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La memoria di ieri per le sfide di oggi. 25 anni dal G8 di Genova

Vi sono avvenimenti che segnano uno spartiacque nella storia, sia che si parli di Storia con la “S” maiuscola che di storie personali. Per la generazione affacciatasi alla militanza nell’ondata del ‘68, fu sicuramente la strage di stato di piazza Fontana; per molti della mia generazione sono state le giornate del G8 a Genova nel luglio 2001. Non voglio certo paragonare i due fatti, che hanno avuto gravità, contesti e dinamiche completamente differenti, ma entrambi hanno decretato per tante persone il momento della “perdita dell’innocenza”. Ed è per questo che, sebbene siano passati venticinque anni, la memoria ardente di quelle giornate è ancora presente come cosa viva, come se fosse ieri. Ed è quindi importante parlarne e riflettere sebbene il mondo sia, nel frattempo, cambiato radicalmente, per tanti versi in peggio.

Per parlare di Genova occorre raccontare quel movimento transnazionale che fu chiamato “No global”, soprattutto dai media mainstream. Sebbene in modo sotterraneo esistesse già da un po’, assunse risonanza mondiale per la contestazione al vertice di Seattle del WTO (Organizzazione mondiale del commercio), alla fine di novembre del 1999, quando decine di migliaia di persone scesero nelle strade intenzionate a contestare e bloccare in tutti i modi possibili quell’incontro dei potenti della terra. Fra il rumore delle vetrine infrante e delle barricate contro la polizia, fra il gesto di chi aiutava ad alleviare gli effetti dei lacrimogeni e le parate irriverenti della clown army, un nuovo, potente e multiforme movimento internazionale si imponeva sulla scena per contestare i padroni del mondo. Da quel momento in poi, ovunque si svolgesse un forum degli organismi internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Ocse, Nato…) decine e a volte centinaia di migliaia di persone manifestavano e assediavano i luoghi fisici dei vertici.

Oltre alla sua diffusione in tutti i continenti, l’altra caratteristica importante di quel movimento fu la sua capacità di tenere assieme non tanto le idee, quanto le diverse pratiche di piazza. Infatti, con modalità diverse di volta in volta, per quasi due anni non vi fu quella devastante divisione fra “buoni” e “cattivi”, iattura di tante mobilitazioni, ma una pluralità di approcci che riuscivano a stare assieme: dalla clown army alla marcia pacifista, dal black bloc allo sciopero sindacale. Le istituzioni risposero con crescente violenza, fino ad arrivare al marzo 2001 quando le contestazioni al Global forum a Napoli terminarono con una mattanza di polizia in piazza Plebiscito e con le torture dei fermati portati nella caserma Raniero e al giugno 2001 a Goteborg, quando un poliziotto piantò tre pallottole nella schiena di un manifestante di 19 anni che solo per fortuna sopravvisse. Un anticipo chiaro di quello che sarebbe successo a luglio.

Il G8 di Genova doveva rappresentare, nella testa di tanti, il punto più alto di quel movimento e invece ne segnò la fine, assieme all’attentato alle Torri Gemelle nel settembre dello stesso anno.
Una delle cause fu che le tante anime che si ritrovarono nel Genoa Social Forum, la rete che organizzò il controvertice, di fatto riprodussero le vecchie logiche egemoniche e autoritarie degli apparati politici e sindacali, non facendo proprie quelle nuove forme di accordo e condivisione delle pratiche proprie del movimento antiglobalizzazione negli altri paesi.
Fu così che la violenza statale, dispiegata in tutta la sua ferocia, poté avere gioco facile nel dividere il movimento, nell’instillare dubbi e sospetti. Questo nonostante l’ordine di ingaggio delle “forze dell’ordine” fosse chiaro fin dalla mattina di venerdì 20 luglio: massacrare tutt* senza esitazioni. L’omicidio di Carlo Giuliani, i pestaggi selvaggi nelle strade, le torture di Bolzaneto, la mattanza alla scuola Diaz non furono “incidenti”, ma il frutto di una regia pianificata da tempo. Una lezione pratica della democrazia reale, più efficace di mille discorsi sovversivi. Nonostante questo, molte anime della sinistra pacifista e istituzionale continueranno negli anni a parlare di democrazia tradita.

