Usa-Iran, la segretezza del memorandum alimenta l'incertezza


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Nelle ultime ore ha iniziato a circolare la bozza dell’intesa tra Teheran e Washington, che prospetta una stabilizzazione del conflitto e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Restano però aperti i dossier più delicati, dal nucleare iraniano alla proliferazione missilistica fino al futuro del regime. Formiche.net ha chiesto a Ian Lesser, distinguished fellow e consigliere del presidente del German Marshall Fund, di fornire la sua interpretazione.
Qual è il suo commento a caldo sulla bozza che ha iniziato a circolare nelle ultime ore?
Prima di tutto, penso che saremo tutti d’accordo sul fatto che sia una buona cosa avere almeno una stabilizzazione del conflitto e una fine al tipo di ostilità che abbiamo visto negli ultimi mesi, di riaprire lo Stretto di Hormuz e di avviare in qualche modo negoziati con l’Iran sulle questioni più spinose riguardanti soprattutto le sue ambizioni nucleari. Quindi nel complesso lo vedo come una cosa positiva. Chiaramente, ci saranno molte persone deluse, e alcune di esse che solleveranno dubbi riguardo al contenuto e alla tempistica.
Immagino si riferisca a Israele.
Chiaramente. Da un punto di vista israeliano, questo accordo non verrà considerato accettabile perché le questioni chiave per Israele riguardavano il regime iraniano stesso, le ambizioni nucleari di Teheran e la sua proliferazione di missili balistici. E non c’è affatto chiarezza su nessuna di queste cose. Di sicuro, il regime iraniano esce più forte da questo conflitto. Sì, hanno perso molti esponenti chiave dell’apparato governativo. Ma la natura del regime stesso non sembra essere cambiata. E dopo aver affrontato una forte opposizione interna, ora possono uscire da questo conflitto rivendicando una vittoria alle loro condizioni. Niente di tutto ciò è una buona notizia dalla prospettiva israeliana. Allo stesso modo, è molto poco chiaro cosa si farà riguardo all’uranio altamente arricchito dell’Iran e ai suoi futuri piani nucleari. Sì, le parti ci lavoreranno, ma è del tutto aperto. E davvero poco è stato detto sia sulla minaccia missilistica che sul suo sostegno ai proxy nella regione. Quindi tutte le cose che sono viste come esistenziali da un punto di vista israeliano, tra l’altro lungo tutto lo spettro politico, restano in gran parte non affrontate da questo accordo.
E su Hormuz?
Quello è l’unico punto su cui l’accordo è abbastanza chiaro. Ma anche su questo punto dovranno seguire accordi estesi per lo sminamento e per garantire il passaggio sicuro in futuro. E non è chiaro chi contribuirà a questo sforzo, o chi guiderà quell’operazione.
Trump però può dire di aver posto fine al conflitto.
Dal punto di vista del presidente Trump, questo accordo verrà presentato come una vittoria perché è riuscito a togliere dal tavolo una questione spinosa, almeno per il momento. E lo farà guardando alle elezioni di metà mandato. A livello elettorale, la guerra è stata estremamente impopolare. Quindi questo accordo può essere in qualche modo una vittoria. Trump potrebbe stressare l’aspetto nucleare della cosa. Ma di nuovo, non sappiamo davvero che tipo di accordo verrà raggiunto e quanto tempo ci vorrà per negoziare una cosa del genere con l’Iran. L’Iran otterrà un qualche tipo di alleggerimento delle sanzioni. Chiaramente, alcune cose sono già state concesse su quel fronte. Ma, sai, l’alleggerimento totale delle sanzioni ovviamente dipenderà da qualunque cosa accada sul fronte nucleare. E anche questo è poco chiaro. E poi sai qual è la critica più grande? La critica più grande è che tutto questo non è molto diverso da ciò che il Jcpoa prevedeva nel 2015. Ora, è vero che neanche l’Iran rispettava la sua parte dell’accordo sotto alcuni aspetti. Ma verranno poste domande su cosa sia stato ottenuto a fronte di tutto questo costo economico, costo umano, sforzo strategico, disaccordo con gli alleati, eccetera.
A proposito degli alleati, quale ruolo può giocare l’Europa in questa fase post-conflitto?
Dipende. Sarà difficile per l’Europa giocare un qualsiasi ruolo centrale nella questione complessiva delle relazioni tra l’Iran, gli Stati Uniti, e Israele. Dove l’Europa può giocare un ruolo fondamentale è nello sforzo per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, e per garantire il passaggio sicuro nel Golfo Persico più in generale. Quindi la missione di sicurezza marittima nei mesi e negli anni a venire potrebbe benissimo finire per essere principalmente una responsabilità europea. E l’Europa ha asset che sarebbero molto rilevanti a tal fine, compresi alcuni assetti molto specializzati per lo sminamento che non sarebbero molto utilizzabili in un contesto a più alta intensità. Ma se l’accordo regge e non ci sono ostilità attive, allora molti di quegli asset europei diventano molto rilevanti. Quindi in un contesto a minaccia relativamente bassa, penso che sia possibile per l’Europa giocare un ruolo importante, persino un ruolo di guida, rispetto alla sicurezza marittima. Ma credo che gli europei saranno molto desiderosi che gli Stati Uniti restino presenti con tutta le loro capacità, perché non si sa mai che le ostilità possano deflagrare di nuovo. E sarà molto più impegnativo per l’Europa, ovviamente, se gli Stati Uniti non sono presenti.
Un altro punto dell’accordo menzionava il fatto che gli Usa metteranno in campo almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dello Stato iraniano. Insieme alla promessa di revocare tutte le sanzioni imposte dagli anni Settanta, può essere l’inizio di una fase completamente nuova nelle relazioni tra Teheran e Washington?
Ne dubito molto. Prima di tutto, penso che sia molto poco chiaro chi contribuirebbe a questo ipotetico fondo per la ricostruzione. Sarei sorpreso se la Casa Bianca avesse in mente che gli Stati Uniti lo finanzino da soli. Non penso che l’idea sia quella. Penso che l’idea sia che, fino a un certo livello, all’Iran sarebbe permesso di attrarre investimenti esteri a scopo di ricostruzione negli anni a venire. Questa è la mia lettura. Inoltre, un sostanziale alleggerimento delle sanzioni dipenderà ovviamente dai progressi sul fronte nucleare. È sempre stato così. L’alleggerimento delle sanzioni previsto dal Jcpoa conteneva sempre disposizioni per le cosiddette misure di snapback nel caso in cui l’Iran non rispettasse gli impegni. Vedo oggi una situazione molto simile.
Trump ha detto che con questo accordo il dossier iraniano passa in secondo piano. Aspettativa o realtà?
Sa, penso che ora ci sia almeno una possibilità che ciò avvenga. Ma francamente, le questioni sollevate negli ultimi mesi sono così rilevanti e importanti per il sistema internazionale e per gli interessi americani, europei, e iraniani, oltre che israeliani, che è molto difficile immaginare che queste questioni passino semplicemente in secondo piano. Nella migliore delle ipotesi, la mia sensazione è che nella migliore delle ipotesi, senza un qualche cambiamento nel regime, ci troviamo semplicemente di fronte a un passaggio da una “guerra calda” a qualcosa che assomiglia più alla “guerra fredda” degli ultimi decenni.
Adesso però è plausibile che il tema dell’Ucraina tornerà a essere il tema principale nel dibattito internazionale, almeno tra i partner occidentali. Possiamo aspettarci un rinnovato sforzo nel tentare di raggiungere un accordo nella guerra in Ucraina, anche sulla base di quanto emerso al G7.
Esattamente. Il G7 ha mostrato un grado maggiore di solidarietà intra-occidentale attorno alla questione del sostegno all’Ucraina. Certamente, da un punto di vista ucraino, questo è una buona notizia perché una guerra in corso nel Golfo renderebbe molto difficile per i partner internazionali dell’Ucraina concentrarsi pienamente sulle proprie sfide e sul problema di più lungo termine di contenere la Russia. Ci saranno alcune prove imminenti del clima attorno a queste questioni, compreso il vertice Nato ad Ankara all’inizio di luglio, dove questa questione del sostegno all’Ucraina e del livello di presenza statunitense in Europa sarà sicuramente all’ordine del giorno.


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La principessa ereditaria norvegese Mette-Merit si è sottoposta con successo a un trapianto di polmoni. A comunicarlo il palazzo reale.
“Il trapianto di polmoni si è rivelato finora un successo”, ha reso noto Arnt Fiane, primario del reparto di chirurgia toracica dell’Ospedale Nazionale di Oslo. Alla principessa, 52 anni, è stata riscontrata una rara forma di fibrosi polmonare, una patologia che provoca problemi respiratori e che può rendere necessario un complesso intervento di trapianto, poiché i medici stimano un’aspettativa di vita di uno o due anni in assenza dell’operazione.
