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A Long Road to Recovery

There’s an initial deal between the U.S. and Iran. But bringing the global economy back online after months at reduced speed isn’t going to be quick or easy.

© Daniel Berehulak/The New York Times

Fishermen in the port of Tyre in southern Lebanon.
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Mobileye Is Entering the US Robotaxi Market With Standalone Service

An anonymous reader quotes a report from Ars Technica: The driving technology company Mobileye plans to launch a robotaxi service in an as-yet-unnamed US city in 2027, it said earlier today. The service will be vertically integrated, using Mobileye's Moovit mobility platform to interact with customers booking rides, coordinate drivers, and so on. The Israeli company, which was bought by Intel in 2017 before going public again in 2022, says it will start with around 100 robotaxis early next year. The company first rose to prominence in the mid-2010s, when Tesla began using Mobileye's advanced driving assistance systems (ADAS) as part of Autopilot. That relationship lasted until 2016, when Mobileye dropped Tesla as a customer after being alarmed that a driver assistance system was being sold to end users as driverless technology. Since then, Mobileye has continued to work with other partners on ADAS and autonomous vehicles. It has developed a new "SuperVision" ADAS that combines cameras and radar sensors, used by Porsche and Polestar, among others. On the robotaxi front, it has partnered with Volkswagen Group's MOIA to develop a commercially available robotaxi based on the VW ID. Buzz minivan, and last year, Mobileye revealed plans to work with Lyft to deploy robotaxis in Dallas, "as soon as" this year. [...] If Mobileye's experience with the initial 100 robotaxis goes well, it says it will scale up to around 17,000 robotaxis within the following five years. "The robotaxi revolution has only just begun, and its potential for transforming how we travel around the world continues to increase," Shashua said. "This initiative is not a replacement for our existing partnerships; it is an extension of them," said Amnon Shashua, founder and CEO of Mobileye. "We remain deeply committed to enabling automakers and mobility providers with Mobileye Drive. At the same time, operating our own service allows us to accelerate adoption, gain direct operational experience, and showcase the full potential of autonomous mobility."

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Rúben Amorim si presenta al Milan: “È sempre stata la mia ambizione, so che cosa rappresenta questo club”

Adesso è ufficiale: Rúben Amorim è il nuovo allenatore del Milan. Il club rossonero ha annunciato di aver affidato la guida della prima squadra al tecnico portoghese, considerato uno dei profili emergenti più apprezzati del calcio europeo e reduce dall’esperienza difficile e negativa sulla panchina del Manchester United.

Per Amorim si tratta di una nuova tappa in una carriera da allenatore iniziata nel 2018, subito dopo il ritiro dal calcio giocato. Da calciatore aveva vestito le maglie del Belenenses e del Benfica, oltre a collezionare presenze con la nazionale portoghese. Terminata l’attività in campo, ha mosso i primi passi in panchina con Casa Pia e Braga, prima del salto allo Sporting Lisbona che ne ha consacrato il profilo a livello internazionale.

Alla guida dello Sporting, dal 2020, Amorim ha aperto un ciclo vincente caratterizzato da risultati e continuità. In Portogallo ha conquistato due campionati, due Coppe di Lega e una Supercoppa, imponendo una squadra riconoscibile per organizzazione, intensità e valorizzazione dei giovani. Un percorso che gli ha spalancato le porte del Manchester United e che ora lo porta a Milano.

Nelle sue prime parole da allenatore rossonero, Amorim ha sottolineato il significato della nuova sfida: “Ci sono ambizioni che ti accompagnano per tutta la carriera e, per me, allenare il Milan è sempre stata una di queste”. Il tecnico portoghese ha poi evidenziato il peso storico del club e delle sue tradizioni: “So perfettamente cosa rappresenta questo Club: storia, prestigio e una tifoseria straordinaria in tutto il mondo. È una sfida che affronto con orgoglio ed entusiasmo, con la piena consapevolezza di ciò che significano questi colori”.

Infine, uno sguardo al futuro e all’inizio della nuova avventura in rossonero: “Non vedo l’ora di iniziare e di vivere ogni giorno la passione che anima il Milan”. Con l’arrivo di Amorim, il Milan punta dunque su un allenatore giovane ma già abituato a gestire grandi pressioni e aspettative. Ora la parola passa al campo, dove il tecnico portoghese sarà chiamato a trasformare le ambizioni del club in risultati. Per Amorim sarà un compito particolarmente complesso: il nuovo Milan di Cardinale e Ibrahimovic è ancora senza una dirigenza che possa impostare il mercato e soddisfare le richieste del tecnico portoghese.

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Sachs shock: “Il Mossad ci spia per controllare la nostra politica”



Jeffrey Sachs ha espresso duro dissenso verso la politica interna ed estera americana, condannando i passati tentativi di Donald Trump di sospendere l’habeas corpus e l’imposizione di dazi commerciali illegali. Commentando il recente accordo di cessate il fuoco di 60 giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz — annunciato da Trump mentre si trovava in Francia — Sachs ha denunciato le sanzioni di Washington contro nazioni come l’Iran, il Venezuela e la Cuba, definendole una forma di “gangsterismo economico” che distrugge l’economia globale.

Infine, l’esperto ha descritto Israele come uno “stato canaglia” a causa delle azioni belliche di Benjamin Netanyahu e ha commentato le attività di spionaggio del Mossad ai danni delle forze dell’ordine statunitensi, orchestrate per mantenere il controllo sulla linea diplomatica di Washington.

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Who Are the Leaders at the G7 Summit in France?

On a roll or against a wall, Group of 7 leaders bring sharply different agendas. The leaders of some other nations are also attending to press their own interests.

© Pool photo by Thibault Camus

Leaders meeting during the G7 summit in Evian-les-Bains, in France, on Tuesday.
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‘Hockey Night in Canada,’ a Saturday Night Ritual on the CBC, Is No More

The longtime over-the-air telecast will no longer be free after the national broadcaster, and Rogers Sportsnet, the N.H.L. rights-holder, could not agree on a sub-licensing deal.

© Todd Korol for The New York Times

The Edmonton Oilers and the Calgary Flames during a game in Edmonton, Alberta. The “Battle of Alberta” was always a marquee Saturday night game on “Hockey Night in Canada.”
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Trump Breaks Up Education Dept., Prompting Worries Over Civil Rights

Special education programs and the civil rights office will be moved out of the Education Department, the most aggressive move yet by the Trump administration to dismantle the agency.

© Eric Lee for The New York Times

The Education Department will shift duties for its Office for Civil Rights, which for decades has enforced anti-discrimination laws related to school children, to the Justice Department.
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D.O.J. Seeks to Halt Pollution Lawsuit Against Elon Musk’s Data Center

The department cited national security concerns, saying Elon Musk’s company had played a crucial role in the Iran war. It also argued it has the authority to stop environmental lawsuits brought by citizens.

© Brad J. Vest for The New York Times

Construction at xAI’s power plant in Southaven, Miss., in February. The NAACP has sued the company over air pollution from generators there.
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Russian Navy Ship Accused of Firing Warning Shots at U.K. Yacht

Britain’s Defense Ministry said it was investigating a report that a Russian vessel fired warning shots near a U.K.-registered yacht in the English Channel on Tuesday.

© Ozan Kose/Agence France-Presse — Getty Images

The Russian warship Admiral Grigorovich docked in Turkey in 2021. British defense officials did not name the ship accused of firing shots on Tuesday, but the Royal Navy had previously said it was shadowing the Admiral Grigorovich in the English Channel.
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After U.S. Strike on Iranian School, Months Pass Without Answers

U.S. officials have not publicly acknowledged responsibility for the deaths or released a report on their findings from an investigation into the Feb. 28 strike.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Health care workers holding photos of children killed by airstrikes on the Shajarah Tayyebeh elementary school in Minab, Iran. At least 175 people were killed, according to Iranian officials.
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“Al lavoro per cambiare l’Italia”: i leader del campo largo postano una foto. E lanciano due eventi di piazza a luglio

“Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. I leader di Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra lanciano l’assalto al governo, postando in contemporanea sui rispettivi profili Instagram una foto che li ritrae seduti allo stesso tavolo: martedì Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono incontrati in un locale vicino alla Camera per iniziare il percorso di avvicinamento alle Politiche. I due appuntamenti di luglio, a quanto si apprende, consisteranno in iniziative pubbliche per elaborare un programma condiviso: l’organizzazione è in divenire, ma l’idea è quella di organizzare due incontri in piazza aperti ai cittadini, in una città del Nord e una del Sud.

A spiccare nella foto, però, è soprattutto un’assenza: quella di Matteo Renzi, il leader di Italia viva che da tempo ormai si è auto-incluso nel “campo largo” di centrosinistra. Tanto che Carlo Calenda, suo ex “gemello diverso” nel fu “Terzo polo”, ironizza: “Ma Renzi era sotto il tavolo?”. Dal centrosinistra, però, respingono le letture dirtrologiche: il perimetro della coalizione, si specifica, è destinato ad allargarsi quando le varie forze che si muovono al centro si saranno organizzate. Nel frattempo i sondaggi sorridono: secondo l’ultima rilevazione Swg, l’alleanza Pd-M5s-Avs-Iv otterrebbe il 45,9% dei consensi, mentre il centrodestra si fermerebbe al 41,8%. Decisivo, però, il 5,3% accreditato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che potrebbe ribaltare il risultato entrando nella coalizione di governo.

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Ungheria, il Parlamento approva la “norma anti-Orbán”: stop a più di due mandati da premier

Péter Magyar smantella il sistema Orbán: approvato il limite ai mandati

È stata approvata dal Parlamento ungherese la cosiddetta “norma anti-Orbán”, la revisione costituzionale che impedisce a un primo ministro di ricoprire l’incarico per più di due mandati. La misura era stata fortemente sostenuta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader di Tisza e attuale premier Péter Magyar.

Per il via libera era necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi, facilmente raggiunta grazie ai numeri della coalizione di governo: il testo è passato con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati i deputati di Fidesz, il partito guidato da Viktor Orbán. Ora manca soltanto la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex premier. Magyar ne ha già chiesto le dimissioni, senza successo, ma non si prevedono ostacoli all’entrata in vigore della riforma.

La norma viene definita “anti-Orbán” perché introduce il limite di due mandati complessivi per il capo del governo, anche non consecutivi, calcolati a partire dal 2 maggio 1990. Una disposizione che comprende quindi tutti e tre i mandati svolti da Orbán, alla guida del Paese dal 1998 al 2002 e successivamente dal 2010 al 2016. 

“Nessuno — ha affermato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito”. Si tratta di una misura senza precedenti in Europa per la figura del primo ministro, mentre limiti analoghi esistono per altre cariche, come la presidenza francese. La riforma ha suscitato forti polemiche: Fidesz la considera una “riforma illegale” perché “retroattiva”.

Una contestazione respinta da Márton Melléthei-Barna, parlamentare di Tisza e coautore della modifica costituzionale: “la riforma — ha dichiarato — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati”. Non tutti gli esperti di diritto costituzionale, tuttavia, ritengono inattaccabile l’impianto giuridico della misura.

La riforma riguarda anche lo stesso Magyar, che potrà restare alla guida del governo al massimo fino al 2034. “L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dal popolo è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni”.

La revisione costituzionale interviene inoltre su due pilastri del cosiddetto sistema Orbán. In primo luogo prevede l’abolizione delle “fondazioni di interesse pubblico”, organismi spesso guidati da figure vicine a Fidesz, finanziati con risorse statali e considerati da molti osservatori centri di potere sottratti al controllo pubblico. Il provvedimento impone anche il ritorno allo Stato dei beni detenuti da tali strutture.

Tra le organizzazioni coinvolte figura il Matthias Corvinum Collegium, considerato uno dei principali laboratori culturali dell’orbánismo, punto di riferimento per la destra radicale europea e per l’universo Maga statunitense nel continente.La riforma apre infine la strada alla soppressione dell’“Ufficio per la protezione della sovranità”, istituito durante i governi Orbán e accusato dai critici di essere stato utilizzato per colpire Ong e realtà considerate ostili al potere. 

Resta invece il principio della “protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana”, introdotto nella Legge fondamentale nel 2023, che diventa però una responsabilità attribuita a tutti gli organi dello Stato, eliminando il riferimento a un “organo indipendente”. Secondo Magyar, in questo modo “mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia”.

Parallelamente, il Parlamento ha approvato anche un pacchetto di riforme richieste dall’Unione europea per favorire lo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Le misure riguardano la trasparenza patrimoniale, il rafforzamento dell’autorità anticorruzione, le regole sugli appalti pubblici, la gestione dei beni di interesse collettivo e il contrasto alle frodi legate ai finanziamenti europei.

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Trump: “Dopo l’Iran, lavoreremo sulla pace in Ucraina” – Dietro il Sipario – Talk Show



Resta il nodo Israele-Libano mentre cresce l’attesa per la firma ufficiale in presenza dell’accordo tra Stati Uniti e Iran già siglato digitalmente; nel frattempo il presidente americano Donald Trump al G7 in Francia allenta le tensioni con gli alleati europei e fa sapere che Washington vuole rinnovare gli sforzi diplomatici per la risoluzione del conflitto russo-ucraino. Ne parliamo con Roberto Quaglia e Bruno Scapini

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Campo largo, primo incontro tra i leader. Il messaggio sui social: “Segnatevi queste due date, 8 e 15 luglio”

Due vertici del campo largo, l’8 ed il 15 luglio. Lo annunciano sui sociali i leader di Pd, M5s, Avs: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli: “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. Scrivono i leader postando una foto che li ritrae insieme.

Il post pubblicato sui social

LEGGI ANCHE: Marattin ad Affari: “Lasciare Italia Viva? Lo rifarei mille volte, era una questione di dignità”. E su Calenda…

A parlare di campo non largo, ma aperto anche l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate e fondatore del movimento ‘Più uno’, Ernesto e Maria Ruffini. “È evidente che Più Uno non si limiterà a una mera testimonianza politica. Vogliamo dare un contributo a un contenitore che chiunque insieme a noi può contribuire a formare. Con una premessa importante: deve essere in grado di allargare la proposta politica, altrimenti non vale la pena. Vogliamo trasformare il campo largo in un campo aperto“.

“Oggi – aggiunge – abbiamo comitati in tutte le province italiane. Io non mi riconosco in una politica di centro: sono di centrosinistra. In ogni caso bisogna aspettare di conoscere quale sarà la legge elettorale che accompagnerà gli italiani al voto per fare qualunque valutazione. Vincere le elezioni non è sufficiente: la vera questione è sapere dove si sta andando, qual è la visione? Non significa un elenco di provvedimenti bandiera in cui ciascuna forza politica si ritrova per richiamare una sorta di identità politica comune, che però non forma alcuna visione di paese”.

“In questi quattro anni e mezzo di governo – prosegue Ruffini – si può imputare al centrodestra di aver realizzato ben poco, al di là di una buona narrazione, ma negli stessi quattro anni e mezzo c’è stata un’opposizione che, arrivati al giugno 2026, si riduce a immaginare l’esigenza di un tavolo attorno al quale sedersi, ma che, a partire dalla politica estera, non sa offrire alcuna idea alternativa di paese”. “La domanda – aggiunge parlando della patrimoniale – da cui partire non è se sia giusto chiedere di più a chi ha di più. La Costituzione ha già risposto con capacità contributiva e progressività. La domanda è se il nostro sistema fiscale rispetti davvero quel principio. Oggi l’aliquota marginale massima del 43 per cento scatta già oltre i 50 mila euro e il sistema non distingue più tra chi guadagna 50 mila e chi guadagna 500 mila o 50 milioni. È ragionevole? A cosa dovrebbe servire l’eventuale gettito?”, conclude Ruffini.

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Sinner si prepara a difendere il titolo a Wimbledon e torna sull’erba: niente Halle, ma test a Hurlingham

Jannik Sinner prepara Wimbledon senza passare da Halle. Dopo gli allenamenti a Montecarlo, il campione in carica tornerà sui prati da mercoledì e userà l’esibizione di Hurlingham per misurare condizione, ritmo e feeling con l’erba prima dello Slam londinese.

