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Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

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I dubbi sul biocarburante del Kenya

U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.

Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.

Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.

Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.

Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.

Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.

Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.

Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.

Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.

Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.

Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.

Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.

La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.

Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.

Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.

Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.

“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.

La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.

Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.

Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.

Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.

Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.

Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.

L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.

Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.

L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.

Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.

Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.

Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.

L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.

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