AI Sends Global Crime Syndicates Into Fraud Nirvana

El Gobierno de Javier Milei volvió a chocar contra la pared este miércoles. Ante la rebelión de sus propios aliados y el rechazo de gobernadores, la Casa Rosada se vio obligada a bajar el capítulo de extranjerización de tierras de la ley de propiedad privada que impulsaba Federico Sturzenegger. Lo que se presentaba como una bandera ideológica más del liberalismo extremo terminó siendo una demostración de debilidad política y de improvisación.
La decisión no fue fruto de una reflexión estratégica ni de un diálogo institucional serio. Fue una retirada forzada. Cuando quedó claro que no había votos —ni siquiera para garantizar el quórum— y que senadores como la salteña Flavia Royón no acompañarían, mientras el mendocino Rodolfo Suárez planeaba ausentarse, el oficialismo no tuvo más remedio que dar marcha atrás. “¿Quién bajó el capítulo de tierras? La realidad, no tenían los votos”, resumió con crudeza un legislador radical.
El episodio deja al desnudo varios problemas de este Gobierno. En primer lugar, la incapacidad de construir consensos incluso dentro de su propio espacio. Patricia Bullrich, que intentó recuperar apoyos atacando a Máximo Kirchner y Lázaro Báez en una conferencia de prensa, no logró revertir el efecto cascada. Gobernadores aliados, como Osvaldo Jaldo, Raúl Jalil, Rolando Figueroa y Hugo Passalacqua, también se pronunciaron en contra. La jefa del bloque libertario tuvo que convocar de urgencia a las bancadas aliadas para comunicarles el retiro de los artículos más polémicos, solo para salvar el resto del proyecto y no hacer naufragar la sesión.
En Casa Rosada ya habían advertido a Bullrich sobre el costo político de insistir, pero ella avanzó de todos modos. El resultado: una derrota que se suma a otras fricciones legislativas y que deja al Gobierno más lejos de esa agenda parlamentaria ambiciosa que pretende (eliminación de las PASO, recorte de zonas frías, etc.).La medida, de haberse aprobado, habría abierto la puerta a una mayor concentración de tierras en manos extranjeras en un país donde la soberanía territorial se encuentra al acecho. Que el propio oficialismo haya tenido que sacrificarla por falta de números no es una muestra de pragmatismo virtuoso, sino de un cálculo errado y de una debilidad que ya no puede disimularse.


No Kings non è nata come una sigla da aggiungere alle altre, ma come uno spazio politico da aprire. Ha preso forma dall’incontro tra Stop Rearm Europe e la Rete contro il decreto sicurezza, è cresciuta a Bologna e ha attraversato Roma, procedendo senza una strada già tracciata: camminando domandando.
A Genova, il 18 luglio 2026, abbiamo raccolto una nuova sfida: fare delle nostre differenze una forza comune, costruendo uno spazio per alimentare il conflitto e costruire un’alternativa sistemica; difendere il lavoro e i suoi diritti; agire insieme nei territori, in Italia e in Europa, e unendoci a quanti, nel mondo, cercano alternative ai re.
Spetta a noi mantenere aperto questo spazio e passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per la democrazia, oltre la fine della democrazia liberale.
L’ultima assemblea ha segnato proprio tale passaggio. Attraverso le risonanze, ma anche le rotture con il passato, abbiamo iniziato ad affiancare a No Kings qualcosa di più: la ricerca e la pratica ostinata di una nuova democrazia radicale. Conflitto e Democrazia, praticati e difesi dai luoghi di lavoro alle fabbriche alle città; lotta e progetto; sabotaggio dei re e meticciato delle differenze: sono alcune delle tensioni generative che attraversano lo spazio politico che abbiamo aperto.
Per farlo, dobbiamo essere in tante e continuare ad ibridarci: nelle discussioni e, soprattutto, nei momenti di intensa attività politica e sociale, che ci attendono nei prossimi mesi. Dobbiamo rafforzarci reciprocamente nelle piazze, negli scioperi, nella rete, nelle pratiche che si metteranno in campo per fermare i progetti di remigrazione e contrastare gli anti-antifa, cioè i fa.
A Genova, intanto, questo spazio ha già cominciato a prendere corpo. Con noi c’erano le parole del confederalismo democratico; la rivoluzione dei fenicotteri, i Minnesota 15, le compagne della diaspora iraniana, chi resiste e cerca di sabotare in ogni modo il colonialismo israeliano, il genocidio ed ogni forma di aggressione coloniale. C’era chi subisce, nei territori, le pratiche di repressione e, nonostante questo, continua a lottare per i diritti e la giustizia sociale. C’erano realtà di fabbrica e luoghi di lavoro in lotta contro le crisi industriali e il potere delle multinazionali. C’erano le voci di chi si sta coordinando per riportare nei movimenti la nostra Europa, quella che ancora non c’è. Perché quella che esiste oggi è solo violenza dei confini e business delle armi: un’Europa delle nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie che, nei prossimi dieci mesi, siamo chiamati a sconfiggere.
A rendere concreto questo passaggio sono state oltre 400 persone; centinaia di realtà e organizzazioni, una pluralità di interventi e 10 gruppi di lavoro. Non numeri da esibire, ma la materia viva di un processo che ha provato a tenere insieme ascolto, confronto ed elaborazione collettiva.
Ai gruppi è stato affidato un compito difficile: non limitarsi alla denuncia del presente, ma trasformare analisi, esperienze e conflitti in proposte, priorità e pratiche comuni. Affiancare, cioè, alla critica dell’autoritarismo, del regime di guerra e dell’Europa dei confini un piano programmatico capace di indicare ciò che vogliamo costruire e gli strumenti necessari per farlo. A breve pubblicheremo sul nostro sito i resoconti dei dieci gruppi di lavoro, perché il confronto avviato a Genova possa proseguire, allargarsi e tradursi in azione
Mobilitazioni, scioperi, iniziative politiche, convegni ed eventi non saranno appuntamenti isolati ma parti di un percorso comune. Perché oggi, come venticinque anni fa, un altro mondo non è soltanto possibile: è necessario e spetta a noi costruirlo.
Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza.
L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire dagli appuntamenti lanciati nel a mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre, lo sciopero studentesco il 20 Novembre, la manifestazione di Non una di meno nei fine settimana intorno al 25 Novembre.
Ma prima di tutto questo, ci ritroveremo il 4 ottobre per la prossima assemblea No Kings: il nostro laboratorio permanente di democrazia e conflitto, dentro il tempo della guerra civile globale permanente.
Costruire un altro mondo significa impedire che siano sempre le stesse persone a essere costrette a dare tutto. Per farlo, ciascuna e ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità di dare qualcosa.
Venticinque anni dopo, brucia ancora.
A Carlo Giuliani, ad Abderrahim Fakir e a tutte le vite spezzate dalla violenza del potere.
No Kings – let’s make radical democracy
Tutti i materiali e i video dell’assemblea si possono consultare all’indirizzo: report-assemblea-nazionale-genova. Di seguito pubblichiamo il video dell’intervento di Fabio Cerulli per l’area “Radici del sindacato in Cgil”:
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:
Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa
«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto».
In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.
Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…
Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia!
I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.
Trento, 31 luglio 2026
Comitato No Tav di Trento


Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.
(Testo Wwf riportato da Dire)
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Al via la consultazione pubblica sullo schema di regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) delle plastiche accidentalmente pescate e volontariamente raccolte in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune. L’iniziativa – riporta Energia Oltre – consentirà di raccogliere osservazioni e contributi da parte di istituzioni, operatori e stakeholder per arrivare alla versione finale del provvedimento. “Rafforziamo il percorso verso un’economia sempre più circolare. Vogliamo trasformare le plastiche recuperate nelle nostre acque da rifiuto a risorsa, garantendo regole chiare, sicurezza e tutela dell’Ambiente. Il confronto con i soggetti interessati ci permetterà di arrivare a un testo condiviso ed efficace”, ha commentato il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava.
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Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti.
È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero.
L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto.
Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou.

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In queste settimane di caldo estremo, l’Unione Sindacale di Base ha promosso decine di interventi in altrettante aziende, per ottenere opportune misure di mitigazione contro il rischio stress termico per i lavoratori che operano in condizioni critiche. Purtroppo, non tutte le realtà hanno deciso di adottare interventi sufficienti. Una di esse è la partecipata ASA Spa e le società collegate del gruppo.
Anche grazie alla proclamazione e al successivo sciopero, effettuato il giorno 31 luglio, la dirigenza aziendale ha iniziato a mettere in campo alcuni interventi per salvaguardare la salute e la sicurezza degli operatori.
Contemporaneamente siamo venuti a conoscenza della volontà di sanzionare i lavoratori che hanno aderito allo sciopero del 31 luglio esercitando un proprio diritto costituzionale. Tutto ciò perché la Commissione di Garanzia, attraverso un procedimento non è ancora concluso, ha eccepito alcune “irregolarità” rispetto alla tempistica della proclamazione. Irregolarità che stiamo contestando con forza. Proprio per queste ragioni una delegazione di lavoratori ASA e Giunti Srl era presente a Roma davanti alla sede della Commissione di Garanzia.
Punire i lavoratori per uno sciopero sarebbe un fatto gravissimo a maggior ragione per un’azienda a maggioranza pubblica.
Anche qualora la commissione dovesse effettivamente sanzionare il nostro sindacato, non certo a causa di un nostro effettivo errore ma solo per la volontà di colpire l’unica organizzazione che si è attivata su questo tema, non vi sarebbe nessun obbligo di procedere con contestazioni disciplinari nei confronti dei singoli lavoratori.
Inoltre, i servizi minimi e le emergenze sono stati garantiti per tutta la giornata di astensione del lavoro. Quindi, in quel caso, ci sarebbe solo la volontà di “vendicarsi” nei confronti di chi ha avuto il coraggio di alzare la testa e protestare costringendo la dirigenza ad interventi concreti.
Cosa ne pensa il socio pubblico di questo atteggiamento? È normale colpire i lavoratori che scioperano?
Ne parleremo nel dettaglio, durante una conferenza stampa il giorno venerdì 7 agosto dalle ore 11:30 davanti al Comune. Sarà anche l’occasione per fare il punto su tutti gli interventi effettuati in merito al caldo estremo nei luoghi di lavoro. Dal porto alla logistica, dalle fabbriche ai cantieri edili.
