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Regolamento rimpatri vergognoso, così l’Ue apre alla vendita di esseri umani

Mercoledì 17 giugno 2026 il Parlamento Europeo ha votato in plenaria nell’Aula della sede di Strasburgo il testo del nuovo Regolamento Rimpatri dell’UE che sostituirà la Direttiva 115/CE/2008. Il voto ha confermato l’emergere di una maggioranza orientata nettamente verso le posizioni dell’estrema destra come era già avvenuto in occasione della votazione del testo del Regolamento nella Commissione LIBE il 9 marzo 2026. Come avvenuto in Commissione il Partito popolare europeo (PPE), che ha perso del tutto la connotazione di centro-destra per divenire un partito di destra, si è di nuovo schierato con la formazione di destra Conservatori e riformisti europei (ECR) e l’approvazione del testo è stata resa possibile grazie alle forze di estrema destra rappresentate dai Patriots for Europe (PfE) ed Europe of Sovereign Nations (ESN). Il gruppo liberale Renew Europe si è disgregato (oltre il 50% ha votato a favore insieme all’estrema destra). Solo un cieco può non vedere come la cosiddetta maggioranza Ursula sia ormai un’esperienza chiusa sul piano dell’accordo politico tra Socialisti e Popolari, e la Commissione rimane al proprio posto per mancanza di alternative politiche immediate.

Poiché il testo non ha subito particolari modifiche rispetto a quanto votato dalla Commissione LIBE, per brevità rinvio il lettore che voglia approfondire i principali cambiamenti previsti nel nuovo Regolamento alla mia analisi sull’Unità del 13 marzo 26. Mi concentro ora esclusivamente sulla principale e più clamorosa novità contenuta nel nuovo testo, e che infatti tiene banco nella discussione politica e mediatica, ovvero quella dei cosiddetti return hub fuori dall’Unione Europea. Il nuovo testo prevede la possibilità di rimpatriare uno straniero verso un Paese terzo con il quale vi sia stata “la conclusione di un accordo o di un’intesa da parte dell’Unione o di uno o più Stati membri” (art.17 par.1 della proposta votata). Tale “accordo o intesa può essere concluso con un paese terzo solo se sono rispettate le norme e i principi internazionali in materia di diritti umani conformi al diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento”. Tali accordi regolano “le procedure applicabili al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare dagli Stati membri al paese terzo” (art. 17 par.2 lettera a) nonché “le condizioni di soggiorno del cittadino di paese terzo nel paese terzo (…) compresi gli obblighi e le responsabilità che spettano alle parti dell’accordo o dell’intesa” (art. 17 par.2 lettera b). Si prevede che l’accordo disciplini le procedure applicabili al trasferimento, gli obblighi del Paese terzo coinvolto, nonché le conseguenze nel caso in cui il proseguimento del rimpatrio dal paese terzo verso quello di origine della persona non sia possibile.

Come si può vedere, il rinvio agli obblighi di rispetto dei diritti fondamentali consta di formulazioni del tutto generiche che eludono il principio giuridico che impone la determinatezza delle fattispecie (si tratta in sostanza di dichiarazioni tanto altisonanti quanto prive di valore cogente), ma ciò che più ancora sorprende è che la definizione dei diritti delle persone trattenute nei paesi terzi viene espressamente demandata agli accordi o intese (che sulla base degli ordinamenti interni ai diversi Stati UE potrebbero anche non avere forma di legge ma di mero accordo politico) con il Paese terzo con cui si è fatta l’intesa. A tali accordi viene anche demandato di stabilire (in modo che potrà essere del tutto difforme da un Paese UE a un altro) questioni dirimenti quali il tempo massimo della detenzione dei deportati. Eppure la mancata previsione di un obbligo di disciplinare le condizioni e la durata delle misure di trattenimento delle persone espulse nei paesi terzi determina da parte dello stato UE una violazione dell’art. 5 della CEDU (Convenzione Europea per i diritti dell’Uomo e le libertà fondamentali) che garantisce che nessuno può essere privato della libertà se non nei casi previsti dalla legge. E cosa accade se il rimpatrio della persona verso il Paese di origine non viene realizzato da parte del Paese terzo? La persona verrà rilasciata ed otterrà un titolo di soggiorno nel Paese terzo che ha fatto l’accordo oppure verrà semplicemente rilasciata alla chetichella, ma senza alcuno status giuridico regolare, per essere di fatto reimmessa nel grande mercato internazionale di traffico di persone?

