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Sul concetto di imperialismo e la sua storia

di Ana Cristina Carvalhaes (da Inprecor)

Nell’era di Trump, caratterizzata dalla competizione con una Cina in piena ascesa e dalla guerra di invasione condotta dalla Russia contro l’Ucraina, è utile tornare sul concetto di imperialismo – che alcuni, talvolta persino progressisti, si ostinano a disprezzare, in particolare nei paesi… imperialisti. L’idea è quella di ricordarne l’origine e alcune delle controversie e dei dibattiti più importanti relativi a questo fenomeno economico, politico e militare, affinché siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda concettuale. Comprendere di cosa stiamo parlando ci aiuta ad affrontare le discussioni attuali in questo periodo di grandi sconvolgimenti che sta attraversando il sistema internazionale: perché la svolta bellicista e neocoloniale degli Stati Uniti; qual è il grado di radicalità dei cambiamenti nell’imperialismo egemonico con l’estrema destra al potere alla Casa Bianca; quale ruolo svolgono attualmente la Cina e la Russia e come caratterizzarle. (Si veda, sulla Cina e la Russia, l’articolo di Peter Drucker: Gli scontri interimperialisti e i loro limiti.)

Il carattere internazionale, planetario, dell’espansione capitalista è stato sottolineato fin dall’inizio e in modo esplicito nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Nel Capitale, analizzando il modello capitalista inglese per comprendere il funzionamento e le regole generali del sistema nel suo complesso, Marx cita spesso il commercio estero come elemento internazionale. Ma è nel famoso capitolo 24 del volume I che si trova l’indicazione più chiara: quando tratta dell’accumulazione primitiva, o originaria, o meglio ancora, in inglese, della «previous accumulation», egli ricorda che, proprio come le recinzioni avvenute in Europa (con l’espropriazione dei contadini), le cosiddette scoperte delle Americhe e delle terre asiatiche – vale a dire l’invasione da parte degli europei dei territori dell’attuale Sud del mondo –, sono state fondamentali per l’accumulazione e l’industrializzazione dei centri europei e, in seguito, degli Stati Uniti. Marx era ancora ben lontano dal parlare di imperialismo. Non visse abbastanza a lungo per vederlo maturare in tutte le sue sfaccettature.

L’imperialismo, in quanto nuovo (all’epoca) modello di funzionamento essenziale per lo sviluppo capitalista, comincia a delinearsi nell’ultimo quarto del XIX secolo, quando nel sistema diventano del tutto evidenti cambiamenti fondamentali. Nel 1880, in occasione della Conferenza di Berlino, le potenze europee concordano di spartirsi l’Africa. Negli anni Settanta dell’Ottocento scoppia una grave crisi economica europea e, a partire dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, mentre Engels era ancora in vita, all’interno della II Internazionale si aprì un ampio dibattito sulla nuova situazione del capitalismo, in particolare a causa della sua evidente espansione internazionale, dell’ascesa in Europa del capitalismo tedesco, del colonialismo rafforzato da nuovi metodi più violenti di espropriazione delle ricchezze dei colonizzati, nonché dei rullii di tamburi di guerra tra i paesi imperialisti.

Il dibattito europeo

È impossibile riassumere in questa sede l’ampiezza e la profondità delle riflessioni, dei dibattiti e dei contributi di questa generazione di socialisti europei. Hanno contribuito in modo particolare alla concezione marxista dell’imperialismo l’inglese John A. Hobson, l’economista politico austriaco Rudolf Hilferding – entrambi autori di opere fondamentali per comprendere il predominio della finanza nell’economia capitalista –, i leader tedeschi Karl Kautsky e Rosa Luxemburg – contrapposti nella polemica concreta sulla politica socialdemocratica di fronte alla guerra; i «russi» Bucharin, Lenin, Parvus e, in misura minore, Trotsky, con la sua idea di «sviluppo diseguale e combinato».

