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Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”

Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”, un percorso musicale che dal 22 al 24 giugno a partire dalle ore 21.00 animerà la Palazzina degli Orafi, sede della Fondazione, con tre appuntamenti dedicati ai valori che da sempre caratterizzano il mondo fieristico: identità, dialogo, apertura internazionale, eccellenza e formazione.
 
Pensata come una piattaforma di incontro tra cultura, relazioni e visione, l’iniziativa nasce dalla volontà di raccontare attraverso il linguaggio universale della musica la capacità della fiera di creare connessioni tra persone, imprese, territori e culture, generando opportunità di crescita e sviluppo condiviso. Fin dalle sue origini, il sistema fieristico ha infatti rappresentato uno spazio in cui mondi diversi entrano in relazione: imprese, istituzioni, professionisti e comunità si incontrano, condividono conoscenze e costruiscono nuove prospettive di sviluppo. In questo senso, la musica diventa metafora della capacità della fiera di mettere in armonia esperienze e sensibilità differenti.
 
La rassegna si articola in tre appuntamenti che, attraverso linguaggi musicali differenti, raccontano altrettante dimensioni del sistema fieristico. La Fanfara dei Carabinieri evoca i valori dell’identità nazionale e del Made in Italy; la violinista lituana Saulė Kilaitė interpreta il dialogo tra culture e la vocazione internazionale; l’Accademia Teatro alla Scala rappresenta il patrimonio di eccellenza, formazione e tradizione che guarda al futuro. In questo percorso, la musica diventa chiave di lettura del ruolo della fiera come luogo in cui esperienze, competenze e visioni diverse si incontrano per generare nuove opportunità di crescita e sviluppo. Una realtà che, oltre la sua funzione espositiva, si conferma piattaforma culturale e relazionale al servizio della comunità e del territorio.

Bozzetti: “Incontro, dialogo, relazioni umane raccontati attraverso la musica”

“Con Armonie del Mondo abbiamo voluto dare vita a un progetto capace di raccontare, attraverso il linguaggio universale della musica, i valori che da sempre ispirano il sistema fieristico: l’incontro, il dialogo, le relazioni umane e la costruzione di ponti. La fiera non è soltanto un luogo di scambio economico o una piattaforma espositiva, ma uno spazio vivo in cui persone, imprese, territori e culture entrano in relazione, generando opportunità, conoscenza e crescita condivisa. Le tre serate della rassegna rappresentano altrettante dimensioni di questa missione: l’identità e le radici del Paese, il confronto tra culture e la vocazione internazionale, l’eccellenza e la formazione delle nuove generazioni. In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni, crediamo sia fondamentale creare occasioni capaci di rafforzare il dialogo e la fiducia reciproca. Anche per questo il sistema fieristico continua a svolgere un ruolo che va oltre la dimensione economica, affermandosi come infrastruttura culturale e sociale al servizio dello sviluppo e della coesione delle comunità.” afferma Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano
 
La rassegna rappresenta anche l’occasione per accogliere la città negli spazi della propria sede storica, la Palazzina degli Orafi. Il giardino che la circonda diventa per tre serate un luogo di incontro e condivisione attraverso la musica, rafforzando il legame tra Fondazione Fiera Milano e il territorio. Progettata negli anni Venti dall’architetto Paolo Vietti Violi, la Palazzina degli Orafi accompagna da oltre un secolo l’evoluzione del sistema fieristico milanese e le trasformazioni della città, rappresentando ancora oggi uno dei simboli più significativi dell’eredità storica di Fondazione Fiera Milano.
 
Attraverso questa iniziativa, Fondazione Fiera Milano conferma il proprio impegno nel promuovere occasioni di incontro e partecipazione, contribuendo a rafforzare il ruolo della fiera come patrimonio economico, culturale e sociale del territorio.

Il programma


 
22 giugno | La Fanfara dei Carabinieri: identità, tradizione e valore del fare
 
La rassegna si inaugura con l’esibizione della Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia”, espressione di una tradizione che coniuga disciplina, spirito di servizio e senso delle istituzioni. La sua presenza richiama il valore del Made in Italy nella sua dimensione più autentica: non soltanto eccellenza produttiva, ma patrimonio di competenze, cultura del lavoro e capacità di generare valore per la collettività. Nata nel 1820, oggi la Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia” si configura come una vera e propria orchestra di fiati, moderna e versatile. Il programma proposto attraversa epoche e generi diversi, accostando pagine della grande tradizione musicale, come l’Italian Polka di Rachmaninoff, a celebri composizioni tratte dal mondo del cinema e del musical, da West Side Story alle colonne sonore senza tempo di Ennio Morricone. 
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267003
 
 
23 giugno | Saulė Kilaitė: il dialogo tra culture e la dimensione internazionale
 
Il secondo appuntamento vedrà protagonista la violinista lituana Saulė Kilaitė, artista dalla spiccata sensibilità internazionale, capace di intrecciare nella propria musica tradizione e contemporaneità. Con il suo stile originale e il suo percorso artistico europeo, Saulė Kilaitė interpreta il valore dell’incontro tra identità differenti, trasformando il palcoscenico in uno spazio di dialogo e condivisione. In un mondo sempre più interconnesso ma al tempo stesso segnato da nuove frammentazioni, la musica diventa metafora di ascolto, cooperazione e reciproca comprensione; contestualmente, la fiera si conferma una piattaforma capace di generare fiducia, connessioni e opportunità di crescita condivisa.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267214
 
