The white paper making China’s case for new rules over the world’s new frontiers




di Yari Lepre Marrani –
L’annuncio del Memorandum d’intesa siglato per via digitale tra Washington e Teheran sotto la mediazione di Islamabad rappresenta, nell’immediato, il barometro di un temporaneo sollievo per l’architettura finanziaria globale. La prospettiva di una progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale statunitense hanno agito come un potente sedativo sui mercati energetici, allentando la morsa di una crisi inflazionistica che minacciava la stabilità delle economie occidentali. Tuttavia, un’analisi condotta secondo i canoni del realismo politico e della geopolitica mediorientale rivela come l’accordo, in vista della firma formale prevista a Ginevra, non sia l’atto di fondazione di un nuovo ordine regionale, bensì un’architettura diplomatica precaria, edificata su fondamenta strutturalmente fragili. Più che una risoluzione del conflitto, il testo si configura come la sanzione diplomatica di un’asimmetria strategica in cui Teheran capitalizza la propria resilienza bellica, configurando l’esito della crisi come un sostanziale fallimento della dottrina della “resa incondizionata” e della massima pressione statunitense.
La grammatica dell’accordo: il congelamento atomico come vittoria tattica di Teheran.
Il limite intrinseco più macroscopico del compromesso di Islamabad risiede nella gestione del dossier nucleare. L’accordo non prevede lo smantellamento delle capacità tecnologiche o il declassamento permanente del materiale fissile arricchito accumulato dalla Repubblica Islamica; al contrario, ne dispone il mero congelamento temporaneo per la durata dei 60 giorni di tregua.
Sotto il profilo dottrinale, il mantenimento dello status quo tecnologico conferisce a Teheran un potere di ricatto immutato. La rinuncia dello strumento militare statunitense a sradicare il programma atomico si traduce in un riconoscimento de facto della soglia di breakout nucleare raggiunta dall’Iran. Rinviare la risoluzione delle divergenze di fondo (ivi inclusi gli stock di uranio e il programma balistico) a un negoziato da svolgersi sotto la pressione del fattore tempo significa concedere alla controparte iraniana una leva negoziale permanente: la minaccia latente di una ripresa immediata dell’arricchimento qualora i dividendi economici della tregua — in termini di sblocco degli asset e allentamento delle sanzioni — non soddisfino le aspettative del regime.
L’ipertrofia politica dei Pasdaran e l’innalzamento della posta in gioco.
Contrariamente agli auspici occidentali di un indebolimento strutturale del regime a seguito delle operazioni belliche congiunte americane e israeliane, la crisi ha innescato un processo di consolidamento del potere interno a favore dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Avendo dimostrato la capacità di reggere l’impatto della campagna di bombardamenti e di convertire la prossimità geografica allo Stretto di Hormuz in un’arma di coercizione economica globale, l’apparato militare-ideologico ne esce politicamente ipertrofico.
L’accordo di Islamabad viene narrato dall’apparato mediatico di Teheran non come un compromesso, ma come il trionfo della strategia della “resistenza attiva”.
I Pasdaran hanno ridefinito i termini del confronto:
– Assenza di vincoli regionali: Il testo del memorandum non contiene alcuna clausola restrittiva circa la rete di alleanze non-statali (l’Asse della Resistenza) o il teatro libanese, permettendo a Teheran di mantenere intatta la propria proiezione asimmetrica.
– Egemonia negoziale: Il potere negoziale si è progressivamente spostato verso posizioni massimaliste. L’Iran non solo ha respinto le richieste iniziali di disarmo, ma ha vincolato l’effettiva implementazione della tregua a contropartite onerose, inclusi piani di ricostruzione internazionale stimati in centinaia di miliardi di dollari.
Il fallimento strategico della Dottrina Trump.
Per l’amministrazione statunitense, l’intesa di Islamabad assume i contorni di un evidente arretramento strategico, se parametrata agli obiettivi massimalisti dichiarati all’inizio delle ostilità. La postura imperniata sulla richiesta di una resa incondizionata dell’Iran, volta al collasso del regime teocratico e alla neutralizzazione definitiva del suo potenziale offensivo, è naufragata contro la realtà della guerra asimmetrica.

La necessità politica di disinnescare uno shock petrolifero alla vigilia delle scadenze elettorali interne ha costretto Washington ad accettare un ripristino dello status quo ante bellum, gravato però dal riconoscimento della centralità geopolitica di Teheran. La proclamazione del “Let the oil flow!” operata dalla presidenza USA non maschera la realtà di un negoziato condotto da posizioni di mutua vulnerabilità, dove l’arma economica iraniana ha bilanciato la superiorità convenzionale della macchina bellica americana.
