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Iran: i funzionari dell’amministrazione Trump considerano la situazione disperata e sono preoccupati per la mancanza di strategia

di RT Francia

A Washington crescono i dubbi sulla condotta della guerra in Iran, poiché gli obiettivi americani si sono evoluti nel corso del conflitto. La priorità sembra ora spostarsi verso lo Stretto di Hormuz, mentre diverse opzioni – escalation militare, negoziati o pressione prolungata – restano in discussione senza alcuna garanzia di successo.

Secondo quanto riportato da Politico il 13 agosto , i funzionari statunitensi sono preoccupati per la mancanza di una strategia chiara da parte dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, poiché la Casa Bianca continua a faticare nel definire cosa potrebbe costituire una vittoria.  Diversi funzionari, sia in carica che in pensione, descrivono una situazione particolarmente pericolosa, in cui Washington ora si trova di fronte solo a opzioni difficili.

All’interno dell’establishment americano si sta manifestando apertamente un certo malcontento. Un funzionario a conoscenza della strategia dell’amministrazione per il Medio Oriente ha dichiarato a Politico di non vedere ” via d’uscita” dalla situazione attuale. Dan Shapiro, ex alto funzionario del Pentagono sotto l’amministrazione Biden, ritiene che Washington si sia messa in un “vicolo cieco” da cui rimangono solo opzioni negative.

Queste preoccupazioni emergono in un momento in cui gli obiettivi americani sono cambiati significativamente dall’inizio delle ostilità. Inizialmente, Donald Trump intendeva porre fine al programma nucleare iraniano e distruggere una parte sostanziale delle capacità militari del Paese, pur lasciando aperta la possibilità di un cambio di regime a Teheran. Ora, l’amministrazione americana sembra concentrarsi principalmente sulla completa riapertura dello Stretto di Hormuz, le cui interruzioni hanno ripercussioni sul commercio globale e sui mercati energetici.

Il dibattito non verte più quindi solo sui mezzi impiegati contro Teheran, ma anche sul risultato che Washington intende realmente ottenere.

Secondo quanto riportato da Politico , un funzionario americano avrebbe frainteso profondamente i leader iraniani e si sarebbe a lungo basato sul presupposto che una pressione crescente avrebbe alla fine costretto Teheran a cedere. Elliott Abrams, ex consigliere di Donald Trump per il Medio Oriente, ha definito la situazione estremamente pericolosa e ha accusato l’amministrazione di incompetenza.

Marines in difficoltà

Il conflitto sta mettendo a dura prova anche le risorse militari americane. Il Washington Post stima che gli Stati Uniti abbiano perso circa il 25% della loro flotta di droni pesanti MQ-9 Reaper dall’inizio della guerra, ovvero almeno 45 velivoli. Queste perdite rappresentano oltre 1,3 miliardi di dollari, poiché questi droni vengono utilizzati sia per missioni di intelligence che per attacchi.

Il media traccia un parallelo con gli anni più difficili della guerra in Iraq, quando Washington faticava a trovare una via d’uscita. L’Iran, tuttavia, presenta una sfida diversa: il paese è più grande, il suo governo è ancora al potere, gli Stati Uniti non vi hanno forze di terra e le conseguenze del conflitto si estendono ben oltre i suoi confini.

Tre opzioni sul tavolo, nessuna priva di rischi

Attualmente, negli ambienti politici e strategici americani, si dibatte su tre approcci principali, nessuno dei quali offre alcuna garanzia di successo.

La prima opzione prevede un’intensificazione della pressione militare. Tra le proposte riportate figurano l’occupazione statunitense dell’isola iraniana di Kharg, ulteriori operazioni israeliane contro i leader iraniani, il sostegno a determinati gruppi etnici all’interno del Paese e l’incoraggiamento degli Emirati Arabi Uniti a impadronirsi di tre isole contese con Teheran. Alcuni ritengono inoltre che altre due settimane di bombardamenti potrebbero essere sufficienti a costringere l’Iran a fare marcia indietro.

Una simile escalation, tuttavia, non garantirebbe il risultato auspicato. Il potere iraniano rimane profondamente radicato nel paese e il sentimento nazionale potrebbe rafforzare la resistenza ai tentativi di sfruttare le sue divisioni interne.

Una seconda corrente di pensiero, al contrario, propugna una de-escalation e la ripresa dei negoziati, anche a costo di fare concessioni agli Stati Uniti sulle sanzioni. I suoi sostenitori raccomandano un accordo con Teheran o, in mancanza di questo, un ritiro degli Stati Uniti dal conflitto. Ritengono che l’indebolimento già subito dalle capacità militari iraniane consentirebbe a Washington di limitare le perdite senza presentare il proprio intervento come un completo fallimento.