 
24 giugno – Accademia Teatro alla Scala: Voci di Bohème. Puccini raccontato dai giovani interpreti dell’Accademia
 
La rassegna si conclude con un concerto dell’Accademia Teatro alla Scala dedicato ad alcune delle pagine più celebri e intense della Bohème di Giacomo Puccini, interpretate dai giovani talenti dell’Accademia, guidati da un narratore d’eccezione, Fabio Sartorelli Docente di Storia della Musica al Conservatorio. Da Che gelida manina a O soave fanciulla, il pubblico sarà accompagnato in un percorso musicale e narrativo che ripercorrerà le vicende dei protagonisti dell’opera, guidando il pubblico nell’ascolto. La scelta di chiudere con le voci del Teatro alla Scala non risponde soltanto all’altissimo valore artistico e formativo dell’Accademia, ma richiama anche una pagina significativa della storia di Milano e della stessa Fiera. Ottant’anni fa, nel secondo dopoguerra, la Fiera di Milano mise infatti i propri spazi a disposizione di una città impegnata nella ricostruzione, contribuendo alla ripresa della vita culturale milanese e sostenendo anche il ritorno delle attività del Teatro alla Scala. La presenza dell’Accademia rinnova oggi quel legame storico e simbolico, trasformandolo in uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso le voci delle nuove generazioni di artisti, la serata racconta la fiera come un luogo in cui talento, formazione ed eccellenza trovano spazio per crescere, incontrarsi e generare nuove opportunità, confermando il ruolo della cultura come motore di sviluppo e innovazione.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267267

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Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimana in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi.

Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica.

Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati.

La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto.

Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto.

La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.

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“Incontro chiarificatore” tra Trump e Meloni. Lui la provoca: “Sono stato abbandonato”. Lei replica: “Siamo sempre stati amici”

Sedotto e “abbandonato”? No, Donald Trump e Giorgia Meloni sono “sempre stati amici”. Il G7 in corso a Evian, dove i leader stanno affrontando i principali temi di politica ed economia globale, è stata anche l’occasione per un nuovo contatto tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana. Il rapporto tra i due, ottimo fin da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca, si era incrinato quando l’Italia aveva deciso di negare supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz e, successivamente, quando si era esposta in difesa di Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Washington: “Sono scioccato, non vuole aiutarci nella guerra – aveva commentato Trump – Io inaccettabile sul Papa? Lei lo è”.

Nella cittadina Svizzera, però, il clima appare più disteso, complice anche l’imminente firma del memorandum d’intesa tra Usa e Iran, il primo passo verso la fine della guerra alla Repubblica Islamica che si era trasformata per Trump in un mare di sabbie mobili che rischiava di risucchiarlo. Così, mentre il leader americano stava parlando col cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha buttato lì una battuta notando che nel frattempo si stava avvicindo Meloni: “Sono stato abbandonato“. Così il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si è avvicinato a sua volta rivolgendosi alla premier italiana: “Siete di nuovo amici“, ha detto scherzando. Lei ha ribattuto: “Siamo sempre stati amici“.

Da quanto si apprende, però, c’è ben altro rispetto alle battute in pubblico. Fonti diplomatiche italiane fanno sapere che tra Meloni e Trump c’è stato un “incontro di chiarimento” senza “battute né scherzi”. Perché in fondo le cattive relazioni nuocciono a entrambi. All’Italia che aveva scommesso su una postura internazionale più sbilanciata su Washington che su Bruxelles e che, in caso di rottura, si troverebbe senza alleati di peso. A Trump perché il governo Meloni, dopo la fine dell’era Orbán in Ungheria, è quello con un minimo di peso rimasto tra gli Stati membri a poter rappresentare la posizione americana ai tavoli comunitari. In questo primo incontro, sostengono le fonti, non ci si è concentrati su singoli aspetti, ma ci si è limitati a un “utile scambio” nel corso del quale la premier italiana ha ribadito “quel principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”, principio chiarito “da entrambe le parti”. Nei momenti di pausa “ci saranno occasioni di approfondire ulteriormente”. E comunque, in futuro, sono previsti altri confronti.

Niente dichiarazioni pubbliche o esternazioni a effetto. Anzi, Meloni ha chiesto a Trump di mantenere buoni rapporti “senza lanciare segnali“, in maniera strategica. In questi mesi “c’era stata una certa chiarezza da parte di Meloni su alcune uscite pubbliche del presidente” Trump, in riferimento a quelle sul Papa, ed “è stato chiarito da parte di entrambi come è importante in questa fase il concetto di unità su cui” la premier “insiste sempre e crede realmente”.

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Persecuzione degli omosessuali in Senegal: solo la Francia in Ue si è espressa contro questa violazione dei diritti umani

Avrei tifato volentieri per il Senegal, come avevo fatto (inconsapevole) nella finale di Coppa d’Africa lo scorso gennaio. Ma dopo tutto quello che ho letto e saputo, è impossibile. In Italia si sa poco di questo, perché le notizie e i testi in proposito sono praticamente tutti in lingua francese. Cliccando sulle notizie riguardanti la persecuzione degli omosessuali in corso in Senegal il mio algoritmo è diventato ultrasensibile e sono ahimè informatissimo. Anche per questo mi sono deciso a organizzare un incontro che si svolge venerdì 19 giugno dalle 18 in corso Garibaldi 27 a Milano.

