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Fabrizio Acanfora: «La società ci spinge alla competizione, ma l’interdipendenza è la natura umana»

Superamento. È questa la parola che Fabrizio Acanfora, musicista, scrittore, attivista e formatore autistico vorrebbe cancellare quando si parla di disabilità. «È una retorica che ha a che fare con la narrazione produttivista della nostra società, che vede non solo le persone disabili, ma tutti gli individui come isolati e in competizione tra loro. Li spinge a dimostrare di essere migliori degli altri». Chi non riesce a essere performante in maniera conforme, rischia di venir lasciato indietro: «Questo immaginario dipinge le caratteristiche delle persone come limiti da superare», continua. «Mette in evidenza quello che nel modello sociale della disabilità si chiama impairment, imputandolo al singolo, senza dare risalto alle responsabilità dell’ambiente».

Secondo Acanfora, la società è intrinsecamente abilista perché, essendo costruita attorno a un unico modello ideale di corpo e di mente, impedisce a chi non è conforme di partecipare alla vita sociale, scolastica, lavorativa. Così come all’ozio e al tempo libero, anch’essi importanti per una vita piena. «Ormai si fa fatica a vederlo, perché l’abilismo è diventato la norma», riflette l’attivista. «E se cerchi di cambiare qualcosa, vieni considerato un rompiscatole».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

La parola più appropriata per parlare di disabilità invece è interdipendenza. «L’etica della cura riconosce il bisogno come condizione universale, opponendosi all’idea di autonomia. In realtà, la società nasce come una rete di mutuo-aiuto e solo in tempi recenti c’è stata una deriva verso l’individualismo e l’autonomia». Viviamo nel mito dell’indipendenza, senza pensare che nasciamo dipendenti e invecchiando lo diventiamo di nuovo. «Ci sono persone che hanno semplicemente più bisogno di supporto», dice lo scrittore. «A causa dell’idea di efficienza e produttività invece le etichettiamo come un peso, come se non fossero “abbastanza”. In realtà essere interdipendenti fa parte della cura dell’altro, dell’idea di collettività». Secondo il modello sociale, la disabilità non è una caratteristica intrinseca di un individuo, ma nasce dalla relazione tra una persona e l’ambiente in cui vive, che spesso non è adatto alle esigenze di tutti. Da questo punto di vista chi è nello spettro rientra appieno tra i soggetti “disabilitati”: «Le persone autistiche incontrano difficoltà e barriere quando si interfacciano con la società», spiega Acanfora. «Il concetto di neurodivergenza è stato sviluppato proprio a partire dal modello sociale della disabilità».

Le persone autistiche incontrano difficoltà e barriere quando si interfacciano con la società. Il concetto di neurodivergenza è stato sviluppato proprio a partire dal modello sociale della disabilità

Fabrizio Acanfora

Vale in qualunque punto dello spettro ci si trovi, che l’autismo sia di livello uno, due o tre, volendo citare la terminologia dei manuali medici. «La diagnosi viene fatta quando la persona ha caratteristiche che fanno sì che abbia bisogno di un supporto», conclude Acanfora. «Se nel mondo della disabilità c’è qualcuno che lo nega è perché le risorse sono ridotte all’osso: chi ha maggiori necessità di supporto, teme che quel poco che c’è venga distribuito in maniera disuguale. Ma il punto è aumentare gli aiuti, non toglierli a qualcuno: anche chi non ha compromissioni a livello cognitivo può avere necessità che vanno riconosciute».

In apertura, Fabrizio Acanfora

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