A Hurlingham il primo controllo sul tennis da erba prima dello Slam londinese

Jannik Sinner riparte dall’erba, ma non giocherà un torneo ufficiale prima di Wimbledon. Il piano era già stato scelto da tempo e non è cambiato dopo l’uscita al secondo turno del Roland Garros, arrivata al termine di settimane di partite, viaggi e successi che lo hanno consumato sul piano fisico e mentale.

Il campione in carica dei Championships resterà fino a domani al Country Club di Montecarlo. Poi il passaggio sui prati, tra mercoledì e giovedì, per iniziare la vera preparazione londinese. Niente Halle, quindi. Il primo controllo sarà al Giorgio Armani Tennis Classic, in programma dal 23 al 27 giugno all’Hurlingham Club, dove saranno presenti anche Flavio Cobolli e Luciano Darderi.

Per Sinner sarà una prova senza punti in palio, ma con avversari validi e condizioni utili per ritrovare appoggi, tempi di reazione e soluzioni rapide. L’erba resta la superficie sulla quale ha giocato meno e quella che più di tutte gli ha chiesto adattamenti. Il suo tennis, nato sulla solidità da fondo e cresciuto sul cemento, ha dovuto aggiungere variazioni, servizio più incisivo e maggiore disponibilità alla rete.

Il passaggio che ha orientato una parte di questo lavoro risale a Wimbledon 2022. Nei quarti contro Novak Djokovic, Sinner andò avanti due set prima di subire la rimonta del serbo. Da quella partita arrivarono indicazioni che il suo staff non ha dimenticato. Darren Cahill ha raccontato il confronto avuto con Djokovic: “Mi spiegò che il gioco di Sinner aveva bisogno di più varietà, dicendomi che avrebbe dovuto migliorare al servizio e essere più imprevedibile in campo. Le sue parole sono state molto preziose. Ovviamente eravamo già al corrente degli aspetti del gioco in cui Jannik dovesse fare progressi, tuttavia ascoltare il pensiero di una leggendo come Nole ci ha fornito una prospettiva differente. Nel complesso mi sento di dire che Djokovic è stato molto utile anni fa, assicurandosi che stessimo apportando le giuste modifiche al gioco di Sinner”. Da lì il lavoro con Simone Vagnozzi e Cahill è diventato sempre più specifico. Sinner non ha mai nascosto quanto l’erba gli chiedesse qualcosa di diverso, soprattutto nei movimenti. Alla vigilia di Wimbledon 2023 spiegò così il suo rapporto con la superficie: “Non è facile trovare subito il feeling con gli appoggi, devi adattarti ogni giorno”.

Nel 2024, però, arrivarono i primi risultati concreti. Sinner vinse a Halle il suo primo titolo sull’erba e poi raggiunse i quarti di finale a Wimbledon, dove si fermò contro Daniil Medvedev in una partita condizionata anche da un malore. Il passo successivo è arrivato l’anno dopo, con un approccio ormai più sicuro e aggressivo. Prima del torneo disse: “Ora arrivo sull’erba con fiducia. È una superficie dove sento di poter esprimere un tennis super aggressivo”.

Quel Wimbledon si è chiuso con la finale vinta contro Carlos Alcaraz, dopo il primo set perso e una rimonta gestita con lucidità. Ora Sinner ci torna da campione in carica. La preparazione sarà più breve nei tornei, ma non nel lavoro. Hurlingham servirà a capire quanto in fretta il suo tennis riuscirà a rimettersi in assetto da erba.

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NASA Uses Machine Learning to Enhance Flash Flood Warnings

The Transient Artifact and Continuous Learning System (TACLS) leverages data from continuously operating satellite networks coupled with machine learning models to help meteorologists at the National Weather Service forecast flash floods more efficiently. This new software is the result of a collaboration between NASA’s Jet Propulsion Laboratory, the University of California, San Diego (UCSD), and the National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) National Weather Service (NWS).

A visual analysis from a TACLS test prediction run using data from flash floods the week of Christmas, 2025. The image shows flash flood warning (FFW) probabilities generated by TACLS (in shades of red) and overlaid on areas that received flash flood warnings from the National Weather Service (in blue).
Credit: UCSD Scripps Institution of Oceanography

Created with support from NASA’s Earth Science Technology Office (ESTO), TACLS leverages machine learning to automatically locate evidence (unusual increases in atmospheric moisture) of impending flash flooding that meteorologists may otherwise miss as they analyze large amounts of data. TACLS flags that evidence, indicates where flash flooding could likely occur, and displays that information via a user-friendly visualization for human analysts to interpret. Those analysts can then decide whether to issue a flash flood warning or weather advisory.

This novel framework for tracking extreme weather events and predicting imminent flash floods operates in near real-time, producing forecasts in as little as fifteen minutes.

“That’s really what we wanted to do, to give meteorologists a tool to help decision making for flash flood warnings,” said Yehuda Bock, Distinguished Researcher at the UCSD Scripps Institution of Oceanography and principal investigator for TACLS.

In simulations testing, TACLS used data from diverse severe weather events—including atmospheric rivers, monsoonal convection, and tropical cyclone remnants—between 2017 and 2023 and successfully captured 93% of the issued flash-flood warnings. Meteorologists from the National Weather Service are currently working to incorporate TACLS into their existing systems for forecasting flash floods in Southern California.

A cyclone makes landfall across the California coast on November 19, 2024. TACLS will help give communities more time to prepare for impending severe weather.
A cyclone makes landfall across the California coast on November 19, 2024. TACLS will help give communities more time to prepare for impending severe weather.
Credit: NASA

This learning system has two main components. First, an analytic back-end software suite uses machine learning algorithms to process satellite data and determine areas at risk for flooding. Second, user-friendly visualization software highlights those areas for further analysis by humans.

The ACLS back-end software analyzes data from satellites in the Global Navigation Satellite System (GNSS), a constellation of satellite networks that drive navigation services around the world. Water vapor in the troposphere delays signals from these satellites as they travel to Earth. This signal delay can be analyzed to calculate the amount of water vapor in the atmosphere over a particular location on Earth.

The TACLS analytic back-end software suite features a machine learning model trained using more than 30 years of past GNSS data. This model is an anomaly detector that tracks unusual increases in atmospheric moisture. The model then carefully examines that atmospheric moisture data and determines whether it’s either an artifact (a false feature or distortion in the data) or a transient (a time-sensitive physical event, like heavy precipitation) that requires interpretation by human analysts.

If TACLS determines the data represents a transient, such as an extreme weather event that warrants a flash flood warning, it will forward that data to the TACLS visualization software (MGViz) for further evaluation by humans. The analysts use their judgement and experience to interpret these events and determine whether the flagged data indicates a flash flood is likely, and, if necessary, issue a flash flood warning.

Several past innovations developed at JPL are leveraged by TACLS to process GNSS data and present the results. The analytic back-end software suite incorporates elements from JPL’s Domain-agnostic Outlier Ranking Algorithms program and the Time-series Forecasting, Evaluation, and Deployment program. The TACLS visualizer is based on the Multi-Mission Geographic Information System, originally developed at JPL for NASA’s Mars missions.

The TACLS software binds all these components within a novel system that enhances existing methods to reduce the amount of time it takes for a human analyst to determine whether to issue a flash flood warning.

Both the TACLS software and the data used to train it will be open-source, allowing scientists to either tailor this model in response to their unique research needs or create their own model from scratch.

For additional details, see the entry for this project on NASA TechPort. 

Project Lead: Dr. Yehuda Bock, University of California, San Diego. 

Sponsoring Organization(s): NASA’s Earth Science Technology Office Advanced Information Systems Technology Program; JPL; NOAA; National Weather Service. 

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Kate Middleton assente ad Ascot, Carlo III affaticato e arrossato oltre misura sotto il sole: Zara Tindall lo aiuta davanti a tutti, la famiglia reale si stringe attorno al re malato

Re Carlo III con il volto molto arrossato e l’aria di chi cerca di sopravvivere ad un sole cocente e a picco, ha raggiunto l’anello nel quale le carrozze dei reali salutano il pubblico coloratissimo del Royal Ascot. La famiglia Windsor in versione iper ridotta lo ha accompagnato stringendo i ranghi intorno a lui, ma questa volta, così come accade ormai dal 2023, la principessa del Galles non era tra di loro.

Kate e William hanno reso omaggio al re sabato 12 giugno in occasione della sfilata istituita da Giorgio III nel 1748 per festeggiare il compleanno del sovrano; con i tre bambini hanno salutato la folla festante dal balcone di Buckingham Palace e sopportato il gruppetto di contestatori appostati nel percorso lungo the Mall per urlare “not my King”, mostrando la foto del fratello di Carlo, Andrea Mountbatten-Windsor, a ricordare le ragioni della loro indignazione.
Impeccabili e ambasciatori della tradizione che si ripete (a volte) annoiata, lunedì hanno partecipato alla cerimonia istituita dal prestigioso Ordine della Giarrettiera al castello di Windsor. Come sempre accade in occasione della sue apparizione, è Kate a monopolizzare la scena, il suo sorriso conquista sudditi e ammiratori, la sua forza ispira chi sta attraversando il tunnel della malattia, così come è capitato a lei.

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Eppure, chi sperava di rivederla martedì, in carrozza, in prima linea con il re e i pochi membri della famiglia reale invitati ad Ascot, sarà rimasto molto deluso perché i principi del Galles non si sono presentati. L’anno scorso il forfait di Kate era apparso all’ultimo minuto dai cartelloni che indicano l’ordine di apparizione degli ospiti delle quattro carrozze che raggiungono il Royal Ring. E’ da lì che i Royals salutano la folla appostata sugli spalti, per poi dirigersi verso la pista sulla quel si sfidano i cavalli con i loro fantini. Sul Royal Box davanti alla gara, la regina Elisabetta II mostrava tutta la sua passione per le corse e per i cavali, che pare amasse persino più delle persone. La stessa passione è passata alla figlia, la principessa Anna, che non perde l’evento per nulla al mondo, sempre accompagnata dalla figlia, Zara e dal genero. Anche quest’anno era presente Peter, l’altro figlio di Anna, accompagnato dalla neo sposa, la seconda moglie, Harrier Sperling.
Un anno fa, nel gruppo di famiglia era stata inclusa anche la principessa Beatrice di York con il marito Edoardo Mapelli Mozzi, ma le vicende che hanno portato il padre a finire sotto indagine hanno di fatto spento i riflettori sulle due figlie, tenute a distanza di sicurezza dalla corona.

Così, come accade sempre più di frequente, è un povero re malato (nessuno ha mai comunicato una sua effettiva guarigione dal cancro che lo ha colpito nel 2024) affaticato e arrossato oltre misura dal sole di giugno, a doversi sobbarcare il peso e la responsabilità della monarchia. Camilla è accanto a lui, ma è Zara Tindall che gli sistema l’abito mentre gli accarezza la spalla quando scende dalla carrozza in un gesto di tenerezza e confidenza che la dice lunga sul rapporto tra zio e nipote e sull’affetto col quale chi è rimasto nella versione ristretta della “Ditta” sostiene il suo re, quando Kate non c’è.

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Mondiali, come sono andate le 24 ore dell’Iran negli Usa: dai fischi durante l’inno all’esultanza molto discussa

TijuanaLos Angeles, partita, Los Angeles-Tijuana. Tutto in 24 ore. Anzi, meno. L’Iran ha iniziato la sua avventura ai Mondiali 2026 che si giocano tra Usa, Canada e Messico e lo ha fatto in mezzo a non poche difficoltà nel pre, durante e nel post gara, nonostante il giorno prima Trump abbia annunciato l’accordo con Teheran per la fine della guerra. Sul campo contro la Nuova Zelanda è finita 2-2, con la formazione iraniana che ha recuperato per due volte lo svantaggio, ma a far discutere è il contorno del match tra fischi all’inno, bandiere controverse in tribuna, esultanze discutibili, dichiarazioni pesanti nel post gara e qualche problemino per tornare in Messico, dove si trova il quartier generale dell’Iran, a cui è concesso entrare negli Usa soltanto per le partite.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Le proteste dentro e fuori dallo stadio

Costretta a trasferirsi in Messico all’ultimo minuto (il “primo” quartier generale era in Arizona), ostacolata dai visti arrivati solo all’ultimo momento (e negato a una quindicina di membri dello staff tecnico) e con l’obbligo di entrare e uscire dagli Usa in massimo 24 ore, la nazionale iraniana ha giocato la propria partita, cercando di tenere lo sport “separato dalla politica”, come aveva chiesto il suo allenatore. Ciò non è accaduto però sugli spalti, dove la partita è stata molto carica di tensione emotiva.

I membri della diaspora iraniana, nota come “Tehrangeles“, hanno manifestato contro la Repubblica islamica fuori dallo stadio, mentre centinaia di tifosi all’interno hanno esposto l’emblema del leone e del sole, simboli della bandiera prima della rivoluzione del 1979. Una protesta contro l’attuale regime. I funzionari iraniani avevano ribadito che era responsabilità della Fifa garantire che fosse esposta solo la bandiera attuale, minacciando di interrompere la partita in caso contrario. Poi sono arrivati anche i fischi durante l’inno. Da lì sugli spalti si è cominciato a tifare, ma solo per la nazione e per il popolo iraniano, non per la squadra, storicamente considerata molto vicina al regime di Teheran. A fine partita l’autore del gol del momentaneo 1-1, Ramin Rezaeian, interpellato sui fischi all’inno da un giornalista, ha risposto “non sono affari tuoi“. “Se c’è qualche problema tra noi, sono affari nostri, non ti riguardano – ha detto Rezaeian in modo brusco -. Ti rispetto, ma è una questione che ci riguarda e la risolveremo, non preoccupartene”.

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L’esultanza discussa

Le bandiere con il leone e il sole, le proteste fuori dallo stadio e i fischi durante l’inno, ma non solo. A far discutere durante la partita è stata l’esultanza di Mohammad Mohebi, che ha segnato il gol del definitivo 2-2. L’esultanza di Mohebi si è suddivisa in due parti: prima ha fatto il gesto che richiama un’iniezione sul braccio, la cosiddetta ‘ice in my veins’ usata spesso in Nba, per indicare la freddezza nei momenti decisivi. E fin qui nulla di strano.

Subito dopo, però, l’attaccante 27enne del Rostov ha guardato verso le tribune e ha mimato un gesto che in molti hanno interpretato come uno sparo con una pistola rivolto ai presenti. “È stato un gesto spontaneo – ha detto Mohebi nel post gara – nato in quel preciso momento. Solo un’esultanza e basta”. Un‘esultanza molto chiacchierata, visto il contesto storico e geopolitico già di per sé parecchio delicato.

Le dichiarazioni post partita

La fase più calda delle 24 ore dell’Iran negli Usa è stata sicuramente quella del post gara, quando – a detta del commissario tecnico Amir Ghalenoei e del capitano Mehdi Taremi – alla nazionale è stato chiesto di “andare via subito“. “Siamo la squadra più maltrattata di tutto il Mondiale“, ha aggiunto il ct Amir Ghalenoei, riferendosi ai problemi logistici e per ottenere i visti. “Non sappiamo nemmeno il perché ed è molto strano, altri stanno decidendo al posto nostro“, le sue parole nella conferenza stampa successiva alla partita.

“Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”

“È molto stressante per i giocatori, riceviamo poco sostegno, credo che la Fifa avrebbe potuto fare di meglio – aveva rincarato la dose Taremi – Siamo stanchi di questa situazione. Abbiamo avuto molti problemi negli ultimi mesi. Vogliamo soltanto pace e gioia. Non sono questi gli slogan della Fifa?”. Parole che Taremi ha rivolto anche al presidente della Fifa, Gianni Infantino, che dopo la gara aveva fatto visita alla squadra negli spogliatoi. “Gli abbiamo chiesto le stesse cose, lui vuole aiutare ma ci sono altri problemi“, si è limitato a dire l’ex attaccante dell’Inter.

