato: ora Sinner si prepara a Wimbledon, penultimo Slam dell’anno su erba vinto per la prima volta nel 2025.
Credit video: Instagram @dr.alexandra_dorobantu
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Trump chiude un accordo con l’Iran e rimprovera pubblicamente Netanyahu. Litigio tattico o divergenze autentiche? Ne parliamo in questa puntata speciale con Gianmarco Landi, da sempre fautore della tesi che sostiene come Trump non abbia in realtà nessuna simpatia per il presidente di Israele
NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011
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In occasione degli European Design Awards, uno degli appuntamenti più importanti per la comunità globale della comunicazione, il team creativo de Linkiesta ha conquistato la medaglia di bronzo grazie al progetto grafico di Linkiesta Etc. Questo successo accende i riflettori su come la carta stampata possa ancora innovare, stupire e imporsi nel panorama culturale contemporaneo attraverso scelte estetiche coraggiose e fuori dagli schemi.
Il prestigioso premio è stato assegnato a Linkiesta Etc per le sue straordinarie illustrazioni di copertina firmate dagli artisti Pierre Buttin e Cristina Daura. Dietro a questo traguardo si cela il lavoro di una squadra guidata dal direttore Christian Rocca e dall’Head of Content Stefano Cardini, insieme al team grafico composto da Caterina Cedone, Lorenzo Frosi e Nello Alfonso Marotta, guidati dallo studio di graphic design Paper Paper di Cecilia Bianchini e Giovanni Cavalleri.
Se il quotidiano online Linkiesta.it si occupa ogni giorno di attualità, Etc è nato per dare spazio, respiro e voce a tutto il resto. La rivista racconta ciò che solitamente non trova spazio nei titoli urlati dei media mainstream, ma che si rivela fondamentale nel plasmare la nostra vita quotidiana, la nostra estetica, i nostri usi e costumi, e soprattutto il nostro modo di pensare.
Ogni numero del quadrimestrale ruota attorno a un unico tema portante, intercettando lo spirito del tempo, e sviscerandolo attraverso prospettive inedite. Il numero 10 della rivista è stato interamente dedicato al tema del gioco, inteso non solo come svago, ma come lente d’ingrandimento per analizzare la società contemporanea. Il volume interroga lettrici e lettori sul prezzo da pagare in un mondo che sembra aver dimenticato il valore profondo del diventare adulti. Per riflettere questa complessità concettuale, la rivista stessa si è trasformata in un oggetto interattivo: un flip book animato dall’artista Umberto Chiodi, stampato nell’angolo inferiore destro di tutta la seconda metà del volume, che prende vita sfogliando velocemente le pagine.
Il successivo numero 11 ha invece esplorato il tema delle identità: le molteplici sfaccettature dell’Io divise tra la percezione dell’altro e il sé profondo, nell’era del narcisismo digitale. Un concetto intimo e filosofico che ha ispirato la potente copertina illustrata da Cristina Daura.
A fare la differenza agli European Design Awards è stata anche la coraggiosa evoluzione dell’impianto grafico della rivista. Proprio a partire dal decimo numero, Linkiesta Etc ha adottato un sistema di copertina completamente rinnovato: un masthead (il logo della testata) mobile, che racchiude tutte le informazioni tipografiche in un blocco versatile e flessibile. Questa soluzione strutturale innovativa libera lo spazio visivo della pagina e concede all’artista a cui viene affidata la copertina massima libertà espressiva.
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NASA astronaut Anil Menon will be available for limited media interviews beginning at 9 a.m. EDT Monday, June 22, to discuss his upcoming mission to the International Space Station as part of Expeditions 74/75.
The virtual interviews will take place from the Gagarin Cosmonaut Training Center in Star City, Russia, and will stream live on the agency’s YouTube channel.
Media interested in participating must submit a request to the newsroom at NASA’s Johnson Space Center in Houston no later than 5 p.m. Wednesday, June 17, by emailing jsccommu@mail.nasa.gov. A copy of NASA’s media accreditation policy is online.
Menon is scheduled to launch to the space station Tuesday, July 14, from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan aboard the Roscosmos Soyuz MS-29 spacecraft with Roscosmos cosmonauts Pyotr Dubrov and Anna Kikina. The trio will spend about eight months aboard the orbiting laboratory before returning to Earth in spring 2027.
During his expedition, Menon will conduct scientific investigations and technology demonstrations to help humans prepare for future exploration missions to the Moon and Mars, and to provide benefits on Earth. Among the hundreds of experiments planned during his mission, he will participate in studies to better understand astronaut vein structure, blood flow, and blood composition in microgravity. He also will test producing intravenous fluids using the space station’s potable water.
The Soyuz MS-29 mission will be his first spaceflight after he was selected as part of NASA’s 2021 astronaut class. A native of Minneapolis, Menon is an emergency medicine physician, mechanical engineer, and colonel in the United States Space Force. He also has served as an expedition flight surgeon supporting the agency’s crew members aboard the space station.
For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.
To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:
-end-
Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
james.j.russell@nasa.gov
Anna Schneider / Mary Pfister
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
anna.c.schneider@nasa.gov / mary.m.pfister@nasa.gov
NASA astronaut Anil Menon will be available for limited media interviews beginning at 9 a.m. EDT Monday, June 22, to discuss his upcoming mission to the International Space Station as part of Expeditions 74/75.
The virtual interviews will take place from the Gagarin Cosmonaut Training Center in Star City, Russia, and will stream live on the agency’s YouTube channel.
Media interested in participating must submit a request to the newsroom at NASA’s Johnson Space Center in Houston no later than 5 p.m. Wednesday, June 17, by emailing jsccommu@mail.nasa.gov. A copy of NASA’s media accreditation policy is online.
Menon is scheduled to launch to the space station Tuesday, July 14, from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan aboard the Roscosmos Soyuz MS-29 spacecraft with Roscosmos cosmonauts Pyotr Dubrov and Anna Kikina. The trio will spend about eight months aboard the orbiting laboratory before returning to Earth in spring 2027.
During his expedition, Menon will conduct scientific investigations and technology demonstrations to help humans prepare for future exploration missions to the Moon and Mars, and to provide benefits on Earth. Among the hundreds of experiments planned during his mission, he will participate in studies to better understand astronaut vein structure, blood flow, and blood composition in microgravity. He also will test producing intravenous fluids using the space station’s potable water.
The Soyuz MS-29 mission will be his first spaceflight after he was selected as part of NASA’s 2021 astronaut class. A native of Minneapolis, Menon is an emergency medicine physician, mechanical engineer, and colonel in the United States Space Force. He also has served as an expedition flight surgeon supporting the agency’s crew members aboard the space station.
For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.
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“Non potrà esserci una pace duratura finché il Libano continuerà a essere in fiamme. Chiediamo un vero cessate il fuoco e il pieno rispetto della sovranità libanese”. Dal G7 francese di Évian-les-Bains, in Alta Savoia, Ursula von der Leyen condanna Israele per l’annuncio di voler continuare l’occupazione del Paese confinante, nonostante l’accordo raggiunto tra Usa e Iran preveda la cessazione delle ostilità anche in quel teatro. Alla conferenza stampa che precede l’avvio del vertice, la presidente della Commissione europea fa sapere di accogliere “con favore” l’intesa, specificando che “la priorità ora è l’attuazione: lo stretto di Hormuz deve riaprire e la libertà di navigazione dev’essere ripristinata senza ostacoli. È essenziale per la stabilità regionale e l’economia mondiale”, afferma, sottolineando che l’accordo dovrà “portare alla fine dei programmi nucleari e balistici iraniani”.
Lunedì pomeriggio al vertice è arrivato anche Donald Trump: l’Air Force One del presidente Usa è atterrato alle 15 all’aeroporto di Ginevra – dove è stato accolto dal presidente svizzero Guy Parmelin – con a bordo anche il Segretario di stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il titolare del Tesoro Scott Bessent. Durante il suo viaggio aereo sull’Atlantico, il tycoon ha portato sul suo social Truth un pensiero anti-immigrazione: “Purtroppo, se si accolgono persone provenienti dai Paesi del terzo mondo, si finisce presto per diventare un Paese del terzo mondo e non c’è proprio nulla che si possa fare al riguardo”, ha scritto. Parlando con i giornalisti a Evian, Trump ha espresso il desiderio di “risolvere la questione del Libano”, che “sembra proprio non finire mai”: “Dovremo farci una chiacchierata con Hezbollah“, ha detto.
