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La pasticceria tra realtà e social media

Essere pasticcieri diventa sempre più difficile. Al di là di tutte le problematiche legate al rincaro economico, la vera difficoltà sta nella trasmissione di un messaggio e di un’ideologia. Basta pensare al pane: da sempre considerato un prodotto semplice e povero. Eppure, negli anni è stato fatto un grande lavoro per far capire – almeno alle giovani generazioni – quanto valesse una pagnotta, la farina e la sua filiera. Non si può dire lo stesso della pasticceria. Esistono ancora persone che svalutano la natura di quest’arte, pensando che il dolce sia l’unico gusto da percepire e che i colori siano un mantra da seguire.

«Dobbiamo essere capaci di comunicare al cliente perché i nostri prodotti costano di più rispetto ad altri, per avere un cambiamento di mentalità e di cultura» afferma Veronica Vinci, proprietaria e pasticciera di Remercier, laboratorio ad Agrate Brianza (MB).

Il tema del tavolo tredici dell’hackathon era “Le dimensioni contano?”. Ci si chiedeva se cambiamenti culturali, economici e degli stili di vita portassero la pasticceria a ripensare alle dimensioni dei lievitati o dei prodotti da banco.

@Gaia Menchicchi
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Nel tempo, le dimensioni si sono ridotte. Non per shrinkflation (riduzione della quantità a favore di un prezzo invariato o maggiore) ma per un cambiamento delle texture dei prodotti. L’evoluzione dei gusti e dell’attenzione all’alimentazione hanno portato a prodotti più areati, meno zuccherati e con creme più leggere. Anche negli hotel la viennoiserie cambia formato: porzioni più piccole permettono di servire più prodotti nello stesso piatto, trasformando la colazione in un’esperienza più varia e condivisibile.

«L’ottimismo su questo fronte è poter pensare di proporre prodotti condivisibili, quando il mercato si muove nel verso opposto, diventando sempre più individualista» è così che Marta Giorgetti, head chef di Chocolate Academy Milano, spiega quando le dimensioni contano davvero. Non solo per stili alimentari più attenti e responsabili ma anche per una società che cambia volto.

@Gaia Menchicchi
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Il tema della condivisione è centrale in pasticceria, in termini di spazi a disposizione, forme dei lievitati e comodità del consumo. Ogni tanto si sentono notizie come il pain au chocolat più grande del mondo, il tiramisù più lungo e si potrebbe continuare. Ma che fine fanno quei prodotti? Sono realmente fruibili dalla clientela, o sono esperimenti per attrarla? Al tavolo tredici tutti sono concordi nel dire che lievitati o monoporzioni grandi sono difficili da realizzare, influenzando la qualità finale. Ma tra le variabili di scelta di un cliente ne esiste una a cui si pensa poco: la forma.

Per quanto un prodotto piccolo sia più facile da condividere, non si può dire lo stesso di tutte le forme, ed è ormai possibile trovarle tutte: fiocco, cubo, New York roll, croffle, sfere. Si prenda come esempio il cubo: è scomodo da mangiare da soli, poiché spigoloso, ma è facile da tagliare e quindi da condividere. Qui si introduce un altro concetto che è quello degli spazi. Non tutte le realtà hanno tavoli o sedute a sufficienza per agevolare il consumo di alcuni prodotti.

Grandi dimensioni, forme diverse, ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è facile: i social media. Oggi fare pasticceria significa anche fare ricerche di mercato e capire quale prodotto invada le piattaforme digitali. «Vendere un cornetto a più di 2,50 euro significa essere eccessivi, ma forme come fiocchi, cubi o frutta realistica vengono venduti anche a 5 o 10 euro e non sono percepite come costose dalla clientela» dice Nicola Borra, professionista del settore bakery e pasticceria, attivo nell’ambito commerciale per Petra Molino Quaglia in Piemonte.

@Gaia Menchicchi

Così chi lavora in questo mondo si trova davanti a una domanda: difendere la propria identità o seguire la tendenza del momento? I professionisti sono convinti che l’identità sia davanti a ogni richiesta del cliente, ma allo stesso tempo c’è il fattore economico da tenere in considerazione. «I costi del personale, degli impianti e degli ingredienti alle volte ci spingono ad accontentarlo, anche se non vorremmo. Non per scelta ma per necessità» dichiara Mattia Premoli, proprietario e pasticciere de La Primula di Treviglio, in provincia di Bergamo. Continua dicendo «accontentare il cliente non significa realizzare un prodotto scadente, ma modellare la richiesta sulla disponibilità delle proprie risorse, per riuscire a vendere un messaggio più che un prodotto: quello di qualità e bontà».