USB Livorno

La cooperativa agroalimentare spagnola Cotecnica, proprietaria del marchio Ownat e specializzata in alimenti naturali per animali domestici, ha perfezionato l’acquisizione di Life Pet Care srl, azienda con sede a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), proprietaria del marchio Life Natural. La società aretina nel 2025 ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro. Per Cotecnica l’acquisizione è un passo per consolidare la propria presenza nel mercato italiano, considerato area di sviluppo prioritaria, pere creare nuove sinergie commerciali a livello internazionale. Life Pet Care manterrà il marchio, le attività operative e l’intero team, garantendo continuità al progetto aziendale. L’azienda italiana è presente su mercati esteri come Emirati Arabi Uniti, Polonia, Grecia e Lettonia, ma il mercato principale resta quello nazionale italiano. Con l’acquisizione Cotecnica rafforza il proprio percorso di crescita nel settore del pet food: la cooperativa spagnola nel 2025 ha registrato ricavi superiori a 169 milioni di euro, con la divisione internazionale che rappresentava il 66% delle vendite. “Questa acquisizione è in linea con il nostro piano strategico di crescita internazionale e ci consente di compiere un significativo passo avanti in Europa”, ha dichiarato l’ad di Cotecnica David Sánchez, sottolineando il valore dell’integrazione di un marchio specializzato in alimenti naturali e complementari per animali. Fondata nel 1982 e con sede a Bellpuig, in Spagna, Cotecnica opera nella nutrizione animale, ha 190 dipendenti e propone oltre 250 prodotti nella divisione pet food.
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Le autorità islandesi hanno ordinato l’espulsione dei 21 passeggeri di una nave appartenente alla fondazione dell’attivista per i diritti degli animali Paul Watson, abbordata la scorsa settimana durante una protesta contro la caccia alle balene. Lo ha riferito oggi la polizia islandese all’Afp. La Bandero è stata abbordata nella notte tra giovedì e venerdì scorsi al largo delle coste islandesi, con 21 persone a bordo, dopo aver tentato di ostacolare la Hvalur 9, una delle ultime baleniere ancora operative nel Paese. “Tutti i membri dell’equipaggio della Bandero sono stati informati di un ordine di espulsione con divieto di ritorno”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Gunnar Runar Sveinbjörnsson. Secondo l’elenco fornito all’Afp dalla fondazione, a bordo della Bandero si trovavano cinque americani, quattro brasiliani, tre francesi, due spagnoli, un australiano, un belga, un canadese, un tedesco, un britannico, uno svizzero e un cittadino di Trinidad e Tobago.
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Una cena di beneficenza per contribuire alla riqualificazione del Centro “Il Prato”, realtà livornese impegnata quotidianamente al fianco di persone con disabilità, anziani e famiglie. È questo l’obiettivo di “Un fiore per il Prato”, l’iniziativa promossa dalla Sezione Soci Unicoop Firenze di Livorno insieme all’associazione Reset Livorno.
L’appuntamento è per venerdì 4 settembre 2026, a partire dalle 19.15, presso i Bagni Lido, in viale Italia 126 a Livorno. Il ricavato della serata sarà destinato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione del Centro “Il Prato”, in viale Carducci 31.
Una raccolta fondi progettata da tempo, nell’ambito del rapporto di collaborazione costruito dalla Sezione Soci con associazioni ed enti impegnati nel sociale, nella cultura e nella solidarietà. Un’iniziativa che oggi assume un valore ancora più forte alla luce dei recenti atti vandalici subiti dal centro e dall’area circostante.
Quanto accaduto ha infatti reso ancora più urgente intervenire per restituire dignità, sicurezza e piena funzionalità a uno spazio prezioso per tutta la comunità. La Sezione Soci Coop di Livorno esprime una ferma condanna per questi gesti e la propria vicinanza alle persone che frequentano il centro, alle loro famiglie e a tutti coloro che ogni giorno vi operano con impegno.
Costruire dove è stato distrutto e ripartire da dove c’è più bisogno è il messaggio che accompagna la serata. Partecipare alla cena significherà quindi non soltanto sostenere economicamente i lavori, ma anche offrire una risposta collettiva e concreta a quanto accaduto.
Il programma prevede l’ingresso dei partecipanti alle 19.15, il brindisi di benvenuto alle 19.30 e la cena alle 20.30. Il menù comprende risotto di mare, penne cacciuccate, cartoccio di mare con verdure, cocomero, acqua e vino. Il contributo richiesto è di 20 euro, grazie alla disponibilità gratuita dei Bagni Lido (Famiglia Ganni), del Ristorante (Famiglia Cammellini) e del contributo di DIERRE Fruit.
Per prenotare è possibile contattare Alessandra al numero 338 1005399, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Al momento della prenotazione dovranno essere segnalate eventuali intolleranze alimentari.
L'articolo “Un fiore per il Prato”, una cena solidale per riqualificare il centro proviene da Informatore.

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.
Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.
The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.
Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.
ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.
The automation and versatility of ADSEPs permit a wide array of science experiments to be conducted aboard the orbiting laboratory, leading to findings that inform future space missions and are beneficial to people on Earth.

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.
Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.
The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.
Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.
ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.
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From simple TCP pipes to encrypted relays and ad hoc services, Ncat modernizes Netcat, the classic Swiss Army knife for network administrators.
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This month in Linux Voice and Elvie.
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Juste une idée qui est aussi une question existe t il un fond commun de soutien aux logiciels libres ? L’idée serait de donner / cotiser pontuellement ou pas à un fond aux quels les dev pourraient avoir recours pour soutenir leurs appli / logiciels plutôt que donner à 123 entités différentes. Oui je sais c’est un brin centralisateur mais quand faut manger des fois on plie (un peu) devant l’efficacité
Elon Musk immagina un futuro nel quale lo Stato accredita denaro direttamente sui conti dei cittadini, l’inflazione scompare e lavorare diventa una scelta. A produrre quasi tutto penseranno l’intelligenza artificiale e i robot. È lo scenario descritto da Musk durante una lunga intervista concessa a Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, registrata il 20 luglio 2026.
Secondo il fondatore di Tesla e SpaceX, entro una decina d’anni il denaro potrebbe perdere gran parte della propria importanza. Alla base di questa previsione c’è un cambiamento ancora più radicale. Secondo Musk, entro i prossimi dieci anni il mondo sarà dominato da una “quantità soverchiante” di intelligenza artificiale, molto più grande della somma di tutte le intelligenze umane. Il sorpasso potrebbe avvenire già entro cinque anni, a meno che un evento catastrofico, come una “guerra nucleare massiccia”, interrompa la rivoluzione in corso. Come cambierà allora l’equilibrio dei poteri tra uomini e macchine? “Non ci sarà nulla che l’AI non potrà fare meglio degli esseri umani, a parte essere umani”, sostiene Musk. Per questo ritiene “improbabile che gli esseri umani saranno in controllo”. Tra l’intelligenza artificiale e quella umana potrebbe crearsi, secondo il suo paragone, una distanza simile a quella che oggi separa l’intelligenza degli esseri umani da quella degli scimpanzé. Uno scenario che, nelle parole di Musk, dovrebbe entusiasmare più che spaventare, perché potrebbe aprire “un’era di straordinaria abbondanza, nella quale tutti potranno avere qualsiasi cosa desiderino”. “Per cosa vogliamo il denaro?”, domanda Musk. “Per comprare beni e servizi: cibo, case, trasporti, intrattenimento. Ma se robot e intelligenza artificiale saranno in grado di produrre più beni e servizi di quanti ogni essere umano possa consumarne, a cosa servirà ancora il denaro?”
La sua previsione si basa su un aumento della produttività senza precedenti. Fabbriche automatizzate, robot umanoidi e sistemi di intelligenza artificiale potrebbero produrre oggetti e fornire servizi continuamente, con costi sempre più bassi e un bisogno sempre minore di lavoro umano. A quel punto, sostiene Musk, il problema economico principale non sarebbe più l’inflazione, ma la deflazione.
Durante l’intervista, Zanny Minton Beddoes chiede a Musk: come potranno vivere le persone se gran parte dei lavori verrà svolta dalle macchine? E Musk risponde: “Penso che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni per le persone”. Non un reddito minimo destinato esclusivamente a chi si trova in difficoltà, ma quello che Musk definisce un “reddito universale elevato”, in inglese universal high income. (ne avevamo già parlato qui)
La differenza rispetto al reddito universale di base è sostanziale. Il reddito di base garantisce una somma sufficiente a coprire le necessità essenziali, Musk immagina invece una società nella quale l’abbondanza prodotta dalle macchine permetta a tutti di accedere a un livello di vita molto più alto.
L’intervistatrice gli fa notare che distribuire denaro senza una corrispondente entrata fiscale rischierebbe di alimentare l’inflazione, Musk risponde ribaltando il ragionamento, ovvero se la quantità di beni e servizi cresce più velocemente della quantità di denaro in circolazione, i prezzi scendono. “Faccio una previsione”, afferma. “Il problema sarà la deflazione, non l’inflazione. Se la produzione di beni e servizi aumenta più rapidamente dell’offerta di moneta, si avrà deflazione”. In altre parole, il governo potrebbe immettere nuovo denaro nell’economia senza provocare aumenti generalizzati dei prezzi, perché robot e intelligenza artificiale produrrebbero ancora più velocemente case, energia, trasporti, alimenti e servizi. È una previsione, non una legge economica dimostrata, e presuppone che l’enorme produttività delle macchine si traduca davvero in una maggiore disponibilità di beni per tutti: “Il denaro smetterà di essere importante nel 2036”. Musk aveva espresso lo stesso concetto pochi mesi prima, intervenendo all’Abundance Summit organizzato da Peter Diamandis, anche in quell’occasione aveva previsto un “reddito universale elevato” finanziato attraverso l’emissione di denaro pubblico.
Secondo Musk, AI e robot arriveranno a produrre talmente tanto da esaurire buona parte dei desideri materiali umani. In questa economia dell’abbondanza, il valore del denaro diminuirebbe progressivamente, fino a diventare quasi irrilevante. Il paragone utilizzato è quello della società raccontata in Star Trek, nella quale la tecnologia ha superato la scarsità materiale e l’accumulazione di denaro ha perso la funzione che possiede oggi.
