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RANUCCI vs VANNACCI

RANUCCI vs VANNACCI

di Giovanna Canzano

16 agosto 2026

Molto rumore per nulla per parlare solo di Ranucci, Lavitola e la soap opera che ormai da giorni gli gira intorno.

Altre novità verranno svelate nei prossimi giorni oppure tutto finirà con la lieve condanna di Lavitola (peraltro già di casa nelle patrie galere)?

Ne siamo sicuri?

Oppure tutto continuerà ancora per settimane ad occupare le prime pagine dei TG, dei Giornali e dei video su Youtube?

Ma, a chi ha giovato il rivelare i particolari dell’attentato? Non certo a Lavitola che ‘poverino’, è il solo che ha dovuto perdere un pezzo di libertà! E, Ranucci perderà la conduzione del suo ‘REPORT’? O, si è dovuto solo ‘sdoganare’ la verità sull’attentato per non attribuirlo ai soliti malviventi importanti o casarecci? Questo dubbio che girava ancora per aria avrebbe potuto ostacolare cosa? Avrebbe reso la figura di Ranucci nebulosa nei tanti commenti di chi avrebbe dovuto fidarsi del giornalista non più come reporter, ma per un ruolo più importante dove ogni personaggio viene rivoltato come un calzino. Cosa ci si aspetta adesso da Ranucci uscito candido senza macchie da questa simpatica soap opera?

Forse, direi, un ruolo politico!

Perché proprio di un personaggio così tanto chiacchierato per le sue inchieste ne abbiamo bisogno?

Forse si, forse la sinistra cercava e ha trovato in Ranucci un uomo che gioca fuori dagli schemi e si rimette in campo personalmente ogni volta che tira un colpo.

Ecco, è fatto. Ranucci è in tutti i media ad accogliere esclamazioni e consensi ogni volta che la sua bocca si apre per sillabare una parola. Un uomo con grinta e voglia di battersi per le sue idee…

Ops… ma chi ci ricorda questo tipo di personaggio? L’alter ego che la sinistra odia… il Vannacci nazionale!

I giochi sono fatti (forse suona meglio in francese)…

Dopo le feste di ferragosto, quando la temperatura diventerà accettabile e le vacanze saranno ormai cosa fatta, la sinistra avrà un nome, la destra che ha giocato in vantaggio (?) già c’è l’ha, continueranno a riscaldare le temperature di un lungo e non caldissimo autunno.

giovanna@giovannacanzano.it

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Ceuta, Parolin “Sul fenomeno migratorio serve un approccio comune” / Video

Ceuta, Parolin “Sul fenomeno migratorio serve un approccio comune” / Video

ACI CASTELLO (CATANIA) (ITALPRESS) – “Certamente”. Così all’Italpress il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a margine della veglia di preghiera organizzata ad Aci Castello in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata, risponde alla domanda se il braccio di ferro tra Italia e Spagna sulla crisi di Ceuta rischi di minare l’Europa.
“Sulla questione migratoria non c’è mai stato un grande consenso ed è quello su cui la Santa Sede ha sempre insistito. Sul fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, deve esserci un approccio comune. Noi speriamo che ci sia, che si superino le differenze, le contrapposizioni e ci sia davvero un approccio comune che permetta di affrontare in modo umano questa situazione”, ha aggiunto il cardinale.
Riguardo ai conflitti in Medio Oriente, “la Chiesa da sempre fa un appello alla pace. Purtroppo non sempre questo appello viene seguito. Anzi molte volte non viene seguito – ha sottolineato Parolin -. Però io credo che la Chiesa deve continuare ad insistere su questo tema. Che poi, alla fine, trova eco nei cuori degli uomini perchè gli uomini si accorgono che questa maniera di fare, di condurre il mondo non può portare che ulteriori conflitti, ulteriori dolori e distruzioni”.
Riguardo invece alla guerra in Ucraina, “abbiamo tentato, in tanti modi, a cominciare da Papa Francesco, di offrire una mediazione da parte della Santa Sede – ha aggiunto il cardinale -. Fino a questo momento non c’è stata nessuna risposta in maniera diretta. Noi continuiamo i nostri sforzi. Adesso ci sarà il segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Gallagher, che andrà a Mosca. Speriamo che qualche frutto si raccolga e si possano avviare dei percorsi di cessate il fuoco e poi, anche, di negoziato”.

– Foto Italpress –

(ITALPRESS).

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Ceuta, Parolin “Sul fenomeno migratorio serve un approccio comune”

Ceuta, Parolin "Sul fenomeno migratorio serve un approccio comune"

ACI CASTELLO (CATANIA) (ITALPRESS) – “Certamente”. Così all’Italpress il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a margine della veglia di preghiera organizzata ad Aci Castello in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie di sant’Agata, risponde alla domanda se il braccio di ferro tra Italia e Spagna sulla crisi di Ceuta rischi di minare l’Europa.
“Sulla questione migratoria non c’è mai stato un grande consenso ed è quello su cui la Santa Sede ha sempre insistito. Sul fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, deve esserci un approccio comune. Noi speriamo che ci sia, che si superino le differenze, le contrapposizioni e ci sia davvero un approccio comune che permetta di affrontare in modo umano questa situazione”, ha aggiunto il cardinale, che ai microfoni dell’Italpress parla anche dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.

xn5/sat

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La Russa “Centrodestra avrà numeri per battere sinistra a prescindere da Vannacci”

La Russa “Centrodestra avrà numeri per battere sinistra a prescindere da Vannacci”

RAGALNA (CATANIA) (ITALPRESS) – “La stella polare della destra deve essere il bene dell’Italia”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, nella tappa di Ragalna (Catania) di “Bar Italia”, iniziativa estiva di Fratelli d’Italia.