All’Hôtel Royal, sede del vertice, Trump è stato ricevuto per il primo bilaterale dal padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron. “Ci prenderemo le nostre responsabilità per sostenere l’accordo” tra Teheran e Washington, “che è un passo molto importante per la pace e l’economia globale”, ha detto Macron di fronte alle telecamere. Trump, invece, ha annunciato che “lo stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì“, giorno della firma dell’intesa, suggerendo agli alleati di mettere a disposizione “una o due navi” per garantire i traffici. Un invito accolto dal capo dell’Eliseo: “Noi siamo pronti ad avere, fin da domani, dei caccia sul posto, che possono aiutare in missioni di ricognizione. Entro 48 ore, possono essere ovviamente dispiegate delle fregate, poi la portaerei. Insomma, siamo pronti”, ha detto Macron.
In conferenza stampa, von der Leyen ha parlato anche delle sanzioni europee all’Iran, aprendo a una loro revoca in presenza di “un cambiamento reale sul terreno” da parte del regime di Teheran: “Le sanzioni sono in vigore per cambiare i comportamenti. Quindi, se il comportamento cambia in modo credibile e verificabile, allora le sanzioni possono essere revocate”, ha detto. “Ma vale anche il contrario: finché non c’è un cambiamento di comportamento, non si possono revocare le sanzioni a causa delle violazioni dei diritti umani e della presenza di armi di distruzione di massa“, sottolinea.
In attesa dell’arrivo al summit di Volodymyr Zelensky, previsto per domani, la capa dell’esecutivo Ue ha affermato che “l’Ucraina si trova oggi in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa”, mentre la Russia “subisce gli effetti delle sanzioni occidentali e delle crescenti difficoltà della propria economia di guerra” e “non è mai stata così debole“. Concetti, questi ultimi, ripetuti quasi alla lettera dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, in una dichiarazione alla stampa resa all’aeroporto di Berlino prima di partire per la Francia: “Nonostante gli attacchi delle ultime ore l’Ucraina si trova ora in una nuova posizione di forza. La Russia non può vincere militarmente, inoltre la sua economia è indebolita”. Von der Leyen torna anche a chiedere agli Stati membri un maggiore impegno economico nel sostegno a Kiev: “Il nostro pacchetto di prestiti da novanta miliardi di euro copre due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina per quest’anno e per il prossimo. Le prime tranche saranno erogate già nel corso di questo mese. Per il terzo restante è necessario che anche gli altri partner aumentino il proprio contributo“.
L'articolo Trump arriva al G7: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”. Von der Leyen: “Nessuna pace con il Libano in fiamme” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quaranta minuti di una partita del Mondiale (più l’intervallo) andati in onda senza telecronaca. In questo caso, per fortuna di Dazn, l’imprevisto è successo in piena notte e non in una partita di cartello, ma in uno Svezia-Tunisia finita 5 a 1 che non passerà alla storia del calcio. Ma vista l’attenzione sui Mondiali in corso è comunque un inciampo non da poco per il broadcaster che si è portato a casa per la prima volta i diritti di tutte le partite della competizione, lasciando alla Rai soltanto la diretta in chiaro di 35 incontri.
Ma cos’è successo nella notte tra domenica e lunedì? La partita è ancora disponibile on demand sul sito, dunque la si può recuperare. Al diciottesimo minuto, il telecronista Giovanni Marrucci ha appena finito di commentare il gol di Yasin Ayari quando all’improvviso, su un normale possesso palla della Svezia, la sua voce scompare. Restano solo i rumori ambientali dello stadio, senza alcuna comunicazione né altre voci che subentrano. Colpa di problemi tecnici, probabilmente dovuti al fatto che Dazn non copre tutte le partite da Stati Uniti, Messico e Canada, cioè da dove si sta giocando, ma alcuni incontri li segue e li commenta da studio, a Milano. E così mentre le immagini e i suoni ambientali continuava ad arrivare da Monterrey, in Messico, qualcosa a Milano va storto sull’audio lasciando muto il telecronista.
L’unica comunicazione per gli spettatori compare intorno al 40esimo. Un messaggio in sovraimpressione che resta in onda circa un minuto: “Ci scusiamo per il servizio temporaneamente interrotto. Verrà ripristinato al più presto”. Neanche la fine del primo tempo porta però miglioramenti. Bisogna aspettare fino al minuto 60, appena in tempo per annunciare il terzo gol della Svezia; in quel momento l’audio di Marrucci viene ripristinato e può proseguire fino al novantesimo e al triplice fischio.
Fino a questo pomeriggio non sono arrivati comunicati ufficiali da parte di Dazn, che evidentemente lascia scivolare la vicenda confidando sull’orario notturno. Ma sui social, in particolare su X, più di un utente inizia a segnalare il problema: “Ci hanno messo un’ora (tenendo conto dell’intervallo) per ripristinare la telecronaca”; scrive Federico; mentre un altro utilizza l’ironia: “Comunque chi sta sveglio per vedere Svezia-Tunisia si meriterebbe la telecronaca visto che saranno 10 minuti (forse anche di più) che la telecronaca è sparita”. Una protesta che dà l’idea di cosa sarebbe potuto succedere se il guasto si fosse verificato durante una partita più seguita, visto anche qualche disagio segnalato nei giorni scorsi sempre sulle telecronache (fuori sincro rispetto alle immagini o con audio ambientale azzerato). La buona notizia, per Dazn, è che restano 92 partite per migliorare.
L'articolo Dazn, guaio mondiale: Svezia-Tunisia va in onda senza telecronaca per un’ora proviene da Il Fatto Quotidiano.
La questione vede d’accordo quasi tutto l’arco parlamentare. Dai ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai leader dell’opposizione Yair Lapid, Benny Gantz, Naftali Bennett e Yair Golan, il giudizio sul “memorandum d’intesa” annunciato da Donald Trump con l’Iran è univoco: l’intesa lascia a Teheran troppo margine e rischia di chiudere la guerra prima che Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi strategici.
Tra i primi a reagire è stato il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, figura di punta dell’ala più radicale della coalizione di governo. “Non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo”, ha scritto su X Il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, aggiungendo che Israele “non deve ritirarsi da nessun territorio che i suoi combattenti hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche” e che qualsiasi compromesso diverso dallo smantellamento di Hezbollah rappresenterebbe una concessione inaccettabile.
Sulla stessa linea il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori di una linea di massima pressione contro Teheran. Il leader di Sionismo Religioso ha definito il memorandum “dannoso per Israele e per tutto il mondo libero” e ha sostenuto che i successi ottenuti nella campagna militare contro l’Iran non debbano essere trasformati in un compromesso diplomatico. Al contrario, Israele dovrebbe “continuare la campagna per rovesciare il regime con le proprie forze e in modi creativi” e garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari.
Ma le critiche non si fermano alla destra di governo. Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid, capo del partito centrista Yesh Atid, ha attaccato l’intesa. L’accordo “non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele”, ha detto l’ex premier, perché “il regime sopravvive, il programma missilistico rimane intatto e l’Iran può ricostruire il programma nucleare”. In tutto questo Benjamin Netanyahu ha trasformato Israele in un “protettorato che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale”.
Una posizione simile è stata espressa da Naftali Bennett. Il leader della destra nazional-liberale, che si presenterà alle elezioni in autunno in ticket con Lapid, ha accusato il governo di non essere stato capace di trasformare i successi militari in “risultati duraturi per la sicurezza”. Al contrario, l’ex premier dice di avere “un piano strategico ben definito per far crollare il regime iraniano”, ha dichiarato: “Da un lato impediremo all’Iran di dotarsi di armi nucleari, dall’altro porteremo alla disgregazione del regime attraverso un’azione diplomatica, di intelligence, economica, tecnologica e militare”.