L’onda omofoba in corso è travolgente in ex Urss, in Turchia, in Africa Occidentale ma soprattutto in Senegal. Ci costringe a fare i conti con questioni che pensavamo superate. Altro che diritto di famiglia… ci tocca discutere su “i maggiorenni consenzienti sono liberi di toccarsi tra loro come vogliono in privato?”. Per la legge senegalese (prontamente imitata dal Niger che non ce l’aveva) sono atti contro natura, minimo 5 anni di carcere.

Nel mondo interconnesso il confronto è diretto, su Facebook omofobi senegalesi litigano con noi in italiano. Se Europa e Africa sono ambiti connessi, in questo momento importiamo omofobia più di quanto esportiamo libertà.

Il Senegal oggi è un laboratorio repressivo straordinario. Nella prima metà dell’anno si raggiungono i 300 arresti, non risultano assoluzioni o liberazioni. Gli atti sessuali contro natura vengono imputati senza testimonianze concrete. Bastano comunicazioni languide lasciate nei telefoni. L’accusa di atti contro natura viene utilizzata continuamente, persino in casi di “videochiamate erotiche”. In passato, e in altri paesi dove sono in vigore leggi analoghe, non si procedeva senza testimoni oculari di atti sessuali. O meglio: gli avvocati riuscivano a difendere in questo modo gli imputati. Nell’ondata repressiva in corso questo non accade. Nelle decine di articoli che ho letto, solo in un caso è uscita la dichiarazione dell’imputato che nega e chiede che i suoi atti vengano provati.

E’ invece impressionante la quantità di casi in cui gli arrestati ammettono i rapporti sessuali, li raccontano e denunciano quelli che sono stati i loro partner. In molti di questi casi la polizia giudiziaria è risalita o risale ai partner analizzando le memorie dei telefoni cellulari. Ma incredibilmente l’ arrestato-imputato conferma e addirittura in molti casi fa altri nomi. Perché? Domanda ingenua. Non è previsto uno sconto di pena per chi denuncia “complici”. Non resta che pensare a torture o cose del genere.

L’altro elemento caratteristico di questa ondata repressiva è l’accusa di contagio volontario del virus Hiv. In quasi tutti i casi compare. E sempre compare quando l’arrestato è sieropositivo. La polizia non sta neanche ad analizzare se e come il sieropositivo si stesse curando. Nell’intervista a France24 del 15 giugno il presidente del parlamento senegalese Sonko rivendica questo aspetto: “la stampa occidentale sottovaluta il fatto che ci stiamo difendendo dall’Hiv”. In realtà credo non si sia mai visto al mondo un simile abuso del concetto di “contagio volontario”.

Atti contro natura senza testimoni, inspiegabili chiamate in correità, criminalizzazione dei sieropositivi. Il “modello” Senegal va al di là dell’omofobia di Stato e di qualunque anche ristretta concezione dei diritti umani. Certo, l’abbiamo capito, ci è stato ripetuto fino alla nausea, non possono essere i bianchi a imporre la libertà agli africani. Ma sono africane anche le vittime di una persecuzione insensata di fronte alla quale non possiamo tacere perché non è così lontana.

La Francia è l’unico paese europeo ad avere apertamente preso posizione contro questa violazione dei diritti umani. In Francia Stop Homophobie e altre associazioni si stanno muovendo per alleviare le sofferenze delle persone Lgbt senegalesi costrette alla clandestinità e all’esilio o alla prigione. Sappiamo che le seconde generazioni francesi vivono sentimenti contraddittori ma è sulle loro aperture che vogliamo contare. Forza Francia, allez les bleu!

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La luna e il dito. Repressione e lavoro precario: un punto di vista antilavorista

