Addio al cardinale Camillo Ruini, aveva 95 anni


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Tensione nella Manica: la fregata russa Admiral Grigorovich ha sparato colpi di avvertimento in direzione di uno yacht civile britannico che si era avvicinato a circa 500 metri dalla nave, secondo quanto riportato dai media britannici. “Stiamo indagando sulle notizie relative a un incidente avvenuto nella Manica”, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa britannico, citato dai quotidiani Telegraph e Guardian. L’incidente sarebbe avvenuto circa 20 miglia nautiche a sud dell’Isola di Wight, al di fuori delle acque territoriali britanniche, riferiscono i due quotidiani. Non sono stati segnalati feriti né danni, e lo yacht ha proseguito la sua traversata della Manica.
Un’imbarcazione del pattugliatore d’altura HMS Tyne si è recata a bordo dello yacht per raccogliere informazioni e verificare la sicurezza degli occupanti. Nel pomeriggio di ieri, questo pattugliatore della Royal Navy, insieme all’HMS Mersey della stessa classe River, aveva seguito la fregata russa attraverso la Manica prima che venissero sparati i colpi di avvertimento. Domenica, per la prima volta, forze speciali britanniche hanno abbordato e intercettato, sempre nella Manica, la petroliera russa Smyrtos, appartenente alla cosiddetta “flotta ombra” e soggetta a sanzioni europee.
Negli ultimi mesi, la marina francese ha effettuato diverse operazioni di questo tipo contro petroliere russe, con l’obiettivo di privare la Russia delle entrate petrolifere che contribuiscono a finanziare la guerra in Ucraina. Tuttavia, fonti militari hanno dichiarato al Guardian che l'”incidente isolato” di martedì non sarebbe collegato a quell’abbordaggio. Da diverse settimane, la fregata Admiral Grigorovich, una nave da guerra di circa 4mila tonnellate equipaggiata con un cannone da 100 mm e missili da crociera Kalibr, scorta alcune navi commerciali, anche se la marina russa non dispone di un numero sufficiente di unità per estendere questa missione su larga scala. Entrata in servizio nel 2016, la fregata appartiene alla flotta russa del Mar Nero, ma si trovava nel Mar Mediterraneo al momento dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Da allora, poiché la Turchia ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la nave ha la propria base nel Mar Baltico.
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È stata approvata dal Parlamento ungherese la cosiddetta “norma anti-Orbán”, la revisione costituzionale che impedisce a un primo ministro di ricoprire l’incarico per più di due mandati. La misura era stata fortemente sostenuta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader di Tisza e attuale premier Péter Magyar.
Per il via libera era necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi, facilmente raggiunta grazie ai numeri della coalizione di governo: il testo è passato con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati i deputati di Fidesz, il partito guidato da Viktor Orbán. Ora manca soltanto la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex premier. Magyar ne ha già chiesto le dimissioni, senza successo, ma non si prevedono ostacoli all’entrata in vigore della riforma.
La norma viene definita “anti-Orbán” perché introduce il limite di due mandati complessivi per il capo del governo, anche non consecutivi, calcolati a partire dal 2 maggio 1990. Una disposizione che comprende quindi tutti e tre i mandati svolti da Orbán, alla guida del Paese dal 1998 al 2002 e successivamente dal 2010 al 2016.
“Nessuno — ha affermato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito”. Si tratta di una misura senza precedenti in Europa per la figura del primo ministro, mentre limiti analoghi esistono per altre cariche, come la presidenza francese. La riforma ha suscitato forti polemiche: Fidesz la considera una “riforma illegale” perché “retroattiva”.
Una contestazione respinta da Márton Melléthei-Barna, parlamentare di Tisza e coautore della modifica costituzionale: “la riforma — ha dichiarato — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati”. Non tutti gli esperti di diritto costituzionale, tuttavia, ritengono inattaccabile l’impianto giuridico della misura.
La riforma riguarda anche lo stesso Magyar, che potrà restare alla guida del governo al massimo fino al 2034. “L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dal popolo è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni”.
La revisione costituzionale interviene inoltre su due pilastri del cosiddetto sistema Orbán. In primo luogo prevede l’abolizione delle “fondazioni di interesse pubblico”, organismi spesso guidati da figure vicine a Fidesz, finanziati con risorse statali e considerati da molti osservatori centri di potere sottratti al controllo pubblico. Il provvedimento impone anche il ritorno allo Stato dei beni detenuti da tali strutture.
Tra le organizzazioni coinvolte figura il Matthias Corvinum Collegium, considerato uno dei principali laboratori culturali dell’orbánismo, punto di riferimento per la destra radicale europea e per l’universo Maga statunitense nel continente.La riforma apre infine la strada alla soppressione dell’“Ufficio per la protezione della sovranità”, istituito durante i governi Orbán e accusato dai critici di essere stato utilizzato per colpire Ong e realtà considerate ostili al potere.
Resta invece il principio della “protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana”, introdotto nella Legge fondamentale nel 2023, che diventa però una responsabilità attribuita a tutti gli organi dello Stato, eliminando il riferimento a un “organo indipendente”. Secondo Magyar, in questo modo “mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia”.
Parallelamente, il Parlamento ha approvato anche un pacchetto di riforme richieste dall’Unione europea per favorire lo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Le misure riguardano la trasparenza patrimoniale, il rafforzamento dell’autorità anticorruzione, le regole sugli appalti pubblici, la gestione dei beni di interesse collettivo e il contrasto alle frodi legate ai finanziamenti europei.
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Bene Pakistan e Qatar all’interno del memorandum tra Usa e Iran, ma non ci si dimentichi della denuclearizzazione del Medio Oriente. Lo dice a Formiche.net Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation mentre si svolge il G7 a Evian.
Il memorandum fra Iran e Usa è un punto di arrivo o un punto di partenza?
È un punto di arrivo perché dovrebbe risolvere la crisi dello Stretto, far scendere i prezzi di petrolio e gas che stanno colpendo seriamente tutti i Paesi sviluppati, inclusi gli Stati Uniti. È un punto di partenza perché è chiaro che ricostruire una sicurezza più stabile nel Golfo richiede dei negoziati che non si possono ridurre a una sessantina di giorni, soprattutto sul nucleare e sulle questioni missilistiche. Ciò richiede naturalmente di affrontare per tempo un problema come la denuclearizzazione del Vicino Oriente. È una proposta egiziana da molto tempo, ma è una proposta sensata prima che succeda quello che potrebbe non essere evitabile, cioè una proliferazione nucleare. Quindi è una questione chiaramente politica non è soltanto unilaterale ma è multilaterale. Però è una cosa che adesso è arrivata a maturazione visto che siamo arrivati a cinque guerre del Golfo dal 1980 a oggi. Mi sembra che ci siano gli elementi per affrontare questo problema in modo serio e non ideologico.
In questo senso il contributo del G7 quale può essere?
Il G7 è un foro di discussione e concertazione tra i sette Paesi più industrializzati e forse bisognerebbe anche includere in queste discussioni il G20, dove per esempio ci sono Arabia Saudita Spagna come ospiti permanenti. Perché dico questo, perché chiaramente tali centri di discussione non prendono delle decisioni operative però servono a preparare un consenso tra i diversi Paesi che come abbiamo visto non è facile da raggiungere. Si tratta di un consenso che è stato messo a dura prova in questi mesi quindi può dare un contributo positivo soprattutto se questi sette Paesi troveranno una linea comune su una serie di compromessi.
