Un nuovo studio scientifico auspica il dimezzamento della popolazione mondiale – dagli 8 miliardi stimati attuali, ai 4 miliardi entro l’anno 2200 – per soddisfare le esigenze della sostenibilità. Ne parliamo con Davide Rossi
Il ruolo della sinistra democristiana è stato importante e decisivo nella storia politica del nostro Paese. E non solo all’interno della Democrazia Cristiana. E questo per tre ragioni di fondo.
Innanzitutto perché la sinistra democristiana – sia quella “sociale” di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini e sia quella “politica” dei vari Ciriaco De Mita, Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Mino Martinazzoli – è stata un laboratorio politico e culturale di straordinaria levatura. E questo non solo perché la sinistra Dc ha sempre privilegiato la progettualità politica rispetto alla sola gestione del potere. Ovvero, per dirla con altre parole, con la sinistra democristiana la politica con la P maiuscola ha sempre avuto il sopravvento in qualunque tornante della vita democratica del nostro Paese. Insomma, parliamo di una concreta esperienza politica, culturale ed intellettuale che rappresenta quasi un “unicum” nelle vicende democratiche italiane.
In secondo luogo la sinistra democristiana ha confermato che, al di là dei numeri congressuali che di volta in volta regolavano le vicende all’interno della Democrazia Cristiana, si può condizionare pesantemente l’evoluzione del partito di appartenenza e dell’intera politica italiana anche attraverso la strada della costruzione di un progetto politico. E la conferma arriva proprio dalla concreta esperienza della sinistra Dc.
Basti pensare, per fare un solo esempio, alla storia della sinistra sociale di Forze Nuove guidata dal leader piemontese Donat-Cattin. Attraverso le sue riviste, i suoi tradizionali convegni settembrini e la concreta ed attiva partecipazione al dibattito politico, quella corrente era in grado di condizionare il cammino della politica italiana. Certo, molto dipendeva anche dalla autorevolezza e dal peso di quelle leadership. Ma è altrettanto indubbio che non tutto dipende dai numeri che vengono messi di volta in volta in campo. Molto, anzi, moltissimo, dipende anche e soprattutto dalla intelligenza politica di chi sa interpretare un ruolo e giocarlo nella contesa politica più generale. Era così per la sinistra sociale di Forze Nuove di Donat-Cattin ma lo era altrettanto per la sinistra politica di De Mita, Bodrato, Martinazzoli e Galloni.
Insomma, parliamo di una esperienza politica che ha saputo ritagliarsi un ruolo specifico non solo nella Dc ma nella politica italiana. Un ruolo che era riconosciuto da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. E anche, e soprattutto, dalla cosiddetta società civile nelle sue multiformi e variegate articolazioni sociali, culturali, professionali ed economiche.
In terzo luogo, per fermarsi solo a queste tre indicazioni, la sinistra Dc è stata forse la più alta espressione della iniziativa poltica, della progettualità politica e della elaborazione culturale ed ideale dell’area cattolica italiana. Certo, anche la sinistra Dc non rappresentava e non esauriva l’intera galassia cattolica italiana. Ma è indubbio che nel corso degli anni proprio la sinistra democristiana ha saputo interpretare e tradurre politicamente le istanze, le domande, gli interessi e le richieste che provenivano da larghi settori dell’area cattolica italiana. Una esperienza e una modalità che non si sono più ripetuti nella storia politica del nostro Paese.
Ecco perché, e per fermarsi a queste tre sole indicazioni, l’esperienza e la storia della sinistra Dc non possono e non devono essere archiviati banalmente. Semmai, e al contrario, occorre farne tesoro anche oggi. Soprattutto per quei cattolici impegnati in politica che ritengono ancora importante e decisivo l’apporto di questa cultura nelle dinamiche concrete della politica contemporanea.
Nella Repubblica delle ciminiere mute e delle alchimie d’apparato, il Centro non è mai stato un luogo geometricamente definito, quanto piuttosto un arcipelago di ego e ambizioni. Al centro della scena torna a muoversi, con la consueta tempesta di tweet e riunioni riservate, Carlo Calenda, deciso a riaprire i battenti di quel “Terzo Polo” che in passato ha conosciuto la gloria effimera delle urne e la rapidità bruciante delle scissioni. Il leader di Azione batte il ferro finché è caldo, tesse la tela e tende la mano alla galassia centrista, provando a intercettare quel malessere diffuso che attraversa le forze moderate e i corpi intermedi, alla ricerca di una sponda politica autonoma, equidistante tanto dal sovranismo di governo quanto dal massimalismo pseudo-progressista.