Repressione sociale
I vari decreti sicurezza ormai sono stati quasi tutti beatamente approvati e sono entrati a far parte dell’armamentario punitivo dello Stato: più sgomberi di centri sociali ed occupazioni abitative, una generica criminalizzazione di comportamenti banali, in cui non si capisce qual è il bene giuridico tutelato, più repressione delle pratiche di lotta sindacale conflittuale, etc…
Lo spostamento della repressione sul piano amministrativo comporta minori tutele processuali e pene pecuniarie esorbitanti, con l’effetto di dissuadere dalle lotte soprattutto chi non ha risorse: persone giovani e persone mosse dalla necessità, magari al di fuori di movimenti organizzati.
Negli ultimi mesi tantissima dell’attenzione del movimento è stata assorbita dalla protesta contro queste nuove norme, ma in che rapporto sta questa recrudescenza della repressione rispetto al quadro generale della società? Credo che non si tratti solo di un attacco al dissenso, e che lo scopo non sia solo silenziare le voci dissidenti: l’attacco delle autorità va ben oltre il campo delle idee e della militanza.
Mentre in Italia si approvavano i decreti sicurezza, negli Stati Uniti c’è stata la violenta impennata delle ronde anti-immigrati dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement
, cfr. UN 20/2025 e 1/2026). Queste ronde hanno causato la deportazione di migliaia di persone di cui si è persa traccia e la detenzione in condizioni disumane di altrettante persone, tra cui bambin*, nonché l’esecuzione sommaria di due persone che si stavano opponendo alle ronde. Questa intensa attività anti-immigrat*, giustificata con la solita scusa della “legalità” e della “sicurezza”, e malcelatamente presentata come una “pulizia” etnica, in realtà ha un aspetto di classe da non trascurare. I rapimenti avvengono spesso presso luoghi di lavoro dove è probabile trovare lavoratr* immigrati, e quindi irregolari, come cantieri e ristoranti, ma anche fabbriche e centri logistici. Quindi, al di là della presentazione che ne dà il governo, questa operazione sembra più che altro un ennesimo pezzo della guerra ai poveri ed alla classe operaia. * lavoratr* immigrati, che già versavano in una condizione di vulnerabilità estrema, si trovano oggi ancor più alla mercé dei capricci di chi li impiega, che può minacciarli di scatenargli contro “la migra”. Le squadre dell’ICE (composte da balordi di estrema destra, pagati profumatamente dal governo, che somigliano sinistramente alle squadre fasciste incaricate di rompere gli scioperi e distruggere le organizzazioni operaie nel primo dopoguerra) in definitiva si pongono come braccio armato delle aziende e dei cosiddetti “datori di lavoro”, ma che sarebbe più corretto chiamare “prenditori di lavoro”: precarizzando radicalmente le vite di un’intera e vastissima categoria di persone, creano un “esercito di riserva” di potenziali sfruttat*, dispost* ad accettare qualsiasi condizione pur di spuntare un salario da fame. La guerra aperta agli immigrati in realtà non riconquista posti di lavoro per la working class bianca, grande promessa elettorale della destra, ma rende sempre più spietata la competizione tra lavoratr*, ormai sacrificabili assieme ai luoghi stessi di lavoro, inutili in un’economia sempre più finanziarizzata.
La repressione contro * migranti (in USA ed altrove) e l’escalation dei vari “decreti sicurezza” sono esempi di illegalità dell’essere (punire il ladro non il furto), di cui beneficiari finali e mandanti sono i padroni, i prenditori di lavoro, di tempo, di vita, di risorse, di soldi pubblici… Guardiamo il dito dei decreti sicurezza, ma oltre a questi c’è la luna dei rapporti di potere dentro la società.

Pressione economica
Con il venir meno della politica dei due blocchi i welfare state socialdemocratici sono stati smantellati sistematicamente, anche tramite la “concertazione” sindacale. Oggi, a valle di questo processo, non ci sono più contentini da dare alle categorie, il sistema è sempre più invivibile, lo stato non ha un ruolo di mediazione sociale, ma la società va resa obbediente e disciplinata, con qualsiasi mezzo: manganello nelle strade, divisione e controllo personalizzato nei luoghi di lavoro.
L’attività conflittuale del sindacato è al palo, criminalizzata, bloccata da mille vincoli al diritto di sciopero, impopolare tra le persone, dispersa in mire elettoralistiche, e soprattutto eclissata dai sindacati di stato che amministrano il potere concessogli dai padroni tramite il governo al disopra delle teste dei loro iscritti, in un processo di svendita irreversibile dei diritti. Tramonta anche la speranza di lottare per un lavoro migliore; e figurarsi parlare di autogestione o modelli di società diversa. Le uniche proposte di innovazione sembrano provenire da pulpiti tecnocratici ed incentrarsi sul benessere personale, il bilanciamento vita-lavoro, etc.
I luoghi di lavoro sotto il capitalismo sono sempre stati luoghi totali, di controllo del corpo umano e non, delle menti. Ma negli ultimi anni questo processo è stato violentemente accelerato, con l’uberizzazione del lavoro, l’autosfruttamento di giovani lavoratr* che non hanno idea dei propri diritti di base e sono forzati a competere tra di loro, la concentrazione delle imprese, la digitalizzazione e la virtualizzazione di tutto. Assistiamo alla perdita non dico della solidarietà di classe (figurarsi se internazionalista?), ma della solidarietà di base dentro i luoghi di lavoro. Regna la costante sensazione di non essere necessar*, che il posto possa venire delocalizzato, rubato dalla tecnologia o dagli immigrati, che i titoli di studio valgano sempre di meno e costino sempre di più… Non a caso la carriera militare può essere presentata come un’opzione vantaggiosissima, cosa che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa. Basti pensare al famoso “modello tedesco”, che offre benefit molto allettanti alle reclute, ma d’altronde negli Stati Uniti da sempre l’esercito, uno dei maggiori datori di lavoro, è l’unico canale tramite cui molti si possono permettere l’istruzione, la sanità, o semplicemente uno stipendio. D’altronde, la retorica della crisi permanente, utile per giustificare il dirottamento di miliardi alle consorterie di guerra e per reclutare a tappeto, crea una casta estremamente fedele al governo, un nuovo feudalesimo che in caso di crisi violenta sarà utilissimo in funzione reazionaria e di sostegno dello status quo.

