Dan Sullivan Namesake Is Disqualified From Alaska Senate Ballot

© Sullivan for Senate; Eric Lee/The New York Times

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© Haiyun Jiang/The New York Times

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© Preston Gannaway for The New York Times
Nature, Published online: 15 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10768-1
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Nature, Published online: 15 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10768-1
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© Pool photo by Ilia Yefimovich



© Eric Lee for The New York Times

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Una condanna a quattro anni di carcere; questo è quanto ha stabilito il tribunale di Oslo ai danni del figlio della principessa di Norvegia Mette-Marit. L’accusa più grave di cui doveva rispondere il 29enne Marius Borg Hoibi era quella di stupro ed era relativa a due diverse denunce per le quali è stato giudicato colpevole, mentre è stato giudicato non colpevole per altre due.
Il primogenito della principessa, nato da una relazione precedente al matrimonio con l’erede al trono di Norvegia Haakon non ha alcun incarico per conto della monarchia, ma la sua condanna getta un’ombra di non poco peso sulla corona. L’accusa aveva chiesto per lui sette anni e sette mesi, forte di almeno quaranta capi d’imputazione tutti legati a episodi di violenza, minacce e maltrattamenti.
I fatti risalgono agli anni che vanno dal 2018 al 2024, periodo nel quale quattro donne diverse lo hanno indicato come il colpevole di aggressioni sessuali mentre loro dormivano oppure non si trovavano nella condizione per poter reagire. Nel lungo elenco di accuse a carico di Marius Borg Hoibi figuravano anche crimini “minori” come aggressione, possesso di droghe e violazione dell’ordine di restrizione emesso dal tribunale.
Il processo che si è concluso lunedì, con la lettura della sentenza, è durato sei settimane nelle quali le diverse accusatrici si sono via, via presentate per deporre contro il figlio della sfortunata principessa che sta affrontando una difficile malattia. Mette-Marit, infatti, da anni fa i conti con una grave fibrosi polmonare che, oggi, l’ha messa in lista per poter ricevere un trapianto al quale ha affidato tutte le sue speranze di poter sopravvivere.
Nelle sue ultime uscite pubbliche si era presentata con uno strumento che l’aiutasse a respirare e nell’ultima intervista rilasciata in televisione per scusarsi e giustificarsi, rispetto alla sua passata relazione con il pedofilo americano Jeffrey Epstein, aveva mostrato tutte le sue difficoltà, non solo dettate della durezza dell’argomento sul quale era chiamata a rispondere, ma anche per l’aggravarsi progressivo del suo stato di salute.
La sentenza ai danni del figlio, che non avrà colto nessuno di sorpresa a corte, è l’ennesima pessima notizia per i reali.
Il processo che vedeva coinvolto Marius Borg Hoibi ha portato alcune accusatrici a presentarsi in aula dotate di evidenze come foto, messaggi e video che sono stati puntualmente mostrarti alla corte.
Marius Borg Hoibi potrà dare mandato ai suoi legali di fare appello, ma le testimonianze sentite in aula resteranno indelebili nella memoria dei sudditi che hanno potuto leggerne estratti sui giornali o sentirle riportate in tv.
Era lo scorso febbraio quando, come ricordato dal giornale on line americano Page Six, “una donna spiegò come Hoibi semplicemente “non volesse smettere” dopo che avevano iniziato ad avere un rapporto sessuale consensuale”. Era la notte del 1° novembre e, sempre stando al racconto, i due si trovavano in una stanza d’hotel, così come riportato dall’agenzia France Presse.
“Io ero sempre più stanca – ha continuato la donna – mi sentivo come se stessi semplicemente sdraiata lì e lui non si fermava”. “Più diventavo stanca – ha poi aggiunto davanti alla corte – meno ero partecipe”.
La testimonianza proseguiva poi spiegando come lei avesse chiesto di poter dormire prima di essere invece svegliata di soprassalto da quello che ha descritto come un “colpo violento nella zona dei genitali”, aggiungendo poi: “è stato doloroso. Credo di essermi bloccata, poi mi sono riaddormentata”.
L'articolo Condannato a 4 anni di carcere per stupro Marius Borg Hoibi, il 29enne principe di Norvegia: nuovo scandalo per la Corona, le testimonianze choc che lo hanno inchiodato proviene da Il Fatto Quotidiano.


© Vantor, via Associated Press

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© Eric Lee for The New York Times