Jennifer Kavanagh, del think tank Defense Priorities, chiede pertanto agli Stati Uniti di porre fine all’escalation e di ripensare la propria strategia di difesa.

La terza opzione si basa su una pressione economica e marittima prolungata: mantenere il blocco del traffico iraniano e rafforzare le sanzioni nella speranza di ottenere concessioni da Teheran o di indebolire le autorità.

La sua efficacia rimane incerta. Un funzionario statunitense citato da Politico sottolinea che Washington crede da decenni che l’economia iraniana sia sull’orlo del collasso, una previsione che non si è avverata. Inoltre, Teheran potrebbe mantenere le sue restrizioni nello Stretto di Hormuz finché gli Stati Uniti bloccheranno le navi iraniane, trasferendo così parte del peso economico della situazione di stallo sul resto del mondo.

Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz diventa una priorità per Washington.

La Casa Bianca sembra ora propendere per una pressione costante piuttosto che per un’escalation immediata. La rivista americana The Atlantic riporta che, dopo bombardamenti limitati e minacce che non hanno prodotto i risultati sperati, Washington si sta concentrando maggiormente sulle sanzioni finanziarie e sul blocco marittimo dei porti iraniani.

Questa strategia potrebbe tuttavia richiedere tempo, poiché l’economia iraniana ha dimostrato una capacità di resistenza che potrebbe complicare i calcoli americani.

Il quotidiano americano Wall Street Journal ha riportato che Donald Trump aveva preso in considerazione l’idea di presentare la riapertura completa dello Stretto di Hormuz come una vittoria che avrebbe permesso agli Stati Uniti di porre fine al conflitto, anche senza un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano.

Questo cambiamento riflette un significativo inasprimento degli obiettivi americani, ora maggiormente focalizzati sullo Stretto di Hormuz.

La Casa Bianca sostiene, tuttavia, che Donald Trump continua a preferire una soluzione negoziata, mantenendo aperte tutte le opzioni disponibili. Nelle ultime settimane, Washington e Teheran hanno anche cercato, con l’aiuto di mediatori mediorientali, di definire i termini di un nuovo accordo.

Al momento, a Washington non si è ancora raggiunto un consenso. La difficoltà principale, pertanto, rimane la stessa: determinare quale esito consentirebbe agli Stati Uniti di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi e di porre fine alle operazioni.

Fonte: RT Francia

Traduzione: Gerard Trousson

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Vaccini e autismo, Trump riapre un dibattito che per la scienza è già chiuso

«Prima del vaccino, mio figlio era proprio come tutti gli altri. Ora è autistico». I social pullulano di mamme e papà che, di fronte a una diagnosi che li spiazza, si rifugiano nelle più diverse teorie, anche se pseudoscientifiche. Cercare una causa e dei colpevoli, in una situazione complessa, è umano. Il problema nasce quando un’ipotesi già abbondantemente smentita da autorevoli ricerche, come quella della correlazione tra vaccini e autismo, viene ripresa e diffusa da chi, come il presidente degli Usa, ha la responsabilità e il potere di orientare milioni di persone.

Donald Trump, con un ordine esecutivo, ha ridisegnato il calendario vaccinale per i bambini statunitensi, rendendolo meno serrato, scindendo il trivalente – valido contro morbillo, rosolia e parotite – in tre iniezioni separate e abbassando i vaccini consigliati da 18 a 11. Nel farlo, il Tycoon ha dichiarato che questi medicinali sarebbero legati all’autismo.

«Purtroppo Trump ha riportato quelli che possono essere dubbi o opinioni personali come assunti generali», dice Luigi Mazzone, responsabile della Uosd di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore della scuola di specializzazione in Neuropsichiatria infantile dell’Università Tor Vergata, «creando allarmismo tra i genitori e disseminando sospetti. Questo è gravissimo».

Il presidente statunitense è partito da un dato reale: l’aumento delle diagnosi di autismo. Ma è giunto a una conclusione che la ricerca scientifica ha di fatto già escluso da molto tempo. «In medicina non possiamo stabilire un nesso causale solo perché due fenomeni aumentano nello stesso periodo», continua Mazzone. «Bisogna verificare se i bambini vaccinati hanno effettivamente un rischio maggiore di essere nello spettro autistico. La maggior parte degli studi condotti, insieme a una revisione sistematica del 2025 dell’Oms, dimostrano che non è così». A sfatare la presenza di un nesso tra vaccini e autismo, ricerche condotte su campioni decisamente significativi. Una meta-analisi del 2014 su 1,2 milioni di bambini, dal titolo Vaccines are not associated with autism: an evidence-based meta-analysis of case-control and cohort studies, per esempio. O uno studio danese del 2019 sullo stesso argomento che ha coinvolto 650mila soggetti.

