G7, unità dei leader sul sostegno all'Ucraina


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The industrial automation giant has fixed security holes in Logix, CompactLogix, Flex, RSLinx, and FactoryTalk products.
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Nel giorno dell’inizio dell’esame in Senato del disegno di legge sulla caccia, che punta a stravolgere l’attuale legislazione in materia, arriva l’intervento di Papa Leone XIV. Il Pontefice, infatti, risponde alla Lipu che gli aveva fatto presente le preoccupazioni per la riforma che lascia più liberi di sparare. Pur sottolineando l’indiscutibile terzietà della Santa Sede rispetto alle “tematiche legislative degli Stati”, Papa Leone ha definito il tema “una questione di grande rilevanza sociale e morale“, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera” svolta nei riguardi della natura e “pregando affinché siano esauditi i legittimi desideri della Lipu”. Il Papa ha inoltre assicurato che la Santa Sede non mancherà di promuovere “il rispetto e la tutela del creato“.
“Le parole del Pontefice, sagge e motivanti, siano di ispirazione anche per le forze responsabili della maggioranza parlamentare”, è l’auspicio la Lipu-BirdLife Italia. Da Assisi, riunita in Assemblea, la Lega Italiana Protezione Uccelli aveva inviato una lettera al Pontefice chiedendogli “una Sua parola, un Suo pensiero di pace e attenzione rivolto alla natura e a chi ha la responsabilità di proteggerla”. La Lipu ha anche spiegato i contenuti del disegno di legge che “se approvato, aumenterà la pressione venatoria con un impatto negativo e potente sulla biodiversità e in particolare sugli uccelli selvatici, già sofferenti per via della perdita di habitat, dei cambiamenti climatici e di vari altri problemi ambientali, rappresentando un fattore devastante e un motivo di forte e diffusa preoccupazione”. E Papa Leone non si è tirato indietro rispendendo alla missiva dell’associazione.
L’intervento del Pontefice arriva in contemporanea con l’inizio dell’esame del provvedimento. Nonostante tutto, le forze di governo sembrano intenzionate ad andare avanti per la loro strada. Nono sono servite neppure le bocciature arrivate da Bruxelles e anche dal Consiglio d’Europa per una legge ritenuta “pericolosa per la fauna e per noi”. La maggioranza ha bocciato oggi entrambe le pregiudiziali di costituzionalità presentate dal M5s e da Avs. “Uno dei peggiori attacchi alla tutela ambientale degli ultimi decenni”, lo ha definito la senatrice M5s Sabrina Licheri. “Dietro la retorica della modernizzazione si nasconde un’operazione ideologica e di parte che smantella l’equilibrio garantito dalla legge 157 del 1992 per consegnare la gestione della fauna selvatica agli interessi della lobby venatoria“, ha aggiunto. Ma la richiesta di interruzione immediata dell’iter è stata bocciata.
Anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, è intervenuta per chiedere il ritiro immediato del ddl. “È una resa incondizionata alla frangia venatoria più estremista, in barba alla scienza, al diritto europeo e al dovere costituzionale di tutelare l’ecosistema e la biodiversità”, dichiara Schlein puntando il dito anche in quello che definisce “uno scandalo nello scandalo”: come già anticipato da ilfattoquotidiano.it, infatti, “il governo ha ricevuto la lettera di Bruxelles già a dicembre 2025 e l’ha volutamente tenuta nascosta, mentre il Parlamento discuteva il provvedimento”. La segretaria dem ricorda che questo ddl “trasforma il parere scientifico di Ispra da vincolante a meramente consultivo, sostituendo la scienza con un Comitato tecnico faunistico-venatorio, cioè con la politica. La stessa Commissione europea avverte che questa trasformazione rischia di compromettere il sistema di protezione stabilito dalla direttiva uccelli, aprendo la porta a deroghe adottate anche in contrasto con il parere scientifico”. Con le opposizioni sul piede di guerra e le numerose critiche, la destra tira dritto e si appresta a sferrare il colpo di grazia, l’ultimo di una lunga serie, alla tutela della fauna selvatica.
L'articolo Caccia, il Senato discute il ddl che dà più libertà di sparare. E il Papa risponde alla Lipu: “Tema di grande rilevanza. Promuovere la tutela del creato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la lettera inviata da 48 deputati repubblicani all’U.S. trade representative Jamieson Greer e al segretario al Commercio Howard Lutnick, ora è il Senato a chiedere all’amministrazione Trump di accelerare su un’indagine ai sensi della Section 301 contro le politiche di pricing farmaceutico adottate dai partner commerciali.
La nuova missiva, datata 16 giugno, porta firme politicamente pesanti: Todd Young, Chuck Grassley, Lindsey Graham, John Cornyn, Tim Scott, Bill Cassidy, Roger Wicker, Marsha Blackburn, tra gli altri. Il messaggio è, ancora una volta, netto. Washington deve agire rapidamente contro quei Paesi ad alto reddito che, secondo i senatori, continuano a comprimere artificialmente i prezzi dei medicinali.
Il dato politico è evidente. La linea della Casa Bianca sulla Most favored nation non resta confinata all’esecutivo. Prima la Camera, ora il Senato, e così il Congresso sta costruendo una pressione dal basso che può dare forza negoziale all’amministrazione Trump e rendere più probabile l’apertura di un dossier formale.
La Section 301 viene indicata come lo strumento per trasformare la contestazione americana in una procedura commerciale vera e propria. Nella lettera, i senatori chiedono che gli Stati Uniti agiscano rapidamente per inviare “un segnale forte” contro quelle politiche estere che, a loro giudizio, sottovalutano l’innovazione e gli investimenti americani, avvertendo che tali pratiche saranno affrontate con “una risposta commerciale seria e duratura”. Non una semplice denuncia politica, quindi.
Nella lettera, l’accordo tra Usa e Uk sul pricing farmaceutico viene definito un passo importante per correggere gli squilibri generati dai controlli sui prezzi all’estero. Il sottotesto è evidente. Se Londra ha trovato un’intesa, altri Paesi possono fare lo stesso.
Per gli Stati Uniti, il caso britannico dimostra che il prezzo dei farmaci può entrare stabilmente nella politica commerciale. Per l’Europa, segnala che la questione non riguarda più soltanto la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali, ma anche il rapporto con Washington su investimenti, mercato e innovazione.
Nel testo vengono citati espressamente Germania e Giappone. Berlino, in particolare, è indicata come un caso sensibile alla luce delle nuove misure di contenimento della spesa farmaceutica. I senatori chiedono di agire prima che altri governi interpretino l’assenza di una risposta americana come un lasciapassare.
“Siamo preoccupati dal fatto che Germania, Giappone e altri Paesi ad alto reddito continuino a mantenere politiche non coerenti con l’obiettivo dell’Amministrazione secondo cui i partner commerciali degli Stati Uniti devono contribuire in modo equo all’innovazione farmaceutica”, si legge nella lettera. Presente un riferimento anche anche al rapporto dello US trade representative secondo cui alcuni governi “continuano a ricorrere a politiche scorrette per comprimere i prezzi dei farmaci al di sotto del loro equo valore di mercato e per limitare arbitrariamente l’accesso a questi prodotti salvavita”.
L’Italia non è nominata nella lettera del 16 giugno. Sarebbe però imprudente considerarla fuori dal radar. Il riferimento agli “altri Paesi ad alto reddito” e il quadro già tracciato dai documenti dello US trade representative allargano il perimetro ben oltre i Paesi citati.


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Le scommesse al ribasso sul debito e sulle azioni di quattro case automobilistiche europee sono in crescita alla luce della minaccia cinese. Gli hedge fund, spiega il Financial Times, stanno mettendo sotto pressione Stellantis, Volkswagen, Bmw e Mercedes-Benz rafforzando le posizioni corte sul debito a lunga scadenza e perpetuo. In particolare, scrive il quotidiano finanziario inglese, le obbligazioni dei primi due gruppi sono tra le più vendute allo scoperto in Europa.
Le pressioni sono figlie della sempre maggiore presenza nel mercato dei concorrenti cinesi, a una domanda in Europa che continua a restare sotto i livelli delle vendite pre-Covid e ai dazi statunitensi: tre fattori che, evidentemente, vengono considerati minacce di lungo periodo per l’industria automobilistica europea. Oltre il 18% del bond Stellantis da 800 milioni di euro in scadenza nel 2035 – secondo il Ft – risultava in prestito al 12 giugno, indicatore usato come indice delle vendite allo scoperto. A gennaio era intorno al 14 per cento. La pressione riguarda anche le azioni: gli investitori scommettono contro il 5,8 per cento del flottante di Stellantis, rispetto all’1 per cento di fine dicembre.
Secondo i dati dell’associazione europea dei costruttori (Acea) i costruttori cinesi hanno raggiunto una quota di mercato dell’8,5 per cento in Europa nei primi quattro mesi del 2026. La crescita è esponenziale, tanto che proprio Stellantis e Volkswagen, insieme a Renault, hanno chiesto l’introduzione di obiettivi “Made in Ue” per premiare i produttori che mantengono almeno il 70% della produzione all’interno dei 27 Paesi Ue. Alcuni analisti hanno sostenuto al Financial Times che crescono i timori di un calo strutturale della redditività delle case europee a causa dei vantaggi dei concorrenti cinesi su batterie e software.
L'articolo Auto, gli hedge fund scommettono contro Stellantis, Volkswagen e altri due costruttori Ue per l’invasione cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’emittente televisiva saudita Al Arabiya ha ottenuto la bozza del “memorandum d’intesa” raggiunto da Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra. Il testo, sul quale ancora non sono giunte conferme da Washington e Teheran, contiene 14 punti e prevede un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz, l’impegno a non produrre armi nucleari e la revoca delle sanzioni statunitensi con un piano di sostegno economico da 300 miliardi di dollari.
1. La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.
2. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.
3. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.
4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti si impegnano a revocare il blocco navale e ad evitare qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale dovrà essere proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.
5. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.
6. Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.
7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.
8. La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari di comune accordo, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale; l’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo.
9. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano che, in attesa di un accordo definitivo, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né rafforzeranno le proprie forze nella regione.
10. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.
11. Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per raggiungere un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran saranno sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.
12. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro rispetto dell’Accordo finale.
13. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e dopo aver ricevuto garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.
14. L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
L'articolo Iran-Usa, ecco i 14 punti dell’accordo: per Teheran via tutte le sanzioni, ok all’export del petrolio e fondi per 300 miliardi proviene da Il Fatto Quotidiano.