Dal centrosinistra è intervenuto Yair Golan, leader del Partito Democratico. “I cittadini israeliani si stanno rendendo conto di un accordo tra Stati Uniti e Iran concluso alle spalle di Israele”, ha detto l’ex vice capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces. che accusa Netanyahu di aver promesso una “vittoria totale” e di lasciare invece il Paese con “i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta sgretolando sotto i nostri occhi”.
Molto severo anche un altro ex generale, Benny Gantz, già ministro della Difesa e leader del partito centrista Blu e Bianco. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito ha definito l’intesa un “fallimento strategico” destinato ad avere conseguenze per anni perché costringerà Israele a combattere nuove “battaglie diplomatiche, militari e legali”. In particolare, Gantz ha respinto qualsiasi ipotesi di limitazione della libertà d’azione israeliana in Libano: “In nessuna circostanza è consentito accettare restrizioni operative o un ritiro che metta in pericolo gli abitanti del nord”.
L'articolo “La guerra è finita troppo presto”: anche l’opposizione israeliana boccia il piano Trump-Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Il primo Slam non si scorda mai. Lo sa bene Alexander Zverev, che al Roland Garros ha battuto Flavio Cobolli al quinto set e ha ottenuto il primo successo in un Major. Non lo scorderà mai perché è il sogno di una vita, ma anche e soprattutto per come è arrivato. Il tedesco, infatti, nel corso di un’intervista alla Bild, ha parlato di alcuni problemi fisici che l’hanno condizionato negli ultimi mesi. “L’anno scorso ho avuto problemi alla schiena e un edema osseo legato a un disturbo metabolico. È per questo che giocavo con dolore. Non riuscivo ad allenarmi correttamente e ho perso la tecnica”, ha esordito Zverev.
Un problema che lo ha accompagnato per diverso tempo e in cui il tedesco non è riuscito a trovare continuità nei risultati a causa di una forma fisica da rivedere. “Dall’Australian Open fino a Vienna, ero molto lontano dal mio miglior livello. A Shanghai ho iniziato a gestire meglio questi problemi e gradualmente mi sono sentito meglio. È per questo che ho ritrovato un buon livello di gioco”. Anche negli ultimi mesi Zverev ha dovuto convivere con il dolore: “Il medico Hans-Wilhelm Müller-Wohlfahrt a dicembre mi ha fatto molte iniezioni. Forse non erano 70, ma sono certo che ce ne siano state circa 60. Grazie a lui ho potuto giocare quest’anno senza dolore. Dopo il Masters 1000 di Roma, l’ho rivisto e me ne ha fatte un’altra quarantina. Ha quindi giocato un ruolo importante in questo titolo e mi ha aiutato enormemente”.
Dietro c’è anche tanto lavoro e tanto allenamento, a prescindere dal tennis, come rivelato dallo stesso tennista tedesco: “Amo lavorare. Amo andare in palestra. Se smettessi oggi col tennis, continuerei ad allenarmi perché mi piace da morire. Sì, vincere questo titolo è stata una enorme motivazione, ma non è la ragione per cui ho lavorato così duramente. Mi piace. Se non mi alleno, non mi sento bene. Non significa che vincerò Wimbledon tra poche settimane, ma non smetterò certo di lavorare o vorrò allenarmi di meno. Voglio continuare a giocare per altri dieci anni”, ha concluso il tedesco.
L'articolo “Ho fatto prima 60 iniezioni, poi un’altra quarantina. Avevo perso la tecnica, non riuscivo ad allenarmi”: la rivelazione di Zverev proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Anche i rappresentanti del Milan erano presenti al super evento Ufc organizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per il suo 80esimo compleanno. In attesa di novità sul fronte societario rossonero, il patron Gerry Cardinale e il suo braccio destro Zlatan Ibrahimovic, grande appassionato di arti marziali, hanno preso parte alle celebrazioni per il compleanno di Trump, come mostrato da tante immagini diffuse dalle tv americane.
I due dirigenti erano in prima fila per assistere a Ufc Freedom 250, organizzato nella gabbia alta 28 metri nel giardino della Casa Bianca, e i tifosi del Milan non l’hanno presa benissimo. Con il club rossonero ancora senza allenatore (ufficialmente, perché c’è già l’accordo con Amorim) e dirigenti chiave in vista della prossima stagione, dopo il fallimento dell’annata con Allegri in panchina, tanti sostenitori del club rossonero hanno commentato in maniera negativa la presenza – in un evento di puro divertimento – del numero uno di Redbird (e azionista di Paramount, il gruppo che negli Usa detiene i diritti tv della Ufc) e del senior advisor del club. In questi giorni Ibra è anche commentatore dei Mondiali per Fox e, tra l’altro, è stato criticato per non essere andato a vedere la prima partita della Svezia nel torneo (vinta 5-1 contro la Tunisia), che si è giocata proprio poche ore dopo l’evento alla Casa Bianca.
A far infuriare però i tifosi del Milan è stata proprio la presenza all’evento di Ufc. Basta fare un giro sui vari social per percepire il fastidio dei tifosi del Milan dopo l’apparizione in pubblico dei due praticamente unici dirigenti del Milan al momento. “Vergogna“, si legge sotto diversi post Instagram sull’argomento. “Mentre il Milan è nella me*da fino al collo e nella confusione più totale, questi due se la spassano altrove“, scrive qualcuno. C’è chi invece la vede in maniera positiva: nelle scorse settimane si era parlato anche di frizioni tra i due. Vederli insieme, all’evento organizzato d a Trump, sorridendo, ha di fatto smentito quelle voci. È però metà giugno e i rossoneri non hanno ancora un direttore sportivo, in attesa dell’ufficialità di Amorim.
L'articolo Ibrahimovic e Cardinale insieme da Trump mentre nel Milan regna la confusione: tifosi infuriati. “Siamo nella me*da e loro se la spassano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Se la crisi economica globale sta spingendo in povertà oltre 30 milioni di persone, c’è chi con guerre ed emergenze geopolitiche accresce la propria ricchezza. È il caso dei miliardari del settore energetico dei paesi del G7: il loro patrimonio aggregato è cresciuto di 23,5 miliardi di dollari nei primi due mesi e mezzo del conflitto avviato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. In pratica il loro patrimonio è cresciuto di più 300 milioni di dollari al giorno. È quanto evidenzia l’ultimo rapporto Oxfam, in occasione dell’apertura del summit di Evian, in Francia.
L’analisi della confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, rileva che dal 2020 i miliardari di tutto il mondo hanno incrementato la propria ricchezza di quasi 10.000 miliardi di dollari. In particolare, i paesi del G7 (Usa, Canada, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania e Italia) hanno tagliato 48 miliardi di aiuti allo sviluppo per i Paesi più poveri del mondo tra il 2024 e il 2025, una cifra che i miliardari del G7 “hanno intascato” in soli 9 giorni.
L’impennata dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, si legge nel dossier, sta mettendo in ginocchio le famiglie in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito già martoriati da anni di turbolenze economiche, crisi del debito e shock climatici. Secondo il rapporto, anche le tre maggiori aziende mondiali di fertilizzanti dovrebbero vedere i propri profitti aumentare del 23%, ossia di ben 928 milioni di dollari, rispetto a quanto si poteva prevedere prima dell’inizio della guerra all’Iran.
“I conflitti in corso stanno devastando interi paesi, spezzando decine di migliaia di vite e rischiano di spingere in povertà oltre 30 milioni di persone, eppure per alcuni sono straordinariamente redditizi“, ha dichiarato Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. “I leader dei Paesi G7 non stanno facendo nulla per aiutare i Paesi più poveri e colpiti dalla crisi. Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito devono smettere di usare la posizione di Trump come scusa per non agire. Il ‘G6‘, anche senza gli Stati Uniti, ha un’enorme influenza sia a livello economico che diplomatico che sta scegliendo di non esercitare“. Per Oxfam è necessario e non più prorogabile un aumento della tassazione dei profitti in eccesso accompagnato da un’imposta sui patrimoni dei super-ricchi, dalla sospensione del debito per i paesi più poveri e da maggiori aiuti allo sviluppo.