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VENEZIA (ITALPRESS) – Tra le calli e i canali di Venezia, prende forma uno dei progetti più significativi dedicati al dialogo artistico tra Europa e Sud-est asiatico. “The Spirits of Maritime Crossing 2026”, evento collaterale della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, è aperto al pubblico fino al 2 agosto presso Palazzo Rocca Contarini Corfù e propone una riflessione intensa sui temi della migrazione, della memoria, della spiritualità e delle connessioni culturali che attraversano i mari e il tempo. Promossa dalla Bangkok Art Biennale Foundation e curata da Apinan Poshyananda, Chief Executive e Artistic Director della Bangkok Art Biennale, la mostra riunisce venti artisti provenienti dalla Thailandia, dal Sud-est asiatico, dall’Europa e da altri contesti internazionali. Attraverso performance, film, installazioni, scultura, pittura, ceramica, ricamo e pratiche partecipative, il progetto indaga le rotte marittime come luoghi di passaggio e trasformazione, ma anche come archivi di storie, credenze e memorie condivise. La mostra prosegue il percorso avviato nel 2024 e consolida ulteriormente il ruolo della Thailandia come protagonista di una crescente diplomazia culturale internazionale. Tra gli artisti presenti figurano nomi di rilievo come Marina Abramovic, Amanda Coogan, Pichet Klunchun, Mutmee Pimdao Panichsamai, Aleksandar Timotic, Arahmaiani, Martha Atienza e Ong Kian Peng, insieme a una nuova generazione di autori che affrontano questioni legate all’identità, alla spiritualità, all’ecologia e alla trasformazione sociale.
mgg/gtr (fonte video: Bangkok Art Biennale)


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Dopo l’incontro con una delegazione bipartisan di senior staffer del Congresso Usa, Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Politiche Ue di Palazzo Madama, rilancia il nodo delle attività cinesi di influenza in Europa e negli Stati Uniti, fronte meno evidente della competizione che avvolge parlamenti, diaspore, social, associazioni e tutto ciò che resta abbastanza opaco da non diventare un caso diplomatico, ma abbastanza incisivo da orientare il dibattito pubblico.
Questo il dossier finito al centro dell’incontro tra Terzi e una delegazione congressuale bipartisan della Commissione speciale sulla Cina della Camera dei Rappresentanti americana. Un confronto promosso, ha spiegato Terzi, su iniziativa dell’Ambasciata americana e volto a costruire risposte comuni verso le attività di influenza riconducibili a Pechino, quelle che Terzi definisce legate a “interessi, anche non dichiarati”, perseguiti da attori vicini alla Repubblica popolare cinese “sia in Europa che negli Stati Uniti”.
La delegazione americana, ha riferito l’ex ministro degli Esteri, ha illustrato il lavoro della Commissione speciale sulle “attività coercitive, sovversive e illecite” condotte all’estero da entità riconducibili al Partito comunista cinese. Dentro questo perimetro rientra anche il sistema del Fronte unito, una delle architetture più sensibili dell’apparato politico di Pechino, una macchina di influenza che gli Stati Uniti osservano da anni per la sua capacità di intrecciare pressione politica, accesso a reti economiche, mobilitazione associativa e proiezione narrativa.
L’incontro con gli interlocutori americani ha richiamato il Fara, il Foreign Agents Registration Act, la legge che obbliga chi agisce per conto di governi stranieri in attività politiche o di influenza a registrarsi e dichiarare pubblicamente il rapporto, consentendo così di avere chiarezza su chi parla, per conto di chi, con quali risorse e con quale mandato.
In Europa, invece, il tema resta più frammentato. Bruxelles ha iniziato a parlare con maggiore chiarezza di Fimi, Foreign Information Manipulation and Interference, cioè manipolazione informativa e interferenza straniera. Nonostante ciò, il passaggio da una diagnosi condivisa a strumenti omogenei rimane ancora incompleto, lasciando esposte le democrazie europee.
In una conversazione con Formiche.net., Laura Harth, direttrice del Safeguard Defenders, ha così analizzato l’incontro: “La Commissione speciale rappresenta una straordinaria fonte di analisi sulla molteplicità delle minacce poste dal Partito comunista cinese, sia in patria sia all’estero, e sulle azioni necessarie per contrastarle a difesa delle libertà e della sovranità che ci sono care. Al contrario, l’Italia è l’unico Paese del G7 che non solo non ha adottato neppure una politica per contrastare l’influenza e l’ingerenza malevole del Partito comunista cinese, ma il Parlamento non ha nemmeno iniziato a discutere di questi temi. Questa inerzia non fa che incoraggiare il Pcc, che – come il governo sa bene ma sceglie di ignorare – dispone in Italia di una vasta rete di proxy e non si astiene da comportamenti sempre più aggressivi sul suolo italiano”.
In questa prospettiva, il caso delle stazioni di polizia clandestine cinesi all’estero è dunque uno dei casi più delicati. Secondo Terzi, gli interlocutori americani hanno espresso “preoccupazione” per queste strutture, attraverso cui Pechino sorveglierebbe e intimidirebbe le comunità cinesi fuori dai propri confini, “riferendosi anche a quelle nei Paesi europei e in Italia”. Tema che, negli Stati Uniti, ha già avuto un seguito giudiziario, con procedimenti legati a una stazione non dichiarata a New York.
Terzi ha poi ricordato anche il lavoro svolto in Senato. Le Commissioni Affari esteri e Difesa e Politiche Ue hanno approvato una risoluzione sulle Fimi dopo un ciclo di audizioni con esperti e rappresentanti istituzionali. L’obiettivo, ha spiegato, è “prevenire e contrastare strategie di entità straniere di disinformazione e manipolazione cognitiva”, riconoscendo il peso dell’influenza straniera per la sicurezza nazionale, la tenuta democratica e la protezione dei processi decisionali.
Per questo Terzi parla di “attenzione comune” tra le due sponde dell’Atlantico. Stati Uniti ed Europa condividono una vulnerabilità comune, quella delle società aperte, pluraliste, permeabili. Sono proprio queste caratteristiche a renderle democratiche ma, allo stesso tempo, più esposte a chi usa la libertà degli altri come terreno operativo.

ROMA (ITALPRESS) – Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha presieduto oggi alla Farnesina una riunione con i rappresentanti delle principali associazioni del mondo produttivo italiano e con i Presidenti di ICE e SIMEST, all’indomani dell’annuncio dell’intesa tra Stati Uniti e Iran. All’incontro hanno inoltre preso parte rappresentanti di Cassa Depositi e Prestiti, SACE e gli Ambasciatori italiani nei principali Paesi del Medio Oriente. L’incontro è stato convocato per fare il punto sulle prospettive di ripresa del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, valutare gli effetti della crisi in Medio Oriente sull’economia italiana e fare il punto sulle misure di sostegno alle imprese maggiormente esposte.
Tajani ha sottolineato che “la ripresa del traffico attraverso Hormuz dovrà avvenire in condizioni di piena sicurezza e nel rispetto della libertà di navigazione, principio richiamato anche nella recente dichiarazione dei Leader del G7. L’Italia è impegnata insieme ai partner internazionali nelle iniziative volte a garantire la sicurezza della navigazione e il regolare ripristino dei traffici commerciali nell’area”.
Tajani ha inoltre annunciato che il personale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran rientrerà progressivamente in sede. I presidenti di ICE e SIMEST hanno inoltre illustrato gli strumenti messi a disposizione dalle rispettive strutture per sostenere le imprese più esposte agli effetti della crisi.
Il ministro ha infine evidenziato come “la stabilizzazione dell’area e la piena riapertura dello Stretto di Hormuz siano elementi essenziali per ridurre l’impatto che l’aumento dei costi energetici e dei trasporti sta avendo sul sistema produttivo italiano. Ha inoltre sottolineato l’importanza di continuare a sviluppare collegamenti e rotte commerciali alternative, a partire dal corridoio IMEC e dalle opportunità offerte dalla rotta artica”. Tajani ha infine rilevato come “le imprese italiane abbiano dimostrato una straordinaria capacità di adattamento anche nelle fasi più complesse dello scenario internazionale, come dimostra la continua crescita dell’export”.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
Negli ultimi trenta giorni Giorgia Meloni ha ricevuto a Roma Narendra Modi, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi. Nel frattempo il Parlamento italiano ha approvato il trasferimento della portaerei Garibaldi all’Indonesia, mentre a Torino si è svolto un evento dedicato alle connessioni tecnologiche tra il sistema industriale italiano e il Vietnam, sempre più considerato una porta d’accesso al mercato ASEAN. L’attività dell’Italia nell’Indo-Pacifico si sta strutturando, stiamo osservando un pattern che descrive una rete di relazioni più o meno da prima pagina ma ormai quotidiana, e dunque sta diventando ancora più strategica, sistemica e profonda.
Ma tutto questo accade mentre da Washington arriva un segnale che rischia di essere percepito come una modifica dell’orizzonte strategico che finora ha fatto da scenario alla regione. L’amministrazione Donald Trump ha infatti deciso di riportare il comando militare americano per la regione alla storica denominazione di U.S. Pacific Command (USPACOM), abbandonando il nome Indo-Pacific Command introdotto nel 2018 proprio durante il primo mandato di Donald Trump.
Può sembrare una questione di nomenclatura. In geopolitica, però, le parole raramente sono soltanto parole. “Le ridefinizioni linguistiche contano eccome”, osserva a caldo una fonte asiatica di uno dei principali paesi dell’Indo-Pacifico.
La definizione della regione non nacque per caso. Dietro quel concetto c’era l’idea che Oceano Indiano e Pacifico costituissero ormai uno spazio strategico integrato, attraversato dalle stesse rotte commerciali, dagli stessi flussi energetici e da una crescente interdipendenza geopolitica. Alla base vi era soprattutto la visione formulata nel 2007 dall’allora premier giapponese Shinzo Abe nel celebre discorso Confluence of the Two Seas al Parlamento indiano. Da quel momento l’Indo-Pacifico è diventato molto più di una formula accademica. È stato adottato da governi, organizzazioni internazionali, aziende, forze armate e think tank come una chiave interpretativa per comprendere la competizione strategica del XXI secolo.