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As a House committee debated President Donald Trump’s signature domestic policy bill last year, Republican backers repeatedly emphasized that its changes to the Supplemental Nutrition Assistance Program, also known as food stamps, wouldn’t affect vulnerable people.
SNAP reforms would “restore integrity” to the program and ensure it works for the “most vulnerable among us, including children,” said Rep. Glenn “GT” Thompson, a Pennsylvania Republican and chair of the House Agriculture Committee.
Passing the bill would be a “historic accomplishment” that will ensure “those in need can continue to receive the assistance they need,” said Rep. John Rose, a Republican from Tennessee.
And Rep. Dusty Johnson, a South Dakota Republican, said the bill would focus resources on the “neediest” Americans. “If you are a pregnant woman, your benefits are unaffected. If you have young children at home, your benefits are unaffected by this bill. If you are disabled, your benefits are unaffected by this bill.”
But nearly a year after the measure was signed into law, the number of children receiving food assistance has plummeted by at least 776,000, according to a ProPublica analysis. At least 12 states break down program participation by age, and of the 1,670,011 people who are no longer receiving benefits in those states, 776,134, or 46%, were children.
Another analysis reached the same conclusion: Just last month, the nonpartisan Center on Budget and Policy Priorities found there were 700,000 fewer children receiving food assistance.
Arizona has seen the nation’s largest percentage decline in SNAP participants; 205,223 children are no longer receiving the benefit since July 2025, a 55% drop. Louisiana had the second largest percent decline among children, 22%.
The U.S. Department of Agriculture, which oversees SNAP, hasn’t detailed the impact on children aided by the program, but initial figures show that compared to February 2025, 4.3 million fewer people received SNAP nationwide in February 2026, leaving 37.8 million participants.
Although children weren’t the intended targets of the legislation’s changes, they’re increasingly “collateral damage,” said Katie Bergh, a senior policy analyst at the Center on Budget and Policy Priorities.
If states are trying to comply with the law’s changes to SNAP, they’re likely not focusing on making the program accessible, Bergh said. Other experts said that people may be pushed off the program because of increased paperwork requirements to remain eligible.
States are required to impose work requirements for most adult recipients, while preparing for two major cost shifts. In October, states will begin covering 75% of the program’s administrative costs. States have been paying 50% of those costs.
In addition, states will have to pay a larger share of SNAP benefits starting in October 2027, based on their error rate. Error rates reflect overpayments or underpayments of SNAP benefits. While sometimes characterized as fraud, such errors are usually the fault of the state agency or the SNAP recipient, according to USDA, which describes them as “largely unintentional.”
If a state agency is facing staffing shortages and struggling to comply with new regulations, it will be harder for low-income families to access the benefits, Bergh said. “Families are falling through the cracks.”
In Massachusetts, for example, the share of SNAP applicants who called an assistance line and couldn’t reach a worker rose from 61% in November to nearly 81% in March, according to the Department of Transitional Assistance, which administers SNAP in the state. The state agency did not respond to a request for comment.
A USDA spokesperson did not address ProPublica’s questions about the number of children who have lost access to SNAP. “There is no shortage of resources for the most vulnerable among us, including children,” the spokesperson said.
The three members of the House Agriculture Committee who defended last year’s bill before its passage — Rose, Thompson and Johnson — did not respond to ProPublica’s questions about their statements now that many children no longer receive SNAP benefits.
Rep. Jim McGovern, a Massachusetts Democrat, asked Secretary of Agriculture Brooke Rollins about her recent comments that it was “good news” that millions of people no longer receive SNAP. If more than 700,000 children have been dropped in the 12 states that report those figures, “that number’s going to be into the millions” when other states are included, he said.
Rollins responded, “The 700,000 number of children is not correct,” contending that most people who were kicked off SNAP were “fraudulent.”
“That is not a nonpartisan group that gave you that number,” she said. (ProPublica independently verified the figures reported by the Center on Budget and Policy Priorities.)
McGovern said he has talked to people who have lost food assistance. “These are people who actually need and rely on this food assistance to provide basic nutrition for their families,” he said.
Pressure to lower error rates “creates a temptation for the states to bump off working families,” said Parke Wilde, a food economist at Tufts University. Working families may have more volatile incomes, making it harder for state agencies to assess benefits accurately.
“When they say we want to preserve SNAP for those with the greatest need, they’re sort of acknowledging that they want the scale of the SNAP program to be smaller,” he said.
Mariana Chilton, an expert in child hunger at University of Massachusetts, Amherst, said a smaller program won’t save money in the long run. Research shows that children who receive SNAP benefits are healthier, have better academic outcomes, use hospitals less often and have better mental health as teenagers.
She called the situation a “public health crisis” in the making. “When children are not healthy, this affects children today and it affects them throughout their lifetimes,” she said, likening hunger during early childhood to a brain injury.
As Arizona’s SNAP participation drops, nonprofits are feeling the effects. St. Mary’s Food Bank, the largest in the state, has seen a 15% increase in need this year, which translates into 300,000 more visits from people in search of food, said Milt Liu, the chief executive officer.
“It’s important for everyone to realize that policies have implications for people on the edge, and we’re seeing that in our line every day,” he said.
On a recent morning, Ana Alvarez waited in a line of vehicles at a St. Mary’s food bank in Phoenix. Alvarez, a single mother of five who works at a restaurant, started coming to St. Mary’s after she lost her SNAP benefits in September.
She reapplied for SNAP with the Arizona Department of Economic Security in December, but the application is still pending. The department did not respond to questions about its backlog.
She clips coupons and has cut out trips to the zoo and restaurants with her children. The slow season at the restaurant where she works is about to hit. And as summer temperatures rise, Alvarez wonders how she will afford her electric bill, her rent and her car payment.
At least once a week she contacts the agency about her application. The last time she called, a worker told her what others have in the past: She will have to keep waiting.
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Il campo largo ai nastri di partenza della lunga corsa che lo porterà alle politiche. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono incontrati ieri lontani dalle telecamere per discutere il programma con cui si presenteranno insieme alle elezioni. Sul tavolo le questioni cruciali del momento, dalla politica estera alla politica economica, e la designazione dei gruppi di lavoro che dovranno mettere a punto posizioni comuni a tutto il fronte progressista, che si tenterà di rendere il più inclusivo possibile aprendo le porte anche alle forze centriste. “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste due date: 8 e 15 luglio”, è il messaggio con il quale Nicola Fratoianni accompagna la foto ricordo dell’incontro.
Brembo, leader globale nell’innovazione per la mobilità, e Ningbo Safe Brakes Systems, leader di mercato nel settore Abs per motocicli in Cina, hanno firmato oggi una joint venture per la creazione di una nuova società, BRSF Active Safety Solutions, dedicata alla produzione di sistemi Abs per il mercato motociclistico indiano.
Brembo detiene una quota di maggioranza del 60% nella joint venture, che si concentrerà sull’assemblaggio locale e sulla fornitura di Abs per motocicli destinati al mercato indiano.
Le attività saranno svolte presso un impianto produttivo dedicato a Chakan (Pune), uno dei principali hub industriali automobilistici e motociclistici dell’India, nelle immediate vicinanze dello stabilimento Brembo India.
Il progetto prevede l’installazione di linee di assemblaggio altamente avanzate e automatizzate, a testimonianza della forte attenzione alla qualità, all’efficienza e all’eccellenza industriale. Lo stabilimento impiegherà circa 50 persone, con un incremento progressivo in linea con i volumi produttivi e la localizzazione della catena di approvvigionamento.
“La joint venture con Ningbo Safe Brakes Systems riflette il nostro impegno nel supportare l’evoluzione progressiva degli standard di sicurezza per motocicli in India”, ha dichiarato Andrea Paganessi, coo della Motorcycle Gbu di Brembo. “Forti della nostra lunga esperienza nel mercato indiano e investendo nella produzione locale e nelle capacità industriali, intendiamo accompagnare la transizione del mercato verso soluzioni frenanti sempre più avanzate”.
“All’interno di questa joint venture, il nostro ruolo è tradurre questa visione condivisa in un’operatività industriale efficiente e localizzata. Insieme a Brembo, stiamo creando una piattaforma produttiva focalizzata su qualità, affidabilità e sulle specifiche esigenze del mercato motociclistico indiano”, ha dichiarato Hill Shan, fondatore di Ningbo Safe Brakes Systems.
Le sinergie tra Brembo e Ningbo Safe Brakes Systems rappresentano un’importante opportunità per rafforzare ulteriormente la leadership nelle soluzioni frenanti per motocicli a marchio Bybre, consentendo la fornitura di sistemi frenanti avanzati ai costruttori nel mercato indiano.
La joint venture offrirà ai clienti soluzioni Abs sia a doppio canale sia a singolo canale, con l’obiettivo di coprire tutte le esigenze e le potenzialità del mercato indiano. In futuro, potranno essere introdotti prodotti tecnologicamente più avanzati, se necessario. L’assetto industriale è stato progettato per consentire alla jv di rispondere efficacemente alle attuali esigenze di mercato e di adattarsi rapidamente all’evoluzione degli standard di sicurezza in India.
Grazie alle competenze complementari dei due partner, la joint venture punta a posizionarsi come fornitore di soluzioni per sistemi frenanti per motocicli, offrendo ai costruttori un unico partner affidabile e in grado di integrare componenti e soluzioni frenanti avanzate.
L’India rappresenta il più grande mercato mondiale delle due ruote, che conta fino a 25 milioni di veicoli registrati, caratterizzato da solidi tassi di crescita, forti prospettive di innovazione tecnologica e crescente attenzione alla sicurezza. In questo contesto, la joint venture rafforza ulteriormente l’impegno di entrambe le aziende nello sviluppo industriale in India, con particolare attenzione al trasferimento tecnologico, all’efficienza operativa e alla progressiva localizzazione della catena di approvvigionamento. Il perfezionamento della transazione è soggetto alle consuete approvazioni da parte delle autorità competenti.
Alberto Bombassei, presidente di Brembo e tra gli imprenditori più influenti dell’industria italiana, vanta un patrimonio stimato da Forbes in 2,7 miliardi di dollari. Figlio del fondatore Emilio Bombassei, ha guidato la crescita dell’azienda trasformandola in un leader globale dei sistemi frenanti ad alte prestazioni, oggi presenti su marchi come Ferrari, Chevrolet Corvette e Harley-Davidson. Entrato in azienda nel 1976 come direttore generale, ne è stato amministratore delegato e poi presidente dal 1993 al 2021.
Pur avendo trasferito le proprie quote ai figli Luca e Cristina, continua a mantenere il controllo della partecipazione di maggioranza della famiglia, pari al 53,5% del capitale.