Lo scoppio della guerra, nel 1914, aveva notevolmente inasprito il dibattito già in corso. Kautsky, allora considerato il principale dirigente del Partito socialdemocratico tedesco, il più grande partito della Seconda Internazionale, conduce una politica nazionalista (cioè anti-internazionalista) disastrosa di sostegno di fatto all’imperialismo tedesco, con l’approvazione da parte del gruppo socialdemocratico, in parlamento, dei fondi di guerra. Nello stesso anno, il 1914, Kautsky pubblica un testo in cui ipotizza la possibilità che il capitalismo possa evitare la guerra se tutte le potenze imperialiste si unissero a tal fine, sul modello di un cartello tra imprese. Egli non dà un nome a questo concetto, ma la sua concezione errata assume il nome di ultra- o iperimperialismo.

Lenin si oppone a Kautsky sul piano teorico e politico, ribadendo che la tendenza della nuova configurazione capitalista portava, tra l’altro, a guerre tra potenze. “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, pubblicato nel 1916 mentre infuriavano i combattimenti, è il frutto di una discussione collettiva. Lenin sintetizza brillantemente il dibattito, vi apporta i propri contributi, ma sempre in dialogo e facendo propri, nel senso positivo del termine, elementi tratti da testi precedenti, quali “L’imperialismo, uno studio” di Hobson del 1902, “Il capitale finanziario” di Hilferding del 1910 e “L’economia mondiale e l’imperialismo” di Bucharin (1915, completato nel 1917).

Va sottolineato che l’idea leninista rimanda a un’epoca, a un nuovo modo di funzionare del capitalismo. Non si tratta di un fenomeno specifico di invasioni e spoliazioni, sebbene tali vettori siano parte integrante del fenomeno.

    In primo luogo, è l’epoca del predominio sistemico dell’associazione tra capitale bancario e capitale industriale, ovvero l’era del capitale finanziario.

    In secondo luogo, la crescente tendenza all’oligopolizzazione o alla monopolizzazione del capitale, ovvero la fine della libera concorrenza. Quest’ultima non esiste più; la concorrenza si esercita tra grandi gruppi che dominano i settori e, talvolta, un’intera economia nazionale.

    In terzo luogo, il divario sempre più ampio tra lo sviluppo dei paesi industrializzati imperialisti dell’Europa e degli Stati Uniti, che stavano avviando la loro seconda rivoluzione industriale, e quello di regioni lontane dedite alla produzione primaria o a un’industrializzazione agli albori.

    In quarto luogo, la tendenza delle nazioni industrializzate, per necessità dei propri capitali, ad estendere il proprio potere politico, militare ed economico sulle altre nazioni, in particolare su quelle più arretrate nello sviluppo industriale e più povere.

    In quinto luogo, la crescente rivalità tra gli imperialismi e la tendenza alle guerre interimperialiste.

L’imperialismo in trasformazione

Questa forma avanzata di capitalismo ha assunto numerose forme diverse nel corso della storia:

    Il periodo delle guerre, ovvero il periodo compreso tra il 1914 e il 1946, durante il quale è stata distrutta una parte significativa delle forze produttive dell’umanità.

    I «30 anni gloriosi», dopo la Seconda guerra mondiale, durante i quali gli Stati Uniti si affermarono come imperialismo egemonico al posto dell’Impero britannico, che ne era stato il pioniere. Le potenze dell’epoca conclusero un accordo sulle regole di funzionamento del sistema internazionale, con il sistema aureo per il dollaro, il FMI, l’ONU e tutte le sue istituzioni. Fu anche un periodo di grande sviluppo economico dell’Unione Sovietica e del suo blocco, della rivoluzione cinese e del movimento di decolonizzazione in Asia e in Africa.

In America Latina e in Oriente, i nazionalismi borghesi si appoggiavano a basi popolari: Nasser, Gheddafi, il partito Ba’ath in Iraq e in Siria; in America Latina, Perón, Vargas in Brasile, Velasco Alvarado in Perù. È l’epoca della rivoluzione cubana e delle rivolte del 1968, che, partite dalla Francia, si sono diffuse in tutta Europa e negli Stati Uniti, contro la guerra controrivoluzionaria in Vietnam, con ripercussioni in quello che allora veniva chiamato il «Terzo Mondo».