“Il centrodestra ha sempre saputo fare sintesi, l’unico incidente di percorso è stato sulla legge elettorale, ma recupereremo”, ha spiegato La Russa.

“Sono assolutamente convinto che il centrodestra avrà i numeri per battere la sinistra, a prescindere da Vannacci. Lui ha deciso di uscire dal centrodestra, votando in diverse occasioni con la sinistra”, ha detto ancora il presidente del Senato.

“Il centrodestra deve restare coerente con il proprio progetto. Dobbiamo continuare a mettere a frutto la credibilità internazionale che Giorgia Meloni ha dato all’Italia in questi anni – ha aggiunto -. Non per forza bisogna inseguire le velleità, ma bisogna fare le cose giuste. La coerenza deve essere la nostra strada maestra”.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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La Russa attacca di nuovo Report: “Va cambiato, ma non vorrei che arrivi uno peggio di Ranucci”

Ignazio La Russa torna a mettere nel mirino Report. “Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5% dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso”, ha detto il presidente del Senato intervistato a “Bar Italia”, evento di Fratelli d’Italia in corso a Ragalna, nel Catanese, proponendo per l’ennesima volta di mettere le mani sul più importante programma di informazione della Rai. “A me non interessa se ne mettono un altro – ha proseguito la seconda carica dello Stato parlando della conduzione – ma non può essere che il giornalismo d’inchiesta si faccia per attaccare qualcuno, deve fare inchiesta a 360 gradi”. Certo, ha aggiunto, “non vorrei che ce ne mandino uno peggio di Ranucci, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo”.

L’evento del partito è un’occasione anche per fare il punto sull’operato del governo. “La terza riforma istituzionale che io amavo di più – ha spiegato La Russa -, e cioè quella per far eleggere direttamente dal popolo il capo dello Stato, o almeno il presidente del Consiglio, si è un po’ arenata perché abbiamo capito che diventava un altro strumento di falsità. Ma se facciamo questa legge elettorale, comunque il presidente del Consiglio avrà una credibilità che gli deriverà dalla scelta diretta dei cittadini. In questa legge le coalizioni devono indicare, non il nome del presidente del Consiglio, ma quello che proporranno al presidente della Repubblica che è libero di decidere. Ma quando c’è stata una vittoria chiara, non è mai successo che il presidente della Repubblica abbia scelto un nome diverso. Quindi se ci sarà una vittoria chiara, di destra o sinistra, il nome avrà una larghissima probabilità di diventare il presidente del Consiglio”. E i tempi? “Entro ottobre la chiudiamo. O la chiudiamo o non la chiudiamo, ma entro ottobre la risposta arriva”.

Le elezioni politiche del 2027 avverranno in uno scenario inedito per la politica italiana, quello in cui a destra di FdI c’è un altro partito, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, e Giorgia Meloni avrà il problema di non perdere troppi voti su quel versante. La Russa fa professione di ottimismo – “Io non sono convinto che i sondaggi siano necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo” – e infligge una stoccata all’alleato Matteo Salvini: “Il generale Vannacci ricordo che era il vicesegretario della Lega, non siamo noi che non l’abbiamo voluto nel centrodestra, lui ha deciso di uscire dal centrodestra, fondando un suo partito e votando in numerose occasioni insieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra. Io sono convinto che il centrodestra a prescindere da Vannacci avrà i numeri per governare”.

Quindi l’ex missino sale sul cavallo di battaglia delle destre non solo italiane, ma europee e mondiali: la questione migratoria. Quello che è successo a Ceuta “è stato un assalto all’Europa e qualcuno ha consentito che avvenisse, la Spagna ha enormi responsabilità nell’aver predicato l’accoglienza. L’accoglienza è una bellissima cosa ma quando è indiscriminata non è più accoglienza come quello che è avvenuto nell’enclave spagnola, con migliaia e migliaia di persone senza acqua, senza cibo, senza un luogo per dormire e vengono rispediti quasi a pedate nel loro Paese”, ha detto La Russa, come se fosse stata Madrid a lasciar entrare volontariamente oltre 80 mila migranti dal Marocco nella minuscola exclave spagnola in Nord Africa.

“Pensate se fossero arrivate a Pantelleria migliaia di migranti e noi li avessimo trattati, non dico come la Spagna, ma anche con la metà della cattiveria degli spagnoli – ha aggiunto -. Giustamente avremmo avuto manifestazioni in tutte le città in difesa dei poveri migranti”. Quindi ha concluso: “Avete sentito qualcuno dire che Sanchez ha trattato male gli immigrati? O la sinistra protestare per la remigrazione?”.

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Sull’assedio dei coloni a Qusra ecco la proposta di Giorgio Gori: pregare (su Twitter). Tajani condanna ma rimanda le decisioni all’Europa

Se da mesi il governo Meloni è sotto accusa per l’atteggiamento timido nei confronti di Israele e delle sue opere ed omissioni a Gaza e in Cisgiordania, l’alternativa la dà Giorgio Gori, l’eurodeputato del Pd, esponente della corrente cosiddetta “riformista” che un giorno sì e l’altro sì chiede chiarimenti e certezze alla segreteria del partito sulla politica estera. Scrive Gori su X commentando l’assedio dei colonie al villaggio di Qusra: “Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei. Pazzi fanatici, crudeli criminali. Prego perché il voto di ottobre li metta all’angolo, e così chi li protegge, e gli uni e gli altri abbiano a pagare per le loro violenze. Prego perché Israele possa riscattarsi da questa immensa vergogna”. Finalmente è chiara la proposta dei riformisti del Pd: davanti alla sciagura del governo Netanyahu, dello strazio della Striscia di Gaza e dello scandalo dei coloni in Cisgiordania la strada è pregare su Twitter.

