PIOMBINO – Un drammatico malore ha spento la vita di un anziano nella tarda mattinata di oggi (17 giugno) sulla frequentatissima spiaggia di Baratti, nel comune di Piombino. L’uomo, un anziano dall’età apparente di circa 80 anni è stato colto da un improvviso arresto cardiaco che non gli ha lasciato scampo, sotto gli occhi attoniti dei bagnanti presenti.
La macchina dei soccorsi è scattata immediatamente in codice rosso non appena è stato lanciato l’allarme da parte di chi si trovava sull’arenile. La centrale operativa del 118 ha mobilitato i soccorsi terrestri inviando d’urgenza l’automedica di Piombino e, vista la gravità assoluta della situazione, ha allertato contemporaneamente anche l’elisoccorso regionale Pegaso per velocizzare un eventuale trasporto in ospedale.
Purtroppo, ogni tentativo di rianimazione si è rivelato del tutto vano. Il medico dell’automedica, giunto sul posto nel minor tempo possibile, non ha potuto fare altro che arrendersi all’evidenza e constatare il decesso dell’anziano. L’elicottero Pegaso, che nel frattempo stava raggiungendo il golfo, è stato fatto rientrare alla base. Sulla spiaggia sono intervenute anche le forze dell’ordine e il personale della Guardia Costiera, sia per garantire la sicurezza dell’area sia per avviare le procedure necessarie all’identificazione della vittima, che al momento del malore non aveva con sé i documenti di riconoscimento.
EVIAN (FRANCIA) (ITALPRESS) – “Sono soddisfatta dei risultati del G7, è stato un vertice significativo, ho trovato un ottimo clima: credo che abbia influito positivamente l’accordo tra Stati Uniti e Iran. Abbiamo lavorato bene insieme”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in conferenza stampaal termine del vertice dei leader del G7 a Evian. “Ho approfittato del dialogo con le nazioni del Golfo anche per suggerire nuovamente di rafforzare, direi di strutturare, il dialogo tra il G7 e le nazioni del Golfo che, dal punto di vista italiano, sono partner imprescindibili non solo nel settore dell’energia, ma anche in quello dell’innovazione, della tecnologia, dello sviluppo economico e chiaramente anche della stabilità”.
“Con riguardo agli sviluppi in Medio Oriente, è stato accolto da tutti positivamente l’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, che crediamo possa essere un importante quadro di riferimento per la stabilità della regione nel suo complesso”, ha aggiunto. Smentisco le ricostruzioni di ‘ridi e scherza’” con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: “queste cose ci sono sempre, c’è anche la battuta, c’è anche il momento in cui, in attesa che inizi qualcosa, si si si fa una battuta, però i temi che noi abbiamo trattato anche col Presidente degli Stati Uniti sono i temi del vertice, quindi sono temi seri, dalla questione iraniana all’Ucraina”. Con Donald Trump e gli altri leader “mi pare che ci sia stato un clima molto positivo e molta convergenza nei contenuti ed è questo che a me interessa particolarmente, non è una questione di clima, ma di dove stiamo andando”.
“Non sappiamo se questa missione sarà necessaria domani, stiamo aspettando“ di vedere “come vanno questi 60 giorni e valutare in corsa se e quando partire. Chiaramente si parla, eventualmente, di una presenza italiana in una missione internazionale in uno scenario di pace, missione esclusivamente difensiva con la necessaria autorizzazione del Parlamento. Questa è la cornice. L’autorizzazione al parlamento si chiederà qualora questa missione dovesse essere qualcosa di realistico”, sottolinea.
“Abbiamo discusso anche della situazione in Libano e a Gaza, che sono scenari fondamentali anch’essi per la stabilità regionale: il nostro obiettivo deve essere quello di favorire soluzioni durature e strutturali che superino la logica delle tregue di breve periodo, sarà fondamentale in questo anche ovviamente il ruolo di Israele. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che, in questo senso, l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta al repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato”, ha affermato la premier.
Sull’Ucraina: “Abbiamo fatto il punto col presidente Zelensky, abbiamo passato in rassegna la situazione sul campo che è molto diversa da quella che vende la propaganda russa. L’obiettivo resta quello di favorire un confronto diretto tra Zelensky e Putin, ma mentre Zelensky ha fin qui dimostrato un’attitudine sincera verso la soluzione del conflitto, non da ultimo con una lettera aperta che tutti conoscete e che è stata inviata direttamente al presidente Putin, nessun segnale serio in questo senso è arrivato da Mosca e crediamo che quei segnali ora siano necessari”. La questione di un negoziatore europeo per l’Ucraina “credo sia una materia che vada sviluppata all’interno del Consiglio Europeo. Se si vuole arrivare a un risultato su questo tema, proporre una persona che proviene da una delle grandi potenze europee renderebbe un accordo molto difficile. Mi rivolgerei verso le medie potenze dell’Unione Europea”.
Il tema di un alleanza con Vannacci“è un tema che non mi sono posta. Vannacci ha già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra”, un fatto “che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra, non si vuole dare una mano”, anzi, “vedo una certa funzionalità per la sinistra in questo”. Sul femminicidio? “Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto”.
“Non ho parlato con Merz di Commerzbank e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario perché il governo non è parte in causa. Avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione del governo italiano in Mps è inferiore al 5% quindi non abbiamo alcun ruolo, sono dinamiche di mercato” a cui “guardiamo con interesse. Sono molto contenta del fatto che Mps che era un problema per l’Italia sia diventata un gioiello, grazie al lavoro di questi anni, al quale molti ambiscono”.
La città russa di Kazan ospita una delle riunioni internazionali più attese di quest'anno. Per due giorni, il centro espositivo Kazan Expo è sede del vertice tra la Russia e i paesi del Sud-est Asiatico, un appuntamento che cade nel trentacinquesimo anniversario di relazioni diplomatiche tra Mosca e l'ASEAN. Non è la prima volta che la Russia ospita un evento di questa portata: nel 2016 fu la volta di Sochi, sulla costa del Mar Nero. Ma il contesto politico, oggi, è profondamente diverso. Siamo ormai in epoca multipolare, con un occidnete con sempre meno peso specifico sullo scacchiere internazionale.
Sul tavolo dei negoziati ci sono questioni cruciali. Lo ha anticipato nei giorni scorsi l'alto dirigente Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, parlando di discussioni incentrate sui problemi globali e regionali più urgenti, oltre che sulle prospettive di sviluppo della partnership strategica eurasiatica. Quattro i documenti in programma per la firma, tra cui la Dichiarazione di Kazan, che secondo quanto trapelato sottolineerà l'impegno comune per un ordine mondiale giusto, democratico e multipolare. Parole che pesano, in un momento in cui gli equilibri internazionali appaiono sempre più frammentati.