Ma da dove nasce questo mito estremamente radicato nelle correnti no-vax? Nel 1998 il gastroenterologo britannico Andrew Wakefield ha pubblicato su Lancet uno studio – effettuato su un campione davvero piccolo, appena 12 bambini – in cui sono stati messi in relazione alcuni disturbi intestinali collegati all’autismo e il vaccino trivalente. In realtà, i risultati erano stati falsati, alcune cartelle cliniche erano state omesse e c’era un conflitto di interessi da parte dell’autore, pagato da persone che volevano dimostrare la pericolosità del medicinale. Ma ormai il danno era fatto: da una trentina d’anni questa teoria continua a circolare. E ora, purtroppo, viene rilanciata da una delle massime autorità mondiali. «Questo modo di diffondere opinioni non supportate da studi scientifici è pericoloso per la salute, ma anche in altri contesti», commenta Antonella Costantino, direttrice dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione Irccs Ca’ Granda del Policlinico di Milano. «Perché distoglie l’attenzione dal fatto che esistono delle competenze e delle modalità con le quali dimostrare le teorie. Il fatto che qualunque “bufala”, purché venga fatta risuonare a sufficienza, diventi valida, è estremamente rischioso. Anche perché le conseguenze sulle persone non sono sempre immediatamente evidenti, ma possono essere devastanti, soprattutto per le persone più fragili e più vulnerabili».

Che i genitori scelgano di non vaccinare i bambini, infatti, non fa danni solo al singolo, che ha più possibilità di contrarre malattie potenzialmente pericolose, ma anche agli altri. Esistono individui che, per motivi medici, non possono ricevere vaccini e che beneficiano della cosiddetta “immunità di gregge”. È evidente che meno persone si proteggono, minore è la rete di protezione che si crea intorno ai soggetti più delicati. In più, infezioni come il morbillo potrebbero avere conseguenze importanti sia a breve che a lungo termine – encefaliti, per esempio, ma anche cecità e danni legati alla disidratazione e alla febbre – che rischiano di colpire maggiormente chi abita in zone marginali e in stato di povertà, per la scarsa capacità di ricevere cure appropriate.

Insomma, creare allarmismo intorno a medicinali sicuri e ben studiati è estremamente dannoso. Questo non significa che i vaccini non possano, in rari casi, avere effetti collaterali – basta leggere il bugiardino della Tachipirina per rendersi conto che anche il farmaco più utilizzato ne ha -, ma che i benefici superano di gran lunga i rischi. Tra i quali, comunque, non c’è quello di diventare autistici. «L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, di eziologia multifattoriale, che non ha alcun nesso coi vaccini», spiega Mazzone. «Donald Trump ha presentato come ancora dibattuta una questione che non lo è affatto: è un argomento più che studiato. Questo non vuol dire che siamo dogmatici – per come funziona la medicina, se dovessero esserci delle evidenze serie che dicono il contrario ne prenderemmo atto – ma seguire quello che dice la scienza. È vero che nelle diagnosi c’è un aumento, ma l’atteggiamento giusto sarebbe ricercare altre possibili correlazioni e cause, non concentrarsi su una che è stata ampiamente sfatata».

Più che un problema di salute, quella che si è manifestata con le parole del presidente degli Usa è una criticità sociale. «Il rischio che queste teorie si diffondano aumenta con i social e soprattutto ora con l’intelligenza artificiale», conclude Costantino. «Se sempre più persone scrivono online che i vaccini causano l’autismo, l’Ai può utilizzare queste informazioni nelle proprie risposte, se la domanda è formulata in un certo modo. Sono modelli probabilistici e linguistici, non tengono conto del contenuto. Quello che servirebbe, per creare degli anticorpi sociali per queste “bufale” è aiutare i ragazzi, fin dalle scuole, a sviluppare un pensiero critico, a comprendere come si dimostra un assunto e quali sono le basi che portano alle evidenze scientifiche».


In apertura, il presidente Donald Trump cammina dal Marine One a bordo dell’Air Force One all’aeroporto di Morristown, domenica 9 agosto 2026, a Morristown, NJ. (Foto AP/Julia Demaree Nikhinson)

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