L’artista russo Semyon Skrepetsky, all’anagrafe Robert Kuzovkov, aveva partecipato alle proteste contro la riapertura del Padiglione del suo Paese, cioè del regime di Vladimir Putin, alla Biennale di Venezia. Aveva così dimostrato plasticamente, assieme a tanti altri artisti dissidenti, da che parte stavano quelli che difendevano davvero la libertà d’espressione, dell’arte e della cultura, e da che parte stavano coloro che la libertà di espressione, dell’arte e della cultura, al contrario, intendevano continuare a conculcarla (come ogni altra forma di libertà, del resto).
Siccome però ancora in questi giorni, a proposito di varie polemiche, in molti hanno sentito l’urgenza di ribadire come per loro sarebbe stato sbagliato anche «censurare» gli artisti russi alla Biennale (con la consueta tendenza a confondere vittime e carnefici, aggrediti e aggressori, censurati e censori), segnalo che ieri Semyon Skrepetsky è stato ammazzato con cinque colpi di pistola in un parcheggio di Biala Podlaska, in Polonia, probabilmente da due sicari bielorussi assoldati da quegli stessi signori cui abbiamo aperto le porte della Biennale, la grande Biennale dell’Assenso voluta da Pietrangelo Buttafuoco, con ampio e trasversale sostegno nel mondo del giornalismo e della cultura.
In questi giorni, dalle parti di Milano, anche il vento fa il suo giro: non solo per quel che indicano le previsioni del tempo, brezze deboli da est la mattina, moderate da ovest-sudovest al pomeriggio; ma anche per ciò che le cronache riportano sul sindaco GiuseppeSala, sotto tiro da mesi, che ora incassa rivincite. Ai nuovi leader locali del Pd che hanno invocato ‘discontinuità’ nella gestione del Comune, può vantare la visita di Elly Schlein che gli ha chiesto di candidarsi alle politiche. E, con ancor maggiore orgoglio, ai giudici della Procura può tirare le orecchie, tacciandoli di faziosità e pregiudizi, dopo le assoluzioni nel primo processo sul sacco edilizio della città.
E così, come una star, Sala ha fatto l’ingresso a chiamata sul palcoscenico storico del PiccoloTeatro, in via Rovello, per introdurre la presentazione in pompa magna della nuova stagione 2026-27, nel 70esimo anniversario della fondazione di questa istituzione pubblica, che è stata la prima del genere in Italia e lo è ancora, come si evince dai numeri del bilancio.
Nella sala oggi intitolata al fondatore Paolo Grassi del Palazzo quattrocentesco sede del Teatro sono risuonate tante belle parole per accompagnare l’annuncio di vasti e articolati programmi di spettacoli e iniziative culturali di contorno. Molto bene, verrebbe da dire, dato il momento presente. La festa solenne al Piccolo poteva persino sembrare la risposta indiretta e immediata della Milano democratica agli interventi social-mediatici della premier contro ‘i patentini antifascisti’ come violazione della ‘libertà di pensiero’, dopo la nuova marcia su Roma dei camerati di Vannacci.
Peccato che non si sia proprio sentito nessun riferimento esplicito al fascismo, persino come aggettivo dopo la parola ‘dittatura’ (citata en passant e una sola volta). E’ stato come il convitato di pietra, dato che il valore dichiaratamente antifascista del primo teatro pubblico italiano è ben riassunto sulla stessa targa di marmo che l’Anpi ha voluto fare affiggere all’ingresso del palazzo Carmagnola, nel 50esimo della Liberazione. ‘Qui tra l’8 settembre del 1943 e il 25 aprile del 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro ed un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano’.
Sic. Poi si può pure parlare di servizio pubblico alla cittadinanza e ai suoi ‘ospiti’, come ha fatto Sala con quel tono ormai quasi da direttore di grand hotel, che evoca subito le immancabili ‘eccellenze’, nel caso non gastronomiche ma drammaturgiche. Ma chi riduce la fondazione di questo ‘teatro d’arte per tutti’ a una bella pagina venuta ‘dopo la guerra’, come ha fatto l’assessore alla Cultura della Regione, dovrebbe sentirsi ripetere che Grassi e Strehler hanno messo in piedi il Piccolo nel 1947 perché erano due giovani antifascisti e ‘movimentisti’: nell’immediato dopoguerra capeggiavano i gruppi di contestatori organizzati che andavano a fischiare i vecchi teatranti bolsi e magari pure compromessi con il regime fascista.
Sarebbe questa l’eredità da raccogliere e rinnovare: ne avrebbero davvero bisogno la città e la sinistra di oggi, altro che fantomatiche ‘restituzioni’ alla cittadinanza, del genere di quelle del Teatro alla Scala con l’annuale concerto della Filarmonica in Piazza Duomo. La sera del 13 giugno faceva impressione notare che i due grandi blocchi di file centrali – di un evento che il Comune organizza per far vedere a tutti il Tempio della Lirica – fossero riservati agli invitati, con grande sfilata all’ultimo minuto dei soliti noti e dei signori in ghingheri, mentre parte del pubblico normale e popolare s’assiepava in piedi oltre le transenne.
Poi, dal grande schermo in piazza per decine di minuti è stato rilanciato un micidiale spottone: celebrava la sponsorizzazione di uno dei più imponenti trust delle assicurazioni allo stesso teatro lirico e alle Olimpiadi invernali e via elencando sport e cultura. Così l’accostamento dei volti in primo piano del Maestro Riccardo Chailly e del tennista Jannik Sinner, o ancora quello dello spettacolo del Piccolo sui poveri e del marchio stilizzato dell’aquila imperiale di un gruppo da 53 miliardi di euro di fatturato – tra i pochissimi europei nei Re del Mondo post-capitalista – certificava la confusione di valori.
Invece d’inseguire questa Milano Premium che incoraggia l’arroganza dei ricchi e delle lobby, il Pd dovrebbe costruire prima di tutto unprogramma di peso. Dove alle prime voci non manchi anche la rifondazione della cultura e dello spettacolo pubblici, patrimonio che è stato svenduto ai grandi interessi (a cominciare dalle leggi sulle Fondazioni del primo governo Prodi) e poi pure condiviso con i famigli dei Fratelli d’Italia e alleati.
Già, alla fine il Piccolo smemorato del fascismo o la Scala dei soli vip si spiegano subito scorrendo i cognomi dei consiglieri d’amministrazione di cui Sala ha controfirmato le nomine. Ora, è vero che siamo già nel fervore pre-elettorale del massimo allargamento possibile del campo progressista, ma che poi si traduca in un annacquamento di cattivo gusto è davvero sconfortante.
ROMA (ITALPRESS) – Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha presieduto oggi alla Farnesina una riunione con i rappresentanti delle principali associazioni del mondo produttivo italiano e con i Presidenti di ICE e SIMEST, all’indomani dell’annuncio dell’intesa tra Stati Uniti e Iran. All’incontro hanno inoltre preso parte rappresentanti di Cassa Depositi e Prestiti, SACE e gli Ambasciatori italiani nei principali Paesi del Medio Oriente. L’incontro è stato convocato per fare il punto sulle prospettive di ripresa del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, valutare gli effetti della crisi in Medio Oriente sull’economia italiana e fare il punto sulle misure di sostegno alle imprese maggiormente esposte.
Tajani ha sottolineato che “la ripresa del traffico attraverso Hormuz dovrà avvenire in condizioni di piena sicurezza e nel rispetto della libertà di navigazione, principio richiamato anche nella recente dichiarazione dei Leader del G7. L’Italia è impegnata insieme ai partner internazionali nelle iniziative volte a garantire la sicurezza della navigazione e il regolare ripristino dei traffici commerciali nell’area”.
Tajani ha inoltre annunciato che il personale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran rientrerà progressivamente in sede. I presidenti di ICE e SIMEST hanno inoltre illustrato gli strumenti messi a disposizione dalle rispettive strutture per sostenere le imprese più esposte agli effetti della crisi.
Il ministro ha infine evidenziato come “la stabilizzazione dell’area e la piena riapertura dello Stretto di Hormuz siano elementi essenziali per ridurre l’impatto che l’aumento dei costi energetici e dei trasporti sta avendo sul sistema produttivo italiano. Ha inoltre sottolineato l’importanza di continuare a sviluppare collegamenti e rotte commerciali alternative, a partire dal corridoio IMEC e dalle opportunità offerte dalla rotta artica”. Tajani ha infine rilevato come “le imprese italiane abbiano dimostrato una straordinaria capacità di adattamento anche nelle fasi più complesse dello scenario internazionale, come dimostra la continua crescita dell’export”.
La consigliera d’amministrazione di Ferrovie dello Stato, Tiziana De Luca, ha rassegnato le dimissioni conclamando gli attriti in corso da tempo tra il ministero dell’Economia e l’amministratore delegato del gruppo, Stefano Donnarumma. A quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, la consigliera, scelta nel 2024 in quota Mef, ha ufficialmente addotto “motivi personali” per motivare la scelta ufficializzata martedì sera ma il suo passo indietro va inquadrato negli attriti sempre più frequenti, anche in occasioni pubbliche, tra il ministro Giancarlo Giorgetti e Donnarumma. La mossa di De Luca segna uno scossone definitivo nel rapporto tra il manager e il Mef, azionista al 100% del gruppo.
Uno dei punti di frizione principali continua a riguardare l’idea di Donnarumma di procedere con lo scorporo delle attività dell’Alta Velocità facendole confluire in una newco aperta anche ai privati, un’operazione da svariati miliardi di euro. Era stata una delle prime mosse immaginate dall’amministratore delegato, alla fine del 2024, ma il ministero ha sempre dimostrato di non gradire l’idea e comunque di voler mettere becco sulla scelta degli investitori.
Ancora lo scorso 27 maggio, intervenendo a un convegno organizzato dalla Lega alla Camera, Giorgetti ha bacchettato pubblicamente Donnarumma per le scelte sulla ricerca di nuovi finanziatori: “Perché dobbiamo andare a cercare il fondo pensione canadese, australiano, per le nostre infrastrutture, quando abbiamo il fondo italiano? Perché nessuno parla di questo?”, aveva detto il ministro dopo aver esplicitamente citato l’amministratore delegato che era seduto in prima fila. L’addio di De Luca, tra l’altro, non sarà l’unico. Pochi giorni fa, la consigliera Caterina Belletti – in quota Fratelli d’Italia – è stata nominata a capo di Fs International, società fondata nel 2017 che sviluppa le attività internazionali di Ferrovie dello Stato.
La maggioranza Meloni deve tornare sui propri passi dopo il richiamo, l’ennesimo, del Quirinale. Oggetto della diatriba tra i partiti di governo e il Colle è il Decreto Accise, attualmente all’esame della Camera dopo il via libera del Senato. Dalla presidenza della Repubblica è infatti arrivato l’altolà di fronte alla scelta dei partiti di maggioranza di rendere il decreto l’ennesimo “omnibus” che Sergio Mattarella ha dimostrato in questi anni di non apprezzare, provvedimenti-accozzaglia in cui vengono inseriti le norme più disparate.