La fragilità intrinseca dello scenario post-Ginevra.
La tregua dei 60 giorni si profila dunque come un interludio tattico piuttosto che come l’inizio di una pace duratura. L’architettura dell’accordo è minata da contraddizioni insolubili:
– Lascia l’Iran con la capacità intatta di raggiungere la bomba atomica in tempi brevi.
– Esclude attori chiave come Israele, la cui postura securitaria resta intrinsecamente incompatibile con la sopravvivenza del potenziale balistico e nucleare di Teheran.
– Consegna ai Pasdaran il controllo della narrazione interna e delle leve della catena di comando.
L’euforia della finanza globale di fronte alla firma digitale di Islamabad e alla successiva formalizzazione di Ginevra rischia di rivelarsi un errore di prospettiva. Finché le cause strutturali del conflitto rimarranno congelate e non risolte, la tregua dei 60 giorni non rappresenterà la fine della guerra con l’Iran, ma soltanto il preludio a una sua successiva, e potenzialmente più devastante, fase di escalation.
L’asimmetria della vigilanza e lo scetticismo delle potenze regionali.
Il prolungamento del deficit strutturale dell’accordo emerge con vigore se si analizza il meccanismo di verifica che dovrebbe sovrintendere al congelamento nucleare durante i 60 giorni. L’architettura di Islamabad affida all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) un mandato puramente notarile, depotenziato dall’assenza di protocolli di accesso immediato e non annunciato ai siti militari sensibili, come Parchin o i complessi sotterranei di Fordow. Questa concessione formale a Teheran non fa che alimentare lo scetticismo radicale degli attori regionali esclusi dal tavolo negoziale.
Per Gerusalemme e per le monarchie del Golfo, l’accordo di Ginevra non è una svolta diplomatica, ma un pericoloso esercizio di appeasement che concede all’Iran il tempo necessario per riorganizzare la propria logistica militare, logorata ma non spezzata dal conflitto. La postura israeliana, in particolare, resta dominata dalla dottrina dell’azione preventiva: l’idea che Washington abbia accettato un compromesso al ribasso pur di stabilizzare i mercati finanziari globale priva gli alleati regionali della certezza dell’ombrello deterrente americano, spingendoli verso una potenziale contro-attivazione unilaterale.
La trappola del timing: i 60 giorni come countdown geopolitico.
Lungi dal rappresentare uno spazio di distensione per edificare una pace duratura, la tregua dei 60 giorni si configura come un vero e proprio countdown geopolitico. Le scadenze temporali imposte dall’accordo agiscono come un moltiplicatore di pressione sulle cancellerie occidentali. Scaduto il bimestre, la mancata transizione verso un trattato definitivo, che Teheran ha già vincolato alla cancellazione totale e irreversibile del regime sanzionatorio, farà scattare automaticamente la ripresa delle attività di arricchimento dell’uranio.
La Casa Bianca si trova così imprigionata in una trappola tattica: per evitare il collasso immediato della tregua e il conseguente ritorno del blocco navale nello Stretto di Hormuz, l’amministrazione Trump sarà costretta ad elargire ulteriori concessioni economiche e politiche. L’accordo di Islamabad, analizzato nella sua reale densità concettuale, non ha risolto la crisi mediorientale; ha semplicemente istituzionalizzato il ricatto asimmetrico della Repubblica Islamica, trasformando una pseudo-vittoria diplomatica dei Pasdaran nel preludio di una sottomissione strategica dell’Occidente. Alla fine degli attuali, temporanei giochi, la resilienza dei Pasdaran sembra aver conseguito la sua massima vittoria.



© Troy Taormina/Reuters
Non importa che tu abbia 79 anni e sia una stella mai tramontata del rock, non importa che tu ti chiami Ronnie Wood, la porta di casa tua non può essere “rosa”.
Questo succede a Londra dove il comune di Westminster, nella elegante zona a nord detta Maida Vale, non lontana dalla famosa Little Venice, ha stabilito che il chitarrista dei Rolling Stones debba ridipingere il portoncino di ingresso di casa sua perchè quel bel rosa acceso scelto è “incongruo” e “danneggia l’aspetto e l’interesse architettonico di quelle proprietà”.
