Presto stop social ai minori di 15 anni


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Nell’elenco delle nuove aperture del progetto Recreos figurano una bottega di gioielli, un’associazione culturale che promuove mostre e progetti sociali, uno studio di progettazione, uno dedicato alla rilegatura e un’agenzia creativa. Oltre alle 5 botteghe, tra le novità c’è l’apertura della sede dell’Associazione nazionale carabinieri 181/o nucleo ‘Pegaso’ Firenze. Domani sarà inaugurata anche la ludoteca Giamburrasca, la cui sede comunale è stata temporaneamente chiusa per lavori di ristrutturazione.
“Le nuove aperture segnano una svolta nel progetto Recreos – afferma in una nota Bocca -. Dopo una fase iniziale più lenta del previsto, stiamo vivendo una nuova fase di crescita caratterizzata da una maggiore fiducia da parte del quartiere. Questo è senz’altro un elemento molto positivo, perché la riuscita del nostro percorso di rigenerazione è strettamente legata alla disponibilità dei proprietari dei fondi dell’area. Entro la fine dell’anno apriranno, inoltre, altre quattro botteghe, portando a quattordici il numero degli spazi rigenerati”.
“L’apertura di cinque nuove botteghe rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di rigenerazione di via Palazzuolo, cinque nuove realtà artigiane che scelgono di investire in questa strada, portando creatività, competenze, lavoro e nuove opportunità – sottolinea la sindaca Funaro – Il progetto Recreos è particolarmente importante e innovativo perché non riguarda soltanto il recupero degli spazi e la valorizzazione dell’artigianato ma punta a dare risposte concrete ed attese a 360 gradi in una strada su cui come amministrazione stiamo lavorando con diversi strumenti, a partire dalla polizia di prossimità attiva in più aree della città, tra cui questa, con presidi diffusi e un lavoro costante sui servizi. Obiettivo è lavorare per una via Palazzuolo che sia sempre più viva, sicura, inclusiva.
NELL’AUDIO LA SINDACA DI FIRENZE SARA FUNARO

La tecnologia, secondo Sburlati, “sarà fondamentale sui temi dell’Epr, cioè la responsabilità estesa del produttore. La legge deve entrare in vigore il prima possibile. I consorzi sono fondamentali, creeranno una nuova filiera, e io non voglio che la prendano all’estero, come già sta accadendo, perché il riciclo tessile sarà uno degli asset fondamentali nei prossimi anni”.
Il tema dell’innovazione, ha aggiunto il presidente di Confindustria Moda, entra in gioco inoltre “per come si racconta ai giovani di consumare o come i giovani intendono il consumo. Pensate a come le piattaforme social orientino i comportamenti. Ma l’innovazione è anche nel come si racconta il nostro mondo: i nostri ragazzi dai 12 ai 24 anni hanno un’idea diversa da noi sul bello, ben fatto, Made in Italy”.

Sei anni fa Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini, per InsideOver, hanno attraversato le terre martoriate della Repubblica Democratica del Congo per raccontare l’epidemia di Ebola, realizzando uno splendido reportage. Oggi vogliamo tornare. Perché il virus è riapparso, più silenzioso e letale di prima.
Le autorità sanitarie congolesi hanno annunciato che l’ultima epidemia ha raggiunto 598 casi confermati. I morti sono già 115, ma il dato più preoccupante è un altro: per settimane il virus ha circolato inosservato, senza che nessuno lo sapesse. Una trasmissione silenziosa che ha permesso all’Ebola di radicarsi in tre province – Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu – già devastate da conflitti armati, povertà estrema e instabilità cronica.
Sono le stesse terre che abbiamo percorso nel 2018. Ma oggi la situazione è ancora più complessa: il focolaio è causato dal virus Bundibugyo, per il quale non esiste vaccino specifico. Solo due epidemie sono state documentate in passato, con tassi di mortalità tra il 32% e il 55%. Gli operatori sanitari lavorano sotto scorta, quando possono lavorare. Le milizie armate controllano vaste aree. Il contact tracing diventa un’impresa quasi impossibile.
Perché tornare? Perché senza informazione indipendente, queste crisi rimangono invisibili. Perché i media tradizionali non possono permettersi di rischiare. Perché noi sì. Vogliamo raccontare chi lotta ogni giorno senza mezzi, chi sopravvive senza assistenza, chi cura senza vaccini. Vogliamo documentare una delle regioni più povere del mondo mentre combatte un nemico che nessuno vede, ma che uccide.