L’articolo Brembo e la cinese Ningbo Safe Brakes Systems insieme per produrre Abs in India è tratto da Forbes Italia.
Stati Uniti e Iran mettono in pausa il confronto militare e aprono una finestra negoziale di 60 giorni. L’accordo, raggiunto il 15 giugno e celebrato da Donald Trump alla Casa Bianca, si fonda su un articolato piano in 14 punti che Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, sarebbero riuscite a definire dopo settimane di contatti complessi e trattative riservate.
Le diverse versioni del testo circolate nelle ultime ore condividono alcuni pilastri fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz, un allentamento del regime sanzionatorio nei confronti della Repubblica islamica e l’avvio di un confronto più ampio sul programma nucleare iraniano
A fornire il quadro più dettagliato dell’intesa è stata l’agenzia di stampa statale iraniana Mehr. Secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, il memorandum tra Iran e Stati Uniti si articolerebbe in 14 punti e partirebbe dalla “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”. Il documento prevederebbe inoltre l’impegno americano a non intromettersi nelle questioni interne della Repubblica islamica e a riconoscerne pienamente sovranità e integrità territoriale.
Il primo capitolo dell’accordo sancirebbe la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso quello libanese. Iran, Stati Uniti e i rispettivi alleati si impegnerebbero a non avviare nuove azioni ostili, a non minacciarsi reciprocamente e a rinunciare all’uso della forza.
Il secondo punto riguarderebbe il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale. Le due parti si impegnerebbero inoltre a non intervenire negli affari interni dell’altra. Per Teheran si tratta di una clausola particolarmente rilevante, alla luce dei mesi di tensione e delle pressioni militari subite.
Il memorandum aprirebbe poi una fase negoziale della durata di 60 giorni, prorogabile con il consenso di entrambe le parti. L’intesa avrebbe dunque carattere transitorio: congelare il conflitto per creare le condizioni politiche necessarie a un accordo più ampio e strutturato.
Tra gli impegni previsti figurerebbe anche la progressiva rimozione del blocco navale. Gli Stati Uniti dovrebbero avviare il processo subito dopo la firma del memorandum, con il ritorno alla piena operatività della navigazione entro 30 giorni. Nella bozza compare anche il ritiro delle forze americane dall’area del Golfo Persico entro un mese dalla firma dell’accordo definitivo.
Sul fronte iraniano, il quinto punto prevederebbe il ripristino del traffico commerciale tra il Golfo Persico e il Mare dell’Oman attraverso lo Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe riportare i flussi ai livelli precedenti al conflitto entro 30 giorni, compatibilmente con le operazioni necessarie per eliminare eventuali ostacoli e ordigni presenti nell’area.
La bozza includerebbe anche un vasto programma di ricostruzione e rilancio economico dell’Iran. Secondo il testo, Stati Uniti e partner regionali metterebbero a disposizione almeno 300 miliardi di dollari, mentre modalità e tempi di attuazione verrebbero definiti nell’accordo finale.
Uno dei passaggi più delicati riguarda il graduale smantellamento delle sanzioni che gravano sull’economia iraniana. Il documento farebbe riferimento sia alle misure approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e dagli organismi dell’Aiea, sia alle sanzioni unilaterali statunitensi. La revoca avverrebbe secondo un calendario da definire durante i negoziati conclusivi.
L’ottavo punto affronta il dossier più sensibile. L’Iran riaffermerebbe l’impegno a non sviluppare armi nucleari, in linea con il Trattato di non proliferazione. Contestualmente, Washington e Teheran discuterebbero del futuro delle attività di arricchimento dell’uranio, delle scorte esistenti e degli altri aspetti legati al programma atomico iraniano.
Durante la fase negoziale, entrambe le parti dovrebbero mantenere l’attuale situazione. Teheran non modificherebbe il proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si impegnerebbero a non introdurre nuove sanzioni né ad aumentare la propria presenza militare nella regione.
La bozza prevede inoltre deroghe immediate da parte del Dipartimento del Tesoro americano per consentire l’esportazione di greggio, prodotti petrolchimici e derivati iraniani. Le autorizzazioni riguarderebbero anche servizi collegati come assicurazioni, trasporti e transazioni bancarie e resterebbero valide fino alla completa eliminazione delle sanzioni.
Un altro capitolo centrale riguarda la liberazione dei fondi iraniani bloccati all’estero. Le cifre restano controverse. Bloomberg riferisce che la versione visionata non indica alcun importo specifico; Reuters parla di 25 miliardi di dollari, mentre Mehr quantifica in 24 miliardi le risorse da rendere disponibili durante i 60 giorni di trattativa. Secondo la ricostruzione iraniana, metà della somma dovrebbe essere trasferita prima dell’avvio dei colloqui finali.
Per garantire il rispetto degli impegni verrebbe istituito un meccanismo di monitoraggio incaricato di verificare l’applicazione dell’accordo definitivo e prevenire future contestazioni tra le parti.
I colloqui conclusivi scatterebbero soltanto dopo l’attuazione delle prime misure previste dal memorandum: allentamento del blocco navale, riapertura di Hormuz, concessione delle deroghe petrolifere e sblocco parziale dei fondi congelati. Secondo Mehr, il tavolo finale non potrebbe aprirsi finché non sarà stata liberata almeno metà delle risorse iraniane bloccate e sospese le principali sanzioni sul petrolio.
L’ultimo punto prevede che l’intesa definitiva venga recepita attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Teheran rappresenterebbe una tutela politica e giuridica fondamentale contro il rischio di un futuro ritiro unilaterale dall’accordo.
Resta tuttavia aperta una questione decisiva: l’estensione del negoziato. Secondo Mehr, il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione resterebbero fuori dal perimetro delle trattative. Un aspetto destinato ad alimentare le critiche dei settori più ostili all’Iran negli Stati Uniti, contrari a concessioni considerate eccessive sul fronte delle sanzioni, degli asset congelati e delle garanzie di non aggressione.
Finora la Casa Bianca ha evitato di entrare nei dettagli dell’intesa, limitandosi a indicare come obiettivi prioritari la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un percorso negoziale più ampio tra Washington e Teheran.
L'articolo Usa-Iran, da Hormuz al nucleare: ecco i 14 punti dell’intesa che dovrà congelare la guerra proviene da Affaritaliani.it.

Citroën sceglie Omar Sy come Special Advisor e lancia la campagna globale Sytroën su tutta la gamma del marchio.
Citroën sceglie Omar Sy per rilanciare la propria immagine globale e rafforzare il legame con un pubblico più ampio, in una fase in cui il mercato auto europeo chiede ai marchi generalisti non solo nuovi modelli, ma anche un’identità più riconoscibile. La novità non è soltanto la presenza dell’attore francese nella comunicazione del brand: Citroën lo presenta come Special Advisor, evitando la formula più tradizionale dell’ambassador e puntando su una collaborazione costruita attorno a linguaggio, accessibilità e relazione con le persone.
L’operazione ha un significato che va oltre la campagna pubblicitaria. Per un marchio storico, oggi inserito nell’ecosistema Stellantis, la capacità di distinguersi nel mercato diventa un fattore industriale e commerciale. In un settore dominato da elettrificazione, prezzi sotto pressione, concorrenza cinese e trasformazione digitale, la comunicazione non può più limitarsi a raccontare il prodotto. Deve contribuire a chiarire il posizionamento del brand, soprattutto per una casa come Citroën, che da sempre rivendica un ruolo legato alla mobilità accessibile, al comfort e a soluzioni fuori dagli schemi.
La scelta di Omar Sy risponde a questa esigenza. Attore popolare, riconoscibile a livello internazionale e percepito come figura vicina al grande pubblico, Sy porta con sé un profilo diverso rispetto al testimonial classico. La sua carriera, iniziata tra radio e televisione e poi cresciuta con il cinema, ha trovato una consacrazione internazionale con Quasi amici – Intouchables, film che gli è valso il Premio César come miglior attore. Da lì sono arrivati ruoli in produzioni globali come X-Men – Giorni di un futuro passato, Jurassic World e soprattutto la serie Netflix Lupin, che ne ha consolidato la notorietà fuori dai confini francesi.
Citroën prova così a usare un volto globale per rafforzare un messaggio molto locale nella sua origine: l’idea di un’auto meno distante, meno elitaria, più quotidiana. È un territorio coerente con la storia del marchio, ma anche con le sfide attuali del mercato. I costruttori generalisti devono convincere clienti sempre più attenti al prezzo, alla semplicità d’uso e al valore percepito, mentre l’auto elettrica e i nuovi servizi di mobilità ridisegnano abitudini e aspettative. In questo quadro, la riconoscibilità del brand può pesare quanto una novità tecnica.
Il gesto più evidente della campagna è la trasformazione temporanea del nome Citroën in “Sytroën”, un gioco linguistico costruito sul cognome dell’attore. È una scelta insolita per un costruttore automobilistico, perché interviene direttamente su uno degli elementi più delicati dell’identità di marca: il nome. Proprio per questo segnala la volontà di alleggerire il tono, rendere la comunicazione più immediata e portare Citroën dentro un linguaggio meno istituzionale. Non è un cambio di identità, ma un modo per attirare attenzione su una fase nuova della comunicazione del brand.
La campagna sarà globale e coinvolgerà l’intera gamma Citroën, elemento che ne aumenta il peso strategico. Non si tratta quindi di un’operazione limitata a un singolo modello, ma di un progetto pensato per parlare dell’intero marchio. In un mercato frammentato, dove citycar, crossover, elettriche e modelli familiari competono su bisogni diversi, un messaggio trasversale può aiutare a tenere insieme prodotto, immagine e percezione del valore.
Il CEO di Citroën, Xavier Chardon, ha spiegato che l’obiettivo era andare oltre il ruolo tradizionale dell’ambassador, valorizzando la capacità di Omar Sy di entrare in connessione con il pubblico. È una lettura utile perché chiarisce il senso dell’operazione: non solo associare un volto noto al marchio, ma usare quella presenza per rafforzare un’idea di accessibilità e autenticità. Anche Olivier François, Global Chief Marketing Officer di Stellantis, insiste sul concetto di affinità tra Citroën e Sy, richiamando la capacità di parlare a tutti senza perdere individualità.
La regia della campagna è affidata a Hugo Gélin, con produzione di Soldats a Parigi. Anche questo dettaglio conferma la volontà di costruire un progetto con un respiro narrativo e non soltanto commerciale. Per Citroën, il racconto del marchio diventa parte della competizione: serve a sostenere la gamma, a differenziarsi dagli altri brand del gruppo Stellantis e a recuperare attenzione in un mercato dove la fedeltà alla marca è meno scontata rispetto al passato.