Così Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono viste costrette, dopo interlocuzioni con gli uffici legislativi del Quirinale, a presentare quattro emendamenti soppressivi al decreto che, se approvati dalla Camera, comporteranno un nuovo passaggio del provvedimento al Senato per una terza lettura lampo, considerando che il decreto scade il prossimo 29 giugno. Tra le norme destinate a essere cancellate c’è anche l’estensione alle telecomunicazioni del divieto di telemarketing aggressivo, introdotta durante l’esame parlamentare del provvedimento e considerata dal Quirinale totalmente estranea rispetto all’oggetto del decreto legge, che sulla carta dovrebbe contenere misure urgenti legate all’andamento dei prezzi petroliferi causa guerra in Iran. Oltre alla disposizione sul teleselling, gli emendamenti soppressivi riguardano anche misure relative alla mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico e alla tutela delle minoranze linguistiche. Sullo zolfo la modifica, come riferisce il Sole 24 Ore, puntava a limitare gli effetti economici derivanti dal perdurare dell’aumento del prezzo dello zolfo e dell’acido solforico, utilizzati in numerosi processi industriali e agricoli, intervenendo sulla preparazione e sui componenti essenziali.
Maggioranza che su questo fronte dimostra ancora una volta di non recepire le richieste che arrivano dal Colle: una norma analoga sul telemarketing era già inserita durante l’esame del precedente decreto Accise, salvo poi essere ritirata proprio per problemi di estraneità alla materia, anche in quel caso sottolineata dagli uffici legislativi del Quirinale. Siamo dunque all’ennesimo episodio, l’ennesimo richiamo, sulla necessità da parte della maggioranza e del governo di mantenere un nesso diretto tra i contenuti dei decreti-legge e le norme introdotte durante l’esame parlamentare: una tematica che ha visto in tempi recenti numerosi interventi non solo del Quirinale ma anche della Corte Costituzionale.
I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sono nati esattamente 7 anni fa, quando ci si accorse che l’autonomia differenziata riguardava non solo la scuola, ma altre 22 materie, molte delle quali altrettanto importanti. Sono stati 7 anni di “Al Lupo al Lupo”, da quando – precisamente il 7 luglio del 2019, in una affollatissima assemblea al Liceo Tasso di Roma – sono stati fondati i Comitati? E, poi, 2 anni dopo, il 30 ottobre del 2021, il Tavolo NOAD?
No. Sono stati anni trascorsi a formarsi, formare ed informare; a inseguire – governo dopo governo – i disegni di legge in attuazione del c. 3 dell’art. 116 riformato nel 2001, con il Titolo V, quelli che cercavano di attuare l’autonomia differenziata, sempre collegati alla legge di Bilancio; sono stati anni di presìdi sotto Camera e Senato; sono stati gli anni della manifestazione di Napoli, con 6mila persone in piazza, preceduta dall’assemblea nazionale a Milano, per ricordare che l’autonomia differenziata non è solo un problema del Sud; gli anni dei flash mob, delle assemblee gremite e di quelle disertate; anni a parlare di una materia ostica, che persino i quotidiani più sensibili hanno spesso ignorati; anni in cui i Comitati sono riusciti a esprimere il proprio punto di vista, per convincere chi ne aveva la forza che fosse necessario un referendum contro la legge Calderoli, che aveva ormai bruciato le tappe dell’approvazione al Senato e poi alla Camera; gli anni in cui, pancia a terra, nell’estate più calda di sempre, in due mesi, banchetto dopo banchetto, hanno contribuito alla raccolta di quel milione e 300mila che hanno raccontato un’Italia che dice NO all’Autonomia Differenziata, al Sud come al Nord; sono stati gli anni della (S)veglia laica per la Repubblica e di tante altre iniziative che hanno tenuta desta l’attenzione su un tema difficile, sfuggente, denso di tecnicismi; chiamiamolo con il nome più riconoscibile: la secessione dei ricchi. Ritorno a quella domanda: no, non si è trattato di un al Lupo al Lupo; ma di un’allerta che era nelle cose e che – attraverso questa storia faticosa, lunga, entusiasmante – si è contribuito a smontare.
Essere un comitato di scopo vuol dire lavorare per una finalità che non conosce mezze misure o compromessi e sta scritta nel nome: Per il ritiro di ogni autonomia differenziata. Neppure oggi si tratta di un falso allarme, purtroppo. La sentenza 192/24 della Corte Costituzionale non ha messo in soffitta l’autonomia differenziata, come molti pensano, benché ne abbia segnalato numerosi profili di incostituzionalità.
Il pericolo è qui e ora, e ha due facce: presso le commissioni I Affari Costituzionali di Senato e Camera si trovano le 4 pre-intese siglate da Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte su 4 materie cosiddette non LEP (Protezione Civile, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica e Sanità, Previdenza integrativa), già precedentemente approvate dalla Conferenza Unificata, con il parere negativo di 6 regioni, guidate dal PD o dal M5S, e dell’Anci. Le commissioni – presso le quali si stanno svolgendo audizioni che, come nelle precedenti occasioni, rilevano pareri negativi da parte di giuristi, economisti, esponenti della società civile, sindacati – dovranno formulare un atto di indirizzo; quindi, verranno predisposte e firmate le Intese, che il Parlamento potrà emendare: ci si augura che vengano sotterrate attraverso una valanga di emendamenti.
Contestualmente, al Senato l’AS 1623 è il testo che Calderoli ha predisposto per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, prerequisito per poter attaccare anche le cosiddette materie LEP, come la scuola. Oltre al fatto che determinare i LEP non significa garantirli (dovrebbero essere stanziati milioni di euro), numerosi sono gli elementi di incostituzionalità nei testi siglati con le regioni. Ci si augura che le regioni guidate dal PD e dal M5S, ricorrendo alla Corte costituzionale, si batteranno per impedire che le Intese, andando in porto, possano aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali. E per far sì che la Repubblica, quella il cui ottantesimo anniversario abbiamo festeggiato qualche giorno fa, non sia esclusivamente una evocazione liturgica, ma lo spazio, concreto ed etimologico, della partecipazione attiva, dell’affermazione del valore supremo della pari dignità di ogni persona, dovunque risieda e da qualunque parte del mondo provenga.
La scelta di fare un’assemblea a Napoli non è stata casuale. Nel voto del 22 e 23 marzo, che ha messo in sicurezza l’attuale assetto della magistratura, allontanando da essa le ingerenze del governo, gli italiani e le italiane, le giovani e i giovani di questo Paese, con la spinta – che ha fatto la differenza – delle grandi città di quel Mezzogiorno, quel Mezzogiorno che la Riforma del Titolo V ha rimosso in un colpo solo, espungendola – di conseguenza – dalla tutela e dall’impegno dei governi, in quel voto dicevo bisogna leggere la stessa indignazione che si riscontrava nel 2024 presso i banchetti al Sud (io, oltre che a Roma, ho raccolto in Calabria), che raramente lesinavano la firma per il referendum: basta! Basta con l’affossamento, lo spopolamento, le politiche predatorie, l’assenza di speranza di emancipazione dalle attuali condizioni.
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Assemblea Napoli anti autonomia differenziata
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L’assemblea di Napoli ha aperto una nuova stagione di lotta e di mobilitazione, in cui siamo tutti coinvolti. L’autonomia differenziata svuoterà di senso il conflitto – il sale della democrazia – di qualunque vertenza su qualsiasi materia, parcellizzando istanze, rivendicazioni, rappresentanza. Da questa assemblea, non a caso intitolata La nostra lotta, le nostre lotte, è emersa una domanda chiara, indifferibile, rivolta soprattutto ai rappresentanti delle lotte che sono intervenuti nel pomeriggio; ci si è chiesti se ne valga la pena. Se valga la pena di tenersi stretti, di camminare insieme, di aprire insieme gli occhi, prima che sia troppo tardi; di darsi manforte, di aiutarsi, in una forma di mutualismo rinnovato, che vede l’altro, perché l’altro è come te, vuole le tue stesse cose. Insieme all’autonomia differenziata i partecipanti sono stati uniti dal il ripudio per le politiche di discriminazione razziste verso i migranti, per il suprematismo nordista, per le misure securitarie, per il bellicismo di qualsiasi matrice.
Uguaglianza, solidarietà, autonomia cooperativa: è possibile stringere un vincolo su questi 3 principi? Si pensa che ai territori e non ai tecnocrati spetti definire i propri bisogni? È possibile immaginare insieme un Paese in cui Sud – e di Sud ce n’è uno per ogni Nord – non significhi arretramento, rinuncia alle cure sanitarie o mobilità sanitaria, infrastrutture da anni Cinquanta, fuga dei e delle giovani? L’assemblea ha scommesso su questo.
Su una fase di mobilitazione intensa, che avrà infine una significativa scadenza nelle elezioni del 2027: nei programmi dei partiti, o delle liste, che chiederanno il voto per battere le destre, si è proposto di inserire l’abolizione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, strumento per minare l’unità della Repubblica. Lasciare lì quella pronuncia equivarrebbe ad una spada di Damocle perenne, con non si vuole più sentire pendere sulle nostre teste. E, insieme a questo passaggio, si è auspicato – a cominciare da un convegno che si organizzerà in autunno, grazie all’ausilio dei gruppi parlamentari di opposizione, una riflessione – per i Comitati iniziata già da due anni, grazie al sostegno di costituzionalisti, come Laura Ronchetti, Francesco Pallante, Alessandra Algostino, Gaetano Azzariti, Massimo Villone, – volta a ridisegnare i rapporti tra i vari livelli istituzionali e di governo. È necessario battersi per una società in cui non sia velleitario che la determinazione dei livelli UNIFORMI di prestazione emergano da un dibattito pubblico sui territori e non dalle segrete stanze delle tecno burocrazie. I Lep sono scritti nel c. 2 dell’art. 3.
Il campo largo ai nastri di partenza della lunga corsa che lo porterà alle politiche. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono incontrati ieri lontani dalle telecamere per discutere il programma con cui si presenteranno insieme alle elezioni. Sul tavolo le questioni cruciali del momento, dalla politica estera alla politica economica, e la designazione dei gruppi di lavoro che dovranno mettere a punto posizioni comuni a tutto il fronte progressista, che si tenterà di rendere il più inclusivo possibile aprendo le porte anche alle forze centriste. “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste due date: 8 e 15 luglio”, è il messaggio con il quale Nicola Fratoianni accompagna la foto ricordo dell’incontro.
Via quattro norme “esorbitanti” dal Dl Accise: ora il testo rischia di tornare al Senato
La maggioranza fa marcia indietro su alcune delle disposizioni inserite al Senato nel decreto recante misure urgenti in materia di prezzi petroliferi legati al protrarsi della crisi dei mercati internazionali. Alla Camera sono stati infatti presentati quattro emendamenti soppressivi con l’obiettivo di eliminare norme considerate “esorbitanti” rispetto al contenuto del provvedimento. Tra le misure destinate a essere cancellate figura anche l’estensione alle telecomunicazioni del divieto di telemarketing aggressivo, introdotto con il decreto bollette e approvato in commissione Finanze del Senato. La maggioranza aveva già tentato di inserire la disposizione nel precedente decreto accise, salvo poi ritirarla per estraneità di materia.