Ma è la lista dei partecipanti a rendere l'evento particolarmente significativo. Oltre a Putin, siederanno al tavolo i vertici di tutti gli undici paesi dell'Associazione. Ci saranno il sultano del Brunei, il presidente delle Filippine, i primi ministri di Vietnam, Cambogia, Laos, Malesia, Singapore, Thailandia e Timor Est. Indonesia e Myanmar hanno invece scelto di farsi rappresentare rispettivamente dal ministro degli Esteri e dal segretario permanente del ministero degli Esteri.
Due nomi, in particolare, hanno catturato l'attenzione degli osservatori. Il primo è quello del presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., che arriva a Kazan da un paese considerato il principale alleato degli Stati Uniti nell'area del Pacifico. Il secondo è il premier singaporiano Lawrence Wong, la cui nazione è l'unica tra i membri ASEAN ad aver aderito alle sanzioni contro Mosca dopo l'inizio del conflitto ucraino. Che entrambi abbiano scelto di partecipare di persona, e che la delegazione filippina abbia addirittura chiesto un bilaterale con Putin, dice molto di come i paesi del Sud-est Asiatico intendano muoversi nello scenario internazionale. Non più pedine di un gioco altrui, ma attori che rivendicano la propria autonomia strategica.
Del resto, l'ASEAN ha oggi un peso che pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare. Il Vietnam è diventato un hub globale per l'elettronica, la Malesia controlla catene fondamentali nella produzione di semiconduttori, l'Indonesia sfrutta le sue enormi riserve di nichel per giocare un ruolo di primo piano nel mercato delle batterie e dell'energia verde. La regione si presenta come un polo di stabilità e crescita, in un panorama mondiale segnato da crisi e turbolenze alimentate dall'imperialismo.
La Russia, da parte sua, vede in questo rapporto un'opportunità per dare sostanza al suo "volgersi a Oriente", senza limitarsi al solo asse con Pechino. Negli ultimi dieci anni il commercio bilaterale è cresciuto del sessanta per cento, raggiungendo i ventidue miliardi di dollari. I meccanismi di cooperazione si sono moltiplicati, dal Consiglio imprenditoriale Russia-ASEAN al Fondo di partenariato per progetti congiunti, fino ai dialoghi annuali tra imprese. Ma c'è di più. La collaborazione si sta estendendo a settori tradizionalmente sensibili come quello militare. Le esercitazioni navali con l'Indonesia, quelle congiunte con il Vietnam per la gestione delle emergenze, la presenza costante dei genieri russi in Laos per bonificare i campi minati ancora disseminati dalla guerra del Vietnam: sono tutti tasselli di un'intesa che va ben oltre il commercio.
E proprio il Laos, in contropartita, ha avviato un programma di riabilitazione per centoventi soldati russi reduci dalle operazioni belliche in Ucraina. Un gesto concreto, che racconta il livello di fiducia raggiunto tra le parti.
Il vertice di Kazan, insomma, non è solo un appuntamento diplomatico tra vecchi partner. È l'occasione per una regione intera di mostrare la propria faccia, quella di un soggetto geopolitico che ha scelto la via del pragmatismo e dell'autonomia strategica declinata in ambito multipolare. Che non rinuncia a dialogare con nessuno, e che intende pesare da solo sulle dinamiche globali.
"Su questo tipo di operazioni stiamo portando avanti un dialogo". Con queste parole il capo di Stato maggiore congiunto delle Forze armate honduregne, il generale Héctor Benjamín Valerio Ardón, ha confermato che Honduras e Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di condurre operazioni di combattimento congiunte contro il crimine organizzato. Un'eventualità che, come afferma il militare, sarebbe ormai solo una questione di tempo.
?????????"Vamos por buen camino para poder asegurar (...) que el ejército de Estados Unidos pueda realizar operaciones”.
Héctor Benjamín Valerio, jefe del Estado Mayor Conjunto, sobre cooperación de seguridad con EE.UU. pic.twitter.com/fFFuqOpRN5
"Siamo sulla buona strada per poter garantire, se il signor presidente lo deciderà, che l'esercito degli Stati Uniti possa realizzare operazioni in Honduras", ha aggiunto Valerio, precisando che la parola finale spetta al presidente Nasry Asfura. Un via libera che appare scontato, visto il sostegno esplicito che lo stesso Asfura ha ricevuto da Donald Trump in campagna elettorale. Anche di più di un appoggio visto che i risultati delle elezioni sono stati molto contestati dal partito Libre che era favorito in tutti i sondaggi ed esprimeva la presidente uscente, Xiomara Castro.
Il generale ha poi cercato di sdrammatizzare la portata dell'annuncio, ricordando che la presenza statunitense in Honduras non rappresenterebbe una novità. "La DEA, la CIA sono agenzie di intelligence che lavorano da sempre nel paese", ha dichiarato, senza però entrare nel merito delle operazioni che negli anni hanno sollevato più di un dubbio sulla reale natura di quella cooperazione. Ha inoltre citato la base aerea di Soto Cano, conosciuta come Palmerola, definendola uno strumento collaudato per il coordinamento antinarcotico e le missioni umanitarie.
Ed è proprio Palmerola il simbolo di una presenza che molti in Honduras considerano molto ingombrante. Sulla struttura militare, attiva da quarant'anni, pesano sospetti mai del tutto chiariti riguardo al suo utilizzo durante il golpe che nel 2009 depose Manuel Zelaya. L'ex presidente Xiomara Castro, moglie di Zelaya, lo scorso anno aveva minacciato di chiudere la base, prendendo di petto l'amministrazione Trump. "In ambito militare, dove senza pagare un centesimo gli Stati Uniti hanno mantenuto basi nel nostro territorio per decenni, queste installazioni perderebbero ogni ragione di esistere in Honduras", aveva dichiarato la leader progressista nel gennaio 2025, in aperto contrasto con le politiche migratorie annunciate da Washington.
Quelle parole, però, appartengono a un'altra stagione politica. Le elezioni di novembre hanno segnato una svolta netta: la sconfitta della candidata di Libre, Rixi Moncada, e la vittoria di Asfura, sostenuto apertamente da Trump, hanno riportato il paese su un binario di stretta alleanza con gli Stati Uniti. Il presidente USA, secondo quanto emerso, aveva condizionato gli aiuti economici a Honduras all'esito del voto, spingendo perché fosse il candidato conservatore a prevalere.