Musk immagina un mondo nel quale tutti ricevono un reddito elevato e possono accedere a quasi ogni bene desiderato. Una nuova forma di libertà, in cui il lavoro smette di essere una necessità e torna a essere una scelta, restituendo alle persone ciò che oggi manca più di tutto: il tempo per vivere.
L'articolo Elon Musk: “Tra dieci anni il denaro potrebbe non servire più” proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista all‘economista Maurizio Franzini, che recentemente ha pubblicato il libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni.
a cura di Daniele Molteni e Antonio Francesco Di lauro
Le disuguaglianze economiche che caratterizzano la nostra società non sono né un fenomeno “naturale” né un destino ineluttabile, ma il risultato di idee e istituzioni che le hanno promosse e che continuano a perpetuarle. In questa intervista a Maurizio Franzini – Professore emerito di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma e già Presidente di Istat – ragioniamo sul complesso tema delle disuguaglianze economiche e sociali e sulle possibili strade per contrastarle.
La disuguaglianza indica una disparità di risorse, condizioni di partenza e opportunità concesse a individui o gruppi, che si manifesta soprattutto in ambito sociale, economico e lavorativo. Diversamente da quanto suggerisce la sua definizione, per molti non si tratta più di una frattura da sanare, bensì di un elemento strutturale, un fatto inevitabile. Com’è stato possibile questo ribaltamento semantico?
Maurizio Franzini: Il ribaltamento della prospettiva è legato, innanzitutto, ad una diffusione sistematica di argomenti atti a giustificare la formazione delle disuguaglianze. I principali sono essenzialmente di due tipi. Il primo presenta l’accumulazione di capitale – per quanto sproporzionata – come frutto del solo “merito” individuale, rimandando alla teoria per cui la ricchezza derivi esclusivamente da capacità e da sforzi personali che hanno portato a “conquistarla”. Ma cosa si intende, in quest’ottica, per merito? Io credo che l’espressione, se usata a questi fini, subisca una pericolosa deviazione. Per la seconda tipologia di argomentazioni, le disuguaglianze sarebbero addirittura necessarie, in quanto motore di crescita economica e di sviluppo per tutta la società.
La concentrazione del reddito e della ricchezza personale, in quest’ottica, favorirebbe l’innalzamento del PIL, portando ad un maggiore benessere diffuso. Naturalmente, opporsi a queste argomentazioni non vuol dire necessariamente essere a favore di una uguaglianza “piatta”. C’è pur sempre disuguaglianza e disuguaglianza: essa, infatti, varia non soltanto in termini di intensità, ma anche in base alle modalità con cui si forma. Bisogna ragionare in questi termini se si desidera avere un approccio non viziato da qualche forma di pregiudizio ideologico a favore degli arricchimenti estremi o, all’opposto, contrario anche alla più limitata delle disuguaglianze. Il mondo in cui viviamo non consente la realizzazione di una piena uguaglianza, ma al contempo genera molte disuguaglianze che restano difficili da giustificare.
Prendiamo un esempio: i superricchi da lavoro, cioè coloro che guadagnano redditi elevatissimi come compenso per le loro prestazioni lavorative. Le categorie più diffuse che rientrano in questa fascia sono essenzialmente tre: i manager d’impresa, i professionisti dello sport – peraltro solo di alcuni sport – e le star dello spettacolo. Chiarito che non abbiamo niente contro queste categorie, è lecito interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso loro di accedere a redditi tanto elevati e molto spesso di accumulare grandi patrimoni. Sinteticamente: le remunerazioni dei manager delle grandi imprese sono cresciute vertiginosamente in concomitanza con le evoluzioni della finanza e le sue ricadute sulla proprietà dell’impresa. L’affermazione in tempi recenti dei cosiddetti fondi passivi che promettono a quanti affidano loro i propri risparmi o patrimoni nulla più che il rendimento di mercato e che sono azionisti di maggioranza di molte grandi imprese a livello globale ha favorito quella crescita vertiginosa avvenuta a danno di lavoratori e piccoli azionisti, i quali ultimi spesso vedono fortemente indebolito, e in vari modi, anche il loro diritto di voto.
Per quanto riguarda le superstar dello sport e dello spettacolo, la spiegazione va ricercata soprattutto nelle innovazioni tecnologiche. In particolare, l’incremento della potenza degli apparati fonici, che consente una buona acustica anche in un grande stadio – e quindi permette audience enormemente maggiori che in passato – così come le tecniche algoritmiche, con tutte le conseguenze in termini di allargamento dell’audience e di possibilità di sponsorizzazioni sempre più ricche. Quindi, ritornando a uno dei due argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza, la differenza non è fatta da un’improvvisa e inarrestabile esplosione di talenti individuali, ma da una rapidissima evoluzione tecnologica (e sociale) che ha nettamente privilegiato alcune categorie.
Nel suo ultimo libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), scritto con Michele Raitano, approfondisce il ruolo di luoghi comuni che nel tempo hanno plasmato in modo decisivo l’immaginario sulla disuguaglianza. Quali elementi emergono come particolarmente decisivi?
Maurizio Franzini: Nel discorso pubblico l’attenzione, già a partire dagli anni Novanta, è stata interamente rivolta alla povertà. Il leitmotiv era questo: il problema è la povertà non la ricchezza, quindi non la disuguaglianza. Ma la ricchezza può essere, di per sé, un problema, specie se è fortemente concentrata e quindi accompagnata a grande disuguaglianza. Ad attenuare ulteriormente l’attenzione per la disuguaglianza ha certamente contribuito il progressivo rafforzamento del messaggio secondo cui l’unico obiettivo è la crescita economica. Grazie ad essa tutti staranno meglio, e non c’è altro problema. Ma non è proprio così, perché non tutti stanno meglio con la crescita e perché contano anche e sotto moltissimi aspetti le distanze tra gli individui, non solo i livelli dei loro redditi.
Non vi è dubbio che non pochi siano genuinamente convinti di queste tesi, ma è ancora meno dubbio che ci siano anche interessi molto forti che perpetuano idee di questo tipo allo scopo di rendere estremamente difficile correggere la rotta che abbiamo intrapreso. Come argomentiamo nel libro, si è diffusa l’idea che ridurre le disuguaglianze è soltanto dannoso (per la crescita) e forse anche impossibile. E si sostiene, in aggiunta, che non vi sarebbe alcun bisogno di ridurre la disuguaglianza perché, negli ultimi tempi, non sarebbe cresciuta. Vi sono ben fondati motivi, indicati nel libro, per sostenere il contrario e, soprattutto, la disuguaglianza non è un problema solo se cresce. L’aspetto forse più preoccupante è che tutti questi argomenti, ripetuti con forte insistenza, finiscono per apparire inconfutabili.
Il rapporto di Oxfam Italia del 2026 evidenzia una crescita allarmante delle disparità economiche e del loro impatto sui sistemi di potere. In che misura queste dinamiche stanno incidendo oggi sugli equilibri democratici?
Maurizio Franzini: È innegabile che ci sia una stretta relazione tra le disuguaglianze e la perdita di rappresentatività nelle democrazie. Un dato che mi ha colpito molto riguarda un’indagine che ha calcolato il numero di miliardari che fanno direttamente attività politica; che non si limitano, quindi, a finanziare e a orientare le campagne elettorali indirettamente. Secondo questa indagine, un miliardario su dieci appartiene a questa categoria. Si arriva dunque alla sparizione di qualsiasi steccato tra l’essere molto ricchi e l’avere molto potere politico. Ci sono altrettanti studi sull’erosione della democrazia, cioè l’indebolimento di alcuni pilastri su cui la democrazia comunemente intesa poggia. Parlo del fatto che, grazie a questa capacità di condizionamento, si possano erodere i famosi check and balance, cioè quelle strutture basate su dispositivi costituzionali che hanno la funzione di limitare concentrazioni di potere smisurato. Ciò mi preoccupa specie perché più creiamo individui che si abituano a questo stato di cose, più perpetuiamo la diffusione di valori che poggiano interamente sul benessere materiale a scapito dell’assetto democratico. Da questo punto di vista, bisogna comprendere che siamo di fronte a un cambiamento antropologico di grande portata.
Come si intrecciano oggi le crisi globali con l’evoluzione delle disuguaglianze interne ai singoli Paesi?
Maurizio Franzini: L’aumento della spesa bellica provoca una sottrazione di risorse da investire in ambito sociale, con tagli consistenti al welfare e all’istruzione. È quasi matematico. Ma non è l’unico modo in cui i conflitti impattano sulla ricchezza. La riduzione di alcune spese sociali si traduce spesso anche in una riduzione immediata del reddito dei lavoratori impegnati in quei settori, con conseguente aumento delle disuguaglianze. Sebbene questo fenomeno riguardi molti Paesi, in alcuni casi crescite demografiche sproporzionate ne hanno ridotto la visibilità, generando comunque un incremento del PIL. In particolar modo, il fenomeno ha interessato Paesi come Cina e India, consentendo loro di accorciare rapidamente le distanze con i Paesi storicamente più sviluppati.
Tuttavia, questo processo non si è rivelato privo di conseguenze: gli squilibri di ricchezza preesistenti hanno visto un’ulteriore impennata a vantaggio di ristrettissime élite. Immaginando di calcolare la disuguaglianza tra tutti i cittadini del mondo, ciò ha provocato un effetto benefico sulla riduzione globale della disuguaglianza dei redditi medi, ma anche un effetto negativo sul livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, i super poveri sono quelli che dispongono di meno di una determinata soglia di reddito giornaliero in potere d’acquisto: nel 1990 ci fu il boom dei super poveri, che portò il loro numero a salire oltre la soglia del 30% della popolazione mondiale. In seguito, a metà del decennio scorso, questa percentuale si ridusse drasticamente al 15%, e il merito principale fu proprio delle politiche di contrasto della povertà assoluta implementate in Cina, dove i super poveri diminuirono di 740 milioni, circa la metà della riduzione complessiva di poveri estremi nel mondo.
Tra gli indicatori di povertà calcolati dalla Banca Mondiale, però, quella appena citata è la soglia giornaliera più bassa. Ce ne sono altre: si calcola quanti vivono con meno di 3 dollari, quanti con meno di 5,50 dollari e quanti con meno di 10 dollari. La cosa che mi ha colpito è che, mentre diminuiva il numero di cinesi sotto la soglia più bassa, aumentava il numero di cinesi sotto i 10 dollari. E non mi pare affatto si possa affermare che loro non siano poveri.