Per questo il ritorno a Pacific Command merita attenzione. È ancora presto per capire se si tratti semplicemente di un richiamo alla tradizione storica americana oppure del riflesso di una revisione più ampia. Il Pentagono garantisce che niente sta cambiando. “L’area di responsabilità di USPACOM, che si estende dalle acque al largo della costa occidentale degli Stati Uniti fino al confine occidentale dell’India, rimane esattamente la stessa” dice in una nota il Dipartimento della Guerra statunitense. “La missione fondamentale del comando e il suo costante impegno a mantenere un teatro libero e aperto insieme agli alleati e ai partner regionali non cambiano”, si legge in un comunicato del Dipartimento della Difesa – che sostituisce con la parola “teatro” il concetto di FOIP. È l’acronimo di “Free and open Indo-Pacific”, anche questo coniato da Abe, fatto proprio dagli Usa e ripetuto fino all’esasperazione negli ultimi anni, ora oggetto di un rilancio da parte di Tokyo su cui la premier Takaichi ha anche chiesto la collaborazione dell’Italia nei giorni scorsi.
Nel cambiamento di nomenclatura strategica, alcuni osservatori vi leggono una minore enfasi sul ruolo dell’India. Altri vi vedono il segnale di un approccio meno multilaterale e più centrato sugli interessi diretti degli Stati Uniti. Altri ancora sottolineano come il richiamo al “Pacifico” evochi una fase storica precisa: quella della supremazia americana costruita dopo la Seconda guerra mondiale.
Nel frattempo, però, il resto del mondo sembra continuare a ragionare in termini indo-pacifici (e forse continueranno a farlo anche gli americani). I dossier in discussione con India, Giappone e Corea del Sud riguardano semiconduttori, sicurezza economica, spazio, energia, intelligenza artificiale, supply chain e materie prime critiche. Temi evocati in tutti gli incontri ospitati a Roma recentemente d’altronde, che attraversano indistintamente gli interessi di governi e collettività di Mediterraneo, Oceano Indiano e Pacifico. Lo dimostrano anche la crescente attenzione verso Indonesia e Vietnam e la diffusione di concetti come “Indo-Mediterraneo”, sempre più presenti nel dibattito strategico europeo.
Forse è proprio questo il paradosso più interessante. Mentre Washington sembra interrogarsi sull’utilità della definizione, l’Indo-Pacifico continua a esistere come realtà materiale. Le navi attraversano gli stessi stretti, l’energia percorre le stesse rotte, i semiconduttori dipendono dalle stesse filiere e le crisi regionali continuano a produrre effetti lungo tutta la fascia che collega il Mediterraneo occidentale al Pacifico occidentale (perché è l’Indo-Pacifico nella sua estensione geografica reale).
Nella nuova edizione di Indo-Pacific Salad partiamo proprio da qui: dai recenti incontri tra l’Italia e alcuni dei principali partner asiatici per capire come stia cambiando il rapporto tra Roma e una regione che, al di là delle definizioni, incide sempre di più sulla sicurezza economica, industriale e tecnologica europea. Se il nome Indo-Pacifico stia entrando in discussione oppure no, è una domanda che continueremo a seguire, seguendo anche i prossimi interessanti appuntamenti italiani con i player regionali. E seguendo soprattutto le reazioni di India, Giappone, Corea del Sud e degli altri attori regionali – non ultima la Cina – che potrebbero dirci molto sul futuro dell’architettura strategica asiatica.
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Israele non ha intenzione di fermare la sua offensiva in Libano, nonostante l’ultimatum di Donald Trump che ha legato la firma della pace con l’Iran allo stop del suo alleato di ferro in Medio Oriente negli attacchi contro il “Paese dei cedri”, in particolare il sud dove è più forte la presenza di Hezbollah, alleato chiave nella regione per Teheran, ma non placa neanche i suoi interessi a Gaza e in Cisgiordania.
Qui in particolare il governo di Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati dell’estrema destra messianica come Ben Gvir e Smotrich è aperto sostenitore della “causa” dei coloni, che nonostante le violenze contro la popolazione arabo-palestinese vengono protetti dall’IDF. Episodi di violenza che si ripetono con quotidiana frequenza.
L’ultimo, gravissimo anche per il suo significato “politico”, è avvenuto nei villaggi di Jaljulia e Mazra’a al-Nubani, a nord di Ramallah: qui diversi coloni israeliani nella notte hanno dato fuoco all’ingresso di due moschee. Alcune video diffusi via social da attivisti locali mostrano un gruppo di coloni israeliani appiccare il fuoco alla moschea durante la notte. Sulla facciata sono state lasciate scritte in ebraico con parole come “Notte delle moschee” e “Vendetta“. Secondo fonti dell’agenzia di stampa palestinese Wafa, i residenti hanno affrontato i coloni mentre questi tentavano di incendiare la moschea, mentre le forze israeliane hanno successivamente fatto irruzione nella città sparando gas lacrimogeni e granate stordenti, confermando il ruolo di “spalla” delle violenze dei coloni.
Aftermath of Israeli settlers setting fire to two mosques in Jaljulia and Al-Nubani area, with racist graffiti sprayed on their walls. pic.twitter.com/RUVgO6f4NB
— Government Communication Center (@pal_gcc_en) June 17, 2026
Attacchi che si stanno facendo sempre più gravi. Il 13 maggio scorso un giovane palestinese di 16 anni è stato ucciso in un attacco coordinato tra milizie di coloni e soldati israeliani vicino al villaggio di Jiljilya, durante il quale sono stati rubati anche centinaia di capi di bestiame e trattori agli agricoltori palestinesi. Questa mattina coloni israeliani provenienti dall’insediamento illegale di Yitzhar hanno lanciato pietre contro un’abitazione palestinese nel villaggio di Burin, a sud di Nablus.
Il tutto mentre le istituzioni si limitano a provvedimenti inefficienti, come le sanzioni contro singoli coloni. Dal G7 francese di Evian una dichiarazione dei “sette grandi” si è limitata a chiedere per Gaza di “accelerare gli sforzi umanitari e di ricostruzione e la rapida attuazione delle misure politiche e di sicurezza pertinenti”, auspicando la “fine delle violenze in Cisgiordania”.


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Stati Uniti e Iran mettono in pausa il confronto militare e aprono una finestra negoziale di 60 giorni. L’accordo, raggiunto il 15 giugno e celebrato da Donald Trump alla Casa Bianca, si fonda su un articolato piano in 14 punti che Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, sarebbero riuscite a definire dopo settimane di contatti complessi e trattative riservate.
Le diverse versioni del testo circolate nelle ultime ore condividono alcuni pilastri fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz, un allentamento del regime sanzionatorio nei confronti della Repubblica islamica e l’avvio di un confronto più ampio sul programma nucleare iraniano
A fornire il quadro più dettagliato dell’intesa è stata l’agenzia di stampa statale iraniana Mehr. Secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, il memorandum tra Iran e Stati Uniti si articolerebbe in 14 punti e partirebbe dalla “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”. Il documento prevederebbe inoltre l’impegno americano a non intromettersi nelle questioni interne della Repubblica islamica e a riconoscerne pienamente sovranità e integrità territoriale.
Il primo capitolo dell’accordo sancirebbe la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso quello libanese. Iran, Stati Uniti e i rispettivi alleati si impegnerebbero a non avviare nuove azioni ostili, a non minacciarsi reciprocamente e a rinunciare all’uso della forza.
Il secondo punto riguarderebbe il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale. Le due parti si impegnerebbero inoltre a non intervenire negli affari interni dell’altra. Per Teheran si tratta di una clausola particolarmente rilevante, alla luce dei mesi di tensione e delle pressioni militari subite.
Il memorandum aprirebbe poi una fase negoziale della durata di 60 giorni, prorogabile con il consenso di entrambe le parti. L’intesa avrebbe dunque carattere transitorio: congelare il conflitto per creare le condizioni politiche necessarie a un accordo più ampio e strutturato.
Tra gli impegni previsti figurerebbe anche la progressiva rimozione del blocco navale. Gli Stati Uniti dovrebbero avviare il processo subito dopo la firma del memorandum, con il ritorno alla piena operatività della navigazione entro 30 giorni. Nella bozza compare anche il ritiro delle forze americane dall’area del Golfo Persico entro un mese dalla firma dell’accordo definitivo.
Sul fronte iraniano, il quinto punto prevederebbe il ripristino del traffico commerciale tra il Golfo Persico e il Mare dell’Oman attraverso lo Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe riportare i flussi ai livelli precedenti al conflitto entro 30 giorni, compatibilmente con le operazioni necessarie per eliminare eventuali ostacoli e ordigni presenti nell’area.
La bozza includerebbe anche un vasto programma di ricostruzione e rilancio economico dell’Iran. Secondo il testo, Stati Uniti e partner regionali metterebbero a disposizione almeno 300 miliardi di dollari, mentre modalità e tempi di attuazione verrebbero definiti nell’accordo finale.
Uno dei passaggi più delicati riguarda il graduale smantellamento delle sanzioni che gravano sull’economia iraniana. Il documento farebbe riferimento sia alle misure approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e dagli organismi dell’Aiea, sia alle sanzioni unilaterali statunitensi. La revoca avverrebbe secondo un calendario da definire durante i negoziati conclusivi.