Il ritorno in Messico

Anche il ritorno in Messico non è stato dei più sereni: secondo quanto riportato da RMC Sport, due calciatori – l’ex attaccante dell’Inter e capitano della nazionale Mehdi Taremi e il compagno di squadra Saeed AlAlawi – hanno avuto delle complicazioni durante l’imbarco sul volo di ritorno da Los Angeles, circostanze simili a quelle già vissute al loro arrivo. Da Teheran la Federazione ha fatto sapere che le procedure per lasciare l’aeroporto si sono protratte in modo ingiustificato, ritardando così la partenza per Tijuana. Successivamente la Federazione ha riportato che il visto di un altro giocatore, Mehdi Torabi, era scaduto perché valido per un solo ingresso e che si sta già lavorando per rinnovarlo in vista delle prossime partite.

Domenica l’Iran tornerà di nuovo negli Stati Uniti per affrontare il Belgio ancora a Los Angeles, in una sfida già cruciale per il cammino nel girone. Ma dopo tutto ciò che è accaduto nelle ultime 24 ore, la sensazione è che i problemi più grandi per la nazionale iraniana non siano in campo. Tra tensioni politiche, ostacoli burocratici e continui imprevisti logistici, la partita più complicata dell’Iran sembra ancora giocarsi fuori.

L'articolo Mondiali, come sono andate le 24 ore dell’Iran negli Usa: dai fischi durante l’inno all’esultanza molto discussa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin

L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.

Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.

Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.

Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.

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Takeaways From JD Vance’s New Book ‘Communion,’ on Faith and His Political Ambitions

In a new memoir, Mr. Vance recalls an “unsettling” meeting with Vatican officials on immigration policy and disavows his infamous disparagement of some Democrats as “childless cat ladies.”

© Nathan Howard for The New York Times

In his new memoir, “Communion: Finding My Way Back to Faith,” Vice President JD Vance makes a running start on defining his political philosophy as the 2028 presidential race starts to take shape.
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Dove mangiare a Roma tra monumenti e panorami: 10 luoghi da provare durante la visita

Roma è probabilmente una delle poche città al mondo in cui il problema del turista non è decidere cosa vedere, ma quando fermarsi. Le distanze tra un monumento e l’altro sono spesso minime, e chi attraversa il centro storico finisce facilmente per passare dal Colosseo al Pantheon, da Piazza Venezia a Piazza di Spagna, senza quasi accorgersene. In questo continuo accumularsi di stratificazioni storiche, però, mangiare bene rischia di diventare un’attività secondaria.

Si entra in una trappola ben nota: perdere un’ora seduti a tavola significa rinunciare a una visita, ma accontentarsi di uno spuntino frettoloso significa sacrificare una delle dimensioni più importanti del viaggio in Italia. Negli ultimi anni per fortuna sono sorti luoghi che permettono di continuare a guardare Roma mentre si mangia o si beve, da terrazze affacciate sui monumenti stessi o da indirizzi raggiungibili in pochi minuti a piedi. Dal Colosseo ai Fori Imperiali, da Piazza del Popolo a San Giovanni, ecco dieci soste che meritano una deviazione durante una giornata nella Città Eterna.

Oro Bistrot (Fori Imperiali)

A Roma esistono molti ristoranti panoramici, ma pochi possono vantare una posizione paragonabile a quella di Oro Bistrot. Situato all’ultimo piano dell’Nh Collection Fori Imperiali, il locale si affaccia su uno dei panorami più riconoscibili della città, abbracciando con un solo sguardo i Fori Imperiali, l’Altare della Patria e la cupola di San Pietro. La vista, però, è soltanto il punto di partenza. Il progetto gastronomico porta la firma di Natale Giunta, mentre la cucina quotidiana è affidata allo chef resident Kerim Montinaro, che costruisce una proposta influenzata dalle esperienze maturate tra Italia, Stati Uniti e Asia.

La carta alterna percorsi degustazione e piatti che utilizzano la cucina italiana come riferimento principale, introducendo contaminazioni internazionali sempre misurate. A completare l’esperienza c’è il cocktail bar guidato da Daniele Zandri, che con la drink list “Back to the Bar” rilegge classici nati tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento attraverso tecniche contemporanee. Il risultato è un indirizzo che riesce a essere contemporaneamente ristorante gastronomico, cocktail bar e osservatorio privilegiato sulla Roma monumentale.

The Court (Colosseo)

Pochi cocktail bar al mondo possono permettersi di avere davanti alla propria terrazza uno dei monumenti più celebri della storia occidentale. The Court, all’interno di Palazzo Manfredi, ha costruito la propria identità proprio su questo dialogo continuo con il Colosseo.

Il progetto nasce dalla visione di Matteo Zed, bartender romano con esperienze professionali tra New York, Londra e Tokyo, che negli anni ha trasformato il locale in uno dei riferimenti della mixology cittadina. Qui il cocktail è uno strumento narrativo che utilizza distillati, aromi e tecniche contemporanee per raccontare storie. Sedersi a The Court significa osservare il Colosseo da una prospettiva inconsueta, accompagnando la visita al monumento con una delle carte cocktail più articolate della città.

Gigi Rigolatto (Pantheon)

Nel cuore del centro storico, a pochi passi dal Pantheon, Gigi Rigolatto occupa la terrazza dell’Orient Express La Minerva e si affaccia su una delle aree più dense di storia della capitale. Il Bellini Bar rappresenta il centro della proposta e trasforma il rooftop in un punto di ritrovo sospeso tra monumenti, campanili e tetti che si rincorrono fino all’orizzonte.

La posizione consente di interrompere per qualche ora il percorso attraverso il centro storico senza allontanarsi realmente dai luoghi simbolo della città. È una pausa che mantiene costante il rapporto con il paesaggio urbano e con quell’intreccio di epoche che caratterizza Roma più di qualsiasi altra capitale europea.

Notos Rooftop (Piazza Venezia)

A pochi minuti da Piazza Venezia, il rooftop del Six Senses Rome ha costruito la propria identità attorno a un’idea di convivialità contemporanea che unisce gastronomia, cocktail e vita sociale. Per la stagione 2026 il concept scelto è “Italian Summer Coast”, un omaggio alle tradizioni gastronomiche delle coste italiane interpretato dall’executive chef Fabio Sangiovanni. Alici, ostriche alla brace, fritture di pesce, gnocchi alla sorrentina e ingredienti provenienti da piccoli produttori del Lazio e del Sud Italia costruiscono una cucina che guarda al Mediterraneo senza rinunciare alla semplicità.

La proposta beverage segue la stessa filosofia, con cocktail e mocktail che utilizzano botaniche, agrumi e ingredienti locali. Durante la bella stagione il rooftop si trasforma inoltre in un palcoscenico dedicato a musica dal vivo, DJ set e appuntamenti speciali, diventando uno dei punti di osservazione più interessanti sulla Roma contemporanea.

Modius (Altare della Patria)

All’interno del Radisson Collection Hotel Roma Antica, Modius utilizza la cucina come strumento per raccontare il rapporto tra la città contemporanea e il suo passato. Il nome richiama infatti l’antica unità di misura del grano utilizzata nella vicina Porticus Minucia, sottolineando il legame con il quartiere che circonda la struttura. La vera protagonista rimane però la terrazza panoramica all’ultimo piano dell’hotel.

Da qui lo sguardo abbraccia alcuni dei monumenti più rappresentativi della capitale, dall’Altare della Patria al Pantheon, passando per la Chiesa del Gesù e la cupola di San Pietro. Cocktail e piatti da condividere accompagnano un’esperienza che permette di osservare il centro storico da una prospettiva privilegiata.

Villa Spalletti Trivelli (Quirinale)

A pochi passi dal Palazzo del Quirinale, Villa Spalletti Trivelli rappresenta una delle espressioni più eleganti dell’ospitalità romana. La dimora storica, oggi boutique hotel, continua a conservare il carattere di una residenza privata grazie ai saloni arredati con mobili di famiglia, alla biblioteca e al giardino all’italiana che contribuiscono a creare un’atmosfera raccolta e discreta.

L’esperienza ristorativa in terrazza sul tetto attinge a piene mani dalla tradizione locale offrendo una semplice ma deliziosa selezione di insalate, accompagnata da olio d’oliva Pomario bio di famiglia, panini con pane appena sfornato e gelato fatto in casa.

Anima – The Rome Edition (Piazza Barberini)

All’interno del The Rome Edition, nelle vicinanze di Piazza Barberini, Anima costruisce un dialogo gastronomico tra Roma e Napoli. Lo chef Antonio Gentile parte dalle proprie radici partenopee per sviluppare una cucina che attraversa due delle tradizioni culinarie più influenti d’Italia, mantenendo al centro ingredienti stagionali e produttori selezionati tra Lazio e Campania.

La proposta alterna grandi classici e interpretazioni personali, mentre il menu degustazione 227 Km utilizza simbolicamente la distanza tra Roma e Napoli come filo conduttore di un percorso gastronomico che attraversa territori, ingredienti e culture. Il ristorante si sviluppa tra sale caratterizzate da riferimenti alla Dolce Vita romana e un ampio cortile interno popolato da centinaia di piante, creando un ambiente che riesce a isolarsi dal ritmo della città pur restando nel suo centro più monumentale.

Cielo Bar – Hotel de La Ville (Trinità dei Monti)

In cima alla Scalinata di Trinità dei Monti, l’Hotel de La Ville occupa una delle posizioni più spettacolari dell’intero centro storico. L’edificio settecentesco, oggi parte della collezione Rocco Forte Hotels, domina Piazza di Spagna dall’alto e mantiene il fascino delle grandi dimore romane trasformate in alberghi di lusso. Sul rooftop trova spazio il Cielo Bar, un luogo che sfrutta pienamente questo rapporto privilegiato con il paesaggio urbano.

La proposta beverage sviluppata dal Director of Mixology Simone Di Serio prende ispirazione dalla tradizione italiana dell’aperitivo e la reinterpreta attraverso una sensibilità contemporanea. Il risultato è una sosta che permette di osservare uno dei luoghi più celebri della capitale da una prospettiva diversa da quella della folla che ogni giorno riempie la scalinata.

Moon Asian Bar (Piazza del Popolo)

A pochi passi da Piazza del Popolo, Moon Asian Bar rappresenta una delle realtà più originali del panorama romano. L’izakaya contemporaneo dell’Hotel Valadier si sviluppa su due livelli e due terrazze panoramiche, costruendo un percorso che unisce cucina asiatica, cocktail e sakè.

Il menu propone bao, gyoza, nigiri, uramaki e tempure pensati per essere condivisi, mentre la carta cocktail realizzata da Magdalena Rodriguez Salas prende ispirazione da manga e anime della cultura giapponese. Akira, Kiki e Saichō sono solo alcuni dei drink che raccontano questo legame con il Sol Levante. L’intero progetto ruota attorno al concetto di condivisione, espresso sia attraverso il menu sia attraverso l’organizzazione dello spazio, dove bartender e sushi maker lavorano sullo stesso banco creando un dialogo continuo tra cucina e mixology.

Beppe e i Suoi Formaggi (San Giovanni)

Dopo una sequenza di rooftop e terrazze panoramiche, Beppe e i Suoi Formaggi offre una deviazione diversa ma non meno significativa. A pochi passi dalla Basilica di San Giovanni in Laterano, il progetto fondato da Giuseppe Giovale riporta l’attenzione sul prodotto e sulla cultura casearia. Pastore piemontese e produttore di formaggi, Giovale ha costruito negli anni uno dei punti di riferimento romani per il formaggio a latte crudo, portando nella capitale una selezione che affonda le proprie radici nella storia della sua famiglia, attiva tra il Moncenisio e la Val Sangone dal 1621.

Il nuovo locale di Via Gallia conserva il banco come fulcro dell’esperienza, con oltre cento referenze a latte crudo e una proposta che accompagna l’intera giornata, dalla colazione alla cena. Accanto ai taglieri trovano spazio piatti che rendono omaggio alle radici piemontesi del fondatore, dai tajarin al burro d’alpeggio al vitello tonnato e alla battuta di Fassona. È una conclusione ideale per un itinerario romano che, dopo aver attraversato alcuni dei monumenti più celebri del mondo, ricorda come una parte fondamentale dell’identità italiana continui a vivere nelle produzioni artigianali e nei mestieri della tavola.

L’articolo Dove mangiare a Roma tra monumenti e panorami: 10 luoghi da provare durante la visita è tratto da Forbes Italia.

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Come l’Iran ha orchestrato la sua svolta multipolare

di Pepe Escobar

Cominciamo con una dichiarazione storica del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano (SNSC).

Punti chiave:

“La Repubblica Islamica dell’Iran, alla luce delle direttive del suo leader martire, ha completato l’affermazione della sua superiorità sul nemico americano-sionista.”

“Il testo del memorandum d’intesa relativo ai negoziati volti a porre fine alla guerra, i cosiddetti ‘negoziati di Islamabad’, è stato finalizzato tra Iran e Stati Uniti la sera del 14 giugno.”

“La guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese, termineranno immediatamente e definitivamente a partire da stasera.”

“Inoltre, il blocco navale contro l’Iran sarà revocato immediatamente e completamente.”

“La firma di questo memorandum d’intesa avverrà ufficialmente venerdì” [ovvero il 19 giugno a Ginevra].

“I negoziati per un accordo definitivo saranno rinviati fino a quando gli impegni assunti dall’altra parte non saranno attuati in conformità con il memorandum d’intesa.”

Tra i tanti elementi da analizzare, ecco alcuni fatti cruciali: il memorandum d’intesa sarà approvato dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (SNSC) solo su ordine diretto della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il decisore finale; non vi è alcuna garanzia ( enfasi mia) che il culto della morte in Medio Oriente si asterrà dall’attaccare il Libano; e solo dopo il 19 giugno inizierà davvero il lungo e tortuoso cammino – o la “danza dei negoziati” –

La notizia di un “accordo di Islamabad” è stata rivelata venerdì scorso da Transition Protocol , un nuovo progetto che io e Larry Johnson stiamo conducendo insieme, dopo averlo descritto in dettaglio la settimana precedente sul nostro vecchio canale, Power Shift , che è stato chiuso su ordine diretto del governo statunitense a Google.

Abbiamo annunciato il piano preciso per questa trasformazione strutturale. Abbiamo anche condiviso la valutazione delle nostre fonti secondo cui l’Iran, se messo alle strette, sarebbe pronto a seguire un modello di deterrenza simile a quello nordcoreano, compresa la possibilità di dimostrare la propria capacità nucleare sul proprio territorio per porre fine a decenni di coercizione da parte degli Stati Uniti e di Israele.

Non sorprende quindi che anche l’Iran, tramite il CSSN, abbia espresso la sua “gratitudine” per l’instancabile lavoro dei mediatori pakistani e del Qatar.

Il legame tra Iran e Pakistan

Passiamo ora all’analisi dell’intelligence su come questo trionfo multipolare sia stato orchestrato, secondo le nostre fonti iraniane e pakistane.

L’artefice di questa svolta nel memorandum d’intesa è stato essenzialmente il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Domenica è rientrato a Teheran dopo una missione altamente riservata a Islamabad durante il fine settimana, dove ha finalizzato i dettagli del quadro annunciato dallo stesso Trump, che per il resto era molto impegnato in una serie di incontri di arti marziali miste sul prato della Casa Bianca. Tuttavia, non si tratta di un accordo: è un memorandum d’intesa.

Come previsto, il culto della morte in Medio Oriente ha disperatamente cercato di far fallire il memorandum d’intesa attaccando il Libano. L’Iran ha quindi lanciato un ultimatum inequivocabile a Trump tramite mediatori pakistani: se la situazione fosse continuata, l’Iran era pronto a lanciare un attacco su vasta scala contro Israele. Trump alla fine ha deciso che non voleva che il suo (enfasi mia) accordo venisse compromesso.