Invece il ruolo di Qatar e Pakistan come si legherà quando le armi si fermeranno per davvero?
È un fronte molto interessante perché il Pakistan e il Qatar hanno una serie di interessi comuni, ma aggiungerei un altro attore molto importante da includere come l’Oman, un attore che è molto poco visibile ma ha una grande funzione di prevenzione delle crisi nell’area, soprattutto con l’Iran. Come è noto, il Pakistan è il Paese della bomba islamica e come sappiamo il Qatar ha una linea politica molto chiara legata all’islamismo politico dei Fratelli mussulmani. Allora che ci siano questi due Paesi che abbiano mediato o aiutato a trovare un punto d’incontro tra Iran e Stati Uniti significa che anche lì bisogna rivedere gli schemi che hanno segnato la collaborazione interna ed esterna del Vicino Oriente del Golfo in modo da capire che a volte alcuni Paesi considerati più problematici sono quelli che poi offrono delle soluzioni.
La proposta giapponese a Roma di creare una riserva comune di terre rare è la risposta anche a un’UE che cerca soluzioni nuove, possibilmente valide, su industria, difesa e geopolitica?
È una soluzione di buon senso, ma quanto sia fattibile nel dettaglio tecnico è un’altra cosa. Perché noi ci dimentichiamo che il problema delle terre rare come dipendenza eccessiva dalla Cina non è un problema di possesso di queste terre, ma di raffinazione di queste terre. Per cui la Cina ha delle capacità che ha pagato anche ecologicamente a caro prezzo, ma che per ora non hanno pari. E comunque si tratta di un passo nella direzione giusta per un mercato più equilibrato e meno soggetto poi a rischi geopolitici.
Il G7 con playlist e cena a Versailles è il tentativo macroniano di allentare la tensione?
Penso che questa sia una possibilità per creare un’atmosfera più positiva. È chiaro che gli interessi possono restare convergenti o divergenti, però un’atmosfera più distesa permette anche umanamente poi di trovare degli accomodamenti che sono meno spigolosi. Penso che questo sia un onesto tentativo di fare in modo che ci sia una concordia di partenza in tempi molto più difficili.
Il G7 di Evian riporta la guerra in Ucraina al centro dell’agenda, dopo settimane in cui la crisi iraniana l’aveva relegata sullo sfondo. Con i raid russi che non si fermano e un Trump pronto a “occuparsi” del dossier, resta aperta la domanda decisiva: c’è davvero spazio per una pace, e a quali condizioni? Formiche.net lo ha chiesto a John Edward Herbst, ex-ambasciatore Usa a Kyiv.
Con il conflitto nel Golfo che sembra avviarsi verso la fine, l’Ucraina potrebbe tornare al centro del dibattito politico internazionale, almeno in Occidente? Anche Trump si è espresso in questo senso. Ma quelle del presidente sono solo parole o c’è altro?
Penso che Trump faccia sul serio quando afferma di voler raggiungere una pace per la guerra russa all’Ucraina. E credo che vi abbia dedicato molto tempo. Ma penso anche che finora non abbia compiuto i passi più importanti per arrivare a quella pace.
Quali sarebbero?
Il passo più importante è senza dubbio fare pressione sull’aggressore, sulla parte che si rifiuta di fare la pace. E se si ripercorrono gli sforzi di pace a partire dal marzo dello scorso anno, Zelensky ha già detto sì a cinque o sei proposte di pace avanzate da Trump. Putin, invece, ha detto no a ognuna di esse. Ed è vero che Trump ha finalmente esercitato una pressione seria su Putin lo scorso ottobre, quando ha sanzionato Rosneft e Lukoil. Ma da allora non ha fatto granché. Anzi, come tutti sappiamo, ha allentato le sanzioni sul petrolio russo in risposta alla crisi creata dalla guerra con l’Iran. E ricordiamoci che Putin non ha alcun desiderio di fare la pace. Farà la pace soltanto se si renderà conto di non poter vincere la guerra e che la pressione è troppo forte. Quindi Trump deve agire su questa consapevolezza. E finora non l’ha ancora fatto in modo davvero incisivo. Fatta eccezione per le sanzioni che ho già menzionato.
A questo proposito, le notizie dalla Francia parlano di un accordo dei leader su ulteriori sanzioni nel settore energetico a Mosca.
Molto bene. Anche perché abbiamo già visto che ci possono essere discussioni serie tra Trump e i leader europei. C’è stato quel vertice notevole alla Casa Bianca subito dopo il vertice di Anchorage con Putin, lo scorso agosto. E quello ha portato ad alcuni passi concreti che alla fine hanno condotto alle sanzioni contro Lukoil e Rosneft. Ma dobbiamo rivedere qualcosa del genere. Quindi spero che questo porti a quel risultato. E non lo escludo affatto perché, di nuovo, penso che Trump voglia davvero porre fine a questa guerra. Ma dobbiamo aspettare e vedere.
Poche ore prima dell’apertura del vertice del G7, la Russia ha lanciato l’ennesima ondata di attacchi, che ha colpito sia la capitale Kyiv sia Kharkiv, un’altra grande città. E abbiamo visto le immagini della chiesa ortodossa di Kyiv in fiamme. Possiamo leggere in questo attacco una sorta di segnale politico, oppure è stato solo un episodio come tanti altri in precedenza?
Non vedo nulla di nuovo. I russi bombardano i civili ucraini e le infrastrutture civili sin dalla riuscita controffensiva ucraina del 2022. Quindi è diventato qualcosa di normale. E naturalmente è la normalità dei crimini di guerra, perché di crimini di guerra stiamo parlando. Putin in qualche modo pensa che questo dirà al popolo ucraino che deve arrendersi alla sua aggressione, quando in realtà non fa che renderlo più arrabbiato. Sa, gli attacchi ucraini all’interno della Russia, che sono diventati molto più potenti, sono tutti rivolti a obiettivi militari legittimi, che si tratti di impianti di produzione o di esportazione di petrolio, di fabbriche di munizioni o di stabilimenti di droni. Cioè, non stanno bombardando deliberatamente la popolazione, non si sente parlare di centinaia di civili russi che muoiono a causa degli attacchi ucraini. Si sente invece parlare di azioni efficaci che indeboliscono l’esercito e l’economia di Mosca.
Anche se la guerra non è ancora finita, l’Unione europea ha avviato i negoziati formali per l’adesione con Kyiv (oltre che con Chisinau). Possiamo vederlo come una dimostrazione di volontà da parte dei Paesi europei di assumere un ruolo più rilevante, oppure è soltanto l’inizio di un processo molto lungo che non porterà a nulla di concreto prima della fine della guerra?
Penso che gli europei abbiano reagito bene ai cambiamenti nella diplomazia della guerra. Quello che intendo è che Trump ha posto fine al sostegno economico americano all’Ucraina, il che a mio avviso è stato un errore, ma gli europei hanno intensificato il loro sostegno economico in risposta a ciò. Gli europei hanno anche compiuto quel passo positivo riguardo ai 90 miliardi di asset russi congelati, come modo per fornire sostegno economico all’Ucraina. Ora devono dimostrare la forza di intervenire sui restanti 210 miliardi di asset russi ancora sotto il loro controllo e di farli arrivare in qualche modo all’Ucraina. Inoltre, abbiamo visto una disponibilità molto più forte ad aumentare la spesa per la difesa in Europa, il che è positivo. E a questo si aggiunge una maggiore cooperazione nel campo della difesa tra l’Ucraina e l’Europa, anch’essa una cosa positiva. I fattori positivi sono dunque molteplici. E penso che rendano sempre più improbabile che Putin possa mai vincere questa guerra.