L’ottavo punto affronta il dossier più sensibile. L’Iran riaffermerebbe l’impegno a non sviluppare armi nucleari, in linea con il Trattato di non proliferazione. Contestualmente, Washington e Teheran discuterebbero del futuro delle attività di arricchimento dell’uranio, delle scorte esistenti e degli altri aspetti legati al programma atomico iraniano.
Durante la fase negoziale, entrambe le parti dovrebbero mantenere l’attuale situazione. Teheran non modificherebbe il proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si impegnerebbero a non introdurre nuove sanzioni né ad aumentare la propria presenza militare nella regione.
La bozza prevede inoltre deroghe immediate da parte del Dipartimento del Tesoro americano per consentire l’esportazione di greggio, prodotti petrolchimici e derivati iraniani. Le autorizzazioni riguarderebbero anche servizi collegati come assicurazioni, trasporti e transazioni bancarie e resterebbero valide fino alla completa eliminazione delle sanzioni.
Un altro capitolo centrale riguarda la liberazione dei fondi iraniani bloccati all’estero. Le cifre restano controverse. Bloomberg riferisce che la versione visionata non indica alcun importo specifico; Reuters parla di 25 miliardi di dollari, mentre Mehr quantifica in 24 miliardi le risorse da rendere disponibili durante i 60 giorni di trattativa. Secondo la ricostruzione iraniana, metà della somma dovrebbe essere trasferita prima dell’avvio dei colloqui finali.
Per garantire il rispetto degli impegni verrebbe istituito un meccanismo di monitoraggio incaricato di verificare l’applicazione dell’accordo definitivo e prevenire future contestazioni tra le parti.
I colloqui conclusivi scatterebbero soltanto dopo l’attuazione delle prime misure previste dal memorandum: allentamento del blocco navale, riapertura di Hormuz, concessione delle deroghe petrolifere e sblocco parziale dei fondi congelati. Secondo Mehr, il tavolo finale non potrebbe aprirsi finché non sarà stata liberata almeno metà delle risorse iraniane bloccate e sospese le principali sanzioni sul petrolio.
L’ultimo punto prevede che l’intesa definitiva venga recepita attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Teheran rappresenterebbe una tutela politica e giuridica fondamentale contro il rischio di un futuro ritiro unilaterale dall’accordo.
Resta tuttavia aperta una questione decisiva: l’estensione del negoziato. Secondo Mehr, il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione resterebbero fuori dal perimetro delle trattative. Un aspetto destinato ad alimentare le critiche dei settori più ostili all’Iran negli Stati Uniti, contrari a concessioni considerate eccessive sul fronte delle sanzioni, degli asset congelati e delle garanzie di non aggressione.
Finora la Casa Bianca ha evitato di entrare nei dettagli dell’intesa, limitandosi a indicare come obiettivi prioritari la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un percorso negoziale più ampio tra Washington e Teheran.
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NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Dal ciclista che salvò centinaia di ebrei durante la Shoah alla nuotatrice siriana diventata simbolo della tragedia dei rifugiati. Al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite è stata inaugurata martedì sera la mostra “I Giusti nello Sport”, promossa dalla Fondazione Gariwo in collaborazione con la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu.
L’esposizione racconta le storie di uomini e donne che hanno utilizzato lo sport non solo come strumento di competizione, ma come mezzo per difendere la dignità umana, i diritti fondamentali e la libertà. In occasione dell’inaugurazione abbiamo intervistato il presidente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, che ha illustrato il significato più profondo dell’esposizione.
sat/gsl
(video di Stefano Vaccara)
La rete della propaganda russa in Occidente potrebbe essere meno efficace se non trovasse degli alleati proprio tra gli Occidentali. In prima linea tra le “armate cognitive” che combattono sul fronte – o forse dovremmo dire “sulla fronte”, dato che stiamo parlando di attacchi sferrati sul campo di battaglia del sistema limbico del cervello umano – troviamo schierate le nuove destre europee. Mosse da un coacervo ideologico, accanto a forme eclatanti di smaccata propaganda, lanciano sistematicamente “droni subliminali” che colpiscono la “pancia” degli individui piuttosto che la loro sfera razionale. Questi movimenti politici sono attratti dal nazionalismo propugnato da un Cremlino in cerca di interlocutori disposti a sviluppare una forma di deep battle che non mira alla conquista delle retrovie degli avversari, ma a quella delle loro emozioni. Ecco, allora, che realtà quali il Front National francese, lo United Kingdom Independence Party (UKIP) in gran Bretagna o la Lega Nord e, recentemente, il partito di nuova costituzione Futuro Nazionale, in Italia, si schierano fianco a fianco nella battaglia condotta da Mosca per indebolire il sostegno alle sanzioni erogate dall’Unione Europea all’indomani della crisi sfociata in guerra tra la Russia e l’Ucraina. E certamente Putin non perde occasione di alimentare in ogni forma e con ogni mezzo i partiti simpatizzanti della sua condotta politica, i cui leader non mancano di rendere lustro alla sua immagine, più che alla Russia stessa. Non possiamo dimenticare la foto di Matteo Salvini che indossava una maglietta con il ritratto del presidente russo o sempre lui che, in tempi non sospetti affermava “Russia Unita è un partito fratello della Lega”, come riportato sulle colonne del quotidiano Libero del 20/12/2015: “Salvini vola in Russia da Vladimir Putin. Colpo di teatro: si presenta dallo zar con questa maglietta”.
Tutti i leader dei partiti europei di orientamento nazional-populista, in un modo o nell’altro, sono diventati una potente cassa di risonanza in ambito europeo, sensibili alle azioni degli agenti di influenza del Cremlino. Un esempio di uno strumento efficace impegnato in tali attività è la testata RT (ex Russia Today), che sovente invita esponenti di spicco della destra “sovranista”, entusiasti di aderire alla linea editoriale del canale satellitare nelle interviste che rilasciano. Sebbene, in seguito all’invasione dell’Ucraina, Marine Le Pen abbia mitigato le strenue posizioni di sostegno alla politica di Mosca, la presidente del Front National è stata più volte ospite delle istituzioni russe, o invitata nel paese dai rappresentanti di Russia Unita, ed è stata a lungo una presenza fissa sia delle televisioni satellitari come Russia Today che della radio Voce della Russia.
In queste operazioni che rafforzano il pensiero divulgato dai Russi, l’humus in cui affonda le radici la propaganda sono l’anti-americanismo e l’euroscetticismo. Se da un lato, tuttavia, il sentimento di ostilità nei confronti degli Stati Uniti si è attenuato, almeno finché perdura l’atteggiamento “amicale” esibito da Trump nei confronti di Putin, l’odio verso Bruxelles è costantemente alimentato dalle narrazioni di Mosca.
E le narrazioni confezionate dai grandi artefici della propaganda, in verità, sono orientate “a tutto campo”, senza distinzione per il colore politico dei gruppi-obiettivo individuati, cercando indistintamente consensi tra le rappresentanze di estrema destra e di estrema sinistra in tutta l’Europa. La narrazione incentrata sulla necessità della “denazificazione” dell’Ucraina, in tempi non sospetti attecchiva nei cuori dei nostalgici dell’Unione Sovietica, impermeabili al fatto che le politiche putiniane non guardavano tanto al retaggio culturale dei soviet, quanto al recupero di quella dimensione storica della Russia che, non a caso, lo ha fatto definire con l’appellativo di “zar”. Un esempio in tal senso è offerto dall’aver trovato un interlocutore affidabile anche nel partito della sinistra radicale Syriza, in Grecia, quando si era affermato come partito di governo. I rappresentanti principali del partito, infatti, individuarono delle significative affinità con l’ideologia e la politica dell’establishment russo. In occasione di una visita a Mosca nel maggio 2014, Alexis Tsipras, all’epoca Primo Ministro, non mancò di denunciare l’Ucraina per l’ospitalità che formazioni neo-naziste troverebbero agevolmente nel tessuto politico di Kiev.
Torniamo in Italia e ai giorni nostri. Se prendiamo in esame diversi sketch di Maurizio Crozza nel suo programma Fratelli di Crozza, possiamo cogliere un fenomeno di tipologia narrativo-propagandistica piuttosto sottile e preoccupante perché subdolo. Consideriamo, a titolo esemplificativo, il monologo “Il petrolio potrebbe arrivare presto ai massimi storici. Cosa ci aspetta?”, costruito su un confronto tra Franco Bernabè e Marco Travaglio sul tema del gas russo e dei costi del petrolio in seguito al blocco dello Stretto di Hormuz, estrapolato dalla trasmissione Otto e mezzo condotta da Lilli Gruber su La 7. Decontestualizzando il confronto dialettico tra le autorevoli figure in questione, il noto comico genovese fa alcune considerazioni sugli aggravi derivanti dal caro-benzina che affligge il nostro Paese. Sostanzialmente Crozza sostiene che dovendosi destreggiare tra la dittatura teocratica ortodossa di Putin e quella islamica degli ayatollah, vale la pena “farsi furbi”. In che modo? È semplice. Piuttosto che pagare a caro prezzo il petrolio di Teheran è meglio rivolgersi verso l’acquisto del prodotto russo.
Si impongono, allora, alcune riflessioni. Innanzitutto, emergono numerose “sponde” offerte alle tesi del giornalista Marco Travaglio, da sempre sostenitore di una apertura verso il Cremlino per diverse ragioni; in primis, per una resa incondizionata dell’Ucraina in nome di un pacifismo generalista e irrazionale; nondimeno, per motivi di natura politica-economica, reiterando il principio della necessità di acquistare il gas russo in nome del nostro interesse nazionale. Travaglio, dunque, si pone su posizioni molto vicine a quelle dei partiti di Salvini e di Vannacci, che sugli stessi presupposti di natura economica, motivano l’opportunità di lasciare l’Ucraina al proprio destino. Viene da dire: “quando gli opposti si attraggono”. Certamente tra le posizioni ideologiche dei due esponenti politici e quelle del giornalista in parola c’è un abisso e, tuttavia, le conclusioni cui addivengono sono le stesse.