Secondo quanto emerso dopo alcune interlocuzioni con gli uffici legislativi del Quirinale, la scelta è stata quella di procedere con emendamenti soppressivi per rimuovere dal testo le norme ritenute non coerenti con l’oggetto del decreto. Il governo e la relatrice del provvedimento hanno espresso parere favorevole ai quattro emendamenti della commissione. Oltre alla disposizione sul teleselling, le modifiche riguardano anche interventi sulla mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico e norme sulla tutela delle minoranze linguistiche. Qualora gli emendamenti venissero approvati dall’Aula di Montecitorio, il decreto dovrebbe tornare al Senato per una terza lettura prima della conversione definitiva in legge.
ROMA (ITALPRESS) – “Il DDL 1552 non è una riforma della caccia: è un tentativo sguaiato e ideologico di frantumare il delicato equilibrio della legge 157. È una resa incondizionata alla frangia venatoria più estremista, in barba alla scienza, al diritto europeo e al dovere costituzionale di tutelare l’ecosistema e la biodiversità. Il DDL trasforma il parere scientifico di ISPRA da vincolante a meramente consultivo, sostituendo la scienza con un Comitato tecnico faunistico-venatorio, cioè con la politica. La stessa Commissione europea avverte che questa trasformazione rischia di compromettere il sistema di protezione stabilito dalla Direttiva Uccelli, aprendo la porta a deroghe adottate anche in contrasto con il parere scientifico. E c’è uno scandalo nello scandalo: il governo ha ricevuto la lettera di Bruxelles già a dicembre 2025 e l’ha volutamente tenuta nascosta, mentre il Parlamento discuteva il provvedimento. Non ha mai risposto, su questo, alle nostre interrogazioni. Chiediamo quindi il ritiro immediato del DDL 1552″. Così la segretaria del Pd, Elly Schlein.
ROMA (ITALPRESS) – Come rendere le città più governabili, sostenibili e attrattive? È questa la domanda al centro di Quo Vadis: Urbs 2026 – Le città del futuro”, la due giorni di dibattiti e incontri organizzato da Feuromed – l’Altravoce, in collaborazione con il Parlamento Europeo e il patrocinio dell’Ordine degli ingegneri di Roma, che si terrà il 17 e 18 giugno a Roma, presso la Sala Europa del Parlamento Europeo a Piazza Venezia.
L’evento si posiziona come un vero e proprio hub di dialogo tra politica, tecnica, mercato e società civile, offrendo una piattaforma di confronto sulle politiche urbane tra il livello locale, nazionale. Il programma della manifestazione sarà scandito da un’importante partecipazione istituzionale, con interviste condotte dal Direttore de L’Altravoce, Alessandro Barbano, che faranno il punto sulle riforme e sulle strategie dell’Esecutivo per i centri urbani. Nel corso della prima giornata, mercoledì 17 giugno, interverranno: Maria Elisabetta Alberti Casellati, Ministro per le Riforme istituzionali, che aprirà i lavori governativi inquadrando le sfide della governance urbana all’interno del sistema della autonomie. Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il cui intervento si focalizzerà sui dibattiti cruciali relativi alla smart mobility e alla sostenibilità urbana. Paolo Zangrillo, Ministro per la Pubblica Amministrazione, che chiuderà i lavori del mercoledì intervenendo sull’efficienza della macchina amministrativa per le città del futuro.
Nella mattinata di giovedì 18 giugno, i lavori riprenderanno con la partecipazione di Eugenia Maria Roccella, Ministro per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, che affronterà le connessioni tra demografia, welfare e nuovi bisogni dei cittadini, in apertura di una giornata che tratterà anche sanità urbana e invecchiamento.
Oltre ai rappresentanti del Governo, “Quo Vadis: Urbs 2026” vedrà alternarsi sul palco i protagonisti in prima linea nell’amministrazione del territorio. A discutere dei nodi legati alla gestione urbana ci saranno il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il Sindaco di Napoli e Presidente ANCI Gaetano Manfredi, oltre a una nutrita rappresentanza di primi cittadini ed ex amministratori locali come Sara Funaro (Firenze), Roberto Lagalla(Palermo), Enrico Trantino (Catania) e gli europarlamentari Dario Nardella, Giorgio Gori e Matteo Ricci.
Articolata in otto panel tematici, la manifestazione approfondira’ le grandi sfide contemporanee: dalla transizione energetica, alle infrastrutture e reti digitali, passando per l’urbanistica, la coesione sociale e l’attrattività dei centri per la “classe creativa”.
Ad arricchire il dibattito, figure del mondo accademico, culturale ed economico: dal giudice emerito Sabino Cassese all’economista Carlo Cottarelli, fino all’architetto Stefano Boeri, al Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita e a numerosi ex Ministri (Boschi, Delrio, Lanzillotta, Bonetti, Giovannini) chiamati a portare la loro esperienza istituzionale.
L’evento è realizzato in partnership con le Istituzioni Europee e vedrà la presenza del Direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, Carlo Corazza, e l’intervento della Vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno.
La maggioranza, che aveva reso il decreto Accise l’ennesimo “omnibus” sgradito al Colle, torna sui propri passi e presenta quattro emendamenti soppressivi al decreto accise, attualmente all’esame della Camera dopo il via libera del Senato. Tra le norme destinate a essere cancellate c’è anche l’estensione alle telecomunicazioni del divieto di telemarketingaggressivo, introdotta durante l’esame parlamentare del provvedimento. La decisione arriva dopo interlocuzioni con gli uffici legislativi del Quirinale. Le disposizioni inserite nel corso dell’iter parlamentare sarebbero infatti state considerate estranee rispetto all’oggetto del decreto legge, che riguarda le misure urgenti legate all’andamento dei prezzi petrolifericausa guerra in Iran.
Non è la prima volta che la maggioranza incontra ostacoli su questo fronte. Una norma analoga sul telemarketing era già stata inserita durante l’esame del precedente decreto Accise, salvo poi essere ritirata proprio per problemi di estraneità di materia.
Oltre alla disposizione sul teleselling, gli emendamenti soppressivi riguardano anche misure relative alla mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico e alla tutela delle minoranze linguistiche. Relatrice e governo hanno espresso parere favorevole alle modifiche.
Se approvate dall’Aula della Camera, le soppressioni comporteranno un nuovo passaggio del provvedimento al Senato per la terza lettura. L’episodio rappresenta l’ennesimo richiamo alla necessità di mantenere un nesso diretto tra il contenuto dei decreti-legge e le norme introdotte durante l’esame parlamentare, un tema sul quale il Quirinale e la Corte costituzionale hanno più volte richiamato il Parlamento negli ultimi anni.
ROMA (ITALPRESS) – Su proposta del ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Consiglio dei ministri ha deliberato la nomina dell’ammiraglio ispettore Cristiano Nervi a direttore della Direzione degli armamenti navali della Direzione nazionale degli armamenti del Ministero della difesa. Lo ha comunicato Palazzo Chigi al termine del Cdm di martedì.
ROMA (ITALPRESS) – “Con il via libera definitivo della Camera al decreto rimpatri e alle norme sui rimpatri volontari assistiti, facciamo un altro passo avanti per rafforzare gli strumenti a disposizione dello Stato nella gestione dei flussi migratori. Più serietà, più ordine, più efficacia. L’obiettivo è chiaro: governare il fenomeno migratorio con regole certe e strumenti concreti. Avanti così”. Così sui social la premier Giorgia Meloni.
Un mesetto fa è scoppiato un piccolo caso politico che, probabilmente molti hanno già dimenticato. Eppure merita attenzione, perché racconta molto bene il clima del nostro tempo.
Tutto nasce da una campagna pubblicitaria di Italia Viva comparsa nelle grandi stazioni ferroviarie italiane, in particolare Roma Termini e Milano Centrale. I manifesti utilizzavano una grafica volutamente ispirata ai manifesti del Ventennio fascista e giocavano sul celebre slogan nostalgico “Quando c’era lui”. Solo che qui il bersaglio era Giorgia Meloni.
Uno dei cartelloni recitava: “Quando c’era lei i treni arrivavano in ritardo”.
Un altro: “Quando c’era lei l’Italia era meno sicura”.
Il tono era chiaramente provocatorio, ironico, costruito per attirare attenzione e polemiche. Operazione discutibile? Probabilmente sì. Ma assolutamente dentro il normale conflitto propagandistico di una campagna politica.
La vicenda però prende una piega interessante quando emerge che Grandi Stazioni Retail — la società che gestisce gli spazi pubblicitari nelle principali stazioni ferroviarie — avrebbe chiesto modifiche alla campagna per autorizzarne il rinnovo. Italia Viva parla immediatamente di censura e tira in ballo addirittura gli articoli 21 e 68 della Costituzione.
Naturalmente, nel giro di poche ore, arrivano smentite, precisazioni, retroscena, “fonti vicine”, ministeri che negano pressioni, società che rivendicano autonomia, partiti che gridano allo scandalo e giornali che si inseguono nella ricostruzione dei fatti.
Fin qui siamo dentro il consueto teatrino della politica italiana.
Ma la parte davvero interessante è un’altra.
Perché questa storia ci riporta improvvisamente a un testo del Cinquecento: il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. La domanda che si poneva La Boétie era semplice e terribile: come fa il potere a reggere così stabilmente, anche quando è odiato?
La sua risposta era che i governi non vivono soltanto di forza o repressione. Vivono soprattutto grazie alla collaborazione spontanea di una moltitudine di persone che, per convenienza, abitudine, paura o semplice conformismo, finiscono per servire il potere senza nemmeno bisogno di ordini espliciti.
Ed è esattamente il meccanismo che sembra intravedersi oggi.
Non c’è il gerarca che telefona ordinando di strappare i manifesti. Non c’è il prefetto che manda la polizia. Non c’è il ministero della propaganda. C’è qualcosa di molto più moderno. Ci sono dirigenti prudenti, apparati che “interpretano il clima”, società partecipate che vogliono evitare fastidi, uffici comunicazione che preferiscono prevenire problemi, funzionari che diventano, come si dice, “più realisti della regina”.
Ed è qui che la vicenda diventa quasi comica. Perché i manifesti volevano insinuare l’idea di una deriva autoritaria. E il sistema, nel tentativo di gestire la situazione, finisce per reagire esattamente nel modo che conferma quella narrazione. Se fosse una sceneggiatura cinematografica qualcuno direbbe che è troppo didascalica per essere credibile.
Naturalmente non è necessario simpatizzare per Renzi o per Italia Viva per cogliere il problema. La questione non è la qualità della campagna pubblicitaria. La questione è la rapidità con cui, dentro strutture pubbliche o semi-pubbliche, si attiva il riflesso della normalizzazione preventiva.
È questo il punto moderno della servitù volontaria.
Il potere contemporaneo spesso non ha nemmeno bisogno di censurare apertamente. Gli basta essere percepito. Gli basta suggerire un’atmosfera. Gli basta lasciare intuire quale sia il confine del fastidio tollerabile. Il resto lo fanno da soli funzionari, manager, intermediari, amministratori, responsabili marketing e professionisti della prudenza.
La Boétie lo aveva capito cinque secoli fa: la servitù più efficace è quella che non ha bisogno di essere imposta.
E allora forse la morale finale di questa piccola storia ferroviaria è semplice. I treni magari continueranno ad arrivare in ritardo. Ma la servitù volontaria, quella, in Italia riesce ancora a essere perfettamente puntuale.