Nel frattempo, certo, si è dovuto attendere un po’ prima di sapere quale fosse la linea del governo Meloni su ciò che è successo a Qusra. Per giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha toccato, legittimamente, tutti i temi più importanti di politica internazionale e ha diligentemente informato sul terremoto in Indonesia, ha di nuovo polemizzato nell’ambito della barbosa partita di padel con la Spagna su Ceuta, ha onorato com’è giusto che sia le vittime del Ponte Morandi, ha perfino chiamato al telefono la formidabile nuotatrice azzurra Sara Curtis, avendo evidentemente a disposizione un po’ di tempo. Ma dopo giorni di notizie di aggressioni dei coloni al villaggio di Qusra, in Cisgiordania, la posizione dell’esecutivo è arrivata ieri, con una frase di poche parole all’interno di un’intervista al Corriere della Sera: “Inaccettabile e sanzionabile l’atteggiamento aggressivo dei coloni israeliani, in sede europea decideremo le misure da prendere”. Per il resto la Farnesina si è limitata a far sapere che stava “monitorando” la situazione quando in mezzo alla storia di Qusra sono spuntati alcuni cittadini italiani, allontanati dalla zona (“evacuati”, con il linguaggio dell’Idf). Insomma ci penserà l’Europa chissà come, chissà quando. L’Unione Europea ha approvato sanzioni mirate contro organizzazioni e leader di coloni israeliani estremisti responsabili di violenze in Cisgiordania, ma non ha mai adottato sanzioni economiche o commerciali generali contro lo Stato d’Israele, a causa della mancanza di un’unanimità politica tra i 27 Stati membri. A mettere il veto, com’è stato più volte ricostruito, è stata anche l’Italia.

Nel frattempo si sono espressi tutti. Addirittura l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee – non certo un nemico dello Stato ebraico – ha parlato di “atti ripugnanti di terrorismo”. La Spagna ha condannato e chiesto al governo di Netanyahu di intervenire per proteggere la popolazione, mentre la Francia ha chiesto senza mezzi termini a Israele di arrestare e processare i coloni protagonisti dell’assalto. L’estremo del paradosso è toccato dal fatto che a condannare i fatti di Qusra è stato prima dell’Italia non solo e non tanto il rivale di Netanyahu alle elezioni Gadi Eisenkot (“È il risultato di una politica irresponsabile, di un governo gestito con impotenza e irresponsabilità” dice) ma perfino il capo del “Consiglio Yeshà“, organizzazione che riunisce tutti i cosiddetti “insediamenti” israeliani in Cisgiordania: “Quello che sta accadendo a Qusra è grave e non rispecchia il nostro modo di agire. Non c’è posto per decidere privatamente di costruire ‘una collina’ nel cortile di una casa, nemmeno quando si tratta di un’abitazione abusiva o di un tentativo di prendere il controllo dell’area. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro persone innocenti o contro le forze di sicurezza”.

L’Europa, dunque, dice Tajani. L’altro giorno l’Ue ha ribadito che “non abbiamo altro da aggiungere oltre alla nostra posizione precedente, ovvero che la violenza dei coloni, le intimidazioni e la distruzione di armi e beni devono cessare, e chiediamo a Israele di intraprendere azioni concrete per prevenire la violenza dei coloni e garantire che gli autori di questi crimini siano chiamati a risponderne”. Certo, Bruxelles poi quando deve passare dal dire al fare non attraversa mai il mare.

In una prima versione di questo articolo era scritto erroneamente che l’Italia non si era espressa su quanto accaduto a Qusra. In realtà il ministro Tajani ha condannato i fatti rispondendo brevemente a una domanda nel corso di un’intervista sul Corriere della Sera del 15 agosto. L’inizio delle violenze è stato l’11 agosto.

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+Europa, ora la faida è sulle primarie. Magi: “Pronto a correre”. Della Vedova: “Lo farà a nome suo, non del partito”

La faida dentro +Europa si arricchisce di un nuovo episodio. A far litigare i dirigenti del partitino di centro a Ferragosto è l’annuncio del segretario, il deputato Riccardo Magi, di essere pronto a correre alle eventuali primarie del centrosinistra, alle quali, dice, “ci dovrà essere una candidatura di +Europa”. “Io correrei con grande entusiasmo e con la convinzione di portare nella discussione il tema dei temi: il nostro futuro nell’Unione europea. E con questo, le nostre idee su diritti civili, libertà individuali ed economiche, antiproibizionismo”, dice Magi in un’intervista alla Stampa. Parole come fumo negli occhi per l’ala del partito che fa capo al deputato Benedetto Della Vedova, rappresentata dal giovane presidente Matteo Hallissey, contrarissimo alla collocazione nel campo largo (in particolare a causa della presenza del M5s). “Apprendiamo che Riccardo Magi intende presentarsi alla primarie del centro-sinistra. Auguri. Naturalmente lo farà – se lo farà – a titolo personale, non a nome di +Europa. Nel partito non è mai stata nemmeno discussa un’ipotesi del genere. E dubitiamo fortemente che un segretario che è ormai da tempo in minoranza nel partito, ancorché ostinatamente attaccato al suo incarico, possa avere il via libera per una operazione personalistica come quella che prefigura”, commentano Hallissey e Della Vedova in un comunicato congiunto.