Tu puoi fare la differenza. Con il tuo sostegno possiamo finanziare viaggio, sicurezza, attrezzature e la permanenza sul campo dei nostri inviati. Ogni donazione ci permette di avvicinarci a chi ha bisogno di essere ascoltato.
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D Da bambini ci dicevano che Dio vede tutto, oggi sappiamo che è vero per Google. E possa la gogna dei social trasformarci in meme, dovessimo dimenticare per un momento di essere visibili. D’altronde, Foucault ci aveva avvertiti: “La visibilità è una trappola.” Una tagliola, un SuperIo individuale e collettivo, una tensione pronta a scattare appena ci discostiamo dal conformismo, dalla morale comune. La mutazione del censore psichico, da tormento interiore a punizione pubblica la percepiamo nelle lenti della Google Car, che immortala il momento esatto in cui un cadavere viene spostato nel cofano di un’auto, nei tondi occhietti dei telefoni prontamente impugnati per sbugiardare in mondovisione una coppia di amanti, nelle umiliazioni in palestra catturate dalla CCTV e caricate online ‒ che si tratti di commettere un omicidio, una scappatella coniugale o di farsi smutandare dal tapis roulant, non c’è più modo di nascondersi.
La tensione aumenta, le fauci sono sempre più tese, basta un passo falso per far scattare la trappola della visibilità mentre Palantir utilizza l’intelligenza artificiale per incrociare dati da database diversi, trasformandoci nei “dividuali” previsti da Deleuze: esseri umani ridotti a conglomerati di dati ‒ misurabili, analizzabili, controllabili. Noi, che non siamo ancora Altro, illegal aliens, stranieri, che non subiremo conseguenze se i nostri dati di geolocalizzazione vengono venduti allo Stato, come è accaduto con l’ICE, un acquisto diretto dalle aziende private per aggirare le garanzie costituzionali americane.
Se siamo cittadini dello Stato in cui viviamo, se siamo abituati a dare per scontato il nostro muoverci nella società di diritto, se non abbiamo mai avuto paura che la nostra esistenza possa essere bollata indesiderabile; se i nostri antenati, biologici e simbolici, non sono mai stati messi in catene dalla società, se non portiamo dentro i geni dell’homo sacer, potremmo esser cullati nel sonno dei giusti dal “che importa, che si prendano i miei dati”. Ma l’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo.
Viviamo in un panopticon digitale: gli occhi attorno a noi sono quelli delle telecamere, dei microfoni, e degli smartphone. Il sorvegliante si è smaterializzato, e lo portiamo dentro, interiorizzato. Da lì esercita la sua silenziosa minaccia, modellando il nostro comportamento, facendoci adattare a cambiamenti sociali sempre più repentini. Non sono lontani i tempi delle lettere scarlatte, dell’umiliazione pubblica che non si riduce al cringe, ma ci segna a vita; i tempi delle deportazioni coatte, quelli, non se ne sono mai andati.
L’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo.Arrenderci al controllo costante ha un costo ‒ tenerci perennemente all’erta ‒ ma anche un beneficio: ci permette di rimanere al passo con i cambiamenti repentini nella tecnologia e in ciò che la morale comune considera accettabile, normale. Il premio è sperare di passare inosservati, di evitare umiliazione e rigetto, esclusione ‒ di sopravvivere, insomma. D’altronde, sapere di essere osservati è qualcosa per cui l’evoluzione ci ha perfezionati: basta molto poco per farci sentire esposti. Per ottenere obbedienza non serve un enorme panopticon di ferro e cemento: il panopticon digitale, con la sua effimera libertà, è sufficiente per far lavorare il nostro conformismo innato per lui.
Partiamo dagli occhi, l’organo più strano di tutti, il dispositivo fondamentale del guardare e dell’essere guardati. I nostri occhi sono unici tra gli animali: la sclera, bianca, occupa una grande parte della superficie dei nostri occhi, e contrasta nettamente con l’iride. Mentre la maggior parte degli animali, primati inclusi, ha “gli occhiali da sole incorporati”, la direzione del nostro sguardo è inequivocabile. È probabile che questo unicum sia dovuto alla pressione evolutiva volta a facilitare le interazioni di gruppo, base della cooperazione ‒ la sopravvivenza, di nuovo, tramite l’appartenenza al gruppo.
A cascata, lo sguardo modella il nostro sviluppo, la nostra psicologia, la comunicazione, il nostro essere nel mondo. Dopotutto, viviamo di sguardi: in mezzo a un mare di facce che non ci stanno guardando localizziamo immediatamente il paio d’occhi che ci osserva. La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione. Alcuni ricercatori hanno fotocopiato un paio d’occhi, appiccicandoli alla macchinetta del caffè: le contribuzioni alla colletta per le cialde sono triplicate. Chi sei quando nessuno ti guarda? Per la maggior parte di noi la risposta include l’essere qualcuno che non paga il caffè.