La norma approvata non ha precedenti nella storia dell’Unione in quanto autorizza uno Stato dell’Unione a cedere a stati terzi la persona di cui si vuole disfare cercando di fare cessare ogni responsabilità giuridica in capo allo Stato membro una volta che l’operazione di deportazione si sia conclusa nel Paese terzo con cui si è fatto l’accordo. Come ho sottolineato ripetutamente, considerato che l’intesa tra lo Stato UE e lo Stato terzo avrà come unico fondamento di negoziazione la definizione dell’importo economico che lo Stato UE pagherà allo Stato terzo per prendersi le persone espulse, si deve parlare a stretto rigore di una forma vendita di esseri umani. Già il 4 settembre 25 il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Michela O’Flaherty in un rapporto dal titolo “Externalised asylum and migration policies and human rights law” metteva in rilevo come mentre gli stranieri espulsi “che rimangono sul territorio degli Stati membri, sono coperte da alcune tutele dei diritti umani, ad esempio ai sensi della Carta europea dei diritti sociali o del diritto derivato dell’UE, tali tutele non si applicano a livello extraterritoriale. Di conseguenza, il rischio di violazioni dei diritti umani per una persona che non può essere rimpatriata da un hub di rimpatrio è maggiore” (pag.27).

Il testo del Regolamento presuppone che la condizione giuridica di coloro che rimangono trattenuti nel territorio UE ed infine espulsi dallo stesso e quella di coloro che vengono deportati in un paese terzo sia la stessa e che identiche siano le garanzie, ma palesemente non è così: si delinea, all’opposto, l’esistenza de facto di due regimi giuridici diversi, tra coloro che, trattenuti in Europa, rimangono soggetti alla giurisdizione europea (e a quella dello stato membro) e quella di coloro che verranno ceduti al Paese terzo e saranno soggetti alla giurisdizione di quest’ultimo. Ciò far emergere contraddizioni insanabili nel testo che non regge ad un rigoroso vaglio di legittimità. Si consideri ad esempio quanto prevede l’articolo 22 par. 3 del futuro Regolamento che dispone che gli Stati provvedono a un riesame giudiziario della legittimità del trattenimento oppure accordano al trattenuto il diritto di presentare ricorso per sottoporre a un riesame giudiziario la legittimità del trattenimento, su cui decidere nel più breve tempo possibile. Tale fondamentale diritto scompare se il trattenuto viene deportato in un Paese terzo che, lo sottolineo nuovamente, esercita la sua giurisdizione sulla persona che ha accettato di prendere. Non è previsto (in quanto non possibile) di imporre né all’autorità amministrativa, né a quella giudiziaria del Paese terzo di rivedere la legittimità del trattenimento e anche se, per bizzarra ipotesi, l’ordinamento di quel Paese adottasse il medesimo approccio, gli ordinamenti giuridici sarebbero diversi. Lo Stato terzo non applica infatti il diritto dell’Unione.