Il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj.
In un’intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha sostenuto che il conflitto avrebbe potuto terminare in tempi brevi nelle prime fasi, quando le forze russe si trovavano nei pressi della capitale ucraina.
«All’epoca, non solo io, ma tutto il mondo capiva che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato dall’agenzia BelTA.
Lukashenko ha però aggiunto che «alcuni politici e forze» hanno invitato Putin a interrompere l’avanzata, a ritirare le truppe da Kiev e a raggiungere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell’Ucraina erano contati».
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Il presidente bielorusso ha spiegato che la Russia procedeva sulla base di quella che appariva una concreta possibilità di intesa, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa vicenda».
«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».
Non è stato subito chiaro il significato preciso attribuito da Lukashenko al termine «lobby ebraica». Nei primi giorni del conflitto, l’allora Primo Ministro israeliano Naftali Bennett aveva svolto un ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina, incontrando Putin a Mosca e parlando al telefono con Zelensky. I resoconti dell’epoca indicavano che Bennett aveva esortato Zelens’kyj ad accettare le condizioni di Mosca.
Lukashenko non ha fornito ulteriori particolari sul presunto coinvolgimento del Vaticano. Tuttavia, nel marzo 2022, papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill avevano tenuto una videochiamata in cui avevano evidenziato l’«eccezionale importanza» del processo negoziale.
Mosca e Kiev avevano condotto diversi round di colloqui di pace a Costantinopoli nel marzo 2022. Putin aveva affermato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano approvato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev aveva poi abbandonato l’intesa dopo il ritiro delle truppe russe dalle zone intorno alla capitale ucraina.
I rapporti tra Minsk e il Vaticano sono rimasti anche inq uesti anni di tensioni. Nel settembre 2025, ricevendo il nuovo Nunzio Apostolico Ignazio Ceffalia, Lukashenko ha espresso pubblico apprezzamento per la posizione contraria del Vaticano alle sanzioni economiche. A fine ottobre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti ha incontrato personalmente Lukashenko a Minsk per discutere dei rapporti bilaterali.
In Bielorussia si registra una durissima repressione contro i sacerdoti locali che esprimono dissenso. Dal 2020 a oggi sono stati decine i sacerdoti arrestati, multati, detenuti o costretti a fuggire per aver criticato il governo o espresso vicinanza all’Ucraina. Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si registrò la condanna a 11 anni di carcere per «alto gradimento» ad un prete cattolico, padre Henryk Okołotowicz.
Nel maggio 2024 sono stati arrestati due importanti religiosi, tra cui padre Andrzej Juchniewicz, superiore degli Oblati di Maria in Bielorussia, condannato a ben 13 anni di colonia penale con l’accusa di attività sovversiva. Solo a novembre 2025, a seguito di intense trattative tra il Vaticano e Lukashenko, la Chiesa è riuscita a ottenere la liberazione anticipata di due sacerdoti detenuti nelle colonie penali.
Nel 202o l’allora arcivescovo di Minsk e vertice dei cattolici bielorussi monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, aveva condannato pubblicamente le violenze della polizia contro i manifestanti. Il regime gli vietò il rientro in patria per mesi, di fatto costringendolo all’esilio.
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La diplomazia vaticana ottenne il suo rientro a fine 2020, ma pochi giorni dopo, a inizio 2021, papa Francesco ne accettò la rinuncia per raggiunti limiti di età (75 anni), normalizzando i rapporti istituzionali con Minsk.
Statistiche di cinque anni fa suggerivano che la popolazione cattolica della Bielorussia è il 10,6% del totale nazionale. La maggioranza della popolazione è ortodossa. Nell’agosto 2021, un giornale governativo aveva ridicolizzato la Chiesa cattolica pubblicando una serie di vignette in cui i prelati erano ritratti con svastiche naziste anziché con croci pettorali.
La Santa Sede persegue ora nel Paese una «politica dei piccoli passi»: ha nominato un nuovo Nunzio Apostolico a Minsk, l’arcivescovo Ignazio Ceffalia, e accetta il dialogo formale con Lukashenko proprio per poter negoziare, di volta in volta, la scarcerazione e la protezione dei preti locali.
Al G7 di Evian, in Francia, è risuonato forte l’appello per tutelare i minori dai rischi dei social network e dell’Intelligenza artificiale. Novantacinque giovani di 19 Paesi si sono riuniti in questi giorni a Parigi per lanciare il monito sulla salute mentale dei più giovani, minacciata da Big Tech. Ai leader del mondo occidentale hanno presentato il cosiddetto “Manifesto della Gioventù” (‘Youth Manifesto’), invocando ”tutele” che “non possono essere lasciate solo nelle mani di aziende che sviluppano questi strumenti o agli adulti che non sono cresciuti con la presenza costante dell’Ia”. La ”protezione on-line” dell’infanzia è tra le priorità della presidenza francese del G7. Del resto Parigi è la capitale più decisa a rescindere la dipendenza tecnologica dai colossi americani; ed è tra le prime nazioni europee ad aver proposto il divieto di accesso ai socialnetwork per i minori, fissando l’asticella nazionale a 15 anni. Nei giorni scorsi è salita sul carro dei divieti anche Londra, con l’annuncio del premier Keir Starmer.
La Gran Bretagna per la linea dura: divieto social fino a 16 anni
Secondo il premier britannico le tutele per i minori “potrebbero persino andare un po’ oltre”, rispetto al divietoaustraliano. “È la linea che piace ai governi, perché è visibile e facile da raccontare“, dice a ilfattoquotidiano.it l’avvocato specializzato Marco Martorana, docente di Diritto della Privacy presso l’Università Mercatorum. Peccato che funzioni “meno bene di come la si racconti”, dice l’esperto. “In Australia – prosegue – l’autorità ha aperto istruttorie contro cinque piattaforme e ha ammesso che circa sette ragazzi su dieci continuano ad accedere lo stesso”. Secondo Martorana, “Australia e Regno Unito spostano tutto il peso sulle piattaforme e tolgono ai genitori perfino la facoltà di autorizzare il figlio. Altri Paesi, dalla Francia al Portogallo, fanno l’opposto e rimettono la decisione in famiglia con il consenso dei genitori“.
La Terra dei canguri è stata la prima ad approvare una legge con il ban ai social network per i ragazzi, elevandolo a 16 anni. Poi sono seguiti altri Paesi e ora la lista è lunga, tra provvedimenti in via di approvazione o solo annunciati. Tutti nel nome della tutela dei minori, dinanzi ai rischi del socialnetwork. Ma il convitato di pietra, in questi casi, è la soluzione tecnica e l’atteggiamento poco o nulla collaborativo delle piattaforme: come verificare l’età degli utenti, senza la collaborazione di Big Tech? In mancanza dei monitoraggi sulle date di nascite, qualunque divieto è inapplicabile. In Italia, ad esempio, vige già il divieto di accesso ai servizi digitali e di Intelligenza artificiale, per i minori di 14 anni, ma solo sullacarta. Il 10 giugno il governo ha approvato due decreti attuativi sull’Ia, ma il ban per l’accesso ai social network restacongelato da 8 mesi, malgrado il Parlamento sarebbe pronto ad approvarlo. Mentre le giravolte di Palazzo Chigi non hanno certo accelerato la pratica. Il governo Meloni, per tutelare i minori, ha caldeggiato le multeai genitori che non controllano i figli con il parental control, una linea gradita alle piattaforme. L’Australia (e non solo) invece ha approvato la legge già a dicembre 2025 con sanzioni milionarie, non ai genitori bensì alle stesse piattaforme.
Le nazioni con il ban per i minori già in vigore: ma in Australia 7 minori su 10 conservano il profilo
L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver approvato una legge sul divieto di accesso ai social, fissandolo a 16 anni. Per gli utenti al di sotto di questa soglia di età, è prevista la rimozionedel profilo su Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Le piattaforme che non rispettano il divieto rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Circa 4,7 milioni di account sono stati chiusi nelle settimane successive, secondo l’autorità delle comunicazioni australiane (eSafety); altri 300mila a inizio marzo scorso. Ma i dubbi sono ancora molti. Secondo il Garante australiano, circa 7 ragazzi su 10 hanno conservato il loro profilo, malgrado non abbiano ancora compiuto 16 anni. Il motivo? Secondo l’Australia le grandi piattaforme non applicano a dovere le verifiche dell’età. Sarebbe ancora possibile, in molti casi, registrarsi ai servizi con una semplice autodichiarazionesull’età, mentendo senza alcun controllo da parte dei colossi. Oppure barando con le scansionifacciali, un sistema con un tasso fisiologico di errore: stando a eSafety, le piattaforme consentono ai minori di tentare più e più volte la registrazione, finché quest’ultima non vada in porto. E quando emergono sospetti sull’età reale, i colossi ometterebbero verifichepiù stringenti come la presentazione dei documentid’identità, lamenta l’autorità australiana. E ora, entro la metà del 2026, l’Australia potrà decidere su eventuali multe per Big Tech.
In Malesia la legge per il divieto di accesso fino a 16 anni è entrata in vigore il primo gennaio 2026 in virtù del regolamento dell’Autorità del per comunicazioni. Il governo aveva già annunciato il ban a novembre 2025. Le piattaforme con almeno 7 milioni di utenti (inckuse Facebook, Instagram, TikTok e YouTube) devono prima ottenere una licenza dallo Stato, poi rispettare l’obbligo della verifica dell’età e moderare i contenuti per la sicurezza dei minorionline. Le sanzioni previste, a carico delle piattaforme, ammonterebbero fino a 10 milioni di ringgit (poco più di 2 milioni di euro).
In Indonesia lo stop agli under 16 è attivo dall’ultima settimana di marzo e include TikTok, Facebook, Instagram, Threads, YouTube, X, Roblox, Bigo Live. Secondo i media internazionali, la misura è graduale e gli account inizialmente disattivati saranno quelli delle piattaforme considerate ad alto rischio. Ma già il 31 marzo, come riportato da diversi media, il governo indonesiano aveva inviato lettere a Google e Meta, per il “mancato rispetto” del ban. “Le due aziende potrebbero essere punite con sanzioni amministrative, come previsto dalla normativa in vigore”, ha dichiarato la ministra delle comunicazioni MeutyaHafid.
Europa, lavori in corso: in Francia e Spagna leggi per i minori online in via di approvazione
In Francia, l’Assemblea Nazionale ha detto sì al divieto sotto i 15 anni con il disegno di legge n. 2107, tranne nel caso in cui i genitori diano il consenso. Manca il passaggio al Senato prima del voto finale della Camerabassa. L’obiettivo è essere operativi per settembre 2026. Già nel 2023 Parigi aveva varato una misura per fissare a 15 anni la “maggiore età digitale”, ma Bruxelles la contestò. Stavolta si prevede il via libera europeo. Parigi si è mossa dopo la relazione della “Commissione d’inchiesta sugli effetti psicologici di TikTok sui minori”, con dati e conclusioni allarmanti. Ecco uno stralcio pubblicato da GuidoScorza sul sito agenda digitale: “Troppi social network hanno effetti devastanti sulla salute dei minori e le misure messe in atto per porvi rimedio sono ben lungi dal rispondere all’urgenza della situazione”. La legge imporrebbe alle piattaforme di sospendere gli account già creati dai minori di 15 anni, con elevate sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza.