Gli occhi non sono mai neutri: il nostro comportamento cambia quando veniamo osservati, la psicologia lo sa dai primi studi formali, più di un secolo fa. E lo sanno sia i supermercati inglesi, con gli occhietti disegnati sui cartelli antitaccheggio, che la saggezza popolare e le sue madonnine votive poste a vegliare sui vicoli oscuri delle città italiane. Lo sappiamo tutti noi che almeno una volta abbiamo sibilato a qualcuno “non mi guardare, altrimenti non ci riesco”. Noi, gli stessi che in altre situazioni performiamo meglio sentendo degli occhi addosso. Lo sguardo altrui non è mai neutro.
La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione.Lo sguardo è fondamentale anche nell’apprendimento di ciò che è accettabile o meno, di ciò che causa vergogna o ammirazione, condanna o ricompensa. Che significato assume lo sguardo nella società della sorveglianza, dove le norme si aggiornano continuamente? Dalla rivoluzione industriale la società ha conosciuto accelerazioni che si ripetono più volte nell’arco di una sola generazione. I cambiamenti sono talmente frequenti da essere divenuti una costante, e la pandemia ha rilanciato violentemente questa dinamica. Abitudini collettive radicate e socialmente incoraggiate si ribaltano; il cambiamento avviene a velocità palpabile. Come non rimanere indietro?
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura impariamo a comportarci in modo socialmente appropriato non soltanto attraverso rinforzi e divieti, ma anche osservando il comportamento altrui, e le relative conseguenze. Interiorizziamo i modelli di comportamento creando delle regole implicite. Se alcune norme sociali ci vengono insegnate (“indicare è maleducazione!”), di solito le impariamo osservando gli altri, specialmente chi percepiamo simile a noi, autorevole, attraente e appariscente. Un meccanismo di apprendimento istintivo, cooperativo, teso al conformismo ma gestibile, se non fosse che nella società dello spettacolo e della performance non ci rapportiamo semplicemente con il circolo ristretto della comunità e della famiglia ma con un mondo reso immenso dai social, per cui l’apprendimento è veloce, amplificato e il nostro capitale simbolico è la posta in gioco: il rischio è di essere messi alla gogna dal mondo intero.
Pensiamo ai contanti: fino alla pandemia del 2020 erano il metodo di pagamento normale, anzi, spesso ci scusavamo a mezza voce davanti ai negozianti che storcevano il naso se dovevamo ricorrere alla carta. Oggi, pagare in contanti è divenuto un’infamia, una vergogna: l’illiceità è implicita, hai qualcosa da nascondere. Sei sospetto, se paghi in contanti. Non sono più un pagamento neutro. Il peso reputazionale della transazione, che avviene quasi sempre di fronte ad amici, parenti, interessi romantici, ha influito nell’incasellare carta-contanti nel binomio draconiano del pulito-sporco, normale-deviante. Sotto sotto però lo sappiamo ‒ cosa compriamo, quando, con chi, dove, quanto spesso ‒ sono diventati dati: tracciati, misurati, analizzati. Raccontano di noi e delle nostre vite e abitudini, della nostra salute, di solitudine o vita sociale, di desideri e di difficoltà. Ci siamo abituati a esporre una vulnerabilità delle nostre vite: l’uso del denaro, per giunta a una velocità vertiginosa.
Non solo, sembriamo aver dimenticato qualcosa che, specialmente per le donne, dovrebbe essere iscritto nelle ossa: il denaro è potere e libertà, ma è anche revocabile. In Italia la potestà maritale è stata abolita nel 1975, poco più di 50 anni fa: fino a ieri per contrarre un mutuo era necessaria l’autorizzazione del marito. Il Racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood si apre con l’estinzione giuridica ed economica delle donne: i conti bancari chiusi, i loro soldi trasferiti sotto il controllo di padri e mariti.
Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa.Controllare il denaro è il modo più semplice ed efficace di dominare le persone: in una società dove il denaro è smaterializzato e tracciabile basta essere bollato come indesiderabile per essere espulso dal sistema monetario, ovvero per non poter esistere più. Lo illustra il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati: sanzionata dagli Stati Uniti per aver descritto la campagna militare israeliana in Palestina come un genocidio, s’è vista revocare la possibilità di usare carte di credito ovunque nel mondo, dato che praticamente tutte le transazioni passano per circuiti di pagamento americani.
Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa. La velocità con cui la società cambia, questo stato di costante impermanenza, di continua precarietà e flessibilità, di aggiornamento costante del comportamento era stato anticipato da Gilles Deleuze nel 1990 con il suo Poscritto sulle società del controllo: basandosi sulla società della disciplina di Foucault, osserva la mutazione che ci ha portati alla società del controllo contemporanea.
A fondamento dell’impianto foucaultiano c’è una costruzione: la prigione circolare ideata da Jeremy Bentham in cui tutte le celle sono costantemente esposte a una torre di sorveglianza centrale, le pareti trasparenti verso l’interno del cerchio, così come verso l’esterno della struttura, inondate di luce. Un carcere in cui il prigioniero non conosce segretezza, dove a sua insaputa e in ogni istante, potrebbe essere osservato dai guardiani. Il Panopticon.
Il completo isolamento tra compagni di sventura e l’assenza di muri tra prigioniero e sorvegliante, evocazione di incubi di nudità in pubblico, ci provocano istintivo orrore, tuttavia non sono la presenza e assenza di pareti ciò che rende il Panopticon lo strumento di sorveglianza per eccellenza, ma lo sguardo invisibile del guardiano. Bentham aveva entusiasticamente previsto l’accesso della società civile alla torretta, perché è lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità ‒ lo sguardo di chi incarna, in modo banale e comune, la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo. Quello sguardo è un tarlo che scava nei recessi più reconditi dell’Io: non essere mai soli, sempre potenzialmente esposti insinua gallerie, innalza dentro di noi una torretta.
Lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità – è lo sguardo di chi incarna la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo.Interiorizzata, la presenza del sorvegliante diventa continua, intima. Davanti alla possibilità costante di essere scoperti impariamo a comportarci secondo le norme, a conformarci, a obbedire. Come sapevano bene i nostri genitori quando invocavano Dio di fronte alle nostre marachelle, essere esposti ci spinge alla disciplina, e la ricerca psicologica lo conferma. È questo il vero scopo del panopticon.
Se nella sua forma dura di acciaio e cemento il panopticon è stato abbandonato, in forma smaterializzata e digitale è tutto attorno a noi. La luce che illuminava dal fondo delle celle i prigionieri rendendoli sagome in un teatro delle ombre continua a rischiararci. E mentre crediamo di crogiolarci al sole, quella luce serve a renderci silhouette sempre più delineate: un teatro delle ombre che emerge lentamente in pixel sempre più piccoli e nitidi. Ogni movimento, ogni emozione, ogni pensiero, diventano misurabili: dati da far processare all’intelligenza artificiale. È del 2014 il primo esperimento di massa sulla manipolazione delle emozioni: a loro insaputa quasi 7.000 utenti di Facebook vengono emotivamente contagiati. Dopo aver visto post negativi prodotti dagli amici, gli utenti producevano più contenuti con parole negative, e viceversa, anche in assenza di interazioni dirette, trattandosi della visione di un feed. Oggi Palantir vende l’analisi del sentiment, della percezione collettiva, tramite l’intelligenza artificiale per trasformare le opinioni soggettive in actionable intelligence, strategie da sfruttare commercialmente.
Osserviamo per un momento questo passaggio: nella società della disciplina descritta da Foucault, caratteristica del capitalismo industriale, le persone venivano organizzate e controllate tramite sistemi chiusi lungo i quali ci si muoveva nel corso della vita ‒ la scuola, la fabbrica, l’ufficio, il manicomio, la prigione ‒ ed erano trattate come unità individuali da controllare nel corpo e masse da controllare collettivamente; la disciplina era “di lunga durata, infinita e discontinua”. Il panopticon era solido, strutturato, visibile.
Tuttavia, come osserva Deleuze, “non c’è evoluzione tecnologica senza che, nel più profondo, avvenga una mutazione del capitalismo” ‒ cambiamento che ci ha portati al capitalismo contemporaneo, che vende beni immateriali, che dalla fabbrica è passato all’impresa, dove il lavoro deve essere instabile e precario per rispondere alle necessità ondivaghe del mercato. Non passiamo più dalla scuola alla fabbrica o all’ufficio, non trascorriamo più la nostra vita adulta al servizio di un unico padrone; siamo in uno stato di formazione permanente, di fluttuazione interminabile.
Nella società del controllo i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, cioè la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico.Se nella società della disciplina gli individui erano sia individui identificabili, quindi corpi confinabili in istituzioni chiuse, dalla scuola al manicomio, sia parte di una massa controllabile ‒ classe, esercito, popolazione ‒ nella società del controllo, i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico, in archivio.