Rigare dritto
Strette tra repressione, tagli al welfare e mondo del lavoro “malato”, siamo sempre più vulnerabili e dipendenti dal lavoro salariato. Immaginare alternative al modello dominante di produzione e consumo è quanto mai lontano dal regno delle possibilità. È difficilissimo anche avviare micro-attività imprenditoriali, in uno scenario dominato dalle grandi concentrazioni e dalle produzioni “standard”. Una bella ipocrisia, visto lo status di santi laici attribuito agli imprenditori…
Siamo quindi costrette ad accettare il lavoro, ed accettare il lavoro significa accettare la gerarchia, confermare le attuali condizioni di lavoro, “collaborare”, accettare che al proprio tempo di vita venga attribuito un valore monetario, e accettare il valore stesso del denaro.
La strategia della richiesta di posti di lavoro nuovi e della difesa di quelli esistenti, benché ovviamente giustificata dalla situazione materiale, ci mette di fronte al paradosso di affidarci ancora di più al sistema stesso che ci sta schiacciando. Difendere il lavoro passa spesso ormai anche attraverso la difesa di politiche per cui ci si trova a dover pagare per lavorare, per la propria formazione, per i DPI, per gli strumenti necessari al lavoro. E d’altronde bisogna stare anche molto attenti che non finiscano sul piatto della bilancia della contrattazione il lavoro emotivo, o altre caratteristiche “intangibili” del lavoro: quando si dice che il lavoro emotivo non è retribuito, un imprenditore intelligente potrebbe benissimo metterci sopra un cartellino con il prezzo. Le richieste di più posti di lavoro, o migliori condizioni, o migliori salari, anche se legittime, non escono comunque da una logica di sfruttamento. SI può immaginare di tendere ad un obiettivo che vada oltre questo modello di produzione / riproduzione? Ricordo ad esempio il percorso del collettivo di sex workers “Ombre Rosse”, che chiede il riconoscimento del lavoro sessuale come punto di inizio per emergere, ma non in ottica lavorista, riconoscendo che in ogni lavoro c’è sfruttamento.

Il lavoro che vorrei
Lavoro, travaglio, labour. La critica al lavoro salariato, capitalista, con il suo carico di alienazione, prodotti inutili e nocivi, lascia spazio ad una riflessione sul fare: anche in una società liberata dal lavoro salariato ci sarà da lavorare, anzi, ci sarà ancora più da fare! Spariranno i “Bullshit jobs”, come li chiama David Graeber, e dedicarsi all’attività comune sarà qualcosa che si farà in modo naturale e motivato. Proviamo a pensare ad un fare utile, autogestito (ma senza autosfruttamento), non gerarchico, emozionante, comunitario, volontario, generativo. La liberazione dal lavoro passa anche tramite l’abbattimento del consumismo: finchè la gente non smetterà di spendere, non smetterà di lavorare. Una società liberata dal commercio e dal surplus di merci vedrà una radicale riduzione dei consumi, la cura collettiva e messa in comune della maggior parte delle cose, il riuso, riciclo e riparazione.
Quando Luciano Bianciardi ha raccontato il precariato, la competizione sociale, l’alienazione del lavoro moderno, sicuramente l’ha fatto da una posizione di relativo privilegio e dal punto di vista dell’”Occidente” industrializzato. Ma le sue parole mi sembrano ancora molto calzanti.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha.” (Luciano Bianciardi, La vita agra.)

Julissa

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Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin

L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.

Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.

Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.

Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.

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Laptop, magliette heavy metal e simulazione di risposte ad abbordaggi e interrogatori: così è nata la Flotilla 2025

Maria Elena Delia è uno dei volti della Flotilla per Gaza, la portavoce italiana, la prof torinese di fisica che viene dalla lunga storia dei tentativi di raggiungere in barca la Striscia palestinese fin da quello che riuscì, nel 2008, a Vittorio Arrigoni. Il suo libro – Global Sumud Flotilla – La storia siete voi, Ponte alle Grazie, 304 pagine, prefazione di Ilan Pappé, in libreria dal 19 giugno (parte del ricavato sarà devoluto alle famiglie dei giornalisti uccisi a Gaza) – parte da lui, Vik, che nella Striscia perse la vita. Racconta la missione del 2025 e finisce con quella, più recente, degli abbordaggi a ovest di Creta, della deportazione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek e delle violenze esibite dal ministro israeliano Itamar Ben Gvir al porto di Ashdod, che hanno riacceso per un po’ anche in Europa le luci su Gaza. Delia racconta i volti, le storie e le pratiche di un movimento che è già un’organizzazione mondiale e tornerà a navigare nel Mediterraneo. Abbiamo scelto una parte del primo capitolo: la riunione a Tunisi, nell’agosto 2025, quando per la prima voltasi ritrovano tutti insieme a discutere e poi a presentare la missione politico-umanitaria più ambiziosa mai organizzata via mare fino a quel momento. (Alessandro Mantovani)

La sede della Tunisian General Labour Union (Ugtt), che ci ospiterà, si impone con la sua facciata rossa e geometrica e porta addosso decenni di storia sindacale, lotte sociali, organizzazione collettiva e un ruolo centrale nella transizione democratica tunisina dopo il 2011. L’Ugtt non è infatti considerato soltanto un sindacato, ma un attore politico e civile che ha contribuito a mediare conflitti nazionali, sostenere movimenti popolari e difendere spazi di autonomia sociale anche nei momenti più difficili del Paese. All’ingresso, lo sguardo viene catturato dal volto di Farhat Hached, storico leader sindacale e figura chiave del movimento per l’indipendenza tunisina, assassinato nel 1952. (…)