    Il tumultuoso periodo di transizione degli anni ’70. Le crisi degli anni ’70 sono manifestazioni dirette o indirette dei tassi di profitto insufficienti e della tendenza al ribasso del tasso di accumulazione. Nel 1971 si assiste all’abbandono unilaterale del sistema aureo da parte degli Stati Uniti; nel 1973, alla crisi petrolifera; all’inizio della restaurazione capitalista in Cina con gli accordi tra la Cina e gli Stati Uniti.

Contributi dalla periferia

Nel corso del periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni ’70, si svolgono numerosi dibattiti sull’imperialismo, poiché si assiste a un’enorme ascesa dell’anticolonialismo nel mondo, di cui fanno parte la rivoluzione cubana, la decolonizzazione in Africa, la rivoluzione e la guerra anti-imperialista del Vietnam, le rivoluzioni nicaraguense e salvadoregna in America Centrale. Da queste lotte nasceranno numerosi contributi provenienti dal Sud del mondo. Ne citiamo due fondamentali.

A seguito del periodo precedente, si assiste, in quella che viene definita la periferia del sistema, allo sviluppo di alcuni paesi che non si integrano del tutto nel centro, ma smettono di essere semplicemente periferici. Mandel partecipa a questa discussione e li definisce paesi a industrializzazione tardiva. Wallerstein, esponente della corrente che si rifà a Marx, Weber e Braudel, li definisce «semi-periferici». E dalla teoria marxista della dipendenza latinoamericana, che costituisce l’ala sinistra degli strutturalisti sviluppisti della CEPAL (Commissione economica per l’America Latina), più precisamente di Ruy Mauro Marini, emerge l’idea di «sottoimperialismo»[1]. Nel contesto dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro dopo la Seconda guerra mondiale, Marini studia il fenomeno dei paesi «medi» dipendenti che combinano (a) un grado di sovrasfruttamento della manodopera e di disuguaglianza che limita la realizzazione del valore all’interno dei confini nazionali; (b) il che li costringe a orientare gran parte della loro produzione industriale verso l’esportazione, pur (c) iniziando a trarne profitti ed esercitando un’influenza geopolitica sui paesi più fragili della loro regione, (d) senza tuttavia smettere di trasferire ricchezze e di subordinarsi politicamente all’imperialismo egemonico. Si tratta di paesi che si comportano da imperialisti nelle loro regioni, ma che sono subordinati a un imperialismo più potente (Concetto di cui Patrick Bond abusa un po’, definendo ad esempio la Russia «sub-imperialista» e attribuendo un’eccessiva importanza geopolitica ai «sub-imperialisti» dei BRICS, gruppo eteroneneo che, oltre all’imperialismo regionale russo, comprende la Cina, oggi completamente distinta dai paesi “a reddito intermedio”).

Il secondo contributo è quello della corrente nota come “transizione egemonica”, di Giovanni Arrighi. Arrighi si basa sull’opera e sulla concezione di Wallerstein, ereditata da Braudel, incentrata sui cicli egemonici dell’evoluzione capitalista (città italiane nel XV secolo, Paesi Bassi nel XVI e XVII secolo, Inghilterra a partire dal XVIII e Stati Uniti a partire dal XX) per indicare in modo pionieristico l’emergere di un ciclo capitalista cinese. Il suo *Adam Smith a Pechino* risale al 2007!

Esiste una terza corrente di pensiero importante, in quel periodo, che si rifà al marxismo, ma che non è nata alla «periferia del sistema»: si tratta di quella che vide la luce negli anni ’50 attorno al russo-polacco naturalizzato statunitense Paul A. Baran, all’economista Paul Sweezy e allo storico Leo Huberman, della rivista Monthly Review. Il concetto di gruppo capitalistico monopolistico (o di periodo monopolistico del capitale a partire da quegli anni) ha affascinato, fin dagli anni ’60, il giovane ricercatore e militante egiziano Samir Amim, maoista e terzomondista, che esercitava un’influenza intellettuale e militante su settori della sinistra in Africa, in Asia e in America Latina. Amim è ancora oggi rivendicato dalla «Tricontinentale» e dalla sinistra campista in generale, per la sua politica anticolonialista «di fronte popolare» volta a rilanciare il movimento dei paesi non allineati nato in occasione della storica conferenza di Bandung (Indonesia, 1956).