Il presidente Trump ha affermato che l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea rappresenterebbe per l’Ucraina una grandissima, forse la migliore garanzia di sicurezza che possa avere. E le altre garanzie di sicurezza, quelle “Nato-like” di cui si è discusso in passato? L’adesione all’Ue può davvero sostituirle?
Per quanto ne so ci sono stati negoziati seri tra Stati Uniti e Ucraina sulle garanzie di sicurezza. E persino Zelensky riteneva che le garanzie offerte dagli Stati Uniti fossero buone garanzie, voleva solo che durassero più a lungo. Non credo che quelle garanzie siano già state escluse dalle ipotesi sul tavolo. E penso che sarebbe un errore se lo fossero. Anche perché non credo che l’adesione all’Ue sia la migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina, neanche lontanamente. Ma penso che sia assolutamente nell’interesse dell’Europa, e assolutamente nell’interesse dell’America, che l’Ucraina resti un Paese libero, indipendente e sovrano. E in realtà la Nato sarebbe molto più forte se l’Ucraina ne facesse parte. Cosa che non accadrà finché il presidente Trump rimarrà alla Casa Bianca. Ha l’idea, per me sbagliata, che l’Ucraina non debba entrare nella Nato. Ma questo non significa che l’Ucraina non vi entrerà mai.
L’Fbi avrebbe sventato degli “attacchi pianificati” diretti contro la Casa Bianca, durante l’evento di arti marziali tenutosi lo scorso fine settimana in occasione del compleanno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha dichiarato il direttore del Bureau, Kash Patel. La natura della potenziale minaccia non è al momento stata resa nota; l’Fbi ha effettuato cinque arresti in diversi stati, tra cui Ohio, Missouri e California.
L’agenzia federale sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno “e grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto diversi stati, diverse persone sono ora in custodia e i presunti attacchi pianificati sono stati sventati sul nascere”, ha scritto Patel sul suo profilo di X.
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Non solo l’Iran. Nel G7 francese di Évian, sulle rive del Lago di Ginevra, l’altro dossier al centro dell’attenzione è l’Ucraina e la guerra che da quattro anni sconvolge il Paese dopo l’aggressione da parte della Russia di Vladimir Putin. La riunione dei “sette grandi” della Terra ha coinvolto infatti anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, invitato a partecipare al vertice francese. Proprio Zelensky ha avuto questa mattina un importante incontro trilaterale assieme al padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron, e il suo omologo statunitense Donald Trump, un faccia a faccia atteso da quasi quattro mesi.
Quest’ultimo, fresco di accordo con l’Iran per mettere fine al conflitto nel Golfo Persico, il tempo saprà dire se reggerà o meno di fronte ad un alleato come Israele che ha chiaramente fatto capire di non aver intenzione di fermare la sua offensiva militare in Libano, parte dell’intesa siglata tra Washington e Teheran, vuole ora ottenere una nuova intesa anche sull’altro fronte.
“La Russia dovrebbe raggiungere un accordo, ha perso un numero incredibile di persone e idem l’Ucraina. L’ultimo mese hanno perso tra i due 35mila soldati, è una follia che succede laggiù”, ha detto Trump rivelando inoltre di aver parlato domenica con Vladimir Putin, per poi sottolineare che per un accordo di cessate il fuoco farà “tutto ciò che è in mio potere”. Una delle opzioni, secondo quanto fatto trapelare da fonti francesi, è che la Casa Bianca ripristini le sanzioni sul petrolio russo dopo aver sbloccato la situazione nello Stretto di Hormuz, dove il blocco iraniano aveva spinto l’amministrazione Trump a eliminare in fretta e furia le sanzioni contro il petrolio di Mosca a seguito dello scoppiare della crisi sui mercati energetici.
E sempre da Évian Zelensky ha rimarcato come “i leader del G7 concordano sul fatto che la Russia non stia vincendo”. Parlando al Next Summit alla domanda su come è andato il suo incontro con Donald Trump, Zelensky ha sorriso e ha risposto di avergli “raccontato tutto”. Per il presidente ucraino i leader del G7 hanno dato vita ad un vertice “molto positivo” con un’ampia discussione su come spingere la Russia a negoziare. Zelensky ha detto anche che i leader del G7 concordano all’unanimità sul fatto che “la Russia non sta vincendo ed ha anzi molte vittime, e deve raggiungere un accordo il più rapidamente possibile”. Zelensky ha aggiunto che un numero crescente di russi comprende che il loro Paese non sta vincendo e che la guerra dovrebbe finire: “Meglio tardi che mai”.
It is always important to coordinate positions.
____Завжди важливо координувати позиції.
🇺🇦🇺🇸 pic.twitter.com/pkaU9WTx8e
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) June 16, 2026
Da Mosca la reazione ufficiale è arrivata per bocca di Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Il fedelissimo di Vladimir Putin ha spiegato che il leader russo non ha ricevuto un invito al vertice del G7 a Évian e che “non canali ufficiali tra Mosca e Kiev”, rispondendo a una domanda a una domanda sull’eventualità che Putin avesse ricevuto un invito tramite canali ufficiali e sulle indiscrezioni riguardanti la disponibilità di Zelensky per incontrare Putin a margine del vertice francese.
L’accesso alle materie prime strategiche si sta imponendo come uno dei dossier più rilevanti del G7 francese. Un segnale è arrivato dal colloquio tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro canadese, Mark Carney, che hanno discusso a latere del vertice di Evian di un possibile accordo quadro su difesa, energia, infrastrutture, spazio e proprio minerali critici. Sul tavolo anche la decisione di Ottawa di garantire all’Italia un accesso prioritario alle proprie scorte, una scelta che Palazzo Chigi ha presentato come un contributo alla sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Ottawa dispone di importanti giacimenti di litio, nichel, cobalto e terre rare e si propone come uno dei principali fornitori affidabili per i partner occidentali. L’offerta di accesso prioritario avanzata nei confronti dell’Italia si inserisce in questa strategia più ampia, che punta a trasformare il Paese nordamericano in uno dei pilastri delle future catene di approvvigionamento del G7.
La questione va oltre la dimensione bilaterale. Da mesi, infatti, i Paesi del Gruppo dei Sette stanno cercando di definire una risposta comune alla dipendenza dalle forniture di terre rare e altri materiali essenziali per l’industria avanzata. Litio, nichel, cobalto, grafite, antimonio e terre rare sono componenti indispensabili per batterie, semiconduttori, tecnologie digitali e sistemi di difesa. La loro disponibilità è diventata una questione che coinvolge al tempo stesso politica industriale, competitività, sicurezza economica e nazionale.
La preoccupazione condivisa riguarda soprattutto il ruolo di Pechino. La Cina mantiene una posizione dominante nella raffinazione e nella lavorazione di numerosi minerali strategici e negli ultimi anni ha dimostrato di essere disposta a utilizzare restrizioni all’export come strumento di pressione economica. Per le economie avanzate, la vulnerabilità non riguarda soltanto l’accesso alle risorse, ma anche la capacità di trasformarle lungo l’intera filiera industriale.