@Gaia Menchicchi
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Nel mondo della pasticceria il cliente, forse, ha ancora troppa voce in capitolo. È anche questo uno dei motivi per cui non si riesce a far valere la professionalità e l’identità di quest’arte. A differenza delle gelaterie o delle bakery, vengono ancora fatte richieste come torte troppo personalizzate o con creme troppo colorate, che non coincidono con gli ideali che i veri artigiani vogliono comunicare.

Le dimensioni, quindi, contano? Solo dal punto di vista tecnico perché fanno parte di cambiamenti sociali, culturali ed economici. Ma ciò che conta di più è avere un’identità e lasciare un’eredità alle nuove generazioni e alla clientela.

«Dobbiamo capire come possiamo essere la soluzione per rendere migliore il nostro settore, e allo stesso tempo educare il cliente a dare valore a ciò che esiste oltre il prodotto finale» conclude così Marta Giorgetti, trovando consenso da parte di tutto il tavolo tredici.

@Gaia Menchicchi
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Dieci sconosciuti a tavola in laguna

Open Table è il nuovo format gastronomico di Edipo Re con la cucina di Riccardo Canella. Ma dietro la tavolata per dieci persone c’è un progetto più ampio che prova a immaginare un altro modo di fare turismo, raccontando Venezia attraverso il cibo, le persone e gli ecosistemi lagunari.

Nel racconto contemporaneo di Venezia il rischio è sempre lo stesso: trasformare la città in una cartolina. È una deriva che riguarda anche la gastronomia, spesso ridotta a una sequenza di indirizzi da visitare e piatti da fotografare. Il progetto Edipo Re nasce invece da una domanda diversa: come si può raccontare la laguna senza consumarla?

La risposta prende forma attorno a un’imbarcazione che porta con sé una storia particolare. È la barca che ospitò Pier Paolo Pasolini e Maria Callas durante le riprese del film Edipo Re e che oggi naviga nella laguna veneziana come piattaforma culturale e sociale. Attorno a essa è stato costruito un sistema di itinerari che intreccia navigazione, gastronomia, sostenibilità ambientale e valorizzazione delle economie locali. 

Open Table rappresenta l’ultima evoluzione di questo percorso. Cinque serate, dieci ospiti alla volta e una destinazione che viene comunicata soltanto il giorno dell’evento. Il trasferimento avviene con il motoscafo Timeless verso un punto appartato della laguna dove l’Edipo Re attende gli ospiti. A guidare la cucina è Riccardo Canella, chef che dopo sette anni trascorsi come sous chef al Noma di Copenaghen ha scelto di sviluppare una ricerca profondamente legata agli ecosistemi veneziani.

La forza dell’iniziativa non sta però soltanto nel nome dello chef. Il formato della tavolata condivisa intercetta una delle trasformazioni più interessanti della ristorazione contemporanea. Dopo anni di ricerca dell’esclusività assoluta, cresce il desiderio di esperienze che mettano al centro la relazione. Open Table costruisce una comunità temporanea di dieci persone che condividono non soltanto il pasto ma anche il viaggio, il paesaggio e la scoperta.

Per comprendere il senso del progetto bisogna guardare anche agli altri itinerari sviluppati da Edipo Re. Residence Kitchen è forse il più rappresentativo. Gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a cuochi e ristoratori che hanno fatto della laguna il centro del proprio lavoro. Tra i protagonisti figurano Chiara Pavan di Venissa, Salvatore Sodano di Local, Donato Ascani del Glam, Matteo Panfilio dell’Aman, Alle Testiere, Antiche Carampane e persino Norbert Niederkofler. I menu cambiano in funzione del pescato e degli ortaggi provenienti dalle isole, trasformando la laguna in una dispensa vivente. 

Ancora più esplicita è Radici Experience, dedicata all’isola di Pellestrina. Qui il cibo diventa il mezzo per entrare in contatto con una comunità che ha conservato un forte legame con il mare e con i propri ritmi. Il pranzo preparato dal ristorante Da Celeste, l’incontro con i produttori di ostriche e cozze e la scoperta delle spiagge frequentate dagli abitanti costruiscono un racconto che parla di appartenenza prima ancora che di gastronomia. 