Oggi, con un esecutivo allineato a Washington, l'ipotesi di operazioni militari congiunte torna a essere concreta. Ma gli interrogativi restano. Il paese è devastato dalla violenza delle organizzazioni criminali, come dimostra l'ultima strage di undici lavoratori in una piantagione di palma africana, eppure le basi statunitensi, presenti da decenni, non hanno mai prodotto un arretramento significativo del narcotraffico.
La domanda che molti osservatori si pongono, ascoltando le parole del generale Valerio, è se questa nuova cooperazione serva davvero a combattere il crimine o se, come già accaduto in passato, il pretesto della sicurezza nasconda piuttosto una rinnovata ingerenza. Le dichiarazioni ufficiali parlano di lotta al narcotraffico, ma la storia insegna che i confini tra cooperazione e controllo sono spesso più labili di quanto si voglia far credere. A tal proposito si vedano le 'operazioni' effettuate in Messico e Venezuela, oltre alle mire sul Brasile espresse dall'amministrazione Trump.
Dal vertice del G7 in Francia arrivano dichiarazioni destinate a far discutere. Al termine di un incontro bilaterale con il presidente egiziano Al-Sisi, Donald Trump ha parlato a ruota libera della delicata situazione con l'Iran, alternando l'ottimismo economico a minacce militari pesantissime.
Il Presidente statunitense ha subito chiarito che l'attuale intesa con Teheran è tutt'altro che blindata:
"Non è un accordo definitivo, si tratta di un memorandum d'intesa. E se non mi piace, se non si comportano bene, torneremo a sparargli e a sganciare bombe proprio in mezzo alla loro testa".
I mercati brindano, ma la tensione resta alta
Nonostante i toni bellicosi, Trump ha sottolineato che l'andamento delle trattative sta rassicurando gli investitori, definendo i mercati "molto soddisfatti" degli ultimi sviluppi. Tuttavia, la linea di Washington rimane di totale fermezza finanziaria.
Il tycoon ha smentito categoricamente le indiscrezioni secondo cui l'accordo prevederebbe un fondo statunitense da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione di Teheran:
"Sono notizie false. Non stiamo investendo nemmeno 10 centesimi, non stiamo investendo e non abbiamo stanziato alcun fondo".
Il ruolo dei Paesi del Golfo
Se da un lato gli Stati Uniti chiudono i rubinetti, dall'altro non vietano ad altri attori globali di muoversi nello scacchiere mediorientale. Trump ha precisato di non aver chiesto esplicitamente ai Paesi del Golfo di investire in Iran, ma ha aggiunto che "se decidessero di farlo in futuro, per noi va bene".
Una concessione che resta comunque congelata nel breve termine: "Direi che non lo faranno per un po', almeno finché non avranno capito quale sarà il reale comportamento degli iraniani", ha concluso il Presidente, rimandando ulteriori dettagli a una conferenza stampa prevista nelle prossime ore.
La testata saudita Al Arabiya ha pubblicato il testo del Memorandum d'Intesa tra Stati Uniti e Iran. Di seguito i punti dell'accordo:
Cessazione delle ostilità: Stop completo ai combattimenti su tutti i fronti (compreso il Libano), con l'immediata rinuncia a qualsiasi azione ostile e all'uso della forza.
Sovranità e non ingerenza: Rispetto reciproco della sovranità, dell'integrità territoriale e principio di non interferenza negli affari interni.
Verso l'accordo finale: Le parti si impegnano a concludere un accordo finale e globale entro 60 giorni (con possibilità di proroga).
Fine del blocco navale USA: Gli Stati Uniti revocheranno immediatamente il blocco navale, ripristineranno il traffico marittimo ai livelli prebellici e ritireranno le proprie forze dalla regione entro 30 giorni dalla firma dell'accordo finale.
Sicurezza marittima iraniana: L'Iran garantirà il ripristino del traffico mercantile attraverso il Golfo Persico fino al Mar d'Oman, riportandolo ai livelli prebellici entro 30 giorni.
Piano di aiuti economici: Gli Stati Uniti e i loro partner economici stanno elaborando un piano di ripresa per l'Iran con un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari.
Revoca delle sanzioni: Gli Stati Uniti si impegnano a revocare tutte le sanzioni (comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, dell'AIEA e le sanzioni unilaterali americane) secondo il calendario che sarà concordato nell'accordo finale.
Capitolo nucleare: L'Iran conferma l'impegno a non produrre mai armi nucleari. Tutte le questioni pendenti sul nucleare (compresa la gestione del materiale arricchito) saranno risolte nell'accordo finale.
Mantenimento dello status quo: Fino alla firma dell'accordo finale la situazione resterà congelata: l'Iran non modificherà il suo programma nucleare, mentre gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né rafforzeranno la propria presenza militare nella regione.
Deroghe immediate sul petrolio: Gli Stati Uniti concederanno da subito deroghe per l'esportazione di petrolio, prodotti petrolchimici e per i relativi servizi bancari, assicurativi e di trasporto iraniani.
Sblocco dei fondi: Tutti i beni e i fondi finanziari iraniani congelati all'estero saranno sbloccati e resi pienamente accessibili a Teheran.
Monitoraggio: Sarà istituito un meccanismo congiunto per monitorare l'effettiva attuazione dell'accordo.
Fasi dei negoziati: Dopo il completamento delle fasi prioritarie (relative ai punti 4, 5, 10 e 11), inizieranno i negoziati a pieno titolo sulle restanti questioni.
Avvallo internazionale: L'accordo finale sarà approvato e blindato attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Un esercito nazionale può definirsi efficiente ed efficace senza l’apporto dei droni di ultima generazione?
Nei documenti ufficiali dei Ministeri della Difesa europei viene riservata sempre la massima attenzione alla ricerca e alla produzione di sistemi militari tecnologicamente avanzati. È ormai noto come oggi i droni – specie se guidati dall’intelligenza artificiale – causino non solo enormi danni alle infrastrutture, ma anche considerevoli "effetti collaterali", tragico eufemismo con cui vengono definiti i morti civili, in costante aumento anche in Palestina.
Esiste una "via italiana" al mercato dei droni militari? Ovviamente sì. Lo scorso 4 giugno è nata una nuova fabbrica nel territorio emiliano: parliamo della MGI Italia a Modena. Si tratta di una joint-venture tra la MGI Engineering Ltd (azienda britannica specializzata nei settori aerospaziale, della difesa e automobilistico) e la Vigilar Group Spa (realtà italiana attiva nella sicurezza e nell’intelligence).