Da qui la crescente centralità del tema nel dibattito tra gli alleati. A Evian emergono diverse proposte, sintomo di priorità e punti di vista differenti tra i membri del Gruppo, accomunate però dall’obiettivo di ridurre il rischio di future interruzioni delle forniture. La Francia, padrona di casa, promuove per esempio l’idea di una partnership G7 sui minerali critici, con investimenti condivisi, infrastrutture di lavorazione e programmi di ricerca dedicati a fonti alternative in Africa, America Latina e Australia. Germania e Regno Unito hanno espresso sostegno all’iniziativa, chiedendo però obiettivi più concreti e misurabili.
Gli Stati Uniti stanno seguendo una strada in parte diversa. L’amministrazione Trump ha rilanciato il progetto di un sistema occidentale per sostenere la produzione di minerali critici attraverso incentivi economici, accordi commerciali e meccanismi destinati a rendere più sostenibili gli investimenti in un settore spesso penalizzato dai bassi prezzi internazionali. La discussione su come strutturare questi strumenti resta aperta e ha prodotto sensibilità differenti tra governi e operatori industriali, nonché tra Usa ed europei. Tuttavia, il punto di partenza è condiviso: costruire capacità produttive alternative a quelle controllate dalla Cina.
In questo quadro si inserisce la proposta avanzata dal Giappone dalla premier Sanae Takaichi. Arrivata al suo primo G7 da capo del governo, Takaichi ha suggerito la creazione di un sistema coordinato di stockpile di minerali critici tra i Paesi del gruppo e altri partner affini. L’idea prevede riserve equivalenti ad almeno novanta giorni di consumi e un meccanismo di rilascio coordinato in caso di emergenze o interruzioni delle forniture.
La proposta giapponese introduce una prospettiva complementare rispetto al dibattito sulla produzione. Mentre Washington guarda soprattutto a come incentivare nuovi investimenti e l’Europa discute di partenariati industriali, Tokyo concentra l’attenzione sulla gestione delle crisi. D’altronde, l’esperienza del 2010, quando una disputa con la Cina provocò una grave interruzione delle forniture di terre rare verso il Giappone, continua a influenzare la visione strategica del Paese.
Per l’Italia, il tema non è arrivato all’improvviso sul tavolo del summit. Prima dell’appuntamento di Evian, Takaichi aveva discusso proprio con Meloni della necessità di rafforzare la cooperazione internazionale sui minerali critici. Il successivo colloquio con Carney ha aggiunto un ulteriore tassello, collegando il dibattito sulla sicurezza delle riserve a quello sull’accesso diretto alle risorse. Ancora prima, a febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani era stato a Washington per partecipare al Critical Mineral Summit, in cui la sicurezza della filiera dei minerali critici era concretamente emersa al centro delle nuove relazioni transatlantiche – e dei like-minded come il Giappone, o la Corea del Sud, con cui a sua volta il governo Meloni ha avviato un dialogo sul tema, rinvigorito anche la scorsa settimana durante la visita in Italia del presidente Lee Jae Myung.
Resta da capire quale forma assumeranno gli impegni che usciranno dal vertice. Le discussioni in corso mostrano approcci differenti sugli strumenti da adottare e sul grado di coordinamento necessario. Ma il dato politico che emerge da Evian è già visibile: i minerali critici stanno assumendo per le democrazie industrializzate una rilevanza paragonabile a quella che per decenni hanno avuto energia e petrolio. Il confronto non riguarda più soltanto l’accesso alle risorse, ma la capacità delle economie occidentali di proteggere le proprie filiere strategiche in un contesto internazionale sempre più competitivo.




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Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani aprirà oggi a Bari, presso la Fiera del Levante, la seconda tappa di “Obiettivo Export”, il percorso di avvicinamento alla Conferenza Nazionale dell’Export in programma a Milano a dicembre. L’iniziativa è dedicata alle imprese del Mezzogiorno, che nel 2025 hanno esportato beni per 48,2 miliardi di euro, pari al 7,5% dell’export nazionale.
Alla Conferenza parteciperanno oltre 500 rappresentanti del mondo imprenditoriale e saranno organizzati oltre 500 incontri tra aziende e Sistema Italia. Saranno presenti 10 responsabili degli Uffici commerciali delle Ambasciate italiane, 6 Direttori degli Uffici ICE e 28 esperti di ICE, SACE, SIMEST e CDP, con l’obiettivo di favorire nuove opportunità di export e internazionalizzazione per le imprese del territorio. I lavori saranno dedicati agli strumenti di sostegno all’export, al contributo delle regioni meridionali alla crescita internazionale del Paese e al ruolo di startup, PMI innovative e grandi imprese nello sviluppo delle filiere tecnologiche. I laboratori della crescita saranno dedicati alle aziende culturali e all’innovazione.
Nel corso della giornata il Ministro inaugurerà inoltre il nuovo ufficio SIMEST di Bari. Negli ultimi tre anni SIMEST ha deliberato 1.208 operazioni a favore delle imprese del Mezzogiorno per un valore complessivo di 333 milioni di euro attraverso il Fondo 394/81. Nello stesso periodo sono state approvate anche 20 operazioni di investimento partecipativo nel Mezzogiorno per un valore complessivo di 35,8 milioni di euro.
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TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – Teheran invierà il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, alla cerimonia di firma dell’accordo temporaneo con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra. Lo ha riferito oggi l’agenzia di stampa Tasnim citando il vice ministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi. “Ghalibaf parteciperà alla firma come capo negoziatore iraniano”, ha dichiarato Takht-Ravanchi. Sul fronte americano, a rappresentare Washington sarà il vicepresidente JD Vance, come confermato ieri dal presidente Donald Trump. La firma ufficiale si terrà in Svizzera, a Lucerna.
Araghchi ha aggiunto che venerdì prenderà il via una nuova tornata di negoziati tra Iran e Stati Uniti per arrivare a un accordo definitivo. “L’annuncio della fine della guerra è uno dei punti più importanti della prima fase”, ha sottolineato, precisando che il dossier nucleare sarà affrontato solo nella fase finale delle trattative. Trump ha confermato che Teheran ha accettato di non possedere mai armi nucleari. Le due parti si preparano ora a lanciare negoziati tecnici per definire meccanismi di attuazione e verifica dell’intesa.
Gli Stati Uniti e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) sosterranno attivamente l’Iran nella distruzione delle sue scorte di uranio arricchito” A confermarlo è il vicepresidente statunitense, JD Vance, ai microfoni di NBC News.
Sarebbe questo uno dei pilastri centrali del nuovo Memorandum d’intesa siglato tra Washington e Teheran. L’amministrazione americana si dice fiduciosa sul fatto che il governo israeliano finirà per aderire all’intesa attualmente in fase di negoziazione.
Secondo Vance, “l’accordo non solo renderà Israele più sicuro, ma aprirà la strada a una nuova era di pace e prosperità per l’intero Medio Oriente”.
Intanto in attesa della firma di venerdì a Ginevra secondo Vance “I contenuti completi del patto tra Washington e Teheran potrebbero essere svelati in anticipo. Il presidente Donald Trump sta infatti valutando l’ipotesi di rendere pubblico il testo prima di venerdì”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha annunciato che il via ufficiale all’intesa tra Stati Uniti e Iran è previsto per venerdì prossimo in Svizzera. “Da venerdì dovrebbe partire un nuovo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti per arrivare a un accordo finale”, ha dichiarato Araqchi durante un incontro con diplomatici stranieri trasmesso dalla televisione di Stato. Secondo il capo della diplomazia iraniana, “la dichiarazione di fine della guerra rappresenta la questione più importante della prima fase”. Araqchi ha aggiunto che il dossier nucleare sarà affrontato solo nell’ultima fase delle trattative. Il ministro ha sottolineato che “qualsiasi attacco israeliano contro il Libano o occupazione di territori libanesi” verrà considerato una violazione dell’intesa con Washington. Ha quindi precisato che, dal punto di vista di Teheran, le parti dell’accordo sono Stati Uniti e Israele da una parte, e Iran e Hezbollah dall’altra. “Questa potrebbe essere la questione più rilevante della memoria d’intesa: l’annuncio di una fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”, ha affermato Araqchi.