Da mesi infatti +Europa è paralizzato dallo scontro tra le due fazioni, con il presidente che chiede di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario, mentre Magi finora si è rifiutato di farlo, non essendo mai stato sfiduciato dall’assemblea. “Il nostro partito ha sempre avuto forti frizioni interne. In questo momento ci sono lacerazioni profonde dovute anche al fatto che in diversi già guardano ad altre forze politiche. Alcuni sono attratti dal progetto di Renzi, altri da movimenti terzopolisti, esterni all’alleanza di centrosinistra”, commenta il segretario nell’intervista alla Stampa. E ventila la scissione: “Se ci si intende su quello che si vuole fare, bene. Altrimenti non è obbligatorio rimanere tutti insieme”. La sua ricostruzione però contestata da Hallissey e Della Vedova: “Magi allude anche al fatto che alcuni di noi sarebbero attratti da altri percorsi, esterni a +Europa. Questo ci sembra un riferimento autobiografico“, attaccano. “Piuttosto, c’è un’ampia maggioranza interna, ostinatamente ignorata se non irrisa dal segretario, che da mesi chiede un congresso in cui finalmente si torni a parlare di politica, che sottragga il partito all’irrilevanza e lo rilanci. Questa è la prova ulteriore della sua necessità”.

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Marco Tarchi: dove va l’Occidente?

Scene di ordinario servilismo. L’esperienza ci ha insegnato che dai vertici dei “grandi della Terra” non c’è da attendersi che frasi di circostanza, convenevoli da photo opportunity, dichiarazioni tanto altisonanti quanto scontate. Oltre a qualche promessa destinata ad essere disattesa. Se poi l’incontro è uno di quelli in formato G7 – cioè limitato a quelle che dovrebbero essere “le sette nazioni economicamente più avanzate del pianeta”, formula che l’esclusione della Cina rende quanto mai ridicola –, il risultato è ancor più scontato: lodi reciproche, ossequi all’unico vero “grande” presente, assicurazioni di eterna fedeltà al club occidentale, qualche frecciata ai rivali, Brics in testa, e poco più.

Neanche la presenza di un personaggio scomodo e imprevedibile come Donald Trump ha modificato il copione della più recente rappresentazione di questa commedia, tenutasi ad Evian a metà giugno. Gongolante per la firma del memorandum d’intesa (provvisoria) con l’Iran, che spera gli consenta di far passare una sconfitta per vittoria agli occhi dei suoi fedeli, the Donald si è accontentato di farsi riverire dagli alleati-vassalli, ne ha accettato i doni – il record della piaggeria questa volta è stato appannaggio di Merz, con la sua maglietta della nazionale tedesca; evidentemente Mark Rutte riteneva di avere già dato in abbondanza nelle occasioni precedenti – e i complimenti, si è mostrato magnanimo con gli europei che non lo avevano pubblicamente approvato nelle ultime avventure belliche (Macron è diventato un suo “grande amico” e per espiare lo ha invitato a cena nel palazzo di Versailles). E si è astenuto dal rievocare il programma di disimpegno militare dal Vecchio Continente che tanto aveva inquietato i commensali. Ci ha pensato comunque poche ore dopo il suo ministro della guerra Hegseth a ricordare a costoro che il ridimensionamento ci sarà e, soprattutto, che gli States non consentiranno più ai paesi membri della Nato di vietar loro, per qualsiasi motivo, l’uso discrezionale delle basi installate sui loro territori: o obbedienti o fuori!

Al termine dei lavori – se è lecito chiamarli così – Giorgia Meloni, la sovranista afflitta poche settimane prima dal preannuncio della possibile evacuazione di cinquemila GI’s dal suolo italiano, ha tenuto a proclamare che dalla riunione era uscito un messaggio chiaro: “Un Occidente unito è più forte e credibile”, e a vantare come un successo l’aver contribuito a strappare al presidente statunitense un “non scontato” impegno a sostenere militarmente l’Ucraina. Aggiungendo, in chiusura di conferenza stampa, un’esortazione rivolta ad Israele, invitandolo a non sabotare il processo di pacificazione in Medio Oriente.

Il rituale delle esortazioni

Esortazione. Invito. Questo è quanto “l’Occidente” ha fatto nei confronti di uno Stato che, per rappresaglia dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 (1.200 vittime), ha ucciso oltre 71.000 palestinesi a Gaza, di cui ha posto sotto controllo militare oltre il 50% della superficie e, nel frattempo, ha occupato ampie porzioni di territorio in Siria e in Libano, distruggendo villaggi, costringendone gli abitanti all’evacuazione, insediando proprie basi militari e dichiarando ufficialmente di non avere alcuna intenzione di abbandonare i territori conquistati.

E stiamo parlando del Paese i cui “coloni”, aizzati dai partiti di estrema destra ben insediati al governo e protetti da polizia e forze armate, in Cisgiordania stanno sistematicamente attaccando i residenti palestinesi con il ben noto sistema della “terra bruciata” – demolizione di case, sradicamento e distruzione delle colture, taglio delle condutture idriche, uccisioni e furti di animali – e negli ultimi tre anni hanno provocato 1.244 morti, più dei 1.046 dei diciassette anni precedenti, in migliaia di attacchi armati (più di 540 fra il gennaio e il marzo del 2026). Di quell’Israele il cui ministro della difesa Gallant ha definito i palestinesi “animali umani”, quello delle finanze Smotrich ha istigato ad“aprire le porte dell’inferno” in Libano e quello della sicurezza nazionale Ben Gvir, sullo stesso tema ha dichiarato che”tutto il Libano deve bruciare» e che «per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere”.

Di fronte a questo scenario, “l’Occidente” – preceduto dall’Unione Europea, che non era riuscita a trovare l’unanimità dei suoi membri per esprimere una condanna formale nei confronti di Ben Gvir per il trattamento inumano riservato agli attivisti della Flotilla e che verso i coloni assassini ha adottato sanzioni puramente simboliche – ha dimostrato ancora una volta la sua congenita ipocrisia. I suoi sbandierati valori, chiamati in causa incessantemente quando si tratta di accusare le “autocrazie” iscritte nel suo libro nero, sono stati per l’ennesima volta messi fra parentesi (ma sarebbe meglio dire cancellati) nel momento in cui Israele proseguiva i micidiali bombardamenti sul territorio libanese, che già sono costati al popolo preso di mira almeno 3.912 morti e 11.873 feriti, facendosi beffe delle promesse contenute nel memorandum di accordo fra Iran e Stati Uniti.