Fermi restando i probabili seri profili di illegittimità della previsione dei return hub nei Paesi terzi il futuro nuovo Regolamento Rimpatri salva il Protocollo Italia-Albania ratificato con L. 14/24? Nonostante l’altisonante propaganda del Governo italiano la risposta è evidentemente no, in quanto il Protocollo attuale su cui pendono ben due rinvii pregiudiziali di fronte alla Corte di Giustizia (la causa C-414/25 Sedrata in materia di asilo e le cause riunite C-706/25 e C-707/25 Comeri e Sidilli sull’utilizzo del centro di Gjader come centro per il rimpatrio) si basa sulla asserita presunta legittimità – oggetto del giudizio della Corte di Giustizia – di poter realizzare al di fuori del proprio territorio ma sotto la propria giurisdizione delle procedure coperte dal diritto dell’Unione. Come ho sopra illustrato, il futuro nuovo Regolamento rimpatri appena votato si fonda invece su presupposti normativi totalmente diversi. Non sappiamo se l’Albania vorrà o meno fare una intesa con l’Italia per diventare giuridicamente responsabile di una quota degli espulsi dall’Italia, posso pensare che una simile decisione sia alquanto ardua per il Governo di Edi Rama già attanagliato dalle proteste per l’annunciato resort di lusso del genero di Trump nella laguna protetta di Vjosa-Narta, ma ciò ha poca importanza rispetto all’analisi qui condotta che ho voluto tenere solo su un piano giuridico. Al momento né l’Italia, né alcun altro Paese UE ha alcuna intesa o accordo con un Paese terzo per gestire dei return-hub al di fuori dell’Unione Europea e le problematiche giuridiche che si frappongono a tali futuri accordi sono enormi.

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Diversity Media Awards 2026: a settembre prima volta a Roma per gli Oscar dell’inclusione. Aperte le votazioni per le nomination

Per la prima volta a Roma, a settembre 2026 va in scena l’undicesima edizione dei “Diversity media awards”, gli “Oscar dell’inclusione”. Il grande evento aperto al pubblico, è realizzato dalla Fondazione Diversity di Francesca Vecchioni con il patrocinio dell’Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale. Durante la serata, sotto la direzione artistica di Ivan Cotroneo, verranno premiati i personaggi e i prodotti mediali che nel 2025 hanno raccontato la diversità in modo corretto, valorizzante e autentico. La Fondazione ha pubblicato anche il “Diversity Media Report 2026“, un’analisi annuale sullo stato dell’arte della rappresentazione della diversità nei media italiani, realizzato con l’Osservatorio di Pavia, il Security Check Commitee della Fondazione e il suo Comitato Scientifico.

Sono aperte le votazioni per le nomination (vota qui). Le categorie premiate saranno 10 (Miglior Film, Miglior Serie tv Italiana, Miglior Serie tv straniera, Miglior Podcast, Miglior Programma Radio, Miglior Serie Kids & Teens, Miglior Prodotto Digital, Miglior Creator, Personaggio dell’anno) e il pubblico potrà votare i proprio favoriti. Nel corso della serata-evento, saranno assegnati anche i Premi Stampa (Miglior servizio TG, Miglior articolo Periodico, Miglior articolo Quotidiano, Miglior articolo Web) attribuiti dalla Fondazione Diversity. Il Fatto quotidiano è campione in carica del premio “migliore articolo web“, con la vittoria dell’anno scorso con un’inchiesta sugli ostacoli all’aborto nelle Marche e, nel 2024, con un’indagine sulla violenza su donne con disabilità.

“I media hanno una responsabilità enorme: ogni storia raccontata agisce sull’immaginario collettivo, determina o elimina pregiudizi e ricade sulla vita delle persone – afferma Vecchioni -. Inclusione, equità e accessibilità sono leve prioritarie di innovazione e benessere per l’intera società”. Per questo, verranno premiati personaggi e contenuti mediali che hanno rappresentato in modo corretto le aree sociali di Genere, Etnia, Disabilità, Età, Lgbtq+ e Aspetto Fisico. “In uno scenario socio-politico nazionale e internazionale sempre più polarizzato – si legge nel comunicato – nel 2025 crolla la qualità della rappresentazione nei media italiani”. Come spiega la Fondazione, l’informazione contribuisce spesso a rafforzare gli stereotipi. Nel report sono stati analizzati 140 prodotti di Intrattenimento: appena il 28% sono ritenuti validi qualitativamente. Tv e cinema sono le categorie che privilegiano approcci più stereotipati e superficiali, mentre podcast, serie Kids and Teen e mondo digital, sono gli spazi più inclusivi e innovativi. Al contrario dell’offerta ricevuta, il pubblico si dimostra invece più maturo e consapevole, premiando linguaggi e narrazioni complesse e intersezionali.