Il periodo neoliberista

Torniamo alla periodizzazione: con le vittorie della Thatcher nel 1979 e di Reagan nel 1980, ha inizio il periodo di piena attuazione del regime neoliberista in tutto il mondo. Questo nuovo modo di funzionare del sistema capitalista-imperialista sarà caratterizzato, sulla scia del boom delle tecnologie dell’informazione, da una globalizzazione della finanza, ovvero dalla deregolamentazione dei sistemi finanziari nazionali a favore di un sistema finanziario veramente internazionale, dalla creazione di catene di produzione globali, dalla ristrutturazione produttiva accompagnata da una riduzione dei diritti, il crollo dello Stato sociale, gli attacchi ai sindacati, la delocalizzazione dell’industria verso l’Asia.

È questo regime che ha sfiorato il collasso nel 2008, con la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti e la recessione che ne è seguita. All’aggravarsi delle disuguaglianze globali, della povertà anche tra i cosiddetti ricchi, tra i paesi centrali e quelli non centrali, nonché all’accelerazione della crisi ambientale, si è aggiunto l’aggravarsi della crisi economica strutturale. Il 2008 segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione del sistema, che la Cina riesce ad aggirare. I piani di salvataggio da diversi miliardi di dollari messi in atto dagli Stati a favore delle banche e delle imprese riescono a contenere momentaneamente la crisi, ma non a ripristinare i modelli neoliberisti di profitto e di accumulazione. 

La pandemia rende più difficile la ripresa.

Ascesa dei neofascismi

Nel periodo compreso tra il 2007-2008 e il 2016 si osservano i primi segnali di rafforzamento e di avanzata dei gruppi e dei movimenti di estrema destra in Occidente e in Oriente: questo fenomeno accelera a partire dal 2008, poiché esiste un legame tra la crisi del neoliberismo e le destre estreme – neo- o post-fasciste – nel mondo. Settori sempre più ampi delle borghesie imperialiste e periferiche adottano una nuova strategia politica che abbandona la democrazia borghese come modello politico e si orienta verso l’autoritarismo. Il fatto che attraggano settori delle masse è legato anche al fallimento delle esperienze di sinistra che si sono disposte a co-amministrare il gioco democratico neoliberista, come la socialdemocrazia europea e i progressismi latinoamericani. In ogni caso, il progetto neofascista o post-fascista è un tentativo di uscire dalla crisi attraverso la violenza, la repressione, l’esclusione, l’espropriazione e l’eliminazione di esseri umani.

Il periodo 2024-2025 segna una nuova svolta nell’era imperialista?

Mi sembra che la risposta debba essere affermativa. L’estrema destra americana sale al potere per la seconda volta nella potenza egemonica, in una posizione ben più forte rispetto al 2016: dispone di un vantaggio elettorale più consistente sui propri avversari, controlla per il momento il Congresso e può contare su una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema. Si tratta di un cambiamento molto significativo nei rapporti di forza e nella geopolitica mondiale. Anche il blocco attualmente al potere negli Stati Uniti (la coalizione delle Big Tech, della criptofinanza, delle industrie obsolete – come il settore petrolifero –, dell’agroindustria e dei nazionalismi cristiani tradizionalisti) cerca di distruggere il regime democratico del proprio Paese, per trasformare gli Stati Uniti in una nazione fascista.(Anche nell’aprile 2026, mentre l’opposizione alla sua amministrazione si fa sentire nelle piazze e all’interno di organizzazioni di ogni tipo della società civile americana, e il suo indice di disapprovazione raggiunge livelli record, con la guerra scatenata contro l’Iran, oltre il 30% della popolazione sostiene ancora Trump. Di fronte alla probabilità di perdere, a novembre, il controllo almeno della Camera dei Rappresentanti, il trumpismo punta sulla manipolazione del processo elettorale, Stato per Stato. Ci riuscirà?)