Gli “Anarchici contro il G8”, cui facevano riferimento buona parte degli anarchici e delle anarchiche di lingua italiana che andarono a Genova, scelsero di fregarsene dell’assedio alla zona rossa dove si trovavano i Capi di Stato, manifestando invece a Sampierdarena, nella Genova proletaria, quella delle grandi lotte operaie.
Puntammo sullo sciopero generale, creammo comitati di sciopero in diverse città che diedero vita ad assemblee territoriali. Puntavamo sulla radicalità degli obiettivi e sul radicamento sociale. Sul numero di Umanità Nova che venne diffuso a Genova scrivevamo: “Le manifestazioni internazionali, come quella odierna di Genova, sono state e saranno importanti perché riescono a mettere in luce il carattere distruttivo, violento, irriformabile dei vari organismi sovranazionali, ma non possono rappresentare il punto centrale di un percorso che deve, necessariamente, svilupparsi altrove. La forza di questo movimento è nella capacità di coniugare radicalità e radicamento, agire e pensare localmente ed agire e pensare globalmente e non deve inaridirsi nella mera contestazione dei vertici dei potenti. Altrimenti si rischia di diventare una sorta di “tour operator” della contro globalizzazione, specializzati in viaggi in paesi esotici. Una specie di Camel trophy della sovversione, con tanto di emozioni già programmate. O, peggio, di fare da sponda di movimento ad un’esangue sinistra istituzionale a caccia di poltrone e di volti nuovi. Al Genoa Social Forum hanno preso parte politicanti di ogni risma bisognosi di legittimazione. (…)
Questo è un mondo che corre, corre sempre più in fretta, ed altrettanto in fretta macina esperienze, percorsi ed anche i movimenti sociali che non sanno sottrarsi allo spettacolo, alla logica folle che, mimando insensatamente le regole imposte dal marketing, consuma rapidamente, rendendola improvvisamente desueta, persino la capacità di critica, oltrepassamento, negazione dell’istituito. È una trappola da schivare, spiazzando l’avversario, moltiplicando la propria capacità di dissodare terreni nuovi, zone autonome, spazi liberi. Per superare le numerose empasse in cui rischia di bloccarsi occorre che il movimento sappia spargersi sul territorio come polvere, costruendo rapporti conflittuali che si alimentino della capacità di costruzione intenzionale di mondi altri, di relazioni altre, di vite altre. Ogni giorno, ovunque. La tensione ad un’azione radicale che sappia trarre linfa da un radicamento profondo, da una progettualità capace di innervare profondamente il presente, può essere il segno di un movimento rivoluzionario capace di costruire il proprio futuro nell’oggi. Come anarchici abbiamo cominciato, non senza difficoltà, a muoverci in questa direzione, l’unica capace di raccogliere le istanze più feconde di questi movimenti. Ma si può e si deve fare di più.”

Pensiamo che quelle parole siano più attuali che mai. La storia ha infatti reso chiaro che, solo dove sono nati movimenti ampi che sono riusciti a coniugare una forte presenza territoriale con il metodo dell’azione diretta di massa e non solo delle minoranze di militanti, governi e padroni hanno avuto paura.
La scelta di provare ad essere radicali e radicati è quindi per noi il lascito principale di quei giorni di luglio, una scommessa che si rinnova ogni giorno nelle lotte che promuoviamo ed attraversiamo. Un’azione costante di sottrazione conflittuale dall’istituito che si coniuga con la pratica dell’autogestione e della lotta quotidiana.

Un compagno che c’era

Per leggere e scaricare lo speciale di Umanità Nova uscito subito dopo il G8:
umanitanova.org/wp-content/uploads/2021/07/Le-tre-giornate-di-Genova.pdf

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Messina, Assarmatori: «L’Europa ci danneggia – L’ETS per il trasporto marittimo è un errore»

Roma – «L’Europa ci sta danneggiando». È un’accusa chiara, senza giri di parole, quella lanciata dal presidente di Assarmatori, Stefano Messina, aprendo l’Assemblea annuale dell’associazione, svoltasi a Roma all’Hotel Parco dei Principi. Nel mirino finiscono le politiche europee per la decarbonizzazione del trasporto marittimo e, in particolare, il sistema ETS applicato allo shipping.