La sede scelta non è casuale. Siamo nel cuore della Motor Valley, il distretto motoristico italiano celebre in tutto il mondo per le sue grandi case automobilistiche e motociclistiche. Come spiegavamo mesi fa in un altro intervento [1], per affinità produttive e ragioni legate all’andamento del mercato, le aziende dell’automotive si prestano facilmente alla riconversione militare, in particolare per la produzione di droni.
L'amministratore delegato di MGI Engineering, Mike Gascoyne, ha stimato per MGI Italia una produzione a regime di «circa 200 pezzi al mese» (per un valore di circa mezzo milione di euro a esemplare). È dunque del tutto lecito ipotizzare una futura partnership con le vicine aziende automobilistiche, una volta superata la fase iniziale dell’investimento.
Lo stesso AD, infatti, in un’intervista al Sole 24 Ore ha dichiarato: «Ci sarà anche l’opportunità di sviluppare un indotto con le industrie che già operano nel distretto di Modena» [2]. È molto probabile, quindi, che per la fornitura della componentistica meno tecnologica MGI Italia si affiderà ad altre aziende motoristiche dell’Emilia, che si troveranno a riconvertire parzialmente la produzione a fini bellici. La progettazione e l’installazione delle componenti critiche e high-tech rimarranno invece appannaggio della casa madre. L’obiettivo strategico è chiaro: sfruttare l'enorme capacità produttiva della Motor Valley per commercializzare droni militari, accorciando i cicli di ricerca e sviluppo e, al contempo, accelerando i ritmi di produzione.
L’iniziativa di MGI si inserisce nel più ampio processo di riconversione dell’automotive verso il comparto Difesa, un trend globale che in Italia e all'estero vede già coinvolti colossi come Berco, Stellantis, Volkswagen, General Motors e Ford. Il nostro Governo, d'altronde, nell’ultima Legge di Bilancio ha inserito un comma specifico proprio per facilitare la riconversione industriale a fini militari [3].
Riguardo all’impiego finale dei droni prodotti a Modena non vi sono ancora molte informazioni, spesso protette dal segreto militare. Saranno probabili le forniture alle Forze Armate nazionali, ma l’AD Gascoyne ha già aperto una finestra sul fronte geopolitico più caldo, dichiarando che una parte della produzione potrebbe essere destinata all'Ucraina: «Il supporto di cui gode l’Ucraina sia da parte dell’Italia che del Regno Unito costituirà sicuramente un ambito nel quale potremo cooperare» [4].
Continueremo a seguire gli sviluppi.
Note:
[1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dalle auto alle armi: l’industria si prepara alla guerra, 27 Aprile 2026, Diogene Notizie.
[2] A. Carli, Nasce Mgi Italia: joint venture italo-britannica per droni ad alta tecnologia nella Motor Valley, 5 Giugno 2026, Il Sole 24 Ore.
L'Iran ha accusato formalmente Israele di aver ripetutamente violato la tregua in Libano, un tassello cruciale del recente accordo strategico siglato con gli Stati Uniti. Da Teheran arriva un avvertimento categorico: se i raid israeliani continueranno, la risposta iraniana sarà durissima.
L'escalation verbale segue il recente attacco di droni israeliani nel Libano meridionale, che ha causato la morte di quattro persone. Nel frattempo, il presidente statunitense Donald Trump ha criticato pubblicamente il premier Benjamin Netanyahu, esortandolo a una maggiore responsabilità sul fronte libanese.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito le condizioni insindacabili di Teheran per un'intesa definitiva con Washington:
Allentamento immediato delle sanzioni economiche.
Sblocco dei beni finanziari iraniani congelati all'estero.
Ritiro totale delle truppe israeliane dal territorio libanese.
???????? Il fronte iraniano: Petrolio e diplomazia
Il Libano come priorità: I funzionari di Teheran ribadiscono che un cessate il fuoco stabile nella regione — e in Libano in particolare — è una condizione imprescindibile per la tenuta di qualsiasi patto con gli USA.
Sfida al blocco navale: La petroliera Sonia I, carica di un milione di barili di greggio, ha forzato la "linea di blocco" della Marina statunitense nel Golfo dell'Oman. È la terza nave a compiere questa manovra, portando il totale a 4,8 milioni di barili esportati. Secondo Teheran, l'accordo con Washington prevede lo stop immediato del blocco navale sui porti iraniani.
La posizione degli Stati Uniti e lo scetticismo degli esperti
L'accordo è un bluff? Doug Bandow (Cato Institute ed ex consigliere di Reagan) avverte che senza una vera e concreta pressione di Trump su Israele per fermare i raid, l'accordo tra USA e Iran fallirà. Finora nessun presidente americano ha mai sospeso davvero il sostegno militare a Tel Aviv.
La linea di Washington: Il vicepresidente JD Vance si mostra pragmatico: l'Iran non deve avere l'arma nucleare e lo Stretto di Hormuz deve restare aperto. Se l'Iran smetterà di finanziare il terrorismo otterrà benefici economici concreti, altrimenti non avrà nulla. "Gli Stati Uniti vincono in entrambi i casi", ha tagliato corto Vance.
L'ottimismo degli alleati: Il Premier canadese Mark Carney, dopo aver visionato una copia dell'accordo preliminare (i cui dettagli restano segreti), lo ha definito una svolta "superiore alle aspettative".
Israele tra tensioni interne e malcontento
L'ombra dell'annessione a Hebron: Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha trasferito i poteri di pianificazione urbana di Hebron all'esercito, di fatto stracciando gli accordi del 1997. Secondo gli analisti, il governo Netanyahu sta accelerando le espropriazioni di terra per compattare la destra radicale interna e distogliere l'attenzione dalle crescenti frizioni diplomatiche con Washington.
Cosa pensano i cittadini: I sondaggi evidenziano una forte sfiducia. Solo il 18% degli israeliani approva l'accordo USA-Iran, mentre il 55% è nettamente contrario. Il 70% della popolazione teme ancora la minaccia di Teheran, e c'è forte incertezza sul futuro: il 40% ritiene che Trump resterà un alleato storico di Israele, mentre il 32% prevede un cambio di rotta del tycoon.
Il dramma in Libano
Nonostante i patti internazionali prevedano lo stop dei combattimenti su tutti i fronti, i droni israeliani hanno colpito il governatorato di Nabatieh, uccidendo quattro persone. Questo attacco rischia di essere il detonatore che farà saltare definitivamente il fragile accordo tra Washington e Teheran.
Gli Stati Uniti hanno respinto una richiesta ufficiale israeliana di "rivedere" il Memorandum d'intesa (MoU) recentemente annunciato tra Teheran e Washington, secondo quanto riportato il 16 giugno dal Canale 12 israeliano e da i24.