“Per garantire la presenza del Presidente Trump a questo vertice, Macron ha accettato di escludere dall’agenda temi quali la crisi climatica o la disuguaglianza globale su cui servirebbero risposte condivise e coordinate. – conclude Petrelli– Sono state cancellate dall’agenda del vertice parole come ‘genere‘ o ‘clima’ per compiacere Washington con buona pace degli altri paesi, tutto questo avrà conseguenze disastrose. Il G6 non può dichiararsi impotente abdicando al suo ruolo e alla sua responsabilità politica e morale. Possono cancellare il debito, tassare gli extra profitti e i grandi patrimoni. Possono promuovere una nuova emissione di Diritti Speciali di Prelievo, fornire maggiori aiuti, a partire da quelli umanitari. Rifiutarsi di agire per compiacere gli Stati Uniti non è diplomazia, ma codardia e accelererà solo lo scivolamento del G6 verso l’irrilevanza globale“.
L'articolo “Il patrimonio dei miliardari dell’energia è aumentato di 300 milioni al giorno con la guerra in Iran”: il rapporto Oxfam proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Su Truth Donald Trump ha annunciato un “Deal” con l’iniziale maiuscola, un “accordo” capace di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e di riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma la realtà è molto più sfumata. Per capire i termini della questione occorre definire alcuni concetti. Punto primo: quello di cui si parla non è un accordo, ma un “Memorandum of Understanding“, ovvero una cornice politica, una bozza dei concetti che la vera e propria intesa – che dovrebbe essere discussa a partire dalla firma prevista per venerdì a Ginevra – dovrebbe contenere. Punto secondo: i dettagli del memorandum non sono pubblici, il che consente a ognuna delle due parti di sottolineare i termini a essa più funzionali. Quello che è certo è che le questioni cruciali sono state rinviate a una successiva tornata di negoziati.
Nucleare: il nodo dell’uranio arricchito è rinviato. Il destino del programma nucleare iraniano, per debellare il quale Usa e Israele avevano detto di aver attaccato la Repubblica islamica il 28 febbraio, verrà discusso a partire da venerdì e a quanto sembra i negoziati dovrebbero svolgersi entro 60 giorni. In un’intervista con il New York Times, Trump ha messo a confronto il suo “deal” con il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo del 2015 raggiunto da Barack Obama con Teheran che limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, un livello utilizzabile nei reattori nucleari ma non per la produzione di armi, sostenendo che la nuova intesa prevederebbe per l’Iran “l’impossibilità di sviluppare o acquistare un’arma nucleare”. Al momento il memorandum non darebbe alcuna garanzia sotto questo punto di vista, ma prevede solo una nuova tornata di negoziati.
Al Nyt Trump ha detto che gli Stati Uniti collaboreranno con Teheran per rimuovere tutto il combustibile nucleare presente nel paese, 12 tonnellate in totale. Anche qui le incognite sono diverse. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, almeno 200 dei 440 kg di uranio arricchito al 60% in possesso del Paese si trovano sepolti in siti come Isfahan, bombardato in profondità dagli Usa nel giugno 2025: Teheran accetterà la presenza di personale statunitense sul proprio territorio per farsi aiutare nella rimozione? In base all’accordo di Obama, che Trump ha fatto saltare nel 2018, il 97% delle scorte iraniane fu spedito in Russia: come verranno gestite in questo caso? Altra incognita, probabilmente la principale: da quanto emerso, il testo prevede che le trattative dovrebbero durare 60 giorni. Per raggiungere il Jcpoa servirono quasi due anni, dal novembre 2013 al luglio 2015.
Hormuz: tra mine, pedaggi e tregua lo stretto resta un’incognita. “Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a scorrere da entrambe le estremità, a beneficio della regione e del mondo”, ha scritto Trump su Truth. Una frase che contiene almeno due punti interrogativi. La prima è che la tregua dovrebbe tenere almeno fino a venerdì e già Israele ha fatto sapere di volersi tenere le mani libere in Libano. La seconda è che la riapertura sembra condizionata allo sminamento dello stretto, con ciò che questo potrebbe comportare in termini di tempo e di fattibilità. Nella telefonata al New York Times, inoltre, Trump ha affermato che lo stretto sarà “permanentemente esente da pedaggi“. Sul punto tuttavia non ci sono certezze.
Secondo una bozza diffusa sabato da Reuters, ad esempio, la revoca del blocco Usa inizierebbe subito dopo la firma del memorandum e sarebbe completata entro 30 giorni. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, invece, il testo sospende i pedaggi nello stretto solo per 60 giorni, promettendo poi un dialogo regionale sul futuro. Tutto ciò al netto di quelle che sono le valutazioni sull’effettiva utilità di questa guerra: prima di essere attaccata il 28 febbraio Teheran non aveva mai imposto dazi sul passaggio nello stretto, quindi Trump sta festeggiando un ritorno allo status quo prebellico.
Petrolio: l’allentamento delle sanzioni che non piace a Tel Aviv. Un alto funzionario iraniano ha riferito a Reuters che il memorandum prevede la sospensione temporanea delle sanzioni inflitte da Washington al petrolio iraniano. “Non c’è una data precisa per l’allentamento delle sanzioni e sarà legato all’attuazione dell’accordo”, ha confermato ad Axios un diplomatico statunitense. Domenica, poi, politici iraniani hanno lasciato intendere che un significativo allentamento delle misure economiche sarebbe propedeutico a concessioni sul tema del nucleare. Un’intesa in questo ambito incontrerebbe la totale contrarietà di Israele, timorosa che un aumento degli introiti per Teheran sarebbe direttamente proporzionale all’aumento della minaccia militare nei suoi confronti. Nel 2015 Tel Aviv aveva sostanzialmente accettato il Jcpoa, che pure prevedeva un graduale allentamento delle sanzioni, ma all’epoca il governo israeliano non aveva sulla Casa Bianca di Obama la presa che ha sull’amministrazione Trump (che nel 2018 Netanyahu convinse a uscire dall’accordo).
I 25 miliardi congelati: Trump promette, il memorandum tace. Al New York Times Trump ha detto che se i leader iraniani tornassero a reprimere con la violenza eventuali proteste di piazza, non otterrebbero la piena revoca delle sanzioni e l’accesso a 25 miliardi di dollari di asset congelati. Condizioni che, tuttavia, non sarebbero presenti nel memorandum. Un fatto però è certo: se prima della guerra – e ancor prima quando era in vigore il Jcpoa – gli asset erano congelati e non erano emersi motivi evidenti per sbloccarli, ora gli Stati Uniti si troverebbero nella necessità di farlo per mettere fine a un conflitto che loro stessi hanno iniziato e a cui fanno fatica a porre termine. E, come sopra, la possibilità che Teheran abbia accesso a una tale mole di risorse finanziarie non può lasciare indifferente Israele.
Israele: l’attore che può far saltare tutto. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran ha dichiarato in un comunicato che il “memorandum d’intesa”, prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano. Ma Israele non ha partecipato ai negoziati e Netanyahu ha già fatto sapere agli Usa che Tel Aviv non si ritirerà dal paese dei cedri e non si considera vincolato da alcuna clausola. Anche l’opposizione nella Knesset è contraria a mettere fine alla campagna. Non è difficile immaginare che qualsiasi escalation contro Hezbollah, in Siria o altrove finirebbe per mettere rapidamente sotto pressione, se non addirittura a rischio, l’intera intesa.
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Sembra che in un angolino vicino al centro della nostra galassia potrebbe esserci un resto di supernova mai visto prima che, se confermato, sarebbe uno dei più vicini al buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea, una regione estremamente affollata di stelle, lunghi filamenti radio e dense nubi di gas che orbitano rapidamente intorno al centro galattico.
Le prove dell’esistenza di questo resto di supernova, a circa 26mila anni luce dalla Terra, provengono dai dati X di Chandra e di Xmm-Newton dell’Esa, che rivelano una “chiazza” di emissione X che potrebbe essere riconducibile ai resti di una stella massiccia esplosa come supernova, sepolta all’interno di una più grande nube di gas in espansione.