Netanyahu Mamdani

Quando l’Occidente è complice

Il caso israeliano è senza dubbio quello che meglio mette in evidenza il cinismo e la doppiezza di quel conglomerato sotto tutela, guida e sovranità statunitense a cui è stato assegnato da almeno ottant’anni – e in spregio della realtà geografica – il nome di Occidente. Sebbene ami presentarsi come l’intransigente tutore della legalità internazionale e il paradiso dei diritti umani, di fronte alle infrazioni della legge (le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non rispettate dal governo di Tel Aviv sono ben più di un centinaio) e ai veri e propri crimini dello Stato ebraico, il “blocco” occidentale è rimasto sistematicamente in silenzio. Anzi: si è fatto complice attivo. Come ha dichiarato il 17 giugno il vicepresidente Usa Vance, i due terzi delle dotazioni militari con cui Israele ha condotto le sue azioni belliche contro il Libano e l’Iran, e prima contro la popolazione di Gaza, «sono state pagate dal contribuente americano».

Grazie al combinato disposto dell’eterno senso di colpa per il genocidio subito dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale (quella che un ebreo coraggioso, il politologo Norman Finkelstein, ha definito in un suo libro famoso e osteggiato La fabbrica dell’Olocausto) e della potenza della lobby filoisraeliana di oltreoceano, i sedicenti difensori della democrazia e della libertà tollerano da decenni la strategia di pulizia etnica e di violenza sistematica – poco importa che la si definisca o meno genocidio: strage o massacro ne rendono altrettanto efficacemente la sostanza – che lo Stato ebraico attua nei confronti dei palestinesi. Ne avallano i pretesti per giustificare le violazioni della sovranità di altri Stati, la retorica delle «minacce esistenziali», l’attribuzione della qualifica di terroristi a chiunque li combatta con le armi (in una situazione di squilibrio di forze che non lascia altra via a chi si oppone alla loro sopraffazione se non il ricorso ai mezzi della lotta partigiana e della guerriglia). Ne minimizzano le responsabilità collettive scaricandole sul solo governo del “cattivo” Netanyahu, nel momento in cui il capo dell’opposizione Yael Lapid rimprovera al primo ministro di non aver convinto gli Stati Uniti a bombardare gli impianti energetici iraniani e a proseguire nei bombardamenti.

E a volte si schierano al loro fianco – Usa in testa, ma talvolta con il sussidio di ausiliari inglesi o francesi – nelle aggressioni “preventive” ai nemici, come è accaduto per due volte negli ultimi sei mesi nel caso dell’Iran. Ricorrendo, quando lo reputano opportuno, a crimini di guerra, come il bombardamento della scuola femminile di Minab costato la vita a 168 bambine, sul totale di 4.765 vittime causate dagli attacchi israelo-americani.

Le guerre prossime venture

Questa è la via verso il futuro tracciata da quell’Occidente che Meloni, Merz e i loro compagni di summit, colloqui e colazioni ritengono «credibile» e vorrebbero «più forte e unito», guidato da un paese i cui successivi governi si sono resi responsabili – in nome della pace – della massima parte delle guerre che hanno insanguinato il pianeta negli ultimi cinquant’anni. E che si sta prestando, in piena incoscienza della componente europea, a predisporre le conflagrazioni belliche future che gli Stati Uniti condurranno per l’affermazione dei propri interessi economici e geopolitici, prendendo di mira la Cina e i suoi effettivi o potenziali alleati nello scacchiere indo-pacifico.

Anche in questo senso, il G7 di Evian ha inviato un pessimo messaggio, ribadendo l’accanimento di von der Leyen, Rutte, Macron, Merz e comprimari nel sostenere l’Ucraina nell’apparentemente interminabile conflitto con la Russia. L’avallo concesso da Trump (ovviamente per quello che vale, data la volubilità del personaggio e il suo profilo psichico palesemente instabile) alla reiterata agenda bellicista dell’Unione europea rischia di rendere più arduo, invece di favorirlo, il percorso diplomatico verso una cessazione almeno provvisoria delle ostilità su quel fronte. Come abbiamo sostenuto su queste colonne fin dall’immediato indomani della sciagurata “operazione speciale”, Putin è caduto nella trappola che da quasi un decennio Usa e Nato gli avevano teso, e nella vicenda ha perso, in credibilità, più di quanto non abbia guadagnato sotto il profilo del controllo dei territori contesi. Essendoci rimasto invischiato, non può accettare di uscirne subendo compromessi e condizioni che suonerebbero umilianti, soprattutto in un momento in cui, grazie agli armamenti e al sostegno economico, il regime di Kiev pare aver migliorato la sua situazione sul fronte. Sarebbe il momento ideale per proporre uno scambio fra tregua e ritiro delle sanzioni. Che invece si è deciso di inasprire ulteriormente.

Insomma: l’Occidente ha deciso di scegliersi gli amici (Israele) e i nemici (Russia) sbagliati. Si è seduto al tavolo di una partita di poker pensando di avere in mano le carte migliori ed esulta molto prima di aver verificato quelle di cui dispone l’avversario. Così, il rischio del bluff cresce. E alla fine della serata il piatto potrebbe piangere. In questo caso, amaramente. La conclusione del “braccio di ferro” con l’Iran è un segnale da non trascurare.