Le nostre fonti avevano precedentemente confermato che Teheran aveva adottato una linea dura e concesso a Washington tempo fino alla fine di giugno per soddisfare due condizioni essenziali: lo sblocco e la restituzione di circa 12 miliardi di dollari di fondi iraniani; e la revoca completa delle sanzioni statunitensi.

In cambio, l’Iran accetterebbe formalmente di rinunciare allo sviluppo di un’arma nucleare e offrirebbe concessioni specifiche e strutturate.

Il punto cruciale è che Teheran si è assicurata che la scadenza fosse reale, e Washington doveva capirlo.

Torniamo ora alle questioni chiave relative al memorandum d’intesa.

Per quanto riguarda le risorse nucleari: Teheran ha confermato in modo definitivo che le scorte di uranio altamente arricchito (HEU) sono completamente al sicuro e definitivamente fuori dalla portata degli Stati Uniti e di Israele.

Integrazione multipolare: il Pakistan si sta affermando come la pietra angolare di una nuova architettura regionale tra Asia occidentale e Asia meridionale. Islamabad sta inoltre agevolando, in modo discreto, un riavvicinamento estremamente complesso tra Iran ed Emirati Arabi Uniti. Il capo della sicurezza degli Emirati Arabi Uniti si è recato in Iran venerdì, con l’assistenza del Pakistan, affinché Abu Dhabi potesse sbloccare oltre 2 miliardi di dollari di fondi congelati destinati all’Iran.

La matrice di sicurezza: il Pakistan è il principale facilitatore che collega l’Iran a Qatar, Bahrein, Arabia Saudita ed Egitto. Con il pieno appoggio della Cina, è probabile che il Pakistan fornisca aerei da combattimento J-10C a molti di questi attori.

Infine, c’è il forte impatto simbolico dell’Iran che infligge una grave sconfitta strategica agli Stati Uniti e a Israele. A suggellare questo epocale cambiamento, i funerali della Guida Suprema assassinata, l’Ayatollah Khamenei, si terranno intorno al 10 di Muharram (Ashura), durante la prima settimana di luglio. Questo evento sarà presentato in tutto l’Iran come una grande “Giornata della Vittoria”. L’intero Sud del mondo seguirà con attenzione questo evento.

Gli Stati Uniti saranno in grado di rispettare un accordo?

I compiti monumentali relativi al memorandum d’intesa, come rivelato dai media iraniani, inizieranno immediatamente, durante il periodo di 30 giorni successivo alla firma.

Washington dovrà ribadire “il suo impegno a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica islamica dell’Iran “. Una sfida non indifferente.

Premier Pakistan Sharif

Al momento della firma, gli Stati Uniti dovranno affermare che “non aumenteranno il numero di truppe o risorse militari presenti nella regione, né imporranno nuove sanzioni durante i negoziati ” .

L’Iran ribadirà “il suo impegno nei confronti del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) e confermerà che non produrrà, svilupperà o acquisirà mai un’arma nucleare “. Questa è sempre stata la politica ufficiale dell’Iran.

Al momento della firma del memorandum d’intesa, gli Stati Uniti dovranno dichiarare che “forniranno all’Iran metà dei suoi fondi congelati, pari a 12 miliardi di dollari, che saranno resi disponibili in modo irreversibile entro 30 giorni, con l’impegno di rendere disponibile la restante metà entro i successivi 60 giorni ” .

Gli Stati Uniti devono inoltre “concedere, con effetto immediato, l’esenzione dalle sanzioni per le esportazioni iraniane di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, impegnandosi a estendere tali esenzioni in modo permanente una volta raggiunto un accordo definitivo ” .

Gli Stati Uniti “avvieranno immediatamente consultazioni con Israele per presentare un calendario a breve termine per un ritiro completo di Israele dal Libano, comprese le aree occupate in seguito all’accordo del 2024 tra Israele e Hezbollah “. Realisticamente, questo sarà impossibile.

L’Iran confermerà “che riaprirà lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo commerciale, secondo alcune disposizioni specifiche stabilite dall’Iran, entro 30 giorni “. È impossibile che non ci sarà alcun pedaggio.

Supponendo che tutto quanto sopra si svolga senza imprevisti, si passerà alla Fase III dei negoziati per un accordo finale: un periodo di 60 giorni, più una quasi inevitabile proroga. Il periodo di negoziazione di 60 giorni avrà inizio una volta che tutte (enfasi mia) le condizioni del memorandum d’intesa saranno state soddisfatte durante i 30 giorni precedenti.

È entro questi 60 giorni che gli Stati Uniti devono sbloccare i restanti 12 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, nonché “presentare piani per un fondo di ricostruzione per l’Iran, del valore di almeno 300 miliardi di dollari, finanziato in parte dagli Stati del Golfo”. Questo è assolutamente irrealistico.

Infine, gli Stati Uniti e l’Iran “avvieranno discussioni approfondite su una soluzione permanente alle questioni relative al nucleare, tra cui l’arricchimento, le scorte di uranio esistenti e il destino dei siti nucleari ” .

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza radicale, ci sono poi i negoziati sulla “revoca di tutte le sanzioni economiche contro l’Iran, comprese le sanzioni primarie, secondarie, statunitensi e delle Nazioni Unite, nonché il ritiro di tutte le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’AIEA contro l’Iran” .

L’accordo finale, ovviamente, se mai si concretizzerà, sarà approvato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Anche il JCPOA lo fu. E Trump lo ha comunque fatto saltare.

Ministro degli Esteri Iraniano Araghchi

Perché Trump ha cambiato idea

L’improvviso voltafaccia di Trump, dalle diatribe sulla “distruzione” della civiltà iraniana alle esortazioni a un “accordo sul tavolo”, potrebbe non essere altro che una cortina fumogena: una tattica diversiva per catturare l’attenzione dei mercati, prima che il Dipartimento delle Guerre Eterne lanci una nuova ondata di attacchi.

Tuttavia, la dura punizione inflitta alla base americana di Al-Azraq in Giordania, con l’ampliamento del campo di battaglia, ha effettivamente modificato i calcoli di Washington.

Inoltre, le condizioni iraniane, inizialmente accettate in linea di principio, non hanno mai permesso a Trump di presentare l’esito come una vittoria. Proprio quando ci stavamo avvicinando alla possibilità di un “accordo di Islamabad”, Trump ha fatto marcia indietro e ha inviato nuove richieste/emendamenti a Teheran tramite i mediatori pakistani.

Teheran mantenne la calma e lo lasciò aspettare, esasperato, per diversi giorni. Allo stesso tempo, tutti i livelli del governo iraniano inviarono un messaggio chiaro, ripetutamente: non puoi alterare la realtà della tua sconfitta strategica con le tue fantasiose manovre.

Come previsto, Trump ha tentato di intensificare la pressione militare mentre i mediatori pakistani erano ancora a Teheran. L’Iran ha risposto, durante due notti di crescente tensione, colpendo il doppio degli obiettivi rispetto agli Stati Uniti. È stato a questo punto che Trump potrebbe aver finalmente colto il messaggio.

Se questo memorandum d’intesa verrà effettivamente firmato venerdì prossimo — e si tratta di un “se” tutt’altro che scontato — allora segnerà l’inizio di un ordine geopolitico completamente nuovo, per quanto sorprendente possa essere, e assolutamente impossibile da prevedere solo pochi mesi fa.

Stretto di Hormuz

Questo nuovo gioco include il declino delle infrastrutture militari statunitensi nel Golfo, aggirate in tempo reale, e l’Iran che controlla pienamente lo Stretto di Hormuz, con una potenza di fuoco inarrestabile che si estende dall’Anatolia a Mogadiscio.

Questo è già uno degli eventi geopolitici più significativi del secolo eurasiatico: un fondamentale cambio di paradigma orchestrato dalla guerra e dalla resilienza sovrana sul campo. E ora, Washington dovrà imparare, a proprie spese e realisticamente, che qualsiasi ritiro dagli impegni presi di fronte al mondo intero sarà bilaterale.

Pepe Escobar

Fonte: Telegra.ph

Traduzione: Luciano Lago

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Six Takeaways From the Times Investigation Into Epstein’s Death

We considered every plausible theory of his death, both official and otherwise, seeking out the most persuasive arguments and evidence for each.

© Andrew Moore for The New York Times

The Metropolitan Correctional Center in Lower Manhattan, where Jeffrey Epstein arrived on the evening of July 6, 2019, and died 35 days later.
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Al G7 vertice sull’Ucraina tra Trump, Macron e Zelensky: Casa Bianca in pressing su Putin che “deve fare un accordo”

Non solo l’Iran. Nel G7 francese di Évian, sulle rive del Lago di Ginevra, l’altro dossier al centro dell’attenzione è l’Ucraina e la guerra che da quattro anni sconvolge il Paese dopo l’aggressione da parte della Russia di Vladimir Putin. La riunione dei “sette grandi” della Terra ha coinvolto infatti anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, invitato a partecipare al vertice francese. Proprio Zelensky ha avuto questa mattina un importante incontro trilaterale assieme al padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron, e il suo omologo statunitense Donald Trump, un faccia a faccia atteso da quasi quattro mesi.

Quest’ultimo, fresco di accordo con l’Iran per mettere fine al conflitto nel Golfo Persico, il tempo saprà dire se reggerà o meno di fronte ad un alleato come Israele che ha chiaramente fatto capire di non aver intenzione di fermare la sua offensiva militare in Libano, parte dell’intesa siglata tra Washington e Teheran, vuole ora ottenere una nuova intesa anche sull’altro fronte.

“La Russia dovrebbe raggiungere un accordo, ha perso un numero incredibile di persone e idem l’Ucraina. L’ultimo mese hanno perso tra i due 35mila soldati, è una follia che succede laggiù”, ha detto Trump rivelando inoltre di aver parlato domenica con Vladimir Putin, per poi sottolineare che per un accordo di cessate il fuoco farà “tutto ciò che è in mio potere”. Una delle opzioni, secondo quanto fatto trapelare da fonti francesi, è che la Casa Bianca ripristini le sanzioni sul petrolio russo dopo aver sbloccato la situazione nello Stretto di Hormuz, dove il blocco iraniano aveva spinto l’amministrazione Trump a eliminare in fretta e furia le sanzioni contro il petrolio di Mosca a seguito dello scoppiare della crisi sui mercati energetici.

E sempre da Évian Zelensky ha rimarcato come “i leader del G7 concordano sul fatto che la Russia non stia vincendo”. Parlando al Next Summit alla domanda su come è andato il suo incontro con Donald Trump, Zelensky ha sorriso e ha risposto di avergli “raccontato tutto”. Per il presidente ucraino i leader del G7 hanno dato vita ad un vertice “molto positivo” con un’ampia discussione su come spingere la Russia a negoziare. Zelensky ha detto anche che i leader del G7 concordano all’unanimità sul fatto che “la Russia non sta vincendo ed ha anzi molte vittime, e deve raggiungere un accordo il più rapidamente possibile”. Zelensky ha aggiunto che un numero crescente di russi comprende che il loro Paese non sta vincendo e che la guerra dovrebbe finire: “Meglio tardi che mai”.

It is always important to coordinate positions.
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Завжди важливо координувати позиції.

🇺🇦🇺🇸 pic.twitter.com/pkaU9WTx8e

— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) June 16, 2026

Da Mosca la reazione ufficiale è arrivata per bocca di Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Il fedelissimo di Vladimir Putin ha spiegato che il leader russo non ha ricevuto un invito al vertice del G7 a Évian e che “non canali ufficiali tra Mosca e Kiev”, rispondendo a una domanda a una domanda sull’eventualità che Putin avesse ricevuto un invito tramite canali ufficiali e sulle indiscrezioni riguardanti la disponibilità di Zelensky per incontrare Putin a margine del vertice francese.

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European Union Lawmakers Approve Much-Delayed Trade Deal With U.S.

After nearly a year of wrangling, the deal the European Union struck with President Trump in Turnberry, Scotland, is headed for final approval.

© Jean-Christophe Verhaegen/Agence France-Presse — Getty Images

The European Parliament voted on a trade deal between the United States and the European Union in Strasbourg, France, on Tuesday.
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Who Are the Leaders at the G7 Summit in France?

On a roll or against a wall, Group of 7 leaders bring sharply different agendas. The leaders of some other nations are also attending to press their own interests.

© Pool photo by Thibault Camus

Leaders meeting during the G7 summit in Evian-les-Bains, in France, on Tuesday.
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Who Are the Leaders at the G7 Summit in France?

On a roll or against a wall, Group of 7 leaders bring sharply different agendas. The leaders of some other nations are also attending to press their own interests.

© Pool photo by Thibault Camus

Leaders meeting during the G7 summit in Evian-les-Bains, in France, on Tuesday.
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Riding High After I.P.O., SpaceX Will Buy A.I. Start-Up for $60 Billion

SpaceX exercised its option to acquire Cursor in an all-stock deal, bolstering Elon Musk’s ambitions in artificial intelligence.

© Jordan Vonderhaar for The New York Times

The deal to acquire Cursor signals how Elon Musk is delving further into A.I. and expanding SpaceX from its main businesses of building rocket ships and offering satellite internet service.
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The ‘Paddington’ Musical Will Come to Broadway Next Spring

The show, which revisits the story of a marmalade-loving bear, plans to open next April at the Hirschfeld Theater in New York.

© Kalpesh Lathigra for The New York Times

“Paddington,” according to the musical’s producer Sonia Friedman, is “a show about fun, adventure, joy and comedy, but on a more profound level it’s a story about searching for home.”
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Audi A6 Allroad, la station wagon sportiva che continua a sfidare i Suv – FOTO

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Esordio per la quinta generazione di Audi A6 Allroad, che da quasi 30 anni scommette su una formula furba: far convivere la fruibilità di una station wagon senza “scadere” nella ricetta del solito Crossover/Suv. Estetica e meccanica, quindi, remano nella stessa direzione: unire un elevato comfort stradale a doti fuoristradistiche degne di nota.

In arrivo nelle concessionarie in autunno, la nuova Allroad sposa il linguaggio stilistico (grintoso) dell’ultima edizione della A6, da cui eredita la piattaforma costruttiva. Gli esterni si caratterizzano inoltre per la griglia anteriore dotata di elementi esagonali verticali e per le protezioni sottoscocca nere, le quali possono essere rifinite in grigio opaco o alluminio. Il resto lo fanno contenuti come le sospensioni pneumatiche adattive (offrono un’escursione totale di 55 millimetri), la trazione integrale, le quattro ruote sterzanti (che migliorano agilità o stabilità a seconda dei frangenti di guida) e una gamma motori che comprende il propulsore V6 TDI e l’inedito e-Hybrid ricaricabile.

Rispetto alla tradizionale wagon da cui deriva, per la prima volta la Allroad si presenta più larga: l’incremento è di 11 centimetri rispetto alla familiare standard, con carreggiate che crescono di 74 millimetri all’anteriore e di 70 millimetri al posteriore. Quindi, la vettura può ora essere equipaggiata con ruote che possono arrivare fino a una misura di 21 pollici. L’altezza da terra cresce di 34 millimetri rispetto alla Avant, un dato che si rivela fondamentale per evitare contatti indesiderati quando si viaggia su strade particolarmente accidentate.

All’interno spicca il grande display panoramico curvo con tecnologia OLED, un elemento che integra il cruscotto digitale da 11,9 pollici e lo schermo tattile centrale da 14,5 pollici. A questa configurazione si può aggiungere un ulteriore monitor da 10,9 pollici posizionato davanti al passeggero anteriore e dedicato al suo intrattenimento. La vera novità tecnologica risiede però nell’integrazione dell’intelligenza artificiale attraverso ChatGPT, che permette al sistema di bordo di rispondere a domande complesse e di gestire i comandi vocali in modo molto più naturale.