Le grandi manovre centriste si scontrano, tuttavia, con le resistenze interne e con i veti incrociati dei potenziali alleati. A partire da Luigi Marattin e dal suo Partito Liberaldemocratico, che frenano sulle modalità dell’operazione: la linea dei libdem è chiara nel pretendere un percorso paritetico, non un’incorporazione nei ranghi di Azione. Sulla stessa lunghezza d’onda si registrano le freddezze di chi, come Alessandro Onorato, avverte che un’aggregazione costruita esclusivamente sui vecchi schemi parlamentari finirebbe per regalare un ulteriore vantaggio elettorale a Giorgia Meloni, frammentando lo spazio delle opposizioni senza incidere sui reali flussi dell’elettorato d’opinione.
Eppure, sotto la superficie increspata delle polemiche di palazzo, il movimento tellurico non si ferma. A guardare con interesse al progetto sono la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, con il suo Spazio Pubblico, e figure come Falasca, Scalpelli e Nahum, riunite nel loro soggetto Europeisti.eu, pronte a valutare un perimetro capace di coniugare rigore europeista, cultura di governo e riformismo liberale. A rendere ancora più dinamico lo scenario contribuiscono i sussulti in casa dem, dove il disagio di una parte della minoranza riformista nei confronti di un Partito democratico ritenuto troppo sbilanciato sull’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle sembra arrivare a un punto di non ritorno.
È in questo vuoto d’aria che prende corpo l’ipotesi, sussurrata con insistenza nei transatlantici, di un possibile avvicinamento al cantiere centrista di Giorgio Gori. L’uscita dell’ex sindaco di Bergamo, oggi parlamentare europeo, figura di riferimento del riformismo democratico, rappresenterebbe l’ennesimo terremoto negli equilibri del Pd. Gori, forte di un profilo amministrativo di spessore e di una critica mai celata nei confronti del collateralismo grillino, non ha al momento un proprio soggetto politico strutturato, ma guarda a un’area di respiro nazionale che sappia incarnare i valori liberali, del garantismo e del riformismo.
Per dare casa a queste istanze, intanto, si muove la nascente Federazione dei riformatori, un contenitore pensato per accogliere sensibilità riformiste, laiche, liberali e garantiste che faticano a riconoscersi nel bipolarismo muscolare odierno. Una galassia che potrebbe rivelarsi l’incubatore ideale per far convogliare le energie di chi, come Gori, guarda con favore alla causa terzopolista. Il punto di caduta, tuttavia, dipenderà dalla capacità di superare la sindrome dell’autosufficienza e la paralisi da candidature e di costruire un progetto che non si esaurisca nell’ennesima somma di sigle, ma sappia offrire agli elettori moderati un’alternativa di governo credibile e duratura.
Polemiche a Siena per il Drappellone del Palio dell’Assunta che si corre domenica. Nell’opera domina la figura della Vergine posta al vertice della composizione a protezione della Rosa d’Oro, prezioso dono che Papa Pio II offrì alla città di Siena, insieme con tutta una serie di rimandi simbolici molto potenti. Solo che per molti il volto della Madonna raffigurata sarebbe troppo androgino o lontano dalla tradizione.
Che il Drappellone faccia discutere non è una novità. Ma certamente quello dipinto per il Palio dell’Assunta da Teodora Axente passerà alla storia quantomeno per essere stato uno dei più chiacchierati . Solo che Axente , che appartiene alla celebre Scuola di Cluj, ed è una delle poche donne della sua generazione ad aver raggiunto un simile riconoscimento, per numerosi esperti ‘ortodossia senese, ha passato e di molto il segno del lecito. Come per l’ex sindaco ed ex vicepresidnete del parlamento Europeo, Roberto Barzanti, che parla esplicitamente del drappo come di “un cumulo di artificiose allusioni o ingenue allegorie scombinate” “disposte senza alcuna plausibile organicità “. Ma è soprattutto il volto della Vergine ad essere nell’occhio del ciclone. Se per Barzanti è “sbadato” e “ dipinto come una citazione fotografica, fuori scala” per altri il volto della Vergine sarebbe in realtà quello di un uomo. Un’accusa pesante che sa di blasfemia. Tanto che lo stesso cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, è dovuto intervenire. E pur non negando “ll’androginia del volto” ha aggiunto che questa resta “in parte” legata alla sensibilità individuale. In parte, appunto. Al punto che il cardinale auspica per il futuro una maggiore collaborazione ed afferma di “aver già affrontato l’argomento con la sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, a cui spetta la scelta dell’artista”. L’obiettivo, ha sottolineato il cardinale, sarebbe evitare che la benedizione del Palio diventi ogni volta occasione di contrapposizione
Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Joe Kent fondano un nuovo movimento politico. Alla base dei malumori la guerra in Iran, letta come il tradimento definitivo delle promesse elettorali del tycoon.