Riprendendo il ragionamento di Crozza, se è vero che gli aspetti etici destano un interesse marginale nel pensiero delle masse, per contro nulla è più efficace di un messaggio che oltre a colpire le “menti” o la “pancia” o i “cuori” che dir si voglia, fa leva sulla vulnerabilità delle “tasche” di un popolo. Sotto questo aspetto l’Italia è molto, molto sensibile ai messaggi abilmente divulgati dalle “casse di risonanza” del Cremlino, quando pizzicano le corde del benessere individuale degli Italiani; individuale, si badi bene, non necessariamente collettivo. L’aspetto veramente interessante e, come detto, preoccupante va ascritto alle potenzialità di una cassa di risonanza – consapevole o meno di essere tale, vogliamo dargli il beneficio del dubbio – del calibro di un comico come Maurizio Crozza. Infatti, se si può essere aprioristicamente refrattari alla divulgazione attuata da esponenti dell’una o dell’altra compagine politica, ricusandone i messaggi sulla base della propria ideologia, più difficile risulta mantenere la lucidità e l’attenzione necessarie per non cadere nella trappola della propaganda, quando la verve di un comico guardato per rilassarsi, contribuisce a far abbassare le difese psichiche che salvaguardano il nostro spirito critico.


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Quattro anni e due mesi di reclusione. È la condanna inflitta dalla Corte Suprema del Brasile all’ex deputato federale Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro: l’accusa nei suoi confronti era di coercizione nell’ambito del procedimento legato al processo che lo scorso anno ha portato alla condanna del padre a 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato.
Secondo la Corte, che ha inflitto la pena con decisione unanime, Bolsonaro jr avrebbe esercitato pressioni indebite sull’amministrazione statunitense affinché minacciasse funzionari brasiliani nel tentativo di influenzare o interrompere il procedimento giudiziario nei confronti del padre. Durissime le parole del giudice Alexandre de Moraes, relatore del caso e già presidente del collegio che ha giudicato Jair Bolsonaro, che proprio per questo motivo era stato sanzionato assieme alla moglie dal governo statunitense di Donald Trump nel luglio dello scorso anno, quando la Casa Bianca aveva anche imposto dazi contro il Brasile del 50% chiedendo esplicitamente alla magistratura brasiliana di chiudere il processo contro Jair Bolsonaro: per de Moraes il ruolo di un parlamentare federale “non è quello di fare pressione all’estero contro il proprio Paese”.
I legali di Eduardo Bolsonaro hanno contestato l’esito del processo e il verdetto, sostenendo che le prove raccolte non fossero sufficienti per una condanna. Eduardo Bolsonaro, che vive in Texas dal febbraio 2025 dove si è di fatto rifugiato per sfuggire alla giustizia brasiliana, è ora impegnato nella campagna elettorale del fratello, il senatore Flávio Bolsonaro, indicato come possibile sfidante di Lula alle elezioni presidenziali di ottobre anche col sostegno esplicito dell’amministrazione Trump, con i due fratelli che in più occasioni hanno incontrato esponenti del “cerchio trumpiano” a Washington.


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Anche questa volta Trump ha scelto di esagerare. La location individuata dal presidente degli Stati Uniti per le storiche firme che sigleranno ufficialmente la tregua con l’Iran, in attesa del documento ufficiale e conclusivo sulla questione uranio rimandato a 60 giorni, è un luogo magico. Si tratta addirittura di un posto che è stato usato da James Bond come set di un film del più famoso 007 del mondo. Il trattato di tregua verrà infatti firmato venerdì nel resort di Burgenstock. Affacciato sulle acque del Lago dei Quattro Cantoni e arroccato a quasi 900 metri di quota, è da sempre sinonimo di massima riservatezza, essendo raggiungibile quasi esclusivamente in battello, funicolare ed elicottero.
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Lo ha indicato a Keystone-Ats il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero. Prevista la presenza del vice presidente americano Jd Vance e del capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Il complesso alberghiero aveva già ospitato nel 2024 un vertice sull’Ucraina, alla presenza del presidente Volodymyr Zelensky e dell’allora vicepresidente americana Kamala Harris. Nato nel 1873 con l’apertura del Grand Hotel, è oggi il più grande resort integrato della Svizzera: comprende hotel a cinque stelle, residenze private, due spa di lusso, campi da golf e l’iconico Hammetschwand Lift, l’ascensore panoramico all’aperto più alto d’Europa.
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KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – E’ di un morto e almeno sette feriti il bilancio di un attacco con droni contro la città sud-orientale di Zaporizhzhia da parte delle forze russe. Secondo quanto riferito da Ivan Fedorov, governatore dell’oblast di Zaporizhzhia, la Russia ha effettuato cinque raid sulla città, provocando incendi e danni alle infrastrutture civili. “Una persona è morta a seguito dell’attacco nemico”, ha dichiarato in un post sui social. Uno degli attacchi ha provocato un vasto incendio in un edificio di tre piani. “A seguito dell’attacco, il centro direzionale è stato quasi completamente distrutto dalle fiamme. Anche l’Università Nazionale di Zaporizhzhia ha subito danni: finestre e porte sono state distrutte e la facciata danneggiata. Fortunatamente, non ci sono state vittime”, ha aggiunto Fedorov. In totale, sono stati danneggiati cinque edifici multipiano e quattro case private.
– foto di repertorio IPA Agency –
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ROMA (ITALPRESS) – Petroliere iraniane hanno oltrepassato l’area dell’embargo imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani da quasi due mesi, prima della firma di un accordo tra Teheran e Washington prevista per venerdì. Lo riferisce il sito di monitoraggio del traffico marittimo Tanker Trackers. Secondo quanto pubblicato sulla piattaforma X, almeno due superpetroliere di proprietà della compagnia nazionale iraniana di navi cisterna – denominate Diona e Hero 2 – hanno oltrepassato il perimetro sorvegliato dalla Marina statunitense trasportando complessivamente 3,8 milioni di barili di greggio iraniano. In seguito il sito ha segnalato anche il passaggio di una terza nave. Tanker Trackers ha specificato che si tratta delle prime esportazioni di petrolio greggio iraniano dopo due mesi di stop. L’analisi si basa sui segnali AIS (Automatic Identification System) delle navi, confrontati con immagini satellitari acquisite martedì.
La diplomazia iraniana è in pieno fermento per preparare il terreno all’intesa con Washington. Lo riporta la Tv al Jazeera. Una apposita delegazione iraniana visiterà diversi Paesi regionali e confinanti per illustrare i dettagli del recente accordo di pace raggiunto con gli Stati Uniti, prima della partenza verso Ginevra. Lo ha confermato la stessa ministero degli Esteri di Teheran, che ha sottolineato come l’iniziativa rientri negli sforzi per condividere i contenuti del “taccuino d’intesa” siglato con la Casa Bianca.
L’azione si aggiunge al intenso lavoro già svolto dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, che nelle scorse ore ha intrattenuto numerosi colloqui telefonici con i suoi omologhi dei Paesi dell’area e ha ricevuto a Teheran le varie missioni diplomatiche accreditate nella capitale.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha aggiornato la Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento sui più recenti sviluppi del percorso diplomatico con gli Stati Uniti, con particolare riferimento ai contenuti del memorandum d’intesa per porre fine alla guerra. Lo ha reso noto la stessa ministero degli Esteri di Teheran, citato dalla Tv al Jazeera, precisando che Araqchi ha illustrato ai parlamentari le novità del negoziato con Washington e i principali punti dell’accordo.
Nel corso della stessa giornata, il capo della diplomazia iraniana ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo omanita. I due ministri hanno discusso il memorandum d’intesa e concordato di proseguire il coordinamento per sostenere la stabilità regionale.
I membri della Commissione per la Sicurezza Nazionale hanno espresso pieno sostegno all’azione della diplomazia iraniana, ritenendola in linea con gli interessi nazionali del Paese.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
Ha promesso che sarà lui in persona a leggere il fatidico memorandum. Donald Trump ha affermato che il testo del memorandum d’intesa raggiunto con l’Iran sarà reso pubblico a un certo punto in una sede ufficiale. “Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò… parola per parola, in modo che la stampa lo riporti accuratamente”, ha detto Trump durante un incontro con il presidente degli Emirati Arabi Uniti a margine del G7 a Evian, in Francia, “è un documento molto importante”, assicura. Non sarà una lunga lettura quella di The Donald. Il documento firmato domenica, ha spiegato il vicepresidente americano JD Vance, parlando a Cnn. “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Ma è proprio nei “dettagli” o negli omissis che si nasconde il diavolo del fallimento.