Dal punto di vista industriale, il valore dell’operazione si misurerà nella sua capacità di tradursi in maggiore visibilità per i modelli e in una percezione più forte del marchio. La comunicazione, da sola, non risolve i nodi del mercato: prezzi, elettrificazione, disponibilità prodotto e redditività restano centrali. Ma può aiutare un brand generalista a ricostruire un rapporto emotivo con il pubblico, soprattutto quando il consumatore fatica a distinguere tra offerte tecniche sempre più simili.
Con Sytroën, Citroën sceglie quindi una strada coerente con la propria tradizione: non puntare sull’esclusività, ma sulla vicinanza. L’operazione con Omar Sy non cambia la strategia industriale del marchio, ma ne aggiorna il linguaggio. E in una fase in cui l’automotive cerca nuovi modi per parlare ai clienti, anche il tono può diventare una leva competitiva.
Scheda
Marchio: Citroën
Gruppo: Stellantis
Protagonista della campagna: Omar Sy
Ruolo: Special Advisor
Nome della campagna: Sytroën
Ambito: campagna globale su tutta la gamma Citroën
Regia: Hugo Gélin
Produzione: Soldats, Parigi
Obiettivo: rafforzare identità, accessibilità e vicinanza del brand
Figure aziendali citate: Xavier Chardon e Olivier François
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Immagine in evidenza rielaborata con IA
La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.
Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.
Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.
Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Google — operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.
Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari. Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.
Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.
Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.
Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.
Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.
La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.
La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici.
Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.
Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.
La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne infatti quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.
In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.
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In Vietnam, quasi 400 gatti vivi, molti dei quali rubati ai loro custodi, sono stati salvati a Ho Chi Minh City durante un’operazione di polizia che ha smantellato una rete criminale dedita al traffico di carne di gatto nel paese. Lo zoo di Saigon ha diffuso le foto dei gatti salvati durante il blitz della scorsa settimana, che ha portato all’arresto di nove persone che hanno confessato di aver intrappolato centinaia di gatti negli ultimi tre anni, secondo un rapporto della polizia di Ho Chi Minh City. Giovedì scorso, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un parcheggio della città, dove hanno trovato 45 gabbie contenenti i 400 gatti vivi, oltre a quattro scatole contenenti altri 80 gatti morti conservati nel ghiaccio. Secondo le indagini preliminari, almeno due volte a settimana la banda vendeva un lotto di gatti a circa 2,80 dollari al chilogrammo, dopodiché gli animali sarebbero stati trasportati in varie località del paese. Nel frattempo, lo zoo di Saigon pubblica quotidianamente su Facebook le foto degli animali salvati, molti dei quali sono sotto la sua cura, per aiutarli a ricongiungersi con i proprietari. L’ong Humane World for Animals ha fatto sapere che 40 gatti sono già stati reclamati dai loro proprietari e circa 260 rimangono sotto la custodia della polizia, tra cui diversi nati dopo il salvataggio e alcune femmine gravide.
(Foto Humane World for Animals Viet Nam)
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© Joseph Horton for The New York Times

© Andrew Curtis

© Photo Illustration by Tam Stockton for The New York Times

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Frank Ssekamwa says the United States presented his country with an impossible choice. If it accepted the terms of a new health agreement, Uganda would have to give the U.S. access to the data of millions of his fellow citizens — a decision he worries would make their personal information more vulnerable to breaches and possible exploitation.
But if it refused, the East African nation would likely lose out on more than a billion dollars to address HIV, malaria, tuberculosis and other illnesses, even as its people face ongoing threats from Ebola and other deadly infectious diseases.
So, on Dec. 10, it agreed.
“If you take the deal, you’re going to be exploited. If you don’t take it, you’re going to die,” said Ssekamwa, an attorney and digital rights expert in Uganda. “It’s the essence of digital colonialism.”
Across Africa, countries have faced similar dilemmas as the U.S. has held a series of closed-door negotiations in which lifesaving aid has been conditioned on access to citizens’ health data. The negotiations come in the wake of the dismantling of the U.S. Agency for International Development, which — in contrast with the new contracts — provided billions of dollars in aid with few strings attached. Officials in Zambia, Zimbabwe and Ghana have been so outraged by the demands that they rejected the initial deals.
The demand to access health data is central to the Trump administration’s new America First Global Health Strategy, an openly transactional approach that seeks to leverage the desperate need for medical treatments abroad. Aid will now be given “in a way that directly benefits the American people and directly promotes our national interest,” Secretary of State Marco Rubio stated in September.
The State Department declined to publicly release global aid and data-sharing agreements it has signed with more than 30 countries as part of its new approach. But a ProPublica analysis of nine of the deals offers a window into the extensive U.S. demands for access to data — and the potential risks and vulnerabilities for the citizens of countries that have signed them. ProPublica also reviewed a data-sharing agreement struck with Uganda, which has not previously been reported; a data agreement with Kenya; six agreements over the sharing of pathogens that can cause pandemics that were made public by the State Department this week; generic templates of deals for sharing both data and pathogens that can cause pandemics; and an analysis of the documents the advocacy group Public Citizen shared exclusively with ProPublica.
ProPublica also consulted more than a dozen experts in data privacy and global health, including several with direct knowledge of U.S. policy who said that the insistent demands for data access and other resources as a condition of aid are unprecedented. Without seeing the full suite of agreements, they could not identify all vulnerabilities. But they spotted some red flags: The terms of the deals are vague and lack language standard in most data-sharing agreements that adequately limits what data is collected and how it can be used. That increases the risk that individuals’ personal data could be exposed, misused or commercialized without their consent.
In the Ugandan data deal, the U.S. will get direct, real-time access to nine of the nation’s health data systems for seven years, including the central repository that stores all of its health information, lab data, data collected by community health workers and, critically, its system for managing individuals’ electronic medical records. The agreement calls for the sharing of aggregated data with all personally identifiable information removed. It also says the data should be used for delivering and auditing healthcare services.
But lawyers and digital privacy experts argue that the deal raises questions about who will have access to the massive cache of health data and whether it could be inappropriately accessed and exploited.
Some expressed concern that, because it is possible to reverse-engineer data that has been anonymized, people with HIV, tuberculosis and other diseases could have their records exposed.
Stephanie Psaki, who served as the U.S. coordinator for global health security under President Joe Biden, described the Trump administration’s approach as a “blunt instrument of ‘just give me the login to your data systems.’”
“The U.S. would never agree to that,” she said, if the deal were offered in reverse.
In Uganda, the U.S. will provide up to $1.7 billion over five years for global health security and the treatment and prevention of deadly conditions such as malaria, tuberculosis, HIV and polio. In the past, the U.S. gave this aid without asking for direct benefits in return, saving an estimated 170,000 Ugandan lives per year.
While a significant investment, it is less than the U.S. previously spent in Uganda and will decrease every year of the agreement. By 2030, the African nation will receive 45% less global health funding than when Trump retook office, according to an analysis by Vincent Lin of Partners in Health, which provides healthcare in poor countries.
Several experts said there is broad support for some of the goals of the new plan for aid, including reducing African countries’ dependence on the U.S. for healthcare needs. But they worry the transactional nature of the approach could backfire by undermining trust or, in some cases, driving nations to reject deals altogether.
After withdrawing from the World Health Organization and losing access to its global network that tracks and combats disease outbreaks, the U.S. is attempting to obtain the information necessary to address potential pandemics through a patchwork of deals with individual countries. Each of the agreements ProPublica reviewed includes a section on responding to outbreaks. And some countries have signed separate pathogen-sharing agreements, which state that countries must “initiate sharing specimen(s) and related data” within five days of a U.S. request. The Trump administration is also planning unprecedented involvement of private companies to manage and process data.
The State Department told ProPublica that it needs access to the data to improve health outcomes in recipient countries and keep Americans safe. The new approach also requires countries to invest more in their own health systems in exchange for the aid, a promise many countries will likely struggle to fulfill. And, in some cases, including the deal with Uganda, it aims to boost local manufacturing through partnerships with American companies.
The State Department said it took multiple factors into account to ensure the required investments from other countries were “realistic and achievable.”
“The United States is investing billions of dollars in other countries’ health systems to fight infectious disease. In return, we expect governments to increase their own spending on health, so programs are sustainable and under genuine national ownership, not permanently financed by U.S. taxpayers. For the first time, both sides are putting skin in the game to ensure lasting impact,” a State Department spokesperson said in response to questions about the agreements.
In response to follow-up questions from ProPublica, spokesperson Tommy Pigott said the agreements “share only the same kinds of aggregated, de-identified data that has been shared and used for years in the fight against HIV/AIDS, malaria, tuberculosis, and other diseases. All data sharing is consistent with each country’s laws and approvals. No personally identifiable information is being received or shared by the United States government.”
Uganda’s Ministry of Health, Ministry of Foreign Affairs, Personal Data Protection Office and embassy in Washington, D.C., did not respond to questions for this article.
In the age of artificial intelligence, large health data sets have become so valuable they’ve been referred to as the new gold. The precise value of the health data of an entire nation is unclear, but it could be extremely valuable to AI-driven companies for training models. The industry of buying and selling such information troves is worth billions. And countries around the world have come to regard their citizens’ health records as national assets that deserve special protections and can confer economic and strategic advantages.
Yet the agreements, which are part of a strategy the State Department openly states is intended to make America “more prosperous” and “promote American health innovations,” provide no guarantee that Africans subject to them will have a say in what happens with their data or receive a fair share of its benefits. “Once companies get this data, the value is being accrued. But there’s no way for the [African] population to know how companies will use it,” said Jane Munga of the Carnegie Endowment for International Peace, who has argued that the agreements may violate African privacy laws.
We’re still reporting. If you know more about the Trump administration’s plans for foreign aid and the U.S. companies that are involved, please contact our reporting team.
Sharon Lerner
I write about health, science, environmental regulation, government oversight and corruption. I’d like to speak with workers in inspector general offices or in science- and health-related agencies. I take confidentiality seriously.
Africans have also expressed concern that they will not be able to access and benefit from medicines and vaccines developed from pathogen samples shared with the U.S. Five of the six specimen-sharing agreements reviewed by ProPublica state that, in the event that a medical product is developed primarily from a specimen from the country, the U.S. government “shall prioritize” a request from that government behind the needs of the U.S. Only one of the agreements, with Nigeria, commits the U.S. to facilitating “priority access” to — and the donation of — any medical products developed using the specimens.