Secondo quanto riportato dal corrispondente di Canale 12, Yaron Avraham, Tel Aviv ha presentato una richiesta "formale" a Washington per "rivedere" il protocollo d'intesa, ma è stata bloccata e rimane all'oscuro di tutti i dettagli dell'accordo.
Il primo ministro israeliano e criminale di guerra ricercato Benjamin Netanyahu ha confermato pubblicamente in una conferenza stampa il giorno prima di non essere "sicuro dei dettagli" del memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti.
I media israeliani hanno recentemente riportato che tra le autorità israeliane c'è "profonda delusione" e rifiuto dell'accordo.
i24 ha definito l'accordo "un imbarazzo", in particolare la clausola relativa al ritiro dal Libano e alla fine degli attacchi contro il Paese.
Una fonte ha dichiarato al media israeliano che l'accordo probabilmente fallirà e che ulteriori attacchi israeliani contro i programmi nucleari e missilistici iraniani sono "solo questione di tempo".
Il capo dell'aeronautica israeliana, Omer Tischler, ha confermato martedì che una "massiccia ondata" di attacchi aerei contro l'Iran è stata annullata la scorsa settimana.
"L'attacco è stato interrotto mentre eravamo al briefing negli squadroni, appena un'ora prima della partenza per la sortita", ha rivelato Tischler.
Secondo alcune fonti, Israele avrebbe comunicato a Washington di non sentirsi vincolato dall'accordo con l'Iran.
"L'accordo con l'Iran è stato stipulato da Trump, e questa è una sua decisione; noi abbiamo i nostri interessi", ha dichiarato Netanyahu in una conferenza stampa il 15 giugno.
Ha aggiunto che la lotta contro l'Iran "non è finita".
Il ministro della Guerra israeliano Israel Katz ha dichiarato questa settimana che Tel Aviv lancerà attacchi "a piena forza" contro l'Iran se quest'ultimo reagirà agli attacchi contro il Libano, in modo simile a quanto fatto dopo l'attacco a Beirut all'inizio di questo mese.
Con l’annuncio di un accordo tra Stati Uniti e Iran per la cessazione delle operazioni militari su diversi fronti, incluso il Libano, nel dibattito interno sono emerse due questioni strettamente collegate: quale significato abbia per il Libano essere incluso in un’intesa regionale e internazionale alla cui definizione non ha partecipato direttamente e se ciò abbia indebolito o rafforzato la posizione ufficiale libanese, da sempre orientata a separare i conflitti e a evitare che il Paese diventi dipendente da dinamiche esterne.
Finora il governo libanese non è stato informato del contenuto completo dell’accordo né dei dettagli specifici che lo riguardano. Israele, dal canto suo, non ha mostrato un impegno chiaro, continuando gli attacchi contro il Libano meridionale. Di conseguenza, qualsiasi valutazione libanese resta subordinata alla verifica dell’effettiva attuazione dell’intesa. Ciò che appare certo, tuttavia, è che l’inclusione del Libano nell’accordo conferma una realtà evidente da anni: il Paese non è fuori dal conflitto, nonostante alcuni lo desiderino, e non è sufficientemente presente nei negoziati, benché il governo continui a definirsi l’unico organo decisionale.
La deputata Paula Yacoubian interpreta la situazione come una perdita netta per il Libano. A suo avviso, non ci sono margini di ambiguità: «L’Iran è il vincitore di questo accordo e il Libano è il perdente. Anzi, il più grande perdente».
Yacoubian fonda la sua analisi sul costo della guerra per il Paese, non sulle dichiarazioni ufficiali. Sottolinea che il Libano è stato devastato, la popolazione sfollata e che le perdite umane e materiali sono enormi. Le infrastrutture danneggiate, aggiunge, «potrebbero non essere facilmente ricostruibili», soprattutto in un contesto di profonda crisi finanziaria. Per questo ritiene che l’accordo non liberi il Libano dalle pressioni, ma lo collochi piuttosto tra due forze contrapposte: «Perpetuerà l’ingerenza iraniana e, allo stesso tempo, manterrà l’occupazione israeliana nel sud. Il Libano è stato colpito da entrambi i lati».
Secondo Yacoubian, lo Stato libanese è entrato nei negoziati da una posizione di debolezza strutturale, poiché «la questione più importante in qualsiasi negoziato è il sistema d’armi di Hezbollah», un tema che, a suo dire, «è presente ovunque». Pur riconoscendo l’importanza che il Libano negozi autonomamente, insiste sulla necessità di affermare che «in Libano esiste uno Stato».
Collega inoltre l’esito dell’accordo alla sua attuazione e alla capacità di Israele di sabotarlo attraverso la dimensione libanese. Ritiene che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia tentato di farlo, ma che l’accordo sia comunque rimasto in piedi, segno, secondo lei, della debolezza e dell’imbarazzo sia della leadership israeliana sia di quella statunitense. Conclude affermando che il principale perdente è il Libano, il secondo è Israele, mentre gli Stati Uniti «non hanno raggiunto i loro obiettivi».
Yacoubian definisce infine la guerra stessa «una guerra folle», aggiungendo: «È stata una guerra mal concepita». A suo avviso, i team di Netanyahu e del presidente statunitense Donald Trump hanno agito con leggerezza e scarso giudizio, guidati da una mentalità più commerciale che politica, a differenza dell’Iran, che può contare su una rete di relazioni con Cina e Russia.
Il deputato Bilal Abdullah, del Partito Socialista Progressista, adotta un approccio più prudente. Per lui è impossibile trarre conclusioni prima di verificare il comportamento di Israele: «Tutto dipende dall’entità del suo impegno. Se Israele rispetterà l’accordo, l’interpretazione sarà chiara. In caso contrario, sarà diversa».
Alla domanda se l’accordo indebolisca la posizione negoziale del Libano, Abdullah risponde senza esitazioni: «No, al contrario. Perché dovrebbe indebolirla? Assolutamente no. Potrebbe persino rafforzarla».
Secondo la sua lettura, un eventuale cessate il fuoco potrebbe offrire al Libano un margine negoziale più ampio. Ma questo potenziale si concretizzerà solo se Israele rispetterà i propri impegni e se lo Stato libanese saprà cogliere l’occasione, invece di attendere passivamente decisioni esterne.
Il parlamentare Ghassan Atallah propone una lettura diversa. A suo avviso l’Iran è riuscito a condurre i negoziati secondo i propri ritmi, imponendo tempi, tattiche dilatorie e modifiche alle clausole. «È evidente che l’Iran ha gestito i negoziati nel modo che desiderava. La sua prospettiva è chiaramente presente nella stesura delle clausole, in modo coerente con i suoi interessi».