Il sistema è inoltre in grado di apprendere le abitudini di chi si trova alla guida, creando delle routine automatiche, come l’attivazione del riscaldamento dei sedili al raggiungimento di una determinata temperatura esterna o il sollevamento automatico dell’assetto in prossimità di rampe particolarmente inclinate. Per quanto riguarda lo spazio di carico, il bagagliaio offre una capacità standard di 466 litri, che scendono a 404 litri nella versione ibrida a causa dell’ingombro della batteria, ma che possono salire fino a circa 1.500 litri complessivi abbattendo i sedili posteriori.

Sotto il cofano un propulsore 3.0 V6 turbodiesel da 299 cavalli di potenza massima, offerto a un prezzo di partenza di 77.250 euro in Germania: grazie alla tecnologia mild hybrid i consumi risultano molto limitati e la risposta al pedale del gas immediata. Per chi invece cerca la “guida a batteria” nei contesti urbani, fa il suo debutto la versione e-hybrid con 367 cavalli complessivi, venduta sul mercato tedesco a partire da 80.250 euro. Questo schema tecnico abbina un motore 2.0 a benzina a un motore elettrico alimentato da un accumulatore da 25,9 kWh, promettendo un’autonomia elettrica che può raggiungere i 95 chilometri.

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SpaceX acquisirà la piattaforma di programmazione AI Cursor per 60 miliardi di dollari

SpaceX ha annunciato l’acquisizione della piattaforma di programmazione basata sull’intelligenza artificiale Cursor per 60 miliardi di dollari, pochi giorni dopo il debutto in borsa di grande successo dell’azienda spaziale di Elon Musk, che ha portato la sua capitalizzazione di mercato a superare i 2.500 miliardi di dollari.

Punti chiave

  • In un documento depositato presso la Securities and Exchange Commission (SEC), SpaceX ha dichiarato che acquisirà la società madre di Cursor, Anysphere, Inc., che diventerà una consociata interamente controllata dall’azienda spaziale.
  • SpaceX prevede di concludere la fusione entro il terzo trimestre del 2026.
  • Ad aprile, SpaceX aveva annunciato una partnership con Cursor, affermando che le due società avrebbero lavorato insieme su “intelligenza artificiale applicata alla programmazione e al lavoro basato sulla conoscenza”.
  • L’azienda spaziale aveva dichiarato all’epoca di riservarsi il diritto di pagare a Cursor 10 miliardi di dollari per la collaborazione o di acquisire l’azienda per 60 miliardi di dollari.
  • La divisione di intelligenza artificiale di SpaceX, il chatbot Grok di xAI, non è riuscita a competere con gli strumenti di programmazione IA di rivali come Claude Code di Anthropic e Codex di OpenAI, e l’acquisizione di Cursor è probabilmente un tentativo di renderla più competitiva.
  • Quest’anno Grok ha perso terreno rispetto a Claude in termini di quota di mercato, mentre la piattaforma di Anthropic ha beneficiato del successo dei suoi strumenti di programmazione IA.

Contesto

SpaceX ha debuttato in borsa la scorsa settimana con un’Ipo da record che ha raccolto oltre 85 miliardi di dollari e ha valutato l’azienda oltre 2.000 miliardi di dollari. Il debutto strepitoso ha permesso al fondatore e ceo Musk di diventare il primo trilionario al mondo. Il titolo ha continuato a salire lunedì, con un aumento di quasi il 20%, chiudendo la giornata con SpaceX come sesta azienda di maggior valore al mondo, con una capitalizzazione di mercato di 2.500 miliardi di dollari.

Come ha reagito il mercato all’accordo con Cursor?

Le azioni di SpaceX hanno continuato a salire nelle contrattazioni pre-mercato di martedì mattina, guadagnando oltre il 10% prima dell’annuncio dell’accordo con Cursor. Le azioni della società spaziale hanno poi ridotto parte dei guadagni successivi all’annuncio dell’accordo e ora vengono scambiate a 203,40 dollari nel pre-mercato, in rialzo del 5,64% rispetto alla chiusura di lunedì.

L’articolo SpaceX acquisirà la piattaforma di programmazione AI Cursor per 60 miliardi di dollari è tratto da Forbes Italia.

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War Loomed Over Past World Cups, Too

Here’s a look back at times when international conflicts seeped into soccer’s biggest tournament.

© Gabriela Bhaskar/The New York Times

Iranian fans during the World Cup match between Iran and New Zealand at SoFi Stadium in Inglewood, Calif., on Monday.
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Niino raccoglie 1,26 milioni per digitalizzare il trasporto sanitario non urgente

Ogni anno in Italia vengono effettuati circa 5 milioni di trasporti sanitari non urgenti, con una previsione di oltre 10 milioni entro il 2030. Persone con ridotta mobilità, disabilità o esigenze mediche specifiche devono raggiungere ospedali, centri diagnostici, strutture riabilitative o rientrare a casa dopo un ricovero. Nella maggior parte dei casi, prenotare questi servizi significa telefonare a decine di operatori, confrontare disponibilità e preventivi e gestire procedure spesso frammentate e poco trasparenti.

Per rispondere a questa esigenza nasce niino, startup italiana che digitalizza la mobilità sanitaria non urgente attraverso una piattaforma che aggrega e coordina operatori specializzati in tutta Italia, rendendo più semplice, efficiente e accessibile la prenotazione di trasporti assistiti.

La società annuncia oggi un round pre-seed da 1,26 milioni di euro, guidato da 40Jemz Ventures e sostenuto da alcuni tra i principali imprenditori dell’ecosistema tecnologico italiano, tra cui Michele Grazioli (Vedrai), Danila De Stefano (Unobravo), Massimiliano Squillace (Contents.com), Alessandro Braga, Francesco Zaccariello (eFarma/Zeta Holding) e Fabrizio Perrone (2Watch).

Alla guida della startup c’è Alessandro Monterosso, imprenditore che nel 2021 ha realizzato l’exit di PatchAI, startup healthtech specializzata nell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla ricerca clinica. Insieme a lui, operano i co-founder Ferdinando Iacuaniello (coo) infermiere, giornalista e ideatore di Nurse24.it, che guida lo sviluppo operativo della rete di trasporto, e Ferdinando Lanzillo, cto con oltre dieci anni di esperienza nello sviluppo di soluzioni per la sanità digitale e la logistica.

Accesso alle cure e longevità: una sfida destinata a crescere

Niino opera oggi nel mercato italiano del trasporto sanitario non urgente (Nemt), stimato in oltre 500 milioni di euro. Un settore in forte crescita anche a livello globale: secondo diverse analisi di mercato, il comparto del Non-Emergency Medical Transportation vale già diversi miliardi di dollari e continuerà a espandersi nei prossimi anni. Nel 2024 il valore del mercato era di circa 9,3 miliardi di dollari (fonte Market Research Future) ed è previsto che arrivi a raggiungere circa 17,5 miliardi di dollari entro il 2035, con un tasso di crescita annuo composto (Cagr) stimato del 9,5% dal 2025 al 2031. La crescita dell’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e la necessità di rendere più accessibili i servizi sanitari stanno di fatto accelerando la domanda di soluzioni digitali per la mobilità sanitaria.

E l’Italia per prima dovrà attrezzarsi in fretta, considerando che è oggi il Paese più anziano dell’Unione Europea: al 1° gennaio 2025 gli over 65 hanno raggiunto quota 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione, mentre gli ultraottantenni sono oltre 4,6 milioni. Un trend destinato ad accelerare nei prossimi anni e che sta aumentando la domanda di servizi sanitari, assistenziali e di accompagnamento (fonte Istat).

Nonostante ciò, l’accesso alle cure continua a rappresentare una criticità per una parte significativa della popolazione più fragile. Secondo i dati più recenti della sorveglianza Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità, nel biennio 2023-2024 circa 3 milioni di over 65 in Italia ha rinunciato almeno una volta a visite mediche o esami diagnostici necessari; una percentuale che sale al 23% nel Sud Italia e raggiunge il 40% tra le persone che vivono in condizioni di maggiore fragilità economica. Tra le principali cause emergono le lunghe liste d’attesa, ma anche le difficoltà di accesso ai servizi e gli ostacoli logistici legati agli spostamenti verso le strutture sanitarie.

Dall’esperienza personale alla costruzione della mobilità sanitaria del futuro

Monterosso, dopo aver seguito niino inizialmente come investitore, ha deciso di assumerne la guida operativa e rilanciare il progetto con l’obiettivo di costruire l’infrastruttura digitale di riferimento per la mobilità sanitaria in Italia e, in prospettiva, in Europa.

L’idea nasce da un’esperienza personale. “Qualche tempo fa sono stato dimesso dal pronto soccorso alle quattro del mattino dopo un ricovero. Non potevo guidare, non potevo prendere un normale taxi e mi sono ritrovato a dover chiamare uno a uno diversi operatori per trovare qualcuno che potesse accompagnarmi a casa. In quel momento ho capito che milioni di persone affrontano ancora oggi la stessa difficoltà e che un servizio essenziale era rimasto fermo a vent’anni fa”, racconta Alessandro Monterosso, ceo di niino.

“Con niino vogliamo rendere la mobilità sanitaria semplice quanto prenotare un viaggio o un auto con conducente. Dietro ogni trasporto c’è una persona che ha bisogno di assistenza, di puntualità e di affidabilità. La tecnologia può aiutare a garantire tutto questo, migliorando al tempo stesso il lavoro degli operatori e l’accessibilità del servizio.” 

Attraverso una rete nazionale di ambulanze, auto sanitarie e mezzi attrezzati, la piattaforma consente di ottenere un preventivo immediato, prenotare online il trasporto in meno di tre minuti, ricevere aggiornamenti sullo stato della corsa e gestire digitalmente documentazione e pagamenti. Per gli operatori, invece, niino ottimizza la pianificazione dei mezzi, riduce i chilometri percorsi a vuoto e semplifica la gestione amministrativa.

Un mercato in forte crescita e una piattaforma già scalabile

Il mercato di riferimento è ampio e in forte espansione. In Europa si effettuano ogni anno oltre 50 milioni di trasporti sanitari non urgenti e una parte rilevante di questi servizi viene sostenuta direttamente dai cittadini. A trainare ulteriormente la domanda contribuiscono l’invecchiamento della popolazione e la crescente diffusione delle patologie croniche, che rendono sempre più necessario l’accesso a servizi di accompagnamento sanitario programmato.

In questo contesto si inserisce niino che, nonostante il recente lancio commerciale, ha già registrato risultati significativi. In appena tre mesi la piattaforma ha superato i 2.000 utenti registrati, gestito oltre 300 prenotazioni di trasporto sanitario e integrato più di 650 mezzi all’interno del proprio network. L’azienda è inoltre già presente in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, consolidando rapidamente la propria copertura sul territorio nazionale.

“Siamo sempre alla ricerca di startup early stage che non temano di affrontare problemi complessi con un approccio radicalmente nuovo. Quello del trasporto sanitario non urgente è un comparto cruciale, soprattutto in un contesto demografico in cui l’età media continua ad alzarsi rapidamente. Abbiamo investito in Niino perché crediamo che la digitalizzazione dei processi e gli strumenti tecnologici di oggi siano la chiave per rinnovare un intero settore, trasformando un servizio essenziale in un’esperienza efficiente, accessibile e a misura di persona”, commenta David Erba, Co-Managing Partner di 40Jemz Ventures.

L’investimento permetterà a niino di scalare in tutta Italia, ampliando ulteriormente la rete nazionale di operatori, accelerare lo sviluppo della piattaforma e sviluppare nuove funzionalità basate su algoritmi di ottimizzazione e assegnazione intelligente delle corse, con l’obiettivo di trasformare un settore ancora oggi gestito prevalentemente attraverso telefono, email e processi manuali.

L’articolo Niino raccoglie 1,26 milioni per digitalizzare il trasporto sanitario non urgente è tratto da Forbes Italia.

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A Times Investigation Into Epstein’s Death, and Why Gas Prices Might Stay High

Plus, a counterclockwise mystery.

© Gabriel V. Cárdenas for The New York Times

When the cost of crude oil drops, economists say, it typically takes at least several weeks for gas prices to meaningfully follow. But the war in Iran has complicated the outlook for supplies.
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Stellantis, Landini al Fatto: “Il governo usa Tavares come capro espiatorio. Ma Agnelli-Elkann anche ora non investono in Italia”

“Questo è il governo della propaganda, non dei fatti. Era evidente a tutti quello che rischiava di succedere, quindi hanno costruito un capro espiatorio”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha spiegato a Ilfattoquotidiano.it la giravolta del governo Meloni nei confronti di Stellantis dal giorno in cui, nel novembre 2024, è stato allontanato l’ex amministratore delegato Carlos Tavares.

Fino a quel momento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva fortemente criticato l’impegno del gruppo guidato dalle famiglie Agnelli ed Elkann nel nostro Paese. Dopo, con l’arrivo di Antonio Filosa, l’atteggiamento è totalmente cambiato e il mirino per i mancati investimenti è stato puntato contro le regole europee sull’auto.

“In realtà – ha aggiunto Landini prima della celebrazione per i 125 anni della Fiomanche dopo Tavares, la famiglia ha scelto di tagliare e non investire in Italia. Siamo di fronte a un governo che non si sta assumendo la responsabilità dello sviluppo industriale del nostro Paese, che non si realizza senza investimenti pubblici e privati. Chi rischia di pagare il prezzo sono le lavoratrici e i lavoratori. Noi lo accetteremo”.

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What to Watch in Primary and Runoff Elections in Georgia, Alabama and Oklahoma

The top race of the day is in Georgia, where Republican voters will pick a nominee to challenge Senator Jon Ossoff, a Democrat.

© Audra Melton for The New York Times, David Walter Banks for The New York Times

Representative Mike Collins has President Trump’s endorsement in his bid for the Republican Senate nomination in Georgia. Derek Dooley has the backing of Gov. Brian Kemp.
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The Iran War Permanently Altered the Global Economy

The global order has been altered, and economies are unlikely to simply pick up where they left off before the U.S. and Israel began bombing Iran.

© Daniel Berehulak/The New York Times

Fishermen repairing a boat in the port of Tyre in southern Lebanon. The war with Iran has shaken trust in the region’s peace, stability and prosperity.
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The Iran War Permanently Altered the Global Economy

The global order has been altered, and economies are unlikely to simply pick up where they left off before the U.S. and Israel began bombing Iran.

© Daniel Berehulak/The New York Times

Fishermen repairing a boat in the port of Tyre in southern Lebanon. The war with Iran has shaken trust in the region’s peace, stability and prosperity.
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A.I. Boom Ignites Asian Chip Companies

They make much of the gear that goes into giant data centers. Demand for their products is shifting the balance of tech power.

© I-Hwa Cheng/Agence France-Presse — Getty Images

Nvidia’s chief executive, Jensen Huang, signing a Taiwanese bank note at the Computex technology conference in Taipei, Taiwan, this month.
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Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell’ordine americano

L’ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all’interno della crisi dell’ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e della difficile transizione verso nuovi equilibri globali.

Per oltre quarant’anni il dominio statunitense si è fondato su una combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni evidenti di crisi. L’ascesa della Cina e di altre economie asiatiche mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di riferimento obbligato dell’economia globale.

In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana, il conflitto ucraino e la tensione con l’Iran possono essere letti come episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.

L’Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele, alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori palestinesi e a eliminare i principali competitori dell’area.

Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L’apparato statale iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma anche numerosi alleati degli Stati Uniti.

La situazione va però letta all’interno di una trasformazione ancora più profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in ‘Adam Smith a Pechino’, l’ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione della ricchezza mondiale, ma anche l’idea, radicata nelle classi dirigenti occidentali, che il centro dell’economia mondiale debba necessariamente coincidere con l’Occidente. Dietro la resistenza americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.

La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i limiti materiali della crescita. L’integrazione di miliardi di persone nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia, materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le risorse è destinata ad aumentare.

In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra la logica dell’accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.