La certezza è nel giorno e ora anche il luogo della firma. L’accordo tra Iran e Stati Uniti verrà firmato venerdì a Burgenstock, vicino il lago di Lucerna. Lo ha riferito Berna. In attesa della performance oratoria, Trump prova a magnificare il prodotto. “Lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto a partire da venerdì”, giorno della firma dell’accordo tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Annuncia il tycoon, precisando che “non ci saranno pedaggi per le navi che passeranno da Hormuz”. L’Iran sta rimuovendo le mine proprio in questo momento”, ha aggiunto. Teheran ha confermato che gli Stati Uniti hanno iniziato a revocare il blocco navale contro l’Iran. “La revoca del blocco navale contro l’Iran è iniziata e si sta passando alle fasi operative”, ha annunciato il viceministro degli Esteri della Repubblica islamica, Majid Takht-Ravanchi, citato dalle agenzie iraniane. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che i prossimi negoziati tra Stati Uniti e Iran saranno suddivisi in due fasi. La prima fase riguarderà questioni come lo status dello Stretto di Hormuz, il blocco navale statunitense e la ricostruzione dopo i bombardamenti israelo-americani delle infrastrutture iraniane, ha affermato, citato da Al Jazeera. Una fase successiva dei negoziati tratterà la questione del nucleare e l’allentamento delle sanzioni, che saranno risolte in un accordo finale, ha aggiunto.
Ma quando mai. Trump ha affermato di non essersi “mai preoccupato di un cambio di regime” in Iran, sottolineando di “non credere nel cambio di regime, non funziona mai”. “Ma supponiamo che ci sia un cambio di regime: il primo gruppo (di leader, ndr) è tutto morto, così come l’ultimo”, ha aggiunto, “anche una parte del terzo. Oggi negoziamo con persone molto razionali, forti e intelligenti. Non sono radicalizzate”. Il capo della Casa Bianca è anche in vena di consigli. “Sia la Siria a occuparsi di Hezbollah in Libano, lo sa fare meglio di Israele”, sentenzia Trump, sempre da Evan. “Ho suggerito a Israele di lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah perché, a essere sincero, penso che lo farebbero meglio”, ha affermato Trump. Per poi aggiungere che Israele combatte Hezbollah “da troppo tempo e che troppe persone vengono uccise”, criticando così la gestione degli interventi israeliani contro il gruppo sciita libanese. “Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vive molta gente, e non sono tutti membri di Hezbollah”, ha proseguito il presidente americano, pur precisando di avere “un eccellente rapporto” con il premier israeliano, ha ribadito che “l’attacco a Beirut non gli piace”. “Una volta il Libano era un grande Paese, con professori, dottori, avvocati; le grandi menti erano là – ha sottolineato Trump – sono stati trattati peggio di qualsiasi altro Paese e non possono difendersi. Quindi non sono contento di quello che ha fatto Israele con il Libano e Hezbollah”.
A conferma di un idillio in crisi c’è l’indiscrezione che gli Stati Uniti hanno respinto la richiesta israeliana di visionare il testo del memorandum d’intesa con l’Iran, che verrà firmato ufficialmente venerdì in Svizzera. A renderlo noto è l’emittente israeliana Channel 12., molto vicina a Netanyahu e al suo governo. Consigli a parte, la questione libanese è destinata ancor a tenere banco. Un banco insanguinato. Almeno 15 persone, tra cui due donne, sono state uccise e altre 82 ferite nelle ultime 24 ore a causa dei raid aerei israeliani sul Libano. Lo riporta su X il ministero della Salute di Beirut, secondo il quale dalla ripresa del conflitto lo scorso 2 marzo “il numero totale di civili ha raggiunto quota 3.798, con 11.781 feriti”. Hezbollah ha ricevuto rassicurazioni dall’Iran sul fatto che chiederà il ritiro delle truppe israeliane dal Libano nella prossima fase dei colloqui con gli Stati Uniti. Lo ha dichiarato a Reuters l’ufficio stampa del gruppo sciita filo-Teheran. “Non ci sarà alcun accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti a meno che gli israeliani non si ritirino” dal Paese dei Cedri. Il ritiro – ha precisato Hezbollah – sarebbe la conseguenza, e non una condizione preliminare, della prosecuzione dei colloqui tra Teheran e Washington dopo la firma del memorandum d’intesa venerdì.
Donald Trump ed Elon Musk ultimamente sono tornati a farsi vedere insieme. Anche il patron di Tesla ed ex ministro dell’amministrazione americana era infatti presente a Pechino al vertice con Xi Jinping, un segnale di disgelo dopo il duro scontro che aveva portato all’allontanamento dalla Casa Bianca. Ora però è emerso un nuovo elemento che potrebbe chiarire il motivo di questo improvviso e repentino ritorno di Musk al fianco di Trump: il sistema Grok. In una memoria, infatti, è stato lo stesso governo statunitense ad ammetterlo. Gli Usa hanno utilizzato appunto Grok, l’intelligenza artificiale di Musk per i loro attacchi in Iran.
Questo elemento è emerso in seguito a un documento ufficiale presentato a difesa delle turbine a gas di un gigantesco centro dati della società xAI, di proprietà del miliardario, oggetto di una causa ambientale. Il Dipartimento di Giustizia, in una memoria depositata il 15 giugno e consultata dalla France Presse, ha sostenuto che tale causa “minaccia la sicurezza nazionale, economica ed energetica” degli Stati Uniti, perché rischia di interrompere l’alimentazione di infrastrutture di intelligenza artificiale ormai utilizzate dalle forze armate.
Per sostenere questa argomentazione, il ministero ha presentato la testimonianza di Cameron Stanley, responsabile dell’Ia presso il Pentagono. Quest’ultimo ha dichiarato sotto giuramento che uno strumento derivato da Grok, il “Grok Gov Model”, è già impiegato all’interno del Project Maven, il programma militare di identificazione e selezione dei bersagli assistito dall’intelligenza artificiale, inizialmente basato sul modello Claude della società Anthropic. Secondo questa dichiarazione, i processi di Maven “hanno consentito alle forze statunitensi di impiegare oltre 2mila munizioni contro 2mila obiettivi distinti in 96 ore” durante la guerra contro l’Iran.
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ROMA (ITALPRESS) – “Noi, leader del G7, restiamo uniti nel nostro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Riaffermiamo la nostra solidarietà alla popolazione ucraina colpita dagli attacchi alle infrastrutture critiche e al patrimonio culturale. Lodiamo l’Ucraina per la sua resilienza e i progressi compiuti sul campo di battaglia negli ultimi mesi e sottolineiamo che ora c’è un nuovo slancio”. E’ quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei leader del G7, al vertice di Evian. “Per sostenere e accelerare questo nuovo slancio, concordiamo di aumentare la fornitura di capacità di difesa aerea, sistemi aggiuntivi e intercettori, nonché capacità a lungo raggio. Siamo inoltre pronti a valutare l’estensione all’Ucraina dei benefici delle licenze per consentire un aumento della produzione militare ucraina”. I leader del G7 si impegniamo inoltre “ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa. In questo contesto, rafforzeremo le nostre sanzioni, comprese quelle sui settori del petrolio e del gas”.
I leader del G7 accolgono “con favore l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, raggiunto sotto la forte guida del presidente Trump, con il sostegno dei paesi mediatori, che offre un’opportunità storica per impedire all’Iran di acquisire armi nucleari e per affrontare le minacce legate alle sue attività regionali e balistiche. Sosteniamo e siamo pronti a contribuire alla sua attuazione”, si legge ancora. “Riaffermiamo che il diritto di transito senza restrizioni né pedaggi è il fondamento del commercio internazionale. Concordiamo sul fatto che l’iniziativa multinazionale, indipendente e difensiva guidata da Francia e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante nel facilitare la ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, proteggendo le navi mercantili, rassicurando gli operatori del trasporto marittimo commerciale e supportando la verifica della rimozione di tutte le mine” proseguono i leader del G7.
“Sosteniamo con forza un accordo diplomatico solido e completo che segua il memorandum d’intesa raggiunto dal presidente Trump e che possa portare pace e sicurezza per tutti nella regione. Sottolineiamo la necessità di un negoziato a tal fine, per affrontare le minacce poste dall’Iran nella regione e oltre, e per garantire che non si doti mai di armi nucleari. Concordiamo sul fatto che un tale negoziato trarrebbe beneficio dal contributo dei partner regionali e internazionali competenti, inclusa l’Aiea. Riaffermiamo che l’Iran non si doterà mai di armi nucleari”, concludono.
“In Libano, sosteniamo, attraverso un cessate il fuoco immediato e deciso, gli sforzi della leadership libanese per raggiungere il disarmo di Hezbollah e il monopolio delle armi, e per proteggere l’integrità territoriale e la sovranità del Libano con le adeguate garanzie di sicurezza internazionali”. E’ un altro passaggio della dichiarazione congiunta del G7. “A Gaza, accelereremo gli sforzi umanitari e di ricostruzione e la rapida attuazione delle misure politiche e di sicurezza pertinenti. Chiediamo la fine delle violenze in Cisgiordania”, aggiungono.
“Riaffermiamo che il diritto di transito senza restrizioni né pedaggi è il fondamento del commercio internazionale. Concordiamo sul fatto che l’iniziativa multinazionale, indipendente e difensiva guidata da Francia e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante nel facilitare la ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, proteggendo le navi mercantili, rassicurando gli operatori del trasporto marittimo commerciale e supportando la verifica della rimozione di tutte le mine”, si legge. “Ci impegniamo ad accelerare la diversificazione delle rotte di approvvigionamento energetico al fine di ridurre la vulnerabilità globale allo Stretto di Hormuz e di aumentare le nostre riserve energetiche. Accogliamo con favore la possibilità che il Canada possa fornire una significativa capacità aggiuntiva ai mercati globali nei prossimi anni”, aggiungono.