È nato ufficialmente “America First”, il nuovo movimento politico fondato dall’ex volto di punta repubblicano Tucker Carlson, in aperta rottura con il partito e con l’ala dei fedelissimi MAGA. Tra i suoi promotori anche la deputata Marjorie Taylor Greene e Joe Kent, ex funzionario per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, dimessosi a inizio anno. L’obiettivo dichiarato è indebolire l’establishment repubblicano in vista delle presidenziali del 2028, in un momento già delicato per il Grand Old Party, a ridosso delle midterm del 3 novembre. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la gestione della guerra in Iran da parte della presidenza Trump. Carlson, un tempo tra i più strenui sostenitori del presidente, ha dichiarato pubblicamente di provare “profondo rimorso” per averlo appoggiato in passato, scrivendo sui social: “Il movimento MAGA è stato tradito, tutti lo siamo stati. È il momento di un nuovo percorso da seguire”.
Ancora più diretta Taylor Greene: “Avevamo detto basta guerre e lo intendevamo davvero. Abbiamo sostenuto Trump perché aveva fatto questa promessa. Ma lui ci ha traditi tutti.” Parole che fotografano con precisione il nodo della rottura: l’intervento militare in Iran ha smentito clamorosamente la promessa di tirare fuori l’America da guerre insensate che rappresentano solamente un elevato costo sociale e d’immagine per il Paese, minandone gli interessi strategici. Una promessa che aveva conquistato proprio quell’elettorato isolazionista stanco dell’interventismo bellico che oggi si sente abbandonato, se non ingannato.
Non solo l’Iran
Il malcontento ha anche altre radici. C’è il sostegno pressoché incondizionato garantito a Israele. C’è il rincaro dei carburanti, già bersaglio degli attacchi di Taylor Greene contro l’amministrazione nelle scorse settimane. E c’è, più in generale, la sensazione diffusa che il movimento MAGA sia stato silenziosamente riassorbito da quello stesso establishment che prometteva di smantellare. Non a caso, per citare un esempio, qualche settimana fa Laura Loomer, attivista conservatrice storicamente vicina a Trump, ha sorpreso tutti abbracciando pubblicamente la causa di Kiev, incontrando Zelensky.
Le conseguenze politiche
Joe Kent ha chiarito che la strada verso un terzo partito resta comunque in salita: “Presentarsi come candidati di un terzo partito è complicato. Non impossibile, ma è molto difficile.” Resta però il segnale politico, tutt’altro che trascurabile: una frattura aperta nell’ala più identitaria eideologicamente motivata dell’elettorato, proprio sul tema che più di ogni altro aveva definito la campagna elettorale di Trump. Se i mal di pancia dovessero continuare, l’impatto sulle midterm di novembre e sulla tenuta stessa del Partito Repubblicano potrebbe rivelarsi tutt’altro che marginale.
Insufficienza delle risorse economiche, non riconoscimento delle dipendenze comportamentali, non considerazione delle persone detenute straniere, ambiguità di applicazione nell’introduzione del programma terapeutico semiresidenziale. Sono alcune delle maggiori criticità espresse dalla presidente nazionale della Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze – FeDerSerDRoberta Balestra dopo l’approvazione in via definitiva, alla Camera dei deputati lo scorso 29 luglio, del disegno di legge che consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere alla detenzione domiciliare. Il provvedimento prevede una modalità differenziata di esecuzione della pena, che meglio si coniuga alle esigenze di cura per chi è dipendente da sostanze.
Balestra, cosa pensa del disegno di legge approvato lo scorso 29 luglio, diventato legge n. 140 il 5 agosto 2026, “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”?