La guerra contro l’Iran non appare dunque come il segno della forza incontrastata dell’impero americano, ma come una manifestazione delle sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente instabilità internazionale.

Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l’imperialismo statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo israeliano e l’autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.

L’instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria crisi. Per questo l’internazionalismo libertario non consiste nello scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.

Stefano Capello

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Trump Plans to Protect Methane-Leaking Stripper Wells. This Billionaire Donor Will Benefit.

Pollution at a Hilcorp well site in New Mexico in May 2021 Courtesy of Earthworks

It was before dawn on a Friday in January when a Gulfstream G600 with the burnt-orange Texas Longhorns logo on its tail landed at Dulles airport outside Washington, D.C. Its owner, a little-known oil billionaire named Jeffery Hildebrand, had been summoned to the White House.

By mid-afternoon he was in the East Room, just three seats from President Donald Trump, who had recently ordered the military raid that captured Venezuelan leader Nicolás Maduro. Now Trump wanted Hildebrand and two dozen other energy executives to commit to investing $100 billion in Venezuela’s decrepit oil industry. 

Many couched their enthusiasm with caveats. ExxonMobil’s CEO called Venezuela “uninvestable” without changes to its legal system. The head of ConocoPhillips wanted U.S. government financing.

But Hildebrand, a major Trump donor whose wife had been named ambassador to Costa Rica, had already seen how loyalty could be rewarded. Even though he had no notable operations outside the U.S., he hunched toward a microphone and said in a halting voice, “Hilcorp is fully committed and ready to go to rebuilding the infrastructure in Venezuela.”

“That’s good,” Trump said. “You’ll be very happy.”

As the founder and owner of Hilcorp, a privately held company known for buying up old, low-producing “stripper wells,” Hildebrand needs Trump’s favor. Long one of the oil industry’s top polluters, Hilcorp releases unusually large quantities of methane, a greenhouse gas that can trap 80 times more heat than carbon dioxide. 

Hildebrand had never been a leading political contributor. But in 2024, the Biden administration issued aggressive restrictions on methane pollution — rules that would impose steep costs on Hilcorp — and the once-obscure tycoon became one of Trump’s biggest oil industry supporters, giving millions to his campaign.

A man in a suit sits at a table with a name tag in front of him.
Hilcorp CEO Jeffery Hildebrand during a meeting with U.S. oil company executives at the White House on Jan. 9 Saul Loeb/AFP/Getty Images

Trump has since named a former Hilcorp lobbyist to a top post at the Environmental Protection Agency,  putting him in charge of an effort to unravel the methane rules with help from trade groups backed by Hildebrand, a ProPublica investigation has found. That will bring a sweeping reprieve for the nation’s 700,000 stripper wells, boosting Hildebrand’s profits while saddling society as a whole with the climate fallout.


Do You Know More About This Topic?

We’re still reporting. If you know more about the Trump administration’s climate policies, please contact our reporting team.

Alex Cuadros

I welcome tips or documents about Trump administration climate policy or actions by private companies or institutions that may impact the climate.


Stripper wells collectively contribute just 6% of the nation’s oil and natural gas. But in recent studies, scientists have identified them as the source of roughly half the sector’s methane emissions — in part because they tend to be thinly monitored, run-down and thus prone to leaking. As a result, these barely productive wells play an outsize role in climate change, disproportionately amplifying heat waves, droughts and wildfires. 

In a world where global warming fixes can seem impossibly daunting, stripper wells are the rare low-hanging fruit, said Andrew Logan of Ceres, a climate advocacy group.

“If you could lose 6% of production and cut emissions in half, who wouldn’t make that trade?” Logan said. “It’s a question of who benefits and who doesn’t, and who has the power.”

“Well Vents Randomly”

Kendra Pinto and Josh Eisenfeld drove a rented Dodge Ram to the site of a Hilcorp well in San Juan County, New Mexico, last August. As infrared camera operators with the nonprofit Earthworks, they were used to roaming through remote areas to investigate leaks at oil and gas wells. But the San Juan is especially lonely terrain, with bumpy dirt roads snaking between scattered scrub and rusting pump jacks, the nodding apparatuses that lift oil and gas from thousands of feet underground. 

A sign marked the site as Hilcorp’s Huerfano Unit 119 well, one of the company’s 11,000 in the region. It was little more than a patch of gravel hosting two unmarked storage tanks and what oil workers call a Christmas tree: the cluster of valves that caps the well itself. Drilled in 1969, the well now produces a small but steady trickle of natural gas, enough to generate around $50 of revenue per day. 

On paper, it runs remarkably cleanly. According to New Mexico’s oil regulator, Hilcorp has not reported any “venting” — releasing gas — from the well since May 2024. At the site itself, however, a wire fence surrounded some of the equipment, bearing a yellow caution sign that read, “Well vents randomly.”

In a desert landscape there is a large, tan metal storage tank for oil and gas. It is surrounded by a fence. There are signs on the fence reading “Hilcorp Energy Company” and warning, “Caution: Well vents randomly.”
A Hilcorp installation in New Mexico in August 2025 Courtesy of Earthworks

Methane is invisible to the human eye. But on June 29 last year, a satellite detected a massive methane plume erupting from this very location. According to the nonprofit Carbon Mapper, a NASA partner that one oil executive defined as a “platform to disseminate the sins of our industry,” the methane was being discharged at a rate of 199 kilograms an hour. That’s equivalent to about 12 times the volume of natural gas the well typically produces over that time. The cause was unknown, but according to scientists who have studied the issue, such “super-emitter” events typically stem from some kind of neglect or malfunction — if not from an intentional release. Most last a couple of hours, but some can go on for weeks. Super-emitter plumes have also been identified at other Hilcorp wells.

Pinto and Eisenfeld observed smaller, more persistent leaks as well. When they trained their infrared camera on one of the storage tanks, wispy clouds of pollution could be seen streaming from a pressure-release valve. 

“That shouldn’t just be constantly …” Eisenfeld said, trailing off. The finding was far from abnormal, though. Of the eight Hilcorp wells he and Pinto visited that day, seven were seen to be leaking. 

In response to a detailed list of questions from ProPublica, Hilcorp spokesperson Nick Piatek said in an email that the Huerfano Unit 119 well “is fully compliant with state and federal regulations” and that the company inspects the site monthly. He also suggested that the company’s approach caused less environmental harm than drilling new wells: “By extending and optimizing the life of existing assets with pre-built infrastructure, our model limits the need for new development elsewhere.” The company is “proud,” he added, of recent efforts to reduce its emissions.

Hilcorp is hardly an outlier in its approach to methane releases. America’s oil and gas system is vast, aging, and in many places largely left to police itself. Of the country’s roughly 1 million active wells, more than two-thirds are stripper wells, each producing the equivalent of up to 15 barrels a day. Many produce less than a single barrel a day. (Newer wells, by contrast, can pump 1,000 a day or more.) Each well site, in turn, is equipped with numerous valves, flanges and other fittings that can leak unless inspected regularly. Some components were explicitly designed to vent small amounts of gas — a legacy of an era when methane’s role in global warming wasn’t widely understood.

In a rural desert landscape there are large and rusty oil and gas storage tanks with pipes and tubes. Behind them are oil and gas pump jacks on cleared patches of land.
A Hilcorp installation in New Mexico in May Courtesy of Charlie Barrett/Oilfield Witness

Methane, the main component of natural gas, turns into carbon dioxide when burned to heat a home or generate electricity. But when the gas enters the atmosphere directly, it becomes a much more powerful climate pollutant — one that is responsible for one-third of the rise in global temperatures since the Industrial Revolution. 

Methane exists underground alongside other fossil fuels and is brought to the surface whether oil or natural gas is being pumped. While it’s a valuable product in itself, capturing it is not always cost-effective. So companies often burn it off, or just vent it, sending it straight into the atmosphere. Apart from the climate impact, this is all sheer waste, as none of the methane’s energy is being harnessed for a human need. Yet with few exceptions, federal rules have allowed these practices at wells drilled before 2012 — which include the overwhelming majority of stripper wells. 

Methane leakage is such a routine part of oil and gas production that the EPA often assumes it is happening when asking the industry to calculate its emissions. Even so, those numbers drastically understate the actual emissions observed by plane and satellite. A study led by Evan Sherwin of Stanford, published in the journal Nature in 2024, took close to a million measurements to find that the true figures were, on average, nearly three times higher. Partly that is because companies have never had to report super-emitter events to the EPA. In one region, nearly 10% of all the natural gas produced was being lost to the atmosphere, the study found. 

But limiting methane pollution presents a rare opportunity. While carbon dioxide can persist in the atmosphere for centuries, methane breaks down relatively fast, in about a dozen years. Halting these releases, then, would bring a swift payoff. 

“Methane is the best lever we have to slow the march of climate change in our lifetime,” said Stanford researcher Rob Jackson. That is especially important, he added, as the planet approaches tipping points — temperature thresholds beyond which forests, coral reefs and ice sheets start to collapse irreversibly.

Unlike with other major methane sources, such as belching cattle or melting permafrost, the technology to curb emissions from oil and gas operations is already viable, and fairly cheap. In the fight against global warming, Jackson said, “It’s the best bang for our buck.” 

The “Dung Beetle Model”

To build a fortune on the discarded scraps of the oil and gas industry takes a rare instinct for hidden value, an appetite for risk and an obsession with keeping costs down. 

Among the nation’s stripper well owners, Hildebrand has done it best, amassing a fortune estimated by Bloomberg at $15 billion. Yet at a time when many billionaires are embracing celebrity, he has maintained an unusually low profile. At 67, he’s almost completely avoided speaking to reporters, and he didn’t respond to multiple interview requests from ProPublica. Even Trump, despite having invited him to the White House, seemed hazy on Hildebrand’s role in the oil industry. “I hear he does a good job,” the president said when reached by ProPublica on his cellphone.

While he avoids the public eye, Hildebrand circulates openly in the overlapping worlds of wealthy businesspeople, private clubs and Republican power brokers. He has been known to hold exclusive parties at his 1,200-acre ranch in Aspen, Colorado — which used to belong, in part, to the musician (and environmentalist) John Denver. He also owns a polo team called Tonkawa, a fixture of the winter season in the sport’s unofficial capital of Wellington, Florida, a short drive from Mar-a-Lago. A video of a 2021 match shows him in a white helmet and forest-green jersey, riding a bay pony as he swings his mallet, trying and failing to keep the ball from the opposing side’s patron, a Russian banker named Andrey Borodin. 

There’s a striking tension between Hildebrand’s status as one of the country’s most prolific polluters and his otherwise conventional life as a God-fearing, upstanding Texas businessman. He is less a rogue actor than the product of a deeply American system that rewards production at all costs. 

A devout Catholic and philanthropist, he is especially passionate about wildlife conservation, according to Stuart Stedman and Karen Starr Hunke, fellow board members at Texas A&M’s Caesar Kleberg Wildlife Research Institute. Yet they and others who know him through the institute said they’d never once heard him mention climate change — an omission that points to a far narrower view of environmental stewardship. 

The closest Hildebrand has come to addressing the issue publicly is in a rare speech he gave in 2022, accepting an award as a distinguished alumnus at UT Austin. A husky, square-jawed man, he wore a burnt-orange suit jacket and a burnt-orange tie. He cited an old quote he interpreted as a celebration of the oil industry: “Smite the rocks with the rod of knowledge, and fountains of unstinted wealth will gush forth.” Then he quipped that “in this Green New Deal era we live in” — a reference to the Democrats’ climate agenda — such sentiments might no longer be welcome.

A man in a green jersey and helmet and holding a polo stick sits on a horse.
Jeffery Hildebrand owns and plays on a polo team called Tonkawa. Joel Auerbach/Getty Images

Born in 1959 in Houston, America’s energy capital, Hildebrand graduated from high school at a time when oil prices were soaring. Determined to start his own oil business, he studied geology and petroleum engineering at UT Austin, where he was in the Kappa Alpha fraternity. He worked briefly for Exxon and a few other companies, including that of a prominent Houston investor named Jack Trotter, before starting Hilcorp in ’89 with Trotter’s backing.

The oil business is filled with stories of crazy risks, near-bankruptcies and improbable rebounds. Hildebrand likes to recount that he used his wife’s car as collateral for a loan to drill some early wells. In a speech for his induction into the Texas Business Hall of Fame, he said they turned out to be “dry holes” — failures — but the return on Melinda’s investment would prove “infinite” (only a slight exaggeration).

He started buying stripper wells from larger companies, a niche that is relatively cheap to break into. As a well ages and the underlying reservoir is depleted, pressure in the well drops, and production along with it. The price for a package of these wells tends to be low — one friend recalled “when a big deal for Jeff was $5 million” — but to turn a profit, the new owners have to cut costs. Typically they do this by playing fast and loose with environmental rules, according to Clark Williams-Derry of the nonprofit Institute for Energy Economics and Financial Analysis, who calls this the “dung beetle model.”

As Hildebrand expanded into other states, loading up on debt to make ever larger acquisitions, there’s evidence he followed this model. According to records obtained by ProPublica from state and federal environmental regulators, his company has racked up dozens of violations over the past decade. To cite one notable example, after a Hilcorp natural gas pipeline ruptured in Alaska’s Cook Inlet in December 2016, it spewed methane for nearly four months until it was finally repaired. Activists across the country call the company “Spillcorp.”

The penalties, though, have largely amounted to a slap on the wrist, rarely exceeding $500,000 — and often coming in far lower. “I would frankly put that in the category of just operating costs,” said Matt Bernstein, an analyst at the research firm Rystad Energy.

What set Hildebrand apart from other “dung beetles” was that he also found ways to squeeze out more oil and gas from aging wells, not only cutting costs but increasing revenue. His secret was what he has called a “pretty simple” formula: attract top geologists and engineers by offering Wall Street-style incentives, allowing them to effectively take partnership stakes in projects. According to a person involved in an early deal, who spoke on the condition of anonymity, Hildebrand would offer 1.1 times what Hilcorp’s own analysis said an acquisition was worth, betting on the “magic” of his team. 

The 2010s saw the landmark Paris Agreement on global warming, the rise of teen activist Greta Thunberg and the first pledge by a major oil company to effectively zero its emissions. None of that dissuaded Hildebrand from doubling down on aging wells. In 2017, he spent $3 billion to mount his largest acquisition yet: ConocoPhillips’ operation in the San Juan Basin, where Pinto and Eisenfeld would later identify so many leaks. Once among the country’s top sources of natural gas, the region had since fallen into decline — and it was already notorious for its methane pollution.

Soon after, according to a Clean Air Task Force analysis of data companies report to the EPA, Hilcorp became the No. 1 emitter of methane in the entire U.S. oil and gas industry.

Washington Comes for Stripper Wells

President Joe Biden presented the first serious threat to Hildebrand’s business. As part of his ambitious climate agenda, the EPA issued rules aimed at cutting methane pollution from oil and gas operations by a whopping 80% — and they took direct aim at stripper wells.

For the first time, outside a patchwork of state rules, older wells would face requirements for regular leak inspections and limits on venting and flaring. Companies would be forced to respond to satellite reports of super-emitters, making repairs if necessary. A fee would also be imposed on excess methane emissions, costing the oil and gas industry an estimated $500 million a year. 

Even the Department of Justice got involved, filing suits to crack down on improper methane releases. One found that Hilcorp had failed to capture the emissions when it redrilled 145 wells in the San Juan — discharges large enough that Don Schreiber, a rancher who documented some of the events, described hearing a “jet engine” sound as the gas rushed into the air. This time, the penalties were more than a slap on the wrist; although Hilcorp did not admit to wrongdoing, it settled the allegations for $9.4 million.

With the new rules gradually being phased in, Hildebrand effectively made parallel bets. Getting a jump on compliance, Hilcorp started upgrading much of its aging equipment — and its methane numbers declined.

“That’s a win,” said Lesley Feldman of the Clean Air Task Force, a nonprofit that advocates for cutting emissions. “That means the policy is working. And we’ve seen evidence of other companies doing this too.”