Venendo all’Italia: nel nostro Paese si registrano crescenti divari territoriali e un ampliamento delle condizioni di vulnerabilità. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, nel 2024 un lavoratore su dieci è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea. La povertà, quindi, non riguarda più solo chi è senza lavoro, ma anche i cosiddetti “working poor”. Qual è il legame tra povertà, qualità del lavoro e disuguaglianze?
Maurizio Franzini: Il fenomeno dei lavoratori a basso salario è sostanzialmente nuovo, ma è diventato molto consistente. Naturalmente, per dire quanti sono i working poor dobbiamo stabilire qual è la soglia al di sotto della quale il reddito del lavoratore si può considerare di povertà, e di nuovo incappiamo nella difficoltà di fissarla in modo univoco. A livello europeo, la soglia è il 60% del reddito o del salario mediano. Ma certamente non è l’unico modo di stabilirla. I lavoratori e le lavoratrici poveri sono quelli che hanno contratti a tempo determinato, sono le donne (soprattutto) soggette al part-time involontario, cioè costrette a lavorare poco senza averlo liberamente scelto; in generale, una percentuale molto rilevante di coloro che hanno un contratto d’impiego a tempo parziale vorrebbero lavorare di più ma si devono accontentare. Dunque, non necessariamente il povero è colui che guadagna poco per ogni ora di lavoro svolto, ma è soprattutto colui che, nell’arco di un anno, non riesce a lavorare abbastanza ore.
Per dare una svolta bisognerebbe, innanzitutto, intervenire sulle modalità contrattuali. Va anche ricordato che per l’istituto di statistica europeo, Eurostat, percepire un salario da povertà non equivale a essere povero. Infatti, si tiene conto del complessivo reddito familiare; se quest’ultimo è sopra il 60% del reddito mediano delle famiglie di un determinato Paese, non si è poveri, quale che sia il salario percepito come lavoratore o lavoratrice. Si utilizza quindi il reddito familiare con l’esito di attenuare la povertà lavorativa riferita al reddito del singolo individuo. Il problema di come e se tenere conto sia del reddito individuale che di quello familiare è molto delicato, ma se si intende dare piena dignità al lavoro e alle persone, la scelta di Eurostat appare insoddisfacente.
Fra i cosiddetti working poor poi molti sono giovani. Questo ci consente di analizzare un altro fenomeno, a mio avviso spesso descritto in maniera inadeguata: quello dei cosiddetti NEET (not in education, employment or training), cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. Secondo la visione nazional-popolare, infatti, si tratta quasi sempre di ragazzi ricchi di famiglia che possono permettersi di fare ciò che vogliono. Oltre gli stereotipi, anche qui c’è però un importante problema di rilevazione del fenomeno. I NEET vengono rilevati con sondaggi che cominciano con la domanda: “hai lavorato nell’ultima settimana? sei andato a qualche corso di formazione nelle ultime quattro settimane?”. Se la risposta è “nessuna delle due”, automaticamente si viene classificati come NEET. Non c’è spazio per tutto ciò che precede l’arco delle quattro settimane, né per chi sta semplicemente attraversando un periodo di momentanea difficoltà. Dunque, per moltissimi la condizione di NEET non è persistente (come lascia invece intendere l’ipotesi del fannullone privilegiato) ma temporanea. E il problema del disagio giovanile è riconducibile non al benessere della famiglia, se non per una quota molto piccola di questi giovani, ma soprattutto al fatto che il mercato del lavoro non offre possibilità ai giovani, o ne offre poche e scadenti.
Questa condizione incide direttamente anche sulla natalità: varie indagini suggeriscono che la gran parte delle giovani coppie desidererebbe avere due figli, ma tutti questi fattori li scoraggiano notevolmente. Il problema dei giovani è molto serio, ed è aggravato anche dal fenomeno della over education: molti entrano nel mercato del lavoro troppo tardi e per svolgere mansioni rispetto alle quali le conoscenze e le competenze che hanno acquisito sono sovrabbondanti. Si parla spesso, a ragione, del fatto che in Italia mancano certe competenze, ma non si parla affatto del fenomeno opposto – che pure esiste.
Su quale modello di ragionamento e di intervento è necessario basarsi, a suo avviso, se si intende ridurre le disuguaglianze in modo concreto?
Maurizio Franzini: Si tratta di un complesso di questioni articolate, ma proverò a delineare alcune delle cose a cui bisognerebbe guardare per dare un indirizzo diverso alle politiche di contrasto di questi fenomeni, senza crogiolarsi nell’idea che il mondo offra a tutti molte opportunità e che la colpa sia di chi non le coglie o non è capace di valorizzarle. Sulle politiche predistributive ci sarebbe un lungo elenco da fare; direi però che certamente occorre accrescere le dotazioni di capitale umano di chi ne ha poco, non per demerito ma per mancanza delle condizioni di partenza necessarie per acquisirlo. Inoltre, la politica dovrebbe migliorare le condizioni concorrenziali dei mercati. È un aspetto che personalmente considero molto sottovalutato: quando ostacoliamo l’ingresso di nuovi soggetti nei mercati, non sappiamo cosa perdiamo, cioè non sappiamo chi resta fuori e cosa sarebbe capace di fare, magari chi resta fuori è più bravo di chi sta già dentro. La società deve rischiare. Sono politiche predistributive anche quelle che mirano a cambiare i rapporti di potere all’interno delle imprese; il fatto che le imprese siano più orientate al valore per gli azionisti – il cosiddetto shareholder value – piuttosto che al valore per tutti i soggetti interessati, fa una differenza rilevante.
Una delle ragioni per cui si dice che la disuguaglianza fa bene alla crescita è che si immagina che se c’è disuguaglianza, c’è risparmio, e se c’è risparmio ci sono investimenti produttivi. La realtà è che il risparmio, spesso, finisce in larghissima parte nei circuiti finanziari e non in quelli produttivi. Intervenire su questo significa, dunque, indirizzare i risparmi verso i circuiti produttivi piuttosto che verso quelli esclusivamente finanziari, ampliando la concorrenza nei mercati e le possibilità di innovazione attraverso investimenti maggiori: una serie di azioni che hanno un impatto molto rilevante sulle disuguaglianze. L’indice di Gini che misura le disuguaglianze, riferito ai redditi guadagnati nei mercati – quindi prima della redistribuzione – alla fine degli anni Ottanta, era dell’ordine del 38%; oggi, dopo una crescita rilevante e sostanzialmente continua, si attesta a più del 50%. Quello che abbiamo avuto, dunque, è che fenomeni relativi al mercato del lavoro, alla concentrazione dei beni e dei servizi e alle rendite reali hanno prodotto questo effetto. E se le cose continuano ad andare così, pensare di correggerle soltanto attraverso la ridistribuzione equivale a un’illusione. In conclusione, parlare di disuguaglianze in un altro modo è una grande sfida culturale, che coinvolge la visione del mondo, il ruolo delle persone, i valori di cui sono portatori e le ragioni da cui dipende il nostro benessere, in ogni sua forma.
(Intervista a cura di Pandora Rivista)
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Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, ha adottato, ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 4, della direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, una deliberazione di dichiarazione della sussistenza dei motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, legati alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica, per la realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria. La deliberazione fa seguito agli adempimenti istruttori disciplinati dal decreto-legge 11 marzo 2026, n. 32, ed è fondata sul provvedimento del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica del 2 luglio 2026, relativo alla ricognizione delle valutazioni ambientali e all’assenza di soluzioni alternative, e sul provvedimento del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 3 luglio 2026, relativo alle conseguenze dell’opera sulla sicurezza pubblica e sulla salute dell’uomo. Tre siti interessati dall’opera rientrano nella Rete Natura 2000: a fronte dell’incidenza sui relativi habitat sono previste misure di compensazione idonee a garantire la coerenza globale della rete. Il Consiglio dei ministri ha inoltre autorizzato la trasmissione della deliberazione e dei relativi provvedimenti, per informazione e per il tramite del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, alla Commissione europea.
La direttiva 92/43/CEE (direttiva Habitat) disciplina la deroga per la realizzazione di piani o progetti che, nonostante un esito negativo della valutazione di incidenza (VIncA) e in mancanza di soluzioni alternative, devono comunque essere approvati per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico (IROPI), imponendo l’adozione di tutte le misure compensative necessarie per garantire la coerenza globale di Natura 2000.
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Stai riscontrando fastidiosi problemi con Spotify su Android? L'app si blocca, la musica si interrompe o l'interfaccia è diventata lenta? Se hai risposto di sì, sappi che non dipende dal tuo smartphone. Sei in ottima compagnia: un bug sta colpendo un numero sempre maggiore di utenti in tutto il mondo. Infatti il problema è così diffuso che la stessa Spotify ne è perfettamente a conoscenza.
Analizziamo insieme i sintomi più comuni, le possibili cause e cosa puoi fare in attesa di una soluzione ufficiale.
I malfunzionamenti segnalati dagli utenti sono chiari e, con ogni probabilità, ti suoneranno familiari. Molti lamentano un'esperienza d'uso peggiorata in modo progressivo, che ha trasformato un'app un tempo fluida in una fonte di frustrazione.
Ecco i problemi con Spotify su Android più comuni:
La musica si ferma senza un motivo apparente, costringendoti a riaprire l'applicazione per farla ripartire. Purtroppo non è neanche la prima volta che gli utenti riscontrano difficoltà nell'utilizzare l'app. Se ti ritrovi in questa descrizione, continua a leggere per capire perché sta succedendo.
Il primo istinto è spesso quello di dare la colpa al proprio dispositivo. In questo caso, però, non è così. I problemi colpiscono una vasta gamma di smartphone, dai top di gamma più recenti ai modelli di fascia media più datati.
Il disagio è così esteso che Spotify ha aperto un thread ufficiale sulla sua community per raccogliere le segnalazioni, confermando che la causa risiede nel codice dell'applicazione. Curiosamente, gli utenti iOS e PC sembrano riscontrare queste difficoltà in forma minore.
Sebbene manchi una comunicazione ufficiale sulle cause tecniche, l'ipotesi più accreditata è che l'app sia diventata troppo pesante.