Scrive Deleuze: il controllo non passa più per le barriere e i muri ma attraverso “il computer che individua la posizione di ciascuno, lecita o illecita, e opera una modulazione universale”. I pagamenti elettronici sono un tassello indispensabile di questo tracciamento costante. E la vera innovazione, il grave pericolo rappresentato da Palantir, è l’integrazione tra database diversi, che divengono interoperabili: archivi nati con scopi e mezzi diversi ‒ welfare, immigrazione, sanità, polizia, utenze, targhe, transazioni ‒ prima separati dalla tassonomia burocratica ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.
Come ogni evoluzione di successo, i tratti utili vengono mantenuti, trasformati in una versione più snella e più adatta all’ambiente: la società della disciplina si è tramutata in quella del controllo mantenendo l’essenza funzionale, l’interiorizzazione del sorvegliante, e sulla scorta del cambiamento tecnologico, gli occhi si sono moltiplicati. Da sempre essere osservati scatena apprendimento sociale e conformismo, e nella società dell’impermanenza adattarsi al cambiamento è l’unico modo per non essere lasciati indietro, o peggio, essere esposti al pubblico ludibrio.
Il panopticon si è smaterializzato, ridotto alla sua essenza: la telecamera ‒ il guardiano, il sorvegliante interiorizzato ‒, e noi, i sorvegliati. Senza bisogno di pareti e costrizione fisica, sono sufficienti la psicologia e l’evoluzione, l’addestramento a essere all’erta ogni volta che potremmo essere guardati. Se la società della disciplina si avvaleva dello stampo, quella contemporanea si basa sulla modulazione: strumento di una società in costante movimento, dinamica, in cui il controllo ‒ di nuovo, come descritto da Deleuze ‒ è diventato “a breve termine e a rapida rotazione, ma anche continuo e illimitato”.
Archivi nati con scopi e mezzi diversi, prima separati dalla tassonomia burocratica, ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.Così il sorvegliante ci guarda, tramite gli occhi degli altri, e dei loro occhietti tondi e neri sempre in tasca, ma anche tramite gli occhi delle telecamere CCTV: gli occhi dello Stato, dei negozi, delle banche, del potere; del FitBit, delle (nostre) auto. Se fossimo costantemente osservati da occhi umani probabilmente ci saremmo già ribellati. È sul filo sottile della consapevolezza che si gioca la partita: più la sorveglianza si fa diffusa e ubiqua, più sembra volersi dissimulare e rassicurarci. Il passaggio dalla società della disciplina ‒ con i suoi manganelli e spesse pareti contenitive ‒ a quella del controllo si gioca proprio nel rendere la sorveglianza integrata, organica. Ci stiamo abituando a considerarla normale, naturale, giusta, necessaria “per la nostra sicurezza”.
La torretta da cui ci scruta il nostro sorvegliante interiore è l’autoconsapevolezza, quello specchietto retrovisore che ci fa abbassare la voce a un matrimonio in chiesa appena tutti si zittiscono. Basta auto-osservare noi stessi tramite una telecamera o uno specchio per aumentare l’autoconsapevolezza e ridurre la tendenza a barare e aumentare i comportamenti considerati prosociali. D’altronde, un vecchio trucco dell’anoressia, è guardarsi allo specchio mentre si mangia. L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti. Lo sappiamo tutti, il modo in cui cantiamo nella doccia quando non c’è nessuno in casa è ben diverso se c’è qualcuno attorno, anche le persone con cui più condividiamo intimità.
Potremmo credere che il panopticon digitale sia solo una metafora politica: uno sguardo interiorizzato, un problema di conformismo e libertà, ma la psicologia mostra che si tratta di meccanismi profondi del nostro funzionamento psichico, che possono essere utilizzati a nostro discapito, che ci portano a conformarci, e che hanno un costo cognitivo. Chiamati a confrontare la lunghezza di una linea campione tracciata su un foglio ad altre tre linee, due delle quali di misura chiaramente diversa rispetto a quella campione, il 35,7% degli intervistati si conforma alla risposta altrui anche se inequivocabilmente sbagliata. E se la prova dovesse essere ripetuta, la probabilità di conformarsi almeno una volta sale al 75%. È ciò che accade nel leggendario esperimento del 1951 di Solomon Asch; si tratta di un effetto solido, confermato dalle repliche sperimentali.