Yet while Feldman celebrated the reductions, she did question their magnitude. Hilcorp spokesperson Piatek said the company’s methane numbers had fallen by “nearly 80% in recent years.” But, Feldman said after examining Hilcorp’s most recent data, that decline is artificially inflated by recent changes to the reporting rules, which make comparisons to previous years misleading. The data itself may be suspect, she added, because the EPA has yet to publicly verify it — and Hilcorp has previously made huge upward revisions to its reported emissions. (Piatek didn’t respond when ProPublica pointed out the artificially inflated reduction.)

Even taking the numbers at face value, Hilcorp remains one of the oil industry’s top methane emitters, according to a ProPublica analysis of EPA data. 

Since he was still looking at substantial compliance costs, Hildebrand’s other bet was to step up his political contributions. Since 2020, he and his wife have given more than $15 million to Trump and other Republicans in federal races, placing them among the top donors in an industry that overwhelmingly supports the president and his party. (That compares to just over $3 million in the entire two decades prior.) The recipients have included Sen. Ted Cruz and Rep. August Pfluger, both of Texas — two of the most vocal opponents to the methane fee, which they call the “natural gas tax.” 

During the 2024 campaign, Hildebrand also co-hosted at least three high-dollar fundraisers for Trump, who promised to “unleash American energy” by dismantling climate regulations. One was a lavish dinner held a short drive from Hildebrand’s Aspen ranch, at a home sprinkled with art by Andy Warhol (a tiny self-portrait), Damien Hirst (a mirrored pill cabinet) and Jack Pierson (mismatched lettering that spelled out the word “badass”). The home belonged to another donor later graced with an appointment: the investor John Phelan, who would briefly serve as Trump’s Navy secretary.

Hildebrand co-hosted two of the fundraisers in Houston. One was reportedly scheduled to take place at his own home, but, due to security concerns, it was moved to a hotel owned by the sports and entertainment magnate Tilman Fertitta, who would be named ambassador to Italy. The other was followed by a private roundtable where, according to Teofilo Lingi, an investor who was present, oil executives discussed the methane rules with Trump himself.

The Rollback

At a previous event with Trump, Hildebrand said, “I’m really here today to represent the independent energy companies, the family-owned businesses that are in this industry.” 

This mom-and-pop image clashes with the reality that the independents, as they are known, are highly organized into an alphabet soup of newly influential lobbying groups — with Hildebrand a member of several. Hilcorp CEO Greg Lalicker sits on the board of the American Exploration and Production Council (AXPC), which also represents Diversified, the country’s single largest owner of stripper wells. At least until recently, another Hilcorp executive was a director at the Independent Petroleum Association of America (IPAA), which represents smaller producers, including many stripper well owners. 

In an industry long hostile to regulation, the independents have often displayed a more open contempt toward climate policy than the global oil giants. And they have historically had little say in emissions rules. “They didn’t want to be regulated, but they kind of knew that was a losing argument,” said Joseph Goffman, who held top EPA roles under both President Barack Obama and Biden.

Hildebrand received an early sign that was going to change when, less than three weeks after the 2025 inauguration, Trump tapped his wife to be ambassador to Costa Rica — even though she was primarily known for charity work and for opening a doughnut shop in their wealthy Houston neighborhood of River Oaks. Melinda Hildebrand didn’t respond to requests for comment, but when ProPublica asked Trump why he appointed her, he said, “I don’t know, because you know, I get recommendations. … I see the list of people, but we only name good people, and I’m sure she’s very good.” 

Later that month, the Republican-controlled Congress effectively killed the methane fee, and Trump nominated a former Hilcorp lobbyist named Aaron Szabo to oversee the EPA’s climate regulations. 

Szabo, an otherwise inconspicuous former bureaucrat, helped to unite two distinct networks with overlapping ambitions. As a lobbyist for Hilcorp and other oil and gas companies, he had already helped to draft a letter from the AXPC opposing the new methane rules. He then became a fellow at the Trump-aligned America First Policy Institute and gave advice on climate regulations for the EPA chapter of the Heritage Foundation’s Project 2025, the deregulatory blueprint for the second Trump administration. The chapter specifically recommended dismantling the program to address super-emitters.

Now tasked with rewriting the methane rules, Szabo has been seeking input from oil industry groups including the AXPC, the IPAA and the National Stripper Well Association (NSWA), according to interviews with industry representatives and current and former EPA officials, records of closed-door conversations, and agency emails and calendar entries obtained through public records requests by the watchdog group Fieldnotes and shared with ProPublica.

“It’s the first time in 20 years of my business that they’ll even answer the phone,” NSWA Chair Patrick Montalban told ProPublica, referring to top regulators. He described an informal atmosphere where independent oil executives called on old personal connections to open the doors. He himself had met not just with Szabo but with EPA chief Lee Zeldin, Interior Secretary Doug Burgum and Energy Secretary Chris Wright. He and Wright, he noted, have both served on the board of yet another oil industry group. (Press offices for the departments of Interior and Energy didn’t respond to emails seeking comment.)

The IPAA’s Lee Fuller, on a private conference call with industry representatives, also spoke glowingly about a meeting with Szabo’s office last year. Previously, he said, the EPA had never even considered the group’s requests to create separate methane rules for stripper wells. This time, though, agency staff brought it up unprompted — which suggests that it was already on Szabo’s agenda. Presented with this opening, the IPAA later asked for stripper wells to be exempted from the methane rules entirely.

Hilcorp spokesperson Piatek declined to answer questions from ProPublica about the influence campaign. The IPAA also declined to comment but sent an email linking to a recent statement of support for deregulating stripper wells that nonetheless nodded toward “our shared environmental goals.” 

The heart of the stripper-well owners’ argument is that they simply cannot afford to be regulated. “Venting and flaring are essential for the survivability of low production wells,” an IPAA lawyer named James D. Elliott wrote in an email to EPA officials last year. He cited estimates that the methane rules would force 300,000 of the lowest-producing wells to shut down. Framing this as a blow to small-business owners, he didn’t acknowledge that it would have almost no impact on the U.S. energy supply.

The AXPC declined to answer ProPublica’s questions about the group’s interactions with Szabo’s staff but sent a statement from CEO Anne Bradbury saying its members were “committed to building on a legacy of world-leading methane emission reductions.” In a “policy roadmap” published on its website in March, however, it asked the EPA to “incorporate greater flexibility for low-producing and mature assets.” 

Some members of the coalition have argued, inaccurately, that stripper wells are not significant sources of methane pollution. In a Zoom interview with ProPublica, NSWA board member Sam Bradley played a slideshow that he said he’d shared with Szabo’s staff. One slide purported to show the emissions from various sources. Stripper wells ranked lower than both the collective exhalations of the U.S. populace and what Bradley called “smoke and brisket” — barbecues. (In reality, these are negligible sources of emissions.)

Hildebrand and his fellow stripper-well owners appear likely to win exemptions. Speaking with industry representatives last month, the AXPC’s Wendy Kirchoff shared early details of Szabo’s plan to weaken the methane rules, confirming it will cover stripper wells, according to a recording reviewed by ProPublica. 

Szabo himself didn’t respond to questions sent by ProPublica, and the EPA’s press office declined to comment on the details. But the agency confirmed it is working on a proposal to “provide relief” to the oil industry, saying in a statement, “We heard consistently from American oil and natural gas producers (shocker that we meet with stakeholders) that the Biden-Harris Administration’s oil and gas methane regulations were unworkable and unnecessarily restricted American energy dominance.”

To protect carve-outs from rollback by a future Democratic administration, Pfluger, the representative from Texas, and Sen. Cynthia Lummis, R-Wyo., have proposed a bill to simply exempt stripper wells from EPA emissions rules — allowing them to pollute the atmosphere at will, with scant economic benefit. The NSWA and the IPAA both helped to craft the legislation, according to an internal newsletter from a state trade group that represents many stripper-well owners. 

In effect, the Trump administration and its allies in Congress are weighing whether to preserve the business model that made Hildebrand rich, no matter the cost to the global climate. As energy assets, his wells may be marginal. But as political currency, they have become more valuable than ever before.

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Mamdani Is Channeling Knicks’ Fans Euphoria. Will It Work?

Mayor Zohran Mamdani’s campaign team used some viral Knicks fan videos as inspiration for his own video strategy to convey a sense of urgency and excitement.

© Adam Gray/Associated Press

Six months into his mayoralty, Mayor Zohran Mamdani is benefiting from the city’s embrace of the Knicks’ victory.
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The Knicks’ Championship Run, in 5 Voices

New Yorkers, from bartenders to teenagers to TV celebrities, turned the city orange and blue in an unusual but welcome sign of unity.

© Kaja Andric for The New York Times

Kim Campbell gathered with other Knicks fans outside Madison Square Garden during the N.B.A. finals.
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Migliori VPN per Mondiali di Calcio 2026: Streaming Veloce e Sicuro

Mondiali calcio

I Mondiali di Calcio non sono un semplice torneo: rappresentano l’evento sportivo più atteso dagli appassionati, il momento in cui nazionali, tifosi e grandi campioni si ritrovano sul palcoscenico più prestigioso del mondo. La FIFA World Cup 2026 promette spettacolo, rivalità storiche e partite decisive, con la possibilità di ammirare le gesta di stelle come […]

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Cloov raccoglie un milione e lancia Uplyst, il software IA per la gestione delle vendite online multicanale

Cloov, startup fondata dalle Forbes Under 30 Chiara Airoldi e Olimpia Santella, ha raccolto un finanziamento da circa 1 milione di euro. L’operazione è stata guidata da StyleIT, il programma FashionTech della Rete Nazionale Acceleratori di Cdp Venture Capital, nato da un’iniziativa di Cdp Venture Capital Sgr insieme a Startupbootcamp e Gellify. Partecipano al round anche investitori internazionali tra cui Maze Impact e Gateway Ventures.

Uplyst, il nuovo software IA

Il nuovo investimento supporterà nuove frontiere di crescita, e in particolare, lo sviluppo di Uplyst, il nuovo software sviluppato da Cloov per supportare le pmi nella gestione dell’e-commerce multicanale, semplificando la pubblicazione e l’aggiornamento dei prodotti su più piattaforme di vendita online.

Uplyst, grazie all’uso dell’intelligenza artificiale, consente ad aziende e rivenditori di pubblicare e gestire prodotti su più marketplace contemporaneamente, integrando canali tradizionali, come eBay, Amazon, TikTok Shop, con i next-gen marketplace, social commerce, assistenti AI e agenti di acquisto automatizzati. Le aziende possono importare il proprio catalogo o crearlo tramite AI generativa con Uplyst, che analizza i prodotti, adatta titoli, descrizioni e categorie alle regole dei diversi marketplace, per pubblicare poi gli annunci sui canali selezionati.

Uplyst rappresenta una nuova generazione di Service-as-a-Software: un software conversazionale e autogestito che, senza più interfacce o workflow da configurare e a partire da pochi input, mappa, ottimizza e distribuisce i prodotti su ogni canale di vendita. È il passaggio dal gestire strumenti al ricevere risultati: un servizio che si comporta come un team dedicato, ma con la scalabilità di un software.

Con il lancio di Uplyst, Cloov amplia il proprio posizionamento nel settore e-commerce, mettendo a disposizione di aziende, operanti in diversi settori, uno strumento pensato per limitare gli errori di pubblicazione e contenere il rischio di vendite duplicate sui diversi canali.

“I nuovi capitali raccolti”, commentano Chiara Airoldi e Olimpia Santella, “saranno destinati all’ampliamento dei marketplace integrati e all’introduzione di nuove funzionalità volte a ridurre ulteriormente la gestione manuale delle vendite. Questo round rappresenta per Cloov un importante passo avanti nel percorso di crescita della startup e nella nostra missione di portare maggiore efficienza operativa in un mercato che abbraccia l’intero tessuto produttivo e commerciale italiano, dalle pmi manifatturiere ai rivenditori specializzati che si affacciano o si espandono sui canali digitali. A dare forma tecnica a questa visione sarà Matteo Tritto, che entra nel team come cto e late co-founder, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in realtà innovative come WeRoad e Cortilia”.

L’articolo Cloov raccoglie un milione e lancia Uplyst, il software IA per la gestione delle vendite online multicanale è tratto da Forbes Italia.

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Mondiali, la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”. Taremi: “Infantino è venuto negli spogliatoi”

“Dopo la partita di oggi, ci hanno detto: ‘Dovete partire immediatamente’”. A parlare è Amir Ghalenoei, allenatore dell’Iran ai Mondiali di calcio. La sua squadra ha pareggiato 2-2 all’esordio nel torneo contro la Nuova Zelanda, ha ottenuto un buon punto ma subito dopo la partita è stato ordinato loro di tornare immediatamente in Messico dagli Usa. È quanto ha spiegato il commissario tecnico nella classica intervista post partita.

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La squadra – che ha l’obbligo di entrare e uscire negli Usa nel giro di massimo 24 ore – si aspettava di trascorrere la notte in California per ottimizzare il normale processo di recupero, ma subito dopo il match è stato comunicato a tutti che dovevano salire immediatamente su un aereo per il viaggio di 225 km di ritorno a Tijuana. “Non ci hanno nemmeno dato il tempo di recuperare”, ha detto Ghalenoei tramite un interprete. “Per noi è molto importante avere tempo per recuperare, ma ci viene chiesto di salire su un aereo e tornare al nostro ritiro a Tijuana, e questo ci preoccupa molto”. Il capitano dell’Iran Mehdi Taremiche già nella conferenza stampa pre partita era stato molto critico – ha aggiunto: “Dobbiamo lasciare Los Angeles subito, e non è una buona cosa per noi. Penso che la Fifa debba aiutarci di più. … In realtà, per noi è tutto un disastro”.

L’attaccante trentatreenne ex Inter ha rivelato che il presidente della Fifa Gianni Infantino ha fatto visita ai giocatori negli spogliatoi. “Gli sono state chieste le stesse cose (…) vuole aiutare, ma ci sono altri problemi” che lo ostacolano, ha detto, senza menzionare direttamente l’amministrazione americana. Taremi ha anche ringraziato “i tifosi di Los Angeles”, che hanno sostenuto con forza la squadra dei Melli.

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Ghalenoei ha detto che diversi giocatori hanno avuto crampi durante la partita, giocata in condizioni climatiche miti. Ha attribuito i problemi fisici alla mancanza di un adeguato tempo di preparazione causata dagli ostacoli burocratici e diplomatici dell’Iran. “Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”. Le restanti due partite degli iraniani nella fase a gironi sono contro il Belgio a Inglewood domenica, seguite da una trasferta a Seattle per affrontare l’Egitto la prossima settimana.

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“C’era una banana che era uguale al mio cane. Anche gli agrumi assomigliano agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto”: così Angelina Mango

“Secondo me un po’ tutto può essere spiegato con la frutta”. Parola di Angelina Mango, che nel podcast di Alessandro Cattelan “Supernova” ha raccontato di una sua curiosa teoria.

“Se tu guardi l’interno di una banana è una faccia sorridente, triste o arrabbiata, ha un’espressione. – ha detto la cantante – C’era una banana che l’altro giorno era uguale al mio cane. Anche gli agrumi, per esempio, assomigliano moltissimo agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto“.

La cantante ha pubblicato il 12 giugno il nuovo singolo con Marco Mengoni “Canto d’amore”: “Non avrebbe avuto senso per me fare musica senza dire cose vere, e parlare di quanto fosse tutto pazzesco, quando non lo era per me. E (l’album) caramé è questo. Credo ripaghi sempre il fatto che ci sia qualcosa di vero, anche sofferto, ma vero”.

E ancora: “Quello che voglio è fare musica. Nel tour di marzo, per esempio, ho completamente escluso tutto ciò che riguardasse vestiti, fitting, trucco e parrucco… Volevo togliere tutta quella parte, andare lì e fare musica, ma non perché tutto il resto sia sbagliato. Adesso piano piano sto cercando di recuperare e riprendere anche quella parte”.