Negli ultimi anni, Spotify ha integrato numerose funzionalità: podcast, audiolibri, nuove interfacce e molto altro. Quando si stratificano nuove funzioni senza un'adeguata ottimizzazione del codice, il risultato è un'applicazione che richiede sempre più risorse. La gestione della memoria del client Android sembra essere il punto debole, causando i rallentamenti e i blocchi che molti utenti stanno sperimentando.
Nell'attesa di un fix ufficiale per i problemi di Spotify su Android, le soluzioni classiche possono offrire un sollievo momentaneo.
Puoi provare a:
Diversi utenti hanno confermato che queste procedure aiutano, ma l'effetto è purtroppo temporaneo. Infatti dopo poche ore o qualche giorno di utilizzo, i problemi tendono a ripresentarsi.
La risposta è semplice: queste azioni agiscono sul tuo dispositivo, ma non correggono il problema alla radice, che risiede nel software di Spotify. È come svuotare l'acqua da una barca con una falla: un aiuto momentaneo che non risolve la perdita. La soluzione vera e propria può arrivare solo dagli sviluppatori dell'app con un aggiornamento mirato.
Qui arriviamo alla nota dolente. Nonostante il problema sia noto e ufficialmente riconosciuto, Spotify non ha ancora fornito una tempistica per il rilascio di un aggiornamento risolutivo. Al momento l'azienda sta raccogliendo feedback, ma tutto tace su una possibile data di rilascio di un patch.
In un mercato competitivo con alternative come YouTube Music e Apple Music, un'esperienza utente scadente è un rischio che Spotify non ci si può permettere a lungo. La speranza è che la pressione della community spinga l'azienda ad agire in fretta.
Per ora, non resta che armarsi di pazienza.
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Texas state Rep. James Talarico voted in five elections using his parents’ address after purchasing a home for himself nearby, a practice that may have violated state voting laws, ProPublica and The Texas Tribune found.
This comes weeks after Talarico accused Attorney General Ken Paxton, his opponent in the race for U.S. Senate, of voter fraud for similar actions. The news organizations reported in July that Paxton voted using an address where his estranged wife, state Sen. Angela Paxton, said he hasn’t lived for two years.
Paxton has made eradicating voter fraud a cornerstone of his time in office by advocating strict enforcement of the law, including in cases against voters who allegedly used false addresses when casting ballots. Paxton’s campaign has said he is a “lawful, registered Texas voter” but has repeatedly declined to answer detailed questions about his residency and voting history.
Piecing together Talarico’s voting history is more difficult than it is for Paxton. Talarico, unlike the attorney general, redacts his address on the Travis County voter rolls under a state law that allows some public officials to shield personal information for safety reasons. But unredacted records Talarico’s campaign provided the newsrooms show that he listed his parents’ address on his voter registration in November 2021.
He purchased a home in June 2022 but did not change his voter registration address until September 2024, the news organizations’ review of Travis County records shows. The new address is redacted, but Talarico’s campaign previously told the newsrooms that he currently lives and is registered to vote at the north Austin home he owns.
Talarico’s campaign declined to answer questions about his residency and voting history, including when he began living at the home he owns. Campaign spokesperson JT Ennis said “right-wing actors” had made “credible threats” about trying to locate Talarico and his family.
Texas law requires that residents register to vote where they live. This ensures they are voting for those who actually represent them. The provisions of the law, however, are “broad and vague,” said Andrew Cates, a Texas ethics attorney.
Courts have previously ruled that there is no single way to determine a voter’s residence, and prosecuting such cases requires proof that a voter “knowingly” or “intentionally” broke the law.
Given this, Cates said he doubts that either Talarico or Paxton committed voter fraud, but he said Paxton should be held to a higher standard. As the state’s top lawyer, Paxton is responsible for enforcing election laws and has aggressively pursued alleged violators.
“When the top officials go looking for people to skewer for it, and then do it themselves, it really smacks of hypocrisy,” Cates said.
In 2024, Paxton helped oust judges on Texas’ highest criminal court who prevented him from unilaterally prosecuting election crimes. And, two weeks before this year’s primary election, Paxton announced the creation of an election fraud tip line. His office warned Texans that “it is illegal to misrepresent your residence on election records or to establish a residence for the purpose of influencing the outcome of an election.”
Paxton’s unyielding stance on election crimes fueled charges from Talarico and other critics that he considers himself above the law.
“Our Republican secretary of state here in Texas has already said that our elections are safe and secure,” Talarico said at a Houston campaign event last month. “But as our state’s attorney general, Ken Paxton has gone on a voter fraud witch hunt. Turns out, he was committing voter fraud the whole time.”
Last week, Paxton hit back.
In a news release and on social media, Paxton said Talarico broke state law, citing reports from conservative news outlets suggesting the Democrat had not lived in the district for at least a year when he was elected to the Texas House in 2022. Talarico, Paxton said, “blatantly committed election fraud showing a complete disregard for Texas residency requirements.”
Records provided by Talarico’s campaign appear to show that he did comply with residency requirements during the period scrutinized by the conservative outlets.
In October 2021, Talarico announced he would move to the area where he grew up after Republicans redrew his Texas House district to favor their party.
Talarico updated his address to his parents’ home in the new House district on his voter registration, on his driver’s license and with the U.S. Postal Service on Nov. 5, 2021, according to records his campaign provided. Those include a photo of his voter registration application and screenshots of receipts from the Texas Department of Public Safety and USPS. Talarico also rented a 10-foot U-Haul moving truck for six hours that day, according to a screenshot of a receipt.
The changes happened three days before the one-year cutoff, making him eligible to run for that seat.
The records also contradict a claim by one of the conservative outlets that there was no evidence Talarico moved to his parents’ house when he registered to vote there. Paxton seized on that report to accuse Talarico of voter fraud during the 2022 election.
The newsrooms’ findings about Talarico are different because they analyzed the period after the lawmaker purchased a home and found that he continued to vote using his parents’ address. Talarico’s house is in the same county as his parents’ home, which is about 6 miles away. It is in the state House district he represents but in different jurisdictions for some local elections.
Asked about the apparent discrepancy in Talarico’s voter registration and residency, his campaign shifted blame onto the attorney general.
“This is a lame attempt by Ken Paxton to deflect from his own hypocrisy and career of corruption,” Ennis said in a statement, nodding to Paxton’s legal troubles.
Paxton was impeached by the Texas House in 2023 and investigated by the Department of Justice over corruption charges. The state Senate acquitted him, and the federal government dropped its case. Paxton also spent nearly nine years under indictment for felony securities fraud charges that were dropped in 2024.
For his part, Paxton and his campaign on Monday again did not answer questions about the news organizations’ finding that he voted six times over a two-year period while registered at a Collin County home where he appeared to no longer live. It is unclear where Paxton lived during that time, but the publications’ reporting has linked him, and a woman believed to be his girlfriend, to a home in neighboring Denton County since February. As the home is in a different county, voters there select an entirely different slate of local officials than in Collin County.
Paxton spokesperson Madison Cercy doubled down on accusations that Talarico was ineligible to be elected to his seat and also committed voter fraud.
“The only person who has committed voter fraud in the Texas Senate race is James Talarico,” she said. She did not provide evidence of Talarico’s alleged lawbreaking beyond the reports from the conservative outlets.
Matthew Wilson, a political science professor at Southern Methodist University, argued Paxton’s and Talarico’s cases highlight how easy it can be to “run afoul of the letter of the law,” even as Republican lawmakers push for more stringent enforcement of voting restrictions.
“I think it could be reasonably used as a charge of hypocrisy against either of them because both of them have condemned the other for an action quite similar to what they themselves appear to have done,” Wilson said.
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Sembra proprio che tenere a bada i modelli IA sia complicatissimo e Anthropic sta accumulando una certa esperienza nel settore. L’azienda ha infatti rivelato che alcuni modelli della famiglia Claude sono riusciti ad accedere ai sistemi di tre organizzazioni reali durante esercitazioni di sicurezza, trasformando test che avrebbero dovuto svolgersi in ambienti controllati in vere […]
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Dopo che tre leonesse sono morte, altri tre leoni sono in condizioni critiche allo zoo di Tama, nella periferia occidentale di Tokyo, a causa di un’ondata di calore record che ha colpito nei giorni scorsi il Giappone. Altri tre animali, due maschi e una femmina, che nonostante le misure di protezione messe in essere nello zoo non riuscivano a reggersi in piedi, sono stati trasferiti dal personale affinchè trascorrano la convalescenza in un recinto interno dotato di condizionatori portatili. Tra il 28 luglio e il 2 agosto scorsi erano morte Mugi, 3 anni, Ichigo, 11 anni, e Ruena, 15 anni. Le autopsie avevano evidenziato una disidratazione grave e sistemica, con una sindrome da disfunzione multiorgano, compatibili con un colpo di calore. L’amministrazione metropolitana, che gestisce il parco, ha commissionato indagini esterne per accertare le cause definitive. La crisi, raccontano i media locali, era iniziata a metà luglio, quando due dei 16 leoni dello zoo (in totale 5 maschi e 11 femmine) hanno manifestato perdita di appetito e letargia. I sintomi si sono poi estesi a dieci animali, alcuni dei quali hanno perso conoscenza. Nonostante le cure con fluidi endovena, ventilatori e nebulizzatori, e la chiusura dell’area espositiva, le tre leonesse non sono riuscite a sopravvivere. L’evento è senza precedenti per lo zoo, che alleva ed espone i felini dal 1964. Il contesto climatico è estremo: secondo l’Agenzia meteorologica giapponese (Jma), 34 località hanno oltrepassato i 40 gradi quest’estate, superando il record di 30 casi registrati nell’intero 2025. Le temperature medie del Giappone occidentale a fine luglio sono state le più alte dal 1946.
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In the last 10 months, residents in neighborhoods across Omaha, Nebraska, have contacted the city and federal government after tests by the Flatwater Free Press and ProPublica showed they had enough of the toxic metal in their yards for the dirt to be dug up and replaced under Environmental Protection Agency rules.
But the responses they’ve received have been inconsistent.
Three of them received new testing and were promised additional cleanup. Yet others were denied a new cleanup or told the news organizations they never heard back.
One resident said the city tested her yard, found it exceeded the EPA’s lead contamination level and sent her a letter saying cleanup was necessary. Months later the city backtracked, saying she did not qualify because she lived outside the primary cleanup zone. Another said she called 14 times before the city told her it would not retest because she hadn’t built or demolished anything in her yard since the EPA replaced the soil in 2012.