Sulla scena internazionale, non è un caso che l’amministrazione Trump sia stata la principale sostenitrice del genocidio palestinese a Gaza. Settori sempre più influenti negli Stati Uniti, tra cui ex sostenitori del presidente all’interno del movimento MAGA, sottolineano l’«errore» di Trump nel sostenere la frenesia espansionistica di Netanyahu in Iran e in Libano, a costo di compromettere il «buon funzionamento» (i profitti) dell’economia mondiale.

Gli Stati Uniti avevano già fornito nuovi esempi della portata della loro «Strategia di sicurezza nazionale» il 3 gennaio, con il rapimento della coppia presidenziale venezuelana, che costituisce in realtà la «presa di controllo» del governo del Venezuela e la sua trasformazione in colonia. Continuano il loro ricatto tariffario nei confronti dell’UE per «acquistare» la Groenlandia e costringerla ad aumentare le spese militari, le loro minacce al Canada e la costituzione unilaterale di un cosiddetto «Consiglio di pace», presieduto a vita da Trump, per la presunta ricostruzione di Gaza.

Il quadro mostra una rottura significativa con l’approccio imperiale degli ultimi 80 anni. L’obiettivo è quello di riconquistare con la forza l’egemonia del dopoguerra; continua a considerare la Cina come un avversario strategico in ambito tecnologico, economico e militare; tralascia la Russia, con una mossa strategica; di fatto, rompe l’alleanza con l’Europa degli ultimi 80 anni e integra apertamente il Canada e l’America Latina nel proprio «territorio».

L’offensiva degli Stati Uniti è il risultato del declino della loro egemonia negli ultimi tre decenni. Essa esprime la disperazione del capitale yankee alla ricerca di una via d’uscita per frenare questa caduta. Di fronte all’ascesa della Cina, alla proiezione e all’autonomia incontrollabile della Russia, alla situazione altrettanto inedita per gli Stati Uniti in America Latina e in Africa — dove la Cina è entrata con forza sul piano economico —, questi settori hanno sostenuto Trump per una svolta neocolonialista aggressiva.

Si è verificato un cambiamento qualitativo nella bellicosità, nella violenza e nella natura apertamente colonialista dell’imperialismo. Si tratta del colonialismo senza veli di una potenza egemonica che ha un disperato bisogno di trovare il modo di recuperare i tassi di accumulazione (Husson) e di profitto (Roberts) precedenti al 2008. Come afferma Matveev, «il radicalismo di Trump è, in ultima analisi, [anche] una risposta, per quanto sconnessa e irrazionale possa essere, ai cambiamenti globali guidati in gran parte dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia».

Se il popolo e i lavoratori americani non li fermeranno, ci saranno ulteriori forme di sfruttamento attraverso l’espropriazione, l’invasione, il saccheggio e la spoliazione. Paradossalmente, l’obiettivo è esattamente lo stesso che Putin e Trump perseguono insieme nei confronti delle ricchezze dell’Ucraina, e quello che Trump, Israele e gli Emirati petroliferi intendono fare con la Palestina. Nulla di tutto ciò significa tuttavia che sia possibile attribuire agli Stati Uniti di Trump la definizione kautskiana di «iperimperialismo», come fanno alcuni settori del «campismo», incapaci di riconoscere la Cina come potenza capitalista emergente e la Russia come imperialismo regionale.

La politica di Trump, secondo l’interpretazione di Lenin, favorisce l’aggravarsi delle rivalità interimperialiste, in particolare con la Cina, ma anche con la Russia. Sebbene il linguaggio e le azioni (come nei Caraibi, in Venezuela e in Iran) siano di natura politico-militare, e nonostante si osservino segnali significativi di una nuova corsa agli armamenti e al nucleare, è ancora troppo presto per definire la situazione internazionale come una guerra mondiale. Il brusco e violento cambiamento della forma politico-economica dell’imperialismo egemonico provocherà grandi contraddizioni intra-borghesi, problemi all’interno degli Stati Uniti e tra le nazioni, nonché reazioni popolari che non potrà controllare.

