È morto Carlo Ginzburg: addio allo storico italiano più celebrato al mondo, teorico della microstoria
Era considerato uno degli storici italiani più apprezzati al mondo, il più celebrato. Aveva 87 anni Carlo Ginzburg, storico, conosciuto per i suoi studi soprattutto della microstoria, apprezzato anche al di fuori degli ambienti accademici per l’approccio e lo stile che avevano contribuito a influenzare un’intera disciplina. Aveva, pochi mesi fa, firmato un documento che respingeva ogni disegno di legge che equiparasse le critiche allo Stato di Israele a espressioni di antisemitismo, alla luce delle operazioni militari nella Striscia di Gaza, in Libano e in Iran.
Ginzburg ha contribuito a plasmare un nuovo approccio allo studio della storia, integrava nel suo metodo anche antropologia ed etnologia, filologia e teologia, letteratura e storia dell’arte. Aveva indagato il rapporto di forza, e quindi di subalternità, tra la cultura dominante e quelle delle classi più popolari. I suoi libri erano stati tradotti in una trentina di libri. La sua corrente di studi era stata chiamata “Microstorie”. Aveva spiegato in un’intervista a La Lettura del Corriere della Sera, il suo tentativo di “cercare di leggere i documenti contro le intenzioni di chi li ha prodotti”.
Carlo Ginzburg era figlio degli intellettuali Leone Ginzburg e Natalia Ginzburg. Era nato a Torino nel 1939, aveva studiato alla Normale di Pisa e al Warburg Institute di Londra. Era professore emerito di Storia delle Culture Europee alla Scuola Normale di Pisa, aveva insegnato anche alle università di Bologna e in quelle di Harvard, Yale, Princeton e California (UCLA) negli Stati Uniti. Ricordava le brutali persecuzioni nazifasciste contro gli ebrei durante la II Guerra Mondiale, si proclamava ateo. Aveva abbandonato Einaudi dopo l’acquisizione da parte di Silvio Berlusconi, era passato a Feltrinelli, Adelphi e Quodlibet.
Aveva scovato nell’Archivio arcivescovile di Udine il culto pagano, e giudicato eretico dall’Inquisizione, dei “benandanti” in Friuli che avrebbe ispirato il suo primo libro pubblicato nel 1966. Aveva 24 anni e quell’opera divenne un piccolo classico. Aveva continuato a occuparsi di eresia anche in Il formaggio e i vermi nel 1976, sulla vicenda del mugnaio Domenico Scandella detto “Menocchio”, processato due volte e messo a morte dall’Inquisizione. Si era immerso nei sabba infernali in Storia Notturna, pubblicato nel 1989. Altre opere fondamentali: Miti emblemi spie, Occhiacci di legno, Il filo e le tracce, Indagini su Piero. Il ‘Battesimo’, il ciclo di Arezzo, La ‘Flagellazione’ di Urbino.
E nel 1991 aveva analizzato in Il giudice e lo storico il processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, uno degli episodi più drammatici e controversi nella storia della Repubblica durante i cosiddetti Anni di Piombo. Gli ultimi anni li aveva dedicati allo studio della storia del pensiero politico. Era stato insignito di 19 lauree honoris causa, era membro di diverse accademie. “Penso che quando si scrive si debbano evitare due cibi: l’aria fritta e la minestra riscaldata”, aveva detto in quella stessa intervista a Il Corriere della Sera.