L’Iran ha annunciato oggi che gli Stati Uniti hanno revocato il blocco navale imposto da due mesi sui suoi porti, alla vigilia della firma di un accordo tra i due Paesi per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Lo ha riportato la Tv al Arabiya. Il vice ministro degli Esteri iraniano Majid Takht Ravanchi ha dichiarato, citato dal sito del governo, che “il sollevamento del blocco era una nostra richiesta prioritaria fin dall’inizio. È iniziato ora e il blocco è stato rimosso prima della firma ufficiale” dell’accordo, previsto per venerdì in Svizzera. Secondo media ufficiali iraniani, diverse navi iraniane – tra cui almeno tre petroliere e due cargo – hanno attraversato lunedì sera la zona di interdizione navale imposta dagli Stati Uniti nel Golfo di Oman, senza incidenti. L’annuncio arriva dopo settimane di negoziati che hanno portato a un accordo quadro tra Washington e Teheran per chiudere il conflitto. Uno dei nodi principali era la riapertura dello Stretto di Hormuz: l’Iran ha accettato di consentirne la piena riapertura dopo la firma, mentre il presidente americano Donald Trump ha ordinato la rimozione immediata del blocco navale sui porti iraniani.
In un contesto separato, il servizio di tracciamento Tanker Trackers ha riferito su X che una superpetroliera carica di circa due milioni di barili di greggio iraniano ha superato la linea del blocco navale americano, mentre altre navi si stavano avvicinando alla zona o avevano lasciato i porti iraniani.
Tre navi cisterna cariche di petrolio e due mercantili con merci iraniane hanno violato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti sull’Iran senza subire alcun tipo di interferenza. Lo riferisce la tv di Stato iraniana Press Tv, secondo cui è di fatto iniziato il superamento del blocco marittimo americano. L’agenzia di stampa ufficiale Fars conferma che diverse navi iraniane hanno attraversato “pochi minuti fa” la linea del blocco navale statunitense senza incontrare problemi. Tra i casi segnalati, una petroliera partita dalle acque internazionali diretta verso i porti iraniani ha oltrepassato la zona del blocco. Un’altra nave cisterna, partita dal Mare di Oman con carico di petrolio iraniano, ha varcato la linea di interdizione dirigendosi verso la propria destinazione di esportazione. È stata inoltre avvistata una nave carica di mangimi diretta in Iran dopo aver superato la zona controllata dalla marina americana. Al momento non ci sono reazioni ufficiali da parte di Washington.
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I servizi di intelligence israeliani monitoravano da anni le telecamere stradali della capitale e le comunicazioni cifrate dei vertici del regime iraniano, ben prima che i jet, il 28 febbraio scorso, lanciassero i missili che hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, nella sua residenza di Teheran. Quell’oceano di dati non veniva più filtrato da analisti umani seduti davanti a schermi: veniva elaborato da macchine. Era il prologo di una guerra diversa da tutte le precedenti. Nei quattro giorni successivi, Stati Uniti e Israele hanno colpito oltre duemila bersagli in Iran. Per fare un confronto: la coalizione contro l’Isis aveva impiegato sei mesi per raggiungere lo stesso numero di attacchi in Iraq e Siria. Quella cadenza non è il prodotto di più aerei o più bombe. È il prodotto di un’architettura decisionale che ha cambiato natura.
Per decenni, pianificare un’operazione militare somigliava a un cantiere di grandi dimensioni. Funzionari dell’intelligence, comandanti operativi, esperti di armamenti e di logistica si riunivano per settimane. Il risultato era un raccoglitore di documenti cartacei, approvato a cascata lungo la catena di comando. Se l’intelligence spostava un bersaglio a maggiore distanza, bisognava ricominciare: tipo di aeromobile, armamento, rifornimento, tempi di volo, equipaggio – tutto andava ricalcolato a mano, in sequenza. Il ciclo che va dall’identificazione di un bersaglio all’attacco, ciò che i militari chiamano kill chain, si misurava in ore, spesso in giorni.
Oggi quell’aggiornamento avviene in parallelo, in automatico, in tempo reale. Ogni modifica si propaga istantaneamente attraverso l’intera catena. Quello che una volta richiedeva duemila persone, nelle esercitazioni più recenti dell’esercito americano ne ha richieste venti. Non è cambiata la potenza di fuoco. È cambiata la capacità di elaborazione.
Al centro di questa trasformazione c’è una piattaforma sviluppata dalla società di analisi dei dati Palantir per il Pentagono, che aggrega in tempo reale immagini satellitari, feed video da droni, intercettazioni e dati di sensori. Gli algoritmi marcano le anomalie, collegano gli indizi, rendono visibili i bersagli potenziali prima che un analista umano abbia aperto il primo file. Integrato in questa piattaforma c’è un modello linguistico di nuova generazione, usato per sintetizzare le intercettazioni, correlare le fonti aperte e produrre briefing in tempo reale per i comandanti. Non decide chi colpire, almeno formalmente. Aiuta a capire cosa si sta guardando, dentro un flusso che nessun essere umano potrebbe processare da solo. In condizioni normali, gli analisti militari riescono a esaminare al massimo il quattro per cento del materiale raccolto dai sistemi di sorveglianza. Il resto sparisce nell’abbondanza. La guerra in Iran ha mostrato cosa succede quando quel collo di bottiglia salta.
Il primo giorno di guerra, missili – statunitensi, secondo le analisi successive – hanno colpito la scuola primaria femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran. Centodieci bambine uccise, insieme a decine di altre vittime. È l’episodio che ha trasformato un dibattito tecnico sull’intelligenza artificiale militare in una questione che non si riesce più a rimandare. Le immagini satellitari storiche mostrano che la scuola si trovava un tempo all’interno di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione. Da almeno nove anni era separata da un muro perimetrale. Murales colorati sulle pareti esterne, un piccolo campo da gioco: una scuola, senza ambiguità alcuna.
Non è la prima volta che un sistema di targeting assistito dall’intelligenza artificiale solleva questo tipo di domande. Il sistema israeliano Lavender, impiegato a Gaza, suggeriva bersagli umani portando i militari a prendere decisioni di vita o morte in pochi secondi, con un ritmo di approvazione che rendeva il controllo umano poco più che una formalità. La scuola di Minab appartiene a una genealogia già scritta. I risultati preliminari dell’indagine statunitense attribuiscono l’errore a cause umane piuttosto che a un malfunzionamento del sistema automatizzato. Mala distinzione è meno netta di quanto sembri.
Una decisione presa in pochi secondi, su raccomandazione di un sistema che ha selezionato e presentato i dati, è ancora pienamente una decisione umana? O è qualcosa di intermedio, una ratifica, più che una scelta?
C’è un meccanismo che i ricercatori chiamano automation bias: quando una macchina suggerisce decine di bersagli all’ora, la sua raccomandazione diventa l’autorità di riferimento. La capacità di contestare sistematicamente ogni indicazione è strutturalmente limitata – non per pigrizia, ma per come funziona la mente umana sotto pressione. A questo si aggiunge un secondo effetto: la velocità della decisione automatizzata crea un’urgenza di agire che comprime lo spazio per la riflessione. E la riflessione – lenta, scomoda, spesso controintuitiva – è esattamente ciò che il diritto internazionale richiede prima di ogni attacco.