Anche Alimenta Experience segue la stessa logica. L’itinerario collega Sant’Erasmo e Mazzorbo, due delle anime agricole della laguna, attraverso degustazioni di pane, vini e prodotti del territorio. L’obiettivo non è mostrare una filiera, ma renderla tangibile. Gli ospiti incontrano chi coltiva, chi trasforma e chi custodisce varietà storiche come la Dorona, comprendendo come il paesaggio sia il risultato di una relazione continua tra attività umana e ambiente. 

In tutti questi percorsi emerge una visione precisa. Il cibo non è il protagonista assoluto ma uno strumento di lettura. La missione dichiarata del progetto parla di cura, reciprocità, conoscenza e recupero del rapporto tra uomo e natura. Parole che rischiano spesso di diventare slogan, ma che qui trovano una traduzione concreta nella scelta di lavorare con pescatori, produttori, agricoltori e ristoratori della laguna. 

Per questo Open Table è interessante anche al di fuori del contesto veneziano. Non propone semplicemente una cena in un luogo suggestivo. Propone un’idea diversa di ospitalità, in cui la gastronomia smette di essere un’attrazione e torna a essere un linguaggio capace di raccontare un territorio. In una fase in cui molte destinazioni cercano un equilibrio tra turismo e identità locale, non è un dettaglio da poco.

Open Table arriva in un momento in cui la ristorazione di qualità sta riflettendo sul proprio ruolo sociale. Lo stesso Canella, in un’intervista del 2023, sosteneva che il futuro dell’alta cucina passa dalla capacità di creare un legame culturale e sociale con il territorio e con le persone che lo abitano. 

La formula della tavolata condivisa sembra andare esattamente in questa direzione. Il numero limitato di partecipanti non serve tanto a creare esclusività quanto a favorire la conversazione. La destinazione segreta sposta l’attenzione dall’evento al percorso. La laguna smette di essere semplice panorama e diventa parte integrante dell’esperienza. Ma Open Table si inserisce all’interno di un progetto più articolato che da anni prova a raccontare la laguna attraverso il cibo. Le esperienze di Edipo Re non sono costruite attorno al concetto di ristorante galleggiante, ma a quello di itinerario culturale. La gastronomia diventa uno dei linguaggi attraverso cui leggere il territorio, insieme alla navigazione, all’incontro con le comunità locali e alla scoperta delle attività che ancora oggi definiscono l’identità delle isole veneziane. In questa prospettiva, la tavola condivisa rappresenta una sintesi efficace della filosofia del progetto: creare occasioni di conoscenza attraverso l’esperienza diretta del paesaggio lagunare. La stessa logica emerge nelle altre proposte gastronomiche della piattaforma. Con Residence Kitchen, per esempio, gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a uno degli chef coinvolti nel progetto, seguendo percorsi che cambiano in base alla stagione, al pescato e agli orti delle isole. Tra i cuochi che hanno partecipato figurano oltre a Riccardo Canella, Donato Ascani, Salvatore Sodano e i ristoranti Antiche Carampane e Alle Testiere. Altre esperienze, come Radici Experience o Alimenta Experience, affiancano al racconto gastronomico temi legati alla sostenibilità, alla memoria dei luoghi e alle produzioni agricole della laguna. In tutti i casi il cibo non è il punto di arrivo, ma il mezzo attraverso cui entrare in relazione con un ecosistema fragile e complesso. 

Il fenomeno non riguarda soltanto Venezia. In molte città stanno nascendo format che recuperano la dimensione comunitaria del mangiare insieme come risposta alla crescente individualizzazione dei consumi e alla trasformazione del ristorante in luogo di esperienza oltre che di servizio. La tavola condivisa torna così a essere uno strumento di conoscenza reciproca, quasi una versione contemporanea delle antiche tavolate collettive.

Open Table interpreta questa tendenza attraverso uno dei paesaggi più iconici d’Italia. Non promette spettacoli, effetti speciali o lusso ostentato e propone al contrario qualcosa di più raro: il tempo necessario per osservare un territorio, ascoltare chi lo racconta e condividerlo con altre persone. In un settore spesso concentrato sul piatto, è un promemoria utile: perché, a volte, il valore di una cena nasce tanto da ciò che si mangia quanto da chi siede accanto a noi.