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Non è un successo pieno ma neppure un insuccesso. «È andata bene, molto meglio di quanto pensassi», ha raccontato la premier al suo staff prima di ritirarsi con la figlia Ginevra, anche lei approdata tra le vette francesi, in viaggio al fianco della madre, “io e Donald abbiamo riso e scherzato”, si è lasciata andare la premier. Ma la verità è che il bilaterale della pace Trump-Meloni a margine del G7 di Evian non c’è stato e difficilmente ci sarà nella notte o stamattina. In compenso il presidente e la premier prima vezzeggiata poi presa di mira quasi come una traditrice si sono parlati a più riprese e non si sarebbe trattato solo di uno scambio di cortesie.
Trump è contento come un bambino non per l’esito della folle impresa in Iran, in realtà per lui ben poco lusinghiero, ma per il solo fatto che l’incubo sia (forse) finito. È di ottimo umore e dunque bendisposto. Non si può ancora parlare di crisi del tutto superata. Il calore dell’americano nei confronti dell’europea che considerava sua protetta non è quello di prima della crisi ma da palazzo Chigi assicurano che di passi avanti su quella strada ne sono stati fatti parecchi. Il bilaterale c’è stato invece con un leader in partenza molto più distante dalle posizioni della leader della destra, il canadese Carney, ed entrambi i leader assicurano che è andato benissimo. Ancor più di Hormuz, il tavolo sul quale si è giocata ieri la partita tra Usa e Ue è stata l’Ucraina: al centro della sessione mattutina del vertice ma anche di due trilaterali, uno tra il presidente americano e quelli francese e ucraino, l’altro sempre con Zelensky e Trump affiancato però stavolta dal segretario di Stato Usa Rubio. Convinto di aver ormai tirato fuori i piedi dalle sabbie mobili iraniane perché “la seconda fase dell’accordo sarà più facile della prima”, più distante dal governo israeliano di quanto si sia mai mostrato, “Netanyahu dovrebbe essere più responsabile, sarebbe meglio che di Hezbollah si occupasse la Siria e non più Israele”, Trump promette di occuparsi ora con priorità assoluta dell’Ucraina. “La Russia deve trovare un accordo”, ripete e i toni sono ben diversi da quelli vicinissimi a Putin di quando umiliò Zelensky in diretta tv.
Il G7 ha deciso di aumentare le pressioni su Mosca con nuove sanzioni sugli idrocarburi, principale fonte di finanziamento della Russia e Trump ha promesso a Zelensky nuovi missili per la difesa aerea. L’obiettivo è palesemente sfruttare l’estenuazione di entrambi i contendenti, salassati da perdite umane altissime in entrambi gli eserciti, per imporsi come il solo mediatore internazionale possibile. Per la premier italiana, da sempre la più convinta della necessità assoluta di evitare strappi e rotture nel blocco occidentale, il riavvicinamento fra Usa e Ucraina, e di conseguenza anche tra Usa e Ue, è comunque una buona notizia. “È stato chiarito da parte di entrambi quanto importante sia in questo momento il concetto di unità”, racconta infatti Meloni riassumendo il suo colloquio con Trump. L’euforia del momento non basta a eclissare il nodo non ancora sciolto sia con l’amministrazione Usa che nella maggioranza: le spese per il riarmo. Mentre i leader si apprestavano a raggiungere Evian, lunedì mattina, il ministro della Difesa Crosetto incontrava l’omologo americano a Washington. Hegseth, a differenza di Trump, ha largheggiato in complimenti, ha attribuito a Giorgia il merito di aver avvicinato l’Italia “alla leadership europea nella Difesa”, però ha anche sottolineato che l’Italia “deve fare di più per la Nato”.
Al vertice dell’Alleanza di luglio il governo Meloni vanterà una spesa del 2,8% del Pil per la Difesa. Sembrerebbe un record tenendo conto che fino all’anno scorso l’Italia era in ritardo di anni sull’obiettivo pre Trump, quello del 2% per la Difesa. Ma quella percentuale va presa con le pinze dal momento che riguarda la sicurezza, non solo la difesa e sono state fatte ricadere nel conto spese di ogni tipo. Si può capire che a Washington non basti. Crosetto ha promesso un sostanzioso esborso entro il 2033, quello necessario per mettere in divisa 40mila nuovi riservisti. Non ha potuto lasciare speranze sull’adesione italiana al Purl, il programma di acquisto di armi americane, ma ha tenuto aperta la porta sull’accesso al Safe, il prestito agevolato europeo sempre per armi sistemi tecnologici militari. Ma ciascuna di quelle voci è un terreno doppiamente minato. Non ne vuole sentir parlare il ministro dell’Economia, perché con la crisi energetica di mezzo sballerebbero tutti i conti e la premier concorda. È assolutamente contrario Salvini e più che mai ora che deve vedersela con la concorrenza di Vannacci. Insomma su quell’esborso gli americani non sembrano disposti a chiudere un occhio e di conseguenza la premier alla ricerca della pace con Trump è di nuovo tra due fuochi.

Dopo oltre quattro mesi senza incontri diretti, Volodymyr Zelensky e Donald Trump si sono ritrovati faccia a faccia a margine del G7 di Evian. Un colloquio durato circa mezz’ora, al quale ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, che arriva in un momento delicato per la guerra in Ucraina e per i tentativi, finora falliti, di riaprire un negoziato tra Kyjiv e Mosca. Secondo il Kyiv Independent, durante l’incontro Zelensky ha mostrato al presidente americano le fotografie dei danni provocati dall’ultimo attacco russo alla Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi più importanti della storia religiosa e culturale ucraina. Fonti citate dal giornale raccontano che Trump sarebbe apparso «colpito» e «visibilmente scosso» dalle immagini della distruzione.
Al centro del colloquio c’è stata soprattutto la questione della difesa aerea. Zelensky ha spiegato che i partner del G7 hanno concordato un rafforzamento del sostegno militare all’Ucraina e che si è discusso sia di nuovi sistemi sia delle forniture di missili. Il presidente ucraino ha inoltre rilanciato l’idea di ottenere licenze per produrre direttamente alcuni sistemi antimissile e antiaerei, proposta che, a suo dire, Trump avrebbe accolto positivamente.
Parlando con i giornalisti a Evian, il presidente americano ha confermato il clima costruttivo dell’incontro. «Abbiamo avuto un buon colloquio», ha detto, aggiungendo che la Russia «deve fare un accordo». Nelle stesse ore Trump ha anche lasciato intendere che potrebbe tornare a colpire Mosca sul piano economico: «Farò tutto ciò che è in mio potere», ha dichiarato, evocando la possibilità di reintrodurre sanzioni contro il petrolio russo.
Il vertice si svolge mentre Kyjiv cerca di riportare la guerra al centro dell’agenda internazionale. Come ricorda il Kyiv Independent, i negoziati mediati dagli Stati Uniti sono sostanzialmente congelati da febbraio e l’attenzione della Casa Bianca si è concentrata soprattutto sul conflitto con l’Iran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Zelensky continua a sostenere che solo un incontro diretto con Vladimir Putin potrebbe sbloccare la situazione. Nei giorni scorsi il presidente ucraino ha persino proposto un vertice trilaterale con Trump e Putin negli Stati Uniti. Il Cremlino, però, continua a respingere questa prospettiva: Putin ha recentemente dichiarato di «non vedere alcun motivo» per incontrare il leader ucraino.
I leader europei invece si sono impegnati a ricucire i rapporti con Washington dopo settimane di tensioni. Secondo il New York Times, Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto una linea molto conciliante nei confronti di Trump, nella convinzione che senza il coinvolgimento americano sarà difficile affrontare sia la crisi mediorientale sia il dossier ucraino. Il quotidiano americano descrive un summit caratterizzato da gesti di distensione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha regalato a Trump una maglia da calcio della Germania con il numero 47, «siamo nella stessa squadra», ha scritto Merz sui social. Mentre Macron lo ha invitato a una cena a Versailles per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Dietro la cordialità, però, restano profonde divergenze. Lo stesso Trump, parlando dell’Ucraina, ha ribadito una posizione che continua a preoccupare molte capitali europee: «Non è la nostra guerra», ha detto ai giornalisti. «Noi vendiamo armi, ma siamo a migliaia di chilometri di distanza». Parole che confermano come, nonostante il riavvicinamento diplomatico degli ultimi giorni, il sostegno americano a Kyjiv resti uno dei principali punti interrogativi per il futuro dell’Europa.
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Sebbene un gran numero di persone pensi che Jeffrey Epstein non si sia suicidato, è certo che il miliardario accusato di pedofilia era, poche settimane prima di morire, molto depresso, tanto da manifestare “l’intenzione” di togliersi la vita. Lo stato emotivo di Epstein affiora da un’inchiesta approfondita del New York Times, secondo cui emerge “un chiaro atteggiamento verso il suicidio, con l’obiettivo di ‘dire addio’ a modo suo”. I suoi ultimi scritti, spiega il quotidiano statunitense, rivelavano “un deterioramento dello stato mentale“, che strideva con l’ottimista che gli psicologi del carcere si trovavano davanti.
E in un pezzo di carta alludeva alla sua intenzione di togliersi la vita. Il New York Times ha intervistato molte persone che hanno interagito con Epstein durante il suo arresto e la sua detenzione o che hanno partecipato alle indagini sulla sua morte. Sono stati intervistati anche più di 40 detenuti, dipendenti del carcere, avvocati, funzionari federali e agenti delle forze dell’ordine.