In Spagna, il premier Pedro Sanchez caldeggia una legge a tutela dei minori e a gennaio ha innescato un duro scontro con Elon Musk. “Proteggeremo i nostri ragazzi dal Far West digitale”, aveva assicurato il premier iberico, innescando innescando la reazione del miliardario di Space X. Il leader di Madrid? “Un tiranno e traditore del popolo spagnolo”, anzi “un vero fascista totalitario”, secondo Musk. L’obiettivo di Sanchez è vietare l’accesso ai social fino a 15 anni. Per la verifica dell’età, qualora il provvedimento fosse approvato, ci sarebbe la carta d’identitàdigitaleeuropea. Non solo, Madrid vuole imporre sanzioni salate all’odio online, diffuso anche da algoritmi votati alla polarizzazione e al contrasto delle opinioni. “Diffondere odio dovrà avere un costo: legale, economico ed etico”, ha avvertito Sánchez. Che punta a far pagare personalmente i Ceo delle piattaforme per eventuali negligenze sulla sicurezza dei minori. “Modificheremo la legislazione spagnola affinché i dirigenti delle piattaforme siano legalmente responsabili delle numerose violazioni che si verificano sulle loro piattaforme”, il monito del premier inviso a DonaldTrump.
In Portogallo la proposta di legge è stata approvata in prima lettura, a febbraio 2026: prevede il divieto totale di accesso ai social sotto i 13 anni e il consenso dei genitori tra i 13 e i 16 anni. Ma prima di entrare in vigore serviranno i dettagli tecnici di applicazione da parte dell’Autorità pubblica. La verifica dell’età dovrebbe avvenire attraverso un sistema digitale denominato Digital MobileKey (Dmk), secondo la testata Euronews.
In Danimarca la legge è stata annunciata a fine ottobre 2026 con un accordo di governo ed è attesa a breve, per la metà del 2026: l’obiettivo è fissare l’asticella per l’ingresso ai social a 15 anni. La premier socialdemocratica MetteFrederiksen ha lanciato proclami allamati: “Abbiamo scatenato un mostro”, “mai prima d’ora ci sono stati così tanti bambini e giovani che soffrono di ansia e depressione”, “gli smartphone e i social hanno rubato l’infanzia dei nostri figli”. Anche la Norvegia si muove per vietare l’accesso ai social fino a 16 anni.
La Germania sulla stessa linea, Merz: “Abituare minori all’uso dei social? No, allora anche l’alcol dalle elementari”
Allo stadio iniziale della discussione si trova la Germania. Già a febbraio, dopo Macron e Sanchez, anche Merz aveva tuonato contro l’abuso dei social network in età precoce. “Se oggi i ragazzini di 14 anni trascorrono fino a 5 ore davanti allo schermo, e se la socializzazione avviene soltanto attraverso questo strumento, non possiamo meravigliarci di deficit di personalità e problemi nei comportamentisociali”, ha dichiarato il cancelliere. Merz ha ribadito l’esigenza di insegnare ai ragazzi il corretto uso dei social, ma ponendo limiti e paragonando i social alle bevande alcoliche: “L’idea che debbano abituarsi non la condivido. Allora dovremmo consentire anche l’uso dell’alcol fin dalle elementari, in modo che ci si abituino”.
Anche il governo austriaco a marzo ha annunciato l’intenzione di una stretta per gli utenti fino a 14 anni, grazie ad un accordo in seno al governo guidato da ChristianStocker. “Non resteremo più a guardare mentre queste piattaforme rendono i nostri figli dipendenti e spesso anche malati… I rischi associati a questo utilizzo sono stati ignorati fin troppo a lungo, ora è il momento di agire”, ha il vicecancelliere Andreas Babler. Ma ad oggi non risultano date previste per l’approvazione della legge. Sulla stessa linea il governo della Polonia.
Leggo sul New York Times che anche Joe Biden sarebbe in procinto di fare uscire un memoir (se non fossi disgustato dalla miserabile campagna di Donald Trump sull’«autopen», forse avrei aggiunto: «Joe Biden, o chi per lui»). E apprendo anche che l’analoga opera di sua moglie Jill si conclude così: «Come scrisse Dylan Thomas, non ce ne andremo gentilmente in quella buona notte, ma ci ribelleremo, ci ribelleremo alla luce morente» («As Dylan Thomas wrote, we will not go gentle into that good night, but rage, rage against the dying of the light»). A me pare che lo abbiano già fatto abbastanza. Come chiosa Carlos Lozada sul New York Times, «non c’è niente di meglio che citare una poesia sulla sfida di fronte alla vecchiaia e alla mortalità per ricordare alla gente cosa è andato storto con Joseph R. Biden» (io glielo avevo detto subito, però). E allora, mentre osservo sconsolato la foto dei quattro del Campo largo – che sono sempre meglio della sporca dozzina del generale Vannacci, d’accordo, ma non saprei dire se mi trasmettano meno fiducia o meno allegria – mi viene da pensare che forse anche chi a sinistra non li ama, prima di prendersela con loro e con la desolante deriva populista dell’intero sistema, dovrebbe porsi qualche domanda sul tristissimo tramonto dei protagonisti della stagione precedente.
Riflettendoci un momento, c’è qualcosa che lega la lunga buonuscita putiniana di Gerhard Schröder al servizio di Gazprom, le varie imprese internazionali di Tony Blair, culminate nella sua partecipazione, in un ruolo di primo piano, alle deliranti pianificazioni immobiliaristico-annessionistiche del Board of Peace in Palestina (da dove si permette pure di dare lezioni ai leader europei su come trattare con Donald Trump), le incresciose vicende di José Luis Rodríguez Zapatero e dei suoi gioielli, per tacere dei vari modi in cui tanti riformisti italiani, da Massimo D’Alema a Matteo Renzi, usciti da Palazzo Chigi, hanno trovato il modo di mettere a frutto le proprie reti di conoscenze e il proprio nome nel mondo degli affari e delle consulenze. Ripensando ai fasti della Terza via degli anni novanta, è difficile non riconoscere, pur nell’ovvia diversità dei singoli casi, un filo conduttore, una comune tendenza o quanto meno uno stesso impulso, che forse proprio in Biden si presenta nella forma più pura. In quella lotta ostinata contro la luce morente, che ha in verità molto poco di poetico e forse, semmai, qualcosa di patetico. E alla quale dobbiamo in gran parte il trionfale ritorno in scena di Trump, con tutte le sue drammatiche conseguenze.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
Lunedì, sul CorSera, la giornalista Milena Gabanelli (che mi sembra bravissima: mi chiedo perché non abbia un programma in Rai, magari al posto di Antonino Monteleone, l’ex Iena dell’agenzia Caschetto che condurrà FiloRosso in prima serata su RaiTre per tutta l’estate benché reduce da due clamorosi flop che avrebbero convinto anche il più scettico sulle sue reali capacità televisive, ma oggi i dirigenti Rai sono di nomina melonifera, e così mi sono risposto da solo) (ieri la prima puntata di FiloRosso è precipitata dall’8,1% di Un posto al sole, il suo traino, al 3,7%: un successo annunciato); l’indispensabile Gabanelli, dicevo, ha smascherato una balla clamorosa di Giorgia: l’ennesima.
La bugiardella della Garbatella ha sostenuto, infatti, che i 36 miliardi di evasione fiscale recuperati nel 2025 siano merito del suo governo. Ma quei soldi, spiega la Gabanelli, sono il frutto di controlli e di norme introdotti da governi precedenti; della fatturazione elettronica introdotta nel 2019; delle lettere di compliance introdotte nel 2015; e dell’attività ordinaria dell’Agenzia delle Entrate. L’unico contributo diretto del suo governo è rappresentato da sanatorie e rottamazioni: in pratica, la riforma fiscale meloniana (concordato preventivo, indebolimento del redditometro, ravvedimento più favorevole, nuove rottamazioni) riduce la capacità di controllo statale e favorisce gli evasori.
Se si considera che, per finanziare la riduzione delle accise (di cui godono anche gli evasori), il governo taglierà risorse a sanità, istruzione, ricerca e trasporto pubblico, pagati dalle tasse di chi rispetta gli obblighi fiscali; e che tra chi chiede agevolazioni economiche con l’Isee ci sono anche gli evasori; il danno subito dai cittadini onesti è ingente e scandaloso.
In dettaglio: 1) Il concordato preventivo biennale permette ad alcuni contribuenti di concordare in anticipo un reddito imponibile pagando imposte agevolate sulla differenza. Questo incentiva l’evasione fiscale e riduce i controlli. 2) La modifica del redditometro rende più difficile contestare uno stile di vita incompatibile coi redditi dichiarati. 3) Le nuove norme sul ravvedimento operoso permettono di regolarizzare la propria posizione anche dopo l’avvio dei controlli. 4) L’estensione della rottamazione delle cartelle rafforza l’idea che il pagamento possa essere rinviato senza gravi conseguenze.
5) Le nuove procedure aumentano il lavoro amministrativo degli uffici fiscali, riducendo le risorse dedicate ai controlli e diminuendo il recupero futuro dell’evasione. 6) Il Ministero dell’Economia, dati alla mano, elenca le categorie di contribuenti meno credibili: medici e laboratori, farmacie, dentisti, notai, consulenti finanziari e assicurativi, gioiellieri, balneari, idraulici ed elettricisti, ristoranti e bar. Col governo Meloni c’è stato un aumento della pressione fiscale: non ce ne sarebbe bisogno, anzi potrebbe essere ridotta di molto, se tutti pagassero le tasse. 7) Meloni sostiene che non si debbano accusare i contribuenti sulla base di semplici presunzioni; ma le norme permissive del suo governo premiano chi bara, danneggiando la collettività.
Insomma balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?
Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere
201) È vero che il fisico nucleare Ettore Majorana fece perdere ogni traccia di sé nel 1938, forse sopraffatto dal senso di colpa e dal rifiuto morale di contribuire alla bomba atomica; ma non è vero che visse per anni sotto falso nome in Russia, nascosto in una centrale elettrica, in mezzo alle dinamo.
202) È vero che Dante Alighieri aveva una grossa testa sproporzionata, il naso adunco e gli occhi grifagni, ma non è vero che lo scambiassero spesso per la strega di Biancaneve.
203) È vero che papa Giovanni XXIII aveva la pelle del volto come cera, ma non è vero che mangiasse candele a questo scopo, come si vociferava.
In attesa della firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe avvenire in Svizzera venerdì, monta la rabbia dei fautori della Grande Israele. A Tel Aviv la mossa di Trump è stata accolta con “disperazione“, come riporta il Timesofisrael.
Una disperazione che riecheggia oltreoceano, dove le più importanti, e potenti, organizzazioni ebraiche – dal Jewish Democratic Council alla Zionist Organization of America fino all’AIPAC – hanno manifestato la loro irritazione, che si tradurrà in pressioni sul Congresso per vanificare il compromesso.