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Due sorelle e un ristorante immerso nel paesaggio del Collio Goriziano

Se i confini vengono comunemente intesi come barriere rigide, quasi definitive, le frontiere portano con sé l’idea del loro superamento, dell’incontro tra culture. E mentre il fiume Judrio traccia il confine tra i Colli Orientali del Friuli e il Collio Goriziano, L’Argine a Vencò – a pochi metri da quel torrente – è un luogo di frontiera in cui la contaminazione ha generato un’identità complessa ma ben precisa.

Il sodalizio professionale tra la chef Antonia Klugmann e sua sorella Vittoria – restaurant manager – nasce probabilmente durante il liceo, quando la prima cucinava per la seconda costringendola a riprendere i suoi esperimenti ai fornelli. E nel 2014 questa alleanza si è evoluta in un progetto solido: un’azienda che paga regolarmente dipendenti e fornitori, e può anche permettersi di fare delle scelte etiche con la consapevolezza che contraddistingue le due proprietarie.

Antonia Klugmann, foto di Gaia Menchicchi

Sempre fedele a sé stesso, il ristorante è cresciuto con un ritmo che si potrebbe definire naturale, nel senso letterale del termine. Questo percorso estremamente coerente è figlio di due sorelle che hanno imparato a gestire la presunzione della conoscenza reciproca, tipica delle intese più intime, dimostrando un’intelligenza emotiva capace di contenere l’escalation di emozioni che scaturisce dall’interpretazione connaturata dello sguardo altrui.

Vittoria Klugmann, foto di Gaia Menchicchi

L’abilità di gestire una relazione personale così intensa, per di più in un contesto stressante come quello della ristorazione, deriva dalla reciproca stima professionale. «Vittoria ha studiato economia aziendale, e dopo una carriera decennale in una compagnia di assicurazioni ha scelto di affiancarmi a tempo pieno, sollevandomi da preoccupazioni importanti e occupandosi dei conti fin da subito. Io non mi fido di lei perché le voglio bene, ma perché è una persona competente».

«Io sono quella che mette a terra le idee, ma non ho la capacità creativa di Antonia. Ho studiato musica a lungo e ho avuto la possibilità di avere vicino persone talentuose: questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia prezioso che qualcuno possieda questo talento. Saper eseguire un pezzo al pianoforte in modo scolastico, o interpretarlo, è una questione di sfumature. Ma il solo fatto di saperle riconoscere ti colloca in prospettiva rispetto a tutto, e oggi mi pone in prospettiva rispetto al lavoro di Antonia. Io non riuscirei mai a fare quello che fa lei in cucina, ma riconosco quanto quello che lei fa sia speciale».

Foto di Gaia Menchicchi

Allo stesso modo, Antonia riconosce la determinazione di Vittoria nel portare a termine tutto ciò che identifica come necessario, anche se non è frutto di una vocazione. E questa condizione apparentemente sfavorevole l’ha portata a vivere tante vite, con la passione viscerale di chi viaggia senza una meta e proprio grazie a questo sa trovare del fascino in tutte le cose. Un viaggio che oggi continua in quello che ha scelto come suo posto nel mondo, accanto alla sorella.

L’una è la soluzione dell’altra. Antonia entra nel panico quando si rompe un elettrodomestico in casa o bisogna andare in banca a chiedere un mutuo, ma bilancia l’idiosincrasia per le faccende pratiche con quel senso dell’imponderabile che caratterizza l’imprenditore visionario. Vittoria non ha la stessa capacità di saltare nel vuoto senza la certezza di un paracadute, ma gestisce le incombenze quotidiane – burocrazia inclusa – con estrema naturalezza ed efficienza. Ed è così che nel 2018 riesce a ottenere un prestito per allargare il ristorante, presentando un business plan in cui sua sorella l’ha convinta a credere.

Foto di Gaia Menchicchi

Tanto diverse per indole e attitudini, sono accomunate più di ogni altra cosa dalla voglia di mettersi costantemente in discussione, cercando ogni giorno di essere migliori del precedente, anche come stimolo a tutta la squadra. Non fanno fatica ad ammettere – con la stessa complicità – quella spiccata predisposizione all’autocritica che talvolta le porta a minimizzare i successi ottenuti. Ma senza minare la gioia con cui accolgono le fatiche quotidiane di chi ha scelto di lavorare nella ristorazione.