La procura del New Mexico ha ordinato a JPMorgan Chase, Google e ad altre venti società, di blindare la documentazione relativa a Jeffrey Epstein e ad alcuni suoi collaboratori. Lo rivela il Wall Street Journal sottolineando che si tratta di un segnale dell’ampliamento dell’indagine penale incentrata sull’ex proprietà del pedofilo, il ranch Zorro. La procura ha imposto alle aziende di conservare i documenti mentre il dipartimento di Giustizia statale procede con le richieste formali di acquisizione prove a seguito della riapertura dell’inchiesta avvenuta all’inizio di quest’anno. Almeno dieci tra donne e ragazze hanno dichiarato di essere state adescate o abusate nel ranch.
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Il giornalista televisivo Chris Matthews cerca disperatamente la frase giusta da far dire al suo ospite. Nell’altra metà dello schermo c’è un trentenne candidato democratico in un’elezione suppletiva della Georgia, che all’improvviso è diventato l’uomo più osservato della politica americana. Matthews, veterano della tv politica, vuole far dire al giovane qualcosa contro il presidente – una provocazione, magari una battuta da dare in pasto a spettatori e algoritmi dei social. Davanti al conduttore, Jon Ossoff non si piega alle logiche dell’intervista. La battuta al vetriolo non arriva mai. Ogni volta che Matthews prova a trascinarlo sul terreno dello scontro, Ossoff torna a parlare con la solita moderazione, l’espressione piatta e la voce ferma. Alla fine, dopo un po’ di domande, concede soltanto: «Non nutro una grande ammirazione personale per quell’uomo». È una risposta così prudente da risultare quasi frustrante in un’epoca di attacchi senza esclusione di colpi.
L’intervista alla Msnbc è del 2017, Donald Trump era arrivato alla Casa Bianca da pochi mesi e la resistenza democratica aveva bisogno di un nuovo volto. Il clima della politica americana era già quello incendiario a cui ormai siamo assuefatti. In questi nove anni il Partito Democratico ha fatto in tempo a vincere e perdere le elezioni presidenziali. Dalla disfatta di Kamala Harris nel 2024 è ancora alla ricerca di una nuova generazione di leader. Ossoff non è certo il democratico più famoso d’America, forse neanche il più carismatico. Da Gavin Newsom a James Talarico, da Alexandria Ocasio-Cortez fino a Rahm Emanuel ci sono molti nomi che vengono in mente prima di Ossoff. Ma lui è uno dei pochissimi che continuano a vincere nella Georgia infestata dal trumpismo. Per questo a Washington sempre più persone osservano la sua traiettoria con curiosità. È il più giovane senatore in carica e la sua elezione nel 2021 è stata – con quella del collega Raphael Warnock – la prima vittoria dei democratici in Georgia dalle elezioni del 2000.
Ossoff non si scompone mai, come nell’intervista con Matthews, ha sempre l’aria del professionista che sta solo facendo il suo lavoro, con una pacatezza rara. È ignifugo in un ecosistema altamente infiammabile. Una disciplina imparata andando a bottega da John Lewis, il gigante del movimento per i diritti civili che aveva marciato accanto a Martin Luther King a Selma, in Alabama. Ossoff è stato uno stagista nel suo ufficio. Per un giovane democratico di Atlanta, Lewis rappresentava un’autorità morale prima che un volto politico.
Dopo quell’esperienza però Ossoff ha cambiato strada e si è dato ai documentari investigativi. Per anni ha lavorato come produttore a inchieste sulla corruzione internazionale, sui traffici illeciti, sul terrorismo o sulle squadre della morte in Africa orientale. E è per questo che nei suoi discorsi e nelle interviste parla pesando tutte le parole, senza slogan, con tempi televisivi straordinari. Tre mesi fa è andato al Late Show di Stephen Colbert, dove ha dato sfoggio di un controllo professionale dei tempi e del linguaggio. Fa le pause giuste sugli applausi e riprende i concetti senza perdere il filo con grande disinvoltura. Nella capacità oratoria si intravede qualcosa dell’ex presidente Barack Obama, nella sua capacità di non andare mai fuori giri.
D’altronde non è per tutti trasformare una corsa locale della Georgia nell’evento politico più osservato d’America. Nel 2017 Ossoff era un pressoché sconosciuto all’elettorato quando decise di candidarsi nel sesto distretto della Georgia. Un territorio rappresentato da Newt Gingrich per vent’anni tra il 1979 e il 1999, e Trump l’aveva appena vinto alle elezioni presidenziali nel 2016. Mentre i Democratici cercavano disperatamente un modo per reagire alla vittoria di Trump, il giovane documentarista di Atlanta divenne un parafulmine per il partito: arrivarono milioni di dollari da ogni angolo del Paese, arrivarono volontari che non avevano mai messo piede in Georgia. E poi tutto il carrozzone di giornalisti, troupe televisive e celebrità. Benjamin Wallace-Wells scrisse sul New Yorker che Ossoff era diventato «il vascello delle speranze dei democratici». Una crescita talmente verticale che gli elettori facevano fatica ad assimilarla: alcuni non erano sicuri di saper pronunciare il suo nome correttamente.
Alla fine, però, Ossoff perse. Dopo mesi di copertura mediatica e una raccolta fondi senza precedenti per una corsa alla Camera, i Repubblicani mantennero il seggio.
L’impressione era che il personaggio mediatico stesse crescendo più rapidamente del politico e la storia fosse destinata a spegnersi. Ossoff contribuiva involontariamente a questa sensazione. Più aumentava l’attenzione nazionale, più lui sembrava rifugiarsi nella propria prudenza: quando i giornalisti gli chiedevano se fosse un progressista o un moderato, rifiutava entrambe le etichette. Una volta, messo alle strette, rispose con una sola parola: «Pragmatico».

Nei tre anni successivi Ossoff è scomparso quasi del tutto dal dibattito nazionale. Quando è tornato sulla scena nel 2020, per sfidare il senatore repubblicano David Perdue, è parso subito un candidato diverso.
Da quando è arrivato al Senato, nel gennaio del 2021, si è ritagliato una figura più matura, accompagnato anche da qualche capello bianco che si affaccia timidamente sulla testa. Ha lavorato a leggi bipartisan sulla riduzione del costo dell’insulina per gli anziani e sulla protezione dei minori online, ad esempio. Il suo lavoro paziente, sempre sotto traccia, ha portato nel 2024 all’approvazione del Federal Prison Oversight Act, la più importante riforma dei meccanismi di controllo delle prigioni federali degli ultimi decenni. Presentando la legge, Ossoff ha citato una «crisi dei diritti umani dietro le sbarre». Per Ossoff il suo lavoro è una questione di «accountability», cioè responsabilità verso i cittadini: l’idea che chi esercita il potere debba continuamente rendere conto delle proprie azioni.
Negli ultimi anni, i repubblicani hanno iniziato a considerarlo un avversario pericoloso. Il Washington Post ha raccontato che, dietro le quinte, diversi dirigenti repubblicani guardano con preoccupazione alla sua capacità di raccogliere fondi, evitare errori grossolani e parlare contemporaneamente alla base democratica e agli elettori moderati della Georgia.
Ultimamente Ossoff è tornato nelle conversazioni sul futuro del Partito Democratico. E non perché abbia lanciato una campagna presidenziale. Anzi, quando The Hill gli ha chiesto direttamente se stesse pensando al 2028, la risposta è stata: «Non correrò per la presidenza nel 2028 e non ho alcun interesse a correre per la presidenza nel 2028». Certo, le dichiarazioni di circostanza valgono il giusto – nel gennaio 2006, Barack Obama promise pubblicamente che avrebbe completato il proprio mandato al Senato e non si sarebbe candidato alla Casa Bianca: sarebbe stato eletto nel 2008 – ma è significativo che sempre più persone stiano ipotizzando un suo futuro da presidente, o aspirante tale. «Guardandolo durante una campagna elettorale ha una certa energia e una certa freschezza», ha detto il consulente democratico Anthony Coley a The Hill. «Sta difendendo i propri valori in uno Stato in bilico e questo è ciò che la gente apprezza».
La consapevolezza nei propri mezzi è un dispositivo psicologico potentissimo per un giovane politico. Prima Ossoff sembrava quasi monocorde nei suoi discorsi, adesso è un comunicatore estremamente raffinato. È sempre composto, sempre pacato come prima, ma non lascia nulla di intentato. Negli ultimi mesi alcuni suoi discorsi contro Trump sono diventati virali. Durante un evento ad Atlanta ha accusato il presidente di voler costruire un monumento a se stesso, di usare il potere pubblico per il proprio tornaconto personale, lo ha definito «una disgrazia nazionale».
È difficile dire se Ossoff sia davvero un potenziale leader per il suo partito. Negli ultimi anni molti pezzi grossi tra i democratici hanno interpretato la politica come una battaglia identitaria a ciclo continuo (quasi tutti i Repubblicani hanno fatto lo stesso). Ossoff invece ha costruito la propria immagine attorno a concetti e argomenti che non parlano alla pancia degli elettori.
Se Ossoff rappresenta davvero una parte del futuro democratico, allora potrebbe essere il segnale che il partito sta forse cercando di uscire dalla logica della politica come spettacolo permanente. Se invece si cercheranno ancora leader più teatrali, o conflittuali, allora Ossoff potrebbe restare ciò che è oggi: uno dei senatori più talentuosi della sua generazione, ma non necessariamente il leader di una nuova era. Per il momento è candida per rinnovare il seggio in Senato e si vota a novembre. Una prima indicazione arriverà da lì.
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