L’immagine composita include raggi X raccolti da Chandra e Xmm-Newton (blu) e dati radio dal telescopio MeerKat (rosso) in Sudafrica, combinati con un’immagine ottica dai telescopi Pan-Starrs alle Hawaii (rosso, verde e blu). Crediti: Chandra, Xmm, MeerKat
La nuova immagine composita include raggi X da Chandra e Xmm-Newton (in blu) e dati radio dal telescopio MeerKat (in rosso) in Sudafrica, combinati con un’immagine ottica dai telescopi Pan-Starrs alle Hawaii (rosso, verde e blu). Il piano della galassia scorre orizzontalmente da sinistra a destra, e il buco nero centrale si trova a sinistra dell’immagine. Il candidato resto di supernova si trova in una bolla di gas in cui gli elettroni sono stati strappati dall’idrogeno – una cosiddetta regione H II – che circonda una stella giovane e massiccia. Questa bolla è una brillante sorgente radio, chiamata Sagittarius C (Sgr C). Se si trattasse davvero di un resto di supernova, si espanderebbe a circa 3 milioni di chilometri all’ora e avrebbe almeno 1.700 anni.
In precedenza, osservazioni con Sofia della Nasa, ora dismessa, avevano mostrato evidenze di un guscio di gas in espansione attorno a Sgr C, suggerendo che nello stesso punto fosse avvenuta un’esplosione stellare. I lunghi filamenti visibili nell’immagine radio sono causati da particelle energetiche che viaggiano lungo campi magnetici orientati prevalentemente perpendicolarmente al piano della galassia.
I nuclei delle stelle, dove avvengono le fusioni nucleari, creano elementi più pesanti, a partire dall’idrogeno e dall’elio che erano abbondanti agli albori dell’universo. Quando, al termine della loro vita, le stelle massicce esplodono come supernove , diffondono nello spazio interstellare gli elementi sintetizzati, fornendo il materiale per la generazione successiva di stelle e pianeti.
Il gruppo di astronomi – di cui fa parte anche Gabriele Ponti dell’Inaf di Brera – ha cercato nei dati X segnali di un aumento di specifici elementi chiave nel resto, che potrebbero essere stati prodotti dall’esplosione stellare. Non averli rilevati potrebbe indicare che i detriti stellari si sono già mescolati al gas circostante. Oppure, un’ipotesi alternativa potrebbe essere che la “chiazza” di raggi X provenga da un insieme di stelle massicce nella regione. Gli autori dello studio, però, non sono propensi a favorire questa interpretazione, poiché l’emissione X è oltre dieci volte più luminosa di quella di grandi ammassi stellari noti, inclusi quelli con stelle brillanti e massive.
Un’ulteriore immagine pubblicata la scorsa settimana dalla Nasa mostra i dati del Telescopio Spaziale James Webb aggiunti ai dati X e radio. Il colore azzurro rappresenta la luce infrarossa proveniente dal gas nella regione H II, mentre il blu più scuro indica i raggi X del candidato resto di supernova, visibile nella parte destra dell’immagine. I raggi X vicino al centro dell’immagine sono invece associati alla regione H II, probabilmente causati da materiale soffiato via da stelle massicce che ha riscaldato il gas a milioni di gradi, producendo emissione X.

L’immagine mostra i dati del telescopio spaziale James Webb aggiunti ai dati X e radio. Il colore azzurro chiaro rappresenta la luce infrarossa del gas nella regione H II, il blu scuro i raggi X del candidato resto di supernova (a destra), mentre i raggi X vicino al centro dell’immagine sono associati alla regione H II stessa, probabilmente causati da materiale soffiato via da stelle massive che ha riscaldato il gas a milioni di gradi producendo emissione X.
«Quando si pensa al centro della Via Lattea, l’attenzione si concentra spesso sul buco nero supermassiccio Sagittarius A*», conclude Ponti. «Questo risultato ci ricorda però che anche le stelle massicce, attraverso le loro esplosioni finali, possono avere un impatto profondo sull’ambiente circostante, contribuendo a modellare il gas e, potenzialmente, ad alimentare i flussi di materia ed energia che emergono dal centro galattico».

Nell’immagine (a sinistra) ottenuta con i dati raccolti da Chandra, Xmm, MeerKat, è evidenziata la regione rettangolare osservata anche da Jwst (a destra). Crediti: Chandra, Xmm, MeerKat, Jwst
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Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. Lo riferisce sul suo sito internet il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim aveva pianificato di non sedersi in panchina in questa stagione dopo aver lasciato il Manchester United a gennaio, ma l’offerta del club italiano, che ha ammesso essere una delle squadre preferite della sua infanzia e che sognava di allenare, si è rivelato troppo allettante. In attesa di capire chi sarà il direttore sportivo (al momento il favorito come Head of Football è Markus Krösche, ma sulla carta il ds sarebbe nel caso Timmo Hardung) e di riassestarsi, i rossoneri hanno così scelto il portoghese in panchina.
A Milano, l’ex allenatore dello Sporting riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Ruben Amorim, 41 anni, attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del Milan, per recarsi in Italia, firmare il contratto e ambientarsi nella sua nuova città. Amorim avrebbe bruciato sul filo di lana Matthias Jaissle, campione d’Asia con l’Al Ahli, altro nome rimasto a lungo sul tavolo tra i dirigenti rossoneri.
41 anni, Ruben Amorim è uno degli allenatori più apprezzati della nuova generazione europea. Da calciatore ha vestito soprattutto le maglie di Benfica e della nazionale portoghese, prima di intraprendere la carriera in panchina. Dopo le esperienze con Casa Pia e Braga, si è imposto alla guida dello Sporting CP, riportando il club alla conquista del campionato portoghese dopo quasi vent’anni di attesa e distinguendosi per un calcio moderno, intenso e votato alla valorizzazione dei giovani talenti.
Amorim ha vinto due volte il campionato portoghese nel corso della sua esperienza allo Sporting: prima nel 2020/21, poi nel 2023/24. A novembre 2024 ha deciso di lasciare la squadra che lo ha reso grande per accettare la corte del Manchester United. In Premier League però non è riuscito a incidere: dopo esser arrivato 15esimo il primo anno, è stato esonerato nel corso di questa stagione.
Dopo il no di Ralf Rangnick, che rimarrà sulla panchina dell’Austria come commissario tecnico, il Milan guarda altrove per il ruolo di direttore sportivo. Al momento il favorito è Markus Krosche, ma resiste anche Devin Ozek. Krösche in realtà diventerebbe sulla carta l’Head of Football del club rossonero, mentre il direttore sportivo nel caso sarebbe Timmo Hardung, pronto a seguirlo. Al momento Krösche è il direttore sportivo dell’Eintracht Forte, ma sembra ormai vicinissimo all’accordo con il Milan. L’alternativa sarebbe nel caso Devin Ozek, giovanissimo direttore sportivo (ha soltanto 31 anni), attualmente al Fenerbahce.
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Sarebbe bello dire che è merito del calcio, dello sport più in generale, e dei suoi valori universali. Ma non è così. È soltanto per un caso che l’Iran scende in campo per la prima volta ai Mondiali quasi in concomitanza – solo 24 ore dopo – con l’annuncio dell’accordo raggiunto con gli Usa. La guerra è finita (forse), ma giocatori e tecnici del Team Melli non hanno nessuna voglia di far festa. E nemmeno di parlarne. Domenica si sono correttamente presentati alla conferenza stampa programmata alla vigilia del debutto previsto questa sera a Los Angeles, nel cuore della notte italiana, contro la Nuova Zelanda, ma le facce del ct Ghalenoei e del capitano Taremi erano tutt’altro che distese.
Reduci da mezz’ora di volo e poi dalle solite sei ore di controlli di sicurezza, dopo il confino a Tijuana, in Messico, né l’allenatore né l’ex interista hanno voluto rispondere alle domande sulle notizie della imminente fine del conflitto: “Queste sono cose che non dovete chiedere a noi”. Piuttosto, non hanno nascosto la loro irritazione per come sono stati costretti ad avvicinarsi a questo Mondiale. Ha provato a fare il diplomatico il ct: “Sono molto felice di rappresentare la grande e orgogliosa nazione dell’Iran. Spero che il calcio porti gioia e divertimento e che avvicini culture e nazioni. E spero che per noi vada tutto bene nonostante i problemi che ci sono stati creati e che mi augurino non influenzino la qualità del nostro gioco”.