Nel rapporto emerge che sono i Tg italiani quelli con un peggioramento maggiore nella trattazione dei temi Deia (Diversità, Equità, Inclusione e Accessibilità). Al netto di un aumento complessivo delle notizie che riguardano questo ambito (4,9% delle notizie totali), ci sono categorie che rimangono quasi totalmente prive di copertura mediatica, come il mondo Lgbtq+ presente nello 0,4% delle informazioni quotidiane. La stessa regressione si registra anche nell’Intrattenimento, dove emerge un atteggimento “prudente” e poroduzione di contenuti ritenuti meno “rischiosi”.

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Infiorescenze di canapa, i sequestri non possono durare all’infinito: la Cassazione mette uno stop

Sette chili di infiorescenze di canapa industriale, sequestrati a un negozio storico di Modena, tornano al centro di una vicenda che riguarda l’intero settore della canapa light. La Corte di Cassazione, Quarta sezione penale, ha accolto il ricorso della difesa con annullamento e rinvio al Tribunale del riesame di Modena, secondo quanto comunicato dall’avvocato Lorenzo …
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Btp Italia Si’ è un successo, prima emissione chiusa a quota 9 miliardi di euro. E il tasso garantito…

Tesoro, chiusa la prima emissione del Btp Italia Si’: quasi 9 miliardi e oltre 281mila contratti

Il nuovo Btp Italia Si’ nel quinto e ultimo giorno di collocamento ha raggiunto ordini per oltre 744 milioni di euro, che sommati agli 8,10 miliardi dei giorni scorsi portano il totale della raccolta a quota 8,84 miliardi. 

Il nuovo titolo di Stato, che protegge il capitale dal carovita, e’ uno strumento destinato a raccogliere il risparmio delle famiglie italiane. Il nuovo Btp Italia Si’ ha una durata di 5 anni, parte con un tasso annuo base all’1,60%, a cui si aggiungerà l’aggancio semestrale all’inflazione per costruire la cedola riconosciuta agli investitori.

Mef: “Raccolti quasi 9 mld, tasso garantito 1,6%”

Si è concluso, con 8.842,593 milioni di euro raccolti e 281.140 contratti registrati, il collocamento della prima emissione del Btp Italia Si’, avviata lo scorso 15 giugno. 

Lo comunica il Mef spiegando che il tasso minimo garantito definitivo del titolo è confermato sul livello annunciato lo scorso 12 giugno, all’1,60% piu’ il tasso di inflazione nazionale. Il codice Isin al momento dell’eventuale vendita dei titoli sul mercato secondario a partire dalla data di regolamento in poi sara’ IT0005713547. Il numero indice dell’inflazione calcolato alla data di regolamento del titolo è 102,23333. 

L’importo emesso, spiega il Mef, coincide con il controvalore complessivo dei contratti di acquisto validamente conclusi alla pari sul Mot (il Mercato Telematico delle Obbligazioni e Titoli di Stato di Borsa Italiana) nelle cinque giornate di collocamento, attraverso le due banche dealer Intesa Sanpaolo e Unicredit e il supporto delle due banche co-dealer Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm. 

Il titolo ha data di godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031. Ai sottoscrittori che manterranno il Btp Italia Si’ per tutta la durata dei 5 anni verra’ garantito anche un premio finale extra pari allo 0,6% del capitale nominale investito.

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Maturità 2026 | Il terremoto del Friuli 1976 nella prova di matematica

Nella maturità scientifica del giugno 2026 è comparso un quesito sismologico. Prendendo spunto dal 50° anniversario del terremoto in Friuli del 1976, ai maturandi è stato chiesto:

Nel 1976, due scosse di terremoto, a maggio e a settembre, di magnitudo M_1 = 6.5 e M_2 = 6.0 della scala Richter, colpirono un vasto territorio a nord di Udine. La magnitudo M di un terremoto, secondo la scala Richter, è data da  M=\log_{10}\left(\frac{A}{A_0}\right), dove A rappresenta il massimo delle ampiezze registrate da un sismografo e A_0 è un’ampiezza di riferimento. Si determini il rapporto \frac{A_1}{A_2} tra le ampiezze prodotte dai due eventi sismici friulani.
Dalla legge empirica di Gutenberg-Richter, \log_{10}\left(\frac{E}{E_0}\right)=1{,}5M+4{,}8,  dove E è l’energia liberata dal terremoto ed E_0 un’energia di riferimento, si determini la variazione percentuale dell’energia liberata tra il primo e il secondo terremoto.