La sala è ampia e luminosa, organizzata con lunghi tavoli disposti a ferro di cavallo e un grande schermo sul fondo. Laptop aperti, quaderni pieni di appunti, bottiglie d’acqua, cavi, cuffie per la traduzione simultanea, bandiere appoggiate sui bordi dei tavoli. Ovunque volti diversi: età, lingue, accenti, modi di stare al mondo. Delegazioni provenienti da quarantaquattro Paesi – dalla Colombia alla Svezia, dal Sudafrica alla Malesia – occupano lo spazio come un mosaico irregolare e vivo. Alcuni parlano sottovoce, altri ridono per scaricare la tensione, qualcuno è già immerso nei documenti, qualcuno si abbraccia dopo essersi visto per mesi solo online, altri si ritrovano dopo anni. Sappiamo che ci aspettano giorni intensi: formazione, coordinamento, decisioni operative, e soprattutto la preparazione della conferenza stampa internazionale in cui annunceremo pubblicamente la partenza della Flotilla.

I lavori si aprono con una serie di presentazioni introduttive guidate da Thiago Ávila, uno dei volti più riconoscibili della Freedom Flotilla Coalition. Thiago è uno di quei leader che non hanno bisogno di dichiararsi tali per esserlo. (…) Brasiliano, proviene da anni di attivismo nei movimenti sociali e nella Freedom Flotilla Coalition, e porta addosso quella lunga esperienza come una seconda pelle. (…) In lui convivono una passione politica ardente e un pragmatismo sorprendente. Sa raccontare la storia delle missioni precedenti con la forza di chi le ha vissute in prima persona – arresti, deportazioni, attacchi, fallimenti e ripartenze – ma allo stesso tempo sa tradurre quell’esperienza in strumenti concreti: procedure, protocolli, formazione. Per lui la nonviolenza non è un principio astratto, ma una disciplina rigorosa, da allenare con la stessa serietà con cui si prepara una spedizione in mare. (…)

Una delle prime sessioni è dedicata agli aspetti legali. Avvocati e consulenti illustrano i rischi concreti: intercettazioni in acque internazionali, detenzioni arbitrarie, sequestro delle imbarcazioni, limiti e possibilità del diritto marittimo e internazionale. Non è una lezione teorica, ma un vero e proprio addestramento alla consapevolezza: sapere cosa può accadere, quali diritti potremo rivendicare, dove finiscono le tutele formali e inizia il terreno dell’arbitrio politico. Segue un blocco centrale dedicato alla teoria e alla pratica della resistenza nonviolenta. Analizziamo esperienze precedenti, strategie di de-escalation, gestione della paura, reazione agli ordini illegittimi, comportamento in caso di aggressione o abbordaggio. Parte della formazione avviene attraverso simulazioni: scenari realistici in cui qualcuno impersona soldati, ufficiali, interrogatori; altri devono reagire mantenendo sangue freddo, coerenza, solidarietà reciproca. Si provano risposte, si sbaglia, si riprova. Tra una sessione e l’altra, si susseguono lunghi giri di tavolo. Ogni delegazione porta dubbi, timori, idee, proposte. C’è chi chiede maggiore chiarezza sui protocolli di sicurezza, chi solleva questioni di rappresentanza, chi racconta le difficoltà di mobilitare persone nel proprio Paese, chi condivide risorse o contatti utili. Quelle condivisioni non sono solo funzionali, costruiscono fiducia, legittimità reciproca, un senso di responsabilità comune. Non si tratta di «organizzare un evento», ma di costruire un processo (…).

Wael, nostro ospite tunisino, ha uno di quei sorrisi che si notano subito e non si dimenticano più. (…) Porta quasi sempre occhiali sottili e veste in modo apparentemente casuale, ma con un dettaglio che non passa inosservato: le sue magliette. Sono quasi sempre t-shirt di gruppi heavy metal, che su di lui producono un effetto sorprendente, quasi comico. (…) In realtà, quella leggerezza apparente convive con una storia politica densissima. Wael è stato segretario generale dell’Unione Generale degli Studenti Tunisini, l’Uget, una delle organizzazioni più importanti e combattive del Paese, e ha attraversato in prima persona anni di mobilitazioni, repressione, negoziazioni. È cresciuto dentro una cultura politica rigorosa, radicata nella tradizione della sinistra tunisina, e milita nel Partito dei lavoratori, uno dei pilastri storici del fronte progressista. (…)

«Si sta parlando dell’ipotesi di avere anche una o due imbarcazioni più grandi» dice Cecilia, sorridendo mentre spezza il pane. «Non solo barche a vela. Una specie di ammiraglia». Wael inarca un sopracciglio. «Ammiraglia suona già come un problema» commenta, con una punta di sarcasmo. «Potrebbe rendere tutto più visibile… o più sospetto». Il riferimento alla Mavi Marmara, attaccata nel 2010 durante una precedente missione verso Gaza, aleggia nella conversazione anche quando non viene nominato esplicitamente: una nave grande, simbolicamente potente, ma anche trasformata in bersaglio e in pretesto per una repressione brutale. (…) Attorno a noi i telefoni continuano a vibrare, le persone si alzano per rispondere a una chiamata urgente o per tornare in sala. Anche nei momenti di pausa, nessuno smette davvero di lavorare (…). Il brusio collettivo si scompone in corridoi, stanze più piccole, tavoli occupati da gruppi ristretti. La grande architettura della mobilitazione si sta trasformando in lavoro operativo, fatto di decisioni puntuali, compromessi, rischi. Io mi dirigo verso la stanza dello Steering Committee, di cui faccio parte. (…)