The EPA and the city have spent decades cleaning up residential properties in east Omaha after a century of pollution from a lead smelter and other factories downtown. The EPA had set a lead level that it uses to determine which properties to clean up, and the news organizations’ tests found these residents’ yards were over the limit.
But the city said that according to EPA rules, it can’t rely on testing by the newsrooms or any other groups to drive testing and cleanup decisions.
Peter Olson thought he was one of the lucky ones. His yard was one of thousands that the federal government had dug up and replaced since cleanup began in 1999. But a Flatwater Free Press and ProPublica soil test conducted in September showed he had too much of the toxic metal in the yard. When his wife contacted the EPA, Olson hoped a federal employee would offer another test and cleanup.
Instead, all the agency could do was examine a small area in the backyard where a deck once stood, according to an email Olson shared from an EPA project manager for the site. The rest of the yard, including an area that was high for lead in the news organizations’ tests, was ineligible, the agency said without explaining why.
The city told Mary Royers it could test her soil because a shed had been demolished and a garage had been built in her backyard, which could have disturbed or uncovered contaminated soil. Unlike with Olson, the city analyzed the whole yard and agreed to clean up several areas around her house.
Olson said he and his wife agreed to the more limited testing the EPA offered them, though they worry about what might be in the rest of their yard. They’re currently waiting for the testing.
An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.
Omahans’ dirt generally qualifies for cleanup if it has more than 400 parts per million of lead in it — about the equivalent of a marble dispersed in a 10-gallon bucket of soil. The EPA adopted that standard in 2009. To date, contractors have dug up and replaced nearly 14,000 yards, mostly in a 27-square-mile area on the city’s east side, which has been declared a federal Superfund site. In 2015, the agency handed over remaining remediation work to Omaha.
Asked about the different responses residents have received, EPA spokesperson Kellen Ashford said in an email that each property is unique, and new sampling depends heavily on whether site conditions have changed because of construction or demolition that might have disturbed or exposed the soil.
“EPA strives to be fair and equitable in its decision-making process while adjusting to changes in agency policies, funding, and cleanup approaches,” he said.
Steve Zivny, who leads Omaha’s Lead Information Office, also said these decisions are made on a case-by-case basis. The city is able to test and clean up within the site but must seek approval from the EPA before doing any work outside those boundaries. The city is paid with settlement money from the smelter and other polluters.
Recently, the city sent letters to some residents outside the boundaries of the Superfund site saying they needed cleanup but reversed course after the EPA said the homes would not qualify, Zivny said.
Amy Haney lives about a half-mile outside the site’s western edge, a boundary the EPA drew by estimating where only a small percentage of homes were likely to have high lead levels. As a result, Haney’s home was never tested. But a Flatwater Free Press and ProPublica test found it had nearly 1.5 times the level that would qualify for a lead cleanup.
The result felt like a “kick in the gut,” she said. The news organizations tested 35 properties within a three-quarter-mile radius of Haney’s home. Four, including Haney’s house, were above the cleanup level.
Haney contacted the city, which told her the EPA would retest her home this summer.
While the EPA has cleaned up homes outside the site in the past, Ashford said any sampling beyond the site’s bounds right now is for investigative purposes only, and those homeowners may not be eligible for remediation.
The agency’s priority is cleaning up within the Superfund site as well as properties that impact children, he said.
Even when kids test high for lead, however, the city and the EPA don’t always retest yards.
Sabrina, a north Omaha resident whose soil we tested, said doctors found lead in three of her children. (She asked that her last name not be published to protect their identities.) In 2020, after her daughter’s blood-lead test, the city and a nonprofit replaced windows that contained lead-based paint. But they didn’t test the yard.
The only information Sabrina said she received about the dirt was the EPA test results from 2003 that showed the yard didn’t qualify for cleanup.
“I felt like that was kind of a lazy response,” Sabrina said. Despite the window replacements, doctors have found lead in her other kids’ blood.
The Flatwater Free Press and ProPublica tested her soil in May and found the lead was over the cleanup level and twice as high as the EPA’s 2003 test records showed.
Sabrina requested a new test, but the city denied it, saying no work had been done on the property and it couldn’t rely on the newsrooms’ results.
Zivny said the city has asked the EPA to revisit that decision in light of her children’s blood test results.
The post Lead Contamination Is Still a Problem in Omaha. Why Is the City Cleaning Up Some Yards and Not Others? appeared first on ProPublica.

Desideriamo informarvi che gli uffici della Segreteria ARI
resteranno chiusi per ferie dal 10 agosto al 21 agosto compreso.
Vi auguriamo buone vacanze!
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:
[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE
Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per liberare…
In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta… Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?
La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!
Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue «soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.
Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per «mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di «unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali, come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli armamenti!
La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!
È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le nostre lotte dallo Stato.
Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati; sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.
Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto reciproco.
Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno, opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.
Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.
Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.
Assemblea antimilitarista a Bruxelles
[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION
Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar, Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser pour libérer…
En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout, s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité ? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?
La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !
Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses « solutions », offrant au système économique un mécanisme de destruction/reconstruction et de contrôle social.
Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour « sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population, notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de l’armement !
La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !
Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle : organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos luttes de l’État.
Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ; soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.
Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.
Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.
Assemblée antimilitariste à Bruxelles
[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN
¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución
Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…
En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para “perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra perspectiva posible?
¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!
Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las “soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción, reconstrucción y control social.
El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria armamentística!
La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!
Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala: organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer las luchas contra el Estado.
Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas; defender una perspectiva internacionalista.
Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua. Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos por una vida de libertad.
Ni guerra ni “paz”, revolución.
Asamblea Antimilitarista – Bruselas
Altre lingue/other languages:
ČESKY: https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce [3] # PDF [4]_
PORTUGUÊS: https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao [5] # PDF [6]_
Calamità di dimensione regionale e relativamente contenuta vengono spesso classificate come emergenze nazionali, con procedure più lunghe e ritardi negli indennizzi. La correzione potrebbe consistere nella compartecipazione alle spese delle regioni.
L'articolo Stato di emergenza in stato di attesa* proviene da Lavoce.info.
Con lo Stretto di Hormuz (quasi) occluso Riyad si trova a fare i conti con rotte mercantili lunghe e complicate, con un calo della produzione petrolifera e con finanze pubbliche sotto pressione. L’intesa nucleare con gli Stati Uniti e i colloqui con l’Iran. Nel mezzo la rivalità strutturale con gli Emirati Arabi Uniti.
Riceviamo e diffondiamo:
Il Nera scorre ma non dimentica
Domenica 23 agosto dalle 10:30
Laghetto di Gavelli
(Sant’Anatolia di Narco, Umbria)
CONTINUIAMO A PARLARE DI SARA E SANDRO

Le esercitazioni Han Kuang Mercoledì 5 agosto sono cominciate a Taiwan le Han Kuang, le esercitazioni militari più importanti dell’isola. Si tengono ogni estate dal 1984 e servono a testare la capacità delle forze armate della Repubblica di Cina di reagire a un eventuale attacco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina continentale. Fino al 14 agosto si sviluppano dieci giorni ...
L'articolo Taiwan Files – Han Kuang, Trump-Xi, politica interna, cinema proviene da China Files.
Calamità di dimensione regionale e relativamente contenuta vengono spesso classificate come emergenze nazionali, con procedure più lunghe e ritardi negli indennizzi. La correzione potrebbe consistere nella compartecipazione alle spese delle regioni.
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read more "Nuclei impenetrabili di senso. Su “Lina e il sasso” di Mauro Covacich"


L’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara, il presidente Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa con l’Iran firmato il 17 giugno. Nella settimana successiva l’escalation ha ripreso ritmo. Gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e colpito circa 170 obiettivi in Iran, mentre Teheran ha risposto attaccando navi commerciali nello Stretto di Hormuz e installazioni militari americane negli stati del Golfo. Come già durante i quattro mesi di guerra aperta, i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) si sono ritrovati bersaglio di un conflitto deciso altrove, e la difesa del loro territorio è dipesa dall’ombrello militare statunitense e israeliano, che nessun altro attore era in grado di fornire.
Washington resta dunque l’unico garante possibile della sicurezza del Golfo, eppure le monarchie del GCC continuano a diversificare verso la Cina invece di stringersi agli Stati Uniti. La risposta sta nella distinzione che il GCC ha imparato a fare tra la capacità militare americana, che resta senza alternative, e l’affidabilità strategica americana, su cui la guerra ha lasciato dubbi.
Sul piano militare non esiste ancora un sostituto di Washington. Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 gli Stati Uniti hanno fornito metà di tutte le importazioni di armi del Medio Oriente e Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati tra i primi acquirenti al mondo. A questo si aggiunge un’architettura fisica costruita in decenni. La base aerea di Al Udeid in Qatar è la più grande installazione americana della regione e ospita il comando avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la Quinta Flotta ha il suo quartier generale a Manama, e basi come Al Dhafra negli Emirati e Camp Arifjan in Kuwait completano una rete di presenza, condivisione di intelligence e addestramento che nessun’altra potenza è in grado di replicare. In confronto, la presenza militare cinese nella regione resta marginale.
La guerra ha reso questo dato ancora più evidente, dato che solo l’integrazione con le difese statunitensi e israeliane ha permesso di intercettare la maggior parte dei raid iraniani. Al tempo stesso, però, il conflitto ha alzato il prezzo politico dell’allineamento con Washington. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una reale consultazione dei partner del Golfo, che ne hanno poi subito le conseguenze sul proprio suolo. Alcuni esponenti americani, come il senatore Lindsey Graham, hanno anche chiesto pubblicamente un maggiore coinvolgimento delle monarchie, con un tono che a Riyadh e Abu Dhabi è suonato come un’imposizione più che come una richiesta tra alleati. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti diventeranno i guardiani dello Stretto di Hormuz e che dovrebbero essere rimborsati per il servizio. Per il GCC il messaggio è chiaro, e conferma che la protezione americana è una prestazione a condizioni negoziabili, non una garanzia.
A rendere il conto ancora più salato c’è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz passava prima della guerra un quinto del petrolio mondiale, con circa 110 navi al giorno in transito, ridotte nei momenti peggiori del conflitto a poco più di una dozzina. Per economie che hanno scommesso la propria trasformazione su turismo, logistica, hub tecnologici e progetti come NEOM, la città futuristica che Riyadh sta costruendo sul Mar Rosso, una guerra permanente sul proprio confine marittimo mette in discussione l’intero modello di sviluppo. La sicurezza fornita da Washington protegge il territorio del GCC, ma non protegge il suo modello di business, che ha bisogno di una stabilità che la deterrenza da sola non produce.