Essere osservati impatta i processi cognitivi: dalla compromissione della memoria di lavoro, la memoria a breve termine in cui conserviamo le informazioni da elaborare sul momento, al livello di attivazione fisiologica, per nominarne alcuni. Semplicemente avere il proprio smartphone attorno, un oggetto cognitivamente carico, riduce la capacità mentale disponibile, persino se è spento o inutilizzato.
L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti.In uno dei primi esperimenti diretti a verificare l’effetto non dello sguardo umano, ma proprio dell’occhio delle CCTV, la rilevazione automatica dei volti, un processo percettivo automatico è risultato significativamente alterato. La rilevazione automatica di volti è una facoltà umana profonda, con meccanismi neurali specializzati e in larga parte fuori dal controllo cosciente. L’esperimento ha rilevato che in presenza di telecamere i volti vengono rilevati quasi un secondo più rapidamente, sia che fossero rivolti verso il soggetto che altrove, in un ambito in cui gli effetti significativi vengono misurati in millisecondi. I partecipanti non avevano riportato alcuna ansia ad essere esposti alle telecamere. La sorveglianza non solo può incidere sul nostro comportamento, ma altera i processi percettivi automatici legati alla visione sociale.
Le telecamere sono ovunque, ed è molto probabile che il dispositivo stesso su cui scorrono queste parole sia dotato di almeno una telecamera e un microfono. Il punto di non ritorno è stato superato, siamo immersi nella società del controllo. Se il dispositivo fondamentale del panopticon architettonico è di far sentire costantemente osservati i prigionieri, il vero pericolo del panopticon digitale è farci pensare di non essere guardati per lasciar lavorare il sorvegliante interiorizzato tramite l’addestramento profondo dell’evoluzione. Conformarci istintivamente per evitare la gogna pubblica è un meccanismo di sopravvivenza, e la velocità con cui i cambiamenti sociali si normalizzano ci assuefa, mentre siamo costantemente esposti a modelli di successo su cui improntare l’apprendimento sociale.
Chiudo il Pc ed esco. È una serata primaverile a Venezia e mi trovo contro il muro di un locale, a baciarmi furiosamente con una tipa. Socchiudo gli occhi: un ragazzo ci sta filmando con il telefono dalla sua finestra altezza strada. È notte e la torcia del flash è accesa mentre ci inquadra, lui non fa nulla per nascondersi, sembra sotto una pressione coatta a registrarci e al tempo stesso desiderare di essere interrotto. Faccio segno di spostarci, ma la tipa non mi sta dando retta e le mie proteste sono piuttosto deboli. L’espressione del ragazzo mi ricorda quella dei partecipanti all’esperimento di Milgram, convinti di infliggere scosse elettriche a uno sconosciuto, incapaci di fermarsi perché un’autorità gli ordinava di continuare. Finalmente riesco a convincerla a nasconderci in un vicolo, ancora niente telecamere per le calli veneziane. C’è solo un gatto alla finestra che ci guarda, giudicante.
L'articolo Nel panopticon digitale lo sguardo ci addestra proviene da Il Tascabile.
Da più di un secolo i periodici Usa intrattengono i lettori con rubriche divertenti di aneddoti sui vip: li inventano agenzie che forniscono materiali ai columnist di gossip faceti. Nel caso sentiste il bisogno di ritrovare un po’ di buonumore in questi tempi cupi del cazzo con aneddoti gustosi redatti alla maniera americana, eccovi serviti.
Raffaele Pisu, il comico che con Marisa Del Frate e Gino Bramieri portò al successo il varietà Rai L’amico del giaguaro (1961-1964), amava gli scherzi surreali. Una volta pubblicò nella rubrica Annunci personali del Corriere della Sera questo trafiletto clamoroso: “Giovane impiegato, libero, serio e lavoratore, cerca scopo matrimonio vedova di sani principi, il cui marito sia finito sulla sedia elettrica, affinché non possa passare la vita a elogiare le qualità del defunto. Astenersi perditempo”.
Durante la tournée teatrale della rivista Italiani si nasce (1965), Pisu fu ricoverato per dolori addominali acuti. Gino Bramieri si recò al capezzale del malato pochi minuti dopo che il chirurgo aveva dichiarato la necessità di intervenire. “Sai cosa mi ha detto il chirurgo?” disse preoccupato Pisu a Bramieri. “Che quest’operazione riesce una volta su cinque”. “Fatti coraggio”, lo tranquillizzò Bramieri. “Ne ha già sbagliate quattro”.
Luciano Salce è la prova che spiriti sarcastici si nasce. Aveva 9 anni quando disse alla madre: “Mamma, portami i libri fino alla scuola: i miei compagni crederanno che abbiamo una domestica”.