“La persona che sono diventata dopo un anno e mezzo ha delle cose in più da dire, delle cose che ha imparato. – ha concluso – Mi sono presa il mio tempo e adesso mi sento molto diversa, forse in meglio. Sono un po’ più tranquilla. Per me la priorità è sempre stare centrati con se stessi. Per un attimo ho avuto paura che tutti si scordassero di me, ma questo timore è passato subito. Anche se si fossero dimenticati, mi piace ripresentarmi con questo disco e con la persona che sono adesso”.

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How Tehran Won the World

Iran’s defiance in the face of Western aggression has become a rallying cry.

© Photo illustration by Tam Stockton for The New York Times; source photograph by Vahid Salemi/Associated Press

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La dottrina Colby e il suo primo test: quando il Medio Oriente torna al centro

Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti avviano l’Operazione Epic Fury, colpendo obiettivi militari iraniani insieme a Israele. Nelle settimane successive, settantatré velivoli C-17 trasportano batterie Patriot dal Giappone verso il Golfo Persico. Quella riallocazione di asset solleva una domanda sulla tenuta della National Defense Strategy 2026, che vede l’Indo Pacifico come una delle priorità strategiche della politica estera Usa.

Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la politica e principale architetto della NDS, aveva impostato l’intera strategia su un principio chiaro: gli Stati Uniti non possono fare tutto ovunque e devono scegliere. La scelta è l’Indo-Pacifico. La Cina è la minaccia prioritaria. La guerra in Iran ha messo alla prova quel principio prima ancora che la strategia potesse consolidarsi.

Una strategia costruita sulla scelta

Il 3 marzo 2026, Colby compare davanti al Senate Armed Services Committee per difendere la NDS. Il documento si regge su quattro pilastri principali. Il primo è la sicurezza del territorio nazionale; il secondo, e più rilevante, è la deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico; il terzo è il burden sharing con gli alleati negli altri teatri; il quarto è il potenziamento della base industriale della difesa.

La logica del documento riprende quella di Strategy of Denial, il libro che Colby pubblica nel 2021 e che la USNI Proceedings definisce il riferimento più completo per comprendere l’approccio americano alla competizione con Pechino. L’obiettivo non è dominare la regione, ma impedire che la Cina la domini, attraverso la deterrenza per negazione lungo la “prima catena delle isole”, dall’arcipelago giapponese a Taiwan fino alle Filippine.

La logica non è minacciare ritorsioni dopo un’aggressione, ma rendere credibile agli occhi di Pechino che qualsiasi tentativo militare su Taiwan fallirebbe sul campo, prima ancora che Washington possa intervenire direttamente. 

Vale la pena notare che la NDS 2026 non menziona esplicitamente Taiwan nel testo, definendo la deterrenza della Cina prevalentemente in termini economici e strategici. Una scelta che lascia una certa vaghezza sulle soglie di intervento americano, percepita con preoccupazione dagli alleati regionali.

Come osserva Foreign Policy, la NDS 2026 rappresenta il punto in cui un decennio di argomenti sull’uso della potenza americana si traduce in dottrina applicabile. La struttura è solida. Le difficoltà emergono nell’applicazione.

La contraddizione emerge in Congresso

Il problema emerge quasi in tempo reale. Mentre Colby testimonia al Senato il 3 marzo, le operazioni militari in Iran sono già in corso da giorni. I senatori lo mettono alle strette. Colby risponde che le operazioni “non sono una guerra infinita” e che non contraddicono le priorità strategiche. I dati operativi raccontano però altro.

The Diplomat documenta come gli asset di difesa aerea vengano spostati dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, con Seoul che si dice preoccupata ma impossibilitata a opporsi. Il ridispiegamento progressivo verso il CENTCOM solleva interrogativi concreti sulla tenuta della deterrenza nell’area e ha ricadute dirette sulla questione taiwanese.

La scena più significativa si svolge alla House Armed Services Committee. La congresswoman Strickland mette Colby di fronte alla contraddizione in modo metodico: gli fa confermare una per una le premesse della NDS, la Cina come pacing threat, l’Indo-Pacifico come teatro prioritario, la necessità di presenza navale avanzata e munizioni di precisione, poi gli chiede di spiegare come le operazioni contro l’Iran si concilino con quei principi. Il verbale è pubblico: le risposte di Colby non sciolgono il nodo.

Pechino incassa

Mentre Washington è impegnata nel Golfo, Pechino si posiziona. In un’analisi di maggio, il Brookings Institution individua tre vantaggi concreti per la Cina: lo spazio strategico ottenuto mentre gli Stati Uniti spostano risorse dall’Asia al Medio Oriente, la possibilità di presentarsi come attore stabile di fronte a un’America percepita come destabilizzante, e il tempo necessario a rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico senza pressioni immediate da Washington.

Il summit di Pechino del 14-15 maggio conferma questa lettura. Il vertice era previsto per aprile, ma viene rinviato di un mese proprio per via della guerra in Iran. Il CSIS aveva già avvertito che Giappone, Corea del Sud e Taiwan avrebbero monitorato con preoccupazione la possibilità che Trump, cercando il supporto cinese sull’Iran, facesse concessioni su dossier vitali per la propria sicurezza.

Il timore si rivela fondato almeno in parte. Il ministro degli Esteri Wang Yi dichiara a margine del vertice che Pechino ha percepito che Washington comprende la posizione cinese su Taiwan. Xi propone un framework di “stabilità strategica” come cornice per i prossimi tre anni. Trump smentisce di aver fatto concessioni, ma la dichiarazione cinese rimane negli atti diplomatici. La teoria alla base della NDS 2026 è solida. Il problema è che la politica americana tende a tornare in Medio Oriente ogni volta che la regione esplode: è successo in Iraq, in Afghanistan, ed è successo di nuovo con l’Iran. Resta da capire se Washington riuscirà a mantenere le proprie priorità quando arriverà la prossima crisi.

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L’Iran minaccia di interrompere i negoziati con gli Stati Uniti dopo l’attacco israeliano a Beirut.

. Il capo della delegazione iraniana mette in dubbio l’autonomia e la sincerità di Washington nei negoziati.

Il capo della squadra negoziale iraniana e presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalifab, ha minacciato di interrompere i negoziati in corso con gli Stati Uniti in seguito all’attacco israeliano di domenica contro la roccaforte del gruppo sciita libanese Hezbollah a Beirut, capitale del Libano; un bombardamento che, secondo l’esercito iraniano, “non resterà impunito”.

L’ultimo bilancio delle vittime fornito dall’agenzia di stampa ufficiale libanese NNA parla di tre morti e 15 feriti dopo che almeno quattro missili a guida laser hanno colpito un condominio nel quartiere di Dahiya, precisamente nella zona di Ghobeiri. L’attacco ha causato “danni significativi agli edifici e alle attività commerciali circostanti”, secondo l’agenzia. Israele sostiene di aver agito in risposta a precedenti raid aerei di Hezbollah contro il suo territorio.

L’Iran ha subordinato incondizionatamente la firma di qualsiasi accordo con gli Stati Uniti all’immediata cessazione degli attacchi israeliani in Libano, ma Dahiya rappresenta un obiettivo particolarmente intollerabile, essendo in primo luogo un’area urbana densamente popolata e in secondo luogo il centro operativo strategico del suo grande alleato (e di fatto la sua estensione politica e militare) in Libano.

L’attacco giunge inoltre in un momento critico, poiché il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato che avrebbe firmato oggi il tanto atteso memorandum d’intesa con l’Iran per riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz e avviare 60 giorni di negoziati approfonditi sul programma nucleare iraniano e su altri punti di contesa, nell’ambito di una cessazione consolidata delle ostilità, soprattutto in Libano.

Vista la situazione, Qalifab ritiene che l’attacco israeliano suggerisca che gli Stati Uniti stiano mentendo o siano incapaci di contenere Israele. “L’attacco sionista dimostra ancora una volta che agli Stati Uniti manca la volontà di onorare i propri impegni o la capacità di farlo”, ha affermato in un messaggio pubblicato sui social media.

“Dando il via libera al regime (israeliano), si rende impossibile per loro ottenere concessioni. Il gioco del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’ è superato. Se non hanno la volontà e la capacità di rispettare gli impegni presi, è impossibile proseguire su questa strada”, ha avvertito il negoziatore iraniano.

Un’altra reazione iraniana all’attacco di Beirut è giunta dal centro di comando congiunto dell’esercito iraniano, il quartier generale di Khatam al-Anbiya.

Il suo portavoce, Sardar Asadi, ha promesso che “i crimini contro i sobborghi meridionali non resteranno impuniti”. Va ricordato che un attacco simile avvenuto lo scorso fine settimana ha scatenato una reazione iraniana durata diversi giorni contro il territorio israeliano e le posizioni militari statunitensi nel Golfo Persico.

Prima dell’ultima escalation di violenza, i negoziatori iraniani avevano espresso profondo scetticismo sulla possibilità di raggiungere un accordo questa domenica. Stamattina stavano discutendo la bozza di accordo a Teheran con la delegazione del Qatar, giunta nella capitale iraniana domenica.

Secondo l’agenzia di stampa semi-ufficiale Fars, all’epoca i negoziatori ritenevano quasi impossibile firmare l’accordo entro la data annunciata da Trump. “L’esame degli aspetti politici, legali e tecnici, a livello di esperti, è ancora in corso”, ha dichiarato una fonte vicina al team negoziale, secondo quanto riportato dall’agenzia.

Fonte: https://www.diario-red.com/articulo/internacional/iran-amenaza-romper-negociaciones-eeuu-ataque-israeli-beirut/20260614180650071360.html

Traduzione: Luciano Lago

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Why Team Iran Is in a Tough Spot at the World Cup

At its first game in Los Angeles, the men’s national team drew spectators who weren’t coming for the soccer, but rather to protest the regime in Tehran.

© Gabriela Bhaskar/The New York Times

Fans holding Iran’s pre-revolutionary flag at SoFi Stadium near Los Angeles on Monday.
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Israele respinge l’accordo negoziato tra USA e Iran

Come era facile prevedere Netanyahu non accetta di ritirarsi dal Libano e dagli altri territori occupati.

Israele non ritirerà le sue truppe dal Libano; anzi, continuerà l’operazione militare, nonostante i piani di Stati Uniti e Iran. Lo ha dichiarato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Netanyahu ha già avvertito Trump che l’accordo tra Stati Uniti e Iran non si applica a Israele; lo Stato ebraico si considera libero da qualsiasi obbligo nei confronti del Libano. Pertanto, l’operazione militare sul territorio libanese proseguirà, così come gli attacchi.

Netanyahu ha detto a Trump che Israele non ritirerà le truppe dal Libano e che non si considera vincolato dalla clausola libanese dell’accordo sul nucleare iraniano.

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir ha fatto eco alle parole del primo ministro israeliano, affermando che Israele non è una “repubblica delle banane” e non è asservito agli Stati Uniti. Tel Aviv non si è assunta alcun obbligo in base all’accordo tra Stati Uniti e Iran. Pertanto, non ci sarà alcun ritiro di truppe dal Libano.

Nota: Il lavoro di pulizia etnica e di demolizione dello stato libanese è appena iniziato e Israele non è disposto a interromperlo. Trump deve convincersi che Israele non accetta ordini da Washington ma piuttosto impartisce le sue direttive.

Fonte: Top War

Traduzione e nota: Luciano Lago

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Japan Raises Rates to 31-Year High to Ward Off War Inflation

Going against Prime Minister Takaichi’s wishes, Japan’s central bank acted amid U.S. pressure, a tanking currency and inflation from energy disruptions.

© Jiji Press/Agence France-Presse — Getty Images

Prime Minister Sanae Takaichi of Japan in Tokyo last month. Her government spending agenda faces pressure from rising interest rates.
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Bundesrat hält am Notfallradio fest

Der Bundesrat verschiebt die Aufhebung des Notfallradios IBBK. Die IG Pro Notfallradio begrüsst den Entscheid, sieht aber im Kanton Zug Defizite.

Der Bundesrat hat am 10. Juni 2026 beschlossen, die Aufhebung des Notfallradios IBBK vorerst zurückzustellen. Das System zur Information der Bevölkerung durch den Bund in Krisenlagen bleibt damit über das Ende des Jahres 2026 hinaus betriebsbereit.

Die rund dreissig Sendeanlagen in der Schweiz sichern die Informationsverbreitung und erreichen die Bevölkerung auch in Schutzräumen. Die Einsatzbereitschaft wurde am 20. Mai 2026 durch eine Test-Aussendung über den Sender Rigi nachgewiesen.

Kritik äussert die IG Pro Notfallradio am Kanton Zug. Die dortige Anlage Baar-Hinterzimbel wurde 2008 abgebrochen. Seither ist die Versorgung in den Zuger Schutzräumen ungenügend, da die Signale des Senders Rigi nicht das gesamte Kantonsgebiet abdecken.

Die Organisation fordert vom VBS und den kantonalen Behörden den Wiederaufbau der Anlage. Zur Durchsetzung dieser Forderung wird die Lancierung einer kantonalen Volksinitiative geprüft.

Zur Website der IG Pro Notfallradio

Published: HB9HGH 2026-06-16 06:39:06

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Why Team Iran Is in a Tough Spot at the World Cup

At its first game in Los Angeles, the men’s national team drew spectators who weren’t coming for the soccer, but rather to protest the regime in Tehran.

© Gabriela Bhaskar/The New York Times

Fans holding Iran’s pre-revolutionary flag at SoFi Stadium near Los Angeles on Monday.
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L’amore è morto o siamo cambiati noi? | Filosofia dell’insostituibile

L’amore romantico è davvero morto oppure siamo noi a essere cambiati? Da Platone a Byung-Chul Han, un viaggio filosofico dentro una domanda nata in classe e diventata una riflessione sulla condizione umana contemporanea. Che cosa accade quando una persona smette di essere una possibilità tra le altre e diventa insostituibile? Una semplice domanda rivolta agli […]

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In the Dark on U.S.-Iran Deal, Senators Refrain From Praising It

Democrats demanded an immediate briefing and even Republicans conceded they had no information on an agreement the administration has declined to release.

© Michael A. McCoy for The New York Times

Senator John Thune of South Dakota, the majority leader, said that he had not yet seen the deal but said he expected the administration to convene with lawmakers as the process continues.
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In the Dark on U.S.-Iran Deal, Senators Refrain From Praising It

Democrats demanded an immediate briefing and even Republicans conceded they had no information on an agreement the administration has declined to release.

© Michael A. McCoy for The New York Times

Senator John Thune of South Dakota, the majority leader, said that he had not yet seen the deal but said he expected the administration to convene with lawmakers as the process continues.
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A Knicks-Inspired Baby-Naming Boom Is Coming After Championship Win, Experts Say

Jalen Brunson could become the next Michael Jordan of baby names, but don’t expect more Victors or Wembys, the experts say.

© Vincent Alban for The New York Times

“Jalen” is already a popular baby name, but Knicks-loving parents may turn to it even more now that Jalen Brunson led the team to an N.B.A. championship, experts say.
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Potential End of War Tests Trump’s Promise of Quick Economic Rebound

Gas prices and other goods could remain elevated for months, adding to the political challenge facing the White House in the midterm elections.

© Eric Lee for The New York Times

The United States and Iran have signed a framework agreement for ending the war, but neither side has published the full text and its details remain unknown.
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Will the Iran Deal Stick?

After many false starts, this cease-fire plan could be different. That’s because the war really has become painful for both the U.S. and Iran.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

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How Kratom, an Addictive Gas Station Drug, Found Allies in Trump’s Cabinet

With support from Markwayne Mullin and Robert F. Kennedy Jr., the kratom industry is pursuing a potentially lucrative policy. Mr. Mullin owns equity in a company that could benefit.

© Nick Oxford for The New York Times

Bottles of Feel Free, a kratom product produced by Botanic Tonics, displayed at a smoke shop in Oklahoma City last month.
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