Fuori dall’ambito militare il quadro si rovescia. La Cina è il primo partner commerciale del Golfo e il principale acquirente del suo petrolio, e l’interdipendenza si sta strutturando ben oltre il barile. L’esempio più chiaro è Saudi Aramco, che ha acquisito una quota del 10% del colosso petrolchimico cinese Rongsheng per 3,4 miliardi di dollari, legandola a una fornitura di lungo periodo di 480.000 barili al giorno, e che sta negoziando partecipazioni incrociate nelle raffinerie dei due Paesi. La compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) ha firmato con la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) contratti pluriennali di fornitura di gas naturale liquefatto e QatarEnergy ha commissionato ai cantieri cinesi 18 metaniere giganti per quasi 6 miliardi di dollari, il più grande contratto navale singolo della storia dell’industria. Si tratta di accordi che vincolano le due economie per decenni, non transazioni di mercato.
Sul terreno tecnologico la competizione tra Washington e Pechino si gioca su intelligenza artificiale e data center, settori in cui Arabia Saudita ed Emirati stanno investendo centinaia di miliardi di dollari e in cui la Cina offre un’alternativa credibile ai fornitori americani. Le reti 5G del Golfo sono state costruite in gran parte da Huawei e ZTE, e i fondi sovrani della regione hanno investito miliardi nell’industria cinese dei veicoli elettrici, con la quota di Abu Dhabi in NIO e le joint venture di Aramco con BYD.
C’è poi la dimensione diplomatica, dove i percorsi delle monarchie divergono in modo rivelatore. Gli Emirati sono entrati formalmente nei BRICS il 1° gennaio 2024. L’Arabia Saudita, invitata nello stesso allargamento, non ha mai depositato gli strumenti di adesione e partecipa ai lavori del blocco come membro di fatto, evitando di formalizzare un’adesione che avrebbe un costo politico a Washington. È il doppio binario applicato persino all’architettura istituzionale, mentre secondo le stime la quota di petrolio saudita regolata in renminbi è passata da quasi zero nel 2022 al 15-20 per cento a metà 2026. La mediazione della guerra è passata dal Pakistan e dal Qatar, non dalla Cina, e sono ancora loro a lavorare per riportare le parti al tavolo dopo il collasso della tregua.
Il ruolo di Pechino è stato tuttavia tutt’altro che assente. Secondo le ricostruzioni, l’approvazione iraniana del primo cessate il fuoco di aprile è arrivata dopo una pressione cinese dell’ultimo minuto su Teheran. È il tipo di influenza che interessa alle monarchie del Golfo, e che nessuna quantità di deterrenza americana può replicare, dato che la Cina è l’unica potenza in grado di esercitare una leva reale sull’Iran senza l’utilizzo delle armi. Il riferimento del Golfo resta però il riavvicinamento saudita-iraniano del marzo 2023, negoziato con la regia di Pechino, che ha dato a Riyadh un modello per gestire Teheran attraverso la diplomazia invece della sola deterrenza.
Il GCC non sceglie tra Stati Uniti e Cina, li usa entrambi in ambiti diversi e in modo consapevole. La lettura più netta arriva da Foreign Policy, secondo cui la potenza militare americana è reale mentre il seguito strategico americano è inaffidabile. È proprio questo scarto che spiega perché il Golfo abbia costruito solidi rapporti commerciali con Pechino e rifiuti di organizzare la propria politica estera attorno alle sole priorità di Washington.
Il doppio binario ha però confini precisi, e il primo lo pongono gli stessi Stati Uniti. Le monarchie evitano di concedere basi militari cinesi o di superare altre linee rosse poste da Washington, perché mettere a rischio l’accesso ai chip avanzati e all’equipaggiamento americano avrebbe un costo troppo alto. Il caso più istruttivo è quello di G42, il campione emiratino dell’intelligenza artificiale, che sotto pressione americana ha ceduto tutte le sue partecipazioni cinesi, inclusa una quota da 100 milioni di dollari in ByteDance, in cambio dell’accordo da 1,5 miliardi con Microsoft. Quando Washington ha imposto una scelta binaria sulle tecnologie sensibili, Abu Dhabi ha scelto Washington, come già aveva fatto rinunciando agli F-35 piuttosto che rispondere alle condizioni americane sui legami con Pechino.
Il secondo confine lo ha tracciato la guerra stessa. Le segnalazioni sull’uso di satelliti cinesi da parte dell’Iran per localizzare le basi statunitensi nel Golfo, e sul rischio di forniture militari cinesi a Teheran, hanno ricordato alle monarchie i limiti di qualsiasi partnership con Pechino quando in gioco c’è la loro difesa diretta.
Il terzo limite è interno al blocco, perché il GCC non ha reagito alla guerra come un attore unico. L’Arabia Saudita ha spinto per la de-escalation e per i negoziati mediati dal Pakistan, una scelta coerente con la sua vulnerabilità. Il regno ha già visto colpito da un drone l’oleodotto East-West, l’infrastruttura che gli consente di esportare aggirando Hormuz, e i megaprogetti di Vision 2030 hanno bisogno di un decennio di stabilità per stare in piedi. Gli Emirati, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani, hanno seguito la traiettoria opposta. Hanno adottato la linea più dura verso Teheran, hanno lasciato l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) a maggio 2026 e hanno rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele, al punto che un parlamentare iraniano li ha avvertiti pubblicamente per il presunto supporto alla campagna militare americana. Il doppio binario esiste in entrambe le capitali, ma con intensità e forme diverse. Riyadh lo usa per tenersi aperte tutte le opzioni, Abu Dhabi per pesare di più dentro l’alleanza americana.
Il doppio binario regge finché Washington non chiederà al Golfo di scegliere. Per ora gli Stati Uniti tollerano la diversificazione economica e tecnologica verso la Cina, a condizione che le linee rosse militari restino intatte. Il collasso della tregua rende questo equilibrio più oneroso da mantenere per entrambe le parti.
La tenuta del modello dipende dunque in conclusione da due variabili. La prima è quanto a lungo la Cina resterà marginale sul piano della sicurezza, l’unico ambito in cui il Golfo non dispone di alternative agli Stati Uniti. La seconda è quanto a lungo Washington accetterà di garantire quella sicurezza a paesi che, su tutto il resto, continuano a guardare altrove.
N ell’estate del 1979, sulla spiaggia di Castelporziano, lungo il litorale romano, si sono radunati Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs e altri poeti della beat generation per partecipare al Festival internazionale dei poeti, passato alla storia come “mito riuscito” e “magia mediterranea irripetibile” o come “vittoria dell’effimero, dello spettacolo trash”. Sullo stesso litorale, oggi alla fine di ogni estate, si raccolgono le persone disabili per partecipare a una festa, evento conclusivo dei progetti di inclusione sociale promossi dalla presidenza della Repubblica. Castelporziano, come luogo condiviso nel tempo, con la sua memoria di corpi “mad” e marginalizzati e con il suo presente di corpi non conformi parla di una continuità, parla del proseguimento di un discorso collettivo iniziato dalla beat generation sul piano estetico e sviluppato decenni dopo dai disability studies sul piano politico.
La produzione poetica e narrativa della beat generation può essere riletta, alla luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale. In testi come Howl di Allen Ginsberg, la narrativa di soggetti “mad”, tossicodipendenti, queer e marginalizzati costruisce un immaginario in cui il corpo e la mente non conformi emergono come controfigure radicali della società disciplinare americana del dopoguerra. Questa rappresentazione può essere messa in relazione con la teoria della normalità elaborata negli anni Novanta da Lennard J. Davis, secondo cui la “normalcy” non è una condizione naturale ma una costruzione storica che produce esclusione e che l’autore associa alla nascita dei discorsi sulla nazione.
In Enforcing normalcy Davis mostra come il moderno Stato-nazione abbia costruito la propria identità non solo sulle spalle dei soggetti colonizzati, ma anche sulla minoranza costituita dalle persone disabili. Nel 1995 l’autore chiede di aggiungere la disabilità alla triade “razza, classe e genere”, invitando il pensiero progressista a superare i propri limiti nei ragionamenti sull’oppressione. Ed è proprio l’oppressione a rappresentare il dispositivo concettuale attorno a cui entrano in contatto la poetica beat e il movimento dei disability studies.
La produzione della beat generation può essere riletta, alla luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale.In “Allen Ginsberg: Howl (for the queer and disabled Americans)” (2020) Ben Berman Ghan scrive: “In Ginsberg cogliamo […] un desiderio ardente di ritrovare New York e l’America in espressioni di sé più radicali, che debbano fare spazio alla diversità della disabilità e della sessualità. A differenza di altri poeti, che ritraggono l’America attraverso una lente utopica, Ginsberg trova la sua America nell’abbraccio del caos e dell’autodistruzione, lasciando che i corpi queer e disabili trascinino gli Stati Uniti all’inferno, dove forse potrebbero essere liberi”. I corpi su cui si concentra Ginsberg sono corpi spesso “distrutti dalla follia” e che “si tagliano i polsi tre volte di seguito senza successo”. “I corpi di Ginsberg – continua Berman Ghan ‒ sono brutti, insanguinati e sofferenti, e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa nel viaggio attraverso l’America che la poesia descrive”.
Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto da Rosemarie Garland-Thomson, una delle voci più influenti dei disability studies contemporanei. Nella sua ricerca che nasce dall’incontro tra femminismo, visual culture studies e teoria della disabilità, Garland-Thomson ha ripensato il rapporto tra sguardo, corpo e potere. In “Misfits: A Feminist Materialist Disability Concept” (2011), l’autrice parla di “misfit” (“persona disadattata”) analizzando come identità ed esperienza vissuta nella condizione disabile si collocano nello spazio e nel tempo. Secondo Garland-Thomson, la disabilità non risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente, nell’interazione tra corpo e mondo.