Le politiche europee per la decarbonizzazione 

Messina definisce infatti l’ETS «un errore» e avverte che il settore si trova alla vigilia di un passaggio cruciale. A luglio è attesa la proposta di revisione del regime da parte della Commissione europea, un appuntamento che il presidente di Assarmatori considera forse l’ultima occasione per correggere una misura che giudica «una tassazione intempestiva, ingiusta, sproporzionata e soprattutto inutile anche ai fini della decarbonizzazione». Secondo Messina, per un Paese a forte vocazione marittima come l’Italia, le conseguenze delle attuali regole europee sono evidenti.

A margine dell’assemblea è tornato sul tema denunciando quello che definisce «un vero paradosso»: il settore ha accettato il principio di contribuire agli obiettivi ambientali europei e di sostenere i costi introdotti con il Green Deal tra il 2021 e il 2022, ma si aspettava che almeno una parte delle risorse raccolte attraverso l’ETS venisse reinvestita nel comparto marittimo.

«Abbiamo accettato di pagare queste tasse», ha spiegato, sottolineando però come ciò non sia mai avvenuto in modo strutturale. Anzi, ha aggiunto, in situazioni di emergenza come la guerra i proventi ETS sarebbero stati destinati ad altre finalità.
Nonostante le critiche, Assarmatori guarda con fiducia alla revisione della normativa. Messina si dice convinto che a metà luglio si comprenderà meglio quale sarà l’orientamento di Bruxelles e rivendica il lavoro di pressione portato avanti dall’associazione nei confronti delle istituzioni europee.
L’obiettivo, spiega, è far comprendere che le risorse generate dall’ETS nel settore dei trasporti, almeno per quanto riguarda il comparto del trasporto marittimo nazionale, dovrebbero rimanere nel settore stesso per sostenere gli investimenti necessari alla transizione energetica.
Un appello che, secondo il presidente di Assarmatori, deve coinvolgere non solo la Commissione europea ma anche i rappresentanti italiani a Bruxelles. In questo senso ha citato il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, riconoscendogli di sostenere le istanze avanzate dall’industria marittima italiana.

Hormuz

Nella sua relazione, Messina ha affrontato anche il tema geopolitica in Medio Oriente, commentando l’annunciato accordo tra Stati Uniti e Iran. «È chiaramente una notizia positiva», ha dichiarato davanti a una platea di oltre 700 persone, rappresentativa del cluster marittimo e portuale, del mondo imprenditoriale, politico e amministrativo. Il presidente di Assarmatori ha però invitato alla prudenza, ricordando che negli ultimi mesi si sono susseguiti diversi annunci di tregua o di possibile cessazione delle ostilità senza che, nei fatti, si registrassero sviluppi concreti.

Per questo, a suo giudizio, è ancora prematuro parlare di una pace consolidata o formulare valutazioni definitive sugli effetti dell’intesa.

Anche sul fronte operativo, Messina ha escluso che possano esserci benefici immediati per il trasporto marittimo. La ripresa dei servizi e della normale mobilità delle navi, in particolare di quelle in uscita, non appare realistica nell’arco dei prossimi giorni. La priorità, ha spiegato, resta quella di consentire il ricambio degli equipaggi.

Tra armatori e marittimi c’è infatti grande attesa per il via libera alle operazioni che permetterebbero il rientro a casa o il trasferimento in porti sicuri degli equipaggi attualmente imbarcati. Molti marittimi, ha ricordato, sono rimasti a bordo delle navi per oltre 115 giorni in condizioni di forte stress, e tutte le compagnie hanno già personale pronto a partire per effettuare i cambi.