Queste consapevolezze sono il motore di una profonda gratitudine: quella che nasce dalla fortuna di amare il proprio lavoro, ma anche di essere nate nella parte privilegiata del mondo, dove è possibile restare informate, connesse e vivere pienamente l’oggi senza dover rinunciare ad avere un ristorante in un luogo sperduto, proprio quello in cui hanno scelto di stare.

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Il telefono rotto di Marinelli, il muro da fissare e la mindfulness per neoanalfabeti

Il mio articolo su Keir Starmer che vieta l’uso dei social ai minorenni potrebbe essere di sole tre righe, e sarebbe già esaustivo, oltre a rientrare (forse) finalmente nella soglia di attenzione di questo tempo di analfabeti dalla concentrazione sbriciolata.

Alla prima riga scriverei: siamo fatti al 95 per cento di abitudini. Anche quando vietarono la possibilità di fumare nei ristoranti ci sembrò la fine del mondo o almeno la fine del nostro andare al ristorante, e invece.

Alla seconda riga scriverei: non so cosa sia andato storto da un certo punto in poi, ma dai cinquantenni di oggi giù fino ai trentenni, mai si è vista nella storia dell’umanità gente che sia così tanto una sega a fare il genitore. Sono quelli che più ci si dedicano di tutti i tempi, e sono quelli più negati.

Alla terza riga scriverei: quasi ogni polemica del presente è una gara di imbecillità, tra due torti e mai tra un torto e una ragione, ma quelle che puoi stabilire al primo minuto siano così sono quelle in cui gli schieramenti sono ideologici. Se tutta la destra è contraria e tutta la sinistra a favore, o viceversa, puoi star certo che siamo davanti alla milionesima replica di “Scemo e più scemo”.

Tuttavia non voglio privarvi della mia logorrea, e quindi proseguirò oltre quelle tre righe, e partirò da Luca Marinelli, un attore italiano, un cui pezzettino come ospite di podcast mi è comparso l’altro giorno su un social, e me lo sono messo da parte perché, prim’ancora di Keir, volevo comunque scrivere qualcosa sull’imbecillità del dibattito attorno all’uso dei cellulari.

Mi passa davanti dunque questo attore, che essendo attore nessuno si aspetta sia intellettuale, e quindi mi pare prezioso perché racconta una vita che non è quella dei quattro stronzi che frequento io. Sta dicendo che gli si è rotto il cellulare e che, in seguito a questo imprevisto, ha letto tre libri in quattro giorni, e si è quindi reso conto di quanto tempo gli rubi ciò che i neoanalfabeti chiamano “scrollare”, perché non sanno né l’italiano né l’inglese e quindi non sanno che “scrollare” è un sinonimo di “agitare”, in inglese si dice “shake”, e non puoi usarlo come doppiaggese di “to scroll”, spolliciare a vuoto o come volete dirlo, perché appunto la parola in italiano ha già un – altro – significato.

Ascolto Marinelli e i suoi tre libri in quattro giorni causa telefono rotto e mi vengono in mente un sacco di autobiografismi di quelli che una in generale non scrive perché si rende conto che sono impopolari.

Il primo è: ma nel senso che tu di solito leggi meno di un libro al giorno? Sono consapevole che una persona che abbia un lavoro vero (o otto figli, o qualunque altra cosa t’impedisca di passare le giornate a leggere romanzi e guardare film) non possa, diversamente da me, finire in giornata i libri che comincia: uno torna dalla fabbrica o dalla sala operatoria, e già cara grazia se legge dieci pagine addormentandosi.

Ma è evidente che Marinelli non ha le giornate della gente con un lavoro vero, altrimenti tre libri non li avrebbe letti neanche col telefono rotto. Marinelli sta semplicemente dicendo che di norma dà la priorità a quell’intrattenimento da scemi che sono i video su TikTok rispetto a quell’attività che in un secolo – forse anche meno – è passata da intrattenimento da servette a impegno intellettuale: leggere i romanzi.