L’istituzione, in questa prospettiva, non è neutra, ma contribuisce a definire quali corpi possano essere considerati funzionali, efficienti e quindi “abili”. La visione alla base di “misfit” permette di interpretare retrospettivamente i corpi beat come corpi in disallineamento strutturale rispetto all’ambiente sociale. In Howl, gli “angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night” non sono soltanto individui segnati da follia o marginalità, ma soggetti che “non si adattano” alle strutture materiali e simboliche della società americana (in Ginsberg, però, la sofferenza psichica diventa anche apertura percettiva e spirituale, mentre la prospettiva teorica contemporanea dei disability studies insiste sulla necessità di separare l’esperienza della disabilità dalla sua romanticizzazione, restituendole invece una dimensione politica e strutturale).
Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto da Rosemarie Garland-Thomson: la disabilità non risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente.In ““The Mad Ones” and the “Geeks”: Cognitive and Physical Disability in the Writing of Jack Kerouac and Allen Ginsberg” (2015) Loni Reynolds sviluppa ulteriormente il “misfitting” approfondendo le rappresentazioni della disabilità cognitiva e fisica nelle opere di Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Secondo Reynolds, in Desolation Angels (1965) di Kerouac e Kaddish (1061) di Ginsberg, i personaggi Lazarus Darlovsky e Naomi Ginsberg, sono presentati come outsider rigenerativi: la loro disabilità cognitiva viene celebrata piuttosto che patologizzata. Il misfit diventa così fonte di ispirazione letteraria e potrebbe arrivare a coincidere con l’identificazione stessa dell’autore beat in quanto scrittore e soggetto “che non si adatta”.
Nei disability studies Robert McRuer è il principale autore ad aver concepito la crip theory. Il termine crip deriva da cripple (traducibile con “storpio”), storicamente offensivo, ma riappropriato politicamente dal movimento per i diritti delle persone disabili. La crip theory mostra come la società produca continuamente l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo, eterosessuale, normato. McRuer chiama questo sistema “compulsory able-bodiedness” (“abilismo obbligatorio”), un paradigma che, attraverso i racconti e gli schemi di guarigione, superamento, reintegrazione nella norma e recupero della produttività, assume anche la forma di un abilismo narrativo.
In questo sistema dominante il corpo disabile viene quindi raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica. McRuer propone, invece, narrazioni incomplete, corpi non “riparati”, temporalità crip, desideri non normativi, dipendenza e interdipendenza come forme politiche. Il pensiero di McRuer si spinge fino a una critica all’ideologia della produttività che sembra richiamare proprio il rifiuto beat della stabilità lavorativa, della sanità mentale normativa e dell’ideologia del corpo efficiente. La narrativa e la poesia beat, da Kerouac a Corso, insistono sul rifiuto della progettualità borghese, costruendo una soggettività errante e non finalizzata alla performance economica. Questa postura esistenziale, riletta attraverso la nozione di “compulsory able-bodiedness”, rifiuta la società moderna che impone non solo la capacità fisica, ma anche la produttività continua come criterio di valore del soggetto.
La crip theory mostra come la società produca l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo, eterosessuale, normato: il corpo disabile viene quindi raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica.Tuttavia, mentre la beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso, i disability studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti, sviluppando un campo critico volto a decostruire le categorie di normalità e a rivendicare diritti, accessibilità e autonomia. Questa distinzione è cruciale perché evita una sovrapposizione impropria tra estetizzazione della marginalità e politica della disabilità. La crip theory, però, consente di ricomporre le due dimensioni, leggendo la produzione beat non come anticipazione diretta del movimento per i diritti delle persone disabili, ma come archivio culturale in cui la crisi della normatività corporea e mentale viene già resa visibile, seppur in forma poetica e non ancora politicamente codificata.
Un ulteriore asse di confronto riguarda la rappresentazione della mente non normativa e della cosiddetta follia, centrale tanto nella scrittura beat quanto nelle successive elaborazioni dei disability studies. In opere come Kaddish di Allen Ginsberg, la malattia mentale non viene trattata come semplice condizione individuale, ma come esperienza attraversata da dispositivi familiari, medici e istituzionali che ne determinano la gestione e la percezione sociale. In questi versi di Ginsberg lampeggia il suo lirismo poetico ma al tempo stesso si sente il condizionamento dell’istituzione:
Da capo e da capo – ritornello – degli Ospedali – ancora non ho scritto la tua storia – la lascio astratta – poche immagini
[…]
Di quel mio impegno più tardi – giuramento di illuminare il genere umano – questo è liberarsi di particolari – (pazzo come te) – (la sanità un trucco convenzionale) – [Traduzione di Fernanda Pivano]
La beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso; i disability studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti.La malattia mentale non appare qui come semplice categoria clinica, ma come esperienza vissuta dentro una rete di relazioni familiari, mediche e sociali che ne definiscono il significato. Questo aspetto può essere letto alla luce della teoria di Lennard J. Davis, secondo cui la “normalità” è una costruzione storica che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra. Allo stesso tempo, la condizione di Naomi può essere interpretata attraverso la nozione di misfit di Rosemarie Garland-Thomson, poiché il suo corpo e la sua mente non sono leggibili come “disfunzionali” in senso assoluto, ma come disallineati rispetto a un ambiente familiare e istituzionale che non è in grado di accoglierne la complessità. In Kaddish, infatti, l’ospedalizzazione psichiatrica e le pratiche di contenimento della malattia mentale emergono come dispositivi che non solo descrivono, ma producono la condizione stessa di esclusione. Kaddish infatti non è da considerare come una rappresentazione della disabilità psichica, ma come un archivio poetico della sua costruzione sociale.
Sviluppando questo ragionamento, potremmo provare a leggere Kaddish attraverso la prospettiva di Exile and Pride di Eli Clare. Pubblicato nel 1999, il libro mescola memoir, teoria politica e autobiografia embodied. Clare parla di corpo disabile come di un corpo narrante: è archivio di violenza, luogo di desiderio, spazio politico, territorio di appartenenza. Il corpo racconta storie perché la narrazione non è separata dal corpo, nasce da esso. Ma mentre Clare si interroga su come il corpo disabile possa raccontarsi autonomamente, in Kaddish è un doppio sguardo (o più di uno) a generare la prospettiva del racconto. Tuttavia, tanto in Ginsberg, quanto in Clare, il corpo disabile è sempre relazionale, la marginalizzazione non è unica ma stratificata: raccontarsi significa sottrarsi alle narrazioni mediche e pietistiche. È interessante allora analizzare la costruzione linguistica del corpo “deviante” nella poesia beat.
In Howl la materialità dell’esperienza viene resa attraverso immagini che sovrappongono sofferenza fisica, vulnerabilità e intensità percettiva. Nella celebre apertura del poema ‒ “I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked” ‒ la sequenza di aggettivi non descrive soltanto una condizione psicologica, ma costruisce un corpo esposto nella sua precarietà biologica e sociale: fame, nudità e isteria diventano marcatori di un’esistenza che eccede la definizione medica di “patologia”. In Kaddish Ginsberg scrive:
A 12 anni sull’autobus notturno attraverso il New Jersey, ho abbandonato Naomi alle Parche nella casa a Lakewood piena di fantasmi – abbandonato al destino del mio autobus – affondato in un sedile – tutti i violini spezzati – il cuore indolenzito nelle costole – la mente era vuota – Almeno fosse al sicuro nella bara –
[…]
Prima della Depressione grigia – andò via da New York – guarì ‒ Lou le fece una fotografia seduta a gambe incrociate sull’erba – lunghi capelli intrecciati di fiori – sorridente – a suonare ninnenanne sul mandolino – fumo di ortiche nelle colonie estive di sinistra e io nell’infanzia vedevo alberi – [Traduzione di Fernanda Pivano]
Secondo Lennard J. Davis, la “normalità” è una costruzione storica che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra.Nella prefazione alla prima edizione di Howl (1956), il poeta William Carlos Williams scrisse: “Trattenete gli orli delle vostre vesti, signore, stiamo attraversando l’inferno”. Affinché Howl potesse creare un’America in cui i corpi queer e disabili potessero sentirsi a casa, Ginsberg dovette prima trascinare l’America nell’abisso caotico. “Alla fine della terza parte della poesia”, scrive ancora Berman Ghan, “Ginsberg sembra sognare un’America libera dai suoi abusi passati, un sogno in cui, dopo quella lunga discesa all’inferno, possiamo tutti emergere dall’altra parte”.
Da quella notte, settant’anni dopo, usciamo all’alba di un altro Ovest, sulle coste del Tirreno, dove splende la spiaggia dorata – l’eternità dorata – di Castelporziano, memoria storica dei cantori beat e residenza simbolica di una contemporanea crip generation.
L'articolo Da Castelporziano all’eternità crip proviene da Il Tascabile.

Estados Unidos habría utilizado «prácticamente todas» sus reservas de misiles de precisión de largo alcance durante su agresión contra Irán, un conflicto que ya se prolonga por cinco meses, informó este martes Reuters.
En concreto, el Ejército estadounidense habría agotado gran parte de sus existencias de armas tierra-tierra, en particular los Sistemas de Misiles Tácticos del Ejército (ATACMS) y los Misiles de Ataque de Precisión (PrSM). Cada unidad supera el millón de dólares, según las mismas fuentes, que no precisaron cuántos misiles quedarían disponibles.
Las municiones de largo alcance constituyen un componente clave del arsenal militar, al permitir ataques de alta precisión desde distancias relativamente seguras. En ese marco, la escasez reflejaría —de acuerdo con las personas consultadas— una decisión del Gobierno de Donald Trump de evitar métodos más arriesgados para atacar objetivos iraníes.
Asimismo, CNN reveló que las Fuerzas Armadas de Estados Unidos ha agotado casi el 80 % de sus interceptores de un sistema clave de defensa antimisiles, mientras altos mandos militares estadounidenses advierten que las reservas de municiones del Pentágono están “peligrosamente bajas”, según múltiples fuentes familiarizadas con el asunto. Las reservas de sistemas clave de defensa aérea se han visto particularmente mermadas durante la guerra con Irán. Las Fuerzas Armadas han consumido casi cuatro quintas partes de su inventario de misiles THAAD en comparación con los niveles previos a la guerra y aproximadamente la mitad de sus interceptores Patriot desde el inicio del conflicto, según dos fuentes familiarizadas con el informe de inventario más reciente. La revelación del bajo inventario de THAAD no se había informado previamente.
Las fuentes advirtieron que, si el conflicto se prolonga, la disminución de estas reservas podría limitar la capacidad de Washington para disuadir a sus adversarios geopolíticos, incluidos Rusia y China.