Più complesso il discorso relativo alla ripresa dei traffici commerciali. Secondo il presidente di Assarmatori sarà necessario attendere una maggiore stabilità e soprattutto maggiore chiarezza sulle garanzie di sicurezza previste dall’accordo, un tema che, ha osservato, non è stato ancora affrontato in modo concreto.

Messina ha poi richiamato le indiscrezioni relative all’eventuale introduzione di un pedaggio per il transito nell’area, ipotesi che al momento giudica ancora vaga e che apparirebbe difficilmente conciliabile con il quadro normativo internazionale. Pur non avendo ancora avuto modo di esaminare il testo dell’accordo, ha detto di ritenere improbabile l’istituzione di un pedaggio deciso bilateralmente da Stati Uniti e Iran.

Il tema, tuttavia, merita approfondimenti. Qualora una misura di questo tipo dovesse realmente essere introdotta, richiederebbe inevitabilmente tempi di attuazione anche sul piano normativo. Messina ha richiamato i precedenti dei canali di Suez e Panama, dove i pedaggi vengono applicati nell’ambito di sistemi regolati da autorità riconosciute a livello internazionale.

«Se ci sarà qualcuno che dovremo pagare e se sarà legittimo, pagheremo», ha affermato. Resta però evidente che qualsiasi nuovo onere economico finirebbe per tradursi in un incremento dei costi di trasporto, con effetti sui noli e possibili ripercussioni inflazionistiche lungo l’intera catena logistica.

Nucleare, affrontare il tema senza pregiudizi

Non in ultimo Messina dal palco romano ha lanciato propostea concrete, in relazione anche alla fase di discussione in Parlamento la Legge Delega al Governo sul nucleare:

Tra le possibili strade per la decarbonizzazione del trasporto marittimo, Messina indica anche il nucleare, pur riconoscendo che si tratta di una prospettiva di medio-lungo termine.

«Ci sono studi importanti e vorrei ricordare che anche in Italia abbiamo grandi competenze», – sottolinea, citando le esperienze di Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare a Genova. «Hanno realizzato un accordo con Enel e Leonardo attraverso una newco dedicata al nucleare». Messina richiama anche un’iniziativa privata nata a Torino sugli Small Modular Reactor, sostenuta da importanti investitori finanziari. «Esiste un’applicabilità anche al settore navale», osserva, precisando però che si tratta di una prospettiva da almeno 10-15 anni.

Nonostante gli orizzonti temporali lunghi, il presidente di Assarmatori rivendica la necessità di affrontare il tema senza pregiudizi: «Non dobbiamo vergognarci di dire che il nucleare è l’unico sistema per decarbonizzare completamente e raggiungere il Net Zero».

Cantieristica europea:

Più critica, invece, la sua valutazione sulla possibilità di rilanciare in tempi brevi la costruzione di nuove navi commerciali in Europa e in Italia.«Parlo per esperienza», premette. «Innanzitutto perché il portafoglio ordini dei cantieri è già molto saturo, e meno male: è un fattore positivo, non una critica alla cantieristica».

Secondo Messina, la domanda generata dall’aumento delle spese militari e dalle tensioni geopolitiche sta assorbendo una parte significativa della capacità produttiva dei cantieri. «Dove esistono competenze specifiche, penso a Fincantieri ma non solo, le commesse militari riempiono i cantieri». Inoltre il comparto crocieristico è «un’eccellenza italiana», sostenuto da un mercato dinamico e da buoni livelli di redditività delle compagnie.

Il problema emerge soprattutto per le navi da carico. «Diciamo la verità: oggi Corea del Sud, Giappone e Cina costruiscono queste navi molto bene e con standard qualitativi elevati». Per cargo, portarinfuse e portacontainer il divario di prezzo con i cantieri asiatici resta troppo elevato per consentire una reale competitività europea. «Per riprendere a costruire navi da carico in Italia non ricordo esempi recenti, ma non è una critica: è una constatazione», afferma.

Diverso il discorso per i traghetti. In questo segmento, spiega, la cantieristica italiana possiede ancora tutte le competenze necessarie, ma resta un problema di costi. «La cantieristica italiana potrebbe certamente costruirli, però il prezzo ci ha messo fuori mercato», sintetizza, richiamando le considerazioni emerse durante il panel.