Vittorio Gassman stava confidando a Dino Risi le difficoltà della propria relazione con Shelley Winters, da cui stava per divorziare dopo appena due anni di matrimonio. Breve e pungente il commento di Risi: “E’ più facile morire per la donna amata che conviverci”.
Pietro Valdoni, caposcuola della moderna chirurgia italiana, non dimenticava la saggezza antica: era d’avviso che innanzitutto si dovesse non nuocere: “primum non nocere”. Perciò in tutti i casi dubbi, quando l’infermità era leggera e il male poteva essere immaginario o quasi, consigliava sempre all’ammalato di mettersi a letto. “Professore, ho un dolore a un fianco”. “Si metta a letto”, rispondeva alla ragazza esangue che lo consultava più per capriccio che per necessità. “Professore, mi fanno male tutti i muscoli…”, diceva un altro moribondo. “E’ un male che si cura a letto”, rispondeva Valdoni. Un giorno Raf Vallone, reduce dalle riprese di Riso Amaro, il classico del neorealismo che lanciò Silvana Mangano, gli confessò: “Professore, ho un male curioso: sono innamorato!” “Anche questa è una malattia che si cura a letto”, replicò ironico Valdoni.
La notorietà di Valdoni si estendeva oltre i confini dell’Italia. Aveva non solo un bisturi infallibile, ma anche la battuta pronta. Un giorno venne a consultarlo un cafone arricchito. Dopo averlo visitato, Valdoni gli consigliò senz’altro l’operazione. Allora quello gli disse: “Professore, mi vorrei affidare solo a un chirurgo di prim’ordine. Chi può consigliarmi? Non mi spaventano né la distanza né il prezzo”. “Bè”, fece Valdoni con la massima serenità, “a Berlino c’è un chirurgo eccellente, il prof. Sauerbruch. Ma se ci va, vi domanderà di dove venite. E quando saprà che venite da Roma, vi dirà: ‘Idiota, perché non siete andato dal professor Valdoni?'”
L'articolo Lo scherzo surreale di Raffaele Pisu e le rassicurazioni di Gino Bramieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si dice che quando si vuole nascondere una notizia se ne crea una più roboante. Il giorno 9 giugno scorso vi è svolta davanti al Campidoglio (Washington) una importante manifestazione bipartisan, dove deputati e senatori, repubblicani e democratici, hanno chiesto al presidente Trump di pubblicare le immagini riprese in alta definizione degli UFO, quelle viste nei gabinetti riservati, nascosti invece ai comuni cittadini statunitensi e poi al mondo intero. La promo del nuovo film di Steven Spielberg – Disclosure day – che il regista comunque considera non un film di fantascienza ma la descrizione di quanto sta accadendo, ha sfortunatamente cancellato un evento che avrebbe avuto la sua importanza per gli effetti sui Parlamenti e i politici di altri Stati.
Anche la clamorosa notizia che il 29 giugno a Parigi, l’Assemblea Nazionale, quella che ha cambiato il corso della storia portandoci alla modernità, ha indetto una intera giornata sul fenomeno degli UFO, ma… nessuna notizia! Come mai, siano Ufo o UAP o OVNI, nessuno si è preso il compito di commentare o rilanciare un evento di portata non secondaria, che potrebbe accelerare veramente quel processo di Disclosure o disvelamento di un qualcosa che riguarda tutti i cittadini del pianeta. Un evento che coinvolgerà le autorità militari, come in Francia nel 1999, con il Rapporto COMETA, redatto dalle più alte cariche della difesa, composta da membri dell’Institut des hautes études de la défense national.
L’Italia, nonostante i silenzi dei media, riveste un ruolo importante nella Disclosure. Non è un caso che uno dei protagonisti americani, Luis Elizondo, abbia accettato di venire in Italia a Roma, come primo paese estero dove raccontare le attività che erano in divenire. L’Italia è stata il primo paese al mondo a pubblicare ufficialmente i dati raccolti dal reparto RGS-SMA investito dallo Stato Maggiore per il monitoraggio statistico degli avvistamenti UFO/OVNI, come pure l’ “Inchiesta sugli UFO” della Collezione Gianni Bisiach, sull’Archivio online del Quirinale.
Un timido spiraglio istituzionale si è aperto con un convegno a dicembre del 2025 presso la libreria del Senato, dove tra gli organizzatori figurano anche alcuni membri autorevoli del Copasir. Durante il question-time sui nuovi scenari di guerra è stata discussa una tesi su geopolitica ed UFO. Eppure nel nostro paese una attività parlamentare sul tema, è presente già dal lontano 1950 fino ai giorni nostri, con interessanti interrogazioni da parte di deputati e senatori. Ricordo poi il dossier sul Progetto di relazione sulla proposta di costituire un Centro europeo per gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, redatto dal fisico Tullio Regge su incarico della CERT. (20 feb. 1994) mai attivato.
E’ più di anno che il Parlamento Europeo è protagonista di una insolita attività parlamentare con incontri con alcuni ricercatori di UFO di molti paesi della comunità europea. Intanto il Pentagono continua il rilascio con la terza tranche dei documenti classificati. Certamente il film di Spielberg ha dato nuova linfa al dibattito sugli UFO e questa volta – con la presenza degli alieni, ora rinominati NHI le Intelligenze Non Umane – anche se le recensioni del suo film lo relegano ad un filone fantascientifico, mentre per lui è la narrazione di quello che potrebbe accadere o che sta già succedendo.
Adesso attendiamo cosa accadrà alla Assemblea Nazionale di Francia e quali ricadute produrrà sia nella unione europea e sia nel nostro paese. Un ruolo importante lo avranno adesso i mass media: informare correttamente i cittadini su un evento che, fin dai filosofi dell’antica Grecia, ha interessato l’umanità, potrà forse cambiare e fare un salto anche alle nostre relazioni e magari inserirci in scenari davvero inediti. Saremo pronti al cambiamento?
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C’è coda per entrare in discoteca. Due ragazzi in fondo alla fila. Solidarietà dell’attesa: che scuola fai, dove vai quest’estate, ecc. Sono loro due. Il buttafuori filtra gli ingressi, decide chi sì e chi no. Il buttafuori controlla la carta d’identità del primo, indugia e scandisce dell’altro il cognome italiano dicendo “Entra pure” poi si rivolge al primo “Tu vai a casa”. Il ragazzo resta a bocca aperta. Colpevole di “diverso” reo di “straniero”. Me lo racconta quello che è entrato, mio figlio.
Due pesi due misure, due italiani, privilegio e rabbia. Il ragazzo escluso si allontana e per un adulto che lo ha giudicato si carica di un’altra discriminazione. Una volta è il colore della pelle, un’altra è quella dell’origine, un’altra è l’accento. Tu sei quello che io giudico e un adolescente matura rabbia senza accorgersi, come noi, dove andrà prima o poi a sfogarsi.
Siamo a pochi chilometri da Parma, dai “fatti di Parma” e i fatti ultimamente non sono né il Festival della Serie A né la Cena dei Mille né la Sagra del Cavolo Cappuccio che pure riempie il cuore d’amore incondizionato: oggi i fatti di Parma sono quei video di violenza consumata e provocata, professori e studenti, influencer con lacrime da coccodrillo e opinionismo risolutivo fino al meritocratico Ministero di Valditara, passando per la più conveniente delle pedagogie politiche: punire. Parma capitale di qualunque aperitivo, sta per stappare quella di Capitale Europea dei Giovani 2027. In questo caos si prova a fare ordine, chiarire i fatti, spegnere le violenze verbali, capire a chi dare la colpa.
A pochi mesi dai Mondiali Europei dei Giovani 2027 (pardòn… European Youth) tra il dottorato di chi analizza e non propone, c’è un silenzio che si fa sentire: quello dell’Assessorato alla Comunità Giovanile di Parma. Sì, Parma ce l’ha quell’assessorato lì, ma non si pronuncia. Forse lo farà, magari il primo gennaio 2027, quando appiccherà un faro, un flash. Poi: buio, ciao, vedremo. Per ora il sipario è chiuso, ma intanto il biglietto da visita della città è nelle mani dei “recalcati” che fanno l’analisi logica di quello che sappiamo già e non mettiamo in pratica. Spazio alla politica strumentale che prende il video e lo candida all’Oscar della remigrazione, della gattabuia, del quando c’era lui. Chissà cos’è sta roba della Comunità Giovanile, come si pronuncia, perché strilla l’Europa giovane mentre sta zitta e defilata sulla periferia dei marciapiedi adolescenti.
Il ragazzino discriminato all’ingresso della disco è tornato a casa, è incazzato, forse gli passa, forse domattina prende un brutto voto, forse chissà. Forse è ancora in tempo per scavalcare quel fossato che gli scaviamo attorno ogni giorno a colpi di giudizio e colpa, a lui come ai figli nostri. Diciamo la verità: sapremmo cosa fare, ma è meglio il palcoscenico alle quinte. Senti che applauso!
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