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Nature, Published online: 15 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01887-w
Advances in machine learning and other technologies are helping researchers to trace the movements, landmarks and social practices of wildlife.Nature, Published online: 08 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10738-7
Targeting Cancer-Specific Mutations with RNA-Triggered Chromatin ShreddingNature, Published online: 08 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01820-1
Artificial intelligence is not replacing human intuition in these fields, but reimagining how questions are asked, explored and understood.Nature, Published online: 15 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01887-w
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La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una misura attesa da tempo per contrastare l’emergenza abitativa che colpisce chi affronta la fine di un matrimonio o di una convivenza: il bonus genitori separati. Si tratta di un contributo economico concreto, erogato sotto forma di assegno mensile, che può raggiungere i 500 euro al mese. Questo incentivo non è un sussidio assistenziale generico, ma un aiuto specifico pensato per coprire le spese reali e dimostrabili di chi, a seguito di un provvedimento del giudice, si ritrova a dover abbandonare l’ex casa familiare e a dover cercare una nuova sistemazione immobiliare. Il meccanismo punta a sostenere il genitore cosiddetto uscente, che spesso deve affrontare il peso di un nuovo canone di locazione pur continuando a partecipare alle spese del vecchio nucleo familiare.
La misura stanzia un fondo complessivo di 60 milioni di euro per il triennio che va dal 2026 al 2028, con una dote finanziaria di 20 milioni di euro all’anno. Questo budget servirà a finanziare il bonus garantendo un contributo economico mensile che oscillerà tra i 400 e i 500 euro a richiedente. L’aiuto economico non è a fondo perduto generico, ma è vincolato al rimborso di spese reali e dimostrabili legate alla ricerca e al mantenimento di un nuovo alloggio. I fondi copriranno i canoni d’affitto mensili di contratti di locazione regolarmente registrati, ma anche i costi iniziali necessari per avviare la nuova sistemazione, come le caparre confirmatorie per bloccare l’appartamento, le spese vive di trasloco e i costi per l’eventuale deposito temporaneo dei mobili.
Il meccanismo d’intervento del bonus genitori separati punta a rimborsare il genitore che, non essendo assegnatario dell’ex casa familiare per disposizione del giudice, deve sostenere autonomamente un secondo costo abitativo. La normativa riconosce la sovrapposizione finanziaria che colpisce chi esce dall’alloggio coniugale: queste persone si trovano spesso a dover pagare contemporaneamente la propria quota del vecchio mutuo immobiliare, l’assegno di mantenimento mensile stabilito dal tribunale per i figli e, in aggiunta, il canone di locazione per il nuovo appartamento. Il bonus genitori separati interviene per alleggerire questa specifica somma di uscite mensili, erogando la quota stabilita direttamente sul conto corrente del beneficiario.
Per accedere al fondo e ottenere il bonus genitori separati è necessario soddisfare requisiti d’accesso molto rigidi e diversi rispetto alle passate tutele emergenziali. Questo bonus non ha infatti alcun legame con il vecchio contributo da 800 euro introdotto durante la pandemia, che richiedeva la sospensione o riduzione dell’attività lavorativa a causa del lockdown. La misura attuale si configura come un sostegno all’affitto e richiede lo stato di genitore separato o divorziato con provvedimento formale del tribunale, il non essere assegnatario della casa familiare e la titolarità di un nuovo contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato presso l’Agenzia delle Entrate.
La concessione del bonus genitori separati è subordinata alla presenza di uno o più figli fiscalmente a carico che non abbiano superato i 21 anni di età al momento della presentazione della domanda. La normativa fiscale stabilisce criteri precisi per definire il carico familiare: i figli devono avere un reddito annuo lordo inferiore a 4.000 euro se hanno meno di ventiquattro anni, oppure inferiore a 2.840,51 euro se superano questa età. In assenza di figli fiscalmente a carico entro i ventuno anni, la domanda viene scartata d’ufficio. Il barometro economico per l’assegnazione dei fondi sarà l’indicatore Isee aggiornato: i criteri di priorità premieranno i richiedenti con i valori Isee più bassi fino a esaurimento dello stanziamento annuale.
Lo Stato ha previsto un sistema di controlli incrociati automatici per verificare l’onorabilità e la regolarità finanziaria di chi richiede il bonus genitori separati. Il genitore che presenta l’istanza deve dimostrare di essere in regola con il versamento dell’assegno di mantenimento per i figli disposto dal giudice, senza alcuna mensilità arretrata. Oltre alle verifiche fiscali sulla registrazione del contratto d’affitto e sulle dichiarazioni dei redditi dei figli, l’accesso ai fondi è precluso a chiunque abbia riportato condanne penali o abbia in corso procedimenti penali ostativi. La mancanza di uno solo di questi requisiti o l’irregolarità nei pagamenti del mantenimento comporta la revoca del beneficio e il recupero delle somme eventualmente già erogate.
Nonostante lo stanziamento del bonus genitori separati sia operativo nella legge di Bilancio 2026, i canali per l’invio delle domande non sono ancora attivi. Si attende la pubblicazione del decreto attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze. Questo testo fisserà la data ufficiale del click-day, il tetto massimo di Isee ammesso e la piattaforma telematica da usare, che sarà gestita dall’Inps. Il decreto attuativo dovrà inoltre sciogliere il nodo sulla modalità di erogazione: la via principale resta l’accredito diretto tramite bonifico mensile, ma resta al vaglio l’alternativa di trasformare il bonus in un credito d’imposta speciale o in una detrazione da utilizzare direttamente in dichiarazione dei redditi per abbattere le tasse annuali.
Trattandosi di una procedura a sportello dove i fondi del bonus genitori separati verranno assegnati in base all’ordine cronologico di presentazione fino a esaurimento delle risorse, è fondamentale raccogliere la documentazione in anticipo. Per farsi trovare pronti all’apertura dei termini bisogna disporre di un’identità digitale attiva, Spid o Carta d’Identità Elettronica, richiedere l’attestazione ISEE aggiornata al nuovo anno e avere a portata di mano la copia conforme della sentenza di separazione o divorzio del tribunale. Saranno inoltre indispensabili il codice fiscale dei figli a carico, la copia del contratto d’affitto con la relativa ricevuta di registrazione dell’Agenzia delle Entrate e le ricevute dei bonifici che attestano il regolare pagamento del mantenimento dei figli.
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Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.
È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.
L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.
L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.
Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.
Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.
Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.
Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.
Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.
I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.
Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.
L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.
Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.
C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.
Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.
Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.
Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.
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