Per parte sua Netanyahu, che ieri ha tenuto un’insolita conferenza stampa (ne rifuggiva da tre mesi), ha dato inizio al bombardamento del memorandum, pur evitando di criticarlo apertamente. Parlando ai cronisti presenti, oltre a sgranare gli asseriti successi conseguiti nella sua guerra senza fine e senza limiti, anzitutto morali, ha chiarito che la lotta continua e che Israele continuerà a presidiare aree conquistate che ne assicurano la sicurezza.
Punto delicatissimo questo, perché nel memorandum l’America si fa carico non solo di assicurare il cessate il fuoco in Libano, ma anche il ripristino della sua integrità territoriale.
Netanyahu, da scaltro qual è, è rimasto sul vago, nel senso che non ha specificato di voler conservare tutto il Libano meridionale, pretesa che avrebbe bloccato all’istante l’accordo innescando un’altra reprimenda di Trump. Mira, però, a strappare più territorio possibile nel negoziato più specifico previsto dopo la firma (sempre che non riesca a sabotarlo). Il ritiro totale sarebbe una sconfitta irrevocabile.
Nonostante si sia trattenuto, la rabbia del premier israeliano era alquanto evidente. Rabbia che si somma a quella delle potenti lobby filo-israeliane e dei falchi annidati nel Congresso, nell’apparato militar-industriale Usa e in altri potenti ambiti e apparati americani.
Insomma, non tira una bella aria per Trump. Peraltro, tale tensione si dipana e s’interseca con quella che dilaga negli States, preda di una polarizzazione sempre più isterica.
Un tensione che poteva deflagrare in occasione degli ottant’anni di Trump, che questi ha voluto festeggiare a modo suo, con una cerimonia in stile old wild west e modalità da satrapia orientale, organizzando un evento di lotta – l’UFC 250 – alla Casa Bianca. L’FBI in un comunicato ha rivelato che per l’occasione si stavano organizzando un attentato che i suoi agenti hanno sventato consegnando alle patrie galere i rei.
In genere prendiamo le dichiarazioni del Boureau con la cautela del caso, consapevoli della sua storia non certo commendevole e della sua insana tendenza alla manipolazione, così nel caso specifico avremmo potuto derubricare il comunicato a un mero esercizio di auto-celebrazione e nulla più.
E però nel comunicato si notano omissioni stridenti. Non viene specificato che l’UFC 250 si teneva alla Casa Bianca, localizzandolo più genericamente a Washington D.C., né che vi partecipasse il presidente. Particolari che avrebbero dato ben altro valore all’auto-celebrazione, da cui la natura diversa e più inquietante del comunicato medesimo.
Fox news successivamente ha rivelato che era previsto un attacco di droni che avrebbe dovuto scatenare il panico, con la folla impazzita che sarebbe stata facile preda di cecchini appostati in loco.
Al di là degli interna corporis imperiali, e per ritornare alla geopolitica, nel momentum di sospensione attuale, che terminerà venerdì con la firma ufficiale (si spera), c’è da aspettarsi qualche colpo di coda da parte degli scontenti che, messi alle corde, sono capaci di tutto.
La scommessa di Trump di riuscire a imporre a Israele quanto concordato con Teheran, anche se al momento appare vincente, è davvero azzardata. Ciò soprattutto perché, piuttosto che minacciare ritorsioni reali, che metterebbero alla corda Tel Aviv (anche perché agli Usa si accoderebbe tutto il mondo), come ad esempio la rescissione degli aiuti, finanziari e militari, Trump punta tutto sul suo rapporto con Netanyahu, sicuro che nonostante l’avversione alla fine farà quel che deve. Alquanto ingenuo, ma l’uomo è fatto così.
Quanto a Netanyahu, secondo una notizia filtrata alla CNN starebbe discretamente cercando di ottenere un incontro con Trump. Notizia ovviamente smentita dall’ufficio del premier israeliano per evitare di esporlo al rischio di un pubblico diniego, che renderebbe ancor più difficile, se non impossibile, derubricare la frattura tra i due a incidente di percorso. Sarebbe fatale per le sue possibilità di rielezione.
Resta il nodo Libano, sul quale Trump ha meno leve che altrove. Ieri l’apertura a sorpresa; per chiudere il conflitto che “sembra non finire mai” ha dichiarato: “Dobbiamo parlare un po’ con Hezbollah”.
Poi oggi, al G7 di Evian, per coprirsi le spalle ha fatto retromarcia – parlare con un’organizzazione che Israele connota come terrorista… – affermando che, visto che Israele non è in grado di risolvere la querelle Libano “senza uccidere tutti”, è il caso che se “ne occupi la Siria”, attualmente guidata dall’ex leader di al Qaeda Ahmad al-Shara.
Al netto di sorprese, sembra l’ennesima boutade di Trump perché al-Shara è già stato sollecitato in proposito e ha declinato il pressante invito. Il fatto è che la Siria è sotto l’influenza della Turchia. E Ankara ormai percepisce Israele come una minaccia esistenziale, anche per le dichiarazioni ostili lanciate al suo indirizzo da diversi politici di Tel Aviv.
Di questi giorni, peraltro, le esercitazioni congiunte dell’aviazione turca ed egiziana: un segnale a Israele perché eviti di essere conseguente alle insistite minacce. E un altro segnale del riposizionamento in corso nella regione.
“Sono lieta di aver accolto oggi a Villa Pamphilj l’amica Sanae Takaichi, primo ministro del Giappone”. Amica: Giorgia Meloni non ha usato mezzi termini per salutare un ospite più che gradito. In un video pubblicato sui social la si vede abbracciare affettuosamente la leader asiatica tra grandi sorrisi reciproci ed espressioni di giubilo. “Spero di essere riuscita a ricambiare l’accoglienza affettuosa che ho ricevuto in Giappone a gennaio”, ha dichiarato la premier italiana definendo Takaichi “pragmatica, concreta e determinata”.
Dietro ai sinceri convenevoli troviamo un’alleanza strategica, quella tra Italia e Giappone, destinata a rafforzarsi ulteriormente, oltre a obiettivi comuni da raggiungere e numerosi dossier da implementare in vista di una cooperazione ancora più intensa. Meloni, non a caso, ha subito ribadito che Roma e Tokyo sono “naturalmente alleati strategici destinati a lavorare insieme sul presente e sul futuro”. Nessun dubbio, nessuna incertezza. “Con Sanae ci siamo incontrate a gennaio a Tokyo e abbiamo fissato insieme degli obiettivi concreti che vogliamo raggiungere e, siccome siamo due donne a capo delle loro nazioni, li abbiamo raggiunti in pochi mesi”, ha spiegato ancora Meloni.
L’incontro tra Meloni e Takaichi Sanae
Il vis a vis tra Meloni e Takaichi ha inevitabilmente affrontato le questioni di più stretta attualità. Nel corso del meeting, ha spiegato la premier italiana, è stata espressa una comune “soddisfazione per la firma del memorandum” tra Usa e Iran, ed è stata ribadita “la fondamentale importanza della riapertura dello stretto di Hormuz e della difesa della libertà di navigazione”. Anche il Giappone ha aderito al comunicato diramato da Italia, Regno, Regno Unito, Germania e Francia.
Per il resto, Italia e Giappone hanno annunciato un memorandum d’intesa per rafforzare le catene di approvvigionamento di semiconduttori, minerali critici e tecnologie avanzate, unitamente a una dichiarazione congiunta sulla collaborazione spaziale.
Sul fronte della sicurezza, Takaichi ha inoltre accolto con favore il continuo impegno di Roma nella regione indo-pacifica, compresa la prevista sosta di una nave della Marina militare italiana in Giappone a settembre. Ricordiamo, poi, che Giappone, Gran Bretagna e Italia sono già partner nel Global Combat Air Programper lo sviluppo dei caccia di nuova generazione.
I dossier sul tavolo di Italia e Giappone
“Evito di elencare tutte le cose su cui stiamo lavorando perché diventa troppo lungo. C’è una straordinaria e particolare sintonia tra le nostre relazioni, tra le nostre leadership, tra le nostre visioni che intendiamo sfruttare al massimo”, ha affermato Meloni. È però interessante capire quali sono i dossier più caldi che contribuiranno a rafforzare i legami tra Roma e Tokyo.
Italia e Giappone avevano concordato di lanciare un meccanismo di consultazione sulla sicurezza economica, per consolidare le nostre catene del valore e fare fronte comune per proteggere i settori strategici. Non solo: è stato effettuato anche un approfondimento nel dialogo sullo Spazio “per unire le competenze delle nostre agenzie spaziali, ma anche delle nostre imprese”, ha dichiarato la premier italiana.
Non sono infine mancate altre iniziative di collaborazione che toccheranno alcune tra le aree più sensibili del pianeta. È stata citata l’Africa, con l’intenzione di rendere complementare il piano Mattei italiano con il Ticad (Tokyo International Conference on African Development), un forum multilaterale istituito dal governo nipponico nel 1993 per promuovere lo sviluppo sostenibile, la pace e la sicurezza nel continente africano attraverso partenariati internazionali, e l’Artico, etichettato come “uno dei quadranti strategici del presente e futuro. Ulteriori particolari in materia verranno presumibilmente resi noti nei prossimi mesi.
Il governo iraniano si è compattato attorno all’imminente tregua con gli Stati Uniti e ha considerato un minimo comune denominatore, per completare l’accordo con Washington, l’assicurazione sulla sopravvivenza del sistema politico della Repubblica Islamica alla prova più dura dal 1979 ad oggi, l’espunzione dall’accordo di molti dossier cari a Israele come lo stop all‘inserimento dei missili e del sostegno agli alleati regionali e, soprattutto, il riconoscimento del sistema-Iran come “signore di Hormuz”.
Lo aveva scritto Alessandro Cassanmagnago, lo possiamo confermare ora: il fatto che sia stato l’Iran a poter offrire la condizione della riapertura espungendo concessioni, tra cui anche la prospettiva che l’amministrazione Trump finanzi un programma di ricostruzione da 300 miliardi di dollari dei danni bellici subiti da Teheran, lascia presagire un sostanziale compattamento di un regime che giungeva alla guerra scatenata da Washington e Tel Aviv il 28 febbraio scorso in condizioni critiche e crescentemente delegittimato dalla popolazione.
Come è cambiato il regime
A tal proposito, è bene sottolineare come la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, del Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Larijani, del capo dei Pasdaran Mohammad Pakpour e di molti altri vertici del sistema iraniano abbia accelerato un nuovo mutamento di forma del potere della Repubblica Islamica.
La trattativa è stata lo sbocco dell’azione di un Iran “bifronte”. Da un lato, l’apparato militare dei Pasdaran ha condotto le operazioni di risposta ai raid israelo-americani e ha esteso a raggiera nel Golfo la risposta mentre in patria la “difesa a mosaico” offriva capacità di azione ai comandi locali. Dall’altro, gli alti vertici di un potere iraniano senza più sommi capi come Khamenei senior hanno trovato un modus vivendi e un equilibrio interno tra ambizioni mutevoli e nuovi rapporti di forza.
Il presidente della Repubblica Mohammad Pezeshkian ha di fatto funto da garante di un cambio di prospettiva, incentivando proprio il ruolo dell’istituzione del Consiglio di Sicurezza Nazionale: guidata dal successore di Larijani, Mohammad Bagher Zolghadr, e in cui lo stesso capo dello Stato è il numero due, seguito dal capo del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il Consiglio ha in nome della ricerca di una camera di compensazione tra apparati di potere operato con crescente collegialità.