The phenomenon of extracting information and samples from less-resourced populations and failing to credit and compensate them for their contributions to medical developments is well known enough to have several names, including “parachute science.” Just a few years ago, countries, including some in Africa, hosted COVID-19 vaccine trials, only to later struggle to access the shots they helped to develop.
Each agreement includes “benefit-sharing provisions,” the State Department said in response to questions.
After the Trump administration dismantled USAID, the world’s largest provider of humanitarian assistance, it also drastically reduced funding for international health work done by the Centers for Disease Control and Prevention and severely scaled back the President’s Emergency Plan for AIDS Relief, which combats HIV globally. In addition to withdrawing from the WHO, the U.S. removed itself from international negotiations over a pandemic agreement intended to affirm countries’ sovereign rights to their biological resources and ensure equitable access to medical interventions.
Brad Smith, an entrepreneur who served in the first Trump administration, is now in charge of creating the system that would rise from the ashes. Before joining this administration, Smith founded three companies with business models that rest in part on using data to reduce healthcare costs, including CareBridge, a home care provider that sold for a reported $2.7 billion in 2024. During the presidential transition that year, Smith led the government efficiency panel that would become Elon Musk’s Department of Government Efficiency. After Trump took office, he presided over some $67 billion in sweeping cuts to the Department of Health and Human Services before being brought on as an adviser to the State Department.
Although the humanitarian aid system had been largely dismantled, Congress required the executive branch to continue providing aid. So Smith and his team had to find new ways to get the funding to countries, ensure that it was being spent wisely and address potential pandemics — all without most of the international partners and staff the government had previously relied on to carry out this complex work.
A Rhodes scholar known for his intense work ethic, Smith threw himself into the effort. State Department staff fielded calls from him at all hours of the night to explain budget items on spreadsheets. Through his personal lawyer, Smith referred questions to the State Department.
One of the greatest challenges lay in the handling of health data. In the past, PEPFAR, the HIV program, built its own systems to handle anonymized data, separate from government health records — a setup that Trump administration officials and others have criticized as inefficient.
The America First plan proposed standardizing data collection and processing within countries. The Ugandan data agreement requires the country to provide the U.S. — and its contractors — with logins “or other secure access mechanisms” to directly enter the country’s data systems. The new approach, U.S. officials say, will enable the U.S. to continue auditing programs and track outbreaks.
The agreements ProPublica reviewed include statements about the U.S. government’s intent to ensure data security and say that the data is being accessed for the purposes of addressing diseases and auditing that work, but they leave open the possibility that sensitive information could be revealed, according to the data privacy experts ProPublica consulted.
At particular risk are countries that don’t have national data privacy laws, such as Liberia, whose memorandum of understanding requires “interlinked and interoperable” data systems for “surveillance, laboratory, response, health, environment, agriculture.” That country’s main health agreement doesn’t require the U.S. to limit the amount of data it takes to the least needed, a standard clause in U.S. contracts, according to Abdoul Jalil Djiberou Mahamadou, a recent postdoctoral fellow focusing on bioethics at Stanford University. (Neither Liberia nor the State Department has released the supplemental data-sharing agreement.) “Once data is breached, it’s nearly impossible to get it back,” Mahamadou added.
The Liberian government did not respond to a request for comment.
The Ugandan data-sharing agreement says it will comply with the laws of both nations and permits the sharing of “sensitive personal data” if the consent of individuals whose data is shared is obtained, there is a compelling public health emergency of international concern and it is the only way information can be provided in a “timely and accurate format.”
Ssekamwa, the digital rights expert who also founded and runs the African Centre for Digital Justice, said there are important questions that haven’t been answered by the Ugandan government.
“Does the U.S. have appropriate data protections? Can the systems provide anonymized data? Are they really up to that standard?” said Ssekamwa. “If I’m someone who has had health issues, can you deny me a visa because of the health issues I’m having?”
Psaki, the former global health security coordinator, worried about the haste with which the changes to data access are happening. “Even in the best of circumstances, you can’t go from having parallel data systems that were established over 20-plus years to finding some way to integrate those data systems in six months.”
Speed has been a hallmark of the America First global health effort. In September, just a month after Smith joined the State Department, it launched the strategy at an event co-sponsored by the U.S. Chamber of Commerce and five large pharmaceutical companies. By November, Smith was crisscrossing the African continent with a small team of negotiators, trying to persuade dignitaries to agree to deals.
The State Department said the deals were “negotiated in a thoughtful and strategic way over many months.”
On Dec. 4, Kenya became the first country to sign, during a triumphant celebration with Rubio and President William Ruto in Washington. Outcry over the agreement had already begun two days earlier, when a Kenyan activist named Nelson Amenya announced on the social platform X that he had seen a sample of the specimen-sharing agreement as well as a legal analysis that showed it would violate Kenyan law.
As a condition for receiving $1.6 billion in aid, the Kenyan government agreed to provide access to seven years’ worth of health records — two years longer than the U.S. would provide financial support.
Although the Kenyan data-sharing agreement states that the U.S. will take “all reasonable measures to protect the confidentiality of information” and abide by American and Kenyan laws, Amenya worried that wouldn’t be enough. “Every HIV test, TB diagnosis, malaria case – accessible to US officials,” he wrote in the post, which now has one million views. “Your medical records, your children’s health data – all exposed.”
A few days later, a Kenyan senator named Okiya Omtatah sued members of the Kenyan government over the agreement, arguing that it poses a threat to citizens’ constitutional right to privacy by “allowing broad foreign access to sensitive data.” A Kenyan nonprofit also sued, and more than 50 groups weighed in on their side, describing the document as giving the U.S. “excessive access” to African data and raising the possibility of serious human rights violations.
In court filings, the Kenyan government argued that it is obligated to achieve the “highest attainable standard of health” and that it is unable to do that on its own. After blocking the deal for months, in May, the Kenyan court temporarily allowed implementation of the agreement to proceed while it considers the case.
Since outrage bubbled up in Kenya, some other countries have negotiated shorter terms for sharing data and pandemic specimens, and have inserted additional protections, according to the Public Citizen analysis.
Still, groups across Africa have sounded alarms about dangers inherent in these provisions, including data breaches. Examples of such unauthorized access to personal data abound, including a recent case where the healthcare data of some 500,000 participants in the UK Biobank wound up listed for sale on the Chinese website Alibaba.
Revealing whether someone has had an abortion, mental health condition, substance use treatment or sexually transmitted disease can be devastating anywhere. In Africa, research has shown it can lead to discrimination and violence. And even when personal information has been removed, individuals in “anonymized” data can be reidentified using other AI and other tools.
The Ugandan data-sharing agreement calls for the U.S. government to “promptly notify the Government of Uganda of any unauthorized access” in such cases and requires the parties to conduct a joint breach assessment and remediation plan afterward. But by that point, it may be too late, Ssekamwa fears. “Once the data gets out of Uganda, we are skeptical that the government of Uganda will actually have any power to control it,” he said.
The secrecy around both the negotiations and the agreements has raised further suspicions. The State Department has declined to share the agreements, telling ProPublica the agency will release them when negotiations with all partner governments are complete and describing its actions as “protecting sensitive negotiations—not ‘secrecy.’” In response to a public records request filed by ProPublica, the State Department said it planned to provide the documents in September 2027. The advocacy group Public Citizen recently filed suit against the federal government in an effort to obtain the documents.
“Why are they hiding the agreement if they think the terms are OK?” asked Bernard Okpi, a Nigerian lawyer who sued his government in March, alleging that the deal violates the country’s constitutional right to privacy and promotes religious discrimination by prioritizing funding for Christian faith-based health facilities. That suit is pending, and the Nigerian government did not respond to questions from ProPublica.
The State Department said that the agreement with Nigeria “was negotiated in connection with reforms the Nigerian government has made to prioritize protecting Christian populations from violence.”
The Trump administration says that its new global health strategy is designed to save lives and keep the U.S. — and the world — safe from disease outbreaks. But ultimately its hard-driving and secretive negotiations may work against those goals.
While the administration aspired to strike agreements with 50 nations, including the three countries that walked away from negotiations in part over concerns about data sharing, it has fallen far short of that number. (In Zambia, officials also balked at U.S. demands for critical minerals.) The loss of aid in those countries is already proving to be devastating.
Despite the Trump administration’s stated goal of putting “America first,” the U.S. may feel the consequences of those failed negotiations, too, as mistrust compounds the loss of long-standing systems that provided care and responded to disease outbreaks.
“It’s in everyone’s interest to have a comprehensive approach to respond to an outbreak early,” said Psaki, who pointed to the quickly escalating number of Ebola cases in the Democratic Republic of Congo as evidence. While that country struck a healthcare deal with the U.S., five of the nine countries bordering it have not. “We need to get data and samples from all nine countries to collaborate effectively on that outbreak, and now we don’t have that.”
The State Department said the U.S. has responded swiftly to the outbreak and has provided over $270 million to the global fight against Ebola.
In Uganda, where people have also fallen sick and died from Ebola, Ssekamwa said that his country needs all the help that the healthcare deal can bring, including improved protection from outbreaks, but there needs to be more robust protection of people’s personal data.
“We are happy to benefit from the technological advancement and the fruits of big data,” he said. Instead, he said, “the U.S. has left so many gaps within the agreement, which can be exploited in their favor.”
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Soource, la startup fondata nel 2024 a Bolzano dall’olimpionico e oro europeo di tuffi Maicol Verzotto, insieme a Nazareno Mario Ciccarello, Silvia Chiarot, Serena Galli e Luca Taddeo, ha annunciato la chiusura di un round di investimento Seed da 3 milioni di euro. L’operazione è stata guidata da Vertis, attraverso il fondo “Vertis Venture 5 Scaleup”, e ha visto la partecipazione dell’operatore di venture capital elvetico Tenity, di 360 Capital – che attraverso il fondo 360 Digitaly aveva guidato il precedente round chiuso a gennaio 2025 – e del Club degli Investitori. Con questo round la raccolta complessiva di Soource ha superato i 5 milioni di euro dal 2025.
Soource utilizzerà le risorse raccolte con questo round per consolidare la propria posizione nel mercato dell’intelligence nel procurement in Italia e supportare l’espansione nei principali mercati europei.
Tutto parte da un problema: l’AI è potente, ma dà risultati affidabili solo se lavora su dati puliti e completi. Nel procurement i dati sui fornitori sono spesso frammentati, incompleti o non verificati. La soluzione di Soource è la piattaforma che mette ordine in questi dati e ci costruisce sopra l’automazione. Una sola piattaforma per cercare, arricchire, automatizzare e monitorare ogni informazione sui fornitori.