Thiago apre il punto sulla conferenza stampa. Non si tratta di «annunciare» qualcosa, ma di decidere quanto esporsi, cosa rendere pubblico e cosa proteggere. Ogni frase potrebbe attirare attenzione, sostegno o repressione. «Non possiamo sembrare avventurieri» dice qualcuno. «Ma nemmeno timidi» ribatte un’altra voce. «Dobbiamo essere radicali e credibili allo stesso tempo». Si discutono i nomi degli speaker – Yasemin, Haifa, Nadir e io – e Saif come moderatore. Non si tratta solo di scegliere volti riconoscibili, ma di rendere visibile l’architettura politica della missione. Yasemin Acar, attivista della Freedom Flotilla, è nata e cresciuta in Germania da genitori curdi provenienti dalla Turchia. Quel doppio radicamento si sente immediatamente nella sua determinazione politica e in una lucidità quasi dolorosa (…). Haifa è tunisina e non rappresenta soltanto una delegazione nazionale, ma incarna un territorio, una storia di lotte, una continuità tra la rivoluzione tunisina, le mobilitazioni del Maghreb e le reti di solidarietà con la Palestina che in quella regione esistono da decenni. (…) Nadir è malese, e questo già lo colloca fuori dalle geografie abituali dell’attivismo europeo. Ma soprattutto è una delle poche persone presenti che non parlano di Gaza «dall’esterno», perché ci ha vissuto per anni come parte di una comunità reale. Ha studiato lì, ha costruito relazioni, ha condiviso la quotidianità di un territorio sotto assedio. (…) Ha fondato in Malesia un’organizzazione di solidarietà con Gaza, Cinta Gaza Malaysia, e nel movimento rappresenta una dimensione fondamentale: il legame tra la Palestina e il Sud Est asiatico, una geografia spesso invisibile nel racconto occidentale, ma che negli anni ha sviluppato reti di solidarietà profondissime. Se Thiago rappresenta la continuità storica della Flotilla, Yasemin la radicalità diasporica della lotta, e Haifa il radicamento nel Maghreb, Nadir porta dentro questa stanza qualcosa di ancora diverso: la testimonianza vivente di una relazione lunga, profonda, non occasionale con Gaza. (…)

Cominciamo a parlare degli equipaggi e decidiamo subito che le barche non rappresenteranno singole nazioni. Gli equipaggi saranno misti anche per proteggere le persone con passaporti «deboli». Una scelta politica prima ancora che pratica: nessuna bandiera nazionale, ma una responsabilità condivisa. «Non devono essere barche spagnole, greche o italiane» dice Thiago. «Devono essere barche internazionali». Si parla di capitani, criteri di selezione, linee decisionali in caso di intercettazione, responsabilità legali, protocolli di sicurezza. Ogni scelta porta con sé il peso di ciò che potrebbe accadere in mare. Nel frattempo, fuori dalla stanza, il resto dell’edificio vibra di un’energia diversa. Nel gruppo comunicazione si discute di piani editoriali e scenari mediatici. Nel gruppo sicurezza il lavoro è concentrato sulla cybersecurity: protezione delle comunicazioni, gestione dei dati sensibili, prevenzione di infiltrazioni digitali e strategie per ridurre i rischi di sorveglianza e tracciamento. Nel gruppo logistica si parla di porti, rifornimenti, date, assicurazioni, imprevisti. Nei corridoi si incrociano telefonate sussurrate, messaggi urgenti, traduzioni improvvisate, voci che si sovrappongono in lingue diverse (…).

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Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell’ordine americano

L’ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all’interno della crisi dell’ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e della difficile transizione verso nuovi equilibri globali.

Per oltre quarant’anni il dominio statunitense si è fondato su una combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni evidenti di crisi. L’ascesa della Cina e di altre economie asiatiche mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di riferimento obbligato dell’economia globale.

In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana, il conflitto ucraino e la tensione con l’Iran possono essere letti come episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.

L’Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele, alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori palestinesi e a eliminare i principali competitori dell’area.

Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L’apparato statale iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma anche numerosi alleati degli Stati Uniti.

La situazione va però letta all’interno di una trasformazione ancora più profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in ‘Adam Smith a Pechino’, l’ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione della ricchezza mondiale, ma anche l’idea, radicata nelle classi dirigenti occidentali, che il centro dell’economia mondiale debba necessariamente coincidere con l’Occidente. Dietro la resistenza americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.

La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i limiti materiali della crescita. L’integrazione di miliardi di persone nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia, materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le risorse è destinata ad aumentare.

In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra la logica dell’accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.

La guerra contro l’Iran non appare dunque come il segno della forza incontrastata dell’impero americano, ma come una manifestazione delle sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente instabilità internazionale.

Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l’imperialismo statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo israeliano e l’autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.

L’instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria crisi. Per questo l’internazionalismo libertario non consiste nello scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.