È positivo che si pensi che la persona che ha un problema di dipendenza preferibilmente debba avere un’alternativa al carcere. È riscontrato ormai, anche in letteratura, che non c’è una possibilità efficace di cura dentro l’istituto di pena, per cui il fatto che la persona esca e si curi è indubbiamente un riconoscimento che la dipendenza è una patologia che va curata. FeDerSerD valuta positivamente l’introduzione di procedure nazionali uniformi per l’accertamento della condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza e l’istituzione della Commissione centrale prevista. Ma permane una rilevante criticità relativa alla definizione della “effettiva e attuale condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza”. Il testo non specifica, infatti, quali siano i criteri clinici attraverso i quali debba essere effettuato tale accertamento. Riteniamo che la valutazione dell’attualità della dipendenza debba fondarsi su una valutazione clinica multidimensionale comprendente aspetti diagnostici, psicopatologici, motivazionali, relazionali e sociali, nella quale gli accertamenti tossicologici rappresentino uno strumento importante ma non esclusivo.
Le risorse stanziate sono totalmente insufficienti, si parla di 10mila persone che potrebbero essere coinvolte dal provvedimento, ma avremo 700-800 persone inserite in comunità terapeutiche nel primo anno, meno di un decimo del previsto
Roberta Balestra, presidente FeDerSerD
E per quanto riguarda il ruolo dei servizi per le dipendenze-SerD?
Il ruolo dei SerD è centrale perché tutta la regia di queste misure alternative (i rapporti con l’Ufficio di esecuzione penale esterna – Uepe, col Tribunale di sorveglianza, con le comunità terapeutiche) va ad aggravare l’attività dei servizi per le dipendenze, ma ciò nel provvedimento non è affatto chiaro. Tanto che ci sono dei problemi anche a livello di risorse: le poche risorse si suppone che verranno erogate alle regioni. Noi avevamo chiesto un vincolo d’uso delle risorse, è ovvio che questa norma impatta sui servizi per le dipendenze, che si trovano ad avere un aumento delle attività e delle spese relativamente alle rette, che per le strutture accreditate vengono pagate per il tramite dei SerD, che hanno un proprio bilancio annuale che è calcolato sulle voci di spesa.
Se ho un utente in carico in carcere ovviamente ha dei bisogni assistenziali diversi. Se si ha la possibilità, è logico e appropriato che vada in comunità terapeutica. Perché ciò possa essere realizzato, occorre tutta la documentazione, la stesura del programma terapeutico, l’interlocuzione col Tribunale di sorveglianza, l’individuazione della struttura di riferimento. Insomma, tutto quello che è previsto anche nella legge. Poi ha inizio la collaborazione con la struttura e il pagamento della retta, di conseguenza tutto deve essere gestito tramite il monitoraggio del SerD. Quindi, c’è un aumento della spesa che va calcolato per questo ruolo di regia che non viene ben delineato nel decreto: si parla genericamente di un ruolo centrale delle strutture residenziali. Ma queste strutture residenziali che sono accreditate non è che possono accogliere direttamente la persona, deve esserci un programma concordato tra SerD, persona e struttura di accoglienza che poi viene accolto dal Tribunale di sorveglianza perché deve essere idoneo al recupero del detenuto.
Poco fa diceva che uno dei problemi è relativo alle risorse.
Apprezziamo l’istituzione del fondo nazionale di 19.436.250 euro annui, ma permane l’assenza di previsione di una quota vincolata destinata ai SerD e agli Uepe. Le aziende sanitarie prevedono che i fondi riservati al pagamento delle rette per i percorsi residenziali e semiresidenziali rientrino nel budget fisso assegnato ai SerD; l’incremento di detti programmi può essere realizzato solo a fronte di un incremento delle risorse assegnate. Proponiamo di destinare quote vincolate del fondo nazionale ai SerD e agli Uffici di esecuzione penale esterna.
Le risorse stanziate sono totalmente insufficienti, si parla di 10mila persone che potrebbero essere coinvolte dal provvedimento, ma avremo 700-800 persone inserite in comunità terapeutichenel primo anno, meno di un decimo del previsto. Sono poco più di 13mila i posti totali in comunità terapeutiche, che sono per gran parte già saturi. Per aumentare queste risorse, dobbiamo capire quali e quante strutture metteranno a disposizione ulteriori posti rispetto ai poco più di 19 milioni che verranno dati.
Roberta Balestra, in occasione dell’incontro al Quirinale con il Presidente Sergio Mattarella nella Giornata mondiale contro le droghe.