L’ultimatum, infatti, non è stato recapitato solo alla stella della band britannica, ma anche ai suoi vicini di casa che, colti da estro e magari dal desiderio di contrastare le grigie giornate londinesi, avevano scelto di colorare le porte d’ingresso delle loro case a schiera con toni brillanti.
Una fonte vicina all’artista ha detto al Daily Mail che “il comune non vuole che le porte siano dipinte di colori diversi. Le vogliono tutte nere”.
E non importa neppure che Ronnie Wood abbia sborsato quasi 8 milioni di euro per comprare quella casa, con la porta rosa.
Lui e la sua famiglia, le due gemelle di 10 anni avute dall’ultima moglie, la produttrice teatrale Sally Humphreys sposata nel 2012, avevano deciso di regalarsi quel colore mantenendo il cancello che circoscrive la proprietà nero, sperando sì di aggirare le resistenze del comune.
Poi, sempre stando a quanto rivelato dalla fonte anonima, qualcuno ha “scattato una foto” della famigerata porta dichiarando che “non si può avere quel colore”. E’ stato a quel punto che Ron Wood ha fatto ricorso al council di Westminster per tenere il punto, ma ricevendo in tutta risposta un no secco: “Non puoi avere quel colore – dipingila di nero”.
“E’ fastidioso” ha commentato la fonte. Ovviamente la zona, considerati i prezzi delle case al metro quadro, è popolata di super ricchi e, non a caso, una dei vicini di casa dell’artista è Angela Allen, che si è guadagnata un Bafta, premio del cinema britannico, e anche lei ha ammesso di essere stata una delle prime ad avere ricevuto l’ordine di ridipingere la porta d’ingresso di casa sua per attenersi alle regole comunali.
Se si fosse rifiutata di farlo si sarebbe vista recapitare una multa di 35.000 euro. La sua porta era blu e così è stata per cinque anni, in attesa di ricevere la notifica dell’amministrazione con il parere dei tecnici in merito alla richiesta di lasciarla tal quale.
Insomma, in una sfilza di richiesta di colori, gran parte del vicinato ha avuto problemi con le scelte cromatiche del comune e, alla fine, ha dovuto arrendersi rinunciando alla libera espressione dell’estro.
Paint it black! #RollingStones‘ Ronnie Wood told to replace pink door #RonnieWood https://t.co/L2eSLvymOi
— MarieFranceRemillard (@MFRemillard) June 13, 2026
L'articolo “Ronnie Wood non può avere la porta di casa rosa, deve essere nera”: la battaglia legale del chitarrista dei Rolling Stones con il comune di Londra proviene da Il Fatto Quotidiano.





La pace tra Meloni e Trump – La mia vignetta su il Fatto Quotidiano di oggi in edicola
L'articolo La pace tra Meloni e Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ha promesso che sarà lui in persona a leggere il fatidico memorandum. Donald Trump ha affermato che il testo del memorandum d’intesa raggiunto con l’Iran sarà reso pubblico a un certo punto in una sede ufficiale. “Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò… parola per parola, in modo che la stampa lo riporti accuratamente”, ha detto Trump durante un incontro con il presidente degli Emirati Arabi Uniti a margine del G7 a Evian, in Francia, “è un documento molto importante”, assicura. Non sarà una lunga lettura quella di The Donald. Il documento firmato domenica, ha spiegato il vicepresidente americano JD Vance, parlando a Cnn. “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Ma è proprio nei “dettagli” o negli omissis che si nasconde il diavolo del fallimento.
La certezza è nel giorno e ora anche il luogo della firma. L’accordo tra Iran e Stati Uniti verrà firmato venerdì a Burgenstock, vicino il lago di Lucerna. Lo ha riferito Berna. In attesa della performance oratoria, Trump prova a magnificare il prodotto. “Lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto a partire da venerdì”, giorno della firma dell’accordo tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Annuncia il tycoon, precisando che “non ci saranno pedaggi per le navi che passeranno da Hormuz”. L’Iran sta rimuovendo le mine proprio in questo momento”, ha aggiunto. Teheran ha confermato che gli Stati Uniti hanno iniziato a revocare il blocco navale contro l’Iran. “La revoca del blocco navale contro l’Iran è iniziata e si sta passando alle fasi operative”, ha annunciato il viceministro degli Esteri della Repubblica islamica, Majid Takht-Ravanchi, citato dalle agenzie iraniane. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che i prossimi negoziati tra Stati Uniti e Iran saranno suddivisi in due fasi. La prima fase riguarderà questioni come lo status dello Stretto di Hormuz, il blocco navale statunitense e la ricostruzione dopo i bombardamenti israelo-americani delle infrastrutture iraniane, ha affermato, citato da Al Jazeera. Una fase successiva dei negoziati tratterà la questione del nucleare e l’allentamento delle sanzioni, che saranno risolte in un accordo finale, ha aggiunto.