Una poliarchia che guarda al futuro
Nel Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale sono rappresentati esponenti del mondo conservatore, come Said Jalili, il braccio destro della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, e riformisti come il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, protagonista della mediazione. Non a caso Ghalibaf è stato a capo della mediazione in Pakistan condotta fianco a fianco con la diplomazia Usa in virtù del suo ruolo primario rispetto agli altri membri della delegazione in seno al Consiglio.
L’imminenza della firma degli accordi con gli Usa a Ginevra porterà questa poliarchia di potere alla prova del dopoguerra e della sua strutturazione. Inizialmente si pensava che l’ala ultraconservatrice dei cosiddetti “Paydari” avrebbe provato a frenare il percorso e lavorato per sabotare e contestare i negoziati in nome della ripresa della guerra. Amwaj Media ha però ricordato che “Mohammad Mehdi Mirbaqeri, considerato la guida spirituale del gruppo Paydari, si è espresso a favore dell’accordo in via di definizione e ha cercato di placare le preoccupazioni dei critici”.
Nel breve periodo, la logica di sopravvivenza, da Khamenei junior in giù, ha unito i potenti di Teheran. Nel medio-lungo, bisognerà capire che Repubblica Islamica esisterà: il governo dell’economia resta critico, le molte tensioni sociali andranno sanate, un apparato di potere nascente si sta strutturando. E finita la guerra bisognerà governarlo in tempo di pace. Primum vivere, deinde philosofari: la Repubblica islamica rispolvera Hobbes di fronte allo “stato di natura” del nuovo Medio Oriente competitivo. In cui nonostante ogni trend negativo, l’Iran è sopravvissuto. E questo fino a pochi mesi fa non molti sarebbero stati disposti a scommetterlo.
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Jordan Bardella, leader del principale partito di opposizione francese, il Rassemblement National (RN), ha escluso la possibilità di chiedere l’appoggio del presidente statunitense Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2027, definendolo imprevedibile e sempre più difficile da decifrare.
Il trentenne euroscettico e anti-immigrazione è ampiamente considerato il favorito per sostituire Marine Le Pen qualora quest’ultima venisse esclusa dalla corsa elettorale. La leader di lunga data del partito RN è stata condannata lo scorso anno per appropriazione indebita di fondi europei e interdetta dalle cariche pubbliche per cinque anni. Lei nega ogni addebito e la corte dovrebbe pronunciarsi sul suo ricorso a luglio.
In un’intervista a Politico pubblicata lunedì, il Bardella ha descritto il comportamento di Trump come «non solo erratico, ma anche estremamente instabile e in continuo cambiamento» («erratique, mouvant et changeant»). Alla domanda su come vedesse il presidente degli Stati Uniti, Bardella lo ha definito incoerente, scherzando: «C’è il suo atteggiamento del lunedì, l’atteggiamento del martedì, l’atteggiamento del mercoledì».
«Donald Trump n’est pas mon modèle» ha dichiarato il vertice del partido della destra francese. «Trump non è un modello»
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Il Bardella ha respinto qualsiasi ipotesi di voler cercare l’appoggio di Trump, nonostante quest’ultimo abbia in passato sostenuto politici affini all’estero, tra cui il polacco Karol Nawrocki e l’ungherese Viktor Orban.
«L’unico sostegno che io e Marine Le Pen cerchiamo è quello del popolo francese e degli elettori francesi», ha affermato, aggiungendo di non aver bisogno di «alcun appoggio esterno» e di non avere alcuna intenzione di aprire la porta a «qualsiasi forma di interferenza straniera».
Queste dichiarazioni segnano un cambiamento rispetto alle precedenti lodi di Bardella nei confronti di Trump, che ammirava pubblicamente per la sua energia e il suo successo politico. Secondo il politico francese, il secondo mandato di Trump si è discostato nettamente dal primo, non dando più priorità agli interessi interni, ma essendo invece plasmato da una visione degli Stati Uniti come «un impero con un’influenza dominante sull’emisfero occidentale».
Ciò rende Trump «più pericoloso» e crea incertezza in tutta Europa, che non può più fare affidamento su Washington senza riserve. Bardella ha fatto riferimento alle minacce tariffarie di Trump, che hanno portato all’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE dello scorso anno, un accordo che ha descritto come «vassallaggio economico, finanziario e industriale».
Le relazioni tra Washington e i suoi alleati europei sono tese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel 2025, con ricorrenti dispute su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e Ucraina. Trump ha ripetutamente accusato i membri europei della NATO di approfittarsi delle garanzie di sicurezza statunitensi, minacciando al contempo nuove tariffe sul blocco. Lunedì, ha dichiarato al New York Post che avrebbe imposto dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la sua tassa sui servizi digitali, che colpisce i ricavi generati dai giganti tecnologici statunitensi.
La Strategia di Sicurezza Nazionale 2026 di Trump, che descrive l’UE come strategicamente inaffidabile, ha ulteriormente ampliato la frattura, così come la sua spinta ad acquisire la Groenlandia dalla Danimarca. La guerra israelo-americana contro l’Iran ha acuito le tensioni dopo che Washington ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e ha minacciato ulteriori tagli in Spagna e Italia a seguito delle critiche al conflitto.
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Una foto molto politica: il campo è questo qui. Più stretto che largo. Ieri il politburo del partito unico Pd-M5s-Avs ha fissato le prime riunioni sul programma del cosiddetto campo largo. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno postato una foto dei tre maschi in maniche di camicia e cravatta blu e lei come sempre sorridente al ristorante Costanza hostaria, pieno centro di Roma. Hanno parlato tra di loro convenendo che è ora di cominciare a lavorare: «Segnatevi due date: 8 e 15 luglio».
A un certo punto, bontà loro, si confronteranno con Matteo Renzi, i socialisti e PiùEuropa (cioè Riccardo Magi). Non potevano riunirsi subito tutti insieme? «Ma è normale che ci siamo visti noi quattro che lavoriamo da anni insieme – ci ha spiegato Fratoianni – siamo un po’ il cuore dell’alleanza, poi vedremo come includere tutti». Evidentemente si è voluto subito mettere agli atti chi conta davvero e chi conta meno, cioè Renzi (con tutto il rispetto per il socialista Enzo Maraio e Magi, che non sembrano esattamente due che hanno in animo di creare problemi al partito unico)
Si parte dunque. Ma si parte con uno sgarbo, il che non pare in sintonia con la testardaggine unitaria della leader del Partito democratico. L’esclusione di Renzi dal summit all’osteria di Pd-M5s-Avs non sarà un dramma anche se da Italia Viva si sente un poco rassicurante «tanto senza di noi non vincono». A sera Renzi posta: «Per tutto il pomeriggio i giornalisti ci hanno chiamato chiedendo se siamo arrabbiati perchè non siamo nella foto di Schlein, Bonelli, Conte, Fratoianni. E perchè dovremmo essere arrabbiati? Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare. Non abbiamo le stesse idee dei protagonisti di questa foto su molti temi: dal garantismo alla crescita economica, dall’energia all’Europa. Loro vogliono costituire un nucleo di sinistra-sinistra stretto nella coalizione e hanno tutto il diritto di farlo. Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo Meloni-Salvini-Vannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica».
Se il buongiorno si vede dal mattino, sembra lampante che la coppia Schlein-Conte più gli altri due rossoverdi considerano il campo largo a due cerchi: la sinistra più un soprammobile riformista. E forse si vuole già innervosire Renzi, metterlo ai margini, depurando l’alleanza progressista da ogni scoria programmatica che possa contraddire l’impostazione di sinistra e populista del campo.
Non è stata quindi soltanto una riunione organizzativa ma anche una scelta politica. Il messaggio che parte dal vertice dei quattro leader è chiaro: il progetto alternativo alla destra esiste già e ha già individuato il proprio baricentro. Un baricentro di sinistra. Resta da capire se gli alleati che saranno chiamati successivamente al tavolo accetteranno di orbitare attorno a quel baricentro oppure riusciranno a contribuire davvero alla definizione della rotta.
Quello che si può aggiungere è che il partito unico Pd-M5s-Avs si è improvvisamente svegliato dopo i vari movimenti di questi giorni al centro culminati con l’iniziativa degli Europeisti con Pina Picierno e Carlo Calenda di due giorni fa a Milano. In quella sede infatti si è capito che è possibile coagulare un insieme di forze di centro europeiste, riformiste e liberali per dar vita a una lista più larga di Azione che potrebbe sottrarre consensi al centrosinistra, quello originario, quando non era ancora diventato la federazione Pd-M5s-Avs, il cuore, come dice Fratoianni, dell’alleanza progressista.
Soltanto un imbecille o una persona in malafede potrebbe credere sul serio che la presidente del più importante Museo Egizio al di fuori dell’Egitto sia convinta che l’antico popolo dei faraoni fosse devoto ad Allah. Eppure l’uno e l’altro di questi profili è emerso in gran copia alla luce abbagliante (nel senso che spesso amplifica gli abbagli) dei social, a seguito di un corsivo, che vorrebbe essere ironico ma non è, pubblicato sul Foglio da Maurizio Crippa. Non conoscendolo, eviterò di ascriverlo all’una o all’altra delle due categorie, lasciando il giudizio ai lettori.
Dunque costui, reso doveroso omaggio alla consunta stereotipizzazione di Evelina Christillin (di lei si tratta) come persona dell’alta società sabauda ospite abituale dei salotti televisivi (il che già contribuisce a predisporre negativamente un certo uditorio), non si perita di attribuirle «una enormità», e cioè di aver detto (giovedì scorso a Piazzapulita) «che il suo museo è “di area islamica”». E subito il corsivista scioglie le briglie alla sua (presunta) ironia: «Tremila anni di faraoni e piramidi, Antonio e Cleopatra e la Stele di Rosetta, le mummie e gli ideogrammi e il Libro dei Morti, poi persino i cristiani, e i copti. Ma niente, per lei l’Egitto è soltanto “area islamica».
Ironia presunta, ma demagogicamente sufficiente a scatenare l’esercito livoroso, schiumante invidia sociale e presuntuosa ignoranza, dei pidocchi da tastiera che hanno sciorinato il consueto repertorio di irrisione, denigrazione e veri e propri insulti (irriferibili: chi fosse interessato può agevolmente farsene un’idea digitando su Google “Christillin area islamica”).
In effetti in televisione Evelina Christillin, partendo da un altro tema, a un certo punto ha affermato, con estrema cautela, sottolineata da due percepibilissimi punti interrogativi: «Io a Torino amministro un museo che è – possiamo dirlo? – di area islamica?». Un’uscita infelice, va detto: non in sé, ma in considerazione dei prevedibili travisamenti a cui sarebbe potuta andare incontro, ove faziosamente decontestualizzata. Che appunto è l’operazione condotta dall’autore del corsivo, non nuovo (chissà cosa gli avranno fatto) a scagliare le sue frecce spuntate sul museo torinese: due mesi fa aveva ironizzato (a modo suo, s’intende) sul direttore Christian Greco – che in un’intervista col Corriere della Sera esortava a non parlare più di mummie ma, più rispettosamente, di resti umani – insinuando la domanda retorica «il politicamente corretto più fuori moda è arrivato persino nell’egittologia?» (e qui, come nelle situation comedy più sgangherate, dovrebbero partire le risate registrate).