Atallah ritiene che l’errore strategico di Netanyahu, l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut, abbia rafforzato la posizione iraniana, poiché è avvenuto in un momento in cui gli Stati Uniti non erano più in grado di sostenere una guerra prolungata. Teheran ha così potuto affermare: o un accordo alle sue condizioni oppure la guerra continuerà.
Un ecosistema vivente nel cuore dell’ospedale: la Fabbrica dell’Aria è arrivata all’ospedale San Jacopo di Pistoia, grazie a un’iniziativa promossa da Unicoop Firenze in collaborazione con Regione Toscana, l’Azienda USL Toscana Centro, l’ospedale cittadino, le sezioni soci Coop del territorio e Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale e professore dell’Università di Firenze, ideatore del dispositivo.
Cos’è la Fabbrica dell’aria
La Fabbrica dell’aria è una bio-macchina, sviluppata da Pnat, società fondata come spin-off dell’Università di Firenze. La Fabbrica ha l’aspetto di una serra modulare che contiene al suo interno varie tipologie di piante: oltre al valore estetico, il dispositivo è in grado di aspirare e filtrare l’aria, restituendola filtrata e depurata attraverso le foglie e le radici.
Ora anche al San Jacopo di Pistoia
Vista l’utilità in luoghi di comunità, in particolare dedicati alla cura delle persone, Unicoop Firenze ha donato il dispositivo all’ospedale San Jacopo di Pistoia, dove è stata inaugurata il 17 giugno, alla presenza di Valerio Mari, Direttore generale Asl Toscana centro, Lucilla Di Renzo, Direttrice di Presidio, Francesca Gatteschi, Direttrice soci Unicoop Firenze, e Camilla Pandolfi, referente Pnat. Presenti anche i rappresentanti delle sezioni soci Coop del territorio che hanno sostenuto il progetto e coadiuvato la raccolta fondi.
La Fabbrica dell’aria dove
Oltre che all’ospedale San Jacopo di Pistoia, Unicoop Firenze ne ha sostenuto l’installazione negli ospedali di altre sei province toscane: ad Arezzo, ospedale San Donato, a Firenze, ospedale di Careggi, a Lucca, ospedale San Luca, a Pisa, presidio Cisanello dell’azienda ospedaliero universitaria pisana, a Prato, ospedale Santo Stefano, a Siena, azienda ospedaliero universitaria senese.
Altri due dispositivi sono già attivi nei punti vendita Coop di Firenze Novoli e Ponte a Greve. L’iniziativa è stata realizzata anche grazie a una raccolta fondi promossa da Unicoop Firenze lo scorso ottobre, con la vendita di piante di anthurium nei Coop.fi: per ogni pianta venduta, Unicoop Firenze ha donato 2 Euro al progetto. Grazie al contributo di soci e clienti, sono stati raccolti 24.592 Euro, per un totale di 12.296 anthurium venduti.
Tecnologia “naturale”
«Con grande soddisfazione inauguriamo la Fabbrica dell’Aria all’ospedale San Jacopo di Pistoia dove pazienti e lavoratori dell’ospedale potranno godere dell’effetto benefico delle piante, quali la depurazione dell’aria da sostanze nocive, la riduzione dello stress ed il miglioramento del comfort ambientale. Il progetto della Fabbrica dell’Aria, che abbiamo già realizzato anche in due supermercati Unicoop Firenze, è un unicum a livello mondiale e racchiude in sé un valore scientifico, economico e sociale. Scegliere di “ripulire” l’aria di uno spazio servendosi delle piante, con una tecnologia naturale, in alternativa ai consueti sistemi di filtraggio, ha un che di rivoluzionario. Significa riconoscere e attribuire alle piante un ruolo che per decenni è stato negato, oltre ad avere il merito di regalare a noi umani il privilegio di vivere meglio», ha commentato Stefano Mancuso, Professore dell’Università di Firenze.
Benessere e cura
«Siamo davvero felici di inaugurare oggi, all’ospedale San Jacopo di Pistoia, la Fabbrica dell’Aria con la quale vogliamo dare il nostro contributo alla ricerca di soluzioni innovative per rendere i luoghi di cura più verdi, salubri e attenti alla connessione fra l’uomo e il mondo vegetale. È un progetto in cui crediamo fortemente e con cui rinnoviamo la storica collaborazione con Stefano Mancuso insieme al quale, nel 2019, abbiamo installato due Fabbriche dell’aria nei nostri Coop.fi di Novoli e Ponte a Greve. Grazie a questa iniziativa, fortemente voluta anche dalle nostre sezioni soci, la Fabbrica dell’Aria fa il suo ingresso in sette ospedali toscani, ciò anche grazie al contributo di soci e clienti che hanno sostenuto il progetto partecipando alla raccolta fondi dello scorso ottobre. Questa iniziativa, innovativa e coraggiosa, è uno dei nostri impegni per migliorare la qualità ambientale e il benessere delle comunità che vivono nel nostro territorio», ha affermato Francesca Gatteschi, Direttrice soci Unicoop Firenze.
Un valore importante
«Una donazione che rafforza il valore e il sostegno di UniCoop Firenze a favore dei nostri ospedali. Poter disporre, all’interno dei presidi aziendali di Pistoia e Prato, di una struttura in grado di contribuire al miglioramento della qualità dell’aria e, al tempo stesso, di rendere gli ambienti più accoglienti e confortevoli, rappresenta un valore importante per chi ogni giorno vive l’ospedale, dai pazienti ai loro familiari, fino ai professionisti che vi operano. Desidero ringraziare, a nome dell’Asl Toscana centro, tutti coloro che hanno sostenuto questa preziosa iniziativa. La collaborazione con Unicoop Firenze si è consolidata nel tempo attraverso numerosi progetti condivisi e oggi trova un’ulteriore significativa espressione in un gesto di solidarietà e attenzione verso le persone e i luoghi della cura», ha commentato l’Ing. Valerio Mari, Direttore generale Asl Toscana centro.
Uno spazio più accogliente
«Abbiamo accolto con grande entusiasmo la possibilità di poter disporre della biomacchina nel nostro ospedale e che abbiamo deciso di installare nella hall del presidio, in un luogo di passaggio per pazienti, familiari e personale sanitario e di principale accesso alla struttura. Questa donazione testimonia quanto la sinergia tra istituzioni, realtà del territorio e cittadini possa generare valore per l’intera comunità e contribuire a rendere un luogo di cura sempre più attento al benessere e all’umanizzazione degli spazi. Contribuire a rendere gli spazi ospedalieri più accoglienti, con ricadute positive anche in termini di salute, rappresenta, infatti, una testimonianza preziosa di sostegno e di cultura del dono a beneficio dei nostri pazienti e della nostra comunità», ha concluso la Dott.ssa Lucilla Di Renzo, Direttrice sanitaria di Presidio.