Da qui la proposta di superare alcuni tabù. Secondo Messina, per accelerare il rinnovo delle flotte occorre prendere in considerazione anche la costruzione di unità all’estero, compresi i Paesi extra-Ue, mantenendo comunque l’accesso ai proventi derivanti dal sistema ETS.

In chiusura, il presidente di Assarmatori traccia un bilancio positivo dell’Assemblea e dei risultati ottenuti negli ultimi anni sul fronte normativo e amministrativo. «È partito il Piano del Mare e abbiamo ottenuto importanti semplificazioni», evidenzia, ricordando come molte delle richieste avanzate dall’Associazione nelle assemblee del 2021 e del 2022 abbiano finalmente trovato attuazione.

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Zscaler porta la Zero Trust nell’era degli agenti AI

Sebbene il numero di casi d’uso nel nostro Paese sia ancora molto basso, le previsioni di tutti gli esperti dicono che gli agenti AI diventeranno i veri “operati” dell’automazione dei processi in azienda. Il problema è che chi dovrà gestirne la sicurezza non ha ancora l’esperienza necessaria per farsi un quadro chiaro di come questi […]

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A Nova Marine Carriers il 25% di Calata Orlando Livorno

ROMA – Vincenzo Romeo, ceo Nova Marine Carriers, la shipping company svizzera della famiglia Romeo e del Gruppo Duferco di Antonio Gozzi, intervenendo stamani dal palco dell’Assemblea Annuale Assarmatori, associazione di cui Romeo è vicepresidente, ha annunciato un nuovo investimento terminalistico a Livorno.

Romeo parlando, dal palco romano dell’Hotel Parco dei Principi, ha annunciato l’acquisizione del 25% delle quote del terminal livornese Calata Orlando: «Cercavamo uno sbocco sul Tirreno per clienti dell’Alto Tirreno» – ha detto Romeo – «abbiamo individuato nel terminal Calata Orlando di Livorno una buona opportunità, anche parlando con i nostri altri azionisti».

Incalzato dal moderatore dell’Assemblea, il giornalista Pietro Roth, affinché aggiungesse ulteriori informazioni, l’armatore, notoriamente molto riservato, ha aggiunto: «Livorno è simile a Napoli per cultura, i livornesi sono un po’ come i napoletani».

Romeo ha quindi concluso sottolineando la provenienza della propria famiglia originaria di Monte di Procida, spiegando poi a margine dell’Assemblea – «Il Tirreno è il nostro mare di origine, ci limitiamo a seguire l’esigenza dei nostri clienti, proveniendo da Monte di Procida, noi siamo nati armatori. Mio papà ha fondato l’azienda quarantacinque anni fa con una piccola nave, oggi abbiamo una flotta superiore a cento navi. Negli ultimi cinque-sei anni abbiamo deciso di integrare il servizio ai nosri clienti, non solo variegando la nostra flotta con varie size e varie tipologie di navi, ma anche investendo nella supply chian: terminal, trasporto fluviale, agenzie di spedizione doganale, agenzie marittimee navi fluviali. Livorno rientrava nella nostra visione come punto fondamentale per i flussi di carico per i nostri clienti. Siamo molto orgogliosi di questo investimento».

Nova Marine Carriers, armatore marittimo con sede a Lugano, è specializzato nel trasporto marittimo di rinfuse solide (dry bulk)  nel settore navi cementiere, nel trasporto general cargo, multipurpose e logistica Integrata.

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Non si canta per cantare. Note a margine di una polemica sull’arte “impegnata”

“Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro l’amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di condividere”.

Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti. Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche amareggiato: “saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma”.
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell’impegno, De Gregori piccato ha rincarato la dose: “Sensibilizzo mio malgrado attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o su l’Iran. Ho le idee confuse anche io (…) il mio pensiero non è totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?”.

Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo editoriale dal titolo J’Accuse…! Lo firmava uno scrittore considerato il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con quell’articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e, più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo quell’articolo – oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai suoi giudici – era proprio che fosse firmato da un artista e non da un giornalista, un avvocato, un uomo politico… insomma, non da uno specialista. C’erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con quell’articolo la figura dell’intellettuale impegnato. Zola andò incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio… e qualcuno sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da quella vicenda.

La figura dell’artista impegnato, consapevole, del “compagno di strada” o dell’”utile idiota” (due definizioni invalse in ambito marxista-leninista) è senz’altro stata un asse portante di quella dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa: letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e storie controcorrente. L’anarchismo, in particolare, è ben rappresentato dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e rivoluzionari più famosi e amati della sua storia – Pietro Gori – è anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che intona in coro un canto?

Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del canto, la canzone – fra le forme della comunicazione popolare di larga diffusione – pur essendo stata protagonista dell’industria del disco e dell’intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata, la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d’arte più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario… anzi, potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o meno storti una rivolta… e non è affatto detto che questi quattro accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e Victor Jara.

Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto diffuso di canzone d’autore, con musicisti-poeti che si facevano interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di essi – appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione politica era centrale – portassero avanti, ognuno con la propria indole, questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso: non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone d’amore. Edoardo Bennato ha – potremmo dire – scritto il manifesto di questo chiamarsi fuori dall’obbligo dell’impegno con brani come Sono solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e reazionari. “A canzoni non si fan rivoluzioni” potrà sgolarsi a ripetere Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più necessari.

Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria (pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell’Internazionale). Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali, all’emigrazione, alle guerre: L’abbigliamento di un fuochista, Generale, Pablo, L’impiccato… e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti, rubando? scritta in un’epoca nella quale il disimpegno era diventato la norma.

D’altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto all’ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una tetragona indipendenza dell’artista da ogni condizionamento. Questa convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti dell’autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell’anno precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella fu senz’altro un’azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle possibilità dell’arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre, sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo, anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.

Alessio Lega

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Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell’ordine americano

L’ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all’interno della crisi dell’ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e della difficile transizione verso nuovi equilibri globali.

Per oltre quarant’anni il dominio statunitense si è fondato su una combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni evidenti di crisi. L’ascesa della Cina e di altre economie asiatiche mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di riferimento obbligato dell’economia globale.

In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana, il conflitto ucraino e la tensione con l’Iran possono essere letti come episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.

L’Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele, alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori palestinesi e a eliminare i principali competitori dell’area.

Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L’apparato statale iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma anche numerosi alleati degli Stati Uniti.

La situazione va però letta all’interno di una trasformazione ancora più profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in ‘Adam Smith a Pechino’, l’ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione della ricchezza mondiale, ma anche l’idea, radicata nelle classi dirigenti occidentali, che il centro dell’economia mondiale debba necessariamente coincidere con l’Occidente. Dietro la resistenza americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.

La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i limiti materiali della crescita. L’integrazione di miliardi di persone nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia, materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le risorse è destinata ad aumentare.

In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra la logica dell’accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.

La guerra contro l’Iran non appare dunque come il segno della forza incontrastata dell’impero americano, ma come una manifestazione delle sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente instabilità internazionale.

Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l’imperialismo statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo israeliano e l’autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.

L’instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria crisi. Per questo l’internazionalismo libertario non consiste nello scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.

Stefano Capello

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Fragole e sangue. Padroni assassini

Il primo giugno ad Amendolara, paese dell’alta Calabria, si è consumata una strage di immigrati: quattro giovani vite di braccianti sono state arse vive dentro un’auto, per mano di altri immigrati che svolgevano la loro sporca e infame funzione di caporalato.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waseem Khan. Lavoravano nella raccolta delle fragole.
La notizia, data l’efferatezza della barbarie messa in atto, è subito salita, come si suol dire, all’onor di cronaca ed ecco immediatamente venir fuori gli ipocriti piagnistei dei pennivendoli di mestiere, nonché le ipocrite dichiarazioni dei politicanti di maggioranza, di opposizione e dei cosiddetti bonzi sindacali, tutti pronti a gridare e a scrivere “mai più”, “basta stragi di questa natura”. Lacrime di coccodrillo.