Nel vostro documento con le criticità e le proposte, che avete inviato in occasione della vostra audizione in commissione della Camera, parlate di una criticità legata ai programmi semiresidenziali e ai percorsi territoriali.
Sì. L’introduzione del programma terapeutico semiresidenziale rappresenta uno degli aspetti maggiormente innovativi della riforma, ma permangono rilevanti ambiguità applicative. Il testo non chiarisce: chi assume la responsabilità clinica complessiva del percorso; chi prescriva e monitori le terapie farmacologiche; chi effettui gli accertamenti tossicologici; il luogo di abitazione della persona nella parte della giornata non coperta dal programma semiresidenziale e l’autorizzazione a spostarsi in coerenza con le necessità della vita quotidiana e delle attività sociosanitarie previste dal progetto personalizzato.
Rimane, inoltre, esclusa la possibilità di accesso alla misura mediante programmi territoriali specialistici a elevata intensità assistenziale. Sarebbe importante definire i requisiti clinici e organizzativi dei programmi semiresidenziali e chiarire se anche i servizi semiresidenziali pubblici sono ritenuti idonei, analogamente a quanto assunto per le strutture residenziali. Inoltre, bisognerebbe chiarire che la responsabilità clinica del progetto terapeutico permane in capo al SerD e aiutare l’inserimento dei programmi territoriali specialistici tra le modalità di accesso alla misura.
Il periodo di pena in cui le persone detenute con problemi di dipendenza possono scontare la pena ai domiciliari non può superare gli otto anni, che scendono a quattro in caso di reato ostativo.
Sì, la novità è che viene allungata la pena, si ha diritto a fare istanza di richiesta di domiciliari se si ha una pena fino a otto anni, prima il limite era fissato a sei anni. Ed è previsto solo un programma terapeutico, che è quello residenziale o semiresidenziale. Ma per i Livelli essenziali di assistenza – Lea che abbiamo nelle strutture residenziali la persona non può permanere più di un anno e mezzo, due anni per eccezioni particolari. Quindi, la persona non potrà stare otto anni, o anche quattro-sei in una struttura residenziale.
Una prima parte del percorso garantirà un programma residenziale in una struttura. Una volta finito, se l’esito è favorevole si deve passare a un altro tipo di programma, che molto probabilmente sarà quello dell’affidamento in prova. Qui si fa appello al fatto che ci sarà una continuazione dello sconto di pena esterno, quindi per il tramite di un nuovo programma terapeutico che viene sempre deciso tra la persona e il SerD. Nella legge si dice che va monitorato, che può esserci una revoca laddove la persona dovesse avere una ricaduta. Questo è un altro punto dolente.
Perché è un punto dolente?
Avevamo chiesto che venisse rivisto il concetto di ricaduta, che continua a essere letto come un fallimento del programma. Il concetto di ricaduta nella dipendenza è insito nell’andamento della malattia: una persona che ha una dipendenza può avere una ricaduta e non per questo fallire il proprio programma di cura. Abbiamo ravvisato una visione della dipendenza abbastanza anacronistica. Un altro punto che abbiamo messo in discussione riguarda il programma di tipo semiresidenziale, che è l’altra possibilità indicata dal provvedimento oltre alla struttura residenziale. Non è chiaro. Se la persona va in un servizio diurno semi residenziale si presume che la notte vada a dormire da qualche parte che non è il carcere, altrimenti sarebbe una semilibertà e non una detenzione domiciliare. Non è specificato dove la persona vada a dormire, che questo programma è territoriale con un inserimento quota parte del tempo in una struttura diurna e che debba avere una regia sempre del servizio pubblico, che deve erogare quelle prestazioni che il centro diurno non eroga.
Le persone straniere sono una quota parte molto numerosa dei detenuti, ma se non hanno una residenza e non possiedono una tessera sanitaria non hanno i requisiti che sono necessari per seguire un programma alternativo alla detenzione
Roberta Balestra, presidente FeDerSerD
A differenza delle comunità terapeutiche, i servizi diurni non sono strutture che assicurano prestazioni mediche o infermieristiche: chi somministra la terapia? Chi fa il monitoraggio tossicologico di queste persone? Chi scrive le relazioni e le certificazioni? Inoltre, nella legge si dice che si ritengono idonei solo i servizi semiresidenziali accreditati del privato sociale, non si citano i tantissimi centri diurno pubblici. Mi sembra abbastanza grave. Invece, nella parte residenziale si era precisato che erano ritenute idonee anche le poche strutture residenziali pubbliche. Il colmo, secondo me, è che nei servizi diurni pubblici del Servizio sanitario nazionale le persone non possano essere inserite, pena il fatto che il magistrato ritenga il programma inidoneo.