Come funziona la Fabbrica dell’aria
La Fabbrica dell’Aria è un’installazione che sfrutta l’intelligenza delle piante per purificare l’aria degli ambienti chiusi. Agendo come una “biomacchina che respira”, incanala l’aria attraverso un substrato in cui le radici delle piante e i batteri benefici degradano le sostanze inquinanti. L’aria, così purificata, viene poi rilasciata nell’ambiente e monitorata in tempo reale, grazie ad un sistema di sensoristica avanzata.
In una combinazione di natura e tecnologia, la Fabbrica dell’Aria crea ambienti interni più salubri riducendo le sostanze inquinanti come i composti organici volatili (VOCs). Inoltre, promuove una connessione sostenibile tra l’uomo e il mondo vegetale offrendo una soluzione tangibile per migliorare la qualità dell’aria e il benessere negli spazi chiusi. La Fabbrica dell’Aria è strutturata per essere completamente autonoma con sistema integrati di illuminazione, irrigazione e sensoristica.
Oggi ce ne sono molte già installate in negozi, uffici, in Italia e nel mondo, dall’ Inghilterra al Giappone. Due sono nei punti vendita Coop di Firenze Novoli e Ponte a Greve. Grazie al contributo di Unicoop Firenze, un ulteriore dispositivo è stato installato presso il reparto maternità dell’ospedale di Careggi a Firenze.
Inquinamento indoor
Quello dell’inquinamento indoor è un reale problema di salute pubblica e la scienza si è messa al lavoro per trovaresoluzioni. Anche in questo caso le piante sono grandi alleate dell’uomo e possono essere di grande aiuto infatti hanno la capacità di degradare gli agenti inquinanti, filtrando e depurando l’aria.
Piante come Ficus, Monstera, Strelitzia, Kentia, Aloe, Dracena, Spatifillo, Pothos, Sansevieria, Filodendro, Falangio, sono in grado di “intrappolare” inquinanti come i VOCs rendendo più pulita l’aria di uffici, scuole, ospedali e luoghi ad alto afflusso di persone. Queste piante vivono bene a temperature che sono ideali anche per l’uomo e hanno un valore estetico che arricchisce l’ambiente e garantisce uno spazio più salubre.
I benefici per la salute
Con le Fabbriche dell’Aria il vantaggio è doppio. Il primo: l’aria depurata naturalmente riduce i VOCs, inquinanti dannosi rilasciati dai materiali da costruzione, dai mobili, dai prodotti per la pulizia e dai dispositivi elettronici. Il secondo: la presenza di piante aiuta a star bene, migliorando l’umore, l’attenzione e anche i tempi di guarigione.
Come sostiene Stefano Mancuso, i benefici sono dimostrati da numerosi studi scientifici pubblicati da quarant’anni a questa parte: anche solo la vista del verde da una finestra contribuisce a migliorare lo stato fisico e mentale. Le ricerche ci dicono che, essendo l’ospedale uno spazio di forte stress emotivo, le piante sarebbero di aiuto non solo per i pazienti, ma anche per le tante persone che ci lavorano: medici, infermieri, personale di vario tipo, oltre che per i visitatori.
CAMPIGLIA MARITTIMA – Nell’ambito dell’intensificazione dei servizi di controllo del territorio finalizzati al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti nella Val di Cornia, i carabinieri della stazione di Venturina Terme hanno tratto in arresto in flagranza di reato un 40enne e denunciato un 20enne, entrambi ritenuti responsabili di detenzione ai fini di spaccio di sostanze illecite.
L’operazione è scattata in orario pomeridiano a Venturina Terme dove i militari, impegnati in un mirato servizio di osservazione, hanno notato il giovane uscire con fare sospetto da un’abitazione. Prontamente fermato e sottoposto a controllo, il giovane è stato trovato in possesso di 18 grammi circa di hashish, un bilancino di precisione e 30 euro in contanti, ritenuti provento di pregressa attività illecita. Il tempestivo sviluppo investigativo, condotto anche con l’ausilio di personale in abiti civili, ha indotto i carabinieri a estendere le verifiche all’interno dell’appartamento da cui il giovane era stato visto uscire, risultato in uso al 40enne, quest’ultimo già noto alle forze dell’ordine.
La successiva perquisizione domiciliare ha consentito di rinvenire e sottoporre a sequestro un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti, consistente in 3 chili e 300 grammi circa di hashish, mezzo chilo di marijuana, 300 grammi circa di cocaina e mezzo grammo circa di crack.
Nel corso delle attività sono state altresì rinvenute e sequestrate due agende con elementi investigativi su cessioni di droga e la somma in contanti di 8200 euro, verosimile provento dell’attività di spaccio.
Il 40enne è stato arrestato in flagranza di reato e, a seguito di apposita udienza celebrata al tribunale di Livorno, l’operato dei carabinieri è stato convalidato dal giudice che ha disposto nei confronti dell’indagato la misura cautelare degli arresti domiciliari con l’applicazione del dispositivo di controllo elettronico (braccialetto elettronico) mentre il 20enne è stato contestualmente denunciato per lo stesso reato all’autorità giudizia
PIOMBINO – Sono stati completati lo scorso venerdì gli interventi di riprofilatura dell’arenile di Salivoli e la spiaggia è nuovamente pienamente fruibile da parte di cittadini e turisti. Le operazioni hanno consentito di preparare l’arenile all’avvio della stagione balneare attraverso un’attività che, come ogni anno, richiede un delicato equilibrio tra tutela ambientale, sicurezza, sostenibilità economica e valorizzazione del patrimonio pubblico.
Per quanto riguarda le operazioni di trasferimento della posidonia verso lo scoglio d’Orlando, i lavori si sono conclusi martedì e hanno interessano esclusivamente una limitata porzione dell’arenile sul lato ovest della spiaggia.
L’intervento è stato realizzato seguendo una linea di prudenza e responsabilità amministrativa che ha guidato ogni scelta dell’amministrazione comunale. Da una parte è stato necessario acquisire specifici pareri tecnici relativi alla presenza dei cavi elettrici di Terna ed Enel che attraversano la spiaggia, passaggio indispensabile per garantire la sicurezza dei lavoratori e dei frequentatori dell’arenile. Dall’altra, si è scelto di programmare le operazioni evitando di anticiparle eccessivamente rispetto alla fine delle mareggiate primaverili, così da scongiurare il rischio di dover intervenire una seconda volta con ulteriori costi. Una scelta che risponde a un principio semplice ma fondamentale: utilizzare le risorse pubbliche con attenzione, evitando sprechi e garantendo la massima efficacia degli interventi.