Ma quando mai. Trump ha affermato di non essersi “mai preoccupato di un cambio di regime” in Iran, sottolineando di “non credere nel cambio di regime, non funziona mai”. “Ma supponiamo che ci sia un cambio di regime: il primo gruppo (di leader, ndr) è tutto morto, così come l’ultimo”, ha aggiunto, “anche una parte del terzo. Oggi negoziamo con persone molto razionali, forti e intelligenti. Non sono radicalizzate”. Il capo della Casa Bianca è anche in vena di consigli. “Sia la Siria a occuparsi di Hezbollah in Libano, lo sa fare meglio di Israele”, sentenzia Trump, sempre da Evan. “Ho suggerito a Israele di lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah perché, a essere sincero, penso che lo farebbero meglio”, ha affermato Trump. Per poi aggiungere che Israele combatte Hezbollah “da troppo tempo e che troppe persone vengono uccise”, criticando così la gestione degli interventi israeliani contro il gruppo sciita libanese. “Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vive molta gente, e non sono tutti membri di Hezbollah”, ha proseguito il presidente americano, pur precisando di avere “un eccellente rapporto” con il premier israeliano, ha ribadito che “l’attacco a Beirut non gli piace”. “Una volta il Libano era un grande Paese, con professori, dottori, avvocati; le grandi menti erano là – ha sottolineato Trump – sono stati trattati peggio di qualsiasi altro Paese e non possono difendersi. Quindi non sono contento di quello che ha fatto Israele con il Libano e Hezbollah”.
A conferma di un idillio in crisi c’è l’indiscrezione che gli Stati Uniti hanno respinto la richiesta israeliana di visionare il testo del memorandum d’intesa con l’Iran, che verrà firmato ufficialmente venerdì in Svizzera. A renderlo noto è l’emittente israeliana Channel 12., molto vicina a Netanyahu e al suo governo. Consigli a parte, la questione libanese è destinata ancor a tenere banco. Un banco insanguinato. Almeno 15 persone, tra cui due donne, sono state uccise e altre 82 ferite nelle ultime 24 ore a causa dei raid aerei israeliani sul Libano. Lo riporta su X il ministero della Salute di Beirut, secondo il quale dalla ripresa del conflitto lo scorso 2 marzo “il numero totale di civili ha raggiunto quota 3.798, con 11.781 feriti”. Hezbollah ha ricevuto rassicurazioni dall’Iran sul fatto che chiederà il ritiro delle truppe israeliane dal Libano nella prossima fase dei colloqui con gli Stati Uniti. Lo ha dichiarato a Reuters l’ufficio stampa del gruppo sciita filo-Teheran. “Non ci sarà alcun accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti a meno che gli israeliani non si ritirino” dal Paese dei Cedri. Il ritiro – ha precisato Hezbollah – sarebbe la conseguenza, e non una condizione preliminare, della prosecuzione dei colloqui tra Teheran e Washington dopo la firma del memorandum d’intesa venerdì.

Pierfrancesco Majorino, già europarlamentare, è capogruppo PD alla Regione Lombardia, membro della Segreteria nazionale del Partito Democratico con l’incarico di responsabile Politiche migratorie e Diritto alla Casa.
Pina Picierno e Marianna Madia sono uscite dal PD in nome di un riformismo diventato, a loro dire, impraticabile nel partito di Elly Schlein. Siamo al Partito del pensiero unico?
Rispetto molto le scelte personali e non credo che i partiti ci guadagnino se le persone se ne vanno. Questo è sempre così ed è sempre stato così, se si ha un’impostazione culturale e politica aperta, incuriosita. E poi è proprio la storia del PD, a cui ho aderito convintamente dai suoi primi battiti, che nasce dall’incontro tra le storie e le culture diverse. Lo dico non condividendo minimamente né le critiche sul “tasso di riformismo”, categoria oramai piuttosto ambigua, né quelle sulla questione del pluralismo interno. Elly Schlein ha tenuto la barra dritta su alcuni valori ed è stata molto coerente. Con l’impostazione di questi anni abbiamo rimesso in moto una comunità politica che si è rivolta a lei proprio perché nell’autunno del 2022 eravamo a un passo dallo scioglimento (cosa che viene astutamente rimossa ora), il PD ha insistito su battaglie non stupidamente minoritarie, ma semmai assolutamente necessarie, quelle sulla questione salariale, sulla sanità, sul diritto alla casa, per la transizione giusta, per il diritto delle nuove generazioni a restare, a immaginarsi un futuro. La cosa ha dato risultati tangibili, pure sul piano elettorale. E sfido chiunque a dire che il nostro sia un partito poco plurale. Ma insomma, basta guardarsi attorno, tra gruppi dirigenti, esponenti nelle istituzioni, eletti. Detto ciò, spero che chi ha deciso di uscire partecipi costruttivamente ad una sfida più ampia, che è quella di dare al Paese e all’Europa un futuro migliore.