Però non ha potuto fare a meno di osservare: “Certamente ci hanno voluto mettere in difficoltà, siamo arrivati in Messico tardi e non abbiamo avuto abbastanza tempo per adattarci. La nostra preparazione non è stata ideale. Ma siamo abituati a trasformare le difficoltà in opportunità”. Ancora più diretto Taremi, che ha messo nel mirino il comportamento della Fifa: “C’è troppa tensione. Una situazione che mina il messaggio che la Fifa vuole trasmettere, cioè che il calcio porta pace. Questa Coppa del Mondo avrebbe dovuto offrire un’atmosfera migliore di quella che c’è. Peraltro non è stato solo l’Iran a essere colpito da questi problemi: anche altri, persino un arbitro, ne hanno risentito”. Nessun ringraziamento a Infantino, che si è vantato di essersi battuto perché comunque l’Iran ci fosse. Solo tanta riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dal popolo messicano.
Molto diversa invece l’accoglienza a Los Angeles. Sia durante l’allenamento di rifinitura, sia all’arrivo nell’hotel in zona Manhattan Beach, ma non sul mare, il Team Melli ha trovato alcune decine di manifestanti in rappresentanza degli oltre mezzo milione di iraniani e dei 50mila appartenenti alla comunità ebraica persiana, li chiamano Teherangeles, fuoriusciti dal Paese dopo la rivoluzione islamica e concentrati in gran parte nella zona di Westwood, ribattezzata anche Little Persia. C’è grande preoccupazione per quello che potrà accadere stasera allo stadio: la Fifa ha predisposto il divieto di far entrare le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole al posto dell’emblema di Allah. Difficile però che si riesca a rispettarlo. Queste bandiere già si sono viste allo stadio di San Francisco in occasione di Svizzera-Qatar. Il problema è che la Federazione di Teheran ha fatto sapere che alla prima bandiera di quel tipo esposto e addirittura al primo slogan ostile lanciato ritirerà la squadra dal campo.
Se si riuscirà a giocare a calcio regolarmente, nonostante la preparazione difficoltosa, l’Iran è favorito abbastanza nettamente. Nel ranking Fifa è al ventesimo posto, solo otto posizioni dietro l’Italia, mentre la Nuova Zelanda è 85esima. L’Iran partecipa al Mondiale per la settima volta, la quarta consecutiva, ma non ha mai passato la fase a gironi. Curioso che debutti nello stesso stadio che ha visto l’esordio degli Usa e che vi sia la possibilità che le due squadre si affrontino nei sedicesimi di finale. Quattro anni fa in Qatar finì 1-0 per gli americani.
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Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.
L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.
In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.
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Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».
Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.
L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».
La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.
Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.
Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».
Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.
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La Corea del Nord, a maggio di quest’anno, ha modificato la propria Costituzione, ristrutturandone numerosi articoli e preamboli. L’intento, secondo quanto riportato dai siti d’informazione della Corea del Sud, sarebbe quello di definire, a livello legislativo e simbolico, i numerosi cambiamenti avvenuti nel contesto nazionale e internazionale, concernenti, in tal senso, l’abbandono della riunificazione tra le due Coree e la centralizzazione del potere da parte di Kim Jong-un negli organi dello Stato e sulle forze nucleari. Inoltre, le recenti variazioni apportate al testo fondamentale indicano la volontà del regime di dipingersi come un’entità statuale normale, eliminando le profonde influenze ideologiche e agiografiche presenti in molti passaggi; a ciò si aggiunge una precisa (ma non esaustiva) enunciazione dei confini nazionali.
I cambiamenti apportati
Andando più in profondità, sono stati circa quindici gli elementi soggetti a cambiamento, modifica o cancellazione. Dal punto di vista simbolico, rilevante è stato il depennamento dei contributi e del ruolo che ebbero Kim Il-sung e Kim Jong-il nella costruzione dello Stato e dei suoi principi politico-ideologici nella prima parte del preambolo. Un’azione concepita, verosimilmente, per consolidare la figura di Kim Jong-un, ora dotato di un culto della personalità e di una produzione concettuale propri, e abolire al contempo le forti profusioni agiografiche presenti nel testo costituzionale. Un’attività simile è stata condotta anche nella seconda parte dell’introduzione, ove sono scomparsi i riferimenti alla “metà settentrionale” della penisola coreana, alla “completa vittoria del socialismo” e ai “tre principi di riunificazione della patria”.
Guardando invece al tema della nomenclatura e del territorio, all’articolo 1 è stata inserita una nuova clausola che specifica il nome dello Stato, ovvero Repubblica Popolare Democratica di Corea, mentre il precedente contenuto è stato integrato nel preambolo del nuovo testo costituzionale. A ciò segue l’articolo 2, riguardante la nuova clausola sui confini nazionali, così ora stabiliti: “a nord con la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa e a sud con la Repubblica di Corea, nonché il mare territoriale e lo spazio aereo stabiliti sulla base di esso”. La mancanza di chiarimenti sullo spazio aereo e marittimo ha dato adito ad alcune ipotesi, tra cui l’intenzione, da parte di Pyongyang, d’impiegare la Northern Limit Line (NLL), confine marittimo de facto tra le due Coree imposto dall’armistizio di Panmunjom e mai riconosciuto dal regime nordcoreano, come possibile futura zona di confronto e ostilità verso Seul.
Per ciò che concerne invece gli organi dello Stato, l’articolo 89 prevede ora il controllo esclusivo delle forze nucleari da parte della Presidente della Commissione per gli Affari di Stato e la possibilità di delegarne l’uso a un organo di comando statale. La stessa Presidenza avrebbe poi nuovi poteri, tra cui la sospensione, la nomina o la rimozione di figure o quadri apicali dello Stato (compresi il Primo Ministro e il Presidente del Parlamento), nonché l’esercizio del diritto di veto e la destituzione dei deputati. Infine, la nuova Costituzione include la priorità della modernizzazione e della scientifizzazione dell’industria della difesa nazionale e la cancellazione di espressioni facenti riferimento alla “gratuità” delle cure mediche, alla libertà “dallo sfruttamento e dall’oppressione”, nonché all’abolizione della tassazione e al non riconoscimento della disoccupazione.
Il nuovo corso degli eventi
La costituzione appena redatta determina, in virtù delle sue modifiche, un netto cambiamento nel modo in cui Pyongyang vede sé stessa e il mondo che la circonda.
Per quanto riguarda la leadership, Kim Jong-un ha nei fatti cementificato la propria figura all’interno del regime e del partito, transitando il paese verso una condizione nella quale, più che il riferimento alle precedenti generazioni, si vuole identificare nell’attuale leader l’odierno stato di sviluppo e ammodernamento del paese, tanto dal punto di vista economico quanto da quello militare e diplomatico. La cancellazione dei riferimenti al padre e al nonno nel testo costituzionale, pertanto, risponde non solo all’esigenza della Corea del Nord di identificare il nuovo corso che il paese ha intrapreso sotto la guida dell’attuale Kim, ma anche a quella della sua normalizzazione. Non più, quindi, una costituzione “socialista e kimilsungista-kimjongilista”, bensì una costituzione essenzialmente nazionale, riflettente il mutamento della percezione che il regime ha e vuole dare di sé: un paese forte e dialogante con le principali potenze, siano esse Stati Uniti, Cina o Russia.
In riferimento, invece, alla questione territoriale, i temi d’interesse sono principalmente due: la riunificazione e i rapporti con la Corea del Sud. Alla luce dell’articolo 2 e di parte del preambolo, senza tuttavia dimenticare le numerose dichiarazioni precedenti, la Corea del Nord ha completamente epurato dal proprio impianto costituzionale ogni riferimento a politiche di “riunificazione della patria”, in virtù di un necessario allineamento con il quadro di riferimento e la prassi attuali, con Pyongyang in netta opposizione a Seul rispetto a nuove proposte di interlocuzione. Ciò nonostante l’ampia disponibilità al dialogo dell’amministrazione Lee rispetto al precedente governo Yoon. L’abbandono della riunificazione risponderebbe tanto a una logica di realpolitik, considerando le difficoltà economiche, politiche e sociali legate all’integrazione di due sistemi estremamente differenti tra loro, con non poche incognite, quanto allo stato attuale della Corea del Nord, caratterizzato dall’applicazione di riforme economiche che, nonostante alcune problematiche, stanno avendo successo, dall’alleanza con la Russia e dalla conseguente crescita economica derivante dall’interscambio con Mosca, senza dimenticare i numerosi fondi illeciti ottenuti attraverso attività cybercriminali. In tale contesto, il riferimento alla “grande unità nazionale”, rappresentativo di uno stato delle cose ormai mutato all’interno e attorno alla penisola coreana, è forse apparso anacronistico.