In parole più semplici: quanto è più forte un terremoto rispetto a un altro?

La risposta non è subito intuitiva perché entra in gioco il logaritmo: piccoli incrementi di magnitudo corrispondono a grandi differenze di ampiezza ed energia.

I nostri 25 più attenti lettori ” probabilmente sanno che possono trovare queste ed altre informazioni nelle nostre FAQ, ma vogliamo cogliere l’occasione per parlarne ancora: è una domanda che ricorre spesso. Facciamo un po’ di conti:

Per i due terremoti vale  M=\log_{10}\left(\frac{A}{A_0}\right), quindi  A = {A_0}10^M. Ne segue che

 \frac{A_1}{A_2}=\frac{A_{0}10^{6.5}}{A_{0}10^{6.0}}=10^{0.5} \approx 3.16

Quindi il primo terremoto ha avuto un’ampiezza circa 3.16 volte quella del secondo.

Per l’energia (Gutember & Richter, 1954):

 \log_{10}\left(\frac{E}{E_0}\right)=1.5M+4.8

La differenza di magnitudo è \Delta M = 6.5-6.0=0.5 quindi il rapporto tra le energie è

 \frac{E_1}{E_2}=10^{1.5\Delta M}=10^{0.75} \approx 5.62

Il primo terremoto ha dunque liberato circa 5.62 volte l’energia del secondo. In termini percentuali, l’aumento è circa 462%

Questo risultato ci ricorda che tra magnitudo, ampiezza del sismogramma e l’energia di un terremoto c’è un rapporto matematico molto particolare. Ogni volta che la magnitudo sale di una unità, l’ampiezza aumenta di circa 10 volte mentre l’energia aumenta di circa 32 volte. In altre parole, rispetto a un terremoto di magnitudo 1, un terremoto di magnitudo 2 rilascia 32 volte più energia, mentre uno di magnitudo 3 rilascia circa 1000 (32 per 32 volte) volte più energia!

E… un abbraccio forte a chi sta affrontando l’esame di maturità!!!

Per approfondire la storia e le informazioni scientifiche della sequenza sismica del Friuli 1976 è stata realizzata una storymaps “Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere ” da INGVterremoti in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS , ed è disponibile al seguente link: https://arcg.is/1Gm5em1 

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La notizia della morte del settore pubblico è esagerata. Possiamo (e dobbiamo) pensarlo

Per decenni abbiamo assistito al funerale annunciato dello Stato. Dalle privatizzazioni degli anni Ottanta fino alle politiche di austerità successive alla crisi del debito sovrano, il rumore di fondo è rimasto sostanzialmente invariato: il mercato è il motore dello sviluppo, mentre il settore pubblico è un residuo del Dopoguerra, un’istituzione superata e incapace di stare al passo con un mondo che cambia rapidamente ed in modo difficilmente decifrabile.
Il capitale contro lo Stato di Massimo Florio parte però da una domanda tanto semplice quanto provocatoria: se lo Stato si sta davvero ritirando, perché i dati raccontano una storia diversa? Da qui l’autore ci presenta la questione dello Stato proponendo una rilettura del suo ruolo non come semplice regolatore dell’economia capitalista, ma come soggetto costituito dalla collettività dei cittadini, capace di plasmare e direzionare le economie nazionali agendo come protagonista nella vita degli individui e nelle sfide dei nostri tempi.