Alla base del funzionamento c’è un database internazionale proprietario con dati verificati e certificati. Su questo lavora un’AI fatta di più agenti specializzati, ognuno dedicato a un diverso processo degli uffici acquisti: trovare fornitori (discovery), qualificarli, confrontarli, contattarli (outreach) e completarne i dati (enrichment). Attività che oggi richiedono ore di lavoro manuale diventano automatiche. Il risultato? Il procurement evolve da un modello “copilot”, in cui l’AI supporta gli operatori, a un modello “autopilot”, in cui numerose attività vengono eseguite automaticamente mantenendo dati affidabili e verificati al centro del processo decisionale.
A poco più di un anno dall’ingresso sul mercato, Soource è una delle soluzioni AI enterprise a più rapida crescita nel panorama italiano. La piattaforma è già utilizzata da primari gruppi operanti nei settori utilities, farmaceutico, energetico, assicurativo, alimentare, industriale e delle costruzioni. La startup, che conta su un team di 17 persone che operano nella sede presso il NOI Techpark di Bolzano, prevede di raddoppiare il proprio organico entro la fine del 2027.
Laureato in Economia e Management presso la Libera Università di Bolzano, Maicol Verzotto è stato oro europeo di tuffi, medagliato mondiale, olimpionico a Rio 2016 e capitano della Nazionale Italiana di tuffi. Maicol è stato anche co-fondatore e ceo di Functional, che sotto la sua guida è cresciuta esponenzialmente, generando da zero oltre 9 milioni di euro ricavi in soli tre anni e raccogliendo più di 2 milioni di capitali. Nazareno Mario Ciccarello è laureato in Scienze politiche alla Luiss Guido Carli e ha conseguito un Mba presso IE Business School: Ha maturato una solida esperienza nei settori healthcare e banking. È visiting professor di imprenditorialità presso IE Business school.
“Questo round rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di crescita di Soource, commenta Maicol Verzotto, ceo e co-founder di Soource. “A un anno dal go-to-market stiamo lavorando con le più importanti enterprise di ogni categoria e industria. Le nuove risorse ci permetteranno di accelerare lo sviluppo della nostra piattaforma basata sui dati, rafforzare il team e consolidare la nostra leadership in Italia, con l’obiettivo di portare Soource anche sui principali mercati europei”.
“Grazie a questo round d’investimento”, ha aggiunto Nazareno Mario Ciccarello co-founder di Soource, “Soource accellera un cambio di paradigma: attraverso l’integrazione di intelligence avanzata sui fornitori e sul mercato, trasformando il procurement da funzione semplicemente reattiva a capacità predittiva, abilitando decisioni più rapide, informate e strategicamente orientate”.
L’articolo Soource raccoglie 3 milioni di euro per la sua piattaforma di data intelligence per la gestione evoluta del procurement è tratto da Forbes Italia.


© RaiNews
Da un paio di giorni, al rilevamento di Pontelagoscuro nel Ferrarese, la portata del fiume Po è inferiore alla soglia critica di 450 metri cubi al secondo, oltre la quale anche le barriere antisale perdono efficacia nel contenimento del cuneo salino. Conseguentemente il Consorzio di bonifica Delta del Po comunica di dover limitare o sospendere parzialmente le derivazioni irrigue e le prese d’acqua nei tratti più esposti al fenomeno lungo i rami del Grande Fiume nel proprio comprensorio. L’intrusione marina, infatti, ha già raggiunto distanze significative nell’entroterra, superando i limiti di tollerabilità per l’uso irriguo, giacchè l’impiego di acque con elevati livelli di salinità comporta un alto rischio di contaminazione dei suoli e danni irreversibili alle colture.
“Sta accadendo quanto da tempo paventato a causa del diverso manifestarsi degli eventi atmosferici, dell’insufficiente manto nevoso in quota e dell’anticipato caldo estivo con le correlate necessità colturali“, commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI). “Il timore è che quanto si sta registrando in Polesine sia prologo ad una situazione d’emergenza idrica, interessante l’importante areale dell’agroalimentare nell’Italia Settentrionale, già colpito dalla grande siccità del 2022; da allora tale fenomeno è costato annualmente 4 miliardi di euro all’economia del sistema Paese.”
“La differenza rispetto a quattro anni fa è la finora buona condizione idrica dei grandi laghi, che stanno però rapidamente scendendo sotto il livello medio“, aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI. “Questo conferma, però, la determinante importanza di dare concretezza al Piano Nazionale Invasi Multifunzionali, da noi proposto con Coldiretti per aumentare la capacità di trattenere acqua sul territorio, aumentando la resilienza delle comunità. L’insufficiente numero di bacini ha quest’anno lasciato scorrere una grande quantità d’acqua, che ora rimpiangiamo”.
In una lettera alle Organizzazioni Professionali Agricole, il Consorzio di bonifica Delta del Po chiede di sensibilizzare le aziende associate, affinché adottino tutte le misure di emergenza possibili, tra cui: modificare i turni irrigui, adattandoli alle limitazioni dovute dalla contingente situazione; privilegiare, ove possibile, metodi di irrigazione localizzata e ad alta efficienza; monitorare costantemente la disponibilità d’acqua nelle prese più vicine. Il personale tecnico ed operativo dell’ente consortile sta monitorando l’evoluzione del fenomeno. ANBI, unitamente all’hub europeo Radarmeteo/Hypermeteo, presenterà in conferenza stampa, lunedì 22 Giugno prossimo nella propria sede a Roma, i dati del consolidamento di nuovi scenari climatici sull’Italia.
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© Zayra Garza, via Associated Press

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Anche questa volta Trump ha scelto di esagerare. La location individuata dal presidente degli Stati Uniti per le storiche firme che sigleranno ufficialmente la tregua con l’Iran, in attesa del documento ufficiale e conclusivo sulla questione uranio rimandato a 60 giorni, è un luogo magico. Si tratta addirittura di un posto che è stato usato da James Bond come set di un film del più famoso 007 del mondo. Il trattato di tregua verrà infatti firmato venerdì nel resort di Burgenstock. Affacciato sulle acque del Lago dei Quattro Cantoni e arroccato a quasi 900 metri di quota, è da sempre sinonimo di massima riservatezza, essendo raggiungibile quasi esclusivamente in battello, funicolare ed elicottero.
LEGGI ANCHE: Guerra in Iran, l’aiutino di Musk a Trump. Così gli Usa hanno individuato i bersagli (grazie a Grok)
Lo ha indicato a Keystone-Ats il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero. Prevista la presenza del vice presidente americano Jd Vance e del capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Il complesso alberghiero aveva già ospitato nel 2024 un vertice sull’Ucraina, alla presenza del presidente Volodymyr Zelensky e dell’allora vicepresidente americana Kamala Harris. Nato nel 1873 con l’apertura del Grand Hotel, è oggi il più grande resort integrato della Svizzera: comprende hotel a cinque stelle, residenze private, due spa di lusso, campi da golf e l’iconico Hammetschwand Lift, l’ascensore panoramico all’aperto più alto d’Europa.
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Per anni Ferrari è stata considerata uno dei casi più solidi del capitalismo italiano. Un marchio capace di crescere senza perdere esclusività, aumentare i ricavi senza sacrificare i margini e innovare senza allontanarsi dalla propria identità. Eppure è bastata una presentazione per mettere in discussione questo equilibrio.
Il 25 maggio scorso, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Cavallino Rampante ha svelato Luce, la prima Ferrari completamente elettrica della sua storia. Un modello destinato a segnare l’ingresso definitivo di Maranello nell’era della mobilità a zero emissioni. Ma quello che avrebbe dovuto rappresentare un momento di svolta si è trasformato in uno dei casi reputazionali più interessanti dell’anno.
Secondo l’AI Reputation Index (Airi), l’indicatore sviluppato da Cogit AI per Forbes Italia, Ferrari ha perso 15,8 punti reputazionali in appena 72 ore, passando da 84,1 a 68,3 punti. Una flessione che ha coinciso con una brusca reazione dei mercati finanziari e con un acceso dibattito tra appassionati, investitori e osservatori del settore.
Il dato sorprende soprattutto perché arriva in una fase di straordinaria forza per Ferrari. A febbraio 2026 il gruppo aveva archiviato un 2025 record con 7,15 miliardi di euro di ricavi e 2,11 miliardi di euro di Ebit. Pochi mesi dopo, il 5 maggio, l’azienda aveva raggiunto il proprio massimo storico nell’AI Reputation Index con 84,5 punti, sostenuta da un margine operativo del 29,7%, un brand value stimato in 15,4 miliardi di dollari e un portafoglio ordini esteso fino al 2027. In altre parole, Ferrari affrontava il debutto della sua prima elettrica da una posizione di forza, sia finanziaria sia reputazionale.
La Luce nasce con caratteristiche tecniche che la collocano ai vertici del segmento premium: 1.050 cavalli, architettura a 800 volt, autonomia superiore a 530 chilometri, accelerazione da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi e un prezzo di partenza di 550 mila euro. A firmarne il design sono Jony Ive e Marc Newson, due nomi celebri nel mondo del design industriale e già protagonisti di alcuni dei prodotti tecnologici più iconici degli ultimi decenni. Eppure, nelle ore successive alla presentazione, il dibattito si è spostato rapidamente dalla tecnologia all’identità.
Il 26 maggio il titolo Ferrari, quotato a Wall Street con il ticker Race, ha perso il 7,5% in una sola seduta, arrivando a cancellare circa 2,39 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Parallelamente si è acceso il confronto online. Secondo l’analisi di Cogit AI, a 72 ore dal lancio il 52% delle conversazioni sul tema aveva una connotazione negativa, contro il 21% positiva e il 27% neutrale. Non si tratta di una contestazione legata alle prestazioni del veicolo. Al contrario, molti osservatori riconoscono alla Luce contenuti tecnologici di assoluto livello. A generare la frattura è stato piuttosto il significato simbolico dell’operazione.
Per una parte della community storica, Ferrari non è soltanto un costruttore di automobili. È il rumore di un motore termico, una tradizione sportiva, un immaginario costruito nel corso di oltre settant’anni. L’ingresso nell’elettrico è stato interpretato da alcuni come una naturale evoluzione, da altri come una rottura con il passato.
L’aspetto più interessante emerge osservando nel dettaglio le componenti dell’AI Reputation Index. La dimensione più colpita è quella relativa al sentiment digitale e alla risonanza social, che passa da 79 a 41 punti. Anche la componente legata alla percezione del brand e del suo heritage registra una contrazione significativa, scendendo da 91 a 74 punti. Allo stesso tempo, però, cresce in modo deciso l’indicatore che misura innovazione e capacità di affrontare il futuro, che sale da 72 a 83 punti.