Il secondo è: io, se non avessi questa paginetta da riempire cinque giorni a settimana, i social non li aprirei mai. Li apro solo perché, nella demolizione delle istituzioni occidentali dell’ultimo decennio o giù di lì, ha chiuso pure Google Reader, che prima mi segnalava gli articoli che volevo leggere e mi dava quell’infarinatura di attualità che mi serve per sapere di che scrivere qui.

Nonostante paghi non so quanti abbonamenti a non so quanti giornali, ho perso l’abitudine ad aprirli. Quindi, dei loro articoli mi accorgo solo quando, con gesto automatico, apro i social, dove qualcuno li segnala. Tutti gli articoli sulla nuova norma inglese li ho letti non perché li ho notati sui giornali che pago, ma perché su quei giornali ci sono andata incuriosita dal dibattito social particolarmente demente intorno alla questione.

Selezione casuale di tweet (o come si chiamano ora) inglesi che mi sono comparsi sul tema, e quando dico «casuale» intendo che io non faccio ricerche sui social, io non uso i social come fossero una cosa seria: io li apro e guardo quello che mi compare. Sarà per questo che mi avanza il tempo per leggere dei romanzi? Chissà.

Un ventinovenne che adesso lavora come opinionista posta un video del sé stesso tredicenne che su YouTube acquisiva le sue attuali doti di dibattente e non avrebbe mai altrimenti imparato «a essere efficace sui social», e «la mia successiva vita sarebbe stata molto diversa». Si sarebbe dovuto trovare un lavoro vero, che è in effetti un problema.

Un professore di fisica a Oxford chiede «e i video di scacchi, di matematica, di scienze, di economia, di archeologia? Non ci si potrà scostare di un millimetro dal programma scolastico». Mai che uno di questi abbia in casa un tredicenne che guarda il porno, tutti piccoli scienziati non abbastanza scienziati da pensare d’aprire un libro non in programma: il fuori programma passa solo per i video.

Eccone un altro, un giornalista che scrive «Mio figlio è ossessionato dalla musica classica, è un violoncellista dotato e da grande vuole fare il musicista, passa ore a guardare video su YouTube imparando tantissimo della professione che spera diventi la sua». Incredibile: lo zero per cento dei figli degli opinionisti inglesi è in media coi ragazzini ordinariamente scemi che conosciamo noialtri, quelli che stanno on line per sfidare i compagni di scuola in videogiochi nei quali sparano a qualcuno. Neanche un «mio figlio è un cecchino dotatissimo e voi lo state privando della possibilità di farne un mestiere».

Poi c’è la ragazzina che non potete non aver visto, la scolara che intervistata dalla Bbc sulle sette ore abitualmente trascorse davanti a uno schermo, «ora come le riempirai?», risponde «fissando il muro». I commenti sono magnifici: sempre perché siamo fatti di abitudini e ormai l’adulto senza cellulare in una sala d’attesa si sente impazzire, danno tutti per scontato sia una battuta.

Ma i ragazzini hanno fissato il muro per ore (o giocato ad appiccicarsi la colla sui polpastrelli, o altri passatempi fatti di niente) per tutta la storia dell’umanità fino a quindici anni fa. Tra i molti indotti del mercato dei social c’è la mindfulness. L’essere presenti nel momento, il non distrarsi. Una roba per la quale ora si fanno corsi. Prima no, perché prima eravamo presenti per forza: non avevamo video scemi da spolliciare. Eravamo così pervertiti che, pur di non ascoltare i parenti ai pranzi di famiglia, nascondevamo un romanzo sotto il tavolo pregandolo di renderci meno mindful.

Tra i commenti alla ragazzina che fisserà il muro, scelgo questo: «Che può mai fare: tutto, il cibo, i biglietti del cinema, è troppo costoso, i suoi genitori sono sottopagati, i lavoretti del sabato non esistono più, i ragazzini sono stati abbandonati dal governo». Inglesi peggio dei napoletani nella loro convinzione che lo Stato si debba occupare di te. Di organizzarti gli intrattenimenti, anche. Mica vivi in un’epoca in cui hai piattaforme con tutti i film e la tv della storia a prezzi ridicoli, biblioteche con ogni libro mai pubblicato consultabile gratuitamente, campetti sportivi ovunque, macché.