Florio analizza le economie dei paesi più avanzati e mostra un generale aumento del rapporto spesa pubblica/Pil negli ultimi 80 anni, con una stabilizzazione intorno al 40% negli ultimi 20 anni. Questa spesa, già corposa, è destinata inevitabilmente ad aumentare per via dell’invecchiamento della popolazione, con conseguenze sulla spesa pensionistica e sul servizio sanitario, ma anche per la necessità di fare fronte alla crisi ambientale e contrastare i suoi effetti.
Guardando all’occupazione, nei paesi OCSE circa un occupato su cinque lavora nel settore pubblico. Il tasso di crescita dell’occupazione nel pubblico è addirittura maggiore che nel privato, 1,6% contro 1,1%. Un recente rapporto Ocse segnala che 126 delle 500 imprese più grandi al mondo sono partecipate dallo Stato così come un’impresa gigante su quattro.
Lo Stato è dunque ancora presente in misura rilevante nella produzione, nell’occupazione, nella regolazione e nella redistribuzione della ricchezza. Ciò che si è progressivamente indebolito è la sua capacità di orientare l’economia verso obiettivi collettivi e di agire come soggetto strategico dello sviluppo. La finanza pubblica è spesso mal spesa e risponde a dinamiche clientelari che favoriscono la retorica di chi preme per la ritirata del settore pubblico allo scopo di conquistare nuove fette di mercato e opportunità di rendita.

Il libro è composto da tre blocchi che offrono una trattazione chiara del rapporto tra Stato e capitalismo nelle sue declinazioni presenti e passate e nella formulazione di futuri alternativi. Una prima parte, “Lo Stato del presente”, è dedicata all’analisi dello Stato moderno, alla sua definizione e ad una rapida analisi della composizione della spesa pubblica. Questa parte del libro fornisce solide basi analitiche al lettore per lo sviluppo dei capitoli successivi. Nella seconda parte, intitolata “Lo Stato alla deriva”, Florio analizza in particolare i due principali modelli antagonisti al liberismo americano, quello sovietico e quello cinese, analizzandone debolezze e punti di forza. In “Lo Stato che verrà” infine, vengono proposte una serie di riforme di lungo termine per trasformare lo Stato affinché esso venga rinforzato per favorire una maggiore partecipazione pubblica e democratica nell’economia per guidare gli obiettivi di lungo termine. Il cuore del libro risiede proprio in questa ridefinizione del ruolo dello Stato.
Il settore pubblico non è soltanto un insieme di amministrazioni che erogano servizi o gestiscono trasferimenti. È anche un produttore di conoscenza, un coordinatore di investimenti e un soggetto economico capace di perseguire obiettivi che il mercato, lasciato a sé stesso, fatica a realizzare.

Uno dei principali punti di forza del volume è la sua capacità di distinguere tra retorica e realtà. Florio mostra come molte delle narrazioni che hanno dominato il dibattito economico degli ultimi decenni abbiano avuto un impatto senza però produrre quella radicale ritirata dello Stato spesso annunciata. Il Washington Consensus e le politiche neoliberiste di Reagan e Thatcher, la “terza via” di Blair e Clinton e il capitalismo oligopolistico delle Big Tech dell’era Trump vengono analizzate come momenti diversi di uno stesso processo: il tentativo da parte delle élite di ridefinire il rapporto tra capitale e potere pubblico.

Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata alle imprese pubbliche. Contro il luogo comune che associa automaticamente proprietà privata ed efficienza, l’autore mostra come molte imprese a controllo pubblico continuino a occupare posizioni strategiche nei mercati internazionali e possano rappresentare strumenti essenziali per affrontare sfide di lungo periodo, dalla transizione ecologica alla politica industriale. Tra le più grandi imprese pubbliche nel mondo, la maggior parte opera nei settori petrolifero, minerario, della raffinazione e dell’energia, nei servizi di pubblica utilità, nelle costruzioni e nella finanza. In Italia, ad esempio, sono casi di successo internazionale e ad elevato impatto occupazionale Enel e Eni nel settore dell’energia, Poste Italiane nelle comunicazioni e Ferrovie dello Stato nei trasporti. 