Tratto dal numero 392 della rivista Diorama Letterario. Per abbonarsi (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista

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Cardinale Parolin “C’è una grande attesa di pace e fraternità”

Cardinale Parolin

CATANIA (ITALPRESS) – “Sembra che si stia diffondendo l’odio in tutte le direzioni ma c’è anche, e questo vorrei sottolinearlo, una grande attesa di pace e di fraternità. Il fatto che ci sia in tanti Paesi la riscoperta dei valori cristiani e della fede e in particolare nei giovani in alcune nazioni europee, sta proprio a significare proprio questo: si cerca una risposta, che metta fine a questa situazione di conflitto e che invece possa promuovere la fraternità, la concordia e la pace”. Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a Catania, in occasione del nono centenario della traslazione delle spoglie di Sant’Agata da Costantinopoli al capoluogo etneo. Il cardinale Parolin è stato nominato da Papa Leone XIV delegato pontificio della “due giorni” etnea. xq4/vbo/mca2

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Fials Livorno, proclamato lo stato di agitazione contro l’Asl Toscana Nord Ovest

LIVORNO – Il sindacato Fials proclama lo stato di agitazione contro la Usl Toscana Nord Ovest. Il tentativo di conciliazione in prefettura è fallito e il sindacato sta preparando le iniziative di lotta da attuare nei prossimi mesi.

“Uno degli aspetti più rilevanti della vertenza – spiega la segretaria di Livorno, Daniela Boem – riguarda il reclutamento del personale del ruolo sanitario e sociosanitario. Il Fials rileva come la mancata approvazione del Pal (Piano attuativo locale) da parte della stessa Azienda sanitaria, costituisca un’inadempienza che determina, per l’assenza di un quadro certo di programmazione, la non corrispondenza tra l’utilizzo e reclutamento del personale e le scelte compiute con l’aumento dei carichi di lavoro, stante la concentrazione sull’ospedale di Livorno di molti servizi (sede Hub per antiblastici, centro trasfusionale ed aferesi, endoscopia, malattie infettive etc..) e per l’apertura di nuovi servizi (Case di comunità, Ospedale di comunità). Nonostante ciò, il saldo annuale tra nuove assunzioni e pensionamenti permane negativo a discapito delle condizioni dei lavoratori, con ripercussioni importanti sui loro diritti fondamentali, in primis le condizioni di sicurezza”.

“In questo contesto, la situazione che si è creata nel carcere Le Sughere di Livorno assume il carattere dell’emergenza. La popolazione carceraria, a seguito dei trasferimenti dal carcere di Sollicciano, è aumentata di oltre un centinaio di unità, raggiungendo un numero superiore ai trecento. Gli infermieri in servizio sono 17,4 dei quali prestano la loro attività presso la casa di reclusione di Gorgona con una permanenza media nell’isola di circa una settimana. Il fondamentale diritto alla salute da garantire alla popolazione carceraria è collegato anche al numero del personale infermieristico in servizio e deve tenere conto delle mutate condizioni logistiche che impongono la dilatazione dei tempi per le prestazioni di assistenza con problemi di gestione delle attività e la necessità continua di ritardare l’orario di uscita dal lavoro. Quanto avvenuto, destinato ad incrementarsi con ulteriori ingressi, non ha determinato da parte della direzione aziendale Usl Nord Ovest nessun adeguato intervento in termini di aumento del personale che consideri le specifiche caratteristiche della nuova utenza con diverse pene detentive e con nuove e più complesse patologie, anche di carattere psichiatrico”.

“Situazioni che potenzialmente possono produrre cambiamenti all’interno del penitenziario, con una maggiore pressione psicologica sugli operatori sanitari e una ridefinizione delle condizioni di sicurezza lavorativa da garantire. La struttura della casa di reclusione continua a presentare vecchi problemi non risolti che gravano sui lavoratori, come nel caso della medicheria e degli ambulatori dove, addirittura, ci piove dentro e parimenti le temperature sono insopportabili. Il Fials richiama la Asl Toscana Nord Ovest ad adempiere agli obblighi che gli appartengono, nel ruolo di datore di lavoro, per attuare le azioni opportune, modificando le condizioni strutturali ed ambientali, finalizzate a garantire l’integrità fisica e morale del lavoratore”.

“Il Fials – conclude – chiede, dunque, nell’immediato, quale priorità assoluta ed urgente un adeguamento del numero degli infermieri. Continueremo, quindi, ad incalzare l’Usl competente per l’adempimento dei propri obblighi. Il Fials chiede inoltre alle istituzioni locali, regionali e ai parlamentari della provincia un impegno per risolvere una situazione che sta assumendo sempre più il carattere di una vera e propria emergenza”.

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Fyodor Lukyanov: «Per i prossimi mesi non possiamo aspettarci che escalation»



In questa intervista interviene Theodor Luciano (Fyodor Lukyanov), direttore della rivista Russia in Global Affairs e presidente del Consiglio russo per le Politiche Estere e di Difesa. Analizzando lo stato del conflitto in Ucraina ad un anno dal summit di Anchorage, Lukyanov evidenzia il fallimento della diplomazia e l’inasprimento delle posizioni, alimentato dai raid a lungo raggio e dalla linea rigorista dei Paesi europei. L’analisi si allarga al ruolo dell’Europa — la cui coesione interna appare oggi strettamente legata al confronto antagonista con Mosca —, al conflitto in Iran e al radicale riassetto geopolitico mondiale. Secondo l’analista, la frammentazione internazionale e il declino irreversibile delle vecchie istituzioni multilaterali, compresa l’ONU, stanno guidando il mondo verso una fase d’incertezza globale priva di regole condivise.

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Papa “Stop alle violenze contro i palestinesi in Cisgiordania”

Papa “Stop alle violenze contro i palestinesi in Cisgiordania”

ROMA (ITALPRESS) – “Diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio”. Lo ha detto Papa Leone all’Angelus recitato a Castel Gandolfo. “Siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace”, ha aggiunto il Pontefice.