Dunque, come ha operato Crippa, che ritornato serio stigmatizza gravemente «la falsificazione culturale sulla nostra storia»? Semplicemente, falsificando. Isolando l’affermazione sulla «area islamica» dal seguito del discorso di Christillin, che – sebbene esperta, e per un breve periodo pure docente universitaria, di storia moderna – dopo quattordici anni alla presidenza del Museo Egizio, gli ultimi dodici dei quali trascorsi al fianco di un’autorità egittologica indiscussa quale è Christian Greco, non potrebbe essere così tonta da non distinguere gli antichi Egizi dagli egiziani d’oggi, islamici e non.
Disclosure: confesso, io sono notoriamente amico di Evelina Christillin, ma non è in quanto amico che scrivo queste righe, e neppure in sua difesa, perché non ne ha bisogno, bensì in difesa del buon senso e del buon gusto: davvero potrebbe pensare una “enormità” come quella che le è stata attribuita una persona che sotto la sua gestione, in tandem con Greco, ha portato un museo vecchio e polveroso a polverizzare record su record di visitatori (stabilmente oltre il milione ogni anno), collocandosi come punto di riferimento mondiale nella disciplina?
Nel seguito (non riportato) del suo intervento, Christillin spiegava che il Museo Egizio, nell’ottica di quell’inclusione tanto ostica a certe orecchie, si è preoccupato di formare delle donne arabe poi assunte come guide (per i visitatori arabofoni): donne, ha sottolineato, «fiere delle loro cultura, della loro identità e del loro Paese». La cultura materiale custodita nel Museo Egizio, ha detto più volte il direttore Greco, non è italiana ma appartiene all’umanità, e mantiene un forte legame con la terra da cui proviene. Una terra che oggi, a differenza di cinquemila-quattromila-tremila-duemila anni fa, è islamica, ma nondimeno è gelosa del suo passato preislamico. Del resto anche noi italiani, che oggi siamo nominalmente in maggioranza cristiani e cattolici, rivendichiamo le nostre radici classiche, romane e greche, senza per ciò credere negli dèi dell’Olimpo. In questo senso andava inteso il riferimento all’area islamica: troppo difficile? Ma no, l’aveva capito benissimo anche Crippa. Solo che…
Il contenuto dell’accordo che sta per essere firmato dagli Stati Uniti e l’Iran non è affatto chiaro, e le indiscrezioni che filtrano da Washington e ancor più quelle che arrivano da Teheran non aiutano a capirne i contenuti. È però molto indicativo il giudizio che ne dà Israel Hayom, perché, oltre al fatto che è il principale quotidiano israeliano, è di proprietà della miliardaria Miriam Adelson, cittadina americana e israeliana, che è tanto amica e sostenitrice di Donald Trump da essere la sua principale donatrice di fondi, con ben duecentocinquanta milioni di dollari versati per la sua campagna elettorale. Dunque, è una testata generalmente considerata vicina agli ambienti trumpiani e il titolo del suo articolo sull’intesa voluta da Donald Trump è inequivocabile: «L’accordo con l’Iran è un fallimento americano che mette in pericolo Israele». Ancora più critico è il giudizio di fondo: «Non c’è altro modo per descrivere l’accordo che sarà firmato se non come un clamoroso fallimento americano che influenzerà la posizione degli Stati Uniti nel mondo e l’immagine dello stesso Trump. Le implicazioni per Israele sono estremamente problematiche».
Non basta. In un altro articolo, il quotidiano rileva tra i fattori negativi di questa firma il fatto che, «nonostante i suoi dubbi rapporti con Hamas, questo accordo fa sì che il Qatar appaia come il vero vincitore della crisi». Dunque, agli occhi del quotidiano israeliano si tratterebbe di un esito fortemente negativo anche per gli equilibri regionali.
Si vedranno a giorni i contenuti esatti dell’intesa che molto probabilmente saranno volutamente ambigui e indefiniti, ma le voci riportate da molte testate israeliane come americane sui profondi dissidi interni alla stessa amministrazione americana circa l’opportunità di chiudere in questo modo la crisi fanno presagire che ancora una volta Trump ha privilegiato una soluzione immediata rispetto alle preoccupazioni degli alleati regionali.
Pare ormai probabile, infatti, che Trump abbia accettato di escludere dall’accordo due punti invece fondamentali e cruciali: sia la limitazione all’arsenale missilistico dei Pasdaran sia i rapporti con i proxy – Hamas, Hezbollah, Kataeb Hezbollah e Houthi – ripetendo quello che molti critici considerarono l’errore dell’accordo negoziato da Barack Obama nel 2015, col risultato di alimentare in ampi settori dell’opinione pubblica israeliana la sensazione di essere stati abbandonati dall’alleato americano.
Sensazione rilevata e denunciata dai principali leader dell’opposizione israeliana – Naftali Bennett, Yair Lapid, Gadi Eisenkot, Avigdor Lieberman e Yair Golan – che accusano Bibi Netanyahu di fallimento pieno nel compito fondamentale di garantire la sicurezza dello Stato ebraico, dopo tre anni di guerra e dopo il 7 ottobre. Secondo questa lettura, Donald Trump avrebbe accettato la posizione iraniana di estendere il cessate il fuoco al Libano, senza però affrontare il problema del fatto che Hezbollah continua a essere percepito come una grave minaccia per il mezzo milione di israeliani che vivono nel nord del Paese.
Vista da Israele, dunque, la conclusione della crisi del Golfo, voluta o subita che sia da Donald Trump, appare disastrosa, secondo una valutazione molto diffusa, con un conseguente calo dei consensi registrato dai sondaggi per un Benjamin Netanyahu già impegnato in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua stessa sopravvivenza politica.
Più difficile invece comprendere gli effetti di questo accordo sulla situazione interna all’Iran. Sicuramente sul breve periodo il regime ne esce rafforzato, come tutte le guerre in cui l’avversario ha paura della propria forza e non mena il colpo decisivo quando è indispensabile farlo, errore che per molti osservatori confermerebbe l’inadeguatezza di Donald Trump nella gestione delle crisi internazionali.
È però difficile negare che già siano operativi gli effetti radicalmente destabilizzanti della mazzata subita dal regime stesso nelle prime settimane della guerra iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e i gravissimi danni subiti da molti siti militari. L’uccisione di Khamenei infatti ha eliminato l’unico leader in grado di tenere in equilibrio le varie componenti del regime. Ora il figlio, che ne ha preso il posto, non sembra godere dello stesso prestigio del padre, e per di più è eccessivamente schierato a favore del partito oltranzista dei Pasdaran, con conseguenze potenzialmente rilevanti.
La prima è il trauma provocato dalle grandi manifestazioni organizzate dai Pasdaran non solo a Mashhad, in cui si è gridato: «Marg bar Araghchi!», «Morte ad Araghchi!», il ministro degli Esteri simbolo della mediazione e della trattativa con l’America. Dunque, gli oltranzisti, i Pasdaran, potrebbero farla pagare nel medio periodo, quantomeno sul piano politico, agli esponenti del «partito della trattativa».
Non solo: l’economia iraniana, gravata da enormi investimenti militari imposti dal regime, attraversava già una gravissima crisi nel gennaio di quest’anno, prima della guerra, e aveva provocato quelle enormi manifestazioni di protesta che abbiamo visto e che sono state soffocate nel sangue con decine di migliaia di vittime.
Ora, i tre mesi di guerra hanno fatto superare ogni limite di crisi alle strutture economiche del Paese che, nonostante la disponibilità al compromesso di Donald Trump, non potranno riequilibrarsi con l’iniezione di qualche decina di miliardi di dollari promessi dal Qatar. Questo perché i Pasdaran, che non sembrano uscire significativamente indeboliti da questo conflitto, imporranno che una quota ancora maggiore delle poche risorse disponibili venga innanzitutto impiegata per riempire di nuovo gli arsenali missilistici e per finanziare ancora di più Hezbollah, Hamas, gli Houthi e Kataeb Hezbollah.
Dunque verranno sottratte risorse fondamentali e strategiche per comprare e sostenere il consenso. Da qui a qualche mese è probabile una ripresa del grande movimento di protesta a fronte di ristrettezze economiche formidabili che – novità decisiva – si troverà di fronte un vertice del regime profondamente diviso, come sembrano suggerire le ultime settimane. Gli esiti della crisi interna incombente, sociale e politica, sono quindi aperti.
Il siparietto manda in sollucchero i cronisti. Lei, in tailleur attillato e cravatta dello stesso color perla, lancia l’amo: «Siamo sempre stati amici». Lui fa il galante: «Sono stato abbandonato». […]
Visto da sinistra, non è con una sentenza, seppure di assoluzione, che si archivia il macigno politico di dieci anni di amministrazione di Milano dove la città è diventata invivibile […]
Due eventi pubblici per lanciare il fronte progressista. Per mostrare che l’alternativa alle destre c’è già, e d è pronta alla sfida. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli si sono visti […]
La commissione Affari costituzionali della Camera ha iniziato ieri sera tardi, nella prima seduta notturna, a votare gli emendamenti al Melonellum, i cui esiti si sapranno stamani con i resoconti. […]
ROMA (ITALPRESS) – E’ morto il cardinale Camillo Ruini: aveva 95 anni. E’ stato vicario del pontefice per la diocesi di Roma e arciprete della basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008. E’ stato inoltre presidente della Conferenza Episcopale Italiana e presidente della Conferenza episcopale laziale.
“Il cardinale Vicario Baldassare Reina, il Consiglio episcopale con la Diocesi di Roma, grati per la lunga e proficua vita cristiana e per il suo servizio alla Chiesa, affida alla misericordia del Signore il cardinale Camillo Ruini”. Lo scrive in una nota la diocesi di Roma. “La sua guida pastorale, dal 1991 al 2008, ha lasciato un segno profondo della sua intelligenza nell’interpretare la presenza dei cristiani nella città, unendovi la responsabilità di Presidente della Conferenza episcopale della Chiesa italiana. Acuto nel discernere le svolte politiche e sociali del Paese, ha considerato fondamentale guidare le transizioni culturali con la fierezza cattolica di essere depositari di un patrimonio di valori da non nascondere, ma da custodire e difendere, adempiendo il suo motto episcopale Veritas liberabit nos”.
MELONI “GRANDE UOMO DI CHIESA”
“La notizia della scomparsa del cardinal Camillo Ruini mi colpisce e mi addolora particolarmente. Un grande uomo di Chiesa, dalla straordinaria intelligenza e dalla profonda umanità, che ha difeso con vigore l’identità, la missione e il ruolo dei cattolici nella società italiana. Sono onorata di averlo conosciuto, di aver stretto con lui un affettuoso legame di amicizia e di aver potuto raccogliere i suoi preziosi insegnamenti. È stata una delle menti più lucide della società italiana e mi auguro che la sua eredità spirituale, culturale e umana possa essere raccolta come merita, per generare nuovi e generosi frutti”. Lo afferma in una nota il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.