Lo scenario che ci si presenta è del tutto nuovo e incerto. Lascia più domande aperte che risposte definitive. Stiamo assistendo a una bipolarità (Stati Uniti contro Cina), come sostengono i compagni dell’APS brasiliana, oppure a un mondo disarticolato/disorganizzato, come afferma Matveev? Qual è il grado di autonomia della Russia rispetto alla Cina? Gli Stati Uniti riusciranno davvero a imporre una disconnessione economica della Cina dal mercato mondiale? Arriveranno al punto di annettere territori nell’emisfero occidentale, come la Groenlandia? Le loro iniziative bellicose comprometteranno gravemente il ruolo del dollaro come valuta di riserva? Come si evolverà la loro presenza militare in regioni chiave del mondo, quali l’Africa, l’Indo-Pacifico e l’Artico? Per il momento, possiamo solo avanzare ipotesi. L’importante è che non saranno solo le decisioni di Trump a determinare l’esito, ma anche le reazioni nazionali e globali a tali decisioni.

Riferimenti:

Amin, Samir. L’impérialisme et le développement inégal. 1976

Arrighi, G. Adam Smith à Pékin. 2007

Boukharine, N. L’économie mondiale et l’impérialisme. 1915-1917.

Chesnais, F. La Mondialisation du capital, Syros, Paris, 1994 (première édition), 1997 (édition augmentée)

Hilferding, R. Le capital financier. Première édition, 1910.

Hobson, J. L’impérialisme, une étude. Première édition, 1902.

Kautsky, K. L’impérialisme. Première édition, 1914.

Lénine, V.I. L’impérialisme, stade suprême du capitalismePremière édition, 1916.

Luxembourg, R. L’accumulation du capitalPremière édition, 1913.

Marini, R.M. L’accumulation capitaliste mondiale et le sous-impérialisme. 1977.

Marini, R. M. Amérique latine : dépendance et intégration. 1992, São Paulo, Brasil Urgente. Caracas, Nueva Sociedad.

Marx, K. Le Capitaltome I, chapitre 24.

Wallerstein, I. Le système mondial moderne I (1974) et II (1980)

  1. Marini afferma nel 1992 nella sua opera “America Latina: dipendenza ed integrazione  «Il subimperialismo corrisponde all’espressione perversa della differenziazione subita dall’economia mondiale, risultato dell’internazionalizzazione dell’accumulazione capitalistica, che ha contrapposto al semplice schema della divisione del lavoro – cristallizzato nel rapporto centro-periferia, che preoccupava la CEPAL – un sistema di relazioni ben più complesso. In questo sistema, la diffusione dell’industria manifatturiera, aumentando la composizione organica media nazionale del capitale, ovvero il rapporto esistente tra i mezzi di produzione e la manodopera, dà origine a sottocentri economici (e politici), dotati di una relativa autonomia, sebbene rimangano subordinati alla dinamica globale imposta dai grandi centri. Come nel caso del Brasile, paesi quali l’Argentina, Israele, l’Iran, l’Iraq e il Sudafrica assumono – o hanno assunto, in un determinato momento della loro recente evoluzione – un carattere subimperialista, accanto ad altri sottocentri in cui questa tendenza non si è pienamente manifestata o si è appena abbozzata, come, in America Latina, il Messico e il Venezuela» (MARINI, 1992) .
  2. Matveev, Ilia. «The World Disjointed – China, Russia and the coming era of inter-imperialist rivalry» (Il mondo frammentato: Cina, Russia e la futura era della rivalità interimperialista), Spectre Journal, autunno 2025, pp. 25-39.

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Il Segretario Generale Alberto Lombardo al 19° Forum della World Association for Political Economy a Londra

Il segretario generale, compagno Alberto Lombardo, ha partecipato al 19° Forum del World Association for Political Economy, tenutosi all’università di Greenwich (Londra) dal 5 al 7 agosto.

Quest’anno il Forum è stato dedicato alla figura di Adam Smith nel 250° anniversario della pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni. Il segretario ha partecipato con un articolo che riportiamo in italiano dal titolo “Adam Smith, war, and global financial flows”, che è stato presentato in due parti.

La prima nella sessione plenaria di giorno 6 e la seconda nella sessione specialistica del 7

Cliccando qui si può scaricare il testo dell’intervento

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