In relazione al tema nucleare, fattore certamente di rilievo nel dialogo intercoreano, la recente riforma costituzionale, più che alla clausola di “controllo esclusivo” da parte della Commissione per gli Affari di Stato, riguarda la possibilità di delegare l’utilizzo delle armi nucleari ad altri organi di comando statali. L’articolo 89 faceva precedentemente riferimento a un’eventuale possibilità di delega dell’utilizzo delle forze nucleari all’omonimo comando, nell’eventualità che la presidenza della Commissione per gli Affari di Stato fosse colpita per prima dagli eventi bellici in quanto supremo organo esecutivo dello Stato. La modifica andrebbe così non solo a potenziare le capacità di difesa in caso di conflitto, soprattutto in presenza di attacchi immediati miranti alla decapitazione della leadership, ma anche a rafforzare la resilienza delle stesse forze nucleari. Anche in caso di loro abbattimento, come descritto, il compito relativo all’utilizzo delle armi di distruzione di massa passerebbe infatti ad altri enti facenti parte dell’esercito.
Quali risposte da Seul?
Per rispondere a tali nuove sfide, anche Seul pare aver modificato, seppur solo in parte, il suo approccio verso il Nord. L’attuale governo ha predisposto, per tramite del Ministero dell’Unificazione, un insieme di politiche miranti all’implementazione di principi, strategie e iniziative volte alla “coesistenza pacifica” tra Corea del Sud e Corea del Nord, declinando la riunificazione in favore di un rapporto di coabitazione statuale. Tale framework vedrebbe la ripresa e l’istituzionalizzazione dei rapporti intercoreani, la creazione di una base economica condivisa tra Pyongyang e Seul e la denuclearizzazione della penisola. Obbiettivi, questi, che devono però seguire alcuni principi cardine, tra cui: il rispetto per il sistema nordcoreano, evitare l’unificazione tramite assorbimento del Nord da parte del Sud, la non attuazione di atti ostili verso la Corea del Nord.
Intenti che, a loro volta, andrebbero espletati verso iniziative chiave come il risolvimento delle questioni umanitarie causate dalla partizione, una maggiore informazione e partecipazione pubblica sul tema e una più ampia operazione in tema di collaborazione, scambio e mutui benefici derivati da questi ultimi. In concreto, ciò ha significato per la Corea del Sud ridurre le proprie attività di propaganda verso il Nord tramite lo spegnimento degli altoparlanti lungo il 38° parallelo e il tentativo di vietare ai cittadini sudcoreani d’inviare palloni aerostatici oltreconfine contenenti manifesti contro il regime kimista (proposta respinta dalla corte costituzionale); l’utilizzo di un linguaggio più moderato nei confronti del Nord; la volontà di continuare a spingere per il ripristino di progetti di cooperazione, quali il Tumen River Project, il Gaesong Industrial Complex o l’istituzione di cosiddette Peace Economic Special Zone nelle aree interne alla zona demilitarizzata.
Proposte che, però, continuano a trovare il no di Pyongyang. Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un e Direttrice del dipartimento degli affari generali di partito, sebbene abbia più volte elogiato l’atteggiamento “franco e di larghe vedute” della presidenza Lee, ha confermato come il regime nordcoreano sia intento nella prosecuzione della dottrina dei “due Stati ostili”, osservando inoltre come alla diminuzione delle tensioni non corrisponda un cambio di passo verso la riconciliazione.
Una situazione che, per la Corea del Sud, si fa sempre più complessa. I cambiamenti apportati alla costituzione, oltre a confermare il cambio di paradigma nei rapporti intercoreani, vanno a inscrivere nella legge fondamentale nordcoreana una situazione descritta come di “coesistenza ostile”, diametralmente opposta alla posizione sudcoreana, andando a codificare uno stato di compresenza conflittuale a lungo termine tra due Stati sovrani, se non anche permanente. Allo stesso tempo, l’assenza di formulazione esplicitamente ostili (nella costituzione Seul non è mai effettivamente citata come “Stato ostile”) non escluderebbe l’apertura di un dialogo tra le controparti, sebbene Pyongyang abbia più volte fatto uso della carta diplomatica per ottenere profitto da momentanee fasi di distensione. In tale contesto, inoltre, il supporto economico garantito da Mosca e la più recente visita di Xi Jinping nella capitale nordcoreana, con l’obiettivo di aumentare l’interscambio e il sostegno economico, scientifico e di difesa tra i due paesi, hanno permesso alla Corea del Nord di registrare una crescita economica considerevole per gli standard del paese, trasformando al contempo Kim Jong-un in un attore geopoliticamente rilevante nella regione dell’Asia nordorientale. Scenario che per la Casa Blu significa vedere ridotto il proprio spazio di manovra nel dialogo con il Nord, con il rischio di far decidere ad altre potenze il futuro assetto di una penisola sempre più divisa.
I media israeliani criticano l’accordo di Trump con l’Iran, sostenendo che Washington abbia concesso importanti agevolazioni a Teheran ponendo fine alle operazioni militari su più fronti.
I media israeliani hanno criticato aspramente l’accordo raggiunto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’Iran , sostenendo che Washington ha concesso significative agevolazioni a Teheran ottenendo ben poco in cambio.
Secondo i24NEWS , l’accordo riflette una situazione in cui “Trump sta dando molto agli iraniani senza ottenere nulla in cambio”, in un contesto di crescenti preoccupazioni negli ambienti politici e mediatici israeliani circa le implicazioni dell’accordo per il regime.
Nel frattempo, il Canale 14 israeliano ha espresso un giudizio ancora più severo, descrivendo la condotta di Trump come “talmente pessima da risultare persino inspiegabile”, a testimonianza della crescente frustrazione tra i commentatori israeliani per la gestione dei negoziati da parte di Washington.
Washington ha riconosciuto a Teheran importanti concessioni.
Le critiche giungono mentre in Israele si intensifica il dibattito sull’entità della sua influenza sulle principali decisioni strategiche e di sicurezza che coinvolgono gli Stati Uniti.
Le recenti discussioni si sono concentrate sempre più sulla gestione della crisi da parte del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, nonché sul ruolo dominante di Washington nel determinarne l’esito. Analisti e commentatori si sono chiesti se gli interessi israeliani siano stati adeguatamente rappresentati negli accordi finali raggiunti tra Stati Uniti e Iran.

Le disposizioni sul cessate il fuoco in Libano alimentano le polemiche.
Le polemiche si sono intensificate in seguito alle prime notizie secondo cui l’accordo prevede la cessazione definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso.
Ora queste disposizioni sono alla base dell’accordo tra Iran e Stati Uniti, scatenando una forte opposizione tra i funzionari e i commentatori israeliani, i quali hanno ripetutamente respinto gli accordi che limiterebbero l’aggressione militare contro il Libano .
Prima dell’annuncio del memorandum d’intesa, i24NEWS aveva riferito che i ministri del governo israeliano erano frustrati dai tentativi falliti di separare i fronti iraniano e libanese.
“Ora bisogna riconoscere il collegamento diretto tra i fronti”, ha affermato l’emittente.
Fonte: Al Mayadeen
Traduzione: Luciano Lago
Il presidente statunitense Donald Trump ha confermato l’accordo con l’Iran e ha annunciato che avrebbe consentito la revoca del blocco navale statunitense.
“Autorizzo la piena apertura, senza dazi doganali, dello Stretto di Hormuz e, al contempo, ordino l’immediata revoca del blocco navale statunitense”, ha dichiarato Trump.