C’è una visione disarticolata di quello che succede effettivamente nella realtà dei servizi dove c’è un’organizzazione che è prevista dalle normative che dà la regia al SerD, che si interfaccia con i diversi attori, che lavora tantissimo con l’Uepe, con il Tribunale di sorveglianza e con il Terzo settore. Il fatto positivo è che si incrementano le possibilità che un maggior numero di persone possa usufruire di queste misure alternative: di fatto si costruiscono i vari passaggi con un po’ di confusione e poca chiarezza.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, durante il question time a Montecitorio, ha sottolineato che si tratta di un «provvedimento epocale» destinato a persone «che noi abbiamo sempre considerato dei malati da curare piuttosto che criminali da punire».
C’è sempre un po’ di enfasi, a partire dalla possibilità che siano 10mila le persone a poterne fruire. Non si è detto che è una visione pluriennale, le persone cominciano a fare richiesta ai SerD: con questa legge stanno arrivando tantissime richieste di poter scontare la pena fuori da parte di persone con dipendenze che sono in carcere. Sono state create aspettative molto superiori alla realtà. Nessun collega potrà decidere nulla se le risorse non arrivano alle regioni, se non si danno delle informazioni certe alle aziende sanitarie aumentando i budget disponibili. Vediamo la tempistica di attuazione della legge quale sarà.
FeDerSerD ha sottolineato che, nel provvedimento, non viene affrontata la specifica problematica dei soggetti stranieri temporaneamente presenti, che rappresentano una alta percentuale della popolazione detenuta.
I detenuti che hanno una diagnosi di alcoldipendenza o di tossicodipendenza non potranno fruire, se irregolari, di un programma di questo tipo. Le persone straniere sono una quota parte molto numerosa dei detenuti, ma se non hanno una residenza e non possiedono una tessera sanitaria non hanno i requisiti che sono necessari per seguire un programma alternativo alla detenzione. La nostra proposta è di predisporre linee guida nazionali per la presa in carico dei soggetti stranieri temporaneamente presenti.
L’ impianto normativo continua a fare riferimento alle condizioni di tossicodipendenza e alcoldipendenza. Non sono riconosciute le dipendenze comportamentali.
In particolare, non viene riconosciuto il disturbo da gioco d’azzardo, già trattato dai servizi per le dipendenze nell’ambito dei Lea. FeDerSerD ritiene opportuno che questo tema venga mantenuto nell’agenda legislativa futura, proponiamo di prevedere un successivo ampliamento della disciplina alle dipendenze comportamentali riconosciute dai sistemi diagnostici internazionali. Inoltre, vorrei sottolineare il fatto che le donne, anche se sono poche in carcere, hanno poche strutture residenziali che le possono accogliere in misura alternativa.
L’intero impianto del provvedimento si fonda sull’accertamento della dipendenza, sull’idoneità del programma terapeutico, sul monitoraggio del percorso e sulla valutazione delle eventuali ricadute. Queste attività richiedono una valutazione specialistica strutturata e standardizzata, la legge prevede a questo proposito la stesura di linee guida da parte della apposita Commissione tecnica nazionale.
Sì, queste linee guida sono assolutamente necessarie per superare l’attuale disomogeneità. Bisognerebbe definire, però, un modello nazionale di certificazione specialistica SerD, uniformare criteri diagnostici e valutativi, e prevedere una relazione clinica integrata SerD-struttura terapeutica residenziale/semiresidenziale nelle situazioni a maggiore complessità. L’attualità della dipendenza è un altro punto cruciale; ci sono persone che possono essere in carcere già da diverso tempo che, ovviamente, non hanno un tossicologico o un alcol test positivo, ma l’attualità della dipendenza noi la possiamo certificare perché la dipendenza comprende anche una dipendenza di tipo psicologico, non solo di tipo organico.