C’è dunque una contraddizione al cuore del progetto di guerra Al-first. La velocità è presentata come il vantaggio decisivo: chi elabora più rapidamente le informazioni anticipa le mosse dell’avversario, reagisce prima che la finestra si chiuda. Ma la velocità è anche esattamente ciò che riduce la possibilità di verifica. E la verifica è l’unico argine – etico, giuridico, operativo – tra un sistema di targeting e un errore che non si può correggere.
La posizione ufficiale statunitense è che gli esseri umani prenderanno sempre la decisione finale su cosa colpire e quando. Ma il significato reale di quella frase dipende interamente da quanto tempo un operatore abbia effettivamente a disposizione per valutare una raccomandazione generata da un sistema che lavora a velocità incommensurabile con quella del ragionamento umano. Approvare non è lo stesso che decidere.
Mentre l’Iran diventa il primo teatro di guerra ad alta intensità dove l’intelligenza artificiale è centrale, un altro fronte contribuisce a costruire l’infrastruttura di quella trasformazione. A metà marzo l’Ucraina ha annunciato che aprirà agli alleati l’accesso ai propri dati di combattimento per addestrare modelli destinati ai droni: milioni di immagini raccolte durante decine di migliaia di missioni reali. Un archivio senza precedenti di comportamenti in ambiente di guerra autentico – non simulato, non ricostruito. I dati di addestramento sono il collo di bottiglia che limita le capacità dei sistemi autonomi. Modelli addestrati su scenari simulati non catturano la complessità del combattimento reale: la polvere, il fumo, i veicoli civili mescolati a quelli militari, le situazioni che non compaiono nei manuali. I dati ucraini – continuamente aggiornati, prodotti in condizioni operative vere – colmano esattamente quella lacuna. I sistemi addestrati su di essi saranno più precisi, più veloci, più autonomi.
L’Ucraina ha già mostrato dove porta quella traiettoria. Nell’estate del 2025, droni ucraini hanno colpito basi aeree russe dopo che i segnali di navigazione e le comunicazioni erano stati neutralizzati dai sistemi di disturbo nemici. I droni hanno continuato la missione da soli, guidati da algoritmi addestrati a riconoscere i bersagli senza ausilio esterno. Era la più lunga operazione di attacco a lungo raggio del conflitto. Ed era anche una dimostrazione di cosa significhi affidare a una macchina una decisione letale in assenza di qualsiasi connessione con un operatore umano.
La domanda che la guerra in Iran ha reso urgente non è se l’intelligenza artificiale trasformerà la guerra. Lo sta già facendo, in modo che appare irreversibile. La domanda è un’altra: la competizione globale sui sistemi militari AI non riguarda più soltanto chi ha la tecnologia migliore.
Riguarda chi è disposto più in fretta ad abbandonare i propri vincoli. Da quella corsa può nascere una dinamica perversa, in cui ciascun attore abbassa le proprie soglie perché teme – o presume – che l’avversario lo abbia già fatto.
La scuola di Minab, con le sue bambine innocenti, non è la fine di quella storia. E soltanto un capitolo intermedio.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.
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La pace tra Iran e Stati Uniti può riaprire lo Stretto di Hormuz, ma non fermerà la guerra di Israele in Libano. Dopo 108 giorni dall’inizio del conflitto, Donald Trump ha ottenuto da Teheran un cessate il fuoco e il ritorno alla navigazione nello Stretto, cioè le due condizioni che esistevano già prima dell’intervento militare americano e israeliano del 28 febbraio. Il memorandum tra Iran e Stati Uniti, mediato dal Pakistan, sarà firmato venerdì 19 giugno a Ginevra e dovrà chiarire due questioni decisive. La prima riguarda chi è come gestirà lo Stretto di Hormuz. Trump ha parlato di una riapertura senza pedaggi; fonti iraniane sostengono invece che Teheran non consegnerà la gestione del passaggio a una forza internazionale, né a un meccanismo congiunto con Washington. La seconda riguarda l’uranio arricchito, il casus belli dell’escalation americana. Il memorandum apre sessanta giorni di negoziati, ma non stabilisce ancora che cosa accadrà allo stock iraniano, né quali verifiche saranno imposte.
La parte più fragile dell’intesa è però un’altra: l’accordo è stato presentato come una cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, che confina a sud con Israele e a est e nord con la Siria. Ma il fronte libanese non può essere chiuso soltanto da Washington e Teheran e l’intesa non obbliga Israele a fermare le operazioni militari contro Hezbollah, il partito-milizia libanese sostenuto dall’Iran. Lo ha fatto capire con la solita brutalità diplomatica il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit e partner indispensabile della coalizione di governo Netanyahu. «L’accordo di Trump non ci vincola. Non tutela la nostra sicurezza. Non siamo parte di questo accordo». La stessa linea è stata ripresa, con parole diverse, anche da Israel Katz. Il ministro della Difesa del Likud, ha detto che l’esercito resterà nella Striscia di Gaza, nella Siria sud-occidentale e nella zona di sicurezza in Libano meridionale, cioè dalla Linea Blu, la demarcazione tracciata dall’Onu, fino al fiume Litani, alcune decine di chilometri più a nord. Anche Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del Sionismo religioso, ha definito l’intesa con Teheran «negativa per Israele e per l’intero mondo libero».
Benjamin Netanyahu non può fermarsi in Libano perché il fronte del Nord è ormai una questione di sopravvivenza politica interna. Secondo un sondaggio di Agam Labs della Hebrew University, citato da Reuters, il partito del premier israeliano sta perdendo terreno proprio nelle zone in cui la guerra con Hezbollah ha avuto il costo politico più alto. In quell’area solo il 23 per cento degli elettori voterebbe ancora Likud, contro il 35 per cento ottenuto dal partito nel 2022.
Netanyahu deve arrivare alle elezioni di ottobre con qualche successo militare che possa rassicurare le comunità israeliane dell’Alta Galilea e della Galilea occidentale che si trovano a pochi chilometri dal sud del Libano, abbastanza vicine da essere colpite da razzi a corto raggio, droni e colpi anticarro. Per mesi decine di migliaia di persone hanno lasciato le proprie case, da Kiryat Shmona a Metula, fino al kibbutz Manara sopra la valle di Hula, perché Hezbollah, dall’altra parte della frontiera, aveva postazioni e razzi in grado di tenere sotto pressione quell’area. Una tregua firmata da Stati Uniti e Iran non basta a convincerle a rientrare, se il partito-milizia resta vicino al confine con le sue unità più addestrate, le forze Radwan, considerate da Israele capaci di preparare incursioni oltre frontiera.
La formula della «vittoria totale», ripetuta per mesi dal premier, ha bisogno di un risultato tangibile. Nel Nord di Israele questo significa soprattutto il ritorno degli sfollati e una frontiera che non sembri affidata alla buona volontà di Hezbollah o alla disciplina di Teheran. Gerusalemme ritiene ormai fallito l’assetto di sicurezza che avrebbe dovuto tenere Hezbollah lontano dal confine dopo la guerra del 2006 e dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La presenza di Unifil, la missione delle Nazioni Unite sul terreno non hanno impedito alle milizie libanesi di costruire una rete di infrastrutture integrate nei villaggi sciiti del Sud.
Per questo motivo il governo Netanyahu continuerà a colpire ciò che permette a Hezbollah di combattere vicino al confine: tunnel, depositi di armi, punti di osservazione e strade usate per muovere uomini e mezzi. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto. Bisogna però capire con quale intensità intenda farlo. Per non indispettire Trump, Israele potrebbe diminuire i bombardamenti sulla capitale Beirut, concentrando le operazioni militari nel sud con raid mirati, demolizioni, pattugliamenti e attacchi contro depositi. Il conflitto sarebbe più difficile da definire come guerra aperta, ma resterebbe abbastanza intensa da impedire a Hezbollah di ricostruire ciò che Israele sta chirurgicamente distruggendo.
Secondo il centro studi britannico Chatham House, una presenza israeliana prolungata può comprimere Hezbollah sul piano operativo, ma rischia di restituirgli la narrazione che lo ha reso forte: la promessa di resistere all’occupazione israeliana. Il governo libanese ha pochissimo margine per un intervento. Il governo deve mostrare a Stati Uniti, Europa e paesi arabi di voler rafforzare l’esercito nazionale e ridurre il potere armato di Hezbollah, ma non possono apparire agli occhi dei loro cittadini come esecutori di un disarmo imposto da Gerusalemme mentre le truppe israeliane restano nel Sud. Una pressione troppo esplicita su Hezbollah verrebbe letta da una parte del paese come una collaborazione con il nemico. Restare fermi, però, offrirebbe a Israele l’argomento opposto: finché Beirut non controlla il territorio, l’esercito israeliano ha una ragione per non ritirarsi.
Anche l’Iran ha poco spazio di manovra. Dopo l’intesa con Trump, Teheran ha interesse a evitare un nuovo scontro diretto con gli Stati Uniti e a presentare il memorandum come una vittoria diplomatica. Ma Hezbollah resta il suo alleato più importante nel Levante, il principale strumento di pressione contro Israele a ridosso del confine. Se l’Iran lo spingesse a fermarsi mentre le truppe israeliane restano nel sud del Libano, l’asse costruito negli ultimi vent’anni perderebbe credibilità. Se invece gli lasciasse mano libera, l’accordo con Washington rischierebbe di consumarsi prima ancora di produrre effetti sul nucleare e sulle sanzioni.
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Paul Manafort, appena entrato nello staff di Trump, s’era fatto portare i sondaggi. I sondaggi segreti commissionati dai candidati alla Casa Bianca dicono molte più cose di quelle che gli istituti fanno poi uscire sui giornali. Dopo aver studiato i sondaggi, Manafort aveva telefonato al suo vecchio socio Konstantin Kilimnik, detto “Kostia”. Kilimnik, che era ucraino, aveva aiutato Manafort a far eleggere presidente in Ucraina il putiniano Janukovich (2010). Appuntamento con Manafort al 666 della Quinta strada, Grand Havana Room, un circolo per fumatori di sigaro. Il palazzo era della famiglia Kushner. Era presente anche Rick Gates. Qui Manafort consegnò a Kilimnik i sondaggi relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Erano tre Stati dove i democratici avevano sempre vinto. Il cosiddetto “Muro Blu”. I sondaggi mostravano che, stavolta, il vantaggio della Clinton in questi tre Stati era minimo.
Kilimnik era uomo del Gru, il servizio di spionaggio militare russo. I dati relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, arrivati a Deripaska, furono girati da Deripaska a via Savushkina 55.
Era inutile darsi da fare per Stati come il Texas, sicuramente di Trump, o la California, sicuramente di Hillary. Valeva la pena invece lavorare sugli Stati in bilico, come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Al terzo e quarto piano di via Savushkina 55, a San Pietroburgo, palazzone anonimo, lavoravano per ottocento euro al mese quattrocento giovani. Turni di dodici ore, in modo da coprire per intero i fusi orari americani. I ragazzi erano detti “troll”. Ogni troll doveva pubblicare ogni giorno almeno dieci post originali. Doveva scrivere ogni giorno centoventisei commenti sotto i post di qualcun altro. Doveva gestire tre account Facebook o Twitter contemporaneamente. I supervisori passavano a controllare la qualità dell’inglese e l’uso delle parole chiave. I destinatari di post, commenti e account erano gli utenti americani di Facebook o Twitter. Questi utenti, in vari modi, erano incoraggiati a votare per Trump. Qualche volta direttamente. Qualche altra con finti dialoghi tra finti utenti di Facebook o Twitter. Lo stesso troll interpretava tutte le parti. Faceva dire, per esempio, a un personaggio di sua invenzione: «Hillary Clinton è una criminale». Un altro personaggio di sua invenzione rispondeva: «Sono sempre stato di sinistra, ma dopo quello che ho saputo non posso più votarla. Resterò a casa». Un terzo personaggio inventato entrava in gioco e si metteva a litigare con gli altri due. Il litigio faceva alzare il livello di attenzione del dialogo. La rissa era costruita in modo che la Clinton a un certo punto fosse completamente sputtanata. Riuscire a non mandare a votare un democratico era un risultato molto desiderabile. Per ognuno che restava a casa il piccolo margine di vantaggio di Hillary si riduceva. Questi video personalizzati erano detti “dark post”.
L’ordine era di caricare i dark post al mattino. Di usare connessioni Vpn che facessero credere a quelli che leggevano che si stava digitando da Detroit, o da Milwaukee, o da Pittsburgh. Ogni profilo era corredato da una foto rubata di qualcuno che aveva messo la sua immagine in rete e magari viveva in Spagna o in Egitto.
Quelli che lavoravano su Cambridge Analytica, intanto, spedivano video, guidati dai profili rubati degli ottantasette milioni di americani. Di ognuno di questi ottantasette milioni, Cambridge Analytica aveva preparato un ritratto psicologico. Il pauroso, lo spavaldo, quello che odiava gli immigrati, quello che andava in chiesa, quello che non sapeva che fare, i mariti e le mogli, i depressi e gli entusiasti, i timidi e gli aggressivi, l’intellettuale, e il commerciante, e il contadino, e il medico. A ognuno di questi Cambridge Analytica mandava un video in forma di spot. In questi video in forma di spot, che venivano visti solo dalla vittima prescelta, video costruiti sul profilo della vittima prescelta, si mostrava, per esempio, Trump che difendeva il diritto di possedere armi, mentre su un altro video spedito a un’altra vittima si vedeva invece Trump che diceva l’esatto opposto, la legge e l’ordine e basta con la violenza. Cioè Trump, in questi video personalizzati, poteva sostenere una tesi e il suo contrario. Nessuno infatti avrebbe visto i due video, tranne i due a cui erano stati spediti. Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, per ottantasette milioni di americani e i loro pregiudizi.
Trump disse di Hillary: «Corrotta». Hillary disse di Trump: «Burattino». Trump disse di Hillary: «Arrestatela». Hillary disse di Trump: «Inadatto». Trump disse di Hillary: «Schifosa». Hillary disse di Trump: «Mina vagante». Trump disse di Hillary: «Demonia». Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, in televisione e ovunque.
Il 7 ottobre, intorno alle quattro del pomeriggio, il “Washington Post” pubblica un video in cui si vede Trump scendere da un autobus in compagnia di Billy Bush. Trump dice a Billy Bush: «I don’t even wait. And when you’re a star they let you do it. You can do anything… Grab ’em by the pussy». Traduzione: «Io mica aspetto. Quando sei una star, ti lasciano fare. Puoi fare quello che ti pare. Basta prenderle per la fica». Il video risale al 2005. Tutti pensano: è andata, Trump è finito. Trent’anni prima, per molto meno, Gary Hart era stato costretto a ritirarsi.
Mezz’ora dopo però WikiLeaks pubblica un primo gruppo di email di John Podesta, capo dello staff di Hillary. È da mesi che Trump denuncia il fatto che Hillary, fregandosene della legge che lo vieta, abbia comunicato col mondo attraverso un server privato piazzato nella cantina della sua casa a Chappaqua. Adesso le mail di Podesta mostrano che Hillary dice una cosa in pubblico e un’altra in privato, tratta con i banchieri e si fa dare la linea dai banchieri, è miliardaria, si fa mandare in anticipo le domande che le faranno in televisione, ha bassamente manovrato per sputtanare il suo compagno di partito Bernie Sanders, ecc. Trump e le donne sono dimenticati, svetta sulle prime pagine e nelle aperture dei tg del mondo lo scandalo Hillary.
In quegli stessi giorni, l’avvocato Michael Cohen, legale di Trump, fece firmare a Trump una lettera d’intenti in cui si chiedeva il permesso di costruire a Mosca una Trump Tower in vetro di cento piani, con la parola “Trump” stampata bene in vista sulla facciata. L’ultimo piano – valore cinquanta milioni di dollari – sarebbe stato regalato a Putin. In Russia, per far prima, se la sarebbero vista con i burocrati il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, e il pregiudicato (per frode) Felix Sater. Sater scrisse all’avvocato Cohen: «Amico, il nostro ragazzo [Trump] può diventare Presidente degli Stati Uniti e noi possiamo progettarlo. Porterò tutta la squadra di Putin a bordo, gestirò io il processo». Diventato Presidente degli Stati Uniti, Trump fu costretto a rinunciare. Trump andava in giro dicendo: «Non ho affari in Russia, non ho prestiti in Russia, non ho nulla a che fare con la Russia».
I sondaggi dicevano che la maggioranza degli americani non sopportava né Hillary né Trump. Gli americani andarono a votare l’8 novembre, primo martedì dopo il primo lunedì del mese. Bella giornata, cielo terso, faceva caldo. Hillary era in piedi già alle sei. Uova strapazzate, mezzo pompelmo, un peperoncino crudo (Hillary mastica un peperoncino crudo ogni mattina, tiene sempre in borsetta della salsa piccante). Prima di uscire, un’occhiata ai sondaggi. La davano tutti vincente, senza problemi. Alle otto in punto andò a votare. Scuola elementare Douglas Graffin. Tailleur pantalone beige di Ralph Lauren, soprabito coordinato di pelle scamosciata. Alle donne, tramite l’hashtag “#WearWhiteToVote”, aveva consigliato di presentarsi al seggio vestite di bianco. Molte donne, in effetti, si presentarono al seggio vestite di bianco.
Trump si sveglia tardi. Televisori tutti accesi. Notiziari, sondaggi, suoni. Lo dànno tutti perdente. Nessuna meraviglia. Non mangia niente. Alle undici è in strada con Melania. Va a votare alla scuola pubblica 59 di Manhattan. Indossa il solito abito blu largo con la solita cravatta rossa lunga oltre la cintura. Sul bavero, la spilla che rappresenta la bandiera americana. Melania – grandi occhiali scuri, tacchi a spillo – in bianco avorio di Michael Kors e sulle spalle, a mo’ di mantella, un cappotto di cachemire color cammello da quattromila dollari disegnato da Balmain. Si sente qualche fischio.
Hillary adesso è al Javits Center, un centro congressi sull’Undicesima, tutto in vetro e affacciato sull’Hudson. Sono le quattro del pomeriggio. Gli exit poll sono trionfali. Hillary ha intenzione di restar qui fino alla fine. S’immagina una serata storica. Si trucca, comincia a lavorare al discorso della vittoria. Cena al Peninsula, sulla Quinta. Salmone, carote arrosto, pizza vegana, patatine fritte. Hillary e suo marito Bill piluccano, stanno finendo di scrivere il discorso della vittoria. Con i fedelissimi si discute di chi mettere al governo.
Trump era rimasto nella Trump Tower. Atmosfera cupa. Gli exit poll li vedeva anche lui. Gli hanno portato un polpettone. Sono con lui: Melania, Ivanka, Donald jr, Eric, il bambino Barron, Steve Bannon, Kellyanne Conway. Nessuno si illude. Però Steve Bannon, a un certo punto, va di là e vede i dati sull’affluenza. Torna e dice: «C’è un sacco di agricoltori che stanno andando a votare».
Intorno alle ventidue si comincia a intravedere la verità. Le televisioni non dànno più gli exit poll. Adesso si tratta di dati veri. Quando arriva il Wisconsin, Hillary – pallida, tremante – si chiude in una stanza. Il marito Bill passeggia su e giù. Gli altri, tutti zitti. A mezzanotte, la Trump Tower è piena di gente. Trump, senza giacca, cravatta allentata, rosso in faccia, passa in rassegna sui televisori della casa gli Stati. Gli Stati rossi sono sempre di più. Il colore di Trump, e dei repubblicani, è il rosso.
Alle due e mezza del mattino la Conway riceve una telefonata da Huma Abedin. Huma Abedin è l’assistente di Hillary, diventata a un tratto famosissima perché il marito Anthony Weiner mandava in giro foto del pisello. Per tutta l’estate s’era insinuato sui rapporti tra Huma Abedin e Hillary, vale a dire Hillary è lesbica, si porta a letto Huma, ecc. Adesso Huma dice alla Conway che Hillary vuole parlare con Trump e riconoscere la vittoria di Trump. Così si usa, da sempre. Huma passa il telefono a Hillary, Conway passa il telefono a Trump. Hillary dice: «Congratulazioni, Donald. Sarai il nostro Presidente». Trump dice: «Sei stata una degna avversaria. Sei forte». Anche il discorso della vittoria di Trump sarà pieno di lodi per Hillary.
Hillary aveva preso più voti di Trump. Quasi tre milioni di voti in più. Ma, con il sistema americano, è inutile vincere con una marea di voti negli Stati in cui vinci. Trump aveva preso meno voti, in totale, ma aveva vinto in più Stati e aveva dalla sua, perciò, più Grandi Elettori. Una cosa simile – più voti al perdente – era accaduta altre quattro volte nella storia degli Stati Uniti. Nessuno, dopo nessuna di queste quattro volte, aveva pensato di cambiare il sistema elettorale.
Erano risultati decisivi proprio gli Stati in cui Trump aveva battuto Hillary di un niente. Michigan, un vantaggio per Trump di appena lo 0,2 per cento, pari a diecimilasettecentoquattro voti. Wisconsin, zero virgola sette per cento, ventiduemilasettecentoquarantotto voti. Pennsylvania, zero virgola sette per cento, quarantaquattromiladuecentonovantadue voti. Erano gli Stati su cui avevano martellato quelli di Cambridge Analytica e soprattutto quelli di via Savushkina 55.
La Duma, il parlamento russo, salutò la vittoria di Trump con un lunghissimo applauso. Titoli dei giornali in festa. Margarita Simonyan, direttrice di RT (la tv del Cremlino), twittò che avrebbe girato per Mosca con la bandiera americana fuori dal finestrino della macchina.
Michael Wolff c’era. Vide Melania piangere disperata in un angolo. Pensò, e poi scrisse: «L’America è finita».

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