È il paradosso che rende il caso Ferrari particolarmente interessante: lo stesso evento che ha indebolito il rapporto con una parte della base storica ha rafforzato la percezione del marchio presso chi guarda alla leadership tecnologica, alla sostenibilità e alle prospettive di lungo periodo. Ferrari perde consenso in una parte del proprio pubblico tradizionale ma guadagna credibilità presso segmenti diversi di investitori e consumatori.
Le conseguenze si riflettono anche nella graduatoria reputazionale del settore. Secondo il ranking Airi di giugno 2026, Ferrari è scivolata dal primo al quarto posto tra i marchi del lusso automobilistico. Davanti al Cavallino si trovano oggi Rolls-Royce con 80,2 punti, Porsche con 78 e Bentley con 74. Ferrari si ferma a 68,3 punti, seguita da Lamborghini, McLaren e Aston Martin.
Il dato non racconta però tutta la storia. Se si osserva la sola componente heritage, Ferrari continua infatti a occupare la prima posizione con 91 punti, davanti agli 88 di Rolls-Royce. Anche il valore economico del marchio rimane il più elevato del segmento. Questo suggerisce che il capitale reputazionale costruito negli anni non sia stato eroso in modo strutturale, ma stia attraversando una fase di ridefinizione.
Un altro elemento che emerge dall’analisi riguarda le differenze tra mercati. Le reazioni più critiche sono arrivate proprio nei Paesi dove il legame storico con Ferrari è più forte, a partire dall’Italia e dal Regno Unito. Negli Stati Uniti il dibattito è stato più polarizzato, mentre in Germania e Giappone ha prevalso un atteggiamento attendista.
La Cina rappresenta invece il caso più interessante. Qui la risposta è risultata prevalentemente positiva. In un mercato abituato alla diffusione di veicoli elettrici premium e meno legato alla tradizione motoristica europea, la Luce è stata percepita soprattutto come un prodotto innovativo e coerente con l’evoluzione del segmento luxury. È una differenza che potrebbe avere implicazioni rilevanti per la strategia internazionale del marchio. Dove l’heritage pesa maggiormente, la transizione viene vissuta come una perdita. Dove prevale la dimensione tecnologica, viene letta come un’opportunità.
Per Ferrari il tema non è più dimostrare di saper costruire un’eccellente auto elettrica. I dati suggeriscono che questo obiettivo sia già stato raggiunto. La vera sfida sarà integrare l’innovazione all’interno della narrazione del marchio senza compromettere quel patrimonio simbolico che ha reso il Cavallino uno dei brand più desiderati al mondo.
Secondo le simulazioni elaborate da Cogit AI, il marchio potrebbe recuperare terreno nei prossimi dodici mesi e tornare sopra quota 80 punti reputazionali. Molto dipenderà dalla capacità di trasformare la Luce da simbolo di rottura a nuova espressione della tradizione Ferrari.
L’articolo Ferrari e il paradosso dell’elettrico: perché la Luce ha fatto crollare la reputazione del Cavallino è tratto da Forbes Italia.
Ha promesso che sarà lui in persona a leggere il fatidico memorandum. Donald Trump ha affermato che il testo del memorandum d’intesa raggiunto con l’Iran sarà reso pubblico a un certo punto in una sede ufficiale. “Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò… parola per parola, in modo che la stampa lo riporti accuratamente”, ha detto Trump durante un incontro con il presidente degli Emirati Arabi Uniti a margine del G7 a Evian, in Francia, “è un documento molto importante”, assicura. Non sarà una lunga lettura quella di The Donald. Il documento firmato domenica, ha spiegato il vicepresidente americano JD Vance, parlando a Cnn. “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Ma è proprio nei “dettagli” o negli omissis che si nasconde il diavolo del fallimento.
La certezza è nel giorno e ora anche il luogo della firma. L’accordo tra Iran e Stati Uniti verrà firmato venerdì a Burgenstock, vicino il lago di Lucerna. Lo ha riferito Berna. In attesa della performance oratoria, Trump prova a magnificare il prodotto. “Lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto a partire da venerdì”, giorno della firma dell’accordo tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Annuncia il tycoon, precisando che “non ci saranno pedaggi per le navi che passeranno da Hormuz”. L’Iran sta rimuovendo le mine proprio in questo momento”, ha aggiunto. Teheran ha confermato che gli Stati Uniti hanno iniziato a revocare il blocco navale contro l’Iran. “La revoca del blocco navale contro l’Iran è iniziata e si sta passando alle fasi operative”, ha annunciato il viceministro degli Esteri della Repubblica islamica, Majid Takht-Ravanchi, citato dalle agenzie iraniane. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che i prossimi negoziati tra Stati Uniti e Iran saranno suddivisi in due fasi. La prima fase riguarderà questioni come lo status dello Stretto di Hormuz, il blocco navale statunitense e la ricostruzione dopo i bombardamenti israelo-americani delle infrastrutture iraniane, ha affermato, citato da Al Jazeera. Una fase successiva dei negoziati tratterà la questione del nucleare e l’allentamento delle sanzioni, che saranno risolte in un accordo finale, ha aggiunto.
Ma quando mai. Trump ha affermato di non essersi “mai preoccupato di un cambio di regime” in Iran, sottolineando di “non credere nel cambio di regime, non funziona mai”. “Ma supponiamo che ci sia un cambio di regime: il primo gruppo (di leader, ndr) è tutto morto, così come l’ultimo”, ha aggiunto, “anche una parte del terzo. Oggi negoziamo con persone molto razionali, forti e intelligenti. Non sono radicalizzate”. Il capo della Casa Bianca è anche in vena di consigli. “Sia la Siria a occuparsi di Hezbollah in Libano, lo sa fare meglio di Israele”, sentenzia Trump, sempre da Evan. “Ho suggerito a Israele di lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah perché, a essere sincero, penso che lo farebbero meglio”, ha affermato Trump. Per poi aggiungere che Israele combatte Hezbollah “da troppo tempo e che troppe persone vengono uccise”, criticando così la gestione degli interventi israeliani contro il gruppo sciita libanese. “Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vive molta gente, e non sono tutti membri di Hezbollah”, ha proseguito il presidente americano, pur precisando di avere “un eccellente rapporto” con il premier israeliano, ha ribadito che “l’attacco a Beirut non gli piace”. “Una volta il Libano era un grande Paese, con professori, dottori, avvocati; le grandi menti erano là – ha sottolineato Trump – sono stati trattati peggio di qualsiasi altro Paese e non possono difendersi. Quindi non sono contento di quello che ha fatto Israele con il Libano e Hezbollah”.
A conferma di un idillio in crisi c’è l’indiscrezione che gli Stati Uniti hanno respinto la richiesta israeliana di visionare il testo del memorandum d’intesa con l’Iran, che verrà firmato ufficialmente venerdì in Svizzera. A renderlo noto è l’emittente israeliana Channel 12., molto vicina a Netanyahu e al suo governo. Consigli a parte, la questione libanese è destinata ancor a tenere banco. Un banco insanguinato. Almeno 15 persone, tra cui due donne, sono state uccise e altre 82 ferite nelle ultime 24 ore a causa dei raid aerei israeliani sul Libano. Lo riporta su X il ministero della Salute di Beirut, secondo il quale dalla ripresa del conflitto lo scorso 2 marzo “il numero totale di civili ha raggiunto quota 3.798, con 11.781 feriti”. Hezbollah ha ricevuto rassicurazioni dall’Iran sul fatto che chiederà il ritiro delle truppe israeliane dal Libano nella prossima fase dei colloqui con gli Stati Uniti. Lo ha dichiarato a Reuters l’ufficio stampa del gruppo sciita filo-Teheran. “Non ci sarà alcun accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti a meno che gli israeliani non si ritirino” dal Paese dei Cedri. Il ritiro – ha precisato Hezbollah – sarebbe la conseguenza, e non una condizione preliminare, della prosecuzione dei colloqui tra Teheran e Washington dopo la firma del memorandum d’intesa venerdì.
Donald Trump ed Elon Musk ultimamente sono tornati a farsi vedere insieme. Anche il patron di Tesla ed ex ministro dell’amministrazione americana era infatti presente a Pechino al vertice con Xi Jinping, un segnale di disgelo dopo il duro scontro che aveva portato all’allontanamento dalla Casa Bianca. Ora però è emerso un nuovo elemento che potrebbe chiarire il motivo di questo improvviso e repentino ritorno di Musk al fianco di Trump: il sistema Grok. In una memoria, infatti, è stato lo stesso governo statunitense ad ammetterlo. Gli Usa hanno utilizzato appunto Grok, l’intelligenza artificiale di Musk per i loro attacchi in Iran.
Questo elemento è emerso in seguito a un documento ufficiale presentato a difesa delle turbine a gas di un gigantesco centro dati della società xAI, di proprietà del miliardario, oggetto di una causa ambientale. Il Dipartimento di Giustizia, in una memoria depositata il 15 giugno e consultata dalla France Presse, ha sostenuto che tale causa “minaccia la sicurezza nazionale, economica ed energetica” degli Stati Uniti, perché rischia di interrompere l’alimentazione di infrastrutture di intelligenza artificiale ormai utilizzate dalle forze armate.
Per sostenere questa argomentazione, il ministero ha presentato la testimonianza di Cameron Stanley, responsabile dell’Ia presso il Pentagono. Quest’ultimo ha dichiarato sotto giuramento che uno strumento derivato da Grok, il “Grok Gov Model”, è già impiegato all’interno del Project Maven, il programma militare di identificazione e selezione dei bersagli assistito dall’intelligenza artificiale, inizialmente basato sul modello Claude della società Anthropic. Secondo questa dichiarazione, i processi di Maven “hanno consentito alle forze statunitensi di impiegare oltre 2mila munizioni contro 2mila obiettivi distinti in 96 ore” durante la guerra contro l’Iran.
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Venerdì 19 giugno sul tavolo a Lucerna non ci sarà soltanto la “pagina e mezzo” piena di indicazioni generiche alla base del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci saranno anche possibili investimenti per centinaia di miliardi. Se Teheran accetterà di porre fine alla guerra e definire nuovi limiti al proprio programma nucleare, Washington sarebbe pronta a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione economica dell’Iran. La cifra, trapelata alla fine della scorsa settimana da fonti coinvolte nei negoziati e riportata da diversi media americani e israeliani, è stata confermata nelle ultime ore da J.D. Vance.