«Non dico per drammatizzare, ma questo ucciderà i bambini. A quindici anni non avevo amici, e mi sono rifugiata nei social, e mi ha salvato la vita». Cos’è andato storto? Quand’è stato che abbiamo iniziato, come società, a produrre adulti così stolidi da pensare che l’infelicità non sia il più comune tratto dell’avere quindici anni ma una loro personalissima e tragica esperienza? La signora pensa che gli adolescenti infelici di prima dei cellulari spolliciabili siano tutti morti? Ci siamo dunque estinti? Viviamo in un sogno?

Salto tutti quelli che ci tengono a dirci che i figli appartengono a loro e non allo Stato il quale quindi non deve permettersi di vietare cose: li prenderò sul serio quando pretenderanno che un dodicenne possa prendere la patente di guida o farsi servire alcolici nei locali pubblici (bisognerebbe anche parlare dei miei editorialisti scemi preferiti, quelli che quando si parla di ragazzini e cellulari scrivono «eh ma lo vedono fare ai genitori»: anche voi, amici, vedevate i grandi fare cose da grandi; solo che voi avevate appunto dei genitori che vi dicevano che no, non potevate bere fumare scopare fare tutte le cose che facevano loro; era quando i genitori si prendevano il disturbo di fare i genitori, cioè di dire dei no – però ehi, voi sapete le parole delle canzoni che piacciono ai bambini, sarà ben più importante).

E salto anche quella che più sembra uno sketch comico, una deputata Lib-Dem che ha fatto un video mettendo una telecamera dietro la nuca della figlia (di quelli convinti che pubblicare i figli ripresi di nuca invece che di faccia sia privacy parliamo un’altra volta) e facendo dire alla seienne che lei si rilassa guardando YouTube quand’è stressata. Quale migliore editoriale contro la dittatura dei contenuti on line che rendere i figli contenuti on line. 

Passiamo al mio preferito, che non importa se sia un troll o dica sul serio: «E se un bambino sta cenando a casa con la madre single, tornata da un lungo turno di lavoro. Ma alla madre improvvisamente va storto qualcosa, si strozza. Il bambino, nel panico, prende il suo iPhone16 e apre TikTok per ottenere assistenza. Ma è bloccato. E dunque?».

All’inizio dell’anno scolastico che sta ora finendo, Valditara fece una circolare per dire che in classe i ragazzini non potevano tenere il cellulare. Parlai con un po’ di madri e insegnanti, scoprendo che in molte scuole erano già vietati, che il divieto ministeriale per altre scuole era un problema perché non avevano armadietti dove far lasciare i telefoni, e varie amenità che pensavo di scrivere.

Poi parlai con Claudio Giunta, che mi fece notare un dettaglio. Cito a memoria. Tu, mi disse, quando dici «scuola» intendi sempre i licei del centro: non hai nessuna idea di come funzioni negli istituti tecnici di periferia, dove se un professore prova a proibire i cellulari può benissimo arrivare un genitore che vuole menarlo, mentre «L’ha detto il ministero» conserva ancora una parvenza di autorevolezza.

Ci ho pensato in questi giorni, mentre mi dicevo che questa trovata di Starmer è la sconfitta dei genitori: ti pare che debba dirtelo il governo, che non devi lasciare tuo figlio a marcire sui social? Ti pare che non ci pensi da solo, a spiegare a tuo figlio che in caso di emergenza non si va su TikTok?

E se avessero ragione Starmer e Giunta? Se il compito d’una società organizzata fosse appunto sopperire alla mancanza di carattere, di autorevolezza, di immaginazione dei suoi cittadini e fornire loro gli strumenti per vietare ciò che non hanno la forza di vietare?

Se non vi spaventano le statistiche che la Apple invia il lunedì mattina, proprio durante la conferenza stampa di Starmer, e che vi dicono che la settimana prima siete stati tredici ore al giorno a fissare il telefono, e servisse quindi una legge per salvarvi da voi stessi, o almeno per salvare la prossima generazione visto che la nostra è perduta?

Se la prima buona idea di Starmer fosse dire sapete che c’è, sono scemi, vanno aiutati, diamogli un divieto così non gli serve quel po’ di carattere che una volta era normale che le madri e i padri avessero e adesso sembra chissacché? E, soprattutto, se i recenti insuccessi e il governo a termine di Starmer fossero l’unica ragione per cui può permettersi l’impopolarità di privare i vostri figli dei like?

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