Al termine dell’Angelus, interrotto dagli applausi, ha poi detto: “Rinnovo il mio appello affinchè cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania. E chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”.

Poi, ha aggiunto: Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Perché la Cina ha scelto il Marocco come hub nel Mediterraneo

Il Marocco è diventato uno dei principali hub strategici, economici e commerciali della Cina dell’intera Africa. Poco importa che Rabat abbia stretto una solida alleanza con Israele e Stati Uniti, e che forse abbia in qualche modo favorito la crisi dei migranti di Ceuta per danneggiare gli interessi della Spagna, la porta cinese per accedere ai mercati europei. Poco importa, insomma, delle preferenze marocchine in politica estera, perché il pragmatismo adottato da Pechino nelle relazioni internazionali consente al Dragone di coltivare rapporti con tutti in nome del proprio interesse nazionale. Da questo punto di vista il Marocco é un perno ideale per consentire al gigante asiatico sia di penetrare nel continente africano che si implementare la presenza nel Mediterraneo.

Negli ultimi cinque anni i due Paesi hanno stretto accordi per importanti progetti infrastrutturali e siglato diversi patti commerciali. Nel settore manifatturiero, per esempio, decine di aziende cinesi hanno effettuato investimenti multimiliardari per stabilire fabbriche (per componenti di veicoli elettrici, batterie e materiali strategici ) in territorio marocchino. Per quale motivo? Bisogna considerare molteplici fattori che riguardano Rabat: la stabilità politica, accordi di libero scambio con l’Unione europea e gli Stati Uniti, abbondanti riserve di fosfato – cruciali per la produzione di batterie – e una posizione privilegiata, a soli 14 chilometri dall’Europa.

Gli affari della Cina in Marocco

Dal punto di vista di Pechino, ha ricordato il quotidiano spagnolo El Mundo, il Marocco può svolgere un ruolo simile a quello che il Vietnam ha assunto in Asia: essere cioè una piattaforma industriale attraverso la quale rifornire i mercati occidentali di beni cinesi, aggirando alcune delle crescenti barriere commerciali che interessano le esportazioni che provengono direttamente da oltre Muraglia. Attenzione, inoltre, al dossier delle infrastrutture. Le aziende statali cinesi partecipano infatti a progetti ferroviari, energetici e portuali. Un esempio? Il porto di Tanger Med – il più grande del Mediterraneo e uno dei principali centri di traffico container del mondo – si è affermato come un nodo logistico di enorme valore per le catene di approvvigionamento cinesi. Da qui le merci possono essere distribuite rapidamente in Europa e in Africa occidentale, rafforzando il ruolo del Marocco come piattaforma logistica con portata continentale.

E consentendo alla Cina di realizzare profitti considerevoli. Nel frattempo Yu Jinsong, ambasciatore cinese a Rabat, ha dichiarato che le relazioni bilaterali stanno attraversando un momento favorevole e che nei prossimi cinque anni ci sarà una stretta collaborazione sino-marocchina incentrata sulla costruzione di un quadro economico comune. Questo sforzo dovrebbe concentrarsi sull’eliminazione delle tariffe, sul trasferimento di tecnologia dalla Cina e sulla firma di accordi per l’energia sostenibile. Il rafforzamento delle relazioni bilaterali è decollato con la visita del re Mohamed VI a Pechino nel maggio 2016, dove sono stati firmati accordi che stabiliscono il partenariato strategico tra Cina e Marocco. Da allora, il commercio tra i due Paesi è cresciuto in modo significativo, guidato da collaborazioni su progetti per lo sviluppo del Global South e della Belt and Road Initiative.

Il Dragone a Rabat

La Cina è attualmente il terzo maggiore partner commerciale internazionale del Marocco e il secondo per investimenti nel settore dell’energia sostenibile nel Paese. Nel 2025, il commercio bilaterale tra i due Paesi ha raggiunto i 10,96 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 9,04 miliardi del 2024. Nello stesso anno, le esportazioni cinesi verso il Marocco hanno raggiunto i 9,88 miliardi di dollari, mentre le importazioni dal Marocco si sono attestate a 1,08 miliardi. Si prevede che gli investimenti cinesi nel Paese supereranno i 10 miliardi di dollari nel prossimo futuro. Le relazioni economiche tra i due Paesi si concentrano principalmente su due ambiti: il trasferimento di tecnologia e gli investimenti nell’idrogeno verde e nelle energie rinnovabili. Il Marocco esporta soprattutto materie prime, tra cui semiconduttori e derivati del fosfato, mentre la Cina fornisce componenti per veicoli elettrici, prodotti di telefonia e altri beni a maggior valore aggiunto.

Nel settore energetico, la Cina mira a inserirsi nel processo di transizione del Marocco, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo nazionale di coprire il 52% del consumo energetico da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto, il Marocco rappresenta un partner strategico anche per la sua straordinaria disponibilità di risorse naturali: il Paese possiede infatti quasi il 70% delle riserve mondiali di fosfato, una materia prima fondamentale per l’agricoltura. La rilevanza di questa risorsa è ulteriormente accresciuta dall’importanza della sicurezza alimentare a livello globale, in particolare per la Cina, il secondo Paese più popoloso al mondo, con circa 1,4 miliardi di abitanti. Un esempio concreto della crescente cooperazione industriale è rappresentato da BTR New Material Group, produttore cinese di materiali per batterie al litio, che sta realizzando nel Paese progetti dedicati alla produzione di materiali per catodi e anodi e che dovrebbe creare oltre 1.100 posti di lavoro qualificati. Il Marocco, principale esportatore mondiale di fosfato e dotato di significative risorse di cobalto e litio, sta così sfruttando la propria base mineraria per sviluppare una nuova filiera industriale nel settore energetico, capace di collegare le risorse marocchine, la capacità di lavorazione cinese e i mercati europei.