Stefano Capello

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Ogni parola di Papa Leone ha una valenza politica. Il viaggio in Spagna lo conferma

Il viaggio in Spagna conferma Leone XIV come protagonista di statura internazionale. E’ come se fosse uscito definitivamente dal suo guscio. Retrospettivamente i mesi di pontificato del 2025 – condizionati dagli appuntamenti del Giubileo – possono essere considerati una sorta di rodaggio. Molti fedeli di varie nazioni dicevano spesso “a me questo papa piace, ma non si sente”, esprimendo il bisogno di una presenza più forte.

Nello scontro con il presidente Trump il papa delle Americhe ha fatto sentire la sua voce e ora dopo il tour spagnolo nessuno può fingere di ignorare la rotta su cui Leone spinge la Chiesa. Con parole chiare ha fissato i cardini del dibattito: pace e multilateralismo, rifiuto della corsa al riarmo, rispetto assoluto della dignità dei migranti unito all’obiettivo dell’integrazione nonché della ripresa della cooperazione internazionale per favorire lo sviluppo economico delle nazioni da cui parte l’emigrazione di massa.

“Prima di dirvi qualsiasi altra cosa, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità”, ha esclamato Leone alla Gran Canaria, rivolto ai migranti. Vivere la fede – ha scandito sulla piazza de Cibeles di Madrid celebrando messa – significa “inginocchiarsi davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello”. Parole ferme e nette che collocano la Chiesa cattolica in contrapposizione ai movimenti che in Europa e America invocano la remigrazione: contro i Maga di Trump negli Stati Uniti, contro Reform Uk e Restore Britain in Gran Bretagna, contro Alternative fuer Deutschland, contro Vox in Spagna, contro il Rassemblement National in Francia, contro Futuro nazionale di Vannacci e i manipoli xenofobi presenti nella Lega e i Fratelli d’Italia.

E’ inutile che qua e là ci sia chi sventola il rosario o intona la Preghiera del paracadutista: ai vescovi spagnoli il pontefice ha sottolineato il rischio di sottomettere la fede alle ideologie. In ogni caso, ribadisce, è inammissibile ogni tipo di discriminazione etnica, religiosa o linguistica. Solo sulla base del rispetto della dignità umana è possibile elaborare soluzioni concrete: dai corridoi di accesso legali alle iniziative per realizzare il “diritto a rimanere nella propria terra”.

Altrettanto limpide le parole pronunciate per costruire la pace, pronunciate davanti al corpo diplomatico prima e alle Cortes poi. Mettendo subito con le spalle al muro chi ritiene il discorso della pace “ingenuo… (o) provocatorio” e quanti si rinchiudono nel recinto di “ideologie preconfezionate”. Leone ha denunciato i politici che inseguono la popolarità “soffiando sul fuoco della polarizzazione”. Ciò che oggi serve, ha spiegato, è coraggio diplomatico, rispetto dell’identità di ogni popolo, risoluzione delle controversie attraverso le “vie pacifiche offerte dal dritto internazionale”.

Appare evidente che non si tratta di esortazioni moralistiche. Ogni parola ha una valenza politica. Basti pensare alla recente aggressione israelo-statunitense contro l’Iran per comprendere cosa significa la scelta o la non scelta di un metodo di risoluzione delle controversie secondo le regole del diritto internazionale. Da una parte il metodo del negoziato, dall’altro la “cultura della potenza” e il presunto diritto del più forte, denunciati ampiamente nell’enciclica Magnifica Humanitas.

Concetti che meriterebbero di essere discussi a fondo nei parlamenti degli Stati. E che, in ogni caso, valgono a Leone il consenso di larga parte dell’opinione pubblica europea e statunitense nonché un’adesione notevole da parte del Sud Globale. Non va dimenticato che all’inizio del suo viaggio il pontefice ha fissato in maniera inequivocabile che “in Iran gli elementi di una guerra giusta non si trovano”.

Il terzo elemento di questa teologia politica riguarda la corsa al riarmo. Leone non usa parole generiche. Dinanzi ai parlamentari spagnoli ha dichiarato come sia “preoccupante che in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. La sicurezza di tutti, sostiene tenacemente il papa, nasce dalla giustizia, dal paziente dialogo, dal rispetto del diritto internazionale.

Sono parole che a Bruxelles, capitale della Nato e dell’Unione europea, vengono liquidate come se fossero una pia omelia. Ma non è così. Prevost è un pontefice che considera l’Alleanza atlantica un elemento positivo dell’ordine mondiale e che guarda con favore all’Unione europea. Però al tempo stesso pone una questione di fondo: “La vera sicurezza nasce…da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”. Non sfugge che con il suo taglio teologico e culturale, la sua pacatezza, il suo equilibrio, la sua precisione (senza dimenticare punti come la difesa della vita nascente o la tutela del segreto confessionale), Robert Francis Prevost sta sviluppando il nucleo dei temi forti posti all’attenzione della scena mondiale dal suo predecessore Bergoglio: i migranti, la pace, il rifiuto della corsa al riarmo, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente.

L’ultra-destra ecclesiale, che accusava Francesco di ridurre la Chiesa a una Ong, tace spiazzata. Anche perché Leone stimola gli episcopati del mondo ad agire, in forma collegiale. Per la riunione del G7 i presidenti delle conferenze episcopali dei paesi partecipanti hanno già rivolto un appello intitolato: “Costruire ponti per la pace, la giustizia e la dignità umana”. Chi all’ultimo conclave sperava nel ritorno di una Chiesa spiritualizzante, ha perso.

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