Intervistato da CBS News, il vicepresidente Usa ha però cercato di neutralizzare quello che per Donald Trump potrebbe trasformarsi in boomerang in politica interna. “Gli iraniani non riceveranno mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi, punto”, ha detto Vance a CBS Mornings. Quando gli è stato chiesto se il memorandum tra Washington e Teheran prevedesse un fondo da 300 miliardi di dollari, Vance ha risposto: “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, erogato dalla Gulf Coast Coalition, a patto che rispettino i loro obblighi”.
La precisazione è tutt’altro che secondaria. Il fondo non sarebbe composto da risorse federali americane, ma da investimenti privati, fondi sovrani e capitali provenienti dai paesi del Golfo, con Washington impegnata soprattutto nel ruolo di garante politico e diplomatico dell’operazione. In altre parole, non si tratterebbe di un nuovo Piano Marshall finanziato con soldi pubblici Usa, ma di un enorme veicolo di investimento internazionale destinato a rendere di nuovo appetibile l’economia iraniana dopo la guerra.
La distinzione è fondamentale per Trump. Fin dal primo mandato il tycoon aveva attaccato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, accusando l’amministrazione Obama che lo aveva firmato di avere garantito enormi benefici economici alla Repubblica islamica in cambio di limitazioni insufficienti al programma nucleare di Teheran. Il tycoon ha più volte ironizzato sui “pallet di contanti” spediti a Teheran per indicare il pagamento previsto dall’intesa di circa 1,7 miliardi legato alla risoluzione di una controversia finanziaria risalente all’epoca dello Scià. Il trattato prevedeva anche lo sblocco di circa 100 miliardi di asset congelati all’estero, dei quali all’Iran sarebbe arrivato circa il 50%. Accettare ora un accordo che garantisca agli ayatollah 300 miliardi pubblici sarebbe quindi un impensabile autogol. Da qui la necessità di costruire un meccanismo e una narrativa diversi.
Secondo quanto emerso finora, a mettere gran parte delle risorse dovrebbero essere i paesi arabi del Golfo, gli stessi che per decenni hanno considerato la Repubblica islamica il loro principale rivale strategico della regione. Le risorse verrebbero erogate soltanto a fronte del raggiungimento di specifici obiettivi tra i quali il recupero o il trasferimento dell’uranio arricchito accumulato negli ultimi anni, nuovi limiti al programma nucleare e l’accettazione di meccanismi di verifica internazionale.
Il piano iraniano presenta analogie con i progetti elaborati dall’entourage di Trump – in primis dall’inviato Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, entrambi immobiliaristi – per la ricostruzione di Gaza, dove l’idea è quella di mobilitare capitali privati, fondi sovrani del Golfo e investimenti infrastrutturali su larga scala, utilizzando lo sviluppo economico come strumento di stabilizzazione. Con una differenza sostanziale: senei progetti elaborati per la Striscia gli investimenti dovrebbero accompagnare una riorganizzazione della sua governance e un coinvolgimento di attori esterni nella gestione del territorio – Emirati Arabi e Turchia su tutti – nel caso iraniano l’obiettivo sarebbe reintegrare una potenza già esistente nell’economia regionale.
Se dovesse essere confermato, il fondo costituirebbe uno dei più grandi programmi di ricostruzione mai concepiti per il Medio Oriente e andrebbe ad aggiungersi a circa 25 miliardi di dollari di investimenti congelati che potrebbero essere sbloccate nell’ambito dell’intesa. Si tratterebbe però anche uno dei più grandi paradossi dell’era Trump: il presidente che per anni ha denunciato gli incentivi economici concessi da Barack Obama all’Iran si troverebbe oggi a promuovere il più vasto piano di rilancio mai offerto a Teheran. Una prospettiva che non può piacere all’alleato Israele.
L'articolo Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tom Nichols, editorialista del The Atlantic, sostiene che gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi nella guerra contro l’Iran, lasciando Teheran al potere, preservando le forze missilistiche e aggiungendo incertezza all’accordo di pace.
Gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati in Iran e, in tempi record, hanno ceduto terreno a un avversario che, pur non essendo militarmente il più forte, rimane estremamente pericoloso. Questa è la tesi sostenuta dal politologo e editorialista di The Atlantic, Tom Nichols.
Secondo Nichols, il risultato ottenuto da Washington potrebbe essere peggiore del non ottenere nulla.
L’editorialista sostiene che l’America sia uscita indebolita dal conflitto in Medio Oriente. Washington aveva esaurito ingenti scorte di armi, mentre i cittadini americani comuni stavano già subendo le conseguenze della guerra, ad esempio presso le stazioni di servizio, dove i prezzi del carburante erano aumentati vertiginosamente.
Nichols ha sottolineato che l’obiettivo principale degli Stati Uniti non è mai stato raggiunto: non c’è stato alcun cambio di potere in Iran. Sebbene Teheran abbia subito gravi danni, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha mantenuto il controllo del Paese. Ciò significa che, anche in presenza di un accordo di pace, il rischio di un nuovo blocco dello Stretto di Hormuz non è scomparso.

Secondo la valutazione del politologo, l’Iran ha anche preservato il suo arsenale di missili e droni e continuerà a sostenere le forze ad esso collegate in Iraq e Siria. Teheran dovrebbe inoltre beneficiare di un allentamento delle sanzioni e dell’accesso ai beni esteri sbloccati.
I dettagli ufficiali dell’accordo di pace non sono ancora stati confermati. Nichols ha tuttavia osservato che l’Iran potrebbe ricevere circa 12 miliardi di dollari in anticipo, altri 12 miliardi entro due mesi e 300 miliardi per la ricostruzione. Ritiene che, sebbene Washington insista sul fatto che questi pagamenti saranno vincolati al rispetto degli accordi, tale approccio non faccia altro che aumentare l’incertezza.
Nichols ha inoltre sottolineato che il presidente statunitense Donald Trump sta cercando di presentare l’accordo con l’Iran come una sua vittoria, affermando di aver impedito all’Iran di sviluppare armi nucleari. L’autore ha definito tale posizione insostenibile, ricordando che Teheran si era già impegnata a non costruire un arsenale nucleare nell’ambito del Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) di dieci anni prima, e che all’inizio della guerra in corso era ancora ben lontana dal possedere una bomba atomica.
Fonte. Militar Affairs
Traduzione: Luciano Lago

© Ammar Awad/Reuters

© Nicole Craine for The New York Times
Sebbene un gran numero di persone pensi che Jeffrey Epstein non si sia suicidato, è certo che il miliardario accusato di pedofilia era, poche settimane prima di morire, molto depresso, tanto da manifestare “l’intenzione” di togliersi la vita. Lo stato emotivo di Epstein affiora da un’inchiesta approfondita del New York Times, secondo cui emerge “un chiaro atteggiamento verso il suicidio, con l’obiettivo di ‘dire addio’ a modo suo”. I suoi ultimi scritti, spiega il quotidiano statunitense, rivelavano “un deterioramento dello stato mentale“, che strideva con l’ottimista che gli psicologi del carcere si trovavano davanti.
E in un pezzo di carta alludeva alla sua intenzione di togliersi la vita. Il New York Times ha intervistato molte persone che hanno interagito con Epstein durante il suo arresto e la sua detenzione o che hanno partecipato alle indagini sulla sua morte. Sono stati intervistati anche più di 40 detenuti, dipendenti del carcere, avvocati, funzionari federali e agenti delle forze dell’ordine.
La procura del New Mexico ha ordinato a JPMorgan Chase, Google e ad altre venti società, di blindare la documentazione relativa a Jeffrey Epstein e ad alcuni suoi collaboratori. Lo rivela il Wall Street Journal sottolineando che si tratta di un segnale dell’ampliamento dell’indagine penale incentrata sull’ex proprietà del pedofilo, il ranch Zorro. La procura ha imposto alle aziende di conservare i documenti mentre il dipartimento di Giustizia statale procede con le richieste formali di acquisizione prove a seguito della riapertura dell’inchiesta avvenuta all’inizio di quest’anno. Almeno dieci tra donne e ragazze hanno dichiarato di essere state adescate o abusate nel ranch.
L'articolo Epstein su un una cosa non mentiva, le testimonianze di 40 detenuti ribaltano il quadro. Gli abusi al ranch Zorro proviene da Affaritaliani.it.

Le agenzie di intelligence statunitensi hanno concluso che l’Iran è ora in grado di chiudere lo Stretto di Hormuz a sua discrezione, ottenendo così una notevole influenza sull’economia globale. Lo riporta la CNN, citando tre fonti a conoscenza delle conclusioni della comunità di intelligence statunitense.
Secondo l’emittente, Teheran avrebbe già dimostrato questa capacità durante il recente conflitto con gli Stati Uniti, e l’intelligence americana ammette che ciò potrebbe ripetersi in futuro. Una fonte ha descritto la situazione attuale come la consegna da parte dell’Iran di armi che conferiscono “il controllo effettivo dello stretto” , armi più potenti di qualsiasi arma nucleare.
Nonostante il fatto che il 15 giugno Stati Uniti e Iran abbiano annunciato il completamento di un memorandum, la cui firma è prevista in Svizzera il 19 giugno, le agenzie di intelligence americane ritengono che Teheran abbia imparato la lezione della guerra e individuato nuove opportunità per utilizzare metodi simili in futuro. Secondo le stime dell’intelligence, l’Iran ha mantenuto una parte significativa del suo arsenale di armi, inclusi missili , droni , lanciatori e centinaia di motoscafi ad alta velocità in grado di posare mine e interferire con la navigazione.

Come riporta la CNN, gli Stati Uniti hanno dovuto impegnarsi in intense negoziazioni con l’Iran per riaprire completamente lo stretto, sottolineando la continua influenza di Teheran. Un alto funzionario statunitense ha dichiarato all’emittente che l’Iran non avrebbe tratto “alcun beneficio” dall’accordo quadro se lo stretto non fosse rimasto aperto. Una fonte a conoscenza dei dettagli del memorandum ha riconosciuto che Teheran aveva tentato di minare il libero flusso di energia attraverso lo stretto, cosa che ha irritato la Cina e la Federazione Russa. Stati del Golfo.
In precedenza, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato la revoca del blocco navale e il ripristino del libero passaggio per le navi. Tuttavia, secondo le informazioni dell’intelligence, l’incertezza che circonda l’accordo e i rischi persistenti potrebbero continuare a limitare la navigazione attraverso questo punto di strozzatura marittima cruciale, attraverso il quale transita fino al 20% del petrolio mondiale, per settimane o mesi.
Fonte: Top War
Traduzione: Luciano Lago
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