Negli ultimi due anni, ha sottolineato il New York Times, gli investimenti a Rabat e dintorni da parte di produttori cinesi di energia, veicoli elettrici e batterie sono aumentati in maniera vertiginosa, sfiorando quasi i 10 miliardi di dollari. Ci sono decine di aziende d’oltre Muraglia che stanno aprendo, o hanno già aperto, sedi in loco, a conferma della crescente importanza che Pechino assegna al Marocco.

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Concessioni balneari, a Livorno quaranta stabilimenti verso le gare: la richiesta è di massima trasparenza

LIVORNO – Dopo la polemica nazionale sui tornelli e sul libero accesso al mare, per Livorno si apre un secondo capitolo: quello delle concessioni demaniali sulle quali operano gli stabilimenti balneari cittadini.

La domanda è semplice soltanto in apparenza: quando sono state rinnovate le concessioni e quando scadranno? La risposta porta dentro una vicenda normativa che da anni procede attraverso proroghe, sentenze e interventi legislativi, lasciando cittadini, imprese e amministrazioni in una condizione di persistente incertezza.

Le concessioni dei bagni livornesi non risultano rinnovate tutte nello stesso momento attraverso nuove procedure competitive. I singoli titoli hanno origini e storie amministrative differenti, ma la loro prosecuzione è stata consentita soprattutto dalle estensioni disposte nel tempo dalla normativa nazionale.

Una delle proroghe più controverse è arrivata con la legge 145 del 2018, che prevedeva un’estensione di quindici anni e indicava, per le concessioni interessate, la scadenza del 31 dicembre 2033. Quella prospettiva è stata successivamente messa in discussione dalla giurisprudenza amministrativa e dal confronto con il diritto europeo, contrario ai rinnovi automatici in assenza di procedure comparative.

Il quadro è quindi cambiato più volte. La scadenza del 2033 non può oggi essere considerata il riferimento generale e definitivo per gli stabilimenti livornesi. La disciplina nazionale attualmente vigente mantiene efficaci le concessioni fino al 30 settembre 2027. Soltanto in presenza di ragioni oggettive che impediscano di concludere le gare entro quella data — come contenziosi o difficoltà documentate nello svolgimento delle procedure — l’autorità competente potrà disporre un differimento motivato, comunque non oltre il 31 marzo 2028.

Lo stabilisce il decreto-legge 131 del 2024, convertito nella legge 166 del 2024, intervenuto per adeguare il sistema italiano agli obblighi europei e consentire una transizione verso le nuove assegnazioni.

Per Livorno, dunque, la data centrale è il 30 settembre 2027. Non il 2033. Il termine del marzo 2028 non rappresenta una proroga automatica, ma una possibilità eccezionale che dovrà essere giustificata attraverso un atto specifico.

Secondo quanto dichiarato dal sindaco Luca Salvetti al Corriere Fiorentino nel giugno 2026, sono circa 40 le concessioni livornesi sottoposte alla disciplina Bolkestein e destinate ad andare a gara. Le procedure dovrebbero partire una volta perfezionato il modello nazionale di bando.

È proprio su questo passaggio che emerge la responsabilità del governo cittadino. Il Comune non può limitarsi ad aspettare le indicazioni ministeriali senza offrire nel frattempo ai cittadini un quadro completo e facilmente consultabile. Sarebbe necessario pubblicare l’elenco delle concessioni interessate, specificando per ciascuna lo stabilimento, il concessionario, la superficie occupata, la data del titolo originario, le successive estensioni, il canone corrisposto e la scadenza effettivamente riconosciuta.

Al momento, sui canali comunali dedicati al demanio marittimo non emerge con immediatezza una ricostruzione organica di queste informazioni. Sono disponibili uffici, modulistica, ordinanze e singoli procedimenti, ma manca una rappresentazione pubblica capace di spiegare in modo semplice quale sia la posizione amministrativa dei principali stabilimenti del lungomare.

La trasparenza diventa ancora più importante dopo il caso dei tornelli. Il dibattito non riguarda soltanto la possibilità di attraversare gratuitamente uno stabilimento, ma il rapporto complessivo tra uso economico del demanio e diritti della collettività. Conoscere durata e condizioni delle concessioni è il primo requisito per valutare se quel rapporto venga gestito correttamente.

È vero che i Comuni hanno atteso per anni norme stabili, criteri sugli indennizzi e un modello uniforme per le gare. Ma è altrettanto vero che l’amministrazione livornese conosce da tempo il numero e le caratteristiche delle concessioni presenti sul proprio territorio. Preparare gli atti, ricostruire i titoli e informare la città non richiede di attendere l’ultimo giorno utile.

La questione, quindi, non è soltanto quando scadranno le concessioni. La domanda politica è che cosa abbia fatto finora il Comune per prepararsi alle gare e per verificare, durante il periodo transitorio, il rispetto degli obblighi imposti ai concessionari. Livorno si avvicina a una trasformazione potenzialmente storica del proprio sistema balneare.

Circa quaranta concessioni dovranno essere riassegnate attraverso procedure pubbliche. Continuare a gestire questo passaggio senza un calendario cittadino, una banca dati accessibile e criteri comunicati in anticipo significherebbe arrivare ancora una volta impreparati a una scadenza conosciuta da anni.

Il 30 settembre 2027 non è una data lontana. È il termine entro il quale Livorno dovrà dimostrare se intende governare il proprio rapporto con il mare oppure continuare a subirne le contraddizioni.

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Netanyahu attacca Londra con una frecciata definendola una «Gran Bretagna islamica»

Il primo m inistro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il Regno di Gran Bretagna la «Repubblica Islamica di Gran