Foto di apertura di Wolrider YURTSEVEN su Pexelse, nell’articolo, da ufficio stampa FeDerSerD
Sara Curtis ha vinto i 50 metri dorso agli Europei di nuoto di Parigi, stabilendo per la seconda volta in due giorni il record del mondo. La nuotatrice italiana ha concluso la finale in 26 secondi e 56 centesimi, davanti alla francese Mary Ambre Moluh e alla britannica Lauren Cox. Curtis, che compirà vent’anni il 19 agosto, aveva già ottenuto il primato mondiale nella semifinale di mercoledì, nuotata in 26 secondi e 63 centesimi. Quel risultato aveva migliorato il precedente record di 26 secondi e 86 centesimi, stabilito nel 2023 dall’australiana Kaylee McKeown. In finale l’italiana ha abbassato di altri sette centesimi il proprio limite. Partita dalla corsia quattro, Curtis ha costruito il vantaggio nella fase iniziale e lo ha ampliato fino all’arrivo. Moluh ha conquistato l’argento in 27 secondi e 6 centesimi, con mezzo secondo di ritardo. Cox ha chiuso al terzo posto in 27 secondi e 15 centesimi.
Prima della gara di Parigi, nessuna atleta italiana aveva mai vinto una medaglia nel dorso femminile agli Europei. Dopo la finale, Curtis, ha spiegato che il primato stabilito il giorno precedente aveva reso più complicata la preparazione alla gara decisiva. «Sono veramente contentissima, è stata dura gestire le emozioni dal record di ieri. Ho faticato ad addormentarmi e oggi ho cercato di tenere tutto da parte e giocarmela fino alla fine», ha detto. L’oro nei 50 dorso si aggiunge alle altre medaglie ottenute da Curtis a Parigi. L’11 agosto aveva conquistato il bronzo nei 100 stile libero, chiusi in 52 secondi e 72 centesimi. Il giorno successivo aveva partecipato alla staffetta femminile 4 per 100 stile libero, arrivata seconda con il nuovo primato italiano.
Curtis è anche caporal maggiore dell’Esercito e gareggia per il Gruppo sportivo dell’Esercito Italiano. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è congratulato con lei: «Andando oltre se stessa, Sara Curtis, atleta del Gruppo Sportivo Esercito Italiano e della Difesa, entra nella storia del nuoto italiano, battendo in soli due giorni il suo stesso record del mondo e portando l’Italia sul tetto d’Europa in questi Campionati di Parigi. Brava Sara, complimenti da tutta la Difesa!».
Nella stessa giornata un altro oro italiano è arrivato dagli Europei di atletica di Birmingham. Dariya Derkach ha vinto il salto triplo con 14 metri e 60 centimetri, misura ottenuta al quarto tentativo che vale il suo primato personale e la migliore prestazione europea della stagione. La trentatreenne italiana aveva preso il comando già con il primo salto e lo ha mantenuto per tutta la finale, precedendo la belga Saliyya Guisse, seconda con 14,46 metri, e la bulgara Aleksandra Nacheva, terza con 14,40. È il primo titolo italiano nella storia del salto triplo femminile agli Europei all’aperto.
Con questi successi l’Italia ha raggiunto le 32 medaglie complessive agli Europei di Parigi, dieci d’oro, nove d’argento e tredici di bronzo. Nove sono arrivate dalle gare di nuoto in vasca, dove il bilancio italiano è salito a tre ori, due argenti e quattro bronzi.
Un giudice federale di Boston ha respinto la causa con cui la Casa Bianca accusava l’Università di Harvard di non aver protetto adeguatamente gli studenti ebrei e israeliani dalle molestie nel campus. Secondo il giudice Richard G. Stearns, il governo non ha fornito elementi sufficienti per dimostrare che l’università stia continuando a violare le leggi federali contro la discriminazione. La causa era stata presentata dal dipartimento di Giustizia a marzo e riguardava soprattutto gli episodi avvenuti durante le proteste per la guerra nella Striscia di Gaza nell’anno accademico 2023/2024. Il governo aveva inoltre citato alcuni fatti risalenti al marzo del 2025. Stearns ha stabilito che questi ultimi erano «troppo isolati ed episodici» per sostenere l’esistenza di una violazione persistente dei diritti civili.
Il procedimento si basava sul Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta le discriminazioni fondate su etnia, sul colore della pelle o sull’origine nazionale nei programmi che ricevono finanziamenti federali. Per il giudice, la denuncia non descriveva in modo plausibile inadempienze ancora in corso dopo il giugno del 2025, quando il governo aveva comunicato formalmente a Harvard di ritenerla non conforme alla legge.