Trump ha affermato che l’accordo con l’Iran è stato finalizzato e si è congratulato con tutti per il suo raggiungimento, secondo quanto riportato da RIA Novosti .
In precedenza, in un’intervista al Wall Street Journal , aveva osservato che i termini dell’accordo si addicevano al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sottolineando che, in base a tali termini, l’Iran non sarebbe stato in grado di possedere armi nucleari in nessuna circostanza.
Trump ha affermato che la questione della “polvere nucleare” sarebbe stata affrontata in seguito. Ha detto che ciò potrebbe accadere entro uno o due mesi e che non c’era fretta, secondo quanto riportato da TASS .
Come riportato dal quotidiano Vzglyad, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato che un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, che prevede la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso, dovrebbe essere firmato il 19 giugno in Svizzera.
In precedenza, Sharif aveva confermato il raggiungimento dell’accordo sul testo dell’intesa di pace tra Stati Uniti e Iran.
Fonte: VZGLYAD
Traduzione: Sergei Leonov

© Dave Sanders for The New York Times
L’esordio della Spagna contro Capo Verde, un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. E ancora il Belgio, l’Uruguay, ma soprattutto la prima dell’Iran, la nazionale più discussa della Coppa del Mondo ormai da diversi mesi. Queste alcune delle squadre che scenderanno in campo lunedì 15 giugno e nella notte tra il 15 e il 16 appunto.
Si parte alle ore 18 italiane: a scendere in campo sarà la Spagna di De La Fuente, un’altra delle squadre più attese dei Mondiali. Per più motivi: perché il calcio spagnolo è da anni tra i più divertenti, perché c’è Lamine Yamal di rientro da un infortunio, per un centrocampo stellare. Semplicemente perché è una delle favorite. Di fronte ci sarà Capo Verde, un arcipelago di soli 530mila abitanti che ha eliminato il Camerun nelle qualificazioni ed è alla sua prima storica partecipazione alla Coppa del Mondo. Sei dei suoi convocati sono nati a Rotterdam. Sulla carta è una sfida a senso unico.
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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca al Belgio, eterna incompiuta che ha avuto nelle ultime edizioni una “generazione d’oro”, ma senza mai riuscire a ottenere successi. L’allenatore è Rudi Garcia, vecchia conoscenza della Serie A sulle panchine di Roma e Napoli. E a proposito di Napoli, c’è De Bruyne, c’è Lukaku: le stelle non mancano. Di fronte c’è l’Egitto, che tra le africane non è la squadra qualitativamente più forte ma di sicuro è una squadra fisica, di grande carattere e personalità.
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Nella notte italiana invece altre due sfide: prima a mezzanotte l’esordio dell’Uruguay – per la prima volta senza l’icona Luis Suarez – che sfida l’Arabia Saudita: la formazione saudita agli ultimi Mondiali sorprese l’Argentina all’esordio, battendola 1-0. Gli occhi sono però tutti sull’Iran, che alle 3 sfida la Nuova Zelanda. Più che per l’aspetto calcistico, c’è curiosità per tutto ciò che c’è intorno: l’Iran ha infatti prima avuto problemi con i visti (poi concessi, ma solo al gruppo giocatori e qualcuno dello staff, ma ne sono rimasti fuori circa 15), poi con l’organizzazione delle partite: la selezione iraniana si trova in Messico, ma gioca negli Stati Uniti. Deve andare e rientrare in giornata, tutto nel giro di 24 ore massimo.
Spagna-Capo Verde (girone H)
Orario: 18:00
Atlanta: Mercedes-Benz Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Belgio-Egitto (girone G)
Orario: 21:00
Seattle: Lumen Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay
Arabia Saudita-Uruguay (girone H)
Orario: 00:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Miami: Hard Rock Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Iran-Nuova Zelanda (girone G)
Orario: 03:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Inglewood: SoFi Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.
Per quanto riguarda le partite del 15 e 16 giugno, la sfida tra Belgio ed Egitto di lunedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Spagna–Capo Verde, Arabia Saudita–Uruguay e Iran–Nuova Zelanda invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.
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El texto del memorando de entendimiento entre Irán y EE.UU. «ya está finalizado» y la firma oficial tendrá lugar el viernes en Suiza, confirmó el viceministro de Asuntos Jurídicos e Internacionales de la Cancillería de la República Islámica, Kazem Gharibabadi.
El alto cargo detalló que, según lo acordado, «a partir de esta noche se anunciará el fin inmediato y definitivo de la guerra y las operaciones militares en varios frentes, incluido el Líbano», informa Tasnim.
Asimismo, subrayó que el memorando de entendimiento no fue solo producto de la diplomacia, sino que también se debe a los logros militares de la República Islámica. «Se debe a la sangre pura de los mártires que derramamos al enfrentar a los enemigos del régimen. Se debe a la firmeza del pueblo y a su presencia diaria en las plazas y calles en apoyo del régimen y las Fuerzas Armadas, y en la lucha contra los enemigos», manifestó.
Al mismo tiempo, enfatizó que el documento «no implica confiar en el enemigo» y fue redactado «con desconfianza», por lo que Teherán supervisará el cumplimiento de los compromisos de EE.UU.
El viceministro también reveló que Irán ha incluido todas sus posiciones importantes en el borrador del acuerdo y, tras la firma oficial, se publicará el texto.
«La autoridad militar y las amenazas recibidas contribuyeron a la finalización del texto y al avance de algunos de los puntos clave para su conclusión», dijo, añadiendo que la delegación iraní no aprobó el memorando hasta que incluyeron sus últimos puntos y demandas en el texto. Sin embargo, advirtió que las fuerzas de la República Islámica «siempre estarán listas para actuar y hacer frente a las conspiraciones del enemigo».
Por su parte, el presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este domingo que el acuerdo con Irán se ha completado y que ahora el estrecho de Ormuz está abierto nuevamente.
«El acuerdo con la República Islámica de Irán ya es un hecho. ¡Felicidades a todos!», escribió el mandatario en Truth Social, a la vez que autorizó «plenamente la apertura sin restricciones del estrecho de Ormuz» y el «levantamiento inmediato del bloqueo naval de Estados Unidos».
Trump finalizó haciendo un llamado a la comunidad internacional: «Barcos del mundo, pongan en marcha sus motores. ¡Que fluya el petróleo!».

© Eric Lee for The New York Times

© Carolyn Kaster/Associated Press, via Ap Photo/Carolyn Kaster

El primer ministro de Pakistán, Shehbaz Sharif, declaró la madrugada de este lunes que, tras intensas negociaciones, Irán e EE.UU. han alcanzado un acuerdo de paz, declarando «el cese inmediato y definitivo de las operaciones militares en todos los frentes, incluido el Líbano».
«Tras intensas conversaciones, nos complace anunciar que se ha alcanzado el Acuerdo de Paz entre los Estados Unidos de América y la República Islámica de Irán. Ambas partes han declarado la terminación inmediata y permanente de las operaciones militares en todos los frentes, incluido el Líbano», expresó Sharif.
«La ceremonia oficial de firma tendrá lugar el viernes 19 de junio en Suiza. Agradecemos a los Estados Unidos de América y a la República Islámica de Irán su compromiso con la búsqueda de una solución diplomática al conflicto», agregó.
El primer ministro pakistaní añadió: «Asimismo, expresamos nuestro sincero agradecimiento a nuestros hermanos en esta labor de mediación, al gran liderazgo del Estado de Qatar, por su apoyo para alcanzar este acuerdo. Agradezco especialmente al liderazgo visionario del Reino de Arabia Saudita y de la República de Turquía sus inmensas contribuciones en este sentido. Con el acuerdo ya firmado, los mediadores facilitarán una serie de reuniones esta semana. Estas conversaciones previas a la implementación sentarán las bases para las conversaciones técnicas y la ceremonia oficial de firma».
Following intensive talks, we are pleased to announce that the Peace Deal between the United States of America and Islamic Republic of Iran has been REACHED. Both sides have declared the immediate and permanent termination of military operations on all fronts, including in…
— Shehbaz Sharif (@CMShehbaz) June 14, 2026

© Victor J. Blue for The New York Times

© Nicole Craine for The New York Times

© José A. Alvarado Jr. for The New York Times