L’idea fondamentale è il bisogno di sottrarre al mercato ambiti e settori ritenuti strategici per welfare e democrazia, per un corretto funzionamento della vita pubblica. Come proposto dal Forum Disuguaglianze e Diversità, all’interno di queste imprese è necessaria la presenza di consigli del lavoro e della cittadinanza, per favorire e stimolare la partecipazione nelle decisioni collettive, invece di un approccio verticale in cui la produzione non risponde alle necessità delle persone che la generano e i luoghi in cui questi processi avvengono. È in questo contesto che la democrazia economica prende piede. Come scrive Florio, essa è “la capacità di discutere obiettivi, strumenti, risultati e influire sulle decisioni, contro i poteri che intendono svuotare la sfera pubblica per sostituirvi la volontà distruttiva dell’oligarchia”. La questione dell’allargamento della democrazia risulta quindi strettamente legata alla necessità di maggiore proprietà pubblica della produzione. Vi è il bisogno di allargare la platea di partecipanti alle decisioni sulla gestione delle imprese, in quanto le conseguenze del loro operare sono collettive.

Il libro ripropone questioni essenziali per la politica economica. In questo contesto un tema centrale diventa quello della direzionalità: chi decide gli obiettivi dell’economia? Chi orienta gli investimenti? Chi controlla le infrastrutture strategiche, la produzione di conoscenza e le grandi reti che organizzano la vita economica? È nell’ultima parte che il libro assume il suo carattere più originale, formulando proposte e prospettive sul futuro.
Florio propone di pensare a uno “Stato post-capitalista”, che dovrebbe rispondere a bisogni ed interessi collettivi e che quindi non sia terreno di conquista delle élite economiche che usano le politiche e l’intervento pubblico per sostenere i propri interessi privati. 

In virtù della partecipazione collettiva e del suo peso nell’economia, questo nuovo modello di Stato può svolgere un ruolo proattivo di imprenditore ed innovatore sociale. In aggiunta, si pone in primo piano l’annesso concetto di “modo di produzione pubblico”. L’idea è che esistano attività, conoscenze e forme di cooperazione che possono essere organizzate secondo finalità collettive anziché esclusivamente votate al profitto e all’interesse dei detentori di capitale. Le imprese a missione pubblica, il controllo democratico di infrastrutture strategiche, la produzione di conoscenza come bene comune e la valorizzazione della ricchezza pubblica rappresentano alcuni degli strumenti attraverso cui questa trasformazione verso uno Stato al di là del suo ruolo attuale potrebbe realizzarsi.


Il libro propone una visione profondamente politica e partecipativa del cambiamento, offrendo al lettore speranza e possibili alternative per sentirsi in prima linea nel processo di trasformazione. Lo Stato post-capitalista immaginato dall’autore è uno strumento attraverso cui la collettività può organizzare e valorizzare la propria conoscenza.
Da qui deriva l’importanza attribuita all’intelligenza sociale, alla partecipazione democratica e ai territori. Le comunità locali non vengono considerate semplici destinatarie dei servizi pubblici, ma contesti in cui si accumulano conoscenze, competenze ed esperienze indispensabili per affrontare problemi complessi. La capacità dello Stato di innovare dipende quindi dalla sua capacità di dialogare con queste realtà e di trasformarne il patrimonio di conoscenza in azione collettiva.

Il merito de Il capitale contro lo Stato è quello di mettere in discussione una delle convinzioni più radicate degli ultimi decenni, la sua ambizione di immaginare una nuova funzione statale all’interno delle economie contemporanee.
Il contributo più profondo del volume risiede nella capacità di restituire un orizzonte di possibilità al dibattito pubblico. In un’epoca dominata dalla percezione che non esistano alternative, Florio ricorda che le istituzioni economiche sono costruzioni storiche e sociali e che, proprio per questo, possono essere trasformate e plasmate dagli individui che le abitano attraverso una ritrovata e nuova coscienza di classe.

Due presentazioni del volume a Roma e Milano:

Venerdì 19 giugno, ore 18:00
a Milano presso Casa della Cultura, Via Borgogna 3
Martedì 23 giugno, ore 18:00
a Roma presso la libreria Feltrinelli, Largo di Torre Argentina 5/A

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Supercinema. I film in uscita nel weekend in Italia: 19 giugno 2026

Tra i titoli "Allora balliamo" e "Toy Story 5". Sul red carpet Katie Holmes e Joshua Jackson: la reunion di "Dawson's Creek". Ewan Mcgregor e i 30 anni di "Trainspotting". La mostra di Lars von Trier. Al Box office vince "Disclosure Day" di Spielberg

© RaiNews

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