La gestione della posidonia rappresenta uno degli aspetti più significativi del modello adottato a Salivoli. La posidonia spiaggiata è infatti una componente naturale dell’ecosistema marino ma il trasporto fuori dall’arenile ne determinerebbe la classificazione come rifiuto, con conseguenti costi di smaltimento particolarmente elevati. La gestione in loco del materiale vegetale rappresenta quindi la soluzione più sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico, consentendo di coniugare tutela del territorio e contenimento della spesa pubblica.
Quest’anno, inoltre, è stato compiuto un ulteriore passo avanti nella riqualificazione dell’area. Il volume massimo di stoccaggio della posidonia nella zona antistante il ristorante è in linea con quello degli anni precedenti. Il cumulo è stato completamente rimodellato secondo le prescrizioni della Soprintendenza, riducendone sensibilmente l’altezza, oggi allineata a quella della scogliera, e migliorando così la percezione paesaggistica dell’arenile e la visuale verso il mare. Una parte del materiale, pari a circa 300 metri cubi, è stata trasferita allo Scoglio d’Orlando, consentendo di recuperare ulteriori spazi a disposizione della cittadinanza.
I risultati di questa impostazione sono evidenti anche nei numeri. Le misurazioni effettuate sulla spiaggia pubblica mostrano come, rispetto al 2019, la superficie fruibile sul lato est dell’arenile sia passata da 1160 a 2310 metri quadrati, con un incremento di oltre 1150 metri quadrati che ha sostanzialmente raddoppiato lo spazio disponibile per bagnanti e famiglie. Sul lato ovest la superficie risulta sostanzialmente invariata rispetto al passato, nonostante la presenza del cumulo di posidonia, confermando un saldo complessivamente molto positivo per la città. Tutto questo è stato realizzato senza alcun costo per le casse comunali, grazie agli interventi effettuati direttamente dalla Cooperativa L’Ormeggio.
Per limitare i disagi derivanti dall’indisponibilità temporanea dell’area di sosta occupata da Terna, sono stati inoltre messi a disposizione nuovi posti auto all’interno dell’area portuale ed è stato attivato un servizio navetta gratuito di collegamento tra il Piazzale di Ponente e il Piazzale Sgarallino.
“Dietro questi interventi – dichiara l’assessora all’ambiente e demanio Rossana Bacci – c’è una visione precisa che mette al centro la tutela del territorio, la sostenibilità e il rispetto delle risorse pubbliche. Amministrare significa assumersi la responsabilità di compiere scelte ponderate, anche quando richiedono qualche giorno in più di attesa, purché siano nell’interesse della collettività. A Salivoli abbiamo dimostrato che è possibile aumentare gli spazi pubblici a disposizione dei cittadini, migliorare la qualità paesaggistica dell’arenile e gestire correttamente un elemento naturale come la posidonia senza gravare sulle casse comunali. Ma il lavoro svolto riguarda l’intera area e comprende anche gli importanti interventi sulle infrastrutture fognarie che hanno contribuito a migliorare la qualità ambientale e la fruibilità della spiaggia. È un risultato importante che nasce da un lavoro costante, dalla collaborazione tra enti e operatori e dalla volontà di valorizzare uno dei luoghi più amati della nostra città. Continueremo a lavorare con la stessa attenzione affinché Salivoli possa rappresentare sempre di più un modello di equilibrio tra fruizione pubblica, tutela ambientale e qualità urbana”.
La conclusione degli interventi conferma il percorso intrapreso dall’Amministrazione comunale negli ultimi anni: investire nella valorizzazione del litorale attraverso una gestione attenta, responsabile e orientata al lungo periodo. Un lavoro spesso poco visibile ma fondamentale, che contribuisce a rendere Salivoli una spiaggia più accogliente, più sostenibile e sempre più patrimonio di tutta la comunità.
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LIVORNO – Il frefetto di Livorno, Giancarlo Dionisi, ha convocato una riunione urgente con i vertici provinciali delle forze di polizia a seguito dei gravi episodi verificatisi nell’area del Parco Pertini e, da ultimo, della violenta rapina ai danni di un ragazzo quindicenne e del nuovo danneggiamento subito dalla Caritas di Livorno.
L’aggressione al giovane rappresenta infatti soltanto l’ultimo episodio di una serie di fatti che hanno generato crescente preoccupazione tra i cittadini. Negli ultimi mesi sono stati segnalati episodi di aggressione, intimidazione e prevaricazione nei confronti di giovani frequentatori del parco.
“La brutale aggressione al ragazzo quindicenne costituisce un salto di qualità che non può essere sottovalutato. Lo Stato reagirà con fermezza. Le forze di polizia intensificheranno ulteriormente la loro azione di prevenzione e repressione. L’obiettivo è individuare i responsabili e assicurarli alla giustizia”, ha detto il prefetto.
Nel corso della riunione sono stati disposti specifici servizi straordinari e operazioni mirate di controllo del territorio nell’area del Parco Pertini e nelle zone limitrofe.
Il prefetto ha inoltre annunciato che rivolgerà un invito al Comune di Livorno affinché, nell’ambito delle proprie competenze, siano valutate le misure ritenute opportune per migliorare le condizioni di sicurezza e di fruibilità del parco e delle aree circostanti.
Particolarmente preoccupante è anche il nuovo episodio che ha colpito la Caritas di Livorno, il sesto registrato negli ultimi tempi, cui si aggiunge il recente furto verificatosi ai danni del tribunale di Livorno.
“Colpire la Caritas – ha detto – significa colpire una delle realtà più preziose della nostra comunità; colpire il tribunale significa colpire un luogo simbolo della giustizia e dello Stato. Le forze di polizia hanno raccolto e trasmesso all’autorità giudiziaria elementi investigativi significativi che fanno ragionevolmente ritenere individuati i responsabili, già gravati da numerosi precedenti e procedimenti giudiziari. Sono costantemente in contatto con il procuratore della Repubblica e con il presidente del tribunale per un approfondimento continuo delle criticità che emergono da queste vicende. Anche in questo caso l’obiettivo è individuare i responsabili, assicurarli alla giustizia e restituire alla Caritas, ai suoi operatori, ai volontari e agli utenti, così come al tribunale, ai magistrati, al personale e ai cittadini che vi accedono, quella tranquillità e quella sicurezza che meritano“.