Tutti sanno come non solo il territorio nord della Calabria, che va dalla Sibaritide al Metapontino, ma anche altri territori del sud della Calabria (ad es. la tendopoli di San Ferdinando), nonché altri territori ancora, soprattutto dell’Italia meridionale, siano infestati dalla sotto-mafia del cosiddetto caporalato. Una pratica, quest’ultima, spregevole, infame, però non solo tollerata ma addirittura voluta e protetta da una miriade di aziende che pensano in tal modo di tenere meglio ricattati e soggiogati i lavoratori immigrati.
Tutti sanno come gli immigrati vengono ricattati e costretti a logiche di super sfruttamento, a paghe da fame, a vivere e dormire in tuguri, ammassati in dieci, quindici persone in uno spazio di pochissimi metri quadri. Lo sanno i padroni, lo sa il governo, lo sa l’opposizione, lo sanno i bonzi sindacali. Lo sanno ma fanno finta di non saperlo, fino a quando la tragedia non scoppia.
Anzi, non solo le forze politiche istituzionali ma anche non pochi, fra la cosiddetta gente comune, nello sproloquiare sulla sicurezza con rigurgiti a sfondo razzista, sembra che si dilettino nell’indicare gli immigrati come potenziale di delinquenza; c’è chi lo fa in maniera blanda, sottovoce, con savoir faire e chi invece lo fa col megafono in maniera brutale. Il governo, intanto, in cerca di consensi elettorali vara leggi e leggi sempre più repressive, che però guarda caso non vanno a colpire i padroni, il caporalato, bensì coloro che dissentono, coloro che contro padroni e caporalato lottano.
Dal canto loro, l’opposizione istituzionale e i bonzi sindacali, invece, pur sempre in cerca di consensi elettorali ma in opposta sponda, manifestano a parole dissenso contro la logica autoritaria dei governanti, ma intanto lasciano fare.
Insomma, mentre il teatrino istituzionale procede nella propria strada, gli effetti nel mondo reale continuano a produrre la cancrena di sempre: guerre fra poveri, sfruttamento fra le classi lavoratrici e guerre imperialiste nel mondo, in senso lato.

Il 6 giugno, ad Amendolara, un corteo promosso dalla Cgil ha attraversato le vie del paese confluendo in una piazza centrale. Un corteo di alcune migliaia di lavoratori, provenienti soprattutto dalla Calabria e altre regioni meridionali dell’Italia, per dire no al caporalato, per dire no all’atto selvaggio perpetrato da due immigrati caporali che ha tolto la vita a tre braccianti afgani e ad uno pachistano. Quattro giovani vite barbaramente stroncate che per essere considerate semplicemente vite umane hanno dovuto cessare di esistere, altrimenti da vive, stando alle etichette che il linguaggio del potere affibbia a tutti gli immigrati in senso spregiativo, di sicuro sarebbero state considerate semplicemente vite di clandestini, di irregolari, di potenziali delinquenti. Sarebbe ora che gli stati ed i governi con le loro maggioranze e opposizioni, bonzi sindacali, tutti succubi dei padroni, la smettessero con l’ipocrisia ed assumessero le proprie responsabilità nell’aver costruito un mondo di oppressi ed oppressori, di sfruttati e sfruttatori, un mondo in cui ogni giorno si hanno morti sui luoghi di lavoro, un mondo di lavoratori sottopagati (e non solo tra gli immigrati).
Ma considerato come ben ci sguazzano in questo loro sporco mondo, se aspettiamo che lo facciano… il proverbio dice “campa cavallo che l’erba cresce”. Perciò, mai come oggi occorre far ripartire le lotte dal basso nei luoghi di lavoro, nel territorio, nelle piazze. Lotte non mediate da burocrazie sindacali o da chicchessia. Lotte di azione diretta, autogestite ed autogestionarie. Lotte protese ad iniziare a costruire, già nel qui ed ora, un nuovo mondo fondato sulla libertà. Un mondo che la faccia finita con i padroni e gli stati, con l’oppressione e le guerre.

D. Liguori

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