Sulla base della sua esperienza politica e amministrativa, in Europa, a Milano e in Lombardia, le chiedo: cos’è per lei essere un riformista coerente e anche un po’ radicale?
Io credo si debba essere intransigenti sui valori di fondo e molto concreti nelle proposte. Le due cose devono stare assieme e soprattutto si deve pensare al governo come ad uno strumento per cambiare le cose.
Altrimenti il gioco del potere porta a ritenere le istituzioni il semplice approdo di una serie di carriere individuali, e la politica progressista perde proprio senso. Le istituzioni si fanno l’acquario degli eletti, che contano a quel punto, peraltro, sempre meno nella reale capacità di incidere, perché i processi sociali o i grandi flussi finanziari o le grandi crisi esterne, non guardano in faccia a nessuno. E la politica, senza popolo, semplicemente non conta niente. Quindi, al di là delle dispute lessicali, il punto è guardare in faccia il mondo. Le ferite che lo attraversano e schierarsi, in modo chiaro, cercando di trovare soluzioni praticabili ed ancorate alle sfide vere di trasformazione delle “cose” e non compromessi al ribasso che alimentano, alla fine, il discorso, sovranista e neo-nazionalista della destra. La destra, quella di oggi, non quella tipicamente ancorata alla tradizione liberale, vive facendo crescere il malcontento. Quindi più che la riflessione astratta o il ritenere gli elettori delle truppe da collocare geometricamente – al centro, a sinistra, a destra – partiamo da cosa sia giusto. Di fronte alle diseguaglianze e ai divari crescenti, ad esempio, riteniamo o no che serva una nuova stagione di protagonismo della politica progressista nel nome dell’interesse pubblico e del bene comune? E se questo è vero, se cioè serve rafforzare la protezione delle persone, dove prendiamo le risorse? Certo, facendo politiche che favoriscano la crescita, e poi però anche redistribuendo, santo cielo! Altrimenti il mercato da solo non lo fa. Questo snodo è essenziale per me. Parlo di cose molto molto concrete – non di slogan -. Vogliamo ad esempio dire che in Italia esiste un enorme tema di equità fiscale? Che i super ricchi pagano meno tasse del ceto medio? Che esistono flussi di denaro totalmente al di fuori del controllo delle stesse istituzioni, pensiamo all’incredibile vicenda dei fondi che usano le criptovalute o alla bolla dell’immobiliare, e che si alimenta un’economia di guerra che punta tutto sull’esplosione della spesa militare, la quale a sua volta, poi avrà sempre bisogno della guerra? Queste sono domande da estremista? No, credo di no. Sono domande da cui partire per una politica che non si faccia dettare le scelte da chi detiene in poche mani la ricchezza del pianeta o che mira a svuotare il senso stesso del gioco democratico.
Una sinistra che non ponga ai vertici della sua agenda il tema della pace in un mondo marchiato dalla guerra rinnega se stessa. Non crede?
Appunto, lo dicevo. E infatti la cultura della Pace è pratica politica, sono scelte. È rifiutare il potere degli autocrati. O è trattare il governo di Netanyahu per quello che è, cioè un governo che ha perseguito un disegno fondato su pulizia etnica e genocidio. O, ancora, è tentare di rimettere in campo la strategia fondata sul multilateralismo, oggi fatto a brandelli. E ovviamente la cultura della Pace è rifiutare le logiche imperiali e mettere al centro i diritti umani. Il ché comporta scelte difficili. Per questo condivido molto l’impostazione a cui abbiamo dato vita in questi anni. Abbiamo sempre sostenuto il popolo ucraino contro l’imperialismo di Putin, anche attraverso il sostegno economico diretto e al contempo abbiamo avversato l’idea che si possa far impazzire la spesa militare.
