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Israele: pace Usa-Iran ed elezioni sempre più vicine. È l’ora più difficile per Netanyahu

Forma e sostanza spesso in politica coincidono. Non è detto che sia mai accaduto quanto dichiarato dal presidente Usa Donald Trump nella giornata di domenica circa il “rimprovero” ai danni dal il premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusato di aver ordinato un raid inutile e dannoso contro Beirut. Tuttavia, il fatto stesso che il capo della Casa Bianca lo abbia dichiarato ha costituito elemento di sostanza. Perché, di fatto, il capo dell’amministrazione Usa ha pubblicamente preso le distanze dalle azioni del governo israeliano. Netanyahu, dal canto suo, nel leggere quelle dichiarazioni ha forse capito che questa volta è chiamato a masticare amaro. E a non potere fare altro che incassare, subito dopo la notizia di un accordo tra Usa e Iran, aspre critiche sia dal suo governo che dall’opposizione. Il tutto a pochi mesi da un voto, quello fissato per settembre, che appare sempre più delicato e decisivo per le sorti di Israele. Oltre che, di riflesso, per le sorti personali dello stesso premier.

Unanimi critiche all’accordo

Ciò che più ha suscitato reazioni, nello Stato ebraico, è la clausola voluta dall’Iran e validata da Donald Trump riguardante il Libano: Washington, in particolare, nell’intesa siglata domenica si è impegnata a garantire un chiaro cessate il fuoco in territorio libanese. Immediatamente sono scattate le critiche verso il documento:“Mi auguro che il premier non dia seguito a questo accordo e non si consideri vincolato a questa intesa – ha tuonato il ministro della pubblica sicurezza, nonché leader di Potere Ebraico, Itamar Ben Gvir – Noi non siamo subalterni di nessuno”. A fargli da spalla ci ha subito pensato il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, a capo dell’altro partito ultranazionalista Sionismo Religioso: “Quella in Libano è la nostra guerra“, ha dichiarato, “dobbiamo garantire il ritorno a casa degli abitanti delle comunità del Nord”. Su Channel 12, nel corso della mattinata di lunedì sono stati registrati anche interventi di funzionari rimasti anonimi:“Per Israele questo accordo è un disastro su tutta la linea”, è la frase più gettonata. Nel mirino non è tanto l’accordo tra Usa e Iran, quanto per l’appunto la clausola legata al Libano. Nessuno a Tel Aviv si aspettava di dover subire così tanta pressione per terminare i raid contro Hezbollah, i cui miliziani fino a pochi giorni fa si sono dimostrati ancora in grado di colpire nonostante due anni e oltre di sanguinosa guerra.

Le critiche arrivate dal mondo militare e dal governo, sono tuttavia ancora gestibili da Netanyahu. In primo luogo perché messe in conto dallo stesso premier. Ma soprattutto, perché si tratta di osservazioni mosse prima di tutto verso Trump. Diverso invece è il discorso legato all’opposizione. Da Yair Lapid, passando per Naftali Bennett e Yair Golan, tutti hanno evidenziato nelle ultime ore come Israele non abbia più in mano il proprio destino: “Trump firma un accordo che immette miliardi nel regime degli ayatollah, lascia intatte le infrastrutture nucleari, mantiene inalterata la minaccia balistica e offre una corda di salvataggio al regime omicida di Teheran”, ha dichiarato per esempio proprio Golan, a capo degli ex laburisti del Partito Democratico. Un modo per evidenziare per l’appunto come oramai, secondo la sua visione, Tel Aviv è costretta a subire a livello di politica estera ed è incapace di dettare la propria linea.

“Netanyahu è l’uomo che per anni ha venduto all’opinione pubblica l’illusione di Mr. Sicurezza – ha proseguito Golan – e che in realtà si è rivelato il padre del più grande fallimento strategico della storia di Israele. L’uomo che ha costruito la concezione Hamas è un asset, che ha permesso il flusso di denaro qatariota, che ha abbandonato l’arena diplomatica, che ha smantellato le alleanze di Israele e l’ha lasciata isolata nel momento della verità”.

Le elezioni sempre più vicine

Le frasi dei principali leader dell’opposizione hanno lasciato il segno perché direttamente rivolte verso l’ego di Netanyahu. Per una personalità che mai ha nascosto i suoi tratti più orgogliosi, sentirsi accusato di essere diventato subalterno rappresenta un importante colpo. Per adesso il diretto interessato ha scelto la via del silenzio. Del resto, c’è poco da dire: l’esercito israeliano, come sottolineato dalla testimonianza di due soldati impegnati nel fronte settentrionale e raggiunti da Channel 12, ha dato ordine di non sparare più per il momento. Netanyahu non può quindi per adesso continuare la propria guerra.

Israeli National Security Minister Ben-Gvir demands:

We must continue destroying the houses in southern Lebanon. We must continue pushing the residents away from southern Lebanon. We must continue eliminating Hezbollah terrorists in Lebanon. pic.twitter.com/DCLGEECIEr

— Clash Report (@clashreport) June 15, 2026

A tre mesi dal voto, il rischio per l’attuale premier è ora molto alto. I sondaggi da tempo danno il suo partito, il Likud, si in testa ma impossibilitato a formare una nuova maggioranza. Adesso, rischia di perdere ulteriore consenso e di veder frammentata la sua azione politica. Nessuno però lo dà per politicamente morto, in Israele come all’estero. Forse è proprio in questo silenzio che Netanyahu sta provando a estrarre dal cilindro qualcosa che possa rimetterlo in corsia. Ha ancora diversi assi da mostrare: può riprendere il conflitto in Libano, può rivendicare l’indebolimento della Repubblica Islamica in Iran, può mostrare di avere la comune volontà con Trump di evitare che Teheran si doti dell’atomica. Il tempo però, stavolta, non è dalla sua parte. Le settimane prima del voto a breve inizieranno a passare più velocemente e trovare la quadra sarà sempre più difficile. Del resto, oggi Netanyahu si sta muovendo tra due incudini: da un lato c’è la pressione internazionale e dall’altro c’è quella interna. Una delle due, dovrà per forza subirla.

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