La decisione non esclude che nel campus si siano verificati episodi preoccupanti. Stearns ha però distinto la gravità dei singoli fatti dalla possibilità di attribuire all’università una condotta istituzionale tuttora contraria al Title VI. Nel provvedimento ha scritto che, considerati separatamente o nel loro insieme, gli episodi indicati dal governo non permettevano di concludere che Harvard continuasse a violare sistematicamente la normativa.
L’amministrazione Trump sosteneva che docenti e dirigenti dell’università avessero «ha chiuso un occhio sull’antisemitismo e sulla discriminazione nei confronti degli ebrei e degli israeliani». Secondo la denuncia, durante le manifestazioni filopalestinesi alcuni studenti ebrei erano stati molestati, aggrediti, seguiti e bersagliati con sputi. Il dipartimento di Giustizia aveva inoltre accusato Harvard di aver consentito ai manifestanti di limitare l’accesso alle aule e di aver lasciato sviluppare un ambiente ostile, nel quale alcuni studenti avrebbero nascosto la kippah sotto un cappellino. Le proteste erano cominciate dopo l’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Come in molte altre università statunitensi, le manifestazioni avevano provocato forti tensioni all’interno del campus e un confronto sulla capacità degli atenei di tutelare gli studenti ebrei senza limitare la libertà di espressione e di protesta.
Harvard ha sempre respinto l’accusa di aver tollerato l’antisemitismo. In una memoria presentata a giugno, l’università aveva chiesto l’archiviazione della causa sostenendo che il governo non avesse indicato violazioni in corso o imminenti. L’università ha detto di condannare l’antisemitismo e di voler garantire agli studenti ebrei e israeliani la possibilità di partecipare pienamente alla vita accademica senza subire molestie o esclusioni. Non ha diffuso un nuovo commento immediatamente dopo la decisione.
Il giudice ha respinto anche la richiesta di risarcimento avanzata dal governo. Secondo Stearns, la legge imponeva all’amministrazione di inviare prima una comunicazione formale che contestasse la violazione. Quella comunicazione era arrivata nel giugno del 2025, mentre la maggior parte degli episodi descritti nella causa era precedente. Il governo non poteva quindi utilizzarli come fondamento per ottenere un risarcimento. Stearns non ha esaminato un’altra argomentazione avanzata da Harvard, secondo cui la causa sarebbe stata una ritorsione contraria al Primo emendamento. Ha ritenuto sufficiente stabilire che le accuse non dimostravano una violazione ancora in corso del Titolo VI. Il dipartimento di Giustizia non ha ancora comunicato se presenterà ricorso contro l’ultima sentenza.
La vicenda fa parte del più ampio scontro tra Harvard e l’amministrazione Trump, che ha cercato di imporre cambiamenti nelle politiche di ammissione di alcune delle principali università statunitensi. Nei documenti giudiziari, il governo aveva spiegato di voler «recuperare miliardi di dollari di sussidi pagati dai contribuenti a un’istituzione discriminatoria». Harvard ha resistito alle richieste dell’amministrazione e ha avviato diversi procedimenti giudiziari. In un’altra causa, un giudice aveva stabilito che il governo aveva sospeso illegalmente più di 2 miliardi di dollari di finanziamenti destinati alla ricerca. La Casa Bianca ha presentato ricorso contro quella decisione. Un tribunale federale ha inoltre bloccato il tentativo di revocare a Harvard la possibilità di iscrivere studenti internazionali.
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In questa intervista, l’analista geopolitico ed ex ufficiale d’intelligence statunitense Scott Ritter analizza le recenti crisi internazionali tra il Medio Oriente e l’Europa dell’Est.
Ritter evidenzia come l’Iran stia agendo con pragmatismo basato sulla realtà, mentre Donald Trump dipinge scenari illusori guidati da dinamiche elettorali interne. Secondo l’analista, gli Stati Uniti hanno mostrato gravi limiti strategici e d’approvvigionamento, incapacitati nel sostenere uno scontro prolungato.
Nel corso del dialogo, Ritter smonta il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, definendolo privo di sostanza, di una dottrina militare unificata e nei fatti inapplicabile. Infine, affronta il conflitto in Ucraina, sostenendo che le mosse dell’Intelligence occidentale e le campagne propagandistiche di Kiev non stiano alterando il quadro bellico, dove la Russia mantiene il controllo strategico mentre il sostegno europeo rischia il collasso in vista dell’inverno.