I retroscenisti della politica riempiono articolesse sulle grandi manovre che sarebbero iniziate in vista degli importanti appuntamenti elettorali del 2027. Prima delle politiche, si rinnoveranno i consigli comunali di importanti città, tra cui la sua, Milano. Il gioco dei nomi non allontana i cittadini dalla partecipazione?
Io credo che si debbano tenere insieme più cose. Alleanze, idee, priorità e scelta delle persone più adatte e credibili a rappresentare la scommessa politica dei progressisti, del centrosinistra. Sono ingredienti tutti necessari. Per cultura politica partirei da qual è il punto di arrivo che si ha in testa, sul terreno della visione, dell’idea di futuro. Le persone oggi hanno paura, si sentono insicure sul presente e sul domani. Questo per via di quello che quest’epoca propone ogni giorno: crisi globali, la guerra, i divari economici, e pure le grandi innovazioni e trasformazioni. Siamo tutti connessi e tutti più soli di prima. Le istituzioni devono accompagnare le persone, attraverso un messaggio che rassicuri. Si deve tornare a dire, “insieme ce la faremo” e ci sono anche tantissime cose belle e importanti da fare e conoscere. Noi progressisti siamo chiamati in questo ad un compito difficilissimo. Rassicurare e dare un messaggio positivo, fondato anche sul “diritto a desiderare”, che è un diritto che può muovere in modo potente le persone.
Difendere i più indifesi dovrebbe significare maggiore attenzione alle stragi nel Mediterraneo o al caporalato criminale. Il PD ha la coscienza a posto quanto a impegno politico e parlamentare?
Il PD in questi anni, sia nel parlamento italiano che in quello europeo ha avanzato proposte, tra cui lo ricordo sempre quella a prima firma Delrio riguardante il superamento della Bossi Fini, passaggio essenziale e terribilmente dimenticato in passato, ha realizzato denunce, ispezioni e si è messo totalmente alle spalle incertezze e ambiguità di un tempo. Quindi la coscienza è a posto, e va detto con orgoglio. Ora dobbiamo spiegare all’esterno come, nel tempo delle rincorse a destra su chi possa essere più fascista e razzista, si possano gestire, sul terreno delle scelte a più livelli, grandi scommesse come quelle riguardanti l’immigrazione. Lo dico sapendo che non è facile ma assolutamente necessario, specie nel momento in cui anche l’Europa è scivolata radicalmente a destra, con il terribile Patto su migrazione e asilo, tutto giocato sull’idea che l’immigrazione sia un danno da ridurre e da contenere. E lo affermo convinto che nei prossimi mesi, proprio verso le elezioni politiche avremo una piattaforma condivisa anche nella coalizione di governo su di un punto tanto delicato.
Il “fenomeno Vannacci”. Una meteora o cos’altro?
Io credo che Vannacci sia l’ennesima pagina della destra sovranista. Ha detto bene il presidente dell’Emilia-Romagna De Pascale recentemente. Alla fine, Vannacci afferma cose molto molto simili a quelle ribadite da Meloni e Salvini negli anni. Sono convinto che non vada sottovalutato per nulla né che ci si possa illudere rispetto ai benefici in chiave elettorale o tattica che porta lo scontro a destra. Perché quel che sta accadendo produce ulteriore regressione sul piano civile e morale. Mi limito a dire che questa ondata di destra radicale non va mai sfidata dall’alto. Con quell’atteggiamento elitario, che vedo affiorare qua e là, fondato sui commentini su quanto parli in modo rozzo Vannacci, o su quanto i suoi elettori siano degli ottusi da ostruire. Il corpo a corpo deve essere netto, popolare. La destra porta avanti idee micidiali e pericolose. E va sfidata sempre tentando di far saltare ogni connubio possibile tra il fascistume di ieri e di oggi, che va sempre condannato a viso aperto, e gli “impauriti”. Guardiamo, in altre parole, a chi si rivolge a quelle ricette perché, semplicemente, si sente solo di fronte alla durezza del mondo. Questo significa insistere sulla questione salariale, sulla lotta per la sanità pubblica, sul diritto alla casa, insomma su scelte che dicano chiaramente alle persone che la sensazione di insicurezza troverà una risposta attenta e efficace di riscatto e promozione. Non siamo privi di esperienze positive realizzate dove governiamo e senza troppa fantasia mi viene in mente, ad esempio, un testo da cui cominciare questo anno che ci porta alle elezioni politiche: la Costituzione.


© Naila Ruechel for The New York Times






© Haiyun Jiang/The New York Times

© Roberto Schmidt/Agence France-Presse — Getty Images