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Papa Leone XIV: “La remigrazione non è una risposta cristiana, significa lavarsi le mani del problema”

I valori cristiani come elemento identitario dell’Europa. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha più volte affrontato il tema del rapporto tra religione e politica. Ma dietro alle parole si nascondono fatti che lo smentiscono. Lo dimostrano le parole di Papa Leone XIV che uscendo da Castel Gandolfo ha deciso di rilasciare una breve dichiarazione a chi gli ha chiesto che cosa ne pensasse della remigrazione, al centro del programma del generale in pensione: “Non mi sembra una risposta cristiana – ha dichiarato – Semplicemente dire ‘questo migrante lo mandiamo via’ è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra, diciamo, una risposta cristiana”.

Quanto le parole del Pontefice possano avere presa nell’elettorato di Futuro Nazionale è tutto da vedere, ma con esse il Vaticano ha ufficialmente preso posizione su un tema che è diventato uno dei cavalli di battaglia di tutta l’estrema destra europea, da AfD in Germania ai seguaci di Tommy Robinson in Regno Unito, fino, ovviamente, a coloro che supportano le battaglie di chi il concetto di remigrazione l’ha inventato: l’estremista austriaco Martin Sellner. Un concetto che non si ferma alla semplice espulsione di irregolari sul territorio europeo, ma mira a una più ampia deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti nati su suolo europeo, verso i Paesi di origine etnica o geografica.

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Vannacci: “Io tessitore democristiano? Semplicemente un vero leader unisce, non divide. Il mio incubo? Un’Italia che si arrende alla disfatta”

In un panorama politico in forte fermento, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci delinea la strategia del suo movimento per dare voce alle istanze reali dei cittadini e portare un contributo di assoluta chiarezza nel dibattito nazionale. Forte di una crescita costante e di un radicamento sempre più solido sui territori, il Generale rifiuta le etichette retrosceniste e rivendica la necessità di una forza politica snella e meritocratica, capace di fare sintesi e valorizzare le competenze per un obiettivo comune, senza mai scendere a compromessi sui propri principi.

Con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni politiche, Vannacci marca la massima distanza dai tatticismi delle segreterie e blinda i dossier decisivi per il Paese, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sovranità energetica col nucleare. La scommessa politica è chiara: aggregare il ceto medio produttivo e recuperare la fiducia di quei cittadini delusi che hanno scelto la via dell’astensionismo, promuovendo una proposta di profondo buonsenso e imponendo una linea più coraggiosa, incisiva e interamente ancorata all’interesse nazionale.

L’intervista di Affaritaliani al leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci

Generale, Futuro Nazionale è ormai una realtà consolidata che ha superato la fase del movimento d’opinione per farsi Partito. Lei ha parlato di una struttura snella e meritocratica: in che modo questa nuova creatura politica vuole distinguersi dai partiti tradizionali, e quale valore aggiunto pensa di portare all’attuale quadro politico e in particolare all’offerta del centrodestra?

La prima differenza è che noi siamo i figli di nessuno. Non siamo nati da una scissione, non siamo il prodotto di accordi di palazzo e non abbiamo alle spalle apparati costruiti nel corso di decenni. Siamo nati dalla volontà di tanti italiani che si sono stancati di una politica sempre più distante dalla realtà e sempre più concentrata su sé stessa. Alla nostra Assemblea Costituente di Roma abbiamo celebrato un traguardo straordinario, quello dei centomila iscritti. Non sono numeri costruiti a tavolino. Sono uomini e donne che hanno deciso liberamente di mettersi in gioco perché condividono una visione e perché sentono che questo Paese ha bisogno di una forza politica nuova, libera e profondamente radicata nell’interesse nazionale. Quando parlo di una struttura snella e meritocratica intendo esattamente questo. In Futuro Nazionale non esistono correnti, non esistono rendite di posizione, non esistono quote rosa, quote etniche o quote di qualsiasi altra natura. Io credo nelle quote di merito. Credo che le responsabilità debbano essere affidate a chi dimostra capacità, serietà, dedizione e risultati.

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Se una donna è più capace di un uomo, è giusto che venga scelta. Se un giovane è più preparato di chi ha maggiore anzianità, è giusto che venga valorizzato. La politica deve tornare a premiare il merito e non l’appartenenza. Noi vogliamo portare nel centrodestra una maggiore forza identitaria, una maggiore chiarezza e una maggiore libertà. Non ci interessano i compromessi al ribasso o la politica delle mezze
parole. Ci interessa difendere gli interessi degli italiani. Parole come Patria, sovranità, sicurezza, famiglia, merito, libertà e identità per noi non sono slogan da campagna elettorale. Sono principi a cui vogliamo essere fedeli a prescindere dalle tendenze del momento e dalla
gogna mediatica a cui è sottoposto chi sostiene valori al di fuori dell’opprimente pensiero unico.

Crediamo che la famiglia composta da padre, madre e prole rappresenti il primo nucleo della società. Crediamo che la denatalità sia una delle emergenze più drammatiche che abbiamo davanti. Crediamo che il lavoro, la casa e la sicurezza siano diritti fondamentali. Crediamo che la libertà di opinione non possa essere sacrificata sull’altare del politicamente corretto. Vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce, delle imprese, delle famiglie e del ceto medio, e non un ostacolo. Il valore aggiunto che Futuro Nazionale vuole portare al centrodestra è proprio questo: più
coraggio, più coerenza e una maggiore attenzione all’interesse nazionale. Noi non siamo nati per occupare poltrone. Siamo nati per difendere gli italiani. E con la forza, il coraggio e la fede andremo avanti.

Il dibattito nel centrodestra è aperto: lei vede il suo movimento come il tassello mancante per una coalizione più coraggiosa e identitaria, magari ambendo a diventarne il nuovo baricentro? Ma andando al cuore della strategia per il 2027: per governare l’aritmetica impone le alleanze, eppure la storia dimostra che le dinamiche di coalizione spesso richiedono profonde mediazioni tra visioni diverse. In vista delle Politiche, la priorità di Futuro Nazionale sarà l’approdo al governo dentro l’attuale perimetro del centrodestra o, se non dovesse esserci una reale convergenza sui programmi, preferirà una corsa in solitaria focalizzata sulla crescita autonoma del movimento, anche a costo di rimanere fuori dalle stanze del potere?

Io non ho mai fatto mistero della mia collocazione politica. Il centrodestra è la casa naturale di chi crede nella sicurezza, nella libertà economica, nella valorizzazione del merito, nella difesa della Patria e delle identità e nell’interesse nazionale. Ma una coalizione non può essere soltanto una somma aritmetica o un accordo tra sigle. Una coalizione ha senso se esiste una visione comune e se esiste la volontà di perseguire obiettivi condivisi senza tradire la volontà degli elettori.

Futuro Nazionale non è nato contro qualcuno. Non siamo nati per dividere il centrodestra e nemmeno per fare testimonianza. Siamo nati perché milioni di italiani chiedono una destra più coraggiosa, più libera e più coerente. Una destra che non abbia paura di difendere i confini, la sicurezza, la libertà di opinione, la famiglia, la natalità, il lavoro, la casa, gli italiani e gli interessi nazionali. Noi non ci poniamo il problema delle poltrone. Non siamo nati per occupare posti, ma per portare idee. E le idee non sono in vendita. Non si cambiano per convenienza e non si annacquano per ottenere un ministero in più. Certamente governare richiede alleanze. Lo insegna la storia e lo impone il sistema politico. Ma le alleanze devono essere fondate sui programmi e non sulle convenienze. Devono essere alleanze tra persone che condividono una visione e non semplici accordi di potere. Devono essere alleanze che non portano allo snaturamento degli elementi che le compongono.

Se ci sarà una reale convergenza su temi come la sicurezza, il contrasto all’immigrazione incontrollata, il sostegno alla natalità, la difesa del Made in Italy, la riduzione delle tasse, la lotta alla burocrazia, la libertà di espressione, l’energia e la tutela delle nostre radici culturali, il posizionamento internazionale allora il nostro contributo sarà leale e costruttivo. Ma se qualcuno pensa che Futuro Nazionale debba limitarsi a fare da comparsa, a rinunciare alle proprie idee o a mettere in secondo piano l’interesse nazionale, allora ha sbagliato interlocutore. Non mi interessa diventare il baricentro del centrodestra per una questione di vanità personale. Saranno gli italiani a decidere quale peso dovrà avere Futuro Nazionale. Noi continuiamo a crescere perché diciamo quello che pensiamo e facciamo quello che diciamo. Non facciamo questua di parlamentari, non compriamo consenso e non chiediamo patentini di legittimità a nessuno. Qualcuno, fino a pochi mesi fa, diceva che eravamo destinati a restare un fenomeno passeggero.

Oggi abbiamo oltre centomila iscritti, una struttura radicata sui territori e una comunità politica che cresce ogni giorno. Noi siamo i figli di nessuno e proprio per questo abbiamo una grande libertà: quella di poter guardare negli occhi gli italiani e dire sempre la verità, fregandocene della gogna mediatica del pensiero unico e senza dover rendere conto a correnti, apparati o poteri forti. Il nostro obiettivo non è entrare nelle stanze del potere a qualsiasi costo. I cittadini non ci giudicheranno per quante poltrone avremo occupato, ma per quanto saremo riusciti a difendere i loro interessi. E su questo non siamo disposti a fare sconti a nessuno.

Generale, le ultime rilevazioni nazionali indicano una dinamica politica in forte accelerazione per il suo progetto: i sondaggi vi collocano stabilmente sopra la soglia del 4%, con picchi territoriali che in alcune zone sfiorano il 15%. Questi numeri suggeriscono che Futuro Nazionale non è più solo una suggestione, ma un attore capace di spostare gli equilibri. In vista delle Politiche 2027, qual è la percentuale reale a cui punta per poter condizionare l’agenda del Paese? La doppia cifra è l’obiettivo per sedersi al tavolo dei leader da pari grado?

Guardi, io ho imparato a diffidare dei sondaggi. Li osservo con interesse, ma non vivo in funzione delle percentuali. Ho passato quarant’anni nelle Forze Armate e ho imparato che le battaglie si vincono sul campo, non nelle simulazioni e che non esiste piano che regga il primo colpo di cannone. Certamente vedere una crescita così rapida ci fa piacere, perché significa che tanti italiani si riconoscono nelle nostre idee. Ma non considero il consenso un punto di arrivo. Lo considero una responsabilità. Noi siamo passati in pochi mesi da un movimento di opinione ad un partito con oltre centomila iscritti. Questo significa che esiste una domanda politica che per troppo tempo è rimasta senza risposta. Una domanda di identità, di sicurezza, di libertà, di meritocrazia, di rispetto per il lavoro e per chi produce ricchezza. La doppia cifra? Certamente non ci spaventa.

Non ci poniamo limiti. Ma il nostro obiettivo non è sederci a un tavolo per il gusto di sederci a un tavolo. Non mi interessa il prestigio personale e non mi interessa collezionare titoli. Mi interessa incidere. Se oggi tutti parlano di denatalità, di sicurezza, di libertà di opinione, di energia, di difesa del Made in Italy, di immigrazione incontrollata e di interesse nazionale è perché qualcuno ha avuto il coraggio di porre questi temi senza preoccuparsi del politicamente corretto. Noi vogliamo condizionare l’agenda politica italiana. Vogliamo che l’Italia torni a mettere gli italiani al primo posto. Vogliamo una politica che premi il merito e non l’appartenenza. Vogliamo difendere gli italiani, le famiglie, il ceto medio, le imprese, i giovani che vogliono costruire il proprio futuro e gli anziani che hanno lavorato una vita. Le percentuali verranno di conseguenza. Perché alla fine non saranno i numeri a stabilire il valore di Futuro Nazionale. Sarà la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Ed è su questo che gli italiani ci giudicheranno.

In Transatlantico circola un’analisi curiosa e quasi controcorrente: la descrivono come un leader che, dietro il linguaggio del rigore, nasconde una sottigliezza tattica da “fine tessitore” della Prima Repubblica. Qualcuno si è spinto a definirla “profondamente democristiano” – nel senso più nobile del termine – per come sta gestendo il radicamento sui territori e per la prudenza con cui dosa gli strappi parlamentari. Si riconosce in questa veste di mediatore capace di fare sintesi o si sente, in qualche modo, il “tessitore” naturale di un’area che oggi ha bisogno di ritrovare unità d’intenti e visione d’insieme oltre i confini delle singole sigle?

Mi fanno sorridere certe definizioni. Fino a ieri ero dipinto come il barbaro, il sovversivo, il pericolo pubblico numero uno e adesso qualcuno mi attribuisce addirittura doti da tessitore della Prima Repubblica, di un Mazzarino dei tempi moderni. La verità è molto più semplice. Ho imparato nella mia vita che un comandante non è colui che divide, ma colui che riesce a valorizzare le capacità delle persone e a farle lavorare per un obiettivo comune. Non mi sento il federatore di un’area e nemmeno il proprietario di un progetto politico. Mi sento uno che ha avuto il coraggio di dire quello che milioni di italiani pensano e che troppo spesso nessuno aveva il coraggio di dire. Io non amo gli strappi fini a sé stessi. Non credo nelle polemiche per il gusto di farle.

Credo nella chiarezza e nella coerenza. La politica ha bisogno di unità d’intenti, ma non di uniformità. Ha bisogno di una visione. E la visione che noi proponiamo è quella di un’Italia che torni ad avere fiducia in sé stessa, che rimetta al centro l’interesse nazionale e che smetta di vivere di complessi di inferiorità. Se questo significa cercare sintesi, bene. Ma la sintesi non deve mai diventare rinuncia ai propri principi. Non ho cambiato idea sotto il fuoco nemico e non intendo cambiarla oggi. La sicurezza, la famiglia, il merito, la libertà di opinione, la difesa delle nostre radici e degli interessi nazionali non sono oggetto di trattativa. Perché le idee possono essere discusse, approfondite e migliorate, ma non possono essere svendute.

L’attenzione crescente attorno a Futuro Nazionale sta catalizzando l’interesse di numerosi amministratori locali e quadri politici che guardano al suo progetto come a una novità di lungo periodo. Questo afflusso di energie testimonia l’attrattività del movimento: quali sono i criteri di merito e di competenza su cui intende fondare la selezione della sua futura classe dirigente, affinché diventi il fulcro di un reale rinnovamento qualitativo della politica italiana?

La prima cosa che voglio chiarire è che noi non facciamo questua. Non andiamo in giro a cercare qualcuno da mettere in vetrina per fare numero. E non cerchiamo neppure professionisti del trasformismo o persone che vedono la politica come un mestiere. Il fatto che tanti amministratori, tanti professionisti, tanti giovani e tante persone con esperienze importanti si stiano avvicinando a Futuro Nazionale dimostra che esiste una grande domanda di rinnovamento e che c’è ancora chi crede che la politica possa essere una forma di servizio e non uno strumento per costruirsi una carriera. Io ho sempre detto che non credo nelle quote rosa, nelle quote etniche o in qualsiasi altro meccanismo che sostituisca il merito con l’appartenenza. Credo nelle quote di merito. Chi è più bravo, più preparato, più competente e più generoso deve avere maggiori responsabilità. Punto.

Non mi interessa se si tratta di un uomo o di una donna, di un giovane o di una persona più matura. Mi interessa quello che ha fatto nella vita e quello che può dare al Paese. Voglio una classe dirigente composta da persone che abbiano già dimostrato qualcosa nel mondo reale. Imprenditori, professionisti, amministratori capaci, lavoratori, donne e uomini che conoscano i problemi concreti degli italiani e che abbiano maturato esperienze vere. La politica, per troppo tempo, ha selezionato sé stessa. E quando una classe dirigente seleziona soltanto sé stessa finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà. Noi vogliamo fare esattamente il contrario. Vogliamo riportare nella politica italiana competenza, responsabilità e spirito di servizio. Chi lavora cresce. Chi porta risultati viene valorizzato. Chi pensa di trovare scorciatoie o rendite di posizione resterà deluso. Perché Futuro Nazionale non appartiene a Roberto Vannacci. Appartiene a tutti coloro che credono che l’Italia meriti una classe dirigente migliore di quella che troppo spesso abbiamo visto negli ultimi decenni.

La cifra del suo movimento è marcatamente identitaria, eppure i suoi messaggi sulla tutela del lavoro, la semplificazione e il buonsenso sembrano raccogliere un forte ascolto anche nel ceto medio produttivo e nel mondo moderato. Ritiene che la proposta di Futuro Nazionale possa proporsi come un porto sicuro e una risposta concreta per quelle fasce di elettori che cercano semplicemente serietà ed efficacia su dossier decisivi come il fisco, la burocrazia e lo sviluppo del Made in Italy?

Assolutamente sì. E non vedo alcuna contraddizione tra una proposta fortemente identitaria e una proposta che parli al ceto medio produttivo e a tanti elettori moderati. Anzi, credo che proprio il buonsenso rappresenti il punto d’incontro. Perché quando parliamo di sicurezza, di famiglia, di lavoro, di meno tasse, di meno burocrazia, di energia a costi sostenibili e di difesa del Made in Italy non stiamo facendo un discorso ideologico. Stiamo parlando della vita quotidiana degli italiani. Io incontro ogni giorno imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, lavoratori dipendenti. Persone che non chiedono privilegi ma semplicemente di poter lavorare, investire, assumere e costruire il futuro dei propri figli senza essere soffocate da tasse, vincoli e burocrazia. Questa è l’Italia che tiene in piedi il Paese. Ed è un’Italia che troppo spesso è stata dimenticata.

Noi vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce ricchezza e non un ostacolo. Vogliamo meno ideologia e più pragmatismo. Meno carte e più risultati. Meno burocrazia e più libertà. Il Made in Italy non è soltanto un marchio commerciale. È la nostra identità che si trasforma in valore economico. È la qualità, il saper fare, la creatività, la cultura e la tradizione italiana che diventano lavoro e benessere. Per questo ritengo che Futuro Nazionale possa rappresentare un porto sicuro per tanti italiani che non cercano slogan o promesse irrealizzabili, ma serietà, competenza e concretezza. Se essere moderati significa credere nel lavoro, nella famiglia, nella proprietà privata, nel merito, nella sicurezza e nella libertà economica, allora sì, Futuro Nazionale può essere la casa di tanti moderati. Ma sarà una casa con fondamenta solide, costruita sull’interesse nazionale e sul buonsenso, non sul compromesso permanente e sulle mode del momento.

La scelta di aderire a Bruxelles al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane delinea un posizionamento internazionale chiaro e lineare. Al di là dei confini nazionali, qual è il contributo di idee che Futuro Nazionale intende offrire per promuovere una profonda riforma delle istituzioni comunitarie? Come si traduce la sua visione di un’Europa delle nazioni sovrane per renderla più vicina ai bisogni reali dei cittadini e meno legata a logiche burocratiche?

La nostra adesione al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane non è stata una scelta casuale. È stata una scelta di coerenza. Io sono stato eletto per difendere gli interessi degli italiani e non per diventare un funzionario di Bruxelles. Noi non siamo contro l’Europa. Siamo contro questa idea di Europa che troppo spesso ha smarrito il contatto con la realtà e con i bisogni dei cittadini. L’Europa è una straordinaria civiltà, una comunità di popoli, di culture, di tradizioni, di identità nazionali che rappresentano una ricchezza e non un problema da eliminare. Quello che invece non condividiamo è la deriva burocratica e ideologica che negli ultimi anni ha portato le istituzioni comunitarie ad occuparsi troppo spesso di ciò che non dovrebbe essere di loro competenza, dimenticando invece le grandi sfide che abbiamo davanti. Futuro Nazionale vuole portare in Europa una visione fondata sul principio di sussidiarietà, sulla centralità delle nazioni e sul rispetto delle sovranità nazionali. Noi crediamo che si debba cooperare sulle grandi questioni strategiche laddove vi sia convergenza di interessi nazionali: la difesa, la sicurezza, il controllo delle frontiere esterne, l’approvvigionamento energetico, la competitività industriale e la lotta all’immigrazione clandestina.

Ma crediamo anche che ogni Stato debba mantenere il diritto di difendere i propri interessi, la propria identità e le proprie peculiarità. Non ci vogliamo livellare sul più basso, annacquare, diluire perché pensiamo che la ricchezza di una comunità risieda nei talenti che ogni elemento costitutivo è in grado di portare e non nella loro riduzione alla “media”. Abbiamo bisogno di meno ideologia e più pragmatismo. Meno burocrazia e più libertà. Meno imposizioni dall’alto e più ascolto dei popoli. Perché se l’Europa vuole sopravvivere e tornare ad essere protagonista nel mondo, deve tornare ad essere percepita come un’opportunità e non come un centro di potere autoreferenziale distante dai cittadini. Il contributo di Futuro Nazionale sarà quello di portare a Bruxelles una voce libera, concreta e profondamente legata all’interesse nazionale. Perché chi siede nelle istituzioni europee non deve difendere gli interessi di Bruxelles, ma quelli dei cittadini che lo hanno eletto.

Le imprese italiane si trovano oggi a navigare in uno scenario internazionale complesso, strette tra transizione industriale e sfide globali. Lei ha più volte espresso perplessità su un certo ecologismo ideologico. Quali sono i pilastri economici del suo programma per sostenere la competitività della nostra manifattura, garantendo una transizione ecologica che metta al primo posto la sostenibilità sociale ed economica del Paese rispetto ai vincoli di Bruxelles?

Credo che la prima cosa da fare sia liberarsi da un approccio ideologico che troppo spesso ha caratterizzato il dibattito europeo degli ultimi anni. Difendere l’ambiente è un dovere. Ma trasformare la tutela ambientale in una religione laica e in una serie di imposizioni che penalizzano le nostre imprese e le nostre famiglie significa commettere un errore gravissimo. Io credo che la sostenibilità debba essere ambientale, ma soprattutto economica e sociale. Non possiamo salvare il pianeta impoverendo gli italiani.

L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Abbiamo un patrimonio straordinario di imprese, di competenze, di innovazione, di creatività e di capacità produttiva. Ma tutto questo patrimonio deve essere messo nelle condizioni di competere. Per questo uno dei pilastri fondamentali del nostro programma è la sovranità energetica. Non possiamo continuare a dipendere dagli altri per una risorsa strategica come l’energia. Dobbiamo diversificare le fonti, investire nella ricerca, usare l’energia disponibile al minor prezzo e tecnologicamente sfruttabile e avere il coraggio di affrontare senza pregiudizi il tema del nucleare di nuova generazione, che rappresenta una tecnologia sicura e una possibilità concreta per garantire energia pulita, stabile e competitiva e di dare ossigeno alle nostre imprese.

Allo stesso tempo dobbiamo ridurre la pressione fiscale, semplificare la burocrazia e difendere le nostre imprese dalla concorrenza sleale. Troppo spesso l’Europa impone standard rigidissimi alle aziende italiane, mentre poi permette l’ingresso di prodotti provenienti da Paesi che non rispettano né i diritti dei lavoratori né le stesse regole ambientali. Questo non è ambientalismo, è masochismo economico. Dobbiamo tornare a valorizzare il Made in Italy, investire nelle infrastrutture, nella ricerca, nella formazione e nell’innovazione. Dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Io sono convinto che la vera transizione sia quella verso un Paese più forte, più competitivo e più libero. Un Paese che produca ricchezza, che investa sul lavoro e che non sia costretto a sacrificare il proprio sistema produttivo sull’altare di ideologie che altri, nel resto del mondo, non seguono. Perché un Paese che perde la propria capacità industriale e la propria manifattura perde anche la propria indipendenza e la propria identità. E senza indipendenza economica non esiste sovranità nazionale.

L’astensionismo resta il dato più significativo e preoccupante delle ultime stagioni elettorali, con milioni di cittadini che scelgono il disimpegno perché non si sentono più rappresentati. Se dovesse indicare una sola priorità programmatica, una grande “riforma di buonsenso” che identifichi l’anima di Futuro Nazionale, quale sceglierebbe per ridare fiducia a chi ha smesso di credere nella possibilità di un cambiamento concreto attraverso il voto?

L’astensionismo è forse il segnale più preoccupante della crisi che stiamo vivendo. Milioni di italiani hanno smesso di votare non perché siano disinteressati alla politica, ma perché hanno smesso di credere che la politica possa incidere davvero sulla loro vita. Se dovessi indicare una sola grande riforma di buonsenso, sceglierei quella che restituisce ai cittadini il diritto di scegliere realmente i propri rappresentanti. Sono favorevole al ritorno delle preferenze.

Credo che il rapporto tra eletto ed elettore debba tornare ad essere diretto. Troppo spesso abbiamo assistito alla formazione di classi dirigenti nominate dall’alto, più attente agli equilibri interni dei partiti che alle esigenze dei cittadini. La Sovranità che in una democrazia risiede sempre nei cittadini non può essere ceduta alle segreterie di partito. Ma dietro questa proposta c’è una battaglia ancora più profonda: restituire centralità al merito e alla volontà popolare. Per questo mi sono sempre espresso contro le quote rosa, contro le quote etniche e contro ogni forma di discriminazione travestita da progresso.

Io non voglio quote di genere, voglio quote di merito. Voglio che siano i cittadini a scegliere chi ritengono più capace e non che qualcuno decida dall’alto in base al sesso, all’origine o ad altre categorie ideologiche. La democrazia funziona quando le persone sentono che la loro voce conta davvero. Quando hanno la percezione che il voto possa cambiare le cose. Noi vogliamo riportare fiducia. Vogliamo che gli italiani tornino a credere che partecipare abbia un senso. E questo può accadere soltanto se la politica tornerà ad essere al servizio dei cittadini e non dei partiti.

Generale, lei ha speso gran parte della sua vita al servizio delle Istituzioni in divisa, e oggi continua a servirle in una veste differente, squisitamente politica. Guardando oltre le scadenze elettorali e le contingenze del momento, qual è l’eredità ideale e il modello di Stato che Futuro Nazionale vuole costruire per le prossime generazioni? Qual è la sua idea dell’Italia di domani?

Ho servito l’Italia in uniforme (non in divisa) per quarant’anni e continuo a servirla oggi in un’altra veste. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Perché servire la Patria non è una professione, è una missione. Io non faccio politica pensando alle prossime elezioni. Cerco di pensare ai prossimi decenni. Vorrei lasciare alle mie figlie e ai nostri figli un’Italia più forte di quella che abbiamo ricevuto. Un’Italia che torni a credere in sé stessa, che ritrovi orgoglio, fiducia e consapevolezza della propria storia. Sogno un Paese che torni a mettere al centro la famiglia, quella composta da padre, madre e prole, perché senza famiglie forti non esistono comunità forti. Sogno un’Italia che torni a fare figli, perché la denatalità rappresenta una delle minacce più gravi che abbiamo davanti.

Un Paese che non genera più figli è un Paese che lentamente scompare. Sogno uno Stato che premi il merito, che garantisca sicurezza, che investa nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella difesa. Uno Stato che consideri le imprese e il lavoro una risorsa e non un problema. Vorrei un’Italia capace di guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. Un’Italia orgogliosa della propria identità, della propria cultura e delle proprie tradizioni. Un Paese libero, sicuro e prospero, dove i giovani possano costruire una famiglia, acquistare una casa, lavorare e guardare al domani con fiducia. Questa è l’Italia che immagino. Un’Italia che non abbia paura di essere sé stessa. Perché chi perde la propria identità, prima o poi perde anche il proprio futuro.

Generale, chiudiamo con un bilancio sulla vostra Assemblea Costituente a Roma, dove avete celebrato il traguardo dei 100 mila iscritti. Se da sinistra continuano a descrivere la crescita di Futuro Nazionale come un “incubo” politico, se ribaltiamo la prospettiva e ci concentriamo sulle grandi sfide globali, dalla denatalità alle pressioni geopolitiche: qual è oggi il vero “peggior incubo” di Roberto Vannacci per il futuro del nostro Paese? C’è una deriva o una minaccia per la nostra identità che la preoccupa maggiormente e che l’ha spinta a scegliere l’impegno politico in prima persona?

Il mio peggior incubo non è una sconfitta elettorale e non è nemmeno l’ostilità di qualche giornale o di qualche salotto televisivo. Il mio peggior incubo è un’Italia che smette di essere Italia. La mia Patria che diventa il paese di qualcun altro. Una nazione che rinuncia alla propria identità, che considera la propria storia un peso di cui vergognarsi, che non fa più figli, che smette di credere nel merito e nella responsabilità individuale, che perde la libertà di esprimere le proprie idee per paura del giudizio del politicamente corretto. Mi preoccupa un’Italia che si abitua al declino. Un’Italia che accetta passivamente di diventare sempre più vecchia, più debole, più dipendente dagli altri e meno consapevole di ciò che è stata. Mi preoccupa la denatalità, perché senza figli non esiste futuro.

Mi preoccupa l’immigrazione incontrollata, perché quando l’assimilazione viene sostituita dalla sostituzione culturale e dalla rinuncia alla propria identità, si rischia di dissolvere e diluire ciò che siamo. Mi preoccupa una società che smette di premiare il merito e che sostituisce la competenza con le quote, la responsabilità con l’assistenzialismo e la libertà con il conformismo. È stata questa consapevolezza a spingermi ad entrare in politica. Perché io non credo che il destino dell’Italia sia il declino. Credo che questo Paese abbia ancora energie straordinarie, uomini e donne straordinari e un patrimonio culturale, umano e spirituale unico al mondo. Alla Costituente di Roma abbiamo celebrato centomila iscritti.

Centomila italiani che hanno deciso di non rassegnarsi. Centomila persone che hanno scelto di credere che esista ancora un futuro per la nostra Patria. E allora il vero incubo non è Futuro Nazionale. Il vero incubo sarebbe abituarsi all’idea che non ci sia più nulla da difendere e nulla per cui valga la pena combattere e – se necessario – morire. Io, invece, credo che l’Italia meriti di essere amata, difesa e consegnata più forte ai nostri figli. Ed è per questo che continuerò a battermi. Sempre.

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“Fossa comune per la tua famiglia”, “Zo**ola, muori”: duello di insulti ricevuti online tra Bakkali e Ravetto. Il faccia a faccia in Aula

Il dibattito parlamentare sulla remigrazione scivola in un abisso di violenza verbale che trasforma l’Aula della Camera in un crudo proscenio dell’odio digitale. Protagoniste dello scontro sono le deputate Ouidad Bakkali del Pd e Laura Ravetto di Futuro Nazionale, che hanno brandito in un acceso faccia a faccia gli insulti ricevuti sui social.
L’intervento di Ouidad Bakkali è iniziato leggendo il bollettino di commenti offensivi a un suo post sulla manifestazione dei vannacciani per la remigrazione. La deputata ha dato voce a una selezione dei 13.500 commenti: minacce dirette come “Fossa comune per te e la tua famiglia”, “Ti aprono come una mela” e l’invito brutale a “spararsi”.

Il passaggio politico più tagliente è stato rivolto ai sostenitori di Vannacci, definiti con “soldati di pezza” di un leader “accecato dal testosterone”. La deputata dem denuncia che il clima di odio razziale, alimentato da epiteti come “Beduina”, “Scimmia”, “Mao Mao” o dagli incitamenti alla “Disinfestazione”, è il risultato di una strategia che aizza “i penultimi contro gli ultimi”, colpendo donne, immigrati e la comunità Lgbt.

Laura Ravetto ha replicato con la stessa moneta per dimostrare come la violenza verbale non abbia colore politico. L’ex leghista ha esposto il proprio catalogo dell’orrore, citando insulti personali come “Cocainomane” e “Zoccola”, ma denunciando soprattutto gli attacchi che hanno preso di mira la sua sfera materna: “Tua figlia si deve vergognare” e “Pagliaccia, hai pure una figlia”.
La deputata ha descritto i commenti ricevuti dai propri oppositori come la “ciliegina su una torta di m**”**, accusando la sinistra di incoerenza: “Quando chiedete rispetto, dovete darlo prima”.
Per Ravetto, il dibattito non dovrebbe ridursi a una “gara a chi è commentato peggio”, ma focalizzarsi sulla sicurezza reale delle donne che “hanno paura di essere stuprate nelle strade” e sulla protezione delle spose bambine.

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Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra

di Serena Poli

I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).

Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.

Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.

Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.

In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.

L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.

Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Vannacci dice ca**ate, non conta un piffero di niente. La smetta di fargli propaganda”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.

La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.

Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Sottolinea che all’ex generale manca il retroterra storico della destra tedesca, francese o spagnola e si è soltanto ritagliato uno spazio lasciato libero da Meloni e Salvini al governo.
E aggiunge: “Se questo spazio lui se lo vuole mantenere, la sinistra brinda. Se, come sono certo, il giorno prima torna all’ovile, è tutto uguale a prima”.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.

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Donzelli: “Vannacci è una questione delle opposizioni”. Kelany (resp. immigrazione Fdi): “Non ci crea un problema a destra“

Arrivando alla presentazione del libro di Tommaso Longobardi alla Galleria Alberto Sordi, Giovanni Donzelli schiva le domande su Roberto Vannacci e Futuro Nazionale. “Ci occupiamo degli italiani, tante cose, abbiamo parlato anche troppo. Prossima domanda?”. Ma le domande se è possibile una futura alleanza con Futuro Nazionale proseguono. “Noi ci occupiamo degli italiani, ci occupiamo di questo” ripete il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia”. E arriva un’altra domanda su Vannacci. “Ancora? Ma sapete fare un’altra domanda” chiede Donzelli ai giornalisti, che per un attimo si spazientisce. “Capisco che al mondo della sinistra faccia tanto piacere che finalmente c’è qualcosa nel centrodestra che divide”.

Poi nel merito della proposta di ‘remigrazione’ Donzelli commenta: “ho letto la proposta di legge e non parla mai di questione forzate.
Peccato che sia stato proprio Vannacci ad ‘ottoemezzo’ a dire che “se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo”. “Va bè – è la replica di Donzelli – Vannacci si prenderà le sue responsabilità, prenderà i voti in base alle sue idee, noi stiamo facendo i rimpatri che sono una cosa seria”.

Proposta che invece Sara Kelany, responsabile del dipartimento immigrazione di Fratelli d’Italia non ha visto. “Io non ho letto un programma, io ho sentito parlare di remigrazione, cioè non ho letto di proposte atterratili”. E “se per remigrazione s’intende rimpatriare gli immigrati irregolari che non hanno diritto di stare sul territorio nazionale, è un concetto coerente ma si chiamano rimpatri ed è esattamente quello che sta facendo questo governo”.

Kelany poi rivendica i numeri di contrasto all’immigrazione del governo Meloni. Numeri giudicati troppo esigui da Laura Ravetto nel suo intervento, lo scorso giovedì nell’Aula di Montecitorio davanti a Giorgia Meloni per motivare il no alla fiducia al governo. “L’intervento non l’ho visto” risponde Kelany. “La collega Ravetto sedeva nei banchi della maggioranza fino alla settimana scorsa e non mi pare avesse criticato le politiche migratorie di questo governo”.

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“Non inseguiamo la propaganda. Le fesserie si smontano facilmente”. Il centrosinistra e il “fenomeno” Vannacci: “È una spina nel fianco della destra”

Vannacci si contrasta smontando le sue proposte e con le controproposte”. Questa la sintesi del pensiero dei deputati di centrosinistra. L’analisi dal cosiddetto ‘fronte progressista’ o ‘campo largo’ è che “Vannacci è una pericolosissima macchietta, frutto di una destra iperpopulista, che genera sempre qualcosa più a destra di se stessa, che la deve sparare sempre più grossa per stare sui media. Si contrasta non con l’inseguimento alla propaganda ma smontando le fesserie che dice”. Questo il pensiero di Riccardo Magi, segretario di +Europa.

Ad esempio sui femminicidi, spiega Magi, “a Vannacci si risponde dicendo che certo non basta la leva penale, serve costruire una rete di protezione, come fatto in Spagna”. Investimenti “che questo governo non ha fatto. Mi rendo conto che cose più difficili da imporre all’attenzione mediatica, ma si fa così. Per il resto è una destra sempre più razzista, xenofoba e fascistoide”.

Il tema forte del programma di Futuro Nazionale è la proposta, molto vaga al momento, di ‘remigrazione’. Per il senatore del Partito Democratico, Filippo Sensi “intanto va chiamata deportazione”. Tutti i parlamentari di centrosinistra condividono che “esistono già le leggi dello Stato”. “Chi commette reati va rimpatriato. Il nostro ordinamento già lo prevede – afferma Angelo Bonelli – il punto è che Vannacci vuole deportare anche i migranti regolari”. “Una proposta pericolosa – buona – solo a spargere veleno e che raccoglie l’eredità di anni in cui anche Salvini e la Meloni e i loro partito hanno sparso lo stesso odio” osserva il dem Paolo Ciani.

Alla condanna e critica netta vanno aggiunte le proposte. E la proposta più concreta la enuncia Riccardo Magi. “Serve una legge rigorosa sull’immigrazione. La legge che adesso c’è e che porta il nome di Bossi e Fini, due leader storici della destra italiana, è una legge né rigorosa né che funziona, cioè non aiuta a fare più rimpatri e non aiuta a fare ingressi regolari per motivi di lavoro. Noi proponiamo che si superi la Bossi-Fini”. Una legge che secondo il segretario di +Europa genera “un bacino enorme al servizio del caporalato e dello sfruttamento. Questa legge – conclude – è il principale problema sulla gestione dei flussi migratori oggi in Italia”.

Altre proposte attendono un programma. “Noi chiediamo da due anni un accelerazione sul programma, mi pare di capire da quello che affermano le altre forze politiche dell’area progressista che il prossimo mese di settembre dovrebbe essere il momento in cui i punti programmatici verranno messi sul tavolo e saranno esplicitati” è la posizione di +Europa. Esigenza ribadita anche da Angelo Bonelli. “Noi di Alleanza Verdi-Sinistra non ci stancheremo mai di ricordarlo sia a Conte che a Elly Schlein: è giunto il momento di iniziare a lavorare sul programma”. “Il centrosinistra deve fare un programma e programma che vuol dire quattro, cinque punti chiari, negoziati tra forze anche molto differenti” afferma l’ex portavoce di Matteo Renzi, oggi senatore dem, Sensi. “Ma non di un programma tipico del centrosinistra, tipo libroni dei sogni, ma va definita un’agenda stretta, stringente, con proposte solide da offrire agli italiani”.

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Su Vannacci si misura la maturità democratica di Giorgia Meloni

Di fronte al fenomeno Vannacci rischia di riproporre l’antica dialettica tra Benedetto Croce e Piero Gobetti a proposito del fascismo: è una “parentesi”, sosteneva il filosofo napoletano; è “l’autobiografia della Nazione”, scriveva il giovane torinese. Da questa diversità di giudizi discendeva una grande divergenza politica.

Per Croce, il fascismo sarebbe stato in qualche modo riassorbibile da parte della democrazia: invece, per Gobetti, il fascismo era una mostruosità da circoscrivere e combattere con tutte le forze. Vannacci non è Mussolini, ovviamente, e non sarà in grado di distruggere la democrazia. Però potrà corroderla dal di dentro, facendosi interprete di un vastissimo “umor nero” che sale da tutti gli angoli del Paese, così da incarnare una forma inedita di “rossobrunismo” sulla falsariga della tedesca Afd.

Potrebbe dunque essere, il vannaccismo, una risposta di tipo weimariano alla crisi della politica. Bisognerebbe che Giorgia Meloni si ponesse all’altezza di una riflessione seria e non meramente tattico-elettoralistica di questo problema. Un problema che interpella lei e la sua avvenuta, o non avvenuta, maturità democratica. Diversi osservatori ritengono che la leader di Fratelli d’Italia finirà con allearsi con Futuro nazionale perché ha bisogno di quei voti per aggiudicarsi il premio di maggioranza e formare il Meloni 2 e magari eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

C’è una seconda ipotesi ancora più cinica: lasciare che Vannacci vada da solo pescando consensi certo alla Lega e un po’ a Fratelli d’Italia, ma ritrovando con lui dopo le elezioni un’intesa parlamentare. In entrambi i casi – con più evidenza nel primo – Forza Italia non potrebbe che uscire da un centrodestra diventato pienamente destra e anzi estrema destra.

Una maggioranza FdI-Lega-Fn sarebbe indigeribile per i forzisti orfani di Silvio Berlusconi oltre che ovviamente per l’altra metà del Paese che radicalizzerebbe le proprie posizioni: un quadro da guerra politica ad alzo zero. Meloni, in questa ipotesi, sarebbe una premier che aprirebbe la strada ad una involuzione del sistema politico senza precedenti.

Può benissimo darsi che lei consideri Vannacci una “parentesi” facilmente riassorbibile, ritenendolo un fenomeno passeggero e sopravvalutando se stessa, come cent’anni fa i liberali alle prese con Benito. Contando sulle arti persuasive del potere, in grado di sterilizzare la portata eversiva di Fn. Il rischio è enorme. Di certo l’accettazione della “sporca dozzina” del Generale nell’area della maggioranza politica determinerebbe la nascita di un polo laico abbastanza forte in Parlamento che sarebbe all’opposizione insieme a un campo largo radicale.

La presidente del Consiglio è dunque davanti a una scelta ricca di implicazioni di non breve momento. Vedremo se guarderà i propri interessi immediati tramite un’alleanza o prima o dopo il voto con i parafascisti di Vannacci o se, insieme alle altre forze politiche, contribuirà a stendere quel necessario e igienico cordone sanitario intorno all’ultimo avventuriero della vicenda italiana.

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