A Long Road to Recovery

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Jeffrey Sachs ha espresso duro dissenso verso la politica interna ed estera americana, condannando i passati tentativi di Donald Trump di sospendere l’habeas corpus e l’imposizione di dazi commerciali illegali. Commentando il recente accordo di cessate il fuoco di 60 giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz — annunciato da Trump mentre si trovava in Francia — Sachs ha denunciato le sanzioni di Washington contro nazioni come l’Iran, il Venezuela e la Cuba, definendole una forma di “gangsterismo economico” che distrugge l’economia globale.
Infine, l’esperto ha descritto Israele come uno “stato canaglia” a causa delle azioni belliche di Benjamin Netanyahu e ha commentato le attività di spionaggio del Mossad ai danni delle forze dell’ordine statunitensi, orchestrate per mantenere il controllo sulla linea diplomatica di Washington.
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Gli Xreal Aura con Google sono prenotabili a 99 dollari di deposito. Meno di 95 grammi, chip Snapdragon Reality Elite. Lancio in autunno.
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimana in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi.
Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica.
Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati.
La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto.
Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto.
La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.
L'articolo Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo proviene da Il Fatto Quotidiano.


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Criminali e politici o funzionari corrotti utilizzano sempre più le cripto e le innovazioni tecnologiche per riciclare il fiume di denaro delle attività illecite, dei fondi pubblici o per truffare risparmiatori e cittadini. Lo scorso anno la Uif, l’unità di informazione finanziaria istituita presso la Banca d’Italia, ha ricevuto un 11% in più di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio o finanziamento al terrorismo (in gergo Sos) arrivate da banche, operatori finanziari, professionisti. Per un totale di oltre 162mila, trainate appunto da quelle degli istituti telematici su possibili frodi informatiche, segnala il direttore Enzo Serata: nel 2025 hanno riguardato circa 31.600 Sos. E in quell’ambito “si è osservato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per la creazione di documenti impiegati per l’apertura di rapporti a distanza, modalità che presenta rilevanti rischi a carico degli intermediari in presenza di non efficaci meccanismi di controllo interno”.
In parte sono anomalie rilevate in maniera automatica dai sistemi dei segnalanti che poi si rilevano incomplete o errate. E una segnalazione trasmessa alle forze di polizia e alla magistratura non indica automaticamente un reato. Ma si tratta di una parte importante delle indagini ad esempio nei casi di corruzione di politici (le cui operazioni finanziarie sono sottoposte a paletti più stringenti) che, rileva il direttore, ricorrono a “schemi operativi complessi” utilizzando familiari, professionisti compiacenti e conti esteri per occultare l’appropriazione di risorse pubbliche o la corruzione. Per questo la Uif chiede a chi deve segnalare “maggiore attenzione” a banche, operatori e notai “nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono” a chi deve segnalarli specie se si tratta di utilizzo di “risorse pubbliche”.
Ci sono poi altri fronti aperti di preoccupazione: lo sfruttamento sessuale di minori dove per pagare le piattaforme online che diffondono materiale illecito si usano le cripto e il finanziamento del terrorismo jihadista che la guerra in Medio Oriente ha rinfocolato, aumentando la propaganda volta a raccogliere fondi. Alla criminalità organizzata è collegato il 14% delle segnalazioni: allunga la sua ombra su appalti, energie rinnovabili e agevolazioni pubbliche come le garanzie sui prestiti. Non aiuta il contributo risibile della pubblica amministrazione dalla quale arriva solo lo 0,3% delle segnalazioni totale. Serata non la cita ma è recente il caso di Banca Progetto, commissariata dalla magistratura dopo che l’istituto aveva erogato alla criminalità organizzata milioni di finanziamenti garantiti dallo Stato dovendo essere poi salvata da un pool di banche.
Il crimine, scandisce la Uif, “sfrutta in misura crescente piattaforme FinTech, criptoattività, Iban virtuali e circuiti criminali specializzati“, utilizza infrastrutture finanziarie transnazionali “per far perdere le tracce dei fondi ottenuti illegalmente”. A volte poi la truffa avviene in maniera più semplice sfruttando norme pensate per agevolare giovani e fragili come nel caso dei mutui con garanzia pubblica. Uno schema diffuso che prevede negli atti di compravendita “prezzi superiori a quelli effettivamente pattuiti tra le parti” grazie a documenti falsi redatti da soggetti del settore immobiliare e creditizio.
L'articolo Nel 2025 +11% di segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di informazione finanziaria. Crescono quelle per frodi informatiche, anche con l’AI proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è almeno un indagato per accesso abusivo a sistema informatico nel caso della chat con commenti sessisti e immagini di donne rubate dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. Sono state effettuate cinque perquisizioni nell’inchiesta della Polizia locale, coordinata dalla Procura diretta da Marcello Viola. Ai cinque è stato, inoltre, disposto il sequestro del cellulare. Gli inquirenti devono stabilire quanti fossero i partecipanti, la data di creazione del gruppo e l’effettiva provenienza delle immagini.
L’attività scaturisce dalla denuncia di Atm alla Polizia locale, che l’ha poi trasmessa alla Procura di Milano, relativa all’uso improprio di immagini delle telecamere di bordo da parte di alcuni dipendenti. In parallelo l’azienda ha presentato un esposto al Garante della Privacy. La Polizia locale, secondo quando si apprende, sta procedendo anche al sequestro di cellulari e altro materiale informatico.
L'articolo Chat sessista tra dipendenti Atm, c’è un indagato. Perquisizioni e sequestri di cellulari a cinque persone proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Io francamente penso che siano stati fatti molti errori, ma il fascismo è un crimine, non è un’opinione“. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano, da Moni Ovadia, intervenendo sulla clausola antifascista introdotta dalla fiera “Più libri più liberi”.
L’intellettuale ha risposto punto su punto alle accuse di “censura” mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ribaltando la prospettiva: chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica, ma un presupposto di legalità repubblicana.
Ovadia esordisce con un paragone urticante per spiegare perché, a suo avviso, non si possa parlare di libertà di opinione quando si tratta del regime di Mussolini. “Il fascismo, come ha detto Gianfranco Fini, è un crimine assoluto. Allora non capisco che problema c’è nel firmare quella clausola”.
Per illustrare il concetto, l’artista ricorre a un’iperbole: “Se si chiedesse a qualcuno di dire che lui è contrario alla pedofilia e che lui pratica i valori del rispetto dei bambini, qualcuno direbbe qualcosa? No. La pedofilia non è un’opinione, è un crimine. Lo stesso è il fascismo. Dirsi antifascisti non è scontato, perché le destre italiane ancora si baloccano col fascismo. Cercano di infilarlo in tutti i modi. Uno dei modi sono le foibe“.
E spiega: “Le foibe sono state un crimine, vanno ricordate e vanno onorate le vittime. Ma le foibe sono il risultato dell’invasione fascista della Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 i nazifascisti, senza dichiarare guerra, hanno invaso la Jugoslavia, commettendo crimini efferati. Quindi – continua – l’onore ai morti delle foibe dovrebbe escludere gli ex fascisti, perché loro fanno parte dell’eredità dei responsabili delle foibe. E invece ne approfittano per riabilitare il fascismo e criminalizzare i partigiani, quelli che ci hanno restituito la libertà”.
Poi lancia una bordata al presidente del Senato, Ignazio La Russa, noto per conservare in casa un busto del Duce. Ovadia sottolinea il paradosso di chi ricopre cariche istituzionali pur mantenendo legami simbolici con il passato regime e richiama le sue origini ebraiche: “Io dovrei dire a La Russa: vedi Ignazio, tu tieni il busto del duce. Se avesse vinto lui, io sarei partito attraverso i camini. Abbiamo vinto noi e tu sei presidente del Parlamento. Che cazzo ti balocchi ancora con quella testa pelata? Mussolini tra l’altro era un vigliacco, che si è imboscato nei camion tedeschi per fuggire”.
Per questo motivo definisce l’iniziativa degli editori “perfettamente lecita perché il fascismo è bandito dalla nostra Costituzione. La nostra è una costituzione antifascista“.
L’artista critica aspramente anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso i simboli del ventennio in Italia, invocando il decoro degli spazi comuni e sostenendo che “piazze e strade non devono essere oggetto di rituali fascisti”.
E spiega: “Noi abbiamo ancora nei luoghi pubblici gazzarre inscenate a ogni occasione da fascisti e giovani che non sanno niente ma che sono attratti da motti fascisti come “onore al duce”, “camerata qua, camerata là”, “presente”. In Germania vieni punito, perché da noi no? I fascisti lavorano sotterraneamente per cercare di abilitare quell’epoca. Il fascismo è la supremazia dell’uomo forte, è razzista, è discriminatorio”.
Poi torna sulla decisione di Più libri, più liberi: “Uno può anche non essere d’accordo, però è lecito che loro lo abbiano fatto. La presidente del consiglio, che io pensavo fosse più lungimirante, è intervenuta parlando di censura. Perché? Perché dire che tu devi dichiarare il tuo ripudio di un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio, che ha assassinato, che ha fatto pulizie etniche e genocidi in Africa è una cosa che è censura?”.
E aggiunge: “Il professor Magris mi ha detto che ha avuto uno shock quando a Varsavia ha visto sfilare delle specie di milizie con la svastica al braccio. Bisogna far capire che è finita. Avete sentito le affermazioni antisemite in Fratelli d’Italia? Sono dentro in quel partito i fascisti“.
In chiusura, Ovadia demolisce qualsiasi residuo di fascino nostalgico verso la figura di Mussolini e ribadisce: “Poi facciano un po’ quel cazzo che vogliono. Non vogliono firmare il documento di Più libri, piùliberi? E non ci vadano. L’importante è che le loro gazzarre corporative le facciano nei circoli privati”.
L'articolo Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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© Ozan Kose/Agence France-Presse — Getty Images

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C’è un esposto penale alla Procura della Repubblica di Milano sulla gestione prima della messa in liquidazione della storica casa editrice Hoepli, fondata nel 1870 dall’omonimo imprenditore svizzero Ulrico e finita in liquidazione a marzo. Lo ha presentato l’avvocato Andrea Mingione dello studio Pecorella, che assiste Giovanni Nava, attualmente socio minoritario ed erede di uno dei due rami della famiglia Hoepli. L’esposto contro ignoti, affermano plurime fonti vicine alla vicenda contattate dal Fatto, verte intorno a ipotesi di malagestio. Questa cattiva gestione, secondo il legale di Nava, sarebbe stata messa in atto nel tempo per consentire di arrivare a una “accelerazione” della messa in liquidazione dell’azienda, approvata il 10 marzo dagli azionisti del ramo di maggioranza della famiglia. La procedura è stata affidata alla liquidatrice Laura Limido.
Una nota diffusa dall’azienda a marzo, dopo l’assemblea degli azionisti che ha deciso la liquidazione, spiegava che “l’attenta valutazione, attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia”.
L’”accelerazione” indicata nell’esposto potrebbe essere collegata al giudizio sul quale il 24 giugno, la Cassazione dovrà pronunciarsi definitivamente proprio sulla causa civile avanzata da Nava che ha già ottenuto due successi in primo e secondo grado. Se la sentenza, legata alle norme che regolano il mandato fiduciario e a un ristoro parziale, dovesse dare ragione a Nava, quest’ultimo potrebbe salire nel capitale sino a conquistare la maggioranza. A oggi il capitale di Hoepli Spa è al 49,25 % in mano alla fiduciaria svizzera Sef (a sua volta detenuta da due fiduciarie con sede in Liechtenstein), di cui sono soci Ulrico Carlo Hoepli (morto qualche giorno fa) e i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara, il 13% è di Finedit (detenuta da Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli), il 33% di Giovanni Nava e 4,75% intestato alle persone fisiche Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli.
Se Nava vincesse in Cassazione gli verrebbero trasferite le azioni Sef che Bianca Hoepli, sua nonna materna, avrebbe dovuto ricevere in eredità dal fratello Gianni Enrico, che così aveva disposto, azioni che però finirono all’altro fratello Ulrico Carlo. Con la morte di Ulrico Carlo si sono chiuse anche le inchieste penali in Svizzera aperte da denunce di Nava e seguite da alcuni giudizi.
Nel frattempo la libreria Hoepli nel centro di Milano ha chiuso a fine maggio, dopo aver messo in vendita da metà mese quello che restava del magazzino dei libri con uno sconto del 50%. Una manifestazione di interesse per acquisire l’intera attività, avanzata nelle scorse settimane attraverso una scatola societaria dal gruppo Loro Piana, storica azienda italiana che opera nel settore dell’abbigliamento e dei tessuti di altissima gamma, non è stata presa in considerazione dalla liquidatrice per inidoneità. Dopo lunghe trattative svelate dal Fatto, invece, gli eredi del ramo della famiglia che controllano la maggioranza delle azioni dell’editrice il 15 aprile hanno firmato l’accordo di cessione a Mondadori del catalogo dell’editoria scolastica. La cessione è divenuta efficace il 30 aprile. Si tratta di una mossa che rimette in movimento un mercato che in Italia vale 800 milioni l’anno.
Anche la storica sede è in vendita. L’accordo prevede di cedere al prezzo di una ventina di milioni il palazzo della libreria, nel centro di Milano, di proprietà della società Sef del ramo di maggioranza della famiglia Hoepli, alla quale la Hoepli Spa e la libreria pagavano l’affitto. L’acquirente, un fondo immobiliare, comprerebbe anche l’edificio contiguo che fa angolo con Piazza Meda, disegnato dallo Studio Bbpr per la Chase Manhattan Bank e costruito tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, per realizzare un albergo di lusso.
A nulla sono valsi le proteste sindacali e i flash mob di dipendenti e lettori, come pure la raccolta di migliaia di firme a Milano e in tutta Italia, le pressioni del mondo culturale e politico milanese. Della novantina di dipendenti in attività prima della liquidazione alcuni si sono dimessi, quelli addetti al ramo libreria sono in cassa integrazione a zero ore, gli altri addetti al ramo editoriale continuano l’attività. Se non si troverà una soluzione industriale, Milano e l’Italia rischiano di perdere un patrimonio culturale inestimabile. Ora però l’esposto alla Procura e la sentenza della Cassazione potrebbero rimettere molti giochi in movimento. Il Fatto Quotidiano ha contattato Hoepli Spa, senza ottenere per ora risposta. La liquidatrice, avvocato Laura Limido, risponde che non è a conoscenza dell’esposto e dei suoi contenuti che quindi non può commentare.
L'articolo Hoepli, esposto penale a Milano sulla gestione prima della liquidazione: “È stata provocata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tensione nella Manica: la fregata russa Admiral Grigorovich ha sparato colpi di avvertimento in direzione di uno yacht civile britannico che si era avvicinato a circa 500 metri dalla nave, secondo quanto riportato dai media britannici. “Stiamo indagando sulle notizie relative a un incidente avvenuto nella Manica”, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa britannico, citato dai quotidiani Telegraph e Guardian. L’incidente sarebbe avvenuto circa 20 miglia nautiche a sud dell’Isola di Wight, al di fuori delle acque territoriali britanniche, riferiscono i due quotidiani. Non sono stati segnalati feriti né danni, e lo yacht ha proseguito la sua traversata della Manica.
Un’imbarcazione del pattugliatore d’altura HMS Tyne si è recata a bordo dello yacht per raccogliere informazioni e verificare la sicurezza degli occupanti. Nel pomeriggio di ieri, questo pattugliatore della Royal Navy, insieme all’HMS Mersey della stessa classe River, aveva seguito la fregata russa attraverso la Manica prima che venissero sparati i colpi di avvertimento. Domenica, per la prima volta, forze speciali britanniche hanno abbordato e intercettato, sempre nella Manica, la petroliera russa Smyrtos, appartenente alla cosiddetta “flotta ombra” e soggetta a sanzioni europee.
Negli ultimi mesi, la marina francese ha effettuato diverse operazioni di questo tipo contro petroliere russe, con l’obiettivo di privare la Russia delle entrate petrolifere che contribuiscono a finanziare la guerra in Ucraina. Tuttavia, fonti militari hanno dichiarato al Guardian che l'”incidente isolato” di martedì non sarebbe collegato a quell’abbordaggio. Da diverse settimane, la fregata Admiral Grigorovich, una nave da guerra di circa 4mila tonnellate equipaggiata con un cannone da 100 mm e missili da crociera Kalibr, scorta alcune navi commerciali, anche se la marina russa non dispone di un numero sufficiente di unità per estendere questa missione su larga scala. Entrata in servizio nel 2016, la fregata appartiene alla flotta russa del Mar Nero, ma si trovava nel Mar Mediterraneo al momento dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Da allora, poiché la Turchia ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la nave ha la propria base nel Mar Baltico.
L'articolo Tensione nel Canale della Manica, una fregata russa spara colpi d’avvertimento contro uno yacht: Londra apre un’indagine proviene da Affaritaliani.it.

È stata approvata dal Parlamento ungherese la cosiddetta “norma anti-Orbán”, la revisione costituzionale che impedisce a un primo ministro di ricoprire l’incarico per più di due mandati. La misura era stata fortemente sostenuta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader di Tisza e attuale premier Péter Magyar.
Per il via libera era necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi, facilmente raggiunta grazie ai numeri della coalizione di governo: il testo è passato con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati i deputati di Fidesz, il partito guidato da Viktor Orbán. Ora manca soltanto la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex premier. Magyar ne ha già chiesto le dimissioni, senza successo, ma non si prevedono ostacoli all’entrata in vigore della riforma.
La norma viene definita “anti-Orbán” perché introduce il limite di due mandati complessivi per il capo del governo, anche non consecutivi, calcolati a partire dal 2 maggio 1990. Una disposizione che comprende quindi tutti e tre i mandati svolti da Orbán, alla guida del Paese dal 1998 al 2002 e successivamente dal 2010 al 2016.
“Nessuno — ha affermato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito”. Si tratta di una misura senza precedenti in Europa per la figura del primo ministro, mentre limiti analoghi esistono per altre cariche, come la presidenza francese. La riforma ha suscitato forti polemiche: Fidesz la considera una “riforma illegale” perché “retroattiva”.
Una contestazione respinta da Márton Melléthei-Barna, parlamentare di Tisza e coautore della modifica costituzionale: “la riforma — ha dichiarato — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati”. Non tutti gli esperti di diritto costituzionale, tuttavia, ritengono inattaccabile l’impianto giuridico della misura.
La riforma riguarda anche lo stesso Magyar, che potrà restare alla guida del governo al massimo fino al 2034. “L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dal popolo è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni”.
La revisione costituzionale interviene inoltre su due pilastri del cosiddetto sistema Orbán. In primo luogo prevede l’abolizione delle “fondazioni di interesse pubblico”, organismi spesso guidati da figure vicine a Fidesz, finanziati con risorse statali e considerati da molti osservatori centri di potere sottratti al controllo pubblico. Il provvedimento impone anche il ritorno allo Stato dei beni detenuti da tali strutture.
Tra le organizzazioni coinvolte figura il Matthias Corvinum Collegium, considerato uno dei principali laboratori culturali dell’orbánismo, punto di riferimento per la destra radicale europea e per l’universo Maga statunitense nel continente.La riforma apre infine la strada alla soppressione dell’“Ufficio per la protezione della sovranità”, istituito durante i governi Orbán e accusato dai critici di essere stato utilizzato per colpire Ong e realtà considerate ostili al potere.
Resta invece il principio della “protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana”, introdotto nella Legge fondamentale nel 2023, che diventa però una responsabilità attribuita a tutti gli organi dello Stato, eliminando il riferimento a un “organo indipendente”. Secondo Magyar, in questo modo “mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia”.
Parallelamente, il Parlamento ha approvato anche un pacchetto di riforme richieste dall’Unione europea per favorire lo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Le misure riguardano la trasparenza patrimoniale, il rafforzamento dell’autorità anticorruzione, le regole sugli appalti pubblici, la gestione dei beni di interesse collettivo e il contrasto alle frodi legate ai finanziamenti europei.
L'articolo Ungheria, il Parlamento approva la “norma anti-Orbán”: stop a più di due mandati da premier proviene da Affaritaliani.it.


“Noi siamo contrari all’aumento degli abbonamenti“, “quando ci sono decisioni che coinvolgono gli altri enti c’è la necessità di un confronto preventivo. Anci aveva scritto per chiedere un confronto sul trasporto pubblico, questo confronto ad oggi non c’è stato: il mio auspicio è che possa esserci e che si possa iniziare a ragionare su possibili soluzioni”. Così la sindaca di Firenze Sara Funaro a proposito del rincaro del prezzo del biglietto del trasporto pubblico in Toscana: dall’1 agosto questo passerà da 1,7 euro a 2 euro.
Secondo Funaro bisogna trovare “misure compensative perché il nostro primo obiettivo sono i cittadini e quelli rimarranno sempre”. “Il Comune – ha spiegato la sindaca – sta incentivando con tante risorse gli abbonamenti per i cittadini. Abbiamo stanziato più di 3 milioni per fare in modo che il trasporto pubblico sia utilizzato sempre di più. Il Comune di Firenze sul trasporto pubblico non mette 12 milioni, ma mette più di 31 milioni tra tramvie, trasporto su gomma e incentivi ai cittadini, per cui noi la nostra parte la stiamo facendo”.
– “Forte preoccupazione per l’ipotesi di aumento delle tariffe del trasporto pubblico locale in Toscana”. La esprime Laura Grandi, presidente di Federconsumatori Toscana, che si chiede “quale sia stato il reale coinvolgimento dei cittadini, dei pendolari, degli studenti e delle famiglie che ogni giorno utilizzano autobus e servizi pubblici per studio, lavoro e necessità quotidiane”.
“Ancora una volta si rischia di chiedere un sacrificio economico agli utenti senza un adeguato confronto pubblico e senza garanzie certe sui miglioramenti del servizio – prosegue in una nota Grandi -. Aumentare il costo dei biglietti rischia di penalizzare proprio coloro che scelgono responsabilmente il trasporto collettivo e che già affrontano difficoltà economiche dovute all’aumento del costo della vita”. Federconsumatori ritiene che “prima di qualsiasi aumento tariffario sia necessario aprire un confronto con le associazioni dei consumatori e i rappresentanti degli utenti, perché bisogna garantire la massima trasparenza sui costi che giustificano il rincaro. Ma al tempo stesso sarebbe importante presentare un piano dettagliato di miglioramento del servizio, cosa molto molto sentita dalla cittadinanza”.
Critica anche il presidente Aduc Vincenzo Donvito Maxia: “E’ deciso: i biglietti del gestore monopolista del trasporto pubblico locale di Firenze (Autolinee Toscane) passeranno ad agosto da 1,70 a 2 euro – sottolinea -. Un aumento del 15%, dicono, ma che in realtà è del 17,6%. Percentuale a cui sono arrivati con operazioni in cui la matematica è funzionale alle opinioni di chi, per propri problemi gestionali e non solo per il rincaro del costo della vita, non è in grado di far fronte all’impegno preso con le pubbliche amministrazioni”. Secondo l’Aduc “il 7%, previsto per il 2026 da contratto di servizio come scaglione tariffario, si somma all’8% come recupero del tasso di inflazione” ma “il livello di inflazione attuale è al 3,2%. Sette e otto percento vengono dalla fantasia contabile di At, perché, se consideriamo il 3,2% Istat, l’aumento del biglietto dovrebbe essere di questa percentuale, cioè poco più di 5 centesimi” che “avrebbe potuto essere arrotondato a 1,80 euro, non certo a 2”
Resta il nodo Israele-Libano mentre cresce l’attesa per la firma ufficiale in presenza dell’accordo tra Stati Uniti e Iran già siglato digitalmente; nel frattempo il presidente americano Donald Trump al G7 in Francia allenta le tensioni con gli alleati europei e fa sapere che Washington vuole rinnovare gli sforzi diplomatici per la risoluzione del conflitto russo-ucraino. Ne parliamo con Roberto Quaglia e Bruno Scapini
NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
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Vi sono avvenimenti che segnano uno spartiacque nella storia, sia che si parli di Storia con la “S” maiuscola che di storie personali. Per la generazione affacciatasi alla militanza nell’ondata del ‘68, fu sicuramente la strage di stato di piazza Fontana; per molti della mia generazione sono state le giornate del G8 a Genova nel luglio 2001. Non voglio certo paragonare i due fatti, che hanno avuto gravità, contesti e dinamiche completamente differenti, ma entrambi hanno decretato per tante persone il momento della “perdita dell’innocenza”. Ed è per questo che, sebbene siano passati venticinque anni, la memoria ardente di quelle giornate è ancora presente come cosa viva, come se fosse ieri. Ed è quindi importante parlarne e riflettere sebbene il mondo sia, nel frattempo, cambiato radicalmente, per tanti versi in peggio.
Per parlare di Genova occorre raccontare quel movimento transnazionale che fu chiamato “No global”, soprattutto dai media mainstream. Sebbene in modo sotterraneo esistesse già da un po’, assunse risonanza mondiale per la contestazione al vertice di Seattle del WTO (Organizzazione mondiale del commercio), alla fine di novembre del 1999, quando decine di migliaia di persone scesero nelle strade intenzionate a contestare e bloccare in tutti i modi possibili quell’incontro dei potenti della terra. Fra il rumore delle vetrine infrante e delle barricate contro la polizia, fra il gesto di chi aiutava ad alleviare gli effetti dei lacrimogeni e le parate irriverenti della clown army, un nuovo, potente e multiforme movimento internazionale si imponeva sulla scena per contestare i padroni del mondo. Da quel momento in poi, ovunque si svolgesse un forum degli organismi internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Ocse, Nato…) decine e a volte centinaia di migliaia di persone manifestavano e assediavano i luoghi fisici dei vertici.
Oltre alla sua diffusione in tutti i continenti, l’altra caratteristica importante di quel movimento fu la sua capacità di tenere assieme non tanto le idee, quanto le diverse pratiche di piazza. Infatti, con modalità diverse di volta in volta, per quasi due anni non vi fu quella devastante divisione fra “buoni” e “cattivi”, iattura di tante mobilitazioni, ma una pluralità di approcci che riuscivano a stare assieme: dalla clown army alla marcia pacifista, dal black bloc allo sciopero sindacale. Le istituzioni risposero con crescente violenza, fino ad arrivare al marzo 2001 quando le contestazioni al Global forum a Napoli terminarono con una mattanza di polizia in piazza Plebiscito e con le torture dei fermati portati nella caserma Raniero e al giugno 2001 a Goteborg, quando un poliziotto piantò tre pallottole nella schiena di un manifestante di 19 anni che solo per fortuna sopravvisse. Un anticipo chiaro di quello che sarebbe successo a luglio.
Il G8 di Genova doveva rappresentare, nella testa di tanti, il punto più alto di quel movimento e invece ne segnò la fine, assieme all’attentato alle Torri Gemelle nel settembre dello stesso anno.
Una delle cause fu che le tante anime che si ritrovarono nel Genoa Social Forum, la rete che organizzò il controvertice, di fatto riprodussero le vecchie logiche egemoniche e autoritarie degli apparati politici e sindacali, non facendo proprie quelle nuove forme di accordo e condivisione delle pratiche proprie del movimento antiglobalizzazione negli altri paesi.
Fu così che la violenza statale, dispiegata in tutta la sua ferocia, poté avere gioco facile nel dividere il movimento, nell’instillare dubbi e sospetti. Questo nonostante l’ordine di ingaggio delle “forze dell’ordine” fosse chiaro fin dalla mattina di venerdì 20 luglio: massacrare tutt* senza esitazioni. L’omicidio di Carlo Giuliani, i pestaggi selvaggi nelle strade, le torture di Bolzaneto, la mattanza alla scuola Diaz non furono “incidenti”, ma il frutto di una regia pianificata da tempo. Una lezione pratica della democrazia reale, più efficace di mille discorsi sovversivi. Nonostante questo, molte anime della sinistra pacifista e istituzionale continueranno negli anni a parlare di democrazia tradita.
Gli “Anarchici contro il G8”, cui facevano riferimento buona parte degli anarchici e delle anarchiche di lingua italiana che andarono a Genova, scelsero di fregarsene dell’assedio alla zona rossa dove si trovavano i Capi di Stato, manifestando invece a Sampierdarena, nella Genova proletaria, quella delle grandi lotte operaie.
Puntammo sullo sciopero generale, creammo comitati di sciopero in diverse città che diedero vita ad assemblee territoriali. Puntavamo sulla radicalità degli obiettivi e sul radicamento sociale. Sul numero di Umanità Nova che venne diffuso a Genova scrivevamo: “Le manifestazioni internazionali, come quella odierna di Genova, sono state e saranno importanti perché riescono a mettere in luce il carattere distruttivo, violento, irriformabile dei vari organismi sovranazionali, ma non possono rappresentare il punto centrale di un percorso che deve, necessariamente, svilupparsi altrove. La forza di questo movimento è nella capacità di coniugare radicalità e radicamento, agire e pensare localmente ed agire e pensare globalmente e non deve inaridirsi nella mera contestazione dei vertici dei potenti. Altrimenti si rischia di diventare una sorta di “tour operator” della contro globalizzazione, specializzati in viaggi in paesi esotici. Una specie di Camel trophy della sovversione, con tanto di emozioni già programmate. O, peggio, di fare da sponda di movimento ad un’esangue sinistra istituzionale a caccia di poltrone e di volti nuovi. Al Genoa Social Forum hanno preso parte politicanti di ogni risma bisognosi di legittimazione. (…)
Questo è un mondo che corre, corre sempre più in fretta, ed altrettanto in fretta macina esperienze, percorsi ed anche i movimenti sociali che non sanno sottrarsi allo spettacolo, alla logica folle che, mimando insensatamente le regole imposte dal marketing, consuma rapidamente, rendendola improvvisamente desueta, persino la capacità di critica, oltrepassamento, negazione dell’istituito. È una trappola da schivare, spiazzando l’avversario, moltiplicando la propria capacità di dissodare terreni nuovi, zone autonome, spazi liberi. Per superare le numerose empasse in cui rischia di bloccarsi occorre che il movimento sappia spargersi sul territorio come polvere, costruendo rapporti conflittuali che si alimentino della capacità di costruzione intenzionale di mondi altri, di relazioni altre, di vite altre. Ogni giorno, ovunque. La tensione ad un’azione radicale che sappia trarre linfa da un radicamento profondo, da una progettualità capace di innervare profondamente il presente, può essere il segno di un movimento rivoluzionario capace di costruire il proprio futuro nell’oggi. Come anarchici abbiamo cominciato, non senza difficoltà, a muoverci in questa direzione, l’unica capace di raccogliere le istanze più feconde di questi movimenti. Ma si può e si deve fare di più.”
Pensiamo che quelle parole siano più attuali che mai. La storia ha infatti reso chiaro che, solo dove sono nati movimenti ampi che sono riusciti a coniugare una forte presenza territoriale con il metodo dell’azione diretta di massa e non solo delle minoranze di militanti, governi e padroni hanno avuto paura.
La scelta di provare ad essere radicali e radicati è quindi per noi il lascito principale di quei giorni di luglio, una scommessa che si rinnova ogni giorno nelle lotte che promuoviamo ed attraversiamo. Un’azione costante di sottrazione conflittuale dall’istituito che si coniuga con la pratica dell’autogestione e della lotta quotidiana.
Un compagno che c’era
Per leggere e scaricare lo speciale di Umanità Nova uscito subito dopo il G8:
umanitanova.org/wp-content/uploads/2021/07/Le-tre-giornate-di-Genova.pdf
L'articolo La memoria di ieri per le sfide di oggi. 25 anni dal G8 di Genova proviene da .
Avrei tifato volentieri per il Senegal, come avevo fatto (inconsapevole) nella finale di Coppa d’Africa lo scorso gennaio. Ma dopo tutto quello che ho letto e saputo, è impossibile. In Italia si sa poco di questo, perché le notizie e i testi in proposito sono praticamente tutti in lingua francese. Cliccando sulle notizie riguardanti la persecuzione degli omosessuali in corso in Senegal il mio algoritmo è diventato ultrasensibile e sono ahimè informatissimo. Anche per questo mi sono deciso a organizzare un incontro che si svolge venerdì 19 giugno dalle 18 in corso Garibaldi 27 a Milano.

L’onda omofoba in corso è travolgente in ex Urss, in Turchia, in Africa Occidentale ma soprattutto in Senegal. Ci costringe a fare i conti con questioni che pensavamo superate. Altro che diritto di famiglia… ci tocca discutere su “i maggiorenni consenzienti sono liberi di toccarsi tra loro come vogliono in privato?”. Per la legge senegalese (prontamente imitata dal Niger che non ce l’aveva) sono atti contro natura, minimo 5 anni di carcere.
Nel mondo interconnesso il confronto è diretto, su Facebook omofobi senegalesi litigano con noi in italiano. Se Europa e Africa sono ambiti connessi, in questo momento importiamo omofobia più di quanto esportiamo libertà.
Il Senegal oggi è un laboratorio repressivo straordinario. Nella prima metà dell’anno si raggiungono i 300 arresti, non risultano assoluzioni o liberazioni. Gli atti sessuali contro natura vengono imputati senza testimonianze concrete. Bastano comunicazioni languide lasciate nei telefoni. L’accusa di atti contro natura viene utilizzata continuamente, persino in casi di “videochiamate erotiche”. In passato, e in altri paesi dove sono in vigore leggi analoghe, non si procedeva senza testimoni oculari di atti sessuali. O meglio: gli avvocati riuscivano a difendere in questo modo gli imputati. Nell’ondata repressiva in corso questo non accade. Nelle decine di articoli che ho letto, solo in un caso è uscita la dichiarazione dell’imputato che nega e chiede che i suoi atti vengano provati.
E’ invece impressionante la quantità di casi in cui gli arrestati ammettono i rapporti sessuali, li raccontano e denunciano quelli che sono stati i loro partner. In molti di questi casi la polizia giudiziaria è risalita o risale ai partner analizzando le memorie dei telefoni cellulari. Ma incredibilmente l’ arrestato-imputato conferma e addirittura in molti casi fa altri nomi. Perché? Domanda ingenua. Non è previsto uno sconto di pena per chi denuncia “complici”. Non resta che pensare a torture o cose del genere.
L’altro elemento caratteristico di questa ondata repressiva è l’accusa di contagio volontario del virus Hiv. In quasi tutti i casi compare. E sempre compare quando l’arrestato è sieropositivo. La polizia non sta neanche ad analizzare se e come il sieropositivo si stesse curando. Nell’intervista a France24 del 15 giugno il presidente del parlamento senegalese Sonko rivendica questo aspetto: “la stampa occidentale sottovaluta il fatto che ci stiamo difendendo dall’Hiv”. In realtà credo non si sia mai visto al mondo un simile abuso del concetto di “contagio volontario”.
Atti contro natura senza testimoni, inspiegabili chiamate in correità, criminalizzazione dei sieropositivi. Il “modello” Senegal va al di là dell’omofobia di Stato e di qualunque anche ristretta concezione dei diritti umani. Certo, l’abbiamo capito, ci è stato ripetuto fino alla nausea, non possono essere i bianchi a imporre la libertà agli africani. Ma sono africane anche le vittime di una persecuzione insensata di fronte alla quale non possiamo tacere perché non è così lontana.
La Francia è l’unico paese europeo ad avere apertamente preso posizione contro questa violazione dei diritti umani. In Francia Stop Homophobie e altre associazioni si stanno muovendo per alleviare le sofferenze delle persone Lgbt senegalesi costrette alla clandestinità e all’esilio o alla prigione. Sappiamo che le seconde generazioni francesi vivono sentimenti contraddittori ma è sulle loro aperture che vogliamo contare. Forza Francia, allez les bleu!
L'articolo Persecuzione degli omosessuali in Senegal: solo la Francia in Ue si è espressa contro questa violazione dei diritti umani proviene da Il Fatto Quotidiano.

Le stelle brillano perché al loro interno avviene la fusione nucleare, che libera energia. Quando una stella massiccia esaurisce il proprio combustibile nucleare, la pressione di radiazione non è più in grado di controbilanciare la gravità e l’astro collassa fino a ridursi a un unico punto: la cosiddetta singolarità.
Sebbene la formazione di un buco nero appaia plausibile, i buchi neri restano una sfida notevole per la scienza. Come possono dieci miliardi di masse solari concentrarsi in un unico punto minuscolo? Come può lo spaziotempo curvarsi all’infinito in quel punto? Lì, nella singolarità, le leggi della fisica crollano, rendendo impossibile prevedere ciò che accade. Inoltre, i buchi neri nascondono ogni informazione all’osservatore: tutto, compresa la luce, scompare irrimediabilmente oltre l’orizzonte degli eventi.
È possibile che i buchi neri siano in realtà oggetti completamente diversi, come stelle ultracompatte che non possono essere osservate a causa della loro intensa gravità e, per questo, vengono chiamate gravastar. Oltre alla materia ordinaria presente nei loro strati esterni, sarebbero colme di energia oscura, che esercita una pressione verso l’esterno e ne stabilizza la massa, altrimenti tendente a collassare. Le gravastar sono più facili da accettare per i fisici rispetto ai buchi neri perché non coinvolgono né una singolarità né un orizzonte degli eventi e, tuttavia, sono quasi altrettanto massicce e compatte. Ciò che era rimasto poco chiaro, tuttavia, era come tali oggetti potessero formarsi in pratica.

Un mini universo in espansione potrebbe controbilanciare la materia in collasso di una stella, creando così una gravastar stabile. Crediti: Daniel Jampolski and Luciano Rezzolla, Goethe University Frankfurt
I due fisici teorici Daniel Jampolski e Luciano Rezzolla della Goethe University hanno ora presentato per la prima volta una soluzione dinamica alle equazioni di campo della relatività generale di Albert Einstein che descrive il collasso di una stella e la possibile formazione di una gravastar. La soluzione – pubblicata su Physical Review D – mostra come il collasso possa innescare la creazione di un mini-universo all’interno della materia che collassa, non molto diversamente dal Big Bang da cui è emerso il nostro universo. E come per il nostro universo, anche la sua espansione è guidata dall’energia oscura.
In questo modo, l’espansione del nuovo universo contrasta le forze gravitazionali e arresta il collasso della stella prima che possa formarsi un buco nero. Si instaura così un equilibrio tra il mini-universo in espansione e la materia in collasso, ed è proprio questo equilibrio a dare origine a una gravastar stabile. Con questa soluzione alla relatività generale, i fisici di Francoforte hanno fornito la prima risposta a una domanda dibattuta da 25 anni: come si formano le gravastar durante il collasso della materia ordinaria?
«Il Big Bang dell’universo nascente può verificarsi quando la stella è già collassata quasi al punto da diventare un buco nero», spiega Jampolski, che ha scoperto la soluzione nella sua tesi di laurea magistrale sotto la supervisione di Rezzolla, professore di astrofisica teorica alla Goethe University. Il comportamento della materia estremamente compressa, ancora non compreso, lascia spazio a una nuova fisica: «È più facile immaginare che il Big Bang avvenga solo in una fase molto avanzata, quando la materia è già stata compressa a un livello estremo, dando così origine a nuovi effetti».
«Cercare alternative ai buchi neri non dovrebbe suggerire scetticismo nei loro confronti, poiché essi rappresentano ancora la soluzione più naturale e semplice al destino del collasso gravitazionale», conclude Rezzolla. «Tuttavia, come scienziati in generale, e come fisici teorici in particolare, è essenziale mantenere un approccio imparziale verso ciò che non conosciamo ed esplorare quindi sia l’opinione diffusa sia le interpretazioni più esotiche. La storia ci insegna che non è insolito che queste ultime diventino le prime».
Per saperne di più:

Nell’elenco delle nuove aperture del progetto Recreos figurano una bottega di gioielli, un’associazione culturale che promuove mostre e progetti sociali, uno studio di progettazione, uno dedicato alla rilegatura e un’agenzia creativa. Oltre alle 5 botteghe, tra le novità c’è l’apertura della sede dell’Associazione nazionale carabinieri 181/o nucleo ‘Pegaso’ Firenze. Domani sarà inaugurata anche la ludoteca Giamburrasca, la cui sede comunale è stata temporaneamente chiusa per lavori di ristrutturazione.
“Le nuove aperture segnano una svolta nel progetto Recreos – afferma in una nota Bocca -. Dopo una fase iniziale più lenta del previsto, stiamo vivendo una nuova fase di crescita caratterizzata da una maggiore fiducia da parte del quartiere. Questo è senz’altro un elemento molto positivo, perché la riuscita del nostro percorso di rigenerazione è strettamente legata alla disponibilità dei proprietari dei fondi dell’area. Entro la fine dell’anno apriranno, inoltre, altre quattro botteghe, portando a quattordici il numero degli spazi rigenerati”.
“L’apertura di cinque nuove botteghe rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di rigenerazione di via Palazzuolo, cinque nuove realtà artigiane che scelgono di investire in questa strada, portando creatività, competenze, lavoro e nuove opportunità – sottolinea la sindaca Funaro – Il progetto Recreos è particolarmente importante e innovativo perché non riguarda soltanto il recupero degli spazi e la valorizzazione dell’artigianato ma punta a dare risposte concrete ed attese a 360 gradi in una strada su cui come amministrazione stiamo lavorando con diversi strumenti, a partire dalla polizia di prossimità attiva in più aree della città, tra cui questa, con presidi diffusi e un lavoro costante sui servizi. Obiettivo è lavorare per una via Palazzuolo che sia sempre più viva, sicura, inclusiva.
NELL’AUDIO LA SINDACA DI FIRENZE SARA FUNARO
di Ahmed Adel
Nell’ambito dell’Operazione IRINI, Bruxelles ha autorizzato le navi da guerra dell’Unione Europea nel Mediterraneo a fermare le petroliere sospettate di trasportare petrolio russo, nell’ambito della cosiddetta “flotta ombra”, una mossa illegale che viola il diritto marittimo internazionale. Di fatto, con il pretesto dell’attuazione delle sanzioni, la pirateria viene legalizzata, il che potrebbe persino sfociare in incidenti e conflitti armati, dato che la Russia ha intensificato la protezione delle sue navi mercantili attraverso scorte militari, sorveglianza aerea e altre misure di sicurezza in risposta a tali provvedimenti.
L’UE sta riscrivendo le regole della navigazione marittima, che essa stessa ha contribuito a creare, in base ai propri interessi, esigenze e problematiche. In generale, le regole della navigazione marittima sono sancite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), adottata formalmente nel 1982, che disciplina in modo chiaro il passaggio delle navi sia nelle acque neutrali che nelle acque territoriali degli Stati. L’UNCLOS si occupa anche di stretti, zone economiche esclusive e molto altro.
In questo caso, quindi, l’UE sta completamente ignorando e violando tutte queste leggi internazionali e, in sostanza, sta cercando di provocare la Russia in modo piuttosto aperto. Una mossa così audace da parte dell’UE può essere interpretata quasi come un “casus belli”, ovvero un potenziale pretesto per la guerra.
Un altro aspetto da considerare è che l’UE non ispeziona direttamente le navi russe e, in questo modo, cerca di attenuare la situazione evitando di fermare, perquisire o arrestare i comandanti. Si concentra invece sulle navi che battono altre bandiere, il che formalmente consente di affermare che non si tratta di navi letteralmente russe, ma piuttosto di navi collegate alla Russia. È così che nasce il termine “flotta ombra”, che non ha un fondamento giuridico chiaro.
In altre parole, l’Occidente ha coniato il termine “flotta ombra”, che non esiste nel diritto marittimo internazionale. Con il pretesto di combattere questa flotta, l’UE sta inasprendo le misure contro le navi che trasportano petrolio e gas russi, presumibilmente per eludere le sanzioni.
Secondo Kaja Kallas , responsabile della diplomazia europea, il blocco sta intensificando le misure contro la “flotta ombra” russa, pertanto le navi dell’UE impegnate nella missione saranno in grado non solo di monitorare le petroliere, ma anche di sequestrarle.
A tal fine, si è deciso di affidare questi compiti alla missione IRINI, originariamente creata per monitorare il rispetto dell’embargo ONU sulle forniture di armi e petrolio alla Libia. Sebbene IRINI non abbia ancora portato a termine pienamente questo compito, l’UE sta ora ampliando i suoi poteri e impiegando diversi meccanismi per limitare ulteriormente le entrate della Russia.

Kallas ha affermato che l’obiettivo principale di queste azioni è limitare la capacità della Russia di finanziare l’Operazione Militare Speciale in Ucraina. Tuttavia, il fermo di alcune petroliere cariche di petrolio russo difficilmente potrà avere un impatto significativo sull’economia o sulle capacità della Russia, il che suggerisce che tali misure si basino su obiettivi ben più ambiziosi.
Eppure, nel perseguire questi obiettivi, l’UE viola gravemente la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e le norme fondamentali che regolano la libertà di navigazione. Tali misure sono a tutti gli effetti atti di pirateria e possono condurre a una pericolosa escalation. In sostanza, ci troviamo in una situazione prebellica e non si può escludere che una simile provocazione possa innescare un conflitto armato.
Data la possibilità di sequestrare petroliere che trasportano petrolio russo nel Mediterraneo, potrebbero essere adottate misure reciproche, tra cui il fermo e la detenzione di navi battenti bandiera di Stati europei. Ciò sarebbe accompagnato da un monitoraggio militare più attivo delle navi mercantili, con il messaggio che gli atti di pirateria potrebbero comportare l’uso della forza militare e gravi conseguenze.
Le misure adottate dall’UE mirano a provocare la Russia e a costringere il gigante eurasiatico a usare la forza armata contro i paesi che fermano le sue navi. Tali mosse acuiscono ulteriormente le tensioni globali e creano l’impressione che l’UE si stia apertamente preparando a una possibile guerra con la Russia. In realtà, molti paesi dell’UE sembrano desiderare una guerra con la Russia.
Alcuni paesi, tra cui la Polonia e gli stati baltici, non lo nascondono affatto, anzi, lo sottolineano. Per questo sembra che l’UE si stia consapevolmente dirigendo verso il conflitto. Le ragioni possono essere diverse: la loro situazione economica è debole, quindi forse stanno cercando di uscire dalla crisi in questo modo, ma questo è secondario. La guerra è pericolosa e imprevedibile, quindi c’è un alto rischio che non si svolga come l’Europa spera.
La situazione è estremamente tesa e sta assumendo sempre più i contorni di una situazione prebellica. Il rischio di un’ulteriore escalation è reale e l’unica speranza di evitare un conflitto aperto risiede nella moderazione e nelle azioni razionali della leadership russa. Allo stesso tempo, le azioni dell’UE sono sconsiderate e potenzialmente pericolose per la sicurezza e la stabilità delle relazioni internazionali.
Fonte: Global Research
Traduzione: Luciano Lago
“Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”. Con queste parole Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti italiani, e la Stampa Romana, la sigla dei professionisti che operano nella Capitale e nel Lazio, hanno espresso la propria vicinanza a Il Fatto Quotidiano e Report raggiunti da una maxi richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari per le inchieste sulla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti. Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg) ha espresso “piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni”, parlando di “effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa“.
Nella richiesta di risarcimento di 43 pagine si parla di “accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il faccendiere pedofilo, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti. L’azione legale non è per diffamazione – negli Stati Uniti la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa – ma per “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.
Nel comunicato congiunto delle due sigle si legge che l’azione legale intestata dalla società di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, “sottolinea un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa. Richieste di risarcimento abnormi, fuori da qualsiasi ragionevole parametro, accompagnate dall’esplicita affermazione di voler far chiudere testate scomode, senza minimamente interessarsi del futuro dei giornalisti e dell’informazione”. Fnsi e Stampa Romana concludono ribadendo “l’importanza del giornalismo d’inchiesta e la protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie”. Nella nota si fa anche riferimento al fatto che Cipriani si sia rivolto ala magistratura degli Stati Uniti. Una scelta, specificano le due sigle, “per cercare di stringere ulteriormente il cappio” intorno alle due testate. La richiesta di risarcimento è stata infatti sottoposta alla Corte distrettuale di New York, per mano dei legali del ramo Usa del gruppo imprenditoriale di Cipriani.
Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti denuncia come la richiesta di risarcimento di entità straordinaria rischia di assumere i contorni di “una pressione economica sproporzionata” nei confronti dell’attività giornalistica. “Riteniamo che richieste risarcitorie di importi milionari – spiega il presidente ALG, Paolo Perucchini – possano produrre un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa, soprattutto quando colpiscono attività di giornalismo d’inchiesta svolte nell’interesse pubblico. Il giornalismo investigativo rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una società democratica”. Perucchi parla di “cause bavaglio” che “rischiano di generare un clima di autocensura“, danneggiando quindi l’intero sistema dell’informazione. “Anche la scelta di rivolgersi al tribunale federale americano – conclude il presidente dell’ALG – è sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando ‘fuori casa’”.
L'articolo Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Repressione sociale
I vari decreti sicurezza ormai sono stati quasi tutti beatamente approvati e sono entrati a far parte dell’armamentario punitivo dello Stato: più sgomberi di centri sociali ed occupazioni abitative, una generica criminalizzazione di comportamenti banali, in cui non si capisce qual è il bene giuridico tutelato, più repressione delle pratiche di lotta sindacale conflittuale, etc…
Lo spostamento della repressione sul piano amministrativo comporta minori tutele processuali e pene pecuniarie esorbitanti, con l’effetto di dissuadere dalle lotte soprattutto chi non ha risorse: persone giovani e persone mosse dalla necessità, magari al di fuori di movimenti organizzati.
Negli ultimi mesi tantissima dell’attenzione del movimento è stata assorbita dalla protesta contro queste nuove norme, ma in che rapporto sta questa recrudescenza della repressione rispetto al quadro generale della società? Credo che non si tratti solo di un attacco al dissenso, e che lo scopo non sia solo silenziare le voci dissidenti: l’attacco delle autorità va ben oltre il campo delle idee e della militanza.
Mentre in Italia si approvavano i decreti sicurezza, negli Stati Uniti c’è stata la violenta impennata delle ronde anti-immigrati dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement, cfr. UN 20/2025 e 1/2026). Queste ronde hanno causato la deportazione di migliaia di persone di cui si è persa traccia e la detenzione in condizioni disumane di altrettante persone, tra cui bambin*, nonché l’esecuzione sommaria di due persone che si stavano opponendo alle ronde. Questa intensa attività anti-immigrat*, giustificata con la solita scusa della “legalità” e della “sicurezza”, e malcelatamente presentata come una “pulizia” etnica, in realtà ha un aspetto di classe da non trascurare. I rapimenti avvengono spesso presso luoghi di lavoro dove è probabile trovare lavoratr* immigrati, e quindi irregolari, come cantieri e ristoranti, ma anche fabbriche e centri logistici. Quindi, al di là della presentazione che ne dà il governo, questa operazione sembra più che altro un ennesimo pezzo della guerra ai poveri ed alla classe operaia. * lavoratr* immigrati, che già versavano in una condizione di vulnerabilità estrema, si trovano oggi ancor più alla mercé dei capricci di chi li impiega, che può minacciarli di scatenargli contro “la migra”. Le squadre dell’ICE (composte da balordi di estrema destra, pagati profumatamente dal governo, che somigliano sinistramente alle squadre fasciste incaricate di rompere gli scioperi e distruggere le organizzazioni operaie nel primo dopoguerra) in definitiva si pongono come braccio armato delle aziende e dei cosiddetti “datori di lavoro”, ma che sarebbe più corretto chiamare “prenditori di lavoro”: precarizzando radicalmente le vite di un’intera e vastissima categoria di persone, creano un “esercito di riserva” di potenziali sfruttat*, dispost* ad accettare qualsiasi condizione pur di spuntare un salario da fame. La guerra aperta agli immigrati in realtà non riconquista posti di lavoro per la working class bianca, grande promessa elettorale della destra, ma rende sempre più spietata la competizione tra lavoratr*, ormai sacrificabili assieme ai luoghi stessi di lavoro, inutili in un’economia sempre più finanziarizzata.
La repressione contro * migranti (in USA ed altrove) e l’escalation dei vari “decreti sicurezza” sono esempi di illegalità dell’essere (punire il ladro non il furto), di cui beneficiari finali e mandanti sono i padroni, i prenditori di lavoro, di tempo, di vita, di risorse, di soldi pubblici… Guardiamo il dito dei decreti sicurezza, ma oltre a questi c’è la luna dei rapporti di potere dentro la società.
Pressione economica
Con il venir meno della politica dei due blocchi i welfare state socialdemocratici sono stati smantellati sistematicamente, anche tramite la “concertazione” sindacale. Oggi, a valle di questo processo, non ci sono più contentini da dare alle categorie, il sistema è sempre più invivibile, lo stato non ha un ruolo di mediazione sociale, ma la società va resa obbediente e disciplinata, con qualsiasi mezzo: manganello nelle strade, divisione e controllo personalizzato nei luoghi di lavoro.
L’attività conflittuale del sindacato è al palo, criminalizzata, bloccata da mille vincoli al diritto di sciopero, impopolare tra le persone, dispersa in mire elettoralistiche, e soprattutto eclissata dai sindacati di stato che amministrano il potere concessogli dai padroni tramite il governo al disopra delle teste dei loro iscritti, in un processo di svendita irreversibile dei diritti. Tramonta anche la speranza di lottare per un lavoro migliore; e figurarsi parlare di autogestione o modelli di società diversa. Le uniche proposte di innovazione sembrano provenire da pulpiti tecnocratici ed incentrarsi sul benessere personale, il bilanciamento vita-lavoro, etc.
I luoghi di lavoro sotto il capitalismo sono sempre stati luoghi totali, di controllo del corpo umano e non, delle menti. Ma negli ultimi anni questo processo è stato violentemente accelerato, con l’uberizzazione del lavoro, l’autosfruttamento di giovani lavoratr* che non hanno idea dei propri diritti di base e sono forzati a competere tra di loro, la concentrazione delle imprese, la digitalizzazione e la virtualizzazione di tutto. Assistiamo alla perdita non dico della solidarietà di classe (figurarsi se internazionalista?), ma della solidarietà di base dentro i luoghi di lavoro. Regna la costante sensazione di non essere necessar*, che il posto possa venire delocalizzato, rubato dalla tecnologia o dagli immigrati, che i titoli di studio valgano sempre di meno e costino sempre di più… Non a caso la carriera militare può essere presentata come un’opzione vantaggiosissima, cosa che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa. Basti pensare al famoso “modello tedesco”, che offre benefit molto allettanti alle reclute, ma d’altronde negli Stati Uniti da sempre l’esercito, uno dei maggiori datori di lavoro, è l’unico canale tramite cui molti si possono permettere l’istruzione, la sanità, o semplicemente uno stipendio. D’altronde, la retorica della crisi permanente, utile per giustificare il dirottamento di miliardi alle consorterie di guerra e per reclutare a tappeto, crea una casta estremamente fedele al governo, un nuovo feudalesimo che in caso di crisi violenta sarà utilissimo in funzione reazionaria e di sostegno dello status quo.
Rigare dritto
Strette tra repressione, tagli al welfare e mondo del lavoro “malato”, siamo sempre più vulnerabili e dipendenti dal lavoro salariato. Immaginare alternative al modello dominante di produzione e consumo è quanto mai lontano dal regno delle possibilità. È difficilissimo anche avviare micro-attività imprenditoriali, in uno scenario dominato dalle grandi concentrazioni e dalle produzioni “standard”. Una bella ipocrisia, visto lo status di santi laici attribuito agli imprenditori…
Siamo quindi costrette ad accettare il lavoro, ed accettare il lavoro significa accettare la gerarchia, confermare le attuali condizioni di lavoro, “collaborare”, accettare che al proprio tempo di vita venga attribuito un valore monetario, e accettare il valore stesso del denaro.
La strategia della richiesta di posti di lavoro nuovi e della difesa di quelli esistenti, benché ovviamente giustificata dalla situazione materiale, ci mette di fronte al paradosso di affidarci ancora di più al sistema stesso che ci sta schiacciando. Difendere il lavoro passa spesso ormai anche attraverso la difesa di politiche per cui ci si trova a dover pagare per lavorare, per la propria formazione, per i DPI, per gli strumenti necessari al lavoro. E d’altronde bisogna stare anche molto attenti che non finiscano sul piatto della bilancia della contrattazione il lavoro emotivo, o altre caratteristiche “intangibili” del lavoro: quando si dice che il lavoro emotivo non è retribuito, un imprenditore intelligente potrebbe benissimo metterci sopra un cartellino con il prezzo. Le richieste di più posti di lavoro, o migliori condizioni, o migliori salari, anche se legittime, non escono comunque da una logica di sfruttamento. SI può immaginare di tendere ad un obiettivo che vada oltre questo modello di produzione / riproduzione? Ricordo ad esempio il percorso del collettivo di sex workers “Ombre Rosse”, che chiede il riconoscimento del lavoro sessuale come punto di inizio per emergere, ma non in ottica lavorista, riconoscendo che in ogni lavoro c’è sfruttamento.
Il lavoro che vorrei
Lavoro, travaglio, labour. La critica al lavoro salariato, capitalista, con il suo carico di alienazione, prodotti inutili e nocivi, lascia spazio ad una riflessione sul fare: anche in una società liberata dal lavoro salariato ci sarà da lavorare, anzi, ci sarà ancora più da fare! Spariranno i “Bullshit jobs”, come li chiama David Graeber, e dedicarsi all’attività comune sarà qualcosa che si farà in modo naturale e motivato. Proviamo a pensare ad un fare utile, autogestito (ma senza autosfruttamento), non gerarchico, emozionante, comunitario, volontario, generativo. La liberazione dal lavoro passa anche tramite l’abbattimento del consumismo: finchè la gente non smetterà di spendere, non smetterà di lavorare. Una società liberata dal commercio e dal surplus di merci vedrà una radicale riduzione dei consumi, la cura collettiva e messa in comune della maggior parte delle cose, il riuso, riciclo e riparazione.
Quando Luciano Bianciardi ha raccontato il precariato, la competizione sociale, l’alienazione del lavoro moderno, sicuramente l’ha fatto da una posizione di relativo privilegio e dal punto di vista dell’”Occidente” industrializzato. Ma le sue parole mi sembrano ancora molto calzanti.
“Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha.” (Luciano Bianciardi, La vita agra.)
Julissa
L'articolo La luna e il dito. Repressione e lavoro precario: un punto di vista antilavorista proviene da .
di RT Francia
In un’intervista al quotidiano britannico The Telegraph, il comandante dell’aeronautica militare tedesca ha dichiarato che le sue forze erano già pronte a colpire la Russia in caso di un attacco contro un Paese membro della NATO.
Un “ nuovo avvertimento a Mosca ” : così il Telegraph ha presentato l’intervista al tenente generale Holger Neumann, comandante della Luftwaffe, l’aeronautica militare tedesca, pubblicata il 15 giugno. “Se dovesse scoppiare un conflitto – speriamo che non accada mai – difenderemmo ogni centimetro del nostro territorio”, ha assicurato al quotidiano britannico, affermando che le sue forze sarebbero pronte a “combattere già stasera ” .
«Credo che questo sia un messaggio importante, soprattutto per l’estremo Nord e per i nostri alleati baltici», ha affermato l’ufficiale, che si avvicina ai sessant’anni e che, secondo il Telegraph , «sta supervisionando una campagna per riarmare l’aviazione tedesca, nell’ambito del sogno di Friedrich Merz di costruire “l’esercito convenzionale più potente d’Europa “».
«Interverremo con tutti i mezzi a nostra disposizione in Germania, con l’aeronautica militare, ma anche nell’ambito della NATO, per difendere il nostro Paese, i nostri valori, il nostro popolo e la nostra alleanza», ha inoltre affermato. Secondo questo alto ufficiale, la penisola di Kola, nella Russia nord-occidentale, e – non a caso – l’exclave di Kaliningrad e il Mar Nero, sono nel mirino del blocco militare occidentale.
“Estonia, Lettonia e Lituania, così come la Polonia, hanno dovuto affrontare un’escalation dell’aggressione russa negli ultimi mesi, compresi gli attacchi con droni , che i funzionari occidentali temono possano essere il preludio a un’incursione “, si legge nel presunto organo di stampa serio.
Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, le cancellerie occidentali che hanno abbracciato la causa di Kiev hanno fornito alle forze del regime droni, armi a lungo raggio e le informazioni necessarie per gli attacchi sul suolo russo, causando quotidianamente vittime civili.
Nota: La Storia non ha insegnato nulla a questi capi militari dell’odierna Germania e la possibilità di infliggere una sconfitta alla Russia rimane il grande sogno degli stati Maggiori tedeschi. Non hanno studiato quale sia stato l’esito dei tentativi fatti in passato e non considerano il potenziale di distruzione che una guerra in Europa avrebbe nel vecchio continente.
Fonte: RT Francia
Traduzione: Gerard Trousson

Scoperto un enorme serbatoio di gas molecolare freddo in una galassia massiccia in piena fase di formazione nell’universo lontano. Il team di ricerca, guidato dall’Università di Leiden, ha osservato Rebels-25 quando l’universo aveva solo circa 700 milioni di anni, ovvero intorno al 5 per cento della sua età attuale. La galassia, infatti, si trova a un redshift di 7,3, corrispondente al cuore dell’epoca della Reionizzazione: un’era chiave in cui le prime stelle e galassie hanno trasformato l’universo oscuro e neutro in quello che vediamo oggi intorno a noi.
ll team di ricerca ha utilizzato il Very Large Array (Vla) della National Science Foundation statunitense (Nsf), un radiotelescopio situato nella contea di Socorro, nel New Mexico, combinandolo con i dati dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma), nelle Ande cilene, per cercare la debole emissione radio delle molecole di monossido di carbonio (CO), firma del gas molecolare cosmico.

Immagine della galassia Rebels-25, scattata dall’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma). Crediti: Aalm (Eso/Naoj/Nrao)/L. Rowland et al.
Le osservazioni hanno rivelato la presenza di una linea specifica del CO che traccia il gas freddo: si tratta della rilevazione di CO a bassa energia più distante nell’universo a oggi nota. La luminosità del segnale suggerisce che Rebels-25 possedesse già una grandissima riserva di materiale per la formazione stellare quando l’universo era molto giovane. I dati a più alta energia acquisiti con Alma, combinati con i risultati del Vla, hanno permesso di definire anche la densità e la temperatura del gas nelle condizioni dell’universo primordiale.
La sfida osservativa a cui ha dovuto far fronte il team di ricerca è quella di riuscire a rivelare le deboli linee di CO a bassa energia così indietro nella storia cosmica. Il fondo cosmico a microonde (Cmb) – la radiazione fossile risalente a poco dopo il Big Bang – agisce infatti come uno sfondo che riduce il contrasto dell’emissione del gas freddo. Questo effetto si accentua drasticamente ad alti redshift, dove il Cmb diventa significativamente più luminoso, rendendo queste osservazioni estremamente difficili.

Questa illustrazione traccia l’evoluzione dell’universo dal Big Bang ai giorni nostri, mettendo in evidenza Rebels-25, una galassia prontamente distante osservata durante l’epoca della reionizzazione, 13 miliardi di anni fa. Nuove e profonde osservazioni con il Vla e Alma rivelano che Rebels-25 possedeva già un enorme serbatoio di gas molecolare freddo — il combustibile diretto per la formazione stellare — quando l’universo aveva appena 700 milioni di anni. Crediti: Nsf/Aui/Nsf/Nrao/M.Weiss
Il lavoro mostra come le galassie con appena 700 milioni di anni di vita dopo il Big Bang contenessero già grandi serbatoi di gas freddo disponibili per la nascita di nuove stelle, offrendo una comprensione chiave di come i primi sistemi siano diventati così massicci così rapidamente. Rilevando il combustibile stesso della formazione stellare, gli astronomi possono ora misurare direttamente il gas che guida questa rapida crescita, anziché doverlo dedurre per via indiretta.
Questo risultato prefigura le potenzialità del Next-Generation Very Large Array (ngVla), un radiotelescopio pianificato dal National Radio Astronomy Observatory che includerà antenne in tutto il New Mexico, nel Texas occidentale, nell’Arizona orientale, nel Messico settentrionale e in tutto il Nord America. L’ngVla effettuerà questo tipo di misure circa dieci volte più velocemente, consentendo rilevazioni su campioni molto più ampi di galassie primordiali. Rebels-25 potrebbe essere solo la punta dell’iceberg: in coppia con Alma, l’ngVla permetterà di mappare nel dettaglio come le galassie abbiano accumulato carburante e siano cresciute durante l’alba cosmica.
Per saperne di piú:
L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.
Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.
Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.
Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.
L'articolo Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin proviene da Il Fatto Quotidiano.


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Una decisione che non ha precedenti per porre rimedio ad un “vulnus” ben noto ma su cui da anni si attendono risposte istituzionali mai arrivate. Il tribunale di Firenze ha disposto sequestro preventivo di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, con trasferimento dei detenuti ospitati nelle stesse, a causa delle condizioni igienico-sanitarie delle celle e di alcuni spazi comuni. Il provvedimento riguarda tre sezioni del reparto giudiziario, tre del reparto penale maschile, più la sezione ‘Accoglienza’.
Si tratta della risposta ad una inchiesta della stessa Procura nata da numerose segnalazioni e ricorsi presentati dai detenuti ai magistrati di sorveglianza in cui si denunciava la situazione di degrado del carcere situato alla periferia ovest ovest del capoluogo toscano, da anni sotto osservazione per un sovraffollamento arrivato a superare picchi del 170% (640 detenuti a fonte di 367 posti disponibili) e che ha portato in anni recenti a numerosi sconti di pena concessi ai detenuti come risarcimento per condizioni di detenzione “inumane e degradanti”, contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
In particolare una nota della procuratrice di Firenze Rosa Volpe evidenzia che alla base dell’inedito provvedimento di sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano (le sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile e delle sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale nonché della sezione Accoglienza) vi siano gravi violazioni delle norme in materia di pulizia dei locali di lavoro”, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Il decreto di sequestro, aggiunge la procuratrice Volpe, è stato emesso dal gip di Firenze “all’esito di sopralluoghi svolti e di approfonditi accertamenti, consistiti nell’audizione di numerosi testimoni, nell’acquisizione ed esame di documentazione anche fotografica dello stato di tutti gli spazi dei reparti penale e giudiziario maschile dell’Istituto e delle varie sezioni”. Col provvedimento è stato inoltre disposto il trasferimento di tutti i detenuti che si trovavano nelle sette sezioni in altre strutture di reclusione: si tratta di circa duecento detenuti.
Questione su cui è arrivata anche la reazione del ministero della Giustizia, con via Arenula che ha sostanzialmente messo le mani avanti sottolineando le iniziative allo studio del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, per risolvere la vergognosa situazione di Sollicciano. Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di nove milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025″, si legge in una nota del ministero. “Nell’ambito di questa procedura in atto”, prosegue il comunicato di via Arenula, “il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della Casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticipare parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva. Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso”, annuncia il ministero, “ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti secondo quanto già previsto”.

“Le nostre relazioni, i nostri appelli e i costanti gridi d’allarme- denuncia Pantagruel- rimasti troppo a lungo inascoltati trovano oggi un riscontro formale e incontrovertibile nella magistratura“.
Secondo l’associazione “le celle invase dall’umidità, l’inabitabilità dei dormitori, la sporcizia e il rischio costante legato agli impianti elettrici fatiscenti non sono ‘emergenze’ dell’ultima ora, ma una realtà strutturale degradante con cui i detenuti e gli operatori sono costretti a convivere ogni giorno, in aperta violazione dell’Articolo 27 della Costituzione” .
Pantaguel vive il carcere quotidianamente attraverso i propri volontari e accoglie “questo atto come un punto di non ritorno” . Tuttavia l’associazione esprime ” forte preoccupazione per le modalità del trasferimento immediato dei detenuti. Lo sfollamento verso altre strutture rischia di sradicare ulteriormente queste persone dai loro percorsi di reinserimento e dai legami territoriali e familiari, oltre a sovraccaricare altri istituti già al collasso”.
“La magistratura -conclude Pantagruel- ha fatto il suo dovere di fronte all’illegalità diffusa della struttura; ora la politica e le istituzioni non possono più girarsi dall’altra parte. Non basta chiudere le sezioni o spostare i corpi: serve un ripensamento radicale dello spazio e della dignità della pena a Firenze. Chiediamo un tavolo di confronto immediato che includa il terzo settore per monitorare la destinazione e i diritti di chi oggi viene trasferito.”
Sara Ceccantini era arrivata a Mykonos, isola greca che attrae turisti da tutto il mondo, per una vacanza con le amiche: per l’addio al nubilato prima di sposare il suo fidanzato. Aveva 37 anni ed era residente ad Agazzi, frazione del Comune di Arezzo, impiegata alla sede di Prada di Valvigne, nel comune di Terranuova. Aveva una figlia di tre anni. È morta in un tragico incidente stradale.
A quanto pare un frontale, secondo le poche informazioni al momento arrivate dalla Grecia. Forse un’altra vettura avrebbe invaso l’altra corsia. Per ulteriori particolari e approfondimenti saranno necessarie altri accertamenti, almeno alcune ore. Sull’incidente le autorità greche hanno aperto un fascicolo per l’ipotesi di reato di omicidio stradale. La 37enne si trovava con alcune amiche sull’isola. Chiuso lo stabilimento Prada di Valvigne, per decisione del patron del gruppo, Patrizio Bertelli. Il matrimonio era in programma sabato prossimo.

Isola d’Elba (Livorno) 16 giugno 2026 Arrestato lavoratore stagionale, aveva 200 grammi di droga I militari del Nucleo Operativo e Radiomobile hanno arrestato un uomo di 45 anni, proveniente da altra regione italiana ma impiegato come lavoratore stagionale sull’Isola d’Elba. Secondo quanto emerso dalle attività investigative che hanno portato ad attenzionarlo ed a perquisirne il …
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L’obiettivo è sempre lo stesso, tagliare più ponti possibili con la Cina. E gli Stati Uniti ci stanno riuscendo. Da quando il mondo ha preso coscienza del pericolo rappresentato dal monopolio cinese sulle terre rare (il Dragone controlla il 70% delle miniere e il 90% della raffinazione), Washington ha costantemente cercato l’allungo, provando a diventare la prima economia indipendente e autonoma dalle forniture del Dragone. Missione almeno in parte riuscita, come dimostra l’abile gioco di sponde con Paesi ricchi di minerali, messo in atto fin qui dalla Casa Bianca. Ora però è tempo di fare un passo in avanti.
Dai documenti del Congresso americano, per esempio, emerge chiaramente l’idea di creare un’industria dei minerali critici a circuito chiuso, vale a dire con principio e fine negli Stati Uniti. Premessa. Lo scorso ottobre, Pechino ha introdotto un nuovo regime di restrizioni sull’esportazione di metalli. Nel breve termine, la mossa sembra aver avuto l’effetto desiderato, mettendo per esempio nei guai la stessa industria automobilistica statunitense. Tuttavia, una volta prese le misure, è arrivata la reazione. Pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha presentato una nuova proposta di legge volta a stimolare la crescita dell’industria nazionale americana dei magneti. Il disegno di legge, voluto dai membri John Moolenaar del Michigan e Ro Khanna della California, introduce incentivi finanziari lungo tutta la filiera dei magneti, dalla produzione di ossidi di terre rare alla fabbricazione di magneti destinati all’impiego in ambito militare.
“Questo disegno di legge crea gli incentivi di mercato necessari per riportare negli Stati Uniti una catena di approvvigionamento vitale e contribuisce a garantire che i produttori americani siano alla guida del futuro in crescita della produzione di magneti”, ha affermato Moolenaar. La proposta prevede nel dettaglio un credito d’imposta del 15% per i produttori automobilistici americani che si riforniscono di magneti da fornitori nazionali. Il disegno di legge limita inoltre i crediti alle produzioni americane che utilizzano componenti provenienti da alleati della Nato, tra cui Giappone, Australia, Corea del Sud, Canada e Messico.
D’altronde, c’era poca scelta. La crisi delle terre rare seguita alle restrizioni cinesi, ha spinto l’amministrazione Trump ad adottare un approccio decisamente non improntato al libero mercato nei confronti dell’industria dei magneti. Lo scorso luglio, il governo statunitense ha poi acquisito una partecipazione del 15% in MP Materials, che gestisce l’unica miniera di terre rare ancora attiva negli Stati Uniti, a Mountain Pass, in California. Da allora, ha acquisito una partecipazione del 10% in Trilogy Metals per sostenere un progetto di estrazione di minerali critici in Alaska, una partecipazione del 10% in Korea Zinc per lo sviluppo di una nuova fonderia nel Tennessee, ed è in trattative per acquisire circa l’8% di Critical Minerals, che possiede il più grande sito di estrazione di terre rare in Groenlandia.
Tutto questo mentre si rinforza l’asse Italia-Stati Uniti, proprio sulle terre rare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato in queste ore che lunedì prossimo firmerà un accordo con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio sulle materie prime. “C’è da definire un’altra strategia: quella delle materie prime. Il mercato è condizionato dalla Cina, noi dobbiamo creare un mercato alternativo”, ha spiegato il vicepremier, annunciando che lunedì mattina firmerà un accordo “con il segretario di Stato Rubio, ma stiamo già lavorando anche con Corea, Giappone ed altri paesi dell’Unione europea”.
Con la formula “il fatto non sussiste” il Tribunale di Salerno ha assolto il cardiochirurgo ed ex presidente dell’Agenas Enrico Coscioni al termine del processo nato dalla morte della 17enne Lucia F., avvenuta nell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, nel settembre del 2019, a seguito di un intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitralica. Coscioni era il primario del reparto di cardiochirurgia. Le motivazioni dell’assoluzione del professore universitario e del dottor Antonio Longobardi, che partecipò all’operazione, saranno rese note entro 90 giorni.
All’epoca in cui fu indagato, Coscioni era consigliere per la sanità del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, nonché componente dell’unità di crisi regionale anti-coronavirus e componente della cabina di regia nazionale. Nel 2020 fu nominato presidente dell’Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali), l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale che risponde al ministero della Salute e svolge attività di ricerca e di supporto al ministro, alle Regioni e alle singole aziende sanitarie.
La difesa di Coscioni (l’avvocato e professore Andrea R. Castaldo) e quella dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Ruggi d’Aragona (l’avvocato e professore Agostino De Caro) hanno evidenziato nel corso del processo “l’infondatezza dei profili di colpa contestati, sottolineando come la vicenda dovesse essere valutata alla luce della particolare complessità del quadro clinico, della imprevedibilità della complicanza intraoperatoria e dell’assenza di una condotta alternativa concretamente idonea a evitare l’evento”.
“Accogliamo con profondo rispetto la decisione del Tribunale, che restituisce piena dignità professionale al professore Coscioni – dichiara l’avvocato e professore Castaldo – dopo un processo complesso e doloroso per tutte le parti coinvolte. L’assoluzione con la formula ‘perché il fatto non sussiste’ conferma la correttezza della linea difensiva sostenuta sin dall’inizio: non ogni evento avverso, anche quando drammatico, può essere trasformato in responsabilità penale. Attendiamo il deposito delle motivazioni per ogni ulteriore valutazione”, conclude Castaldo.
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C’è qualcosa di simbolico nel fatto che la conferenza stampa della diciottesima edizione di Marateale – Premio Internazionale – si sia tenuta in movimento. Non in una sala hotel, non davanti a un fondale istituzionale, ma a bordo di un Frecciarossa di Trenitalia, in viaggio da Roma Termini verso Maratea, con l’intera carrozza 2 riservata all’evento.
Dal 20 al 25 luglio, il Teatro sul Mare dell’Hotel Santavenere tornerà a essere il palcoscenico di uno degli appuntamenti cinematografici più originali del Sud Italia. Attori dall’India, dall’America, dall’Egitto, dalla Spagna e dall’Italia: Maratea si conferma punto di convergenza per il cinema internazionale in una location che difficilmente lascia indifferenti.
A tracciare il profilo del festival è stato Nicola Timpone, direttore artistico e anima della manifestazione: «Festeggiamo i nostri primi 18 anni, diventiamo maggiorenni, e vogliamo che questa settimana sia all’altezza del traguardo: grandi contenuti, grandi presenze, attori da tutto il mondo. Una festa popolare, certo, ma soprattutto una festa di grandi contenuti e cinema». Timpone ha anche anticipato un’ulteriore sorpresa editoriale: nel mese di luglio uscirà un libro che ripercorre la storia del festival.
Quello con Frecciarossa di Trenitalia è un sodalizio che dura ormai da sei edizioni, ma il suo impatto va oltre la sfera della sponsorizzazione culturale. Un festival che diventa maggiorenne e sceglie di annunciarlo in corsa: «La vicinanza di Trenitalia ci aiuta a dare concretezza ai valori che Marateale porta avanti da sempre: la sostenibilità, il rispetto per l’ambiente, l’attenzione al futuro», ha dichiarato Antonella Caramia, Presidente dell’Associazione Cinema Mediterraneo.
Una nuova presenza istituzionale si aggiunge quest’anno al parterre: l’Aeronautica Militare parteciperà per la prima volta con un cortometraggio e una serie di attività sul territorio — un segnale dell’allargamento progressivo del raggio d’azione del festival.
A rappresentare lo spirito del Marateale nelle vesti di Ambassador è Silvia D’Amico, attrice che aveva già partecipato al festival due anni prima come giurata nella sezione Youngblood. «Si torna sempre nei posti dove si è stati bene», ha detto genuinamente. «Ho apprezzato il clima di gioia che si respira a Maratea, la passione per il cinema, l’attenzione all’ambiente. Questi eventi sono fondamentali, soprattutto per avvicinare i giovani a questo mondo». Una testimonianza che dice più di qualsiasi claim promozionale: quando chi lavora nel settore sceglie di tornare, significa che qualcosa funziona davvero.
Diciotto anni di festival, una partnership ferroviaria che muove economia e turismo, un’Aeronautica Militare al debutto e un libro in uscita.
Tra le novità istituzionali di questa edizione figura anche la sottoscrizione di un protocollo con UNICEF. Un’alleanza che nasce dalla convinzione che il cinema possa essere strumento di sensibilizzazione sulle tematiche legate all’infanzia e all’adolescenza — un impegno che il festival porta avanti da anni attraverso le sue sezioni dedicate ai giovani talenti.
Marateale non si limita a celebrare sé stesso: cresce, si struttura e continua a scommettere su un territorio che ha molto da raccontare.
L’articolo Marateale compie 18 anni e sale sul Frecciarossa: il cinema internazionale parte da Roma Termini è tratto da Forbes Italia.
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“La battaglia contro la caccia contraddistingue da sempre la nostra Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente. Siamo fermamente convinti che ogni vita debba essere rispettata, comprese quelle degli animali selvatici. Non è accettabile regalare a meno di 500mila cacciatori un patrimonio naturale che appartiene a tutti e da tutti dovrebbe essere tutelato anche nell’interesse delle future generazioni, come previsto dalla riforma costituzionale del 2022 che ho fortemente voluto. Ecco perché ci batteremo sempre contro l’attività venatoria in ogni sua forma, con l’obiettivo di abolirla del tutto utilizzando qualsiasi strumento legale possibile, incluso il referendum. A maggior ragione non possiamo accettare ulteriori allentamenti delle regole che disciplinano questa crudele pratica”. A dirlo l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente.
“Non accetteremo mai – prosegue la presidente di LEIDAA – come possa essere considerato un divertimento uccidere un capriolino, un cerbiattino, un meraviglioso uccello o una delle altre straordinarie creature del bosco che al nostro “Cras Stella del Nord” curiamo con grande fatica e che, troppo spesso, arrivano con gravi ferite causate proprio dalle doppiette”.
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di Pietro De Giovanni, dipartimento di Management e Tecnologia, Università Bocconi
Nella decarbonizzazione della logistica, le aziende sono spesso chiamate a scegliere tra diverse opzioni tecnologiche in condizioni di incertezza, bilanciando obiettivi ambientali con vincoli economici e operativi. Tuttavia, queste decisioni sono altamente sensibili a fattori esterni – come i prezzi dell’energia, la regolazione delle emissioni, la disponibilità di infrastrutture e i livelli di utilizzo – che non sono pienamente sotto il controllo manageriale. Di conseguenza, il rischio di errore è elevato.
Una soluzione che oggi appare ottimale può rapidamente diventare inefficiente o persino controproducente, portando a maggiori emissioni, costi più alti o entrambi. Per questo motivo, decarbonizzare la logistica non significa semplicemente selezionare la tecnologia ‘migliore’, ma comprendere le condizioni in cui ciascuna scelta rimane valida nel tempo.
Per affrontare queste sfide, una recente ricerca sviluppata all’interno del Sustainable operations and supply chain (Sosc) monitor della Sda Bocconi School of Management analizza come decisioni ben intenzionate nella decarbonizzazione della logistica, orientate alla sostenibilità, possano trasformarsi in errori costosi se alcune condizioni non vengono pienamente anticipate.
Al centro della decisione si trovano due principali traiettorie tecnologiche. Da un lato, la sostituzione tecnologica – come i camion elettrici – rappresenta una transizione di lungo periodo, coerente con innovazioni di tipo dirompente. Queste soluzioni possono superare i sistemi tradizionali, ma solo quando si verificano condizioni chiave, tra cui l’accesso a energia pulita, un’adeguata infrastruttura di ricarica e alti livelli di utilizzo. In assenza di tali condizioni, i benefici ambientali ed economici attesi potrebbero non concretizzarsi pienamente.
Dall’altro lato, il revamping tecnologico offre un’alternativa più immediata e flessibile. Integrando input rinnovabili nei sistemi esistenti — come Hvo o bio-Lng — le aziende possono migliorare significativamente le prestazioni ambientali senza sostituire flotte o infrastrutture. È quello che definiamo effetto di ‘revamping’: le tecnologie ‘incumbent’ (soluzioni, i sistemi o i prodotti dominanti già affermati sul mercato) si adattano e recuperano competitività, sfruttando asset esistenti per ridurre il divario rispetto alle soluzioni più recenti.
In alcuni casi, il revamping può persino raggiungere o superare le soglie di performance richieste, consentendo al contempo un’implementazione più rapida ed evitando ingenti investimenti iniziali. Questa dualità genera un dilemma manageriale fondamentale. La sostituzione promette una trasformazione di lungo periodo, ma comporta incertezza e intensità di capitale. Il revamping offre benefici nel breve termine e continuità operativa, ma può incontrare limiti di scalabilità e di impatto nel lungo periodo. Di conseguenza, la scelta tra queste due opzioni è tutt’altro che lineare.
La complessità aumenta ulteriormente se si considerano i fattori che influenzano i risultati e amplificano gli errori associati. Diversi elementi giocano un ruolo cruciale nel determinare gli esiti delle decisioni di decarbonizzazione, spesso in modo sottovalutato. La volatilità dei prezzi dell’energia, ad esempio, può erodere rapidamente il vantaggio economico di qualsiasi tecnologia, trasformando quella che inizialmente appare come una soluzione efficiente in un impegno finanziario oneroso. Allo stesso tempo, i meccanismi di prezzo del carbonio – come l’Emissions trading system – possono incidere in modo sproporzionato sui sistemi basati sulla combustione, soprattutto quando la reale sostenibilità dei carburanti alternativi è incerta o dipende da processi a monte.
Altri fattori, come la disponibilità di infrastrutture e le distanze percorse, complicano ulteriormente il quadro. Le soluzioni che si basano su un consumo continuo di carburante espongono le aziende a rischi cumulativi, poiché ogni chilometro aggiuntivo aumenta sia i costi sia le emissioni. Nel tempo, ciò genera un effetto composto che può modificare significativamente le prestazioni attese di una tecnologia. Parallelamente, la variabilità operativa – inclusi perdite di efficienza, fattori di carico e la reale composizione del mix energetico – può influenzare drasticamente i risultati, fino in alcuni casi ad annullare i benefici ambientali che avevano inizialmente giustificato l’investimento. Non si tratta di effetti marginali, ma di fattori strutturali di errore che possono compromettere sia gli obiettivi di sostenibilità sia la sostenibilità finanziaria. Ciò che li rende particolarmente critici è che molte di queste variabili sono fuori dal controllo delle imprese.
Piuttosto che fornire una risposta univoca, la nostra ricerca mette in luce dove e perché possono verificarsi errori decisionali, consentendo alle aziende di selezionare soluzioni robuste in diversi scenari. Dall’analisi emerge chiaramente che il vero rischio non è scegliere la tecnologia sbagliata per la decarbonizzazione della logistica, ma sottovalutare quanto rapidamente la scelta ‘giusta’ possa diventare sbagliata a causa di fattori esogeni.
L’articolo Quando la scelta giusta diventa sbagliata: il dilemma della logistica sostenibile è tratto da Forbes Italia.
Davide Rossi presenta il suo ultimo libro che indaga la realtà massonica grazie alle risposte del Gran Maestro Stefano Erario
NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
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L'articolo “Massoneria e cattolicesimo sono assolutamente incompatibili” proviene da Visione TV.
La decisione della Bce di aumentare leggermente i tassi di interesse non ha sorpreso il mercato più di tanto. Subito dopo l’annuncio, le borse che erano in attivo, hanno limato i possibili guadagni. Ma nulla di particolarmente drammatico. Dopo le decisioni assunte, la struttura dei tassi ha assunto queste caratteristiche: tasso di interesse sui depositi presso la Bce: 2,25%; tasso di rifinanziamento principale: 2,40%; tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,65%. In tutti e tre i casi l’aumento è stato dello 0,25%. Quasi a dimostrare che la situazione è completamente sotto controllo, per cui non è necessario manipolare i diversi tassi, con aumenti non uniformi, per far fronte alle maggiori o minori situazioni di rischio.
Nel board il verdetto è stato unanime. Il comunicato finale tende a sdrammatizzare ulteriormente: “La decisione di aumentare i tassi risulta fondata in una serie di scenari che illustrano come lo shock potrebbe evolversi e influire sulle prospettive a medio termine per l’area dell’euro”. Quindi wait and see, in attesa di scoprire se il trentanovesimo annuncio di Donald Trump su quella tregua che dovrebbe liberare lo stretto di Hormuz avrà finalmente modo di concretizzarsi. Nel frattempo i margini a favore della Bce sono ancora evidenti: il tasso di riferimento della Bank of England è pari al 3,75%. Quello della Fed, la Federal Reserve americana al 3,62%. C’è quindi tutto il tempo eventualmente per reagire, qualora il barometro volgesse al peggio.
Sul futuro, data l’incertezza quasi cosmica che caratterizza la geopolitica, la Bce non si pronuncia. Non vi sarà pertanto alcuna forward guidance, vale a dire quell’annuncio di indicazioni prospettiche sulla dinamica dei tassi che di solito le Banche centrali comunicano al mercato. La Banca, infatti, come si legge nel comunicato diffuso, ha deciso di “adottare un approccio basato sui dati e valutato riunione per riunione per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria”. Un indirizzo analogo a quello assunto da Jerome Powell, quando era presidente della Fed, per resistere alle pressioni di Donald Trump, che spingeva per una riduzione dei tassi al fine di gasare l’economia americana in vista delle elezioni di Midterm.
Gli operatori, tuttavia, sono scettici e già ipotizzano almeno un doppio rialzo dei tassi d’interesse da qui alla fine dell’anno. Non tutti sono d’accordo. C’è addirittura chi ritiene che anche questo rialzo sia stato eccessivo. Tesi che oggi potrebbe trovare conferma negli accordi appena conclusi per la tregua tra Iran, Stati Uniti e (forse) Israele. Accordi che hanno portato in borsa una ventata di euforia, poi in parte ridimensionata a seguito di una riflessione meno emotiva, considerate le grandi incertezze che ancora caratterizzano il negoziato. Per quanto ci riguarda, non ci pronunciamo. Due sono tuttavia gli elementi su cui riflettere.
Il differenziale con la Fed rimane ancora molto alto. Il che potrebbe determinare una certa attrazione. Sullo sfondo restano poi le preoccupazioni sugli andamenti di finanza pubblica sia dell’Eurozona che della Ue. Le ultime previsioni della Commissione europea indicano un deficit di bilancio pari al 3,34% ed al 3,5% per il 2026 e l’anno successivo. Per l’intera Ue, queste percentuali salgono al 3,47% ed al 3,59. I maggiori Paesi (Francia e Germania) stanno molto peggio. A dimostrazione di come i parametri di Maastricht siano stati travolti dalla dinamica dei processi reali.
Sullo sfondo, inoltre, sono due programmi quanto mai impegnativi sul piano finanziario. Quello per la sicurezza Safe (Safe – Security Action for Europe) che prevede un prestito pari a 150 miliardi di euro, per dotare il vecchio continente di una propria struttura militare, in vista del crescente disimpegno americano. Risorse che non saranno a fondo perduto, ma prestiti concessi agli Stati membri ed al Canada seppure ad un basso tasso d’interesse e con scadenze particolarmente diluite nel tempo. La quota italiana, com’è noto, sarà pari a 14,9 miliardi di euro.
Un secondo intervento, seppure di portata di gran lunga inferiore, sarà quello che prevede la possibilità di uno sforamento del “Patto di stabilità” per un importo pari allo 0,6% del Pil nei prossimi due anni per ridurre la dipendenza da gas e da petrolio, agevolando gli investimenti green. In apparenza un vincolo molto stretto che dovrebbe impedire un aumento dei consumi fossili, intervenendo sul prezzo del gas e dei carburanti. Di fatto una misura più di facciata che di sostanza. Basterà ai singoli Stati nazionali operare uno shift di bilancio. Utilizzare le somme già stanziate per quegli investimenti per intervenire sui prezzi dei combustibili fossili e coprire con il maggior spazio fiscale appena ottenuto, quei precedenti impegni.
Comunque sia, se si sommano l’insieme di questi interventi è facile prevedere come le precedenti previsioni in termini di deficit e di crescita del debito della Commissione europea, siano un po’ scritte sull’acqua. Al punto da far ritenere poco realistiche le relative proiezioni. Per l’Eurozona e la stessa Ue, si ipotizza una crescita maggiore di circa 2 punti e mezzo nel prossimo biennio. Quando quella degli Stati Uniti, nello stesso periodo, sembra essere destinata ad un salto di quasi 4 punti. A meno che non scoppi la pace, quindi, le previsioni sulle due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che tranquillizzanti.
C’è poi l’altro corno del dilemma: l’inflazione. Studi recenti (Francesco Corsello e Andrea Foschi: The different effects of oil and gas supply shocks on euro-area inflation – Banca d’Italia) hanno dimostrato che gli aumenti del prezzo del petrolio si trasferiscono sui prezzi con maggiore rapidità. Mentre quelli del gas sono più graduali, ma con un effetto più persistente. Nel caso in specie, con la chiusura dello stretto di Hormuz, avremo, fino a quando la situazione non si sarà completamente normalizzata, la sommatoria negativa di entrambi gli effetti.
Attualmente le previsioni indicano per il petrolio un prezzo medio per l’anno in corso pari a 96,9 dollari al barile (dopo l’annuncio della tregua è sceso a poco più di 80). Con una successiva caduta a 82,2 nel 2027 e a 77,2 l’anno successivo). Bene che vada le quotazioni prospettiche sono di un 15% superiori alla media delle quotazioni dello scorso anno. Per il gas naturale, invece, a partire dal 2027 si dovrebbe tornare ad una situazione di relativa normalità. Salvo il presente in cui la bolletta dovrebbe essere più cara di circa il 25%. Ragione in più per fare qualcosa, nell’immediato, per tamponare la situazione.
L’effetto combinato dei fenomeni richiamati sulla vita di tutti i giorni sarà, al tempo stesso, una maggiore inflazione ed un minor tasso di crescita dell’economia. La terribile stagflation. Soffermarci sulle possibile cifre, in attesa di vedere quel che accadrà effettivamente nel Medio Oriente, è un puro esercizio calligrafico. Quel che si può dire è che comunque vadano le cose, il prossimo anno anno sarà quello più problematico: sia perché se ci saranno nodi sarà lì che verranno al pettine, sia perché la strada dell’eventuale normalizzazione appare ancora piena di incognite.
Tanto per dare qualche elemento, per il 2027 le previsioni attuali indicano il massimo del contenimento del tasso di crescita dell’economia e la più forte inflazione. Fenomeni che sarebbero destinati a stemperarsi l’anno successivo. Prospettiva inquietante, almeno per l’Italia. Che proprio in quell’anno dovrà affrontare una difficile tornata elettorale. Ne saranno avvantaggiate le attuali forze di governo o le opposizioni? Difficile rispondere. Con ogni probabilità coloro che si dimostreranno più convincenti. Cioè in grado di dimostrare di avere le ricette migliori per affrontare una tempesta imprevista ed imprevedibile. Come sono stati gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni terribili, in cui la guerra l’ha fatta da padrone.

© Kalpesh Lathigra for The New York Times
L’Italia è un buon posto dove investire. Anche se il terreno di gioco è quello dell’Intelligenza artificiale, su cui lo Stivale sta facendo progressi decisamente poco banali. L’attestato di stima arriva direttamente da chi è al tempo stesso pioniere e alfiere dell’IA, gli Stati Uniti. Salesforce investirà infatti un miliardo di dollari in Italia nei prossimi cinque anni per accelerare la trasformazione digitale e la crescita dell’Intelligenza artificiale agentica. Il piano dell’azienda americana prevede l’apertura di una nuova sede a Milano, nuove assunzioni e programmi di formazione dedicati all’IA per imprese, pubbliche amministrazioni e professionisti.
L’annuncio è stato dato da Marc Benioff, presidente e ceo di Salesforce, durante la sua visita in Italia in occasione della Terza Conferenza annuale di Roma su IA, Etica e Governance. “Siamo orgogliosi di rafforzare la nostra presenza in Italia con questo importante investimento”, ha dichiarato Benioff, sottolineando che il Paese “si sta affermando rapidamente come uno dei principali poli europei dell’innovazione nell’Intelligenza Artificiale”. La nuova sede sorgerà a Palazzo Missori, nel cuore di Milano, e sarà progettata come spazio di collaborazione tra clienti, partner e dipendenti per lo sviluppo e l’implementazione di soluzioni innovative. Ospiterà anche attività di formazione, aggiornamento professionale e inclusione, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per le competenze digitali.
Non è tutto. Salesforce rafforzerà inoltre l’organico italiano con nuove figure professionali nei settori data science, IA agentica e ingegneria. Dal suo arrivo in Italia, nel settembre 2003, il gruppo ha creato oltre 600 posti di lavoro e conta oggi migliaia di clienti e un ecosistema di partner in crescita. Tra le iniziative previste c’è il lancio della Enterprise Architecture Academy, programma pensato per supportare partner e clienti nella preparazione all’adozione dell’IA. Nella fase iniziale l’Academy coinvolgerà oltre 70 partecipanti. “Crediamo in un’Italia protagonista nell’era dell’intelligenza artificiale agentica”, ha detto Vanessa Fortarezza, Svp e country general manager di Salesforce Italia.
Agentforce, la piattaforma di IA agentica di Salesforce, è comunque già utilizzata in Italia da gruppi come Ferrari, Enel, UniCredit, Telepass e Trenitalia, oltre che da migliaia di piccole e medie imprese. Anche il settore pubblico utilizza le tecnologie Salesforce, tra cui Inps per migliorare l’esperienza di utenti e dipendenti. In particolare Trenitalia sta implementando Agentforce a supporto delle attività commerciali e di assistenza. Non a caso Francesco Cacciapuoti, chief sales officer di Trenitalia, sottolinea che la piattaforma “consente ai team di gestire la complessità operativa e dedicare maggiore attenzione ai passeggeri, valorizzando il lavoro delle persone”.
D’altronde, non bisogna mai dimenticare che l’Italia ad oggi è tra i primi Paesi in Europa ad aver approvato una legge sull’Intelligenza artificiale, disponendo finalmente di una cornice normativa organica sull’IA. I decreti rappresentano un passaggio importante perché traducono l’AI Act europeo nell’ordinamento nazionale, chiarendo autorità competenti, formazione, tutela dei lavoratori, uso dell’IA nella pubblica amministrazione, giustizia, sanità, professioni, attività di polizia e responsabilità civile e penale.


© RaiNews













Sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano sono state sequestrate dal gip, su richiesta della Procura di Firenze, per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. La decisione, adottata per la prima volta in Italia, è stata comunicata dalla procuratrice Rosa Volpe: gli inquirenti, si legge in una nota, contestano la violazione delle norme in materia di “pulizia dei locali di lavoro“, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Le sezioni sequestrate sono la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione “Accoglienza”: in base all’ordinanza del gip, comunica la Procura, i detenuti ospitati in quei locali dovranno essere “trasferiti presso case circondariali diverse da Sollicciano con tempistica dettata dal medesimo provvedimento”. Secondo il sindacato della Polizia penitenziaria Sappe, si tratta di 216 reclusi. L’indagine, condotta da Squadra mobile, tecnici Asl e Guardia di finanza, è stata avviata “al fine di verificare quanto segnalato in più ricorsi presentati ai magistrati di Sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico-sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni” all’interno del penitenziario: il decreto di sequestro, informa la procuratrice Volpe, è stato emesso dal gip “all’esito di sopralluoghi svolti e di approfonditi accertamenti, consistiti nell’audizione di numerosi testimoni, nell’acquisizione ed esame di documentazione anche fotografica dello stato di tutti gli spazi dei reparti penale e giudiziario maschile dell’istituto e delle varie sezioni”.
Ancora prima del comunicato della Procura, a rendere noto il sequestro era stato il ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, che ha messo le mani avanti elencando le iniziative allo studio del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) per risolvere la situazione: “Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di nove milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025″, si legge in una nota di via Arenula. “Nell’ambito di questa procedura in atto”, prosegue il comunicato, “il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della Casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticipare parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva. Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso”, annuncia il ministero, “ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti secondo quanto già previsto“.
Il penitenziario di Sollicciano è da anni sotto osservazione per le sue condizioni di degrado strutturale e per il sovraffollamento record, che supera il 170% (640 detenuti a fonte di 367 posti disponibili). Avendo a disposizione meno di tre metri quadrati di spazio vitale, molti detenuti hanno ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge in caso di detenzione “inumana e degradante”, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: a dicembre un detenuto ha ottenuto anche un risarcimento economico di circa 11mila euro. A marzo invece il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha sollevato ricorso alla Consulta, chiedendo di poter rinviare l’esecuzione della pena di un recluso a causa di condizioni “contrarie al senso di umanità”: tra i problemi segnalati, le continue infiltrazioni d’acqua nelle celle, l’assenza di acqua calda e le infestazioni da parte di insetti, roditori e parassiti. “Il sequestro è un monito importante, la conseguenza inevitabile di un disastro generale in cui è stato lasciato Solliciano per anni”, commenta al Fatto il Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo, deputato e membro laico del Consiglio superiore della magistratura in quota Pd. Per il Garante, la decisione del gip è “particolarmente coraggiosa” e rappresenta “il segno di una Procura e di un Ufficio di Sorveglianza attenti a questi problemi”. Il carcere fiorentino, spiega, è “strutturalmente fatiscente” e inadatto alla funzione rieducativa della pena: “Non ha laboratori, non ha aziende interne, non ha istituti di preparazione al lavoro, non c’è niente dentro, solo una massa di disperati”. Riguardo allo spostamento dei detenuti, Fanfani dice di non avere idea di quali siano gli istituti “di recente ristrutturazione” a cui fa riferimento il ministero: “Ma sicuramente in Toscana non ce ne sono, abbiamo un sovraffollamento del 136%“, sottolinea.
“Si tratta di una notizia che accogliamo positivamente”, commenta il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, ricordando come l’associazione, in seguito a un sopralluogo dello scorso marzo insieme a Magistratura democratica, avesse chiesto di chiudere il penitenziario “già all’epoca in condizioni non più sostenibili” (qui il blog di Susanna Marietti). Esprime soddisfazione anche Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato della Polizia penitenziaria Fsa Cnpp/Spp, in una nota in cui parla di “sistema penitenziario nel baratro“: il sequestro, afferma, “segna un punto di non ritorno nell’emergenza penitenziaria che denunciamo da sempre”, e “bene ha fatto la magistratura di Firenze ad intervenire dopo le nostre continue segnalazioni a tutela della sicurezza e della salute di detenuti e del personale penitenziario. È la prima volta in assoluto che si adotta un provvedimento di questo genere, che, specie se sarà seguito da altri in tante situazioni analoghe, segna una svolta storica nella gestione delle carceri italiane. Ci chiediamo cosa farà adesso in primo luogo il ministro Nordio e con esso il governo, che sinora hanno sempre negato l’evidenza dei fatti”, affonda. Anche per Francesco Oliviero del Sappe l’intervento della magistratura era “ormai inevitabile“: “Le criticità igienico-sanitarie, la vetustà degli impianti, il degrado delle sezioni e il sovraffollamento sono stati oggetto di ripetute segnalazioni e richieste di intervento, oggi pienamente confermate dalle risultanze dell’indagine. Ora”, denuncia “si apre una fase estremamente complessa per il personale, chiamato a gestire il trasferimento dei detenuti in un momento già gravato da una carenza di organico cronica e dall’avvio del piano ferie estivo, che riduce ulteriormente la disponibilità di unità in servizio”.
Dalla politica la prima a intervenire è la sindaca Pd di Firenze Sara Funaro: “Quando si arriva al sequestro di alcune sezioni vuol dire che la situazione è arrivata oltre il limite. Noi è tantissimo tempo che stiamo dicendo che il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito. Io continuo a sostenere questa tesi”, afferna. “Continuo a sostenere che le condizioni disumane che ci sono a Sollicciano non sono più tollerabili, oggi purtroppo ne abbiamo avuto la conferma. Il nostro auspicio è che possano essere prese a livello ministeriale delle decisioni drastiche e adeguate per avere dei luoghi che abbiano quel minimo di dignità che devono avere”. Per Federico Gianassi, segretario dei dem fiorentini e e capogruppo in Commissione Giustizia alla Camera, il sequestro “certifica il fallimento del ministero della Giustizia”: “Da anni, di fronte a una situazione terribile e disastrosa, il ministero rilancia promesse poi puntualmente non mantenute, senza mettere in campo un progetto credibile di radicale riqualificazione. L’intervento della magistratura riguarda una struttura che è sotto la responsabilità e la gestione del ministero”, denuncia. “Sollicciano non può più essere lasciato in queste condizioni: servono risorse e interventi immediati, serve un piano complessivo accompagnato da grande determinazione istituzionale e politica per realizzarlo. Ora basta fughe, il ministero ci metta la faccia”, incalza.
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Alcune immagini di qualche secondo, poi il video diventa virale e giù a giudicare, puntare il dito, è il trend sempre più pressante sui social network. Stavolta a farne le spese sono Giorgia con il compagno Emanuel Lo. La coppia è stata ripresa, casualmente, da utente di TikTok mentre passeggiava in centro per Roma, mano nelle mano. Mentre stavano salendo le scale però un signore sarebbe rimasto vittima di un tentativo di borseggio.
Da qui una sequenza di commenti tra chi ha giudicato che la situazione fosse troppo appartata perché qualcuno potesse accorgersene, e chi, invece, li ha giudicati “responsabili”, insieme agli altri passanti, di non essere intervenuti.
Immediata la replica della coppia che condividendo le stesse parole sulle story di Instagram hanno commentato quanto accaduto: “Purtroppo io ed Emanuel Lo non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi qualche giorno fa a Roma, ce ne siamo resi conto vedendo il video online. C’erano diverse persone, stavamo parlando tra di noi e abbiamo sentito solo un signore chiedere ad un altro di non appoggiarsi a lui mentre saliva le scale e l’altro chiedere scusa”.
E ancora: “Non abbiamo, e aggiungo purtroppo, percepito un pericolo o una situazione in cui fosse necessario intervenire. Ci spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso perché chi conosce me o Emanuel sa che non siamo persone che si girano dall’altra parte se vediamo qualcuno in difficoltà“.

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Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.
L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.
Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.
Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.
Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.
In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.
Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.
Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.
Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.
E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.
Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.
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Lo scorso novembre un gruppo di astrofisici dell’Università Yonsei (Corea del Sud), guidato da Young-Wook Lee, pubblicò uno studio su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, ripreso anche qui su Media Inaf, nel quale si sosteneva che l’universo fosse già entrato in una fase di espansione rallentata almeno un miliardo di anni fa. Un’affermazione che, se confermata da successivi studi, avrebbe portato a una crisi del modello cosmologico standard Lambda-Cdm, che descrive un universo in espansione accelerata guidata dall’energia oscura. Ora però uno studio guidato da Phil Wiseman dell’Università di Southampton sembra aver scongiurato la crisi: l’articolo che riporta i risultati, pubblicato la settimana scorsa su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, conferma infatti l’espansione accelerata.
In particolare, lo studio si è basato sull’osservazione delle supernove di tipo Ia, utilizzate come candele standard per misurare le distanze cosmologiche grazie all’andamento standardizzabile della loro curva di luce. Misurando anche lo spostamento verso il rosso della luce osservata, è possibile ottenere la velocità di espansione in corrispondenza di diverse distanze spazio-temporali ed evidenziarne così l’accelerazione. Nel 1998, proprio grazie all’osservazione delle supernove di tipo Ia, Saul Perlmutter, Brian P. Schmidt e Adam Riess scoprirono l’espansione accelerata dell’universo, risultato che valse loro nel 2011 il premio Nobel per la fisica.

Questa immagine combina i dati provenienti da quattro telescopi spaziali per offrire una visione multibanda di ciò che resta di RCW 86, il più antico esempio documentato di supernova. Crediti raggi X: Nasa/Cxc/Sao & Esa; Infrarossi: Nasa/Jpl-Caltech/B. Williams (Ncsu)
«Affermazioni straordinarie richiedono verifiche particolarmente accurate», dice Riess, che, insieme a Schmidt, è anche fra i coautori del nuovo studio condotto da Wiseman. «Quello che abbiamo riscontrato è che, quando calibriamo queste supernove tenendo conto dei diversi ambienti che le ospitano e delle diverse popolazioni, le prove a sostegno dell’accelerazione cosmica rimangono straordinariamente coerenti».
Secondo lo studio del 2025 del team sudcoreano, infatti, con l’avanzare dell’età dell’universo le supernove Ia presentano luminosità massime diverse: questo indurrebbe gli astronomi a ritenere – erroneamente, stando agli autori del precedente articolo – che l’universo stia accelerando mentre in realtà starebbe rallentando. Lettura ora contestata dal team guidato da Wiseman, che ha individuato un errore nel modo in cui veniva stimata l’età delle stelle: in particolare, i risultati dello studio di novembre partivano dal presupposto – errato – che l’età di una galassia fosse la stessa dell’età della stella esplosa in supernova. Non solo: gli autori del nuovo articolo contestano allo studio sudcoreano il fatto di non tenere conto della massa delle galassie ospiti, una correzione standard utilizzata nella cosmologia moderna per dimostrare l’accuratezza.
«Le misurazioni precedenti, ampiamente accettate, erano in realtà corrette e la nostra attuale comprensione del destino dell’universo rimane solida», sostiene Wiseman. «Fortunatamente abbiamo scongiurato questa crisi, ma rimane il mistero sul perché il tasso di espansione dell’universo continui ad accelerare. Avendo dimostrato che le nostre misurazioni sono corrette, possiamo ora tornare a cercare di capire cosa sia effettivamente questa energia oscura, piuttosto che chiederci se esista davvero».
Anche se la crisi pare scongiurata, il fatto che teorie e osservazioni precedenti vengano messe in discussione è fondamentale per la scienza, sottolinea un altro fra i coautori del nuovo studio, Mark Sullivan, dell’Università di Southampton: «È così che si compiono progressi. Sebbene quest’idea non si sia rivelata corretta, ha aperto nuove vie di pensiero su come esplodono le supernove e su come possiamo misurare l’energia oscura in modo più accurato».
«Recentemente ci siamo concentrati molto sull’astrofisica delle esplosioni e su come queste influenzino la cosmologia», conclude Brodie Popovic, coautore dello studio. «Questa è stata una buona occasione per tornare indietro e rivedere tutte le nostre ipotesi: a quanto pare, sì, comprendiamo davvero questi fenomeni e ne teniamo conto nelle nostre misurazioni cosmologiche».
Per saperne di più:
SpaceX ha annunciato l’acquisizione della piattaforma di programmazione basata sull’intelligenza artificiale Cursor per 60 miliardi di dollari, pochi giorni dopo il debutto in borsa di grande successo dell’azienda spaziale di Elon Musk, che ha portato la sua capitalizzazione di mercato a superare i 2.500 miliardi di dollari.
SpaceX ha debuttato in borsa la scorsa settimana con un’Ipo da record che ha raccolto oltre 85 miliardi di dollari e ha valutato l’azienda oltre 2.000 miliardi di dollari. Il debutto strepitoso ha permesso al fondatore e ceo Musk di diventare il primo trilionario al mondo. Il titolo ha continuato a salire lunedì, con un aumento di quasi il 20%, chiudendo la giornata con SpaceX come sesta azienda di maggior valore al mondo, con una capitalizzazione di mercato di 2.500 miliardi di dollari.
Le azioni di SpaceX hanno continuato a salire nelle contrattazioni pre-mercato di martedì mattina, guadagnando oltre il 10% prima dell’annuncio dell’accordo con Cursor. Le azioni della società spaziale hanno poi ridotto parte dei guadagni successivi all’annuncio dell’accordo e ora vengono scambiate a 203,40 dollari nel pre-mercato, in rialzo del 5,64% rispetto alla chiusura di lunedì.
L’articolo SpaceX acquisirà la piattaforma di programmazione AI Cursor per 60 miliardi di dollari è tratto da Forbes Italia.
“Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro l’amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di condividere”.
Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti. Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche amareggiato: “saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma”.
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell’impegno, De Gregori piccato ha rincarato la dose: “Sensibilizzo mio malgrado attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o su l’Iran. Ho le idee confuse anche io (…) il mio pensiero non è totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?”.
Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo editoriale dal titolo J’Accuse…! Lo firmava uno scrittore considerato il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con quell’articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e, più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo quell’articolo – oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai suoi giudici – era proprio che fosse firmato da un artista e non da un giornalista, un avvocato, un uomo politico… insomma, non da uno specialista. C’erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con quell’articolo la figura dell’intellettuale impegnato. Zola andò incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio… e qualcuno sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da quella vicenda.
La figura dell’artista impegnato, consapevole, del “compagno di strada” o dell’”utile idiota” (due definizioni invalse in ambito marxista-leninista) è senz’altro stata un asse portante di quella dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa: letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e storie controcorrente. L’anarchismo, in particolare, è ben rappresentato dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e rivoluzionari più famosi e amati della sua storia – Pietro Gori – è anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che intona in coro un canto?
Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del canto, la canzone – fra le forme della comunicazione popolare di larga diffusione – pur essendo stata protagonista dell’industria del disco e dell’intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata, la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d’arte più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario… anzi, potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o meno storti una rivolta… e non è affatto detto che questi quattro accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e Victor Jara.
Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto diffuso di canzone d’autore, con musicisti-poeti che si facevano interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di essi – appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione politica era centrale – portassero avanti, ognuno con la propria indole, questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso: non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone d’amore. Edoardo Bennato ha – potremmo dire – scritto il manifesto di questo chiamarsi fuori dall’obbligo dell’impegno con brani come Sono solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e reazionari. “A canzoni non si fan rivoluzioni” potrà sgolarsi a ripetere Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più necessari.
Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria (pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell’Internazionale). Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali, all’emigrazione, alle guerre: L’abbigliamento di un fuochista, Generale, Pablo, L’impiccato… e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti, rubando? scritta in un’epoca nella quale il disimpegno era diventato la norma.
D’altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto all’ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una tetragona indipendenza dell’artista da ogni condizionamento. Questa convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti dell’autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell’anno precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella fu senz’altro un’azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle possibilità dell’arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre, sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo, anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.
Alessio Lega
L'articolo Non si canta per cantare. Note a margine di una polemica sull’arte “impegnata” proviene da .

“Tale sospensione – si legge – ha peraltro natura temporanea, perdurando sino al momento in cui venga verificato, attraverso periodici accertamenti peritali, l’eventuale recupero della capacità processuale, all’esito del quale il procedimento potrà essere riattivato e proseguire secondo le regole ordinarie”.
“L’esigenza di assicurare l’accertamento della verità e la realizzazione della giustizia nei confronti della vittima – fa osservare l’Anm – non può, pertanto, essere disgiunta dal rispetto delle garanzie fondamentali riconosciute all’imputato tra le quali assume rilievo centrale il pieno esercizio del diritto di difesa; principio che costituisce il fondamento della decisione adottata”.
“Il processo – ricorda la giunta toscana dell’Anm – è stato sospeso ed è stata disposta la scarcerazione con applicazione di una misura di sicurezza e prescrizioni di natura terapeutica nei confronti dell’imputato” perché è “ritenuto, allo stato, incapace di partecipare consapevolmente al giudizio, sulla base dell’accertamento peritale che è stato svolto”. Per l’Anm, “pur nella piena comprensione del profondo dolore dei familiari della vittima per la perdita subita e dell’esigenza di verità e giustizia”, “occorre sottolineare che l’esercizio della funzione giurisdizionale deve svolgersi nel rispetto dei diritti di difesa e partecipazione consapevole al processo di tutte le parti”.
“In particolare – spiega l’Anm -, le disposizioni che regolano il processo penale (artt. 71 e ss. c.p.p.) stabiliscono che, ove sussista fondato motivo di ritenere che l’imputato, a causa di infermità mentale, non sia in grado di partecipare coscientemente al procedimento, e qualora tale condizione non presenti carattere di irreversibilità, il giudice è tenuto a disporre la sospensione del processo. Ciò in quanto, in presenza di tale infermità, l’imputato non sarebbe in grado di esercitare in modo consapevole ed effettivo i propri diritti di difesa”.


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The Atlantic mappa milioni di brani protetti usati per addestrare AI musicali. Database consultabili con titoli e artisti.
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C’è un momento preciso in cui un’azienda smette di essere un’idea e diventa una struttura reale. Questo, non accade quando si trovano i primi clienti o si firma il primo contratto, ma quando si decide di trattenere ciò che si produce invece di venderlo immediatamente e nel contesto della transizione energetica italiana, di cui molti parlano ma che pochi realizzano concretamente, Sunprime si inserisce esattamente in questo spazio tra le parole e i fatti.
Oggi esploriamo questa realtà attraverso le parole di chi ha intrapreso questa strada per primo: Antonio Mazzitelli, CEO e fondatore dell’azienda, noto anche come “il visionario”, che ci racconta in prima persona questa evoluzione da un’intuizione controcorrente a una solida piattaforma industriale.
Iniziamo dal principio Antonio. Se ti togliamo il ruolo di CEO oggi, che tipo di ingegnere saresti?
Se dovessi spogliarmi del mio ruolo aziendale, sarei anzitutto un ingegnere industriale, o per l’esattezza un ingegnere chimico, che però si è presto convertito al mondo del fotovoltaico e del solare, un ambito che mi appassiona profondamente. Al di là della mia formazione, mi definisco un soggetto fortemente orientato all’impatto. Questo settore mi sta offrendo la straordinaria opportunità di generare un impatto reale, trasformando concretamente gli spazi e i territori; per comprenderlo basterebbe osservare il livello di rigenerazione che alcuni dei nostri progetti stanno portando a livello locale. Sono una persona che ama lavorare sul campo, uno con le mani in pasta, o come dicono gli inglesi un professionista assolutamente hands on. Mantengo una forte vicinanza al dettaglio e sono molto operativo perché ho imparato che, se desideri far crescere un’azienda da zero, devi necessariamente conoscere ogni singola sfumatura. Mentre altri manager preferiscono mantenere una distanza di sicurezza dall’operatività quotidiana, io mi sono accorto nel tempo che il giusto presidio è l’unico vero fattore che ti permette di scalare e crescere. Infine, sono uno che vede largo. Mi piace sempre usare la metafora del campo di girasoli: se vi trovate davanti a distese infinite, cosa vedete? I singoli fiori o una distesa tutta gialla? Io vedo tutto giallo, guardo l’insieme. Questa attitudine mi ha permesso di dare vita a Sunprime come un’azienda verticalmente integrata, capace di disperdersi e presidiare l’intera catena del valore del fotovoltaico, e questo approccio ha rappresentato la vera chiave del nostro successo commerciale e industriale.
McKinsey, finanza, Regno Unito: quand’è che hai capito ad un certo punto della tua carriera che volevi costruire un qualcosa di tuo, fatto con le tue mani?
In tutta onestà, più che il desiderio egoistico di fare qualcosa di mio, inteso come possesso o proprietà di un brand, la mia è stata la risposta a un istinto interiore primordiale. Si è trattato di una forza interna indomabile, di una grandissima motivazione mossa dal profondo desiderio di fare e di avere fatto, proprio come spiegavo prima in merito all’impatto. Per me intraprendere questa strada è stato semplicemente inevitabile, non ho vissuto la decisione come una scelta ponderata tra opzioni diverse, ho dovuto farlo e basta. Questa urgenza interiore si è tradotta inizialmente in alcune esperienze imprenditoriali pionieristiche nel settore fotovoltaico, quando il mercato era ancora agli albori tra il 2010 e il 2012, per poi convergere definitivamente dal 2020 in avanti nella fondazione e nello sviluppo di Sunprime.
Qual è stata la tua decisione più difficile, o meglio, più rischiosa, che hai preso da quando sei alla guida di Sunprime?
Se escludiamo la scelta di sposarmi, che scherzando considero sempre un rischio notevole, la decisione professionale più rischiosa è stata indubbiamente quella di mettermi subito in gioco in modo totale. Appena laureato, a soli 24 anni, mi sono inserito direttamente in un contesto imprenditoriale avviando la mia attività. Non provengo da una famiglia con una tradizione imprenditoriale alle spalle, quindi scegliere di essere immediatamente dipendente da se stessi ha rappresentato un rischio enorme. A quell’età ero forse guidato da una sana incoscienza, ma ho iniziato subito a sviluppare e costruire impianti fotovoltaici prima in Italia e successivamente nel Regno Unito, affrontando anche una fase calante del mercato estero. La vera svolta consapevole è arrivata nel 2020, quando, con un tempismo perfetto appena prima dell’esplosione globale del Covid, ho deciso di fondare Sunprime. Oggi, guardando indietro a quel momento storico con la maturità attuale, mi chiedo come io abbia potuto correre un rischio così folle e non sono così sicuro che lo rifarei. Devo dire però che mi è andata bene sia nel matrimonio sia nell’avventura di Sunprime; alla fine siamo noi gli artefici del nostro destino, non c’è nulla di già scritto e le cose si possono sempre far andare nel verso giusto se si mettono in campo i giusti ingredienti come i sacrifici, gli sforzi costanti, l’impegno quotidiano e il rispetto del dovere prima di ogni altra cosa.
Antonio, nel 2020 tutti sviluppavano, tutti vendevano, voi invece avete detto: “no, noi restiamo proprietari”. Perché avete fatto questa scelta?
Fu una scelta incredibilmente difficile e controcorrente, te lo posso assicurare. Ancora una volta, la spinta non è nata dal mero desiderio di possesso, ma dalla ferma volontà strategica di strutturare una vera piattaforma industriale. In passato, il settore delle rinnovabili ha seguito dinamiche prevalentemente finanziarie anziché industriali: l’obiettivo diffuso era cogliere l’attimo, investire nell’asset per poi fare flipping, vendere tutto e scappare via con il profitto. Noi abbiamo ribaltato questo paradigma perché abbiamo visto l’occasione storica di creare un’industria e di essere parte attiva di un comparto che stava finalmente prendendo forma nel Paese. Per dare un’idea dei volumi, l’anno scorso in Italia il 15% dell’elettricità totale di cui abbiamo avuto bisogno è stata prodotta dal solare, una quota importantissima che nei prossimi 5 anni salirà probabilmente fino al 25%, considerando i numerosi progetti che stanno maturando sul territorio. Inoltre, questa transizione si basa su fattori economici solidi: l’elettricità fotovoltaica oggi ha un costo inferiore alla metà rispetto a quella prodotta dal gas, ed è spendibile in modo totalmente sostenibile. Questo aspetto ecologico a qualcuno interessa meno, ma per noi rappresenta un valore fondante; il fatto di poter produrre enormi volumi di energia in modo pulito, competitivo e sostenibile è la ragione che ha guidato la nostra scelta di rimanere proprietari degli impianti.
Cosa avete visto che il mercato non vedeva o non voleva vedere?
Abbiamo visto nitidamente un’opportunità di lungo periodo, legata a un settore industriale emergente che beneficiava di una profonda e radicale discontinuità regolatoria. Quello dell’energia è storicamente un settore ultra-tradizionale, ma nel momento in cui il regolatore ha iniziato a stabilire che le cose andavano fatte in modo completamente diverso, si è aperta una finestra straordinaria per far nascere una nuova industria. Io definisco Sunprime come un soggetto puramente industriale che si muove con agilità in questo nuovo perimetro regolatorio. Per farlo con successo era necessario creare un’organizzazione da zero, definire i processi interni, implementare gli strumenti tecnologici adatti e aggregare le persone giuste attorno a una visione condivisa, ovvero tutto ciò che si fa normalmente quando si sviluppa un’azienda strutturata. Questo è stato il nostro vero motore immobile.
Antonio, hai sottolineato come siate nati in piena pandemia. Tra i tanti ostacoli affrontati, immagino che convincere i mercati a finanziarvi durante un periodo di lockdown globale sia stata un’impresa titanica. Cosa hai detto loro di preciso? Qual è stata la chiave per convincerli a credere nel progetto??
Se ci ripenso oggi, me lo chiedo spesso anch’io, poiché si trattò di una vicenda davvero curiosa e complessa. Tutta la trattativa e la gestione dei capitali è avvenuta esclusivamente tramite videochiamate internazionali, mentre io mi trovavo confinato nella mia camera da letto, convivendo con la presenza dei miei figli e gestendo la quotidianità tipica di quel periodo così sfortunato e drammatico per tutti. Per convincerli ho fatto leva principalmente su due fattori fondamentali. Il primo è stato la presentazione di una strategia aziendale estremamente chiara e definita fin dal primo giorno. In questo sono stato facilitato dal mio passato, avendo già operato nel fotovoltaico tra il 2010 e il 2012 sia in Italia che nel Regno Unito. Quando il mercato si è riattivato nel 2020 in coincidenza con la seconda ondata del solare post-covid, sono arrivato all’appuntamento molto più pronto degli altri, conscio del percorso esatto che avremmo dovuto compiere, e l’evoluzione attuale dimostra che avevamo ragione. Il secondo pilastro ha riguardato i fattori umani, gli human factors. Ho voluto comunicare agli investitori un senso di profonda integrità personale e professionale, unito a una dedizione totale e assoluta verso la causa aziendale. La combinazione di una strategia limpida e di una forte trasparenza umana ha funzionato, confermando che i rapporti personali e la fiducia contano sempre moltissimo in queste grandi dinamiche finanziarie.
Nel mondo dell’energia ci sono numeri che fanno curriculum e poi ci sono numeri che cambiano il posizionamento di un’azienda: 507 milioni di euro non sono solo un finanziamento, sono un voto di fiducia su un modello industriale. Antonio, superfici compromesse, scelta etica o arbitraggio intelligente, secondo te?
Ritengo che si tratti assolutamente di tutte queste cose. Da un lato c’era e c’è una fortissima componente etica legata alla trasformazione degli spazi di cui parlavo all’inizio. Quando abbiamo avviato Sunprime, abbiamo deciso di dedicarci massicciamente alla bonifica dei tetti in amianto, una presenza ancora impressionante e pericolosa in giro per l’Italia. Ci siamo posti questo obiettivo come una vera e propria missione personale, finalizzata a restituire valore e a dare un contributo concreto al risanamento del nostro Paese. Dall’altro lato, non posso negare che si sia trattato anche di un arbitraggio intelligente, un’espressione che condivido molto. Questa focalizzazione ci ha permesso di entrare nel settore fotovoltaico posizionandoci in una nicchia di mercato che all’epoca era molto meno trafficata e presidiata dai grandi competitor. Questo posizionamento è stato cruciale soprattutto durante la fase acuta della pandemia, quando i prezzi dell’elettricità erano crollati toccando il fondo a 20 euro al megawattora e non avevamo più la leva del prezzo per conquistare nuovi clienti industriali. L’opportunità legata alla rimozione dell’amianto ci ha fornito la spinta e la marginalità necessarie per partire e consolidarci.
La decisione più impopolare che hai preso nell’arco di questo tempo?
Per via della mia indole, questa è una domanda complessa, poiché quando mi trovo a dover prendere una decisione cerco sempre di muovermi d’anticipo per costruirmi il giusto consenso attorno all’obiettivo. Tuttavia, guardando indietro alla nostra impostazione strategica, la scelta più impopolare e inizialmente meno compresa è stata quella di focalizzarci esclusivamente sugli impianti solari distribuiti. Mentre la stragrande maggioranza dei competitor del settore sceglieva di sviluppare pochissimi impianti ma di dimensioni gigantesche, noi abbiamo preso la direzione opposta, puntando su una miriade di impianti di taglia media, compresi tra 1 megawatt e 10 megawatt, capillarmente dispersi sul territorio nazionale. Abbiamo optato per questa via perché gli impianti distribuiti sono intrinsecamente più compatibili con l’ambiente circostante, vengono accettati molto meglio dalle comunità locali e dalle amministrazioni pubbliche che li governano e, non da ultimo, risultano infinitamente più facili e veloci da connettere alla rete elettrica nazionale. I fatti ci hanno dato ragione: in questa seconda ondata del fotovoltaico siamo posizionati tra i primi tre soggetti in Italia per volume di connessioni effettuate. Proprio in questi giorni abbiamo raggiunto la quota di 300 megawatt immessi in rete, una potenza che inizia a essere davvero importante. Fare le cose in modo diverso rispetto alla massa può sembrare impopolare all’inizio, ma se supportato da una strategia solida si rivela una scelta vincente e ripaga ampiamente il coraggio iniziale.
C’è stato un momento in cui invece poteva fallire tutto?
Sì, se ripenso ad esempio al 2022, posso affermare che è stato un anno incredibilmente difficile. Io e i miei due soci siamo stati sempre fortunatissimi sul piano professionale, mantenendo una coesione e una sintonia totale in ogni frangente, ma le vicende e le difficoltà personali possono rendere tutto estremamente gravoso. Nel mio caso specifico, in quel periodo è nato mio figlio Mark e io ho letteralmente smesso di dormire; oggi ha tre anni e la situazione non è cambiata di molto. Parallelamente alle vicende personali, abbiamo dovuto affrontare una congiuntura di mercato davvero drammatica, caratterizzata da un repentino e massiccio rialzo dei tassi di interesse che, per chi come noi investe in infrastrutture con un orizzonte temporale a lungo termine, rappresenta un ostacolo colossale. A questo si è aggiunto il boom dei costi delle materie prime, con i pannelli fotovoltaici che sono arrivati a costare il 50% in più rispetto a quanto avevamo preventivato nel nostro business plan iniziale. In questa situazione di forte stress operativo dovevamo anche strutturare il nostro primo grande finanziamento strutturato; ricordo che alla fine del 2022 siamo riusciti a chiudere questo accordo da 150 milioni di euro con le principali banche europee. Oggi mi chiedo ancora come siamo riusciti a portare a termine quell’operazione in un contesto così ostile; è stata una sfida monumentale, complessa come tutte le prime volte in cui c’è un inevitabile margine di incertezza, ma ne siamo usciti vincitori.
Questo per quanto riguarda la vostra storia, il vostro passato e il vostro presente. Per quanto riguarda invece il futuro, se vogliamo dare uno sguardo ai primi 5-10 anni, dove vedi Sunprime?
Nel medio e lungo termine io mi immagino Sunprime come una solida realtà industriale inserita all’interno di un comparto giovane come quello dell’industria fotovoltaica. Chiaramente, da qui al 2030 saremo un soggetto un po’ meno giovane di quanto siamo adesso, perché abbiamo in programma di realizzare moltissimi progetti e di connettere ben 3 gigawatt di potenza complessiva, un volume davvero imponente che integrerà sia il fotovoltaico tradizionale sia le batterie di accumulo, che considero il vero e proprio fattore abilitante per il futuro del settore. Con le nostre strutture arriveremo a produrre circa l’1% dell’intero fabbisogno elettrico nazionale, un numero che può sembrare enorme per una singola azienda. Più in generale, vedo Sunprime evolversi come una straordinaria solar project machine, una macchina perfetta per la creazione di progetti fotovoltaici guidata da tre competenze e abilità fondamentali. La prima è rappresentata dalle project skills, ovvero la pura capacità tecnica e ingegneristica di realizzare gli impianti. La seconda riguarda le skills organizzative, indispensabili per gestire e tenere unito un team che oggi ha già raggiunto le 180 persone, dislocate in vari uffici disperdersi sul territorio nazionale e impegnate nel coordinamento di innumerevoli processi simultanei. La terza e ultima abilità su cui stiamo investendo molto è l’energy management: quando produci una tale mole di energia elettrica devi possedere le competenze interne per gestirla al meglio e posizionarla in modo efficiente sul mercato, una sfida complessa e tutt’altro che banale.
E qui si vede la tua indole un po’ visionaria, se vogliamo invece andare più nel pratico, quali sono le cose che devono andare perfettamente nei prossimi 36 mesi o che almeno ti auguri che vadano perfettamente nei prossimi 36 mesi?
Nei prossimi tre anni l’imperativo aziendale è uno solo: l’esecuzione perfetta del piano, la pura execution. Abbiamo pianificato investimenti per oltre 1 miliardo di euro e attualmente ci troviamo a poco più di un terzo del percorso, quindi dobbiamo mettere a terra con la massima precisione tutto ciò che ci siamo prefissati. Dal punto di vista finanziario siamo in una posizione solida poiché queste enormi risorse sono state ormai quasi interamente deliberate e acquisite grazie agli impegni sottoscritti con i più grandi istituti bancari europei e con la BEI, la Banca Europea per gli Investimenti, che ha sposato e finanziato il nostro progetto. Mettere a terra un miliardo di investimenti richiederà da parte di tutta la struttura un livello di focus, attenzione e concentrazione totale. Questi prossimi 36 mesi di execution impeccabile saranno determinanti per prepararci al meglio alla fase successiva, quella che si aprirà oltre il 2028, un orizzonte in cui il mercato dell’energia cambierà nuovamente e in cui avremo bisogno di ulteriore capitale per continuare la nostra traiettoria di crescita. Sunprime oggi non è più una startup che deve spiegare al mercato la validità della propria idea, ma è una struttura industriale solida che si sta consolidando nel tempo lungo del capitale.
L’articolo Sunprime: costruire il futuro dell’energia con una visione di lungo periodo è tratto da Forbes Italia.
Sette persone sono state arrestate dalla Digos di Roma, su ordine del gip, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Due di loro, si legge nel comunicato della Questura, sono “gravemente indiziati di aver concorso nella realizzazione di attentato a impianti di pubblica utilità, interruzione di pubblico servizio e istigazione per delinquere, aggravati dalla finalità di terrorismo. Si tratta in particolare dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze, con l’uso di esplosivi rudimentali, ma di sicura efficacia, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455mila euro”, nonché la paralisi della circolazione con ritardi fino a due ore. Quel sabotaggio, insieme a un altro effettuato lo stesso giorno sulla linea Roma-Napoli, “è stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org creato appositamente qualche mese prima”, con un comunicato che “faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano–Cortina e agli intenti antimilitaristi e di attacco violento alle infrastrutture.
Cinque degli arrestati sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, due ai domiciliari. Secondo la Procura di Roma, avevano “costituito e organizzato un gruppo criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico e strutturato secondo modalità e metodologie note e sperimentate nel movimento anarchico, organizzazione radicata nel territorio capitolino, ma anche in relazione con realtà affini individuabili, tra l’altro, nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli. Nelle prospettive del gruppo in questione”, si legge nel comunicato, “anche l’obbiettivo di mantenere attiva la mobilitazione dell’anarco-insurrezionalismo avverso la sottoposizione al regime del 41-bis dell’anarchico Alfredo Cospito, anche attraverso violente azioni dimostrative.”
L'articolo Roma, sette arresti per terrorismo: “Gruppo anarchico responsabile del sabotaggio all’Alta velocità a febbraio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una mini-segreteria che faccia da raccordo coi territori. Con dentro anche i big del Nord Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Che, a meno di colpi di scena e di ulteriori scontri interni, diventeranno vicesegretari nel ritiro estivo del 4-5 luglio a Treviso. La decisione – con il partito scosso sul doppio fronte inchieste Ponte e Olimpiadi Milano-Cortina da una parte e concorrenza Vannacci dall’altra – dovrebbe essere annunciata direttamente dal leader della Lega Matteo Salvini nelle prossime ore, bypassando il consiglio federale che non si terrà mercoledì come inizialmente previsto, spiegano due fonti qualificate a conoscenza della questione.
Una mediazione per evitare ulteriori strappi con i governatori del Nord (a cui si aggiunge il lombardo Attilio Fontana) e per iniziare a includere anche Zaia e Fedriga. Sulla modifica dello statuto per le due Leghe – sul modello Cdu/Csu tedesca – invece il processo è ancora in divenire e non è materia dei prossimi giorni.
Nella mini-segreteria allargata ci sarà anche il vicesegretario responsabile del Sud Claudio Durigon che guida una truppa di 30 deputati e senatori che si sono infuriati dopo le parole dei nordisti all’ultimo consiglio federale. In bilico, invece, il ruolo di Silvia Sardone – europarlamentare e vicesegretaria – che viene accusata dalla Lega nordista di tirare la volata proprio a Vannacci rincorrendolo sulle sue battaglie. Sarà una struttura snella che faccia da “cerniera” coi territori.
Intanto, lunedì sera a Milano Salvini e Giorgetti si sono ritrovati con gli altri dirigenti della Lega per una cena di finanziamento con imprenditori per sostenere il partito. Alle Officine del Volo in via Mecenate si sono presentati in 350 per una quota minima di 2.500 euro: in totale 875 mila euro minimo raccolti. Durante la cena – a cui hanno partecipato anche Durigon, Claudio Borghi, Alessandro Morelli ed Edoardo Rixi – il leader della Lega (intervistato dal direttore del Tempo Daniele Capezzone) ha spiegato che il governo deve arrivare a fine legislatura e “per completare il programma e le opere pubbliche è importante essere rieletti per un secondo mandato”.
L'articolo Lega, verso una mini-segreteria con Zaia e Fedriga: così Salvini prova a evitare lo strappo col Nord proviene da Il Fatto Quotidiano.


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Dopo tre giorni di ricerche è stato ritrovato il corpo di Chiara Guerra, insegnante di 53 anni, uccisa nella sera dell’11 giugno a San Stino di Livenza (Venezia)0, dal nipote 17enne, reo confesso. Il cadavere, individuato ad alcuni chilometri di distanza dal luogo in cui era stato gettato, è stato recuperato all’interno di un sacco in condizioni integre con varie ferite da taglio. A individuarlo mentre galleggiava è stata la polizia locale che ha allertato i carabinieri e i vigili del fuoco. Il giovane aveva lasciato il corpo senza vita della zia nel canale Magher, ma le correnti lo hanno trasportato nelle acque del fiume Lemene, nella zona di Settesorelle. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Comando di Venezia e il medico legale Antonello Cirnelli che avrà il compito di eseguire la prima ispezione esterna.
Da domenica mattina, un gran numero di soccorritori erano impegnati a setacciare il canale: squadre del nucleo sommozzatori, del nucleo droni e due le squadre Saf con imbarcazioni dotate di ecoscandaglio. Le ricerche si sono concentrate sul punto indicato dal nipote della vittima che ha dichiarato di aver gettato anche il cellulare e l’arma del delitto, un coltello, nelle stesse acque: nessuno dei due è stato trovato. Si tratta di una zona difficile da perlustrare a causa dei collegamenti con altri canali e dalla presenza di correnti.
Il 17enne, che sarà maggiorenne tra qualche mese, ha ammesso dopo poche ore di aver ucciso la zia a coltellate per poi trasportare il cadavere verso il canale con una carriola. Il giovane ha confessato di fronte al pm Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone: il caso è stato poi trasmesso alla Procura dei minori di Trieste. Dalle prime ricostruzioni, il movente è legato ad alcuni dissidi familiari dovuti a una presunta eredità su cui la vittima e il fratello, cioè il padre del ragazzo, litigavano da tempo.
L'articolo Uccisa dal nipote 17enne: ritrovato il corpo di Chiara Guerra nel fiume Lemene, era all’interno di un sacco proviene da Il Fatto Quotidiano.

La tecnologia, secondo Sburlati, “sarà fondamentale sui temi dell’Epr, cioè la responsabilità estesa del produttore. La legge deve entrare in vigore il prima possibile. I consorzi sono fondamentali, creeranno una nuova filiera, e io non voglio che la prendano all’estero, come già sta accadendo, perché il riciclo tessile sarà uno degli asset fondamentali nei prossimi anni”.
Il tema dell’innovazione, ha aggiunto il presidente di Confindustria Moda, entra in gioco inoltre “per come si racconta ai giovani di consumare o come i giovani intendono il consumo. Pensate a come le piattaforme social orientino i comportamenti. Ma l’innovazione è anche nel come si racconta il nostro mondo: i nostri ragazzi dai 12 ai 24 anni hanno un’idea diversa da noi sul bello, ben fatto, Made in Italy”.

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© Serhii Okunev/Agence France-Presse — Getty Images

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Ece Irtem è morta. L’attrice turca nota in Italia per Forbidden fruit aveva 35 anni. La ragazza celebre per il ruolo di Isil nella serie One Love è stata trovata priva di sensi nella sua casa lunedì 15 giugno al mattino, appena un giorno dopo il suo compleanno. La causa del decesso è stata attribuita a un attacco cardiaco. Irtem era nata il 14 giugno 1991 a Sivas, in Turchia. Si era laureata in Opera e Canto presso l’Università Yasar nel 2014, classificandosi terza nel suo corso.
Durante gli studi aveva lavorato con artisti di fama internazionale come il soprano Aytul Buyuksarac, il tenore Levent Gunduz, il direttore dell’Opera e del Balletto di Stato di Izmir, Paolo Susanni, e il mezzosoprano Anna Chubuchenko. Parallelamente aveva iniziato a recitare in giovane età, scrivendo e interpretando le proprie scenette per le recite scolastiche, una passione che ha coltivato per tutta la vita. Dopo essersi trasferita a Istanbul, Irtem ha iniziato a studiare recitazione al Centro Culturale Sadri Alisik, formandosi con maestri del calibro di Kayhan Yildizoglu, Okday Korunan, Kadim Yasar e Tolga Ciftci. È diventata famosa per il suo ruolo di Isil in One Love, una popolare serie televisiva turca con un vastissimo pubblico.
In Italia era diventata un viso noto, spesso ospite anche di alcuni talk Mediaset, grazie alla sua interpretazione della barlady Gizem in Mr. Wrong – Lezioni d’amore recitando con Can Yaman. Come riportano diverse testate turche l’eccezionalità di un decesso in così giovane età ha comunque portato la magistratura turca ad effettuare un’autopsia. Le ultime ore della ragazza, peraltro, quelle di domenica 14 giugno, sono state ricostruite attraverso diverse telecamere disposte attorno alla sua abitazione turca e la vedono ritratta tranquilla e sorridente a pranzo. Successivamente, attorno alle 21, viene inquadrata dalle telecamere dell’atrio del suo condominio mentre rientra in casa insieme alla madre. È lì che Irtem appare visibilmente barcollante e intontita, tanto da doversi appoggiare al braccio della madre.
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Diventa definitiva la condanna a due anni e sei mesi a Riccardo Bossi per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza per oltre tre anni e mezzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio del fondatore della Lega, condannato per truffa ai danni dello Stato dal Tribunale di Busto Arsizio (Varese) e poi dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva anche stabilito un risarcimento danni a favore dell’Inps di 15mila euro. L’accusa era di aver ottenuto 280 euro al mese per 43 mensilità, per un ammontare complessivo di oltre 12mila euro dal 2020 al 2023.
Nella stessa giornata, la Corte d’Appello del capoluogo lombardo ha confermato la condanna di Bossi junior per maltrattamenti nei confronti della madre, Gigliola Guidali. Un anno fa il primogenito del Senatur era stato condannato dal Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi di carcere. I fatti oggetto del processo risalgono al 2016: secondo l’accusa, Bossi – che ha sempre negato ogni addebito – faceva continue richieste di soldi alla madre, spesso accompagnate da insulti e percosse, fino a costringerla a fuggire di casa e a sporgere denuncia. In un’occasione la donna era stata spinta dal figlio e aveva sbattuto la testa contro il muro. In seguito la madre aveva ritirato la querela assicurando che i rapporti fossero tornati sereni: un dietrofront che aveva fatto cadere l’accusa di minacce, ma non quella di maltrattamenti, perseguibile d’ufficio. Contro la sentenza d’Appello l’avvocato di Bossi, Federico Magnante, ha preannunciato ricorso in Cassazione.
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La Regione Toscana dice di aver fatto il possibile. I Comuni ribattono che gli aumenti sono inconcepibili. E allora la Regione risponde ai Comuni chiedendo di mettere loro più soldi. Alla fine la Giunta regionale accende la luce verde ai rincari dei biglietti e degli abbonamenti per i bus. A salvarsi sono solo gli abbonamenti degli studenti fino a 26 anni. Sconti co finanziati dai Comuni che restano. La corsa singola sale a due euro, per far fronte all’incremento dei costi sostenuti per il servizio da Autolinee Toscane, cioè il carburante aumentato della bellezza del 30 per cento, l’elettricità del 15. Coro di proteste. No dall’assessore alla mobilità del Comune di Firenze Andrea Giorgio, un secco No anche dai sindacati, Cgil e Cisl, che parlano di “grande ingiustizia sociale” e chiedono di tutelare pendolari, studenti e abbonati, che ogni giorno utilizzano il servizio. E poi l’Anci e poi il (neo) sindaco di Prato Matteo Biffoni che dice: “l’aumento del costo dei servizi non può essere scaricato sugli utenti, non in modo così indiscriminato sugli abbonati”. E chiede un incontro urgente a Regione e At. Dal canto suo il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha detto “noi mettiamo 700 milioni di euro all’anno sui trasporti tra bus e treni, non ce la facciamo a mettere altro. Se vogliamo tenere basse le tariffe soprattutto degli abbonamenti troviamo un equilibrio, i soldi ce li mettano anche i Comuni”. La risposta del fronte del No: se serve un piano di riequilibrio economico del contratto di gara regionale del Tpl, per far fronte al deciso aumento dei costi energetici a cui deve far fronte Autolinee Toscane, si faccia utilizzo delle risorse che entrano in bilancio dalle imposte.
IL CALDO ESTREMO METTE A RISCHIO LA SALUTE DI 7 LAVORATORI SU 10 NEL MONDO:
NASCE IN ITALIA IL SOFTWARE “SALVA-VITA” CHE LANCIA L’ALLERTA ONDATA DI CALORE IN 90 SECONDI
Le temperature estreme stanno diventando una variabile sempre più critica per la sicurezza del lavoro e la gestione delle emergenze, con effetti diretti su salute e continuità dei servizi. Ogni anno le alte temperature provocano quasi 20mila morti e oltre 22 milioni d’infortuni professionali, evidenziando la crescente esposizione di lavoratori e sistemi produttivi: il probabile arrivo secondo gli scienziati del “Super El Niño” rende ancora più necessario lo sviluppo di soluzioni in grado di salvare i lavoratori. La rapidità dell’informazione e la capacità di attivare allerte capillari diventano elementi chiave per ridurre i rischi. “Le temperature estreme non sono più eventi straordinari ma una condizione strutturale. La velocità dell’allerta può fare concretamente la differenza nella protezione delle persone”, spiega Massimiliano Palma, CEO di Regola
Il caldo estremo sta diventando uno dei fattori più critici per la sicurezza del lavoro e la salute pubblica su scala globale, con effetti che si riflettono in modo sempre più evidente sulla vita quotidiana dei lavoratori e sulla tenuta dei sistemi produttivi. Secondo un recente report della International Labour Organization, rilanciato dall’International Trade Union Confederation, ogni anno le alte temperature sono responsabili di circa 18.970 morti e 22,87 milioni di infortuni professionali legati all’attività lavorativa. Il fenomeno coinvolge oggi oltre 2,4 miliardi di lavoratori nel mondo, pari a circa il 71% della forza lavoro globale (7 su 10), esposti in maniera diretta a condizioni di stress termico durante lo svolgimento delle proprie attività. Lo stesso studio evidenzia come il caldo estremo stia erodendo progressivamente la produttività, con una riduzione stimata fino al 3% per ogni grado oltre i 20°C, mentre gli impatti sanitari includono disidratazione, danni renali e disturbi neurologici. Nei contesti più esposti, l’aumento delle temperature è associato anche a una maggiore incidenza di incidenti sul lavoro e patologie croniche, in particolare nei settori caratterizzati da attività all’aperto o da elevata esposizione ambientale come edilizia, agricoltura e logistica. A rendere lo scenario ancora più preoccupante è il ritorno imminente di El Niño, il fenomeno meteorologico naturale e ciclico che amplifica le temperature globali: secondo le ultime previsioni della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) degli Stati Uniti, riprese negli ultimi giorni da The Guardian, la probabilità di un El Niño tra dicembre 2026 e febbraio 2027 è del 96%, con un 35% di possibilità che si tratti di un “Super El Niño”. Il fenomeno si genera a causa di cambiamenti nei venti nell’Oceano Pacifico, che provocano il rilascio nell’atmosfera del calore accumulato nell’oceano. Le ripercussioni del fenomeno in Italia avranno effetto in particolare nella prossima primavera-estate. L’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore sta mettendo sotto pressione non solo i sistemi produttivi, ma anche la capacità delle istituzioni di prevenire e gestire in modo tempestivo gli effetti sanitari e operativi di questi eventi. In questo contesto, il nodo centrale diventa la rapidità con cui le informazioni riescono a raggiungere la popolazione e gli operatori sul territorio, soprattutto nelle ore in cui il rischio per le fasce più vulnerabili cresce in modo esponenziale. Le strategie di adattamento si stanno quindi orientando sempre più verso sistemi integrati di allerta precoce e comunicazione multicanale, in grado di attivare in pochi minuti notifiche su diversi dispositivi e coordinare simultaneamente le strutture di emergenza coinvolte. “Non si tratta più solo di gestire l’emergenza quando si manifesta, ma di anticiparla attraverso sistemi che permettano di raggiungere rapidamente chi è esposto e chi interviene sul territorio” spiega Massimiliano Palma, CEO di Regola, azienda italiana leader nella tecnologia per le sale operative. In scenari di questo tipo, la possibilità di inviare comunicazioni massive in tempi estremamente ridotti e di sincronizzare i flussi informativi tra centrali operative, servizi sanitari e protezione civile rappresenta un elemento chiave per ridurre l’esposizione al rischio e migliorare la capacità di risposta. “Oggi tecnologie come il nostro sistema nowtice consentono di inviare allerte multicanale in circa 90 secondi, mentre piattaforme come Unique supportano il coordinamento operativo delle centrali 118 e 116/117, migliorando la gestione delle informazioni nei momenti di maggiore pressione” conclude Palma. In diversi Paesi europei stanno già emergendo risposte concrete al crescente impatto dello stress termico sui lavoratori. In Spagna, misure basate su allerte meteorologiche consentono di vietare le attività lavorative all’aperto nei periodi di caldo estremo, mentre il Belgio ha introdotto una normativa specifica sui fattori termici ambientali che rende obbligatorio intervenire al superamento di determinate soglie di temperatura. In Francia, i lavoratori hanno già esercitato formalmente il “diritto al ritiro” durante le ondate di calore, riconoscendo il caldo estremo come condizione di pericolo grave e imminente. Un insieme di iniziative che conferma come la gestione dello stress termico stia diventando una priorità operativa globale, tra interventi di prevenzione, protezione dei lavoratori e nuove forme di adattamento ai rischi climatici.
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Palermo: Resto in Sicilia, domani 17 giugno il convegno di Cna Sicilia Giovani Imprenditori
L’iniziativa si inserisce nel solco del Manifesto sulla Restanza promosso da Anci Sicilia
Palermo, 16 giugno 2026 – Quale futuro per i giovani che scelgono di restare in Sicilia? Quale ruolo possono giocare le imprese e il territorio nel trasformare la “restanza” da scelta coraggiosa a opportunità concreta? A queste domande prova a rispondere il convegno “Resto in Sicilia. Giovani, imprese, territorio”, in programma domani mercoledì 17 giugno alle ore 10.30 presso la sede della Camera di Commercio di Palermo Enna (Via Emerico Amari, 11 – Palermo).
L’iniziativa, promossa dai Giovani Imprenditori Cna Sicilia, si inserisce nel solco del Manifesto sulla Restanza promosso da Anci Sicilia e sottoscritto da una rete ampia di organizzazioni, tra cui la stessa Cna Sicilia. Obiettivo dell’incontro è redigere un documento operativo con proposte e iniziative concrete che alimentino il confronto già avviato sulla restanza. Il lavoro contribuirà a un documento di sintesi che verrà successivamente sottoposto alle istituzioni politiche regionali, per tradurre in azioni e politiche pubbliche le idee e le energie dei giovani che vogliono costruire il proprio futuro nell’isola.
Ad aprire i lavori sarà Alessandro Albanese, Presidente CCIAA di Palermo ed Enna. Seguiranno gli interventi di Davide Tranchina, Presidente CNA Sicilia Giovani Imprenditori; Filippo Scivoli, Presidente Cna Sicilia; Mario Emanuele Alvano, Segretario Generale ANCI Sicilia; Carmelo Traina, Patto per Restare; Arianna Campione e Anna Cacopardo, Startup Kimya; e Selene Re, Presidente CNA Nazionale Giovani Imprenditori. A moderare il confronto sarà Matteo Scirè, giornalista e responsabile comunicazione Cna Sicilia.
“La ‘restanza’ – dichiara Piero Giglione, Segretario di Cna Sicilia – non può essere solo un atto di coraggio individuale: deve diventare una politica pubblica consapevole e condivisa. I giovani siciliani hanno voglia di mettersi in gioco, di innovare, di creare impresa, ma spesso si scontrano con un sistema che non offre loro infrastrutture adeguate, accesso al credito e servizi alla persona. Come Cna Sicilia crediamo che il territorio debba fare la sua parte, creando un ecosistema favorevole a chi sceglie di restare. Questo convegno non è solo un momento di discussione: è l’avvio di un percorso concreto che porterà proposte chiare alle istituzioni regionali, perché nessun giovane debba più sentirsi obbligato a partire per realizzarsi”.
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Da poche settimane Google ha lanciato in tutto il mondo la nuova funzionalità “Fonti Preferite” e da oggi in tutti i nostri articoli è presente un bottone per comunicare facilmente al motore di ricerca che Il Fatto Quotidiano è la testata che volete trovare più spesso tra i risultati.
Quello che vedete online, infatti, non è mai casuale. Il flusso delle notizie che viene proposto, quando facciamo ricerche online o quando apriamo Google Discover, dipende dagli algoritmi che decidono cosa mostrare e cosa nascondere. Adesso, finalmente, è possibile esprimere la propria preferenza per i siti che si ritengono più affidabili e degni di fiducia e a cui magari si è anche abbonati. E per farlo basta meno di un minuto.
In tutti i nostri articoli, appena prima dell’inizio del testo, c’è una barra con i bottoni che già da mesi ti consentono di seguire il nostro sito nel canale Whatsapp dedicato e su Google Discover. Da oggi, troverete anche il tasto “Segui su Google“. A questo punto, non dovrete fare altro che essere loggati con il vostro account Google, scrivere sulla barra di ricerca “Il Fatto Quotidiano” e selezionarlo come fonte preferita.
Ovviamente, continuerete a vedere anche altre testate e altri siti tra i risultati di ricerca, ma avete dato un segnale importante a Google che preferite leggere le notizie pubblicate da ilfattoquotidiano.it.
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Ed ora la presidente Giorgia Meloni urla contro la censura, i tanti media da Lei controllati ripetono e amplificano, con raro sprezzo del ridicolo.
Il patentino antifascista chiesto da Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, altro non è che l’impegno a rispettare la Costituzione, una richiesta formulata da centinaia di comuni quando viene richiesto l’utilizzo di una sala pubblica, proprio per evitare che in quelle sale si possano tenere eventi in contrasto con la Costituzione antifascista.
Meloni che urla contro la censura è la medesima che non ha mai reso noti i nomi degli spioni e spiati nella vicenda Paragon. Meloni che denuncia gli editori non ha mai recepito quella parte del Media freedom act, relativo alla tutela delle fonti, alla tutela dei cronisti da intimidazioni e denunce temerarie, per non parlare della Rai trasformata in agenzia del governo.
L’Italia meloniana ha preso il posto dell’Ungheria nel conquistare il primato per il numero di querele scagliate contro intellettuali critici, insegnanti, associazioni, disegnatori, giornalisti e, persino, storici. Vogliamo parlare delle campagne di aggressioni contro chi osa ancora porre domande e fare inchieste? Le ultime querele contro il Fatto e Report hanno l’obiettivo di intimidire chi ancora accende le luci sulle oscurità.
La campagna in atto, la trasformazione dell’aggressore in vittima, accompagnerà tutto il percorso della legge elettorale sino alle elezioni anticipate. Truffa elettorale e truffa mediatica marceranno insieme, starà a ciascuno di noi non cadere nella trappola, svelare l’inganno e promuovere una mobilitazione simile a quella realizzata per il referendum, ora e subito.
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L'arrivo di iOS 27 con Siri AI rende imperativo a chi ha un modello precedente di aggiornarsi acquistando Apple Watch SE 3 a 219€ su Amazon.
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Durante il mese di maggio Logitech ha annunciato l’arrivo della linea di prodotti Signature Comfort Plus, che ampliando la gamma Signature ha portato sul mercato un nuovo mouse ed una nuova tastiera pensati per massimizzare – come il nome stesso fa intendere – il comfort d’uso durante la giornata di lavoro, garantendo batterie dalla lunga durata, una compatibilità multi-OS e la possibilità di passare da un dispositivo all’altro con la semplice pressione di un tasto. Abbiamo avuto la possibilità di provare il kit Signature Comfort Plus MK880, che include la tastiera K880 ed il mouse M850L, nel corso dell’ultimo mese utilizzandolo in ufficio durante la normale giornata lavorativa.
La tastiera K880 è una tastiera wireless full-size (con tastierino numerico) che si presenta con un comodo poggiapolsi imbottito ed una leggera gobba che rialza la parte centrale del raggruppamento principale di tasti, andando a migliorare il comfort d’uso rispetto ad una tastiera piatta ma senza arrivare ai livelli di inclinazione di quelle ergonomiche (che comporta anche una separazione dei tasti). Ad aumentare sicuramente la comodità della tastiera nell’uso quotidiano è l’utilizzo di tasti ammortizzati che rendono più morbida l’impatto della digitazione anche a velocità sostenuta.

Dal punto di vista del layout, la K880 presenta una disposizione “standard”, vedendo aggiunti alcuni tasti legati alle più recenti abitudini come quelli dedicati a mutare il microfono e disattivare la webcam, e quello dedicato all’apertura dell’assistente AI (prendendo la funzione del tasto CoPilot su Windows); a dimostrazione del supporto “MultiOS” alcuni tasti mostrano già testi ed icone per rendere facile il loro utilizzo sia con Windows sia con MacOS, mentre come ormai Logitech ci ha abituato in passato (così come nell’utilizzo dei notebook) alcune funzionalità speciali, incluse quelle multimediali, sono attivabili con il tasto “Fn” in combinazione con i tasti F1-F12. Il produttore promette fino a 3anni di utilizzo con la medesima coppia di batterie, per quanto la tempistica non può essere da noi confermata in questo momento abbiamo già avuto modo di osservare ciò su altri prodotti di punta del brand elvetico in passato.
Passando invece al mouse, il Signature Comfrot Plus M850L, la novità principale è sicuramente l’imbottitura del supporto palmare, soluzione studiata da Logitech proprio sul versante della comodità d’uso, permettendo un contatto morbido del palmo della mano con il dispositivo invece della tradizionale plastica rigida; a rendere ulteriormente confortevole il suo utilizzo, oltre alla forma leggermente ergonomica, sono anche gli switch dei pulsanti principali con un clic che risulta morbito al tatto oltre che silenzioso.

Durante l’uso quotidiano il nuovo mouse di Logitech ci ha offerto un buon livello di scorrevolezza, rimanendo abbastanza preciso su varie tipologie di superfici, mentre abbiamo trovato molto interessante la SmartWheel, la rotellina intelligente che passa automaticamente da una scansione lenta e precisa riga per riga ad una veloce, per ad esempio arrivare rapidamente in fondo ad un documento, in base alla forza impressa sulla rotellina stessa. Passando al versante alimentazione, per l’M850L l’autonomia con la singola batteria, secondo quando indicato dal produttore, dovrebbe raggiungere i 2 anni.
Entrambi i dispositivi possono collegarsi a PC, Mac e altri smart devices sia via bluetooth, sia tramite connettore Logi Bolt (fornito nella confezione solo per le versioni “for Business”), potendo memorizzare fino a tre dispositivi tra cui poter passare rapidamento tramite la funzionalità Easy-Switch utilizzando gli appositi tasti sulla tastiera o il pulsantino sotto il mouse.
Al termine di questo mese di prova possiamo sicuramente dire che entrambi i nuovi dispositivi dell’azienda elvetica si presentano con un ottimo livello qualitativo dei materiali – a seconda del colore vengono usati tra il 49% ed il 77% di plastiche riciclate – offrendo una buona flessibilità nell’utilizzo multi-device ed un buon comfort anche nelle più lunghe giornate in ufficio, cosa che rende a nostra parere il kit di Logitech una validissima opzione per chi è alla ricerca di una buona tastiera e di un buon mouse wireless per il lavoro. Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850L è acquistabile singolarmente con un prezzo consigliato di 54,99€, mentre il kit MK880 (tastiera + mouse) è in vendita a 109,99€. Le versioni per aziende, M850L For Business e MK880 For Business, saranno invece disponibili rispettivamente a 59,99€ e 119,99€, includendo come sopradetto anche il dongle per Logi Bolt.
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Non c’è più libertà culturale. Più libri e più liberi? Ho i miei forti dubbi.
Firmare è un atto illiberale
Pierfranco Bruni
Da dove si inizia quando l’ideologia prende il sopravvento? Dal tentate di condizionare la cultura e i libri. Quindi l’editoria. La politica del giuramento! Quando la democrazia abiura se stessa si corre velocemente verso il controllo spregiudicato della cultura. La Fiera Più libri più liberi ha trasformato la libertà in dogana. Per esporre, per esistere nello spazio pubblico della cultura, l’editore deve firmare. Non un contratto commerciale, ma un giuramento ideologico: dichiararsi antifascista. Apparentemente innocuo. Politicamente eversivo. Perché qui non è in gioco l’antifascismo: è in gioco la libertà. Dichiararlo in forma politica, senza metafore: firmare è un atto illiberale. È la negazione stessa del principio liberale per cui ogni sua articolazione pubblica, non chiede conto delle idee, ma garantisce lo spazio perché le idee si combattano. Quando l’accesso alla piazza è subordinato a una professione di fede, la piazza cessa di essere pubblica. Diventa di regime. Di un regime che si autoproclama migliore proprio perché impone l’abiura.
Una certa cultura burocratico del XXI non brucia i libri: li condiziona. Non chiude le case editrici: le patenta. Non mette all’indice: mette sotto condizione. È la violenza di una idea che si fa procedura, la discriminazione che si fa regolamento, la censura che si fa “adesione volontaria”. Questa è la Supponenza Ideologica delle sinistre di oggi: la pretesa di una parte politica di farsi “etica di stato”, di trasformare i propri valori, per quanto condivisibili, in dogana dell’agibilità culturale. È cultura controllata perché controlla l’accesso. È cultura pianificata perché pianifica chi può parlare. È cultura monopolizzata perché il monopolio non è più economico, ma morale: solo chi è certificato ha diritto di parola. Il resto è zona grigia, sospetto, margine da rieducare.
E qui penso al mio Cioran diventa ghigliottina: “Quando tutti devono dichiararsi innocenti, l’innocenza è già morta”. Quando tutti devono dichiararsi antifascisti per vendere un libro, l’antifascismo è già morto. Resta il rito civile, la liturgia editoriale, l’auto-da-fé democratico. La censura classica taglia. Questa aggiunge. Obbliga ad aggiungere la postilla, la premessa, il timbro. È censura produttiva: non ti impedisce di stampare, ti impone cosa stampare prima di stampare. È la censura preventiva dell’anima. Politicamente, è un colpo di Stato dolce contro la Costituzione materiale. L’art. 21 non dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, purché firmino prima l’antifascismo”. Dice: liberamente. Il modulo è la negazione della libertà perché trasforma un diritto in concessione. E ogni concessione è revocabile. Oggi firmi l’antifascismo. Domani firmerai l’atlantismo, l’europeismo, l’ambientalismo, il gender. Il meccanismo è inaugurato: la cultura sotto condizionale ideologica.
Non firmare, allora, non è difendere il fascismo. È difendere la forma politica della libertà. È dire che in democrazia non si fanno liste di proscrizione al contrario: non si elencano i buoni per escludere i cattivi. Perché il giorno dopo i buoni decideranno che tu non sei abbastanza buono. L’operazione è politicamente raffinata: ammantare di antifascismo un dispositivo illiberale. Chi si oppone al modulo viene accusato di opporsi all’antifascismo. È il ricatto perfetto. È la truffa lessicale su cui si reggono i totalitarismi morbidi. Ma l’antifascismo vero, quello di Camus, di Silone, di Salvemini, nasceva proprio contro_ lo Stato etico, contro il giuramento, contro l’obbligo di adesione. Nasceva per difendere il diritto dell’individuo a non essere schedato nell’anima. Pretendere oggi la firma è tradire quell’antifascismo. È usare il cadavere del fascismo per legittimare il vivente conformismo ideologico.
Scriveva Guénon: “Lo spirito tradizionale non può morire, ma può ritirarsi interamente dal mondo esterno e allora sarà veramente la ‘fine di un mondo’”. Il modulo è il segnale che lo spirito della libertà si sta ritirando. Perché dove c’è obbligo di dichiarazione, non c’è più spirito: c’è apparato. Che fare, dunque? Disobbedire. Non firmare è, oggi, l’atto politico più antifascista e più liberale che si possa compiere. È rifiutare la pianificazione delle coscienze. È spezzare la catena per cui la cultura diventa filiale del Ministero della Verità. La soluzione non è trattare. Non è firmare con riserva. È rompere il tavolo. È costringere la Fiera, il sistema a scegliere: o la libertà senza aggettivi o la maschera ideologica di fatto. Perché una cultura “più libera” che chiede il certificato di libertà è come una pace che chiede la guerra preventiva. Una contraddizione che uccide.
La cultura deve essere libera perché rischiosa. Deve essere libera perché tragica, perché contraddittoria, perché non allineata. Deve poter contenere Dostoevskij e Céline, Heidegger e Levi, Pasolini e Brasillach, senza che nessuno chieda prima la tessera dell’anima. Firmare è un atto illiberale perché trasforma il cittadino in suddetto, l’editore in concessionario, il libro in pratica da bollare. È illiberale perché sostituisce il conflitto delle idee con la certificazione delle idee. È illiberale perché uccide il dubbio, e senza dubbio non c’è né democrazia né cultura. C’è solo amministrazione. Siamo liberi. Fino in fondo. Il Cavaliere di Dürer non firmava lasciapassare. Attraversava la Morte e il Diavolo senza chiedere permesso. La cultura, se vuole salvarsi, deve tornare a cavalcare. Senza moduli. Senza paure. Senza padroni. Il resto è supponenza. Il resto è fine. È in gioco la libertà della cultura e quando la cultura viene a essere condizionata non è più tale perché è ricatto. Al ricatto si risponde con la libertà del pensiero. Non può essere condizionabile.
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L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.
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L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.
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Gli scienziati dell’istituto Eurac Research, di Bolzano hanno cotto del pane a lievitazione naturale utilizzando lievito antico estratto dagli organi interni e dalla pelle della mummia risalente a 5.300 anni fa, il celeberrimo Ötzi, anche detto l’uomo di Similaun.
Il centro di ricerca sudtirolese ha annunciato mercoledì che i suoi scienziati hanno scoperto diversi ceppi di lievito resistenti al freddo nella mummia di Ötzi, risalente dell’Età del Rame, ritrovata sul Giogo di Tisa (nelle Alpi Venoste), in Val Senales, Alto Adige, il 19 settembre 1991.
Gli scienziati altoatesini hanno esaminato i microrganismi trovati sulla pelle di Ötzi, nel suo tratto digerente e nell’acqua di fusione proveniente dall’interno della mummia di Similauno.
«Abbiamo già condotto degli esperimenti preliminari, sebbene non ancora sistematici, con buoni risultati. Abbiamo provato a creare un lievito madre», ha affermato il microbiologo Mohamed Sarhan. «Abbiamo ottenuto un impasto davvero ottimo». Lo studio, che ha mappato l’ecosistema microbico dell’Uomo dei Ghiacci è stato pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome.
I microrganismi sono stati trovati sulla pelle, nel contenuto gastrico e nell’acqua di fusione della mummia. Si è scoperto che questi lieviti sono ancora attivi e capaci di degradare proteine e lipidi. Si è scoperto che questi lieviti sono ancora attivi e capaci di degradare proteine e lipidi.
Dopo circa due settimane di alimentazione con farina, il ceppo di lievito si è adattato all’ambiente dell’impasto, ha affermato. Poiché Ötzi è stato conservato a circa -6 °C (21,2 °F), «questi lieviti sono straordinari perché si sono adattati a temperature molto basse», ha aggiunto. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome, ha mappato l’ecosistema microbico dell’Uomo dei Ghiacci. I lieviti isolati mostrano una sorprendente parentela con ceppi antartici, in grado di resistere a temperature estreme.
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Secondo Sarhan, i ceppi appena scoperti potrebbero offrire vantaggi all’industria alimentare moderna, consentendo la fermentazione a temperature di refrigerazione e durante il trasporto, con conseguente risparmio energetico.
«Il pane è attualmente una delle applicazioni più ovvie che stiamo prendendo in considerazione; un’altra è la birra, di cui abbiamo già discusso con gli esperti».
Lo studio ha rivelato che il microbioma della mummia contiene diversi strati di vita microbica, tra cui tracce della sua vita, organismi che hanno colonizzato il corpo dopo la morte nel ghiacciaio e microbi moderni introdotti durante decenni di manipolazione e conservazione. Le analisi genetiche hanno suggerito che i ceppi di lievito amanti del freddo provengono dall’ambiente glaciale in cui Ötzi è stato conservato e sono rimasti associati alla mummia per millenni.
Ötzi rappresenta forse la massima celebrità bolzanina. Un intero museo gli è dedicato: purtroppo negli ultimi anni sembra sparito il piano dedicato alle bizzarrie intorno all’isteria riguardo alla mummia, con documenti come gli articoli di giornale che raccontavano di donne che volevano essere messe incinte con il DNA di Ötzi, persone che si dichiaravano suoi discendenti.
Nel piano si mostrava il tuatuaggio di Brad Pitt – saltuario frequantatore di quelle parti delle Alpi – che ha il corpo rattrappito dell’Ötzi inciso sull’avambraccio: lo stesso Ötzi rappresenta l’uomo tatuato più antico del mondo. Sul suo corpo sono visibili ben 61 tatuaggi: schiena, lombi, ginocchia, caviglie e polsi sono disegnati, piccole incisioni sulla pelle strofinate con polvere di carbone vegetale, linee parallele, punti e croci. Più che a questioni estetiche, gli scienziati ipotizzano una forma primitiva di agopuntura.
Ora il museo, oltre che al tubone in cui la mummia è crioconservata e mostrata al pubblico tramite un oblò, offre altre attrazioni, come la possibilità di indossare una riproduzione del suo giaccone pelose, davvero interessante. Vale la pena di notare come la stanza che ricorda che si tratta letteralmente di un cold case – l’uomo potrebbe essere stato ucciso – contenga, in un apposito angolo, le ipotesi sulla morte fatte dai visitatori, dove spunta talora una teoria che all’epoca eravi sui giornali di carta, e ora, dopo decenni di femminismo ingravescente, risulta introvabile in rete: ad uccidere il pover’uomo sarebbe stata sua moglie, «Ötza», magari in combutta con un amante.

Insomma, anche 50 secoli fa, cherchez la femme. Ötzi cornuto e mazziato: il mondo rimane identico nei millenni, ed è, in fondo, un sollievo.
Ötzi è stato trovato sul Giogo di Tisa, a 3.210 metri di quota nelle Alpi Venoste (nei pressi del monte Similaun), in Val Senales, Alto Adige.Il corpo venne avvistato per caso il 19 settembre 1991 dai coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon. La mummia affiorò dal ghiaccio a causa di un’estate insolitamente calda.
Poiché il ritrovamento è avvenuto in una zona di cresta estremamente vicina alla linea di demarcazione di stato, si è scatenata un’accesa disputa territoriale tra Italia e Austria per rivendicarne la proprietà. Nei giorni subito successivi al recupero, si pensava che il sito fosse in Austria. La mummia fu quindi trasferita all’Istituto di Anatomia dell’Università di Innsbruck per essere analizzata e messa al sicuro.
Il 2 ottobre 1991, le autorità dei due Paesi disposero un rilievo topografico congiunto ed estremamente preciso. I rilievi geometrici accertarono che il punto esatto del ritrovamento si trovava in territorio italiano per soli 92,56 metri rispetto alla linea di confine.
Nonostante la certezza che la mummia appartenesse all’Italia sotto il profilo del diritto internazionale, Roma e Bolzano concessero agli scienziati austriaci di Innsbruck di completare i primi studi scientifici urgenti. Al termine delle ricerche programmate, nel gennaio 1998, l’Austria ha restituito ufficialmente il reperto archeologico all’Italia.

Immagine di MOs810 via Wikimedia CC BY-SA 4.0
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Il celebre alpinista altoatesino Rinaldo Messner ha avuto un ruolo casuale ma cruciale nelle primissime fasi del ritrovamento di Ötzi, sia dal punto di vista scientifico che da quello politico. Fino al suo arrivo sulla scena, le autorità e i soccorritori locali pensavano che il corpo appartenesse a un alpinista scomparso in tempi recenti (forse il professor Music, un docente universitario scomparso nel 1941). Il Messner osservò attentamente i resti degli indumenti in pelle e i contenitori di corteccia di betulla che affioravano dal ghiaccio.
Il gestore del vicino rifugio Similaun, Markus Pirpamer, mostrò a Messner uno schizzo dell’ascia che era stata parzialmente estratta. Guardando quell’equipaggiamento, Messner fu il primo in assoluto a ipotizzare che il corpo fosse antico, stimando inizialmente un’età di almeno 500 anni (sbagliando per difetto, dato che la mummia risale a oltre 5.000 anni fa, ma capendo subito che non si trattava di un cadavere moderno).
Nel 2016, in occasione del 25° anniversario del ritrovamento, lo stesso Messner – già noto per le sue affermazioni sugli incontri con lo Yeti in Himalaya, che secondo lui è il grande orso bruno himalayano (noto localmente come tshemo) – ha rivendicato un ruolo politico decisivo nell’assegnazione della mummia all’Italia. L’alpinista ha dichiarato pubblicamente: «se non fossi passato subito sul luogo di ritrovamento e se non l’avessi indicato come territorio italiano, gli austriaci avrebbero preso Ötzi e lo avrebbero tenuto per sempre».
Curiosamente, a causa della sua presenza sul posto e della sua fama, all’epoca nacquero persino delle bizzarre teorie complottiste secondo cui lo stesso Messner avrebbe portato la mummia sul ghiacciaio per orchestrare una trovata pubblicitaria a favore di sue imprese alpinistiche, accuse che egli ha sempre definito «insopportabili».
Tanto più che, con l’avvento dell’Ötzi il Messner ha perduto lo status di massima celebrità altoatesina, cedendo il posto alla mummia, fors’anche più trendy di quella di Tutankhamon, che di fatto ha solo 3.350 anni, 2000 in meno rispetto all’inossidabile uomo di Similauno, vero eroe sudtirolese.
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Immagine di OetziTheIceman via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
L'articolo Scienziati cuociono il pane con il lievito proveniente dalla mummia Ötzi proviene da RENOVATIO 21.
Il fatto non costituisce reato. Con questa formula sono stati assolti tutti gli 8 imputati nella prima sentenza delle numerose indagini aperte sulla gestione dell’urbanistica nel comune di Milano. Gli otto soggetti erano accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Si tratta del caso riguardante la “Torre Milano“, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano una casa editrice. Assolti per “assenza di dolo“, scrive il presidente del Tribunale in una nota. In pratica per il giudice il fatto c’è, ma non costituisce reato per mancanza dell’elemento soggettivo, cioè gli imputati erano in buona fede.
Gli otto imputati hanno agito in buona fede: è questa, in sintesi, la nota con cui il presidente del Tribunale Fabio Roia spiega – anticipando le motivazioni che saranno depositate tra 90 giorni – la sentenza che chiude con un’assoluzione piena il primo processo del filone sulla rigenerazione urbana. In particolare il verdetto pronunciato dalla giudice Braggion con la formula “il fatto non costituisce reato” ha fatto cadere l’accusa nei confronti dei costruttori e l’architetto del progetto di aver proceduto a un intervento edilizio, con titolo illegittimo trattandosi di nuova costruzione e non di ristrutturazione e senza previo piano attuativo. Assolti anche i funzionari del Comune di Milano citati per rispondere penalmente per aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali, e senza redigere un piano attuativo. “Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione” si spiega nella nota. Inoltre, “la prassi consolidata del Comune di Milano, discendente dall’applicazione della legge regionale, del Pgt e del Regolamento edilizio, avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 con la circolare numero 1 del Comune e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato a Opm srl”. L’asseveratore del progetto è stato anche assolto dall’imputazione di falsa attestazione della conformità del progetto ai requisiti del Pgt e della legge “per mancanza di dolo, in quanto nella sua relazione ha attestato ciò che riteneva corretto e non sapeva essere ‘falso’ secondo le interpretazioni della giurisprudenza penale e amministrativa successiva, impostasi dopo oltre 7 anni dalla sua relazione”.
La pm milanese Marina Petruzzella aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda per Giovanni Oggioni, ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune ed ex vicepresidente della Commissione paesaggio, nel marzo 2025 anche arrestato per un altro filone sulla corruzione e imputato in diversi procedimenti. Stesse richieste di condanne avanzate per gli imprenditori-costruttori Stefano e Carlo Rusconi. La pm aveva chiesto, poi, per quei due reati contravvenzionali le pene più alte di 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda anche per altri due imputati, ossia Franco Zinna, ex dirigente della Direzione Urbanistica milanese, e Gianni Maria Beretta, architetto e progettista. Infine erano stati chiesti due anni di arresto e 30mila euro di ammenda per Francesco Mario Carrillo e Maria Chiara Femminis e un anno di arresto e 16mila euro di ammenda per Pietro Ghelfi, tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia La procura aveva anche chiesto la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ristrutturazione” e non invece una nuova costruzione. Impianto accusatorio che però non ha convinto la giudice Paola Braggion della settima penale che ha assolto tutti gli imputati.
Durante la lettura della sentenza in aula è partito un applauso. Si tratta della prima sentenza dopo una delle tante indagini aperte, da ormai quasi quattro anni, dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica e su presunti abusi edilizi. Alcune di queste inchieste, in alcuni casi, contestano anche ipotesi di corruzione. Secondo i pm, una nuova costruzione era stata “spacciata” per una ristrutturazione. Ipotesi che riguarda tanti altri procedimenti e che è stata spazzata via da questo primo verdetto. Il Comune, parte offesa per i pm, non si era costituito parte civile contro gli imputati.
“Non commento le sentenze, le sentenze si rispettano. Beh, sono soddisfatto. Io sono una persona limpida e trasparente e sono sempre stato sereno. Non commento poi le altre indagini”, ha detto ai cronisti l’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni, assolto oggi assieme agli altri sette imputati. Oggioni, tra l’altro, è imputato in diversi altri procedimenti su abusi edilizi aperti dai pm e anche indagato per ipotesi di corruzione in un altro filone delle maxi indagini. “Ci siamo tolti un gran peso, il peso della ingiustizia. Ci siamo sentiti molto soli in questo periodo, come soli si sono sentiti gli acquirenti sospesi. È stato un processo molto duro. Era una questione di norme e di valutazioni sbagliate da parte dei pm”, ha sottolineato l’avvocato Federico Papa, che assiste l’imprenditore-costruttore Carlo Rusconi. “Nell’azione della Procura c’è il concetto di ‘colpirne uno per educarne cento‘”, aveva affermato Rusconi in dichiarazioni spontanee davanti al giudice prima che lo stesso magistrato si ritirasse in camera di consiglio per uscire qualche minuto dopo con il verdetto di assoluzione per lui e gli altri sette imputati.
L'articolo Urbanistica a Milano, nella prima sentenza sulla Torre di via Stresa assolti tutti gli 8 imputati: “Assenza di dolo, hanno agito secondo prassi del Comune e le pronunce dell’epoca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Novanta minuti più recupero. Tanto è durato il Mondiale da commissario tecnico della Tunisia di Sabri Lamouchi. In poco meno di ventiquattro ore all’ex centrocampista è successo più o meno di tutto. Prima i cinque gol incassati dalla Svezia, non esattamente una plutocrazia del calcio internazionale, nella sfida d’esordio. Poi la richiesta di esonero immediato da parte di alcuni suoi giocatori mentre il ct era ancora in campo. E dopo ancora un’accesa litigata con alcuni calciatori della nazionale, una riunione d’emergenza della Federcalcio tunisina per decidere il suo futuro, la scelta dell’esonero, poi no e alla fine è arrivato il comunicato: esonerato. Al suo posto arriva Hervé Renard. Una giornata da mal di testa che rischia di già di entrare nella storia della Coppa del Mondo. Il malcontento nei confronti dell’operato del tecnico parte da lontano. Il 3 gennaio del 2026 la Tunisia di Sami Trabelsi era stata eliminata dalla Coppa d’Africa dal Mali. Un risultato deludente che aveva portato al cambio in panchina.
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Arrivederci Trabelsi, benvenuto Lamouchi. L’ex centrocampista di Monaco, Parma, Inter e Genoa aveva un rapporto tutto particolare con le “Aquile di Cartagine”. Nato a Lione da genitori emigrati da Dahmani, paese di circa seimila abitanti a nord della Tunisia, da calciatore aveva deciso di vestire la maglia della Francia. Un dettaglio superfluo, che non aveva intaccato il suo rapporto con la terra dei suoi genitori. Almeno non quanto hanno fatto i risultati ottenuti da selezionatore. Prima del Mondiale Lamouchi ha guidato la Tunisia in quattro amichevoli. Ma dopo il successo per 1-0 al debutto contro Haiti e il pareggio nella seconda sfida contro il Canada, sono arrivate solo sconfitte. Prima un 1-0 a inizio giugno contro l’Austria. Poi uno straziante 5-0 contro il Belgio a 9 giorni dalla prima sfida del Mondiale. Gli animi non erano già alle stelle. Così la disfatta per 5-1 contro la Svezia ha assunto le dimensioni di una Caporetto per la selezione nordafricana.
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Secondo quanto riportato da fonti tunisine alcuni giocatori e membri dello staff avrebbero chiesto ad alta voce l’esonero di Lamouchi prima ancora del triplice fischio. Poi a fine partita il ct si è presentato davanti alle telecamere e ha parlato di una sconfitta pesante figlia soprattutto di “errori individuali” e di una certa “fragilità tattica”. Parole che non hanno fatto altro che aumentare la tensione. Da questo momento la situazione è degenerata. Tanto che al rientro in hotel la rabbia sarebbe esplosa. Alcuni media tunisini raccontano di una “rissa” che sarebbe scoppiata tra lo stesso Lamouchi, alcuni giocatori, membri dello staff e tifosi. Altri media internazionali, invece, parlano di un diverbio piuttosto acceso tra una decina di tifosi e il figlio di Lamouchi. A quel punto la Federcalcio tunisina ha deciso di convocare una riunione d’urgenza per decidere il futuro del tecnico.
Gli spazi di trattativa erano inesistenti. Il ct è stato esonerato e la Fédération Tunisienne de Football ha diramato un comunicato. Solo che poi il post è scomparso dai social all’improvviso. E poi rimesso dopo qualche ora. Così il Mondiale ha tirato un altro colpo mancino a Lamouchi. Nel 1998, infatti, il centrocampista è stato inserito dall’allora ct Aimé Jaquet nella lista dei preconvocati della Francia in vista della Coppa del Mondo casalinga. Poi però al momento di presentare la lista definitiva è arrivato il taglio. I galletti hanno vinto il Mondiale, ma Sabri si è dovuto accontentare di vedere il successo dei suoi amici in diretta tv. “L’ho vissuta come un’ingiustizia – racconterà anni dopo al Telegraph – Meritavo di giocarli. Poi il dolore me lo sono lasciato alle spalle e mi ha reso più forte. Ma non aver giocato il Mondiale del 1998 è il peggior ricordo della mia carriera calcistica”. Almeno fino alla sconfitta contro la Svezia dell’altro giorno.
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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine su Apple in merito all’osservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital Markets Act (la normativa europea) cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS di Apple. Lo comunica l’Antitrust, ricordando che secondo il DMA, Apple deve garantire a terzi, a titolo gratuito, l’accesso alle componenti hardware e software dei dispositivi di Cupertino. Il Garante cita l’articolo 6 par. 7 del regolamento Ue. Nello specifico, il procedimento è focalizzato sui servizi cloud: l’Europa vuole garantire agli utenti della Mela la possibilità di utilizzare servizi diversi da quelli di Cupertino, senza costi aggiuntivi. Insomma, l’effettiva compatibilità di tutti i servizi basati sulla “nuvola” con i sistemi operativi iOS e iPadOS.
L’Autorità “ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud”. A titolo di esempio, si legge nella nota dell’Antitrust, “sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple”. Il procedimento è stato avviato in stretta cooperazione con la Commissione Europea.
“Se saranno accertate pratiche illecite ci aspettiamo una multa esemplare nei confronti di Apple per i danni arrecati agli utenti, al mercato e alle altre imprese”, ha affermato il Codacons. “Ancora una volta le big tech si ritrovano al centro di indagini da parte dell’Autorità per comportamenti che violerebbero la concorrenza danneggiando non solo altri operatori, in questo caso i fornitori di servizi cloud consumer, ma anche i consumatori, i quali subirebbero una limitazione delle proprie scelte economiche – spiega il Codacons – Un caso che dimostra lo strapotere dei colossi tecnologici, e per il quale ci aspettiamo una multa esemplare da parte sia dell’Antitrust, sia della Commissione Europea, in caso di conferma delle violazioni contestate.
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D Da bambini ci dicevano che Dio vede tutto, oggi sappiamo che è vero per Google. E possa la gogna dei social trasformarci in meme, dovessimo dimenticare per un momento di essere visibili. D’altronde, Foucault ci aveva avvertiti: “La visibilità è una trappola.” Una tagliola, un SuperIo individuale e collettivo, una tensione pronta a scattare appena ci discostiamo dal conformismo, dalla morale comune. La mutazione del censore psichico, da tormento interiore a punizione pubblica la percepiamo nelle lenti della Google Car, che immortala il momento esatto in cui un cadavere viene spostato nel cofano di un’auto, nei tondi occhietti dei telefoni prontamente impugnati per sbugiardare in mondovisione una coppia di amanti, nelle umiliazioni in palestra catturate dalla CCTV e caricate online ‒ che si tratti di commettere un omicidio, una scappatella coniugale o di farsi smutandare dal tapis roulant, non c’è più modo di nascondersi.
La tensione aumenta, le fauci sono sempre più tese, basta un passo falso per far scattare la trappola della visibilità mentre Palantir utilizza l’intelligenza artificiale per incrociare dati da database diversi, trasformandoci nei “dividuali” previsti da Deleuze: esseri umani ridotti a conglomerati di dati ‒ misurabili, analizzabili, controllabili. Noi, che non siamo ancora Altro, illegal aliens, stranieri, che non subiremo conseguenze se i nostri dati di geolocalizzazione vengono venduti allo Stato, come è accaduto con l’ICE, un acquisto diretto dalle aziende private per aggirare le garanzie costituzionali americane.
Se siamo cittadini dello Stato in cui viviamo, se siamo abituati a dare per scontato il nostro muoverci nella società di diritto, se non abbiamo mai avuto paura che la nostra esistenza possa essere bollata indesiderabile; se i nostri antenati, biologici e simbolici, non sono mai stati messi in catene dalla società, se non portiamo dentro i geni dell’homo sacer, potremmo esser cullati nel sonno dei giusti dal “che importa, che si prendano i miei dati”. Ma l’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo.
Viviamo in un panopticon digitale: gli occhi attorno a noi sono quelli delle telecamere, dei microfoni, e degli smartphone. Il sorvegliante si è smaterializzato, e lo portiamo dentro, interiorizzato. Da lì esercita la sua silenziosa minaccia, modellando il nostro comportamento, facendoci adattare a cambiamenti sociali sempre più repentini. Non sono lontani i tempi delle lettere scarlatte, dell’umiliazione pubblica che non si riduce al cringe, ma ci segna a vita; i tempi delle deportazioni coatte, quelli, non se ne sono mai andati.
L’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo.Arrenderci al controllo costante ha un costo ‒ tenerci perennemente all’erta ‒ ma anche un beneficio: ci permette di rimanere al passo con i cambiamenti repentini nella tecnologia e in ciò che la morale comune considera accettabile, normale. Il premio è sperare di passare inosservati, di evitare umiliazione e rigetto, esclusione ‒ di sopravvivere, insomma. D’altronde, sapere di essere osservati è qualcosa per cui l’evoluzione ci ha perfezionati: basta molto poco per farci sentire esposti. Per ottenere obbedienza non serve un enorme panopticon di ferro e cemento: il panopticon digitale, con la sua effimera libertà, è sufficiente per far lavorare il nostro conformismo innato per lui.
Partiamo dagli occhi, l’organo più strano di tutti, il dispositivo fondamentale del guardare e dell’essere guardati. I nostri occhi sono unici tra gli animali: la sclera, bianca, occupa una grande parte della superficie dei nostri occhi, e contrasta nettamente con l’iride. Mentre la maggior parte degli animali, primati inclusi, ha “gli occhiali da sole incorporati”, la direzione del nostro sguardo è inequivocabile. È probabile che questo unicum sia dovuto alla pressione evolutiva volta a facilitare le interazioni di gruppo, base della cooperazione ‒ la sopravvivenza, di nuovo, tramite l’appartenenza al gruppo.
A cascata, lo sguardo modella il nostro sviluppo, la nostra psicologia, la comunicazione, il nostro essere nel mondo. Dopotutto, viviamo di sguardi: in mezzo a un mare di facce che non ci stanno guardando localizziamo immediatamente il paio d’occhi che ci osserva. La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione. Alcuni ricercatori hanno fotocopiato un paio d’occhi, appiccicandoli alla macchinetta del caffè: le contribuzioni alla colletta per le cialde sono triplicate. Chi sei quando nessuno ti guarda? Per la maggior parte di noi la risposta include l’essere qualcuno che non paga il caffè.
Gli occhi non sono mai neutri: il nostro comportamento cambia quando veniamo osservati, la psicologia lo sa dai primi studi formali, più di un secolo fa. E lo sanno sia i supermercati inglesi, con gli occhietti disegnati sui cartelli antitaccheggio, che la saggezza popolare e le sue madonnine votive poste a vegliare sui vicoli oscuri delle città italiane. Lo sappiamo tutti noi che almeno una volta abbiamo sibilato a qualcuno “non mi guardare, altrimenti non ci riesco”. Noi, gli stessi che in altre situazioni performiamo meglio sentendo degli occhi addosso. Lo sguardo altrui non è mai neutro.
La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione.Lo sguardo è fondamentale anche nell’apprendimento di ciò che è accettabile o meno, di ciò che causa vergogna o ammirazione, condanna o ricompensa. Che significato assume lo sguardo nella società della sorveglianza, dove le norme si aggiornano continuamente? Dalla rivoluzione industriale la società ha conosciuto accelerazioni che si ripetono più volte nell’arco di una sola generazione. I cambiamenti sono talmente frequenti da essere divenuti una costante, e la pandemia ha rilanciato violentemente questa dinamica. Abitudini collettive radicate e socialmente incoraggiate si ribaltano; il cambiamento avviene a velocità palpabile. Come non rimanere indietro?
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura impariamo a comportarci in modo socialmente appropriato non soltanto attraverso rinforzi e divieti, ma anche osservando il comportamento altrui, e le relative conseguenze. Interiorizziamo i modelli di comportamento creando delle regole implicite. Se alcune norme sociali ci vengono insegnate (“indicare è maleducazione!”), di solito le impariamo osservando gli altri, specialmente chi percepiamo simile a noi, autorevole, attraente e appariscente. Un meccanismo di apprendimento istintivo, cooperativo, teso al conformismo ma gestibile, se non fosse che nella società dello spettacolo e della performance non ci rapportiamo semplicemente con il circolo ristretto della comunità e della famiglia ma con un mondo reso immenso dai social, per cui l’apprendimento è veloce, amplificato e il nostro capitale simbolico è la posta in gioco: il rischio è di essere messi alla gogna dal mondo intero.
Pensiamo ai contanti: fino alla pandemia del 2020 erano il metodo di pagamento normale, anzi, spesso ci scusavamo a mezza voce davanti ai negozianti che storcevano il naso se dovevamo ricorrere alla carta. Oggi, pagare in contanti è divenuto un’infamia, una vergogna: l’illiceità è implicita, hai qualcosa da nascondere. Sei sospetto, se paghi in contanti. Non sono più un pagamento neutro. Il peso reputazionale della transazione, che avviene quasi sempre di fronte ad amici, parenti, interessi romantici, ha influito nell’incasellare carta-contanti nel binomio draconiano del pulito-sporco, normale-deviante. Sotto sotto però lo sappiamo ‒ cosa compriamo, quando, con chi, dove, quanto spesso ‒ sono diventati dati: tracciati, misurati, analizzati. Raccontano di noi e delle nostre vite e abitudini, della nostra salute, di solitudine o vita sociale, di desideri e di difficoltà. Ci siamo abituati a esporre una vulnerabilità delle nostre vite: l’uso del denaro, per giunta a una velocità vertiginosa.
Non solo, sembriamo aver dimenticato qualcosa che, specialmente per le donne, dovrebbe essere iscritto nelle ossa: il denaro è potere e libertà, ma è anche revocabile. In Italia la potestà maritale è stata abolita nel 1975, poco più di 50 anni fa: fino a ieri per contrarre un mutuo era necessaria l’autorizzazione del marito. Il Racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood si apre con l’estinzione giuridica ed economica delle donne: i conti bancari chiusi, i loro soldi trasferiti sotto il controllo di padri e mariti.
Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa.Controllare il denaro è il modo più semplice ed efficace di dominare le persone: in una società dove il denaro è smaterializzato e tracciabile basta essere bollato come indesiderabile per essere espulso dal sistema monetario, ovvero per non poter esistere più. Lo illustra il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati: sanzionata dagli Stati Uniti per aver descritto la campagna militare israeliana in Palestina come un genocidio, s’è vista revocare la possibilità di usare carte di credito ovunque nel mondo, dato che praticamente tutte le transazioni passano per circuiti di pagamento americani.
Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa. La velocità con cui la società cambia, questo stato di costante impermanenza, di continua precarietà e flessibilità, di aggiornamento costante del comportamento era stato anticipato da Gilles Deleuze nel 1990 con il suo Poscritto sulle società del controllo: basandosi sulla società della disciplina di Foucault, osserva la mutazione che ci ha portati alla società del controllo contemporanea.
A fondamento dell’impianto foucaultiano c’è una costruzione: la prigione circolare ideata da Jeremy Bentham in cui tutte le celle sono costantemente esposte a una torre di sorveglianza centrale, le pareti trasparenti verso l’interno del cerchio, così come verso l’esterno della struttura, inondate di luce. Un carcere in cui il prigioniero non conosce segretezza, dove a sua insaputa e in ogni istante, potrebbe essere osservato dai guardiani. Il Panopticon.
Il completo isolamento tra compagni di sventura e l’assenza di muri tra prigioniero e sorvegliante, evocazione di incubi di nudità in pubblico, ci provocano istintivo orrore, tuttavia non sono la presenza e assenza di pareti ciò che rende il Panopticon lo strumento di sorveglianza per eccellenza, ma lo sguardo invisibile del guardiano. Bentham aveva entusiasticamente previsto l’accesso della società civile alla torretta, perché è lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità ‒ lo sguardo di chi incarna, in modo banale e comune, la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo. Quello sguardo è un tarlo che scava nei recessi più reconditi dell’Io: non essere mai soli, sempre potenzialmente esposti insinua gallerie, innalza dentro di noi una torretta.
Lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità – è lo sguardo di chi incarna la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo.Interiorizzata, la presenza del sorvegliante diventa continua, intima. Davanti alla possibilità costante di essere scoperti impariamo a comportarci secondo le norme, a conformarci, a obbedire. Come sapevano bene i nostri genitori quando invocavano Dio di fronte alle nostre marachelle, essere esposti ci spinge alla disciplina, e la ricerca psicologica lo conferma. È questo il vero scopo del panopticon.
Se nella sua forma dura di acciaio e cemento il panopticon è stato abbandonato, in forma smaterializzata e digitale è tutto attorno a noi. La luce che illuminava dal fondo delle celle i prigionieri rendendoli sagome in un teatro delle ombre continua a rischiararci. E mentre crediamo di crogiolarci al sole, quella luce serve a renderci silhouette sempre più delineate: un teatro delle ombre che emerge lentamente in pixel sempre più piccoli e nitidi. Ogni movimento, ogni emozione, ogni pensiero, diventano misurabili: dati da far processare all’intelligenza artificiale. È del 2014 il primo esperimento di massa sulla manipolazione delle emozioni: a loro insaputa quasi 7.000 utenti di Facebook vengono emotivamente contagiati. Dopo aver visto post negativi prodotti dagli amici, gli utenti producevano più contenuti con parole negative, e viceversa, anche in assenza di interazioni dirette, trattandosi della visione di un feed. Oggi Palantir vende l’analisi del sentiment, della percezione collettiva, tramite l’intelligenza artificiale per trasformare le opinioni soggettive in actionable intelligence, strategie da sfruttare commercialmente.
Osserviamo per un momento questo passaggio: nella società della disciplina descritta da Foucault, caratteristica del capitalismo industriale, le persone venivano organizzate e controllate tramite sistemi chiusi lungo i quali ci si muoveva nel corso della vita ‒ la scuola, la fabbrica, l’ufficio, il manicomio, la prigione ‒ ed erano trattate come unità individuali da controllare nel corpo e masse da controllare collettivamente; la disciplina era “di lunga durata, infinita e discontinua”. Il panopticon era solido, strutturato, visibile.
Tuttavia, come osserva Deleuze, “non c’è evoluzione tecnologica senza che, nel più profondo, avvenga una mutazione del capitalismo” ‒ cambiamento che ci ha portati al capitalismo contemporaneo, che vende beni immateriali, che dalla fabbrica è passato all’impresa, dove il lavoro deve essere instabile e precario per rispondere alle necessità ondivaghe del mercato. Non passiamo più dalla scuola alla fabbrica o all’ufficio, non trascorriamo più la nostra vita adulta al servizio di un unico padrone; siamo in uno stato di formazione permanente, di fluttuazione interminabile.
Nella società del controllo i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, cioè la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico.Se nella società della disciplina gli individui erano sia individui identificabili, quindi corpi confinabili in istituzioni chiuse, dalla scuola al manicomio, sia parte di una massa controllabile ‒ classe, esercito, popolazione ‒ nella società del controllo, i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico, in archivio.
Scrive Deleuze: il controllo non passa più per le barriere e i muri ma attraverso “il computer che individua la posizione di ciascuno, lecita o illecita, e opera una modulazione universale”. I pagamenti elettronici sono un tassello indispensabile di questo tracciamento costante. E la vera innovazione, il grave pericolo rappresentato da Palantir, è l’integrazione tra database diversi, che divengono interoperabili: archivi nati con scopi e mezzi diversi ‒ welfare, immigrazione, sanità, polizia, utenze, targhe, transazioni ‒ prima separati dalla tassonomia burocratica ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.
Come ogni evoluzione di successo, i tratti utili vengono mantenuti, trasformati in una versione più snella e più adatta all’ambiente: la società della disciplina si è tramutata in quella del controllo mantenendo l’essenza funzionale, l’interiorizzazione del sorvegliante, e sulla scorta del cambiamento tecnologico, gli occhi si sono moltiplicati. Da sempre essere osservati scatena apprendimento sociale e conformismo, e nella società dell’impermanenza adattarsi al cambiamento è l’unico modo per non essere lasciati indietro, o peggio, essere esposti al pubblico ludibrio.
Il panopticon si è smaterializzato, ridotto alla sua essenza: la telecamera ‒ il guardiano, il sorvegliante interiorizzato ‒, e noi, i sorvegliati. Senza bisogno di pareti e costrizione fisica, sono sufficienti la psicologia e l’evoluzione, l’addestramento a essere all’erta ogni volta che potremmo essere guardati. Se la società della disciplina si avvaleva dello stampo, quella contemporanea si basa sulla modulazione: strumento di una società in costante movimento, dinamica, in cui il controllo ‒ di nuovo, come descritto da Deleuze ‒ è diventato “a breve termine e a rapida rotazione, ma anche continuo e illimitato”.
Archivi nati con scopi e mezzi diversi, prima separati dalla tassonomia burocratica, ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.Così il sorvegliante ci guarda, tramite gli occhi degli altri, e dei loro occhietti tondi e neri sempre in tasca, ma anche tramite gli occhi delle telecamere CCTV: gli occhi dello Stato, dei negozi, delle banche, del potere; del FitBit, delle (nostre) auto. Se fossimo costantemente osservati da occhi umani probabilmente ci saremmo già ribellati. È sul filo sottile della consapevolezza che si gioca la partita: più la sorveglianza si fa diffusa e ubiqua, più sembra volersi dissimulare e rassicurarci. Il passaggio dalla società della disciplina ‒ con i suoi manganelli e spesse pareti contenitive ‒ a quella del controllo si gioca proprio nel rendere la sorveglianza integrata, organica. Ci stiamo abituando a considerarla normale, naturale, giusta, necessaria “per la nostra sicurezza”.
La torretta da cui ci scruta il nostro sorvegliante interiore è l’autoconsapevolezza, quello specchietto retrovisore che ci fa abbassare la voce a un matrimonio in chiesa appena tutti si zittiscono. Basta auto-osservare noi stessi tramite una telecamera o uno specchio per aumentare l’autoconsapevolezza e ridurre la tendenza a barare e aumentare i comportamenti considerati prosociali. D’altronde, un vecchio trucco dell’anoressia, è guardarsi allo specchio mentre si mangia. L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti. Lo sappiamo tutti, il modo in cui cantiamo nella doccia quando non c’è nessuno in casa è ben diverso se c’è qualcuno attorno, anche le persone con cui più condividiamo intimità.
Potremmo credere che il panopticon digitale sia solo una metafora politica: uno sguardo interiorizzato, un problema di conformismo e libertà, ma la psicologia mostra che si tratta di meccanismi profondi del nostro funzionamento psichico, che possono essere utilizzati a nostro discapito, che ci portano a conformarci, e che hanno un costo cognitivo. Chiamati a confrontare la lunghezza di una linea campione tracciata su un foglio ad altre tre linee, due delle quali di misura chiaramente diversa rispetto a quella campione, il 35,7% degli intervistati si conforma alla risposta altrui anche se inequivocabilmente sbagliata. E se la prova dovesse essere ripetuta, la probabilità di conformarsi almeno una volta sale al 75%. È ciò che accade nel leggendario esperimento del 1951 di Solomon Asch; si tratta di un effetto solido, confermato dalle repliche sperimentali.
Essere osservati impatta i processi cognitivi: dalla compromissione della memoria di lavoro, la memoria a breve termine in cui conserviamo le informazioni da elaborare sul momento, al livello di attivazione fisiologica, per nominarne alcuni. Semplicemente avere il proprio smartphone attorno, un oggetto cognitivamente carico, riduce la capacità mentale disponibile, persino se è spento o inutilizzato.
L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti.In uno dei primi esperimenti diretti a verificare l’effetto non dello sguardo umano, ma proprio dell’occhio delle CCTV, la rilevazione automatica dei volti, un processo percettivo automatico è risultato significativamente alterato. La rilevazione automatica di volti è una facoltà umana profonda, con meccanismi neurali specializzati e in larga parte fuori dal controllo cosciente. L’esperimento ha rilevato che in presenza di telecamere i volti vengono rilevati quasi un secondo più rapidamente, sia che fossero rivolti verso il soggetto che altrove, in un ambito in cui gli effetti significativi vengono misurati in millisecondi. I partecipanti non avevano riportato alcuna ansia ad essere esposti alle telecamere. La sorveglianza non solo può incidere sul nostro comportamento, ma altera i processi percettivi automatici legati alla visione sociale.
Le telecamere sono ovunque, ed è molto probabile che il dispositivo stesso su cui scorrono queste parole sia dotato di almeno una telecamera e un microfono. Il punto di non ritorno è stato superato, siamo immersi nella società del controllo. Se il dispositivo fondamentale del panopticon architettonico è di far sentire costantemente osservati i prigionieri, il vero pericolo del panopticon digitale è farci pensare di non essere guardati per lasciar lavorare il sorvegliante interiorizzato tramite l’addestramento profondo dell’evoluzione. Conformarci istintivamente per evitare la gogna pubblica è un meccanismo di sopravvivenza, e la velocità con cui i cambiamenti sociali si normalizzano ci assuefa, mentre siamo costantemente esposti a modelli di successo su cui improntare l’apprendimento sociale.
Chiudo il Pc ed esco. È una serata primaverile a Venezia e mi trovo contro il muro di un locale, a baciarmi furiosamente con una tipa. Socchiudo gli occhi: un ragazzo ci sta filmando con il telefono dalla sua finestra altezza strada. È notte e la torcia del flash è accesa mentre ci inquadra, lui non fa nulla per nascondersi, sembra sotto una pressione coatta a registrarci e al tempo stesso desiderare di essere interrotto. Faccio segno di spostarci, ma la tipa non mi sta dando retta e le mie proteste sono piuttosto deboli. L’espressione del ragazzo mi ricorda quella dei partecipanti all’esperimento di Milgram, convinti di infliggere scosse elettriche a uno sconosciuto, incapaci di fermarsi perché un’autorità gli ordinava di continuare. Finalmente riesco a convincerla a nasconderci in un vicolo, ancora niente telecamere per le calli veneziane. C’è solo un gatto alla finestra che ci guarda, giudicante.
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Chi c’era testimonia che è stato un evento nell’evento. Un raduno vero e proprio di qualche centinaio di fan sulla nave Gnv partita da Genova alle 19 del 12 giugno e arrivata a Olbia alle 7.45 di sabato 13. Per Vasco Rossi questo ed altro. Il rocker il 12 e 13 giugno scorso ha tenuto due concerti all’Olbia Arena. Appuntamenti irrinunciabili non solo per i fan sardi dell’artista, ma anche per chi dal Nord si è organizzato per partecipare all’immancabile rito collettivo, che si rinnova da anni.
E così Vasco unisce gli animi non solo sui prati e nelle grandi arene, ma anche sui pontili delle navi, dove si sono dati appuntamento, senza nemmeno avvisarsi tra loro, i fan del Blasco. È stata “Albachiara” canticchiata e diffusa nelle casse stereo nell’Area Bar della nave ad “accendere” gli animi. Nel giro di pochi istanti tutti si sono spontaneamente uniti in canti, balli e trenini sulle canzoni più famose e indimenticabili. Un modo per “scaldare” l’ugola in vista del live: da “Lunedì” a “Siamo soli”, da “Se ti potessi dire” a “Vita spericolata” e ancora “Non l’hai mica capito” fino a “Vivere”. In sottofondo tra un canto e l’altro l’immancabile coro “Oleeee oleeee ole oleeeee. Vasco. Vasco!”. Scene di pura festa e di aggregazione, immortalati dai telefonini dei passaggeri ‘estranei’ al gruppo e diretti alle località sarde di mare, ma divertiti nell’assistere ai fan ‘stropicciati’ ed euforici.
Il rocker ha radunato in Sardegna in due giorni oltre 70mila fan. Un ritorno gradito a 43 anni dalla sua unica esibizione davanti a Tavolara che risale ai tempi di “Bollicine”. In Gallura Vasco è arrivato con la terza doppietta di concerti dopo Rimini e Ferrara. Anche all’Olbia Arena Vasco ha proposto perle come “(Per quello che ho da fare) Faccio il militare” e “Domani sì, adesso no” che apriva il tour del 1985 di “Cosa Succede in città” ed è stata eseguita per la prima volta dal vivo proprio in Sardegna, ad Assemini.
E ancora “La noia”, ”Canzone”, “Siamo soli”, che in versione live uniscono tutte le “generazioni di sconvolti”. Tra i classici “Vita spericolata”, scritta proprio in Sardegna. Naturalmente il gran finale è ”Albachiara” sotto i fuochi d’artificio. Il rocker ha salutato con affetto la platea: “Siamo arrivati alla fine… Ma ogni fine è sempre un nuovo inizio. Vi voglio bene. Olbiaaaa!!!! È stato splendido!!! Siete arrivati da tutte le parti della Sardegna per queste due notti di Festa. Abbiamo fatto esplodere di gioia e di rock questa terra meravigliosa per due serate consecutive e abbiamo infiammato l’Olbia Arena per 70.000 cuori! Grazie Olbia! Grazie Sardegna! Evvivaaa!!!””.
E i fan, molti dei quali senza quasi più voce, hanno replicato cori e canti anche nel viaggio di ritorno Olbia-Genova. Febbre da Vasco.
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Il primo giugno ad Amendolara, paese dell’alta Calabria, si è consumata una strage di immigrati: quattro giovani vite di braccianti sono state arse vive dentro un’auto, per mano di altri immigrati che svolgevano la loro sporca e infame funzione di caporalato.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waseem Khan. Lavoravano nella raccolta delle fragole.
La notizia, data l’efferatezza della barbarie messa in atto, è subito salita, come si suol dire, all’onor di cronaca ed ecco immediatamente venir fuori gli ipocriti piagnistei dei pennivendoli di mestiere, nonché le ipocrite dichiarazioni dei politicanti di maggioranza, di opposizione e dei cosiddetti bonzi sindacali, tutti pronti a gridare e a scrivere “mai più”, “basta stragi di questa natura”. Lacrime di coccodrillo.
Tutti sanno come non solo il territorio nord della Calabria, che va dalla Sibaritide al Metapontino, ma anche altri territori del sud della Calabria (ad es. la tendopoli di San Ferdinando), nonché altri territori ancora, soprattutto dell’Italia meridionale, siano infestati dalla sotto-mafia del cosiddetto caporalato. Una pratica, quest’ultima, spregevole, infame, però non solo tollerata ma addirittura voluta e protetta da una miriade di aziende che pensano in tal modo di tenere meglio ricattati e soggiogati i lavoratori immigrati.
Tutti sanno come gli immigrati vengono ricattati e costretti a logiche di super sfruttamento, a paghe da fame, a vivere e dormire in tuguri, ammassati in dieci, quindici persone in uno spazio di pochissimi metri quadri. Lo sanno i padroni, lo sa il governo, lo sa l’opposizione, lo sanno i bonzi sindacali. Lo sanno ma fanno finta di non saperlo, fino a quando la tragedia non scoppia.
Anzi, non solo le forze politiche istituzionali ma anche non pochi, fra la cosiddetta gente comune, nello sproloquiare sulla sicurezza con rigurgiti a sfondo razzista, sembra che si dilettino nell’indicare gli immigrati come potenziale di delinquenza; c’è chi lo fa in maniera blanda, sottovoce, con savoir faire e chi invece lo fa col megafono in maniera brutale. Il governo, intanto, in cerca di consensi elettorali vara leggi e leggi sempre più repressive, che però guarda caso non vanno a colpire i padroni, il caporalato, bensì coloro che dissentono, coloro che contro padroni e caporalato lottano.
Dal canto loro, l’opposizione istituzionale e i bonzi sindacali, invece, pur sempre in cerca di consensi elettorali ma in opposta sponda, manifestano a parole dissenso contro la logica autoritaria dei governanti, ma intanto lasciano fare.
Insomma, mentre il teatrino istituzionale procede nella propria strada, gli effetti nel mondo reale continuano a produrre la cancrena di sempre: guerre fra poveri, sfruttamento fra le classi lavoratrici e guerre imperialiste nel mondo, in senso lato.
Il 6 giugno, ad Amendolara, un corteo promosso dalla Cgil ha attraversato le vie del paese confluendo in una piazza centrale. Un corteo di alcune migliaia di lavoratori, provenienti soprattutto dalla Calabria e altre regioni meridionali dell’Italia, per dire no al caporalato, per dire no all’atto selvaggio perpetrato da due immigrati caporali che ha tolto la vita a tre braccianti afgani e ad uno pachistano. Quattro giovani vite barbaramente stroncate che per essere considerate semplicemente vite umane hanno dovuto cessare di esistere, altrimenti da vive, stando alle etichette che il linguaggio del potere affibbia a tutti gli immigrati in senso spregiativo, di sicuro sarebbero state considerate semplicemente vite di clandestini, di irregolari, di potenziali delinquenti. Sarebbe ora che gli stati ed i governi con le loro maggioranze e opposizioni, bonzi sindacali, tutti succubi dei padroni, la smettessero con l’ipocrisia ed assumessero le proprie responsabilità nell’aver costruito un mondo di oppressi ed oppressori, di sfruttati e sfruttatori, un mondo in cui ogni giorno si hanno morti sui luoghi di lavoro, un mondo di lavoratori sottopagati (e non solo tra gli immigrati).
Ma considerato come ben ci sguazzano in questo loro sporco mondo, se aspettiamo che lo facciano… il proverbio dice “campa cavallo che l’erba cresce”. Perciò, mai come oggi occorre far ripartire le lotte dal basso nei luoghi di lavoro, nel territorio, nelle piazze. Lotte non mediate da burocrazie sindacali o da chicchessia. Lotte di azione diretta, autogestite ed autogestionarie. Lotte protese ad iniziare a costruire, già nel qui ed ora, un nuovo mondo fondato sulla libertà. Un mondo che la faccia finita con i padroni e gli stati, con l’oppressione e le guerre.
D. Liguori
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Le tapparelle sono abbassate. Sul citofono nessuno risponde. Davanti all’ingresso dello studio, qualche condomino si ferma ancora, quasi per riflesso, come si fa davanti a una porta dietro la quale si spera di trovare una spiegazione. O almeno qualcuno disposto a fornirla. Invece niente. A Foggia, da settimane, il nome dell’amministratore di condominio più discusso della città rimbalza da un’assemblea all’altra, attraversa gruppi WhatsApp infuocati e finisce sulle scrivanie degli avvocati. Una storia che sembra uscita da una sceneggiatura scritta a metà tra il giallo di provincia e la commedia all’italiana. Con una differenza: qui nessuno ride davvero. Tutto comincia dalle bollette.
O meglio, dalle bollette che avrebbero dovuto essere pagate e che invece, secondo le denunce presentate dai condòmini, sono rimaste lì, impilate come una torre di Jenga pronta a crollare. Nel grande complesso residenziale di viale Pinto il conto è da capogiro: oltre 221 mila euro di debiti accumulati. Circa 150 mila euro verso l’Acquedotto Pugliese, il resto tra energia elettrica, pulizie e altre forniture. Numeri che fanno girare la testa più velocemente di una riunione condominiale convocata per decidere il colore dell’androne. Eppure il vero problema non è la cifra. È che quella cifra potrebbe essere soltanto l’inizio. Camminando tra i palazzi coinvolti, la sensazione è che ogni portone nasconda una storia simile. Una verifica tira l’altra. Un estratto conto ne richiama un altro. E quello che sembrava un caso isolato sta assumendo le dimensioni di una possibile voragine economica che, secondo alcune stime ancora da verificare, potrebbe superare il milione di euro. C’è chi parla di due milioni. C’è chi preferisce non fare conti e aspettare gli accertamenti.
Ma c’è soprattutto chi deve pagare. «Abbiamo capito che qualcosa non quadrava circa otto mesi fa», raccontano Mauro Zuppardi e Pina Cutolo, due dei residenti diventati il volto della protesta. La scoperta arriva quasi per caso, come spesso accade nelle storie peggiori. Una telefonata all’impresa delle pulizie. Una domanda fatta senza particolari sospetti. Una risposta che cambia tutto. Arretrati superiori a 15 mila euro. Da quel momento i condòmini si trasformano in investigatori improvvisati. Nessun distintivo, nessuna sirena. Solo faldoni, ricevute e una quantità di caffè probabilmente incompatibile con qualsiasi prescrizione medica. Scoprono che l’assicurazione del condominio è scaduta. Che su una palazzina grava un decreto ingiuntivo. Che esistono problemi con la fornitura dell’acqua. Poi arriva il colpo più duro. Agli sportelli dell’Acquedotto Pugliese emerge un debito di circa 150 mila euro accumulato dal 2021. Da qui immediatamente i condòmini convocarono l’amministratore che con molta tranquillità rispose minimizzando «di stare tranquilli, non vi preoccupate è una prassi normale» e per evitare di alzare il polverone aggiunse «I conti torneranno al posto. C’è un piano di rientro». Anzi, più di uno. Il problema, sostengono oggi i condòmini, è che nessuno di quei piani sarebbe mai arrivato realmente al traguardo.
E come in ogni storia che inizia a sfiorare il surreale, spunta un dettaglio che sembra scritto da uno sceneggiatore particolarmente fantasioso. Secondo quanto riferito ad alcuni residenti dall’ente Acquedotto Pugliese, negli anni la fornitura dell’acqua sarebbe stata sospesa più volte. E ogni volta qualcuno avrebbe rimosso i sigilli consentendo all’acqua di continuare a scorrere mentre il debito cresceva nell’ombra. Per evitare nuovi distacchi, l’Acquedotto Pugliese ha concesso una rateizzazione chiedendo però un anticipo immediato. Così molte famiglie si sono ritrovate davanti a un paradosso degno di un manuale di burocrazia creativa: pagare una seconda volta bollette che avevano già versato attraverso le quote condominiali. «Stiamo pagando tutto due volte», ripetono. E nelle assemblee quella frase è diventata una sorta di slogan involontario. La vicenda esplode definitivamente quando un altro stabile cittadino, in via Rovelli, resta senz’acqua per quasi due giorni. Anche lì l’amministratore è lo stesso. Anche lì i residenti devono anticipare denaro per ottenere il riallaccio.
Da quel momento il passaparola corre più veloce di qualsiasi comunicazione ufficiale. Ogni condominio controlla i propri conti. Ogni verifica apre nuove domande. Ogni domanda sembra portare nella stessa direzione. Particolarmente delicato è il capitolo relativo ai movimenti bancari. Alcuni condòmini, dopo aver richiesto chiarimenti, avrebbero ottenuto documentazione dalla quale emergerebbero trasferimenti di somme dai conti condominiali verso il conto personale dell’amministratore. Saranno le indagini a stabilire responsabilità e destinazione effettiva del denaro. Ma è proprio qui che la storia cambia tono e diventa quasi cinematografica. Quando i sospetti iniziano a trasformarsi in contestazioni formali, l’amministratore comunica di dover raggiungere la Thailandia, dove risiederebbe la moglie. Poi il silenzio. Telefono spento. Studio chiuso. Nessuna risposta.
A Foggia la notizia viaggia ormai accompagnata da una battuta amara che cambia a seconda del quartiere ma mantiene sempre lo stesso concetto: tutti sanno dove sarebbero dovuti finire i soldi. Nessuno sa dove siano finiti davvero. Oggi una trentina di condòmini si è affidata all’avvocato Giovanni Marseglia, che ha presentato una querela alla Guardia di Finanza ipotizzando i reati di truffa e appropriazione indebita. Gli accertamenti sono in corso e sarà la magistratura a chiarire l’effettiva portata della vicenda. Intanto, nei cortili e negli androni dei palazzi coinvolti, resta una certezza condivisa da tutti. Per anni l’unica cosa che sembra aver funzionato con assoluta puntualità è stata la raccolta delle quote condominiali. Il problema, adesso, è capire quale strada abbiano preso dopo aver varcato la soglia della cassa.
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A un anno dalla scadenza della legislatura, la riforma che punta a stravolgere la legge 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) arriva in Senato. Dove due anni fa non è riuscita la Lega con una sua proposta (firmata da Francesco Bruzzone), dove Francesco Lollobrigida ha subìto una – parziale – sconfitta (il ministro di FdI avrebbe preferito un iter più snello, ma lo scorso anno ha incassato lo stop del governo), ecco che il centrodestra unito è vicino al proprio obiettivo. Vale a dire: approvare il disegno di legge 1552 (ddl Malan) e sventolare la bandierina in favore di una fetta consistente di elettorato: cacciatori, mondo agricolo (che da tempo ha messo le mani sull’attività venatoria) e armieri. Tre lobby unite da interessi comuni e il cui pressing nei palazzi del potere è asfissiante.
Va detto che, accanto alla riforma, FdI-Lega-FI parte dei propri scopi li hanno già ottenuti. In un modo più scaltro – qualcuno userebbe un aggettivo diverso – attraverso strade meno dirette ma altrettanto efficaci. Il primo colpo fu quello dell’emendamento Foti: una norma buttata lì nei giorni concitati dell’approvazione della legge di Bilancio del 2022 (il governo Meloni era da poco in carica) che, approvata, consente di sparare nelle aree protette e nei parchi urbani. Da lì il centrodestra ha fatto di questa strategia meno visibile, specialmente per l’impatto sull’opinione pubblica e sui media, il proprio modus operandi. Come? Per sparare sui valichi montani dopo il divieto del Consiglio di Stato – una rivoluzione, specialmente nelle Regioni del Nord – ecco che arriva la norma, inserita nella legge sulla Montagna, che aggira lo stop. Per trasformare le aziende faunistico-venatorie in aziende con scopo di lucro, ecco un’altra modifica alla manovra. Questa volta, a fine 2025. E ad esultare è Coldiretti: i proprietari, una volta riconosciuti come agricoltori, accederanno agli ingenti fondi della Pac. Per non parlare dell’assalto all’Ispra, i cui tentativi di depotenziarla sono costanti. Non ultimo, la nomina a presidente – per la prima volta nella storia dell’istituto, in teoria un organismo specificamente scientifico e indipendente – di una figura non tecnica, e cioè la ex senatrice di Forza Italia, Alessandra Gallione
Ma torniamo alla riforma della caccia. Il percorso nelle commissioni Ambiente e Agricoltura di Palazzo Madama è stato, salvo significative eccezioni, lineare. Esaminati gli oltre 2mila emendamenti, il centrodestra ha approvato (quasi) tutto ciò che desiderava approvare. Vale però la pena citare i cortocircuiti nel cammino del disegno di legge. Per esempio quando ha tentato di rendere realtà un incubo: aprire la caccia agli stambecchi, una specie che si è salvata dall’estinzione provocata proprio dai cacciatori nella seconda metà dell’Ottocento, protetta fin da allora ma ancora molto fragile. Un incubo che per fortuna è durato pochi giorni: dopo le proteste del mondo scientifico e accademico, la marcia indietro della maggioranza, con lo stesso Lollobrigida che ha voluto far sapere che è intervenuto di persona per ripristinare il divieto assoluto di caccia.
C’è stato poi il caso curioso del subemendamento di Bartolomeo Amidei di FdI (quello che voleva dare il fucile in mano ai 16enni, per capirci), che però in questa occasione ha proposto una modifica assennata e del tutto condivisibile: raddoppiare la distanza entro cui è vietato sparare da fattorie didattiche, agriturismi e aziende agricole. Da 150 a 300 metri. Che cosa è successo? Il mondo venatorio è insorto e il provvedimento è stato ritirato. Chiudiamo questa breve carrellata con un argomento molto caro alle doppiette: l’uso delle munizioni al piombo nelle zone umide. Qui la maggioranza si è dovuta conformare alle richieste dell’Unione europea, che intanto aveva avviato una procedura d’infrazione. Proprio per evitare le sanzioni, il centrodestra ha ripristinato il divieto di queste specifiche munizioni nei pressi di laghi, torbiere, pantani. Lo ha fatto approvando un emendamento che, a dirla tutta, crea confusione per chi pratica la caccia nelle zone umide temporanee.
Nel percorso della riforma, però, si è verificato un intoppo politico ben peggiore e, per il governo, imbarazzante. Poco più di un mese fa, grazie alle associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, è saltato fuori che la Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan rischi di entrare in conflitto con le normative Ue. In particolare con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Anche qui, la conseguenza è che l’Italia finisca sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte sollevano diverse preoccupazioni” hanno scritto da Bruxelles. A peggiorare il quadro, già di per sé piuttosto grave, è stato il comportamento del governo, che ha tenuto la lettera ben nascosta. La missiva, infatti, risale a dicembre. Ed è diventata pubblica solo grazie alle associazioni animaliste e ambientaliste.
Ma non è tutto. Perché ilFattoQuotidiano.it può anticipare che il ministero dell’Ambiente ha ricevuto un’altra lettera di protesta. Questa volta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione che si occupa di tutelare lo Stato di diritto, i diritti umani e la democrazia dei 46 Paesi membri. In particolare, dal Comitato permanente della Convenzione di Berna. La senatrice di Verdi Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, presidente del Network per un ambiente sano al Consiglio d’Europa, rivela che “il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna, dopo la mia segnalazione sulle gravi criticità del DDL 1552 sulla caccia, ha inviato una formale richiesta di chiarimenti al Mase. È un fatto di enorme rilevanza, perché in questo momento viene richiesto al governo italiano di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che questo disegno di legge è compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna“.
Dopo l’intervento della Commissione europea, dunque, “arriva adesso un nuovo e autorevole richiamo internazionale. Lo stiamo dicendo da mesi: questo disegno di legge rappresenta un gravissimo arretramento nella tutela della fauna selvatica. Se anche di fronte a questa ulteriore richiesta, il governo dovesse decidere di proseguire senza modifiche sostanziali, non esiterò ad attivare le ulteriori procedure previste dalla Convenzione di Berna, perché la fauna selvatica non può pagare il prezzo di una scelta politica scellerata e sorda a tutti i richiami, anche quelli espressi con forza dalle associazioni nazionali”. E ancora: “In un Paese in cui sempre più specie animali sono in difficoltà e sotto pressione a causa degli effetti del cambiamento climatico, è difficile comprendere come l’urgenza dell’attuale governo sia quella di estendere l’attività venatoria. E lo affermo con assoluta convinzione: la caccia non è tra le priorità degli italiani. Non è accettabile che questo disegno di legge venga portato avanti con tanta insistenza, bloccando di fatto due Commissioni. Il governo e la maggioranza – conclude Floridia – si fermino prima di portare in Aula un testo così contestato e sul quale gravano seri dubbi di compatibilità anche con il diritto internazionale ed europeo. La tutela della fauna selvatica non è un capriccio ideologico. È una questione di vita, anche della nostra”.
“Il provvedimento non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia normativa avviata a partire dal 2023. In tre anni sono stati adottati otto diversi interventi legislativi che hanno modificato la legge sulla caccia in 23 punti, intervenendo più volte sugli stessi articoli senza risolvere le criticità dichiarate e, anzi, contribuendo ad aggravarle”. A parlare è Domenico Aiello, Responsabile tutela giuridica della Natura WWF Italia e uno dei massimi esperti di tutela della fauna selvatica in Italia. “A meno di un anno dalla fine della legislatura il bilancio è fallimentare: due procedure di infrazione europee aperte, una procedura Pilot ancora in corso, problematiche legate alla fauna selvatica che non sono state risolte ma amplificate, insieme a un aumento evidente di insicurezza, atti di intolleranza e illegalità. Difendere la fauna selvatica significa difendere un bene comune e garantire la sicurezza dei cittadini – conclude Aiello – questo disegno di legge va nella direzione opposta e deve essere fermato”.
La fauna selvatica non viene più vista come un patrimonio della collettività da proteggere (secondo la legge è patrimonio indisponibile dello Stato). Al termine “protezione” presente nel titolo, viene anteposto quello di “gestione” e la caccia viene definita per legge come l’attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Questo stravolgimento della realtà ha la funzione di tentare di rendere ogni misura a favore della caccia come coerente con i principi costituzionali, specialmente l’articolo 9 che tutela la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali.
Tra le specie cacciabili entrano l’oca selvatica e il piccione e si rende più agevole includere ulteriori specie con un provvedimento del presidente del Consiglio senza bisogno del parere dell’Ispra, mentre viene recepito il declassamento del lupo da strettamente protetto a protetto. Apertura per i fucili nel demanio marittimo, e dunque potenzialmente litorali, scogliere, spiagge, ma anche nel demanio forestale. Si estendono le aree cacciabili, addirittura obbligando le Regioni a verificare che quelle destinate alla protezione della fauna selvatica non eccedano il limite del 30%. Viene estesa la stagione venatoria oltre il mese di febbraio, cioè nel periodo di migrazione prenuziale e nidificazione (violando la Direttiva Uccelli). Viene eliminato l’obbligo di scelta di una delle tre opzioni di caccia e il cosiddetto legame cacciatore-territorio, attraverso l’ampliamento degli ATC e la previsione di maggiore mobilità venatoria (dunque viene meno il principio secondo cui il cacciatore “conosce” il proprio territorio e lo tutela).
E ancora: depotenziamento dell’Ispra, il massimo organo scientifico pubblico in materia ambientale a favore di un organo politico filo-caccia, il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale. Liberalizzazione dei richiami vivi, con la possibilità di catturare gli uccelli che, una volta imprigionati in minuscole gabbie, servono da “esca” per uccidere altri volatili; in più, nessun limite alla detenzione di uccelli provenienti da allevamento (cosa già adesso difficile da dimostrare). Il favore ai cacciatori stranieri, anche extra Ue, che potranno fare turismo venatorio in Italia senza grossi vincoli e senza limite numerico. Sanzioni per chi protesta contro le uccisioni (900 euro) e, naturalmente, poco o nulla per contrastare il bracconaggio e la caccia di frodo. Sanzioni addirittura ridotte per chi caccia illegalmente in parchi nazionali o città.
Particolarmente grave è l’ultimo emendamento, presentato dai relatori in queste ore, che interviene sul sistema sanzionatorio. Dopo aver annunciato un rafforzamento delle sanzioni – già ritenuto dalle associazioni insufficiente e non conforme agli obblighi derivanti dalla direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente – il governo ha fatto marcia indietro sotto la pressione del mondo venatorio. Il nuovo emendamento riduce le sanzioni per chi uccide specie protette e trasforma in facoltativa la sospensione della licenza di caccia, che prima era obbligatoria. In questo modo viene meno la certezza della pena e la legalità diventa, di fatto, una scelta discrezionale.
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Un cittadino riceve un atto dell’Agenzia delle Entrate e decide di impugnarlo. La sua causa non va davanti a un giudice ordinario: la decide una magistratura speciale, le Corti di giustizia tributaria. Quei giudici dipendono dal ministero dell’Economia e delle finanze per la carriera e per le sanzioni che li riguardano. È lo stesso apparato di cui fa parte l’ufficio che ha emesso l’atto contestato. Il 22 maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura uno schema di decreto che, secondo il governo, porta i giudici tributari su un piano di piena parità con le altre magistrature. La lettera del testo mantiene l’annuncio?
Chi giudica deve essere indipendente dalle parti e deve anche apparire tale. Nella giustizia tributaria la condizione è incrinata all’origine: da un lato siede il contribuente, dall’altro l’amministrazione finanziaria, ma il giudice è inquadrato presso il ministero che quell’amministrazione dirige. È come se l’arbitro di una partita di calcio fosse ingaggiato e all’occorrenza punito da una delle due squadre. Anche se opera in perfetta buona fede, la sua posizione resta sbilanciata.
Lo schema, attuativo della delega fiscale interviene su molti aspetti dello stato giuridico dei giudici e su alcuni fa passi reali. La parità annunciata si ferma sul punto più delicato: il potere di punire il giudice. La vecchia norma viene abrogata e sostituita da una che ne ricopia il contenuto: cambia il nome del ministero, non l’architettura del potere. Il procedimento resta promosso dal vertice politico del governo e la rimozione resta firmata con decreto del Ministro dell’Economia. Il confronto è impietoso: per un giudice ordinario la rimozione è disposta con decreto del Presidente della Repubblica, su iniziativa di un magistrato, il Procuratore generale della Cassazione. Qui, invece, a firmare è il Ministro che dirige l’amministrazione finanziaria, cioè la stessa parte che si contrappone al contribuente. La formula è identica; cambia chi tiene la penna.
Il 16 aprile, nell’Aula Magna della Cassazione, si è inaugurato l’anno giudiziario tributario, per la prima volta alla presenza del Presidente della Repubblica. La presidente dell’organo di autogoverno dei giudici tributari, Carolina Lussana, ex deputata leghista, ha riconosciuto il problema apertamente: l’inquadramento della giustizia tributaria nel Mef, ha detto, “sotto il profilo dell’indipendenza — reale e percepita — resta un tema sensibile”. E ha aggiunto che la terzietà del giudice “non può essere data per scontata ma deve essere costruita, presidiata, resa visibile”. Ed è lei a definire l’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale della giurisdizione”. Parole che pesano, perché vengono dal vertice della stessa magistratura tributaria.
Dallo stesso palco, lo stesso giorno, il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, è stato ancora più netto. Ha chiamato il Mef la “controparte interessata all’esito del processo tributario” e ne ha tratto la conseguenza: se il processo tributario è giurisdizione e il giudice tributario è un giudice, la coerenza imporrebbe di ricondurre quella giurisdizione al Ministero della Giustizia oppure alla Presidenza del Consiglio, come già avviene per i giudici amministrativi e contabili. Il vertice dell’avvocatura e quello dell’autogoverno dei giudici dicono la stessa cosa: la stortura non è più un’obiezione di parte, è una questione di sistema.
Non è un problema marginale: nel 2025 il contenzioso tributario ha pesato in Cassazione per il 46,1 per cento delle cause civili e le sole controversie definite in primo e secondo grado valevano oltre 24 miliardi di euro.
Tutto questo non riguarda soltanto gli addetti ai lavori. Riguarda chiunque, prima o poi, si trovi a discutere con il Fisco per una cartella, un avviso di accertamento, un diniego di rimborso. A decidere è un magistrato che, per la carriera e per le sanzioni che lo riguardano, dipende dalla controparte. L’indipendenza non si misura sui titoli o sullo stipendio, ma sull’organizzazione che la rende possibile e visibile.
La fase parlamentare che si apre è l’occasione per recidere il legame rimasto, sottraendo al Mef il potere disciplinare sul giudice. Un giudice indipendente garantisce che, quando lo Stato chiede e il cittadino contesta, a decidere sia un terzo; un giudice legato a una parte garantisce, nel migliore dei casi, la propria buona fede. Per chi cerca giustizia, è una differenza che si sente tutta.
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Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dal 5 marzo con la fine della guerra in Iran.
Domenica i prezzi del petrolio sono crollati bruscamente dopo che il presidente Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo di pace.
Il petrolio Brent, benchmark internazionale, è sceso di circa il 4%, attestandosi sotto gli 84 dollari al barile, il prezzo più basso dal 5 marzo. Il West Texas Intermediate, benchmark statunitense, è calato di quasi il cinque percento, scendendo sotto gli 81 dollari al barile.
«Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo di venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a fluire da entrambe le estremità, a beneficio della Regione e del mondo intero!», ha dichiarato il Presidente Trump domenica sera.
I future azionari legati al mercato azionario statunitense sono saliti in seguito alla notizia.
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«L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo», ha scritto Trump in un precedente post su Truth Social. «Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Ormuzzo e, contemporaneamente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!»
La notizia dovrebbe mettere fine a scenari catastrofistici per l’economia mondiale apparsi sulla stampa internazionale in questi mesi, puntellati da continui aumenti a seguite degli sviluppi nel Golfo e nello Stretto ormusino.
Le ramificazioni dell’ingravescente crisi petrolifera erano molteplici. Un mese fa era emerso che il Kuwait, per la prima volta dopo 35 anni – cioè dall’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein – non stava esportando petrolio. Dall’altra parte del mondo si registrano fremiti separatisti nella provincia canadese dell’Alberta, considerata la più ricca di oro nero.
Come riportato da Renovatio 21, scommesse borsistiche sul prezzo del petrolio per 580 milioni erano state piazzate poco prima di un post di tre mesi fa sull’Iran di Trump in cui il presidente annunziava «sviluppi produttivi».
Prima del conflitto, appena dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti arriverebbero a controllare il 55% della produzione mondiale di petrolio.
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Un uomo dell’Ontario ha gemuto, fatto smorfie e ripetuto «aiutatemi!» mentre veniva sottoposto a un processo di morte assistita da un medico, dopo che uno dei farmaci non aveva prodotto il livello di sedazione previsto, lasciandolo inizialmente cosciente». Lo riporta LifeSite.
L’uomo, identificato dal giornale locale National Post come il signor D., «ha manifestato segni di disagio fisico e psicologico, tra cui gemiti, tensione muscolare e smorfie», e i suoi «segni comportamentali di disagio si sono intensificati fino a ripetute verbalizzazioni, tra cui “aiutatemi”, che sono continuate fino a quando non è stata ottenuta la sedazione con il propofol e non è stato confermato lo stato comatoso».
Gli ultimi ricordi che la famiglia conserva del padre sono traumatici «All’improvviso è diventato chiaro che il signor D. non stava semplicemente morendo, ma che veniva ucciso, e il medico stava commettendo un errore» scrive LifeSite. «Le sue ultime parole, a quanto pare, furono richieste di aiuto rivolte alla famiglia».
Le cronache canadesi degli scorsi giorni offrono altri casi. La settimana passata, i media hanno messo in luce casi di suicidio assistito che non si sono svolti come previsto, in particolare la morte di B.S., un uomo dell’Ontario deceduto nel 2024, che ha ripreso a respirare dopo essere stato dichiarato morto da un medico di famiglia di London, Ontario, e da chi aveva praticato il suicidio assistito: «un’esperienza traumatica dalla quale i suoi fratelli, testimoni della sua morte gestita in modo inadeguato, si stanno ancora riprendendo».
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Uno dei fratelli ha osservato che all’inizio «non riuscivamo a parlarne… Affrontare l’eutanasia e perdere qualcuno due volte nel giro di poche ore» era «troppo». Dopo che Stewart aveva ripreso a respirare, il medico che di recente ha attirato l’attenzione internazionale per aver autorizzato l’eutanasia di un uomo nel parcheggio di una caffetteria è dovuto tornare e ucciderlo di nuovo.
Queste storie hanno richiamato alla mente il caso di eutanasia fallita in Belgio nel 2022. Alexina Wattiez, 36 anni, aveva scelto di morire con un’iniezione letale dopo una diagnosi di cancro. La famiglia si aspettava una morte rapida e silenziosa; uscirono dalla stanza. Dopo un attimo, sentirono delle urla. «Ho riconosciuto la sua voce», ha detto il suo compagno. «Poi l’abbiamo vista distesa sul letto con gli occhi e la bocca aperti».
L’autopsia ha rivelato che Alexina era morta soffocata. Alcune fonti giornalistiche riferiscono che il medico avrebbe usato un cuscino quando i farmaci non erano riusciti a ucciderla; altre sostengono che le infermiere si sarebbero alternate a tenere il cuscino sul viso della giovane donna fino a provocarne l’asfissia.
«I sostenitori dell’eutanasia detestano queste storie perché, quando la maschera cade, le persone intravedono senza filtri ciò che si cela dietro a tutto quel linguaggio rassicurante e medicalizzato: uccidere persone» commenta LSN. «Per diffondere l’idea che i professionisti sanitari debbano uccidere i pazienti, bisogna usare termini che distolgano l’attenzione da questa realtà: cure di fine vita; morte assistita dal medico; aiuto medico al suicidio. Gli attivisti per l’eutanasia dipingono un quadro di persone liberate dalle sofferenze, circondate dai propri cari, con una musica rilassante in sottofondo, che muoiono in pace e con dignità».
Come riportato da Renovatio 21, il Canada è il Paese che ora detiene il record mondiale di predazione degli organi.
Il Canada si pone come capitale mondiale del fondamentalismo eutanasico. Pochi mesi fa è stata proposto di eutanatizzare anche i carcerati.
Come riportato da Renovatio 21, in Canada è partita la promozione per offrire la MAiD – il programma eutanatico massivo attivato dal governo di Ottawa – anche per bambini e adolescenti. Non manca nel Paese il dibattito per l’eutanasia dei bambini autistici.
Di fatto, un canadese ogni 25 viene oggi ucciso dall’eutanasia. L’aumento negli ultimi anni è stato semplicemente vertiginoso. E la classe medica, oramai totalmente traditrice di Ippocrate e venduta all’utilitarismo più sadico e tetro, insiste che va tutto bene.
Come riportato da Renovatio 21, qualche mese fa un’altra veterana dell’esercito, divenuta disabile, ha riportato che alcuni funzionari statali avevano risposto alla sua richiesta di avere in casa una rampa per la sedie a rotelle offrendole invece la possibilità di accedere al MAiD – cioè di ucciderla.
Ma non è il caso più folle del degrado assassino raggiunto dallo Stato canadese: ecco l’ecologista che chiede di essere ucciso per la sua ansia cronica riguardo al Cambiamento Climatico, ecco i pazienti che chiedono di essere terminati perché stanchi di lockdown, ecco le proposte di uccisione dei malati di mente consenzienti, e magari pure dei neonati.
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Il Canada del governo Trudeau e del suo successore Carney – dove il World Economic Forum regna, come rivendicato boriosamente da Klaus Schwab – è il Paese dell’avanguardia della Necrocultura. Se lo Stato può ucciderti, ferirti, degradarti, lo fa subito, e legalmente. Magari pure con spot mistico propalato da grandi società private in linea con il dettato di morte. In Canada l’eutanasia viene servita anche alle pompe funebri.
Mesi fa l’eutanasia è stata offerta anche ad una signora riconosciuta come danneggiata da vaccino COVID.
Secondo alcuni, l’eutanasia in Canada – che si muove verso i bambini – sta divenendo come una sorta di principio «sacro» dello Stato moderno.
Come abbiamo ripetuto tante volte: lo Stato moderno è fondato sulla Cultura della Morte. La Necrocultura è, incontrovertibilmente, il suo unico sistema operativo. Aborto ed eutanasia (e fecondazione in vitro, e vaccinazioni, anche e soprattutto geniche) sono quindi sue primarie linee di comando.
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L'articolo Grida «aiuto!» durante il tentativo di eutanasia: ecco la realtà dietro l’«assistenza medica al suicidio» proviene da RENOVATIO 21.
Medici e organizzazioni del settore indicano che la tossicodipendenza sta diventando un problema sempre più diffuso tra i soldati ucraini, mentre la guerra contro la Russia entra nel quinto anno. Il rapporto menziona anche il caso di un ex ufficiale dei Marines ucraini che ha ammesso di essere caduto nella dipendenza. Lo riporta un’inchiesta dell’emittente pubblica tedesca Deutsche Welle.
Secondo gli esperti, questa situazione è dovuta alle ferite riportate in combattimento e allo sfinimento psicologico, poiché molti militari restano in prima linea per mesi senza pause adeguate né prospettive di congedo.
Pur essendo gli stupefacenti ufficialmente vietati nell’esercito, le pesanti perdite, l’assenza di rotazione e la grave carenza di personale, che costringe i soldati feriti a tornare al fronte prima di essersi completamente ripresi, starebbero aggravando il problema.
Secondo il rapporto pubblicato la settimana scorsa, più della metà dei soldati ucraini impegnati al fronte ha fatto esperienza con l’uso di droghe, alcol o una combinazione di entrambi.
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«Nessun esercito nella storia moderna ha mai combattuto per quattro anni senza rotazione», ha dichiarato lo psicoterapeuta Igor Alferov a Deutsche Welle. Ha aggiunto che quando i comandanti si rifiutano di concedere le licenze e «non c’è nessun altro a combattere», le truppe provano sempre più un senso di ingiustizia.
Alferov ha citato anche i problemi familiari come fattore determinante, osservando che molti soldati hanno parenti che vivono all’estero, il che porta i coniugi ad allontanarsi. «Lei ha intenzione di rimanere in Europa perché vede delle prospettive per i figli, mentre lui resta in guerra in Ucraina, dove ogni giorno comporta il rischio di morire», ha affermato.
Un ex militare ucraino, ora in cura presso una clinica di riabilitazione, ha raccontato a DW che la tossicodipendenza gli è costata la carriera militare. «Avevo più di 200 uomini sotto il mio comando e ho partecipato a numerose operazioni di successo», ha affermato, aggiungendo che le sue condizioni sono peggiorate dopo essere stato dimesso dall’ospedale e che alla fine ha «perso il controllo di tutto».
All’inizio di quest’anno, un residente locale tratto in salvo da Krasnoarmeysk, nella Repubblica Popolare di Donetsk, liberata dalle forze russe alla fine del 2025, ha dichiarato all’agenzia TASS che la maggior parte delle truppe ucraine di stanza in città faceva uso di droghe consegnate tramite droni sotto forma di caramelle avvolte in confezioni mimetiche. Ha affermato che i soldati ubriachi si scontravano spesso con i civili, e alcuni incidenti si concludevano con sparatorie.
Il Guardian ha riportato che molti militari ucraini hanno sviluppato una dipendenza da droghe, la cui portata è difficile da valutare a causa della scarsità di dati ufficiali, collegandola in parte al disturbo da stress post-traumatico e all’ansia derivanti dalla prolungata esposizione al combattimento.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa si era parlato di un’epidemia di gioco d’azzardo, in particolare sui casinò online, tra le truppe di Kiev.
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L'articolo Militari ucraini dipendenti dalla droga: inchiesta dell’emittente pubblica tedesca proviene da RENOVATIO 21.
di Michele Blanco
Le ultime rilevazioni Istat scattano una fotografia impietosa del nostro Paese. Il 10% degli italiani vive in condizione di povertà assoluta, mentre un ulteriore 22% si trova in una fascia di vulnerabilità economica ad altissimo rischio di indigenza. Anche la classe media scivola progressivamente verso il basso, vedendo eroso il proprio potere d'acquisto. A monte di questa crisi c'è un mercato del lavoro strutturalmente precario, caratterizzato da contratti brevi e sottopagati che generano ansia e impediscono qualsiasi progettualità a lungo termine. Il riflesso demografico è inevitabile: l'Italia è oggi uno dei Paesi più vecchi al mondo, con una popolazione anziana che esige un'assistenza spesso inesistente, lasciando le famiglie in totale solitudine.
Sul fronte giovanile la disoccupazione sfiora il 18%, un triste primato in Europa, che costringe oltre 35.000 giovani laureati e specializzati ad abbandonare definitivamente l'Italia ogni anno. I salari, fermi da oltre trent'anni, hanno perso drasticamente terreno di fronte all'inflazione. A questo quadro si aggiunge la tragedia dei morti sul lavoro, che conta circa mille vittime l'anno.
Mentre le aree industriali si svuotano, trasformandosi in quartieri fantasma, i centri storici delle grandi città d'arte mutano pelle, ridotti a ristoranti a cielo aperto a uso e consumo esclusivo del turismo d'élite. Persino le vacanze estive sono ormai un privilegio per pochi: la maggior parte delle famiglie non può concedersi nemmeno un fine settimana al mare. Sanità e istruzione, dopo decenni di tagli drastici, sono al collasso: per una TAC urgente si arriva ad aspettare fino a due anni. Nel frattempo, i tetti delle scuole crollano e interi borghi dell'entroterra scivolano nell'abbandono idrogeologico e demografico. L’unica prospettiva di sviluppo a medio-lungo termine sembra quella di trasformarsi in una terra a vocazione puramente turistica, ricalcando dinamiche tipiche del Sud del mondo.
In questo scenario, gran parte della classe politica si concentra sulla propaganda e sulla caccia al voto facile, agitando lo spauracchio dell'immigrazione e invocando la "remigrazione" di disperati. Si preferisce colpire gli ultimi piuttosto che condannare chi ha svenduto il patrimonio industriale pubblico (dall'Iri all'Eni, fino all'Alfa Romeo) alle élite della finanza globale. Personaggi che hanno rinunciato a una politica estera autonoma, subordinando gli interessi strategici nazionali ai dettami geopolitici e militari degli Stati Uniti.
L'esempio lampante è stato il sostegno alla guerra in Libia: un intervento che ha raso al suolo un Paese che era il nostro primo partner economico e da cui acquistavamo petrolio a prezzi di favore. Con la caduta di Gheddafi, la Libia è divenuta una terra di nessuno, governata da schiavisti e contrabbandieri che alimentano la moderna tratta di esseri umani verso le nostre coste, mentre l'Unione Europea si sottrae sistematicamente al dovere della redistruttiva e dell'accoglienza. Siamo governati da decenni da leader incapaci di difendere la sovranità nazionale, di opporsi all'imperialismo e ai conflitti per procura che devastano l'Africa per saccheggiarne le risorse. Gli stessi che si guardano bene dal condannare ben altre occupazioni e politiche coloniali in Cisgiordania.
La retorica xenofoba diventa così un'arma di distrazione di massa, utilissima per fare pesca a strascico nel bacino del disagio sociale. Le fasce popolari, private di una reale coscienza politica, invocano una sicurezza e una protezione che lo Stato non garantisce più, specialmente nelle periferie e nei paesi interni. Chi oggi parla di indipendenza e sovranità è, nei fatti, servo dei potentati economici e delle nazioni egemoni. Si calpestano così i principi cardine della nostra Costituzione: l'uguaglianza, la democrazia popolare e la solidarietà internazionale con i popoli oppressi.
È tempo di risvegliare la coscienza critica. A partire dalle prossime scadenze elettorali, abbiamo il dovere di scegliere una classe dirigente migliore.



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Il Direttore Generale dell’AOU (Azienda ospedaliera universitaria) Maggiore della Carità di Novara indice una gara europea per “migliorare” due RM (risonanze magnetiche) attualmente in esercizio, senza che le due macchine siano di proprietà dell’Azienda. Lo richiede il direttore della Diagnostica, “evidenziando che le stesse hanno raggiunto il limite tecnologico e sono prossime ad un eventuale fuori supporto”. Manifestano interesse a partecipare alla fornitura la Philips (che produce le macchine) e la 3B srl che attraverso la partecipata Alpha Project sta gestendo le RM, che – fornite nell’abito di un progetto di Partenariato Pubblico Privato (Ppp) – diverranno di proprietà dell’AOU Maggiore della Carità solamente alla scadenza della concessione ancora in atto.
L’importo della gara: € 5.167.500,00 iva esclusa. Il 26 marzo 2026 il Direttore generale dell’AOU novarese, conclusa l’istruttoria, con la deliberazione n. 190 indice la gara per “migliorare” le RM, che prevede la partecipazione della sola 3B srl.
Gli umarèl, gente che osserva “i cantieri” guardando le carte, sono sorpresi dalla soluzione che l’Azienda di Novara sta applicando per risolvere il problema. Le incongruenze sono più di una. Uno degli umarèl – nella fattispecie il sottoscritto – ricorda bene la gara che aveva consegnato ad Alpha Project la fornitura e la gestione delle apparecchiature elettromedicali con un project financing multimilionario. Ne avevo scritto qui e mi ero anche beccato una querela (poi archiviata) da parte della 3B srl, una delle ditte che facevano parte del raggruppamento.
Così, aiutato del gruppo, per ripassare la lezione, il 13 aprile scorso ho inviato dalla direzione dell’AOU una richiesta di accesso agli atti per ottenere copia elettronica dei documenti che permettessero di avere il quadro completo del contratto di Ppp del 2017 e della sua attuazione. La mia richiesta però deve aver allarmato la dirigenza dell’AOU al punto da indurre il Direttore Generale, con la deliberazione n. 375 del 22/05/2026, ad annullare d’ufficio la gara indetta il 26/03/2026, cioè meno di 60 giorni prima.
Un collaboratore del consigliere regionale Coluccio (M5S) gli parla di questa storia e lui decide di porre il problema della legittimità dell’operato dell’AOU di Novara direttamente al direttore della Sanità Regionale, dott. Sottile. Quest’ultimo risponde annunciando, fra l’altro, l’apertura un’indagine interna per capire come sia stato possibile tutto questo. Di solito gli uffici l’indagine dovrebbero farla prima, sono pagati per quello. Qui, l’istruttoria non andava proprio bene e la delibera di indizione prevedeva quasi 50mila euro di compenso extra al dirigente che l’ha allestita, quale contribuito di progettazione. Se tutto fosse andato liscio, questo è quanto gli avrebbero riconosciuto, oltre allo stipendio niente male che già percepisce. Risparmiati.
La sbornia liberista degli ultimi decenni ha convinto destra e sinistra che il male del Paese – ben più che la malavita organizzata, l’evasione fiscale ecc. – fosse la pubblica amministrazione, popolata da fannulloni dediti a rallentare e vanificare gli sforzi della politica a fare in fretta. In nome della modernizzazione sono stati introdotti modelli organizzativi mutuati dal privato. Le Unità Sanitarie Locali sono diventate Aziende, governate da potenti Direttori Generali nominati dalla politica.
Soprattutto sono spariti completamente i controlli. Così molti settori della PA sono finiti in braccio all’incultura, alla voracità dei fornitori e non solo. Una bella fetta di PA è anche diventata uno strumento per scambi di consulenze e prebende di varia natura che consumano le risorse residue. La sanità pubblica, dove nel 2025 sono stati spesi circa 150 miliardi di euro, è uno dei settori più esposti a queste tentazioni.
La drammatica mancanza di controlli e una dirigenza che, setacciata da decenni di politica al ribasso, oramai non riesce più a fare il suo lavoro producendo risultati per i cittadini nel rispetto delle norme, sono un elemento fondamentale nel degrado del paese e del sistema sanitario pubblico. Uno degli ingredienti fondamentali per vivificare la democrazia è la partecipazione: gli umarèl che mi aiutano a raccontare queste storie sono persone che lo fanno in modo disinteressato.
Sostengono che la Pubblica Amministrazione, dove molti di loro lavorano e hanno lavorato, è uno dei presidi della democrazia e che occorre perciò opporsi il degrado, intanto controllando che gli atti rispettino le leggi, la pubblica utilità e che gli scambi di favori fra i dirigenti sotto forma di sontuosi incarichi intrecciati non superino la decenza.
A tempo perso controllano, studiano, fanno quello che in uno Stato moderno dovrebbe essere il compito più alto di chi governa. Un lavoro che possono fare in tanti. Gli Enti pubblici hanno da tempo l’obbligo di pubblicare sui loro siti internet – sezione Amministrazione Trasparente – i dati delle attività che perciò possono essere consultati da chiunque lo voglia. Non sempre i dirigenti Responsabili della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza interpretano in modo adeguato il ruolo.
Insistiamo perché pubblichino i dati, così da potervi accedere e di poterne disporre. A garanzia di questi diritti c’è il dl 33/2013 a cui si è aggiunto il dl 97/2016, che ha previsto il cosiddetto Accesso Civico Generalizzato. Si tratta di diritti esercitabili anche per email. Più li usiamo meglio stiamo, umarèl compresi.
L'articolo Una mia richiesta di accesso agli atti deve aver allarmato l’ospedale di Novara: annullata la gara per due risonanze proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Cecina (Livorno) 16 giugno 2026 Note al Calasole: seconda edizione per la rassegna di musica classica al tramonto nella Riserva Naturale Tombolo Sud Ogni venerdì e sabato dal 19 giugno all’11 luglio. Ingresso libero. Torna “Note al Calasole”, la rassegna di musica classica organizzata dal Comune di Cecina in collaborazione con il Conservatorio “Pietro Mascagni” …
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Credo sia venuto il momento, per la sinistra, per il centrosinistra, o almeno per la sua parte maggioritaria, di costruire, presentare e sostenere una visione complessiva sull’immigrazione: realista, fondata su principi, e capace di tenere insieme umanità, sicurezza, responsabilità e verità.
Serve una constituency strutturata, equilibrata, forte. Una base politica, culturale e morale capace di contrastare, o almeno contenere, la crescita di un nuovo ciclo populista, alla Vannacci: più incandescente, più aggressivo, più inquietante dei cicli precedenti. Ma per farlo non basta rispondere denunciando l’assurdità, la negatività o l’inaccettabilità di certe affermazioni. Non basta opporsi a Vannacci. Bisogna sottrargli il terreno. Bisogna indicare una strada diversa, migliore, più forte, e alla fine anche più vincente.
È necessario affrontare il problema dell’immigrazione in modo sistematico e profondo. Se guardiamo alla prospettiva europea, non possiamo negare che la politica di ogni Paese del continente, incluso il nostro, abbia oggi questo tema al centro, volenti o nolenti. Così come non possiamo negare l’esistenza di una regola non scritta, o forse perfettamente scritta nei fatti: le elezioni le vince chi diventa egemone sulla questione che più muove le emozioni popolari. E oggi, in Europa, questa questione è l’immigrazione.
Le emozioni popolari più forti, anche quando sono di segno opposto, passano da lì. Negarlo significa lasciare campo libero a ogni forma di populismo, che di mese in mese, prima in Francia, poi in Inghilterra, adesso in Germania, diventa sempre più inquietante, sempre peggiore, con l’ombra russa che accompagna molti dei suoi movimenti.
Prima di entrare nel merito di questa possibile constituency, bisogna guardare alla base da cui nascono le narrazioni dell’estrema destra. Nei giorni scorsi Belfast è stata attraversata da una rivolta che ha messo a ferro e fuoco la città. L’episodio scatenante è stato l’accoltellamento di un uomo, ripreso in un video molto crudo, circolato rapidamente sui social. L’impressione, guardando quelle immagini, è che l’aggressore volesse addirittura decapitarlo. L’autore dell’aggressione è un rifugiato sudanese arrivato nel Regno Unito e riconosciuto come richiedente asilo.
I cosiddetti “knife or sharp instruments crimes”, cioè i crimini commessi con coltelli o strumenti affilati, nella sola Londra sono stati oltre quindicimila. Un report recente citato dall’Evening Standard mostra che più di un terzo degli omicidi a Londra è legato a gang o gruppi: su centoquarantasette condanne per omicidio o omicidio colposo, relative a centocinquantasette morti, cinquantuno casi, pari al 34,6 per cento, sono stati classificati come gang or group-related. La rivolta di Belfast non nasce dal nulla, anche se le strumentalizzazioni sono numerose.
L’aspetto criminale è quello più evidente, più immediato, più emotivamente potente. Ma ci sono fenomeni demografici più strutturali che spaventano una parte consistente della popolazione europea. Secondo l’Ufficio statistico belga, se si considera l’origine dei genitori, il 74,3 per cento della popolazione della regione di Bruxelles è di origine straniera, cioè con almeno un genitore nato all’estero; il 41,8 per cento è di origine non europea. Se guardiamo alla fascia giovanile sotto i diciotto anni, si stima che l’ottantotto per cento dei residenti nella capitale belga sia di origine straniera, sempre considerando almeno un genitore nato all’estero, e il cinquantasette per cento di origine non europea.
Secondo statistiche etniche e studi sulla città, ad Amsterdam i giovani nati da famiglie native olandesi sono da anni una minoranza. A Londra, secondo i dati del censimento, circa il 37-40 per cento dei residenti è nato all’estero. È ovvio che avere una popolazione in maggioranza non nativa non sia, di per sé, un problema, ma ignorare la dimensione epocale del fenomeno, e le sue conseguenze, mentre la natalità “indigena” cade verticalmente, significa non vedere l’evidente.
La narrazione semplificata dell’estrema destra ha gioco facile quando mette insieme questi elementi in una formula rozza ma efficace: più immigrazione uguale più criminalità; più immigrazione musulmana uguale più minaccia alla cultura occidentale. La quantità conta. Tenere la stessa posizione politica di quando il fenomeno aveva dimensioni minime non è una prova di coerenza: può diventare una forma di rimozione.
Ricordiamo i primi sbarchi degli albanesi in Puglia, accolti in modo festoso. A Brindisi li salutò l’intera città: sindaci, prefetti, parlamentari, autorità religiose, gente comune. C’erano bande musicali, fiori, discorsi di benvenuto, un clima da celebrazione. I profughi piangevano ai bordi delle navi, mentre sulla banchina gli italiani sventolavano mazzi di fiori e li salutavano con entusiasmo. Quel sentimento popolare evidentemente non è più lo stesso.
Prendiamone atto. E chiediamoci se possiamo costruire un’immigrazione che arricchisca il Paese, invece di un’immigrazione che lo spaventi. Per scongiurare la seconda opzione serve un lavoro enorme, insieme intellettuale e operativo.
Cominciamo dalla questione più spinosa, più difficile, più reale: desiderare che una città o un Paese conservi i suoi tratti distintivi europei non è un crimine. Volere, preferire o simpatizzare per la continuità culturale di un luogo non è, in sé, un atto di ostilità verso qualcuno. Naturalmente questo è accettabile solo se viene espresso senza fare del male: dunque no a remigrazione, no a persecuzioni coattive, no a politiche punitive verso persone innocenti. Ma è legittimo tanto immaginare una città cosmopolita quanto desiderare che una città mantenga e sviluppi i tratti prevalenti della propria storia culturale e religiosa.
C’è una costante comune del pensiero illuminista e di quello marxiano, opposti quasi su tutto, che oggi ci impedisce di vedere un punto fondamentale. I due filoni che hanno plasmato gli ultimi due secoli dell’Europa sono entrambi fondati sulla preminenza della razionalità e dell’economia. Nel primo caso, la razionalità, di cui l’economia rappresenta forse l’applicazione più efficace, sostiene che ogni conflitto, se ricondotto nel proprio alveo razionale, possa trovare una soluzione. Locke, Adam Smith e molti altri vengono da lì. Nel secondo caso, quello marxiano, l’economia è centrale: i rapporti di forza economici sono la struttura della società; tutto il resto è ideologia, pensiero derivato, inutile o ininfluente.
Entrambi, in modo diverso, non colgono fino in fondo che la dimensione umana non può essere ricondotta interamente alla dimensione economica. Il detto popolare, ripreso da una brillante pubblicità, secondo cui il denaro non può comprare tutto, è forse la sintesi migliore di questo discorso. Oggi l’identità sociale — quel grumo invisibile e potentissimo di aspirazioni, paure, appartenenze, ambizioni anche violente, o potenzialmente violente — è spesso più forte della dimensione economica. Bisogna lavorare su questo. E su questo la cultura cattolica può dire e fare molto.
La constituency sull’immigrazione deve essere insieme un programma, una guida, una politica. Quali possono essere i suoi pilastri?
Il primo, anche se non dovrebbe esserci bisogno di dirlo, è che le vite umane vadano salvate in qualunque circostanza e qualunque sia lo stato giuridico delle persone in difficoltà. Questo è il primo statement, e deriva proprio dalle nostre radici identitarie come Paese e come mondo occidentale. Non si discute.
Il secondo pilastro riguarda le politiche attive dell’immigrazione. Bisogna organizzare in modo strutturato gli ingressi, considerando anche le necessità del Paese: sanità, edilizia, assistenza, agricoltura, servizi. Occorre favorire l’arrivo di persone che abbiano caratteristiche tali da arricchire l’Italia, magari privilegiando Paesi con cui condividiamo quell’“invisibile” di cui si parlava prima: prossimità culturali, relazioni storiche, compatibilità civiche, possibilità reali di integrazione (es. Argentina, Cuba, Brasile, America latina, eccetera).
L’Australia lo fa con ferrea precisione. In quel Paese c’è un sistema a punti (Skilled OccupationList) per i lavoratori qualificati (età, titolo di studio, esperienza lavorativa precedente, sponsor, eccettera) per ottenere un visto di quattro anni e poi proseguire con il processo di integrazione. Per avere un’idea, vogliono principalmente infermieri e medici; assistenza anziani; ingegneri, meccanici. Nessuno che arriva illegalmente viene accettato sul suolo australiano e, nonostante questo, o forse grazie a questo, hanno complessivamente più immigrati dell’Italia. Noi non siamo un’isola e siamo più permeabili; dunque, potenzialmente meno efficaci nel mantenere una politica di questo tipo. Ma proprio per questo dobbiamo farla.
Il terzo pilastro, senza girarci troppo intorno, è la sicurezza. È buon senso, immediato e profondo buon senso, che se una persona arriva in Italia, magari in modo clandestino, e poi commette reati gravi, non abbia alcun diritto di restare nel Paese. Naturalmente sappiamo bene che molti non arrivano con questa intenzione; spesso vengono trascinati dall’abbandono in cui si trovano e diventano facile preda delle nostre criminalità. Ma questo non toglie il punto essenziale: un Paese non può essere costretto a trattenere persone che violano gravemente le sue leggi.
A metà strada tra le questioni invisibili e la sicurezza si trova il problema delle enclave, delle comunità autoreferenti. Qui nasce il quarto pilastro: la coesistenza. Si tratta di tenere insieme due principi. Il primo è quello che, alla maniera americana, chiameremmo religious freedom, libertà religiosa, naturalmente valida per ogni fede. Il secondo è il principio su cui si fonda l’Occidente moderno: la separazione tra Stato e Chiesa, o meglio tra la dimensione civica e religiosa da una parte, e quella del diritto statuale dall’altra. Sappiamo che questa separazione è negata in parte dei Paesi islamici, dove regna invece la teocrazia, cioè l’asservimento delle regole del diritto a quelle religiose.
La coesistenza non significa, ad esempio, l’idea infantile di negare i simboli del Natale per “rispetto” verso altre fedi. Non significa, peggio ancora, accettare pratiche tradizionali di alcuni Paesi contrarie alle leggi italiane solo perché collocate dentro altre appartenenze religiose. Non significa permettere che venga predicato e affermato odio verso l’Occidente, verso la sua tradizione culturale e ideale, in nome dell’affermazione di un ordine opposto.
La constituency sull’immigrazione deve nascere da un dibattito ampio, fatto anche con le comunità immigrate, e soprattutto con i singoli. Perché l’idea liberale e cristiana che sta alla base dell’Occidente è la primazia della persona, anche rispetto alla comunità di appartenenza. Servono coraggio, mente aperta, capacità di ascolto. Non solo ascolto delle minoranze piene di voce, ma anche delle maggioranze dalle voci frammentate e “introverse”. Bisogna togliere il terreno su cui cresce il vannaccismo e tutta l’ideologia populista che gli gira attorno. Bisogna salvare il bambino non l’acqua sporca.
Non bisogna rompere i legami profondi del nostro affetto verso il sentire popolare. Bisogna dare risposte migliori, più civili, più alte, mobilitando i migliori angeli della nostra natura. Solo così si potrà contenere un fenomeno che rischia di polarizzare ancora di più il Paese e di consegnarlo ai peggiori che possiamo immaginare.
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Paul Manafort, appena entrato nello staff di Trump, s’era fatto portare i sondaggi. I sondaggi segreti commissionati dai candidati alla Casa Bianca dicono molte più cose di quelle che gli istituti fanno poi uscire sui giornali. Dopo aver studiato i sondaggi, Manafort aveva telefonato al suo vecchio socio Konstantin Kilimnik, detto “Kostia”. Kilimnik, che era ucraino, aveva aiutato Manafort a far eleggere presidente in Ucraina il putiniano Janukovich (2010). Appuntamento con Manafort al 666 della Quinta strada, Grand Havana Room, un circolo per fumatori di sigaro. Il palazzo era della famiglia Kushner. Era presente anche Rick Gates. Qui Manafort consegnò a Kilimnik i sondaggi relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Erano tre Stati dove i democratici avevano sempre vinto. Il cosiddetto “Muro Blu”. I sondaggi mostravano che, stavolta, il vantaggio della Clinton in questi tre Stati era minimo.
Kilimnik era uomo del Gru, il servizio di spionaggio militare russo. I dati relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, arrivati a Deripaska, furono girati da Deripaska a via Savushkina 55.
Era inutile darsi da fare per Stati come il Texas, sicuramente di Trump, o la California, sicuramente di Hillary. Valeva la pena invece lavorare sugli Stati in bilico, come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Al terzo e quarto piano di via Savushkina 55, a San Pietroburgo, palazzone anonimo, lavoravano per ottocento euro al mese quattrocento giovani. Turni di dodici ore, in modo da coprire per intero i fusi orari americani. I ragazzi erano detti “troll”. Ogni troll doveva pubblicare ogni giorno almeno dieci post originali. Doveva scrivere ogni giorno centoventisei commenti sotto i post di qualcun altro. Doveva gestire tre account Facebook o Twitter contemporaneamente. I supervisori passavano a controllare la qualità dell’inglese e l’uso delle parole chiave. I destinatari di post, commenti e account erano gli utenti americani di Facebook o Twitter. Questi utenti, in vari modi, erano incoraggiati a votare per Trump. Qualche volta direttamente. Qualche altra con finti dialoghi tra finti utenti di Facebook o Twitter. Lo stesso troll interpretava tutte le parti. Faceva dire, per esempio, a un personaggio di sua invenzione: «Hillary Clinton è una criminale». Un altro personaggio di sua invenzione rispondeva: «Sono sempre stato di sinistra, ma dopo quello che ho saputo non posso più votarla. Resterò a casa». Un terzo personaggio inventato entrava in gioco e si metteva a litigare con gli altri due. Il litigio faceva alzare il livello di attenzione del dialogo. La rissa era costruita in modo che la Clinton a un certo punto fosse completamente sputtanata. Riuscire a non mandare a votare un democratico era un risultato molto desiderabile. Per ognuno che restava a casa il piccolo margine di vantaggio di Hillary si riduceva. Questi video personalizzati erano detti “dark post”.
L’ordine era di caricare i dark post al mattino. Di usare connessioni Vpn che facessero credere a quelli che leggevano che si stava digitando da Detroit, o da Milwaukee, o da Pittsburgh. Ogni profilo era corredato da una foto rubata di qualcuno che aveva messo la sua immagine in rete e magari viveva in Spagna o in Egitto.
Quelli che lavoravano su Cambridge Analytica, intanto, spedivano video, guidati dai profili rubati degli ottantasette milioni di americani. Di ognuno di questi ottantasette milioni, Cambridge Analytica aveva preparato un ritratto psicologico. Il pauroso, lo spavaldo, quello che odiava gli immigrati, quello che andava in chiesa, quello che non sapeva che fare, i mariti e le mogli, i depressi e gli entusiasti, i timidi e gli aggressivi, l’intellettuale, e il commerciante, e il contadino, e il medico. A ognuno di questi Cambridge Analytica mandava un video in forma di spot. In questi video in forma di spot, che venivano visti solo dalla vittima prescelta, video costruiti sul profilo della vittima prescelta, si mostrava, per esempio, Trump che difendeva il diritto di possedere armi, mentre su un altro video spedito a un’altra vittima si vedeva invece Trump che diceva l’esatto opposto, la legge e l’ordine e basta con la violenza. Cioè Trump, in questi video personalizzati, poteva sostenere una tesi e il suo contrario. Nessuno infatti avrebbe visto i due video, tranne i due a cui erano stati spediti. Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, per ottantasette milioni di americani e i loro pregiudizi.
Trump disse di Hillary: «Corrotta». Hillary disse di Trump: «Burattino». Trump disse di Hillary: «Arrestatela». Hillary disse di Trump: «Inadatto». Trump disse di Hillary: «Schifosa». Hillary disse di Trump: «Mina vagante». Trump disse di Hillary: «Demonia». Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, in televisione e ovunque.
Il 7 ottobre, intorno alle quattro del pomeriggio, il “Washington Post” pubblica un video in cui si vede Trump scendere da un autobus in compagnia di Billy Bush. Trump dice a Billy Bush: «I don’t even wait. And when you’re a star they let you do it. You can do anything… Grab ’em by the pussy». Traduzione: «Io mica aspetto. Quando sei una star, ti lasciano fare. Puoi fare quello che ti pare. Basta prenderle per la fica». Il video risale al 2005. Tutti pensano: è andata, Trump è finito. Trent’anni prima, per molto meno, Gary Hart era stato costretto a ritirarsi.
Mezz’ora dopo però WikiLeaks pubblica un primo gruppo di email di John Podesta, capo dello staff di Hillary. È da mesi che Trump denuncia il fatto che Hillary, fregandosene della legge che lo vieta, abbia comunicato col mondo attraverso un server privato piazzato nella cantina della sua casa a Chappaqua. Adesso le mail di Podesta mostrano che Hillary dice una cosa in pubblico e un’altra in privato, tratta con i banchieri e si fa dare la linea dai banchieri, è miliardaria, si fa mandare in anticipo le domande che le faranno in televisione, ha bassamente manovrato per sputtanare il suo compagno di partito Bernie Sanders, ecc. Trump e le donne sono dimenticati, svetta sulle prime pagine e nelle aperture dei tg del mondo lo scandalo Hillary.
In quegli stessi giorni, l’avvocato Michael Cohen, legale di Trump, fece firmare a Trump una lettera d’intenti in cui si chiedeva il permesso di costruire a Mosca una Trump Tower in vetro di cento piani, con la parola “Trump” stampata bene in vista sulla facciata. L’ultimo piano – valore cinquanta milioni di dollari – sarebbe stato regalato a Putin. In Russia, per far prima, se la sarebbero vista con i burocrati il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, e il pregiudicato (per frode) Felix Sater. Sater scrisse all’avvocato Cohen: «Amico, il nostro ragazzo [Trump] può diventare Presidente degli Stati Uniti e noi possiamo progettarlo. Porterò tutta la squadra di Putin a bordo, gestirò io il processo». Diventato Presidente degli Stati Uniti, Trump fu costretto a rinunciare. Trump andava in giro dicendo: «Non ho affari in Russia, non ho prestiti in Russia, non ho nulla a che fare con la Russia».
I sondaggi dicevano che la maggioranza degli americani non sopportava né Hillary né Trump. Gli americani andarono a votare l’8 novembre, primo martedì dopo il primo lunedì del mese. Bella giornata, cielo terso, faceva caldo. Hillary era in piedi già alle sei. Uova strapazzate, mezzo pompelmo, un peperoncino crudo (Hillary mastica un peperoncino crudo ogni mattina, tiene sempre in borsetta della salsa piccante). Prima di uscire, un’occhiata ai sondaggi. La davano tutti vincente, senza problemi. Alle otto in punto andò a votare. Scuola elementare Douglas Graffin. Tailleur pantalone beige di Ralph Lauren, soprabito coordinato di pelle scamosciata. Alle donne, tramite l’hashtag “#WearWhiteToVote”, aveva consigliato di presentarsi al seggio vestite di bianco. Molte donne, in effetti, si presentarono al seggio vestite di bianco.
Trump si sveglia tardi. Televisori tutti accesi. Notiziari, sondaggi, suoni. Lo dànno tutti perdente. Nessuna meraviglia. Non mangia niente. Alle undici è in strada con Melania. Va a votare alla scuola pubblica 59 di Manhattan. Indossa il solito abito blu largo con la solita cravatta rossa lunga oltre la cintura. Sul bavero, la spilla che rappresenta la bandiera americana. Melania – grandi occhiali scuri, tacchi a spillo – in bianco avorio di Michael Kors e sulle spalle, a mo’ di mantella, un cappotto di cachemire color cammello da quattromila dollari disegnato da Balmain. Si sente qualche fischio.
Hillary adesso è al Javits Center, un centro congressi sull’Undicesima, tutto in vetro e affacciato sull’Hudson. Sono le quattro del pomeriggio. Gli exit poll sono trionfali. Hillary ha intenzione di restar qui fino alla fine. S’immagina una serata storica. Si trucca, comincia a lavorare al discorso della vittoria. Cena al Peninsula, sulla Quinta. Salmone, carote arrosto, pizza vegana, patatine fritte. Hillary e suo marito Bill piluccano, stanno finendo di scrivere il discorso della vittoria. Con i fedelissimi si discute di chi mettere al governo.
Trump era rimasto nella Trump Tower. Atmosfera cupa. Gli exit poll li vedeva anche lui. Gli hanno portato un polpettone. Sono con lui: Melania, Ivanka, Donald jr, Eric, il bambino Barron, Steve Bannon, Kellyanne Conway. Nessuno si illude. Però Steve Bannon, a un certo punto, va di là e vede i dati sull’affluenza. Torna e dice: «C’è un sacco di agricoltori che stanno andando a votare».
Intorno alle ventidue si comincia a intravedere la verità. Le televisioni non dànno più gli exit poll. Adesso si tratta di dati veri. Quando arriva il Wisconsin, Hillary – pallida, tremante – si chiude in una stanza. Il marito Bill passeggia su e giù. Gli altri, tutti zitti. A mezzanotte, la Trump Tower è piena di gente. Trump, senza giacca, cravatta allentata, rosso in faccia, passa in rassegna sui televisori della casa gli Stati. Gli Stati rossi sono sempre di più. Il colore di Trump, e dei repubblicani, è il rosso.
Alle due e mezza del mattino la Conway riceve una telefonata da Huma Abedin. Huma Abedin è l’assistente di Hillary, diventata a un tratto famosissima perché il marito Anthony Weiner mandava in giro foto del pisello. Per tutta l’estate s’era insinuato sui rapporti tra Huma Abedin e Hillary, vale a dire Hillary è lesbica, si porta a letto Huma, ecc. Adesso Huma dice alla Conway che Hillary vuole parlare con Trump e riconoscere la vittoria di Trump. Così si usa, da sempre. Huma passa il telefono a Hillary, Conway passa il telefono a Trump. Hillary dice: «Congratulazioni, Donald. Sarai il nostro Presidente». Trump dice: «Sei stata una degna avversaria. Sei forte». Anche il discorso della vittoria di Trump sarà pieno di lodi per Hillary.
Hillary aveva preso più voti di Trump. Quasi tre milioni di voti in più. Ma, con il sistema americano, è inutile vincere con una marea di voti negli Stati in cui vinci. Trump aveva preso meno voti, in totale, ma aveva vinto in più Stati e aveva dalla sua, perciò, più Grandi Elettori. Una cosa simile – più voti al perdente – era accaduta altre quattro volte nella storia degli Stati Uniti. Nessuno, dopo nessuna di queste quattro volte, aveva pensato di cambiare il sistema elettorale.
Erano risultati decisivi proprio gli Stati in cui Trump aveva battuto Hillary di un niente. Michigan, un vantaggio per Trump di appena lo 0,2 per cento, pari a diecimilasettecentoquattro voti. Wisconsin, zero virgola sette per cento, ventiduemilasettecentoquarantotto voti. Pennsylvania, zero virgola sette per cento, quarantaquattromiladuecentonovantadue voti. Erano gli Stati su cui avevano martellato quelli di Cambridge Analytica e soprattutto quelli di via Savushkina 55.
La Duma, il parlamento russo, salutò la vittoria di Trump con un lunghissimo applauso. Titoli dei giornali in festa. Margarita Simonyan, direttrice di RT (la tv del Cremlino), twittò che avrebbe girato per Mosca con la bandiera americana fuori dal finestrino della macchina.
Michael Wolff c’era. Vide Melania piangere disperata in un angolo. Pensò, e poi scrisse: «L’America è finita».

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“Siete tutti invitati a partecipare – fa sapere Matteo Nani Presidente Sons of the ocean – e se potete spargere la voce é cosa gradita, perché ci sarà molto da fare … uno dei posti più belli della nostra costa, durante il periodo estivo, quotidianamente, è inquinato dall’azione antropica! Un’iniziativa promossa da cittadini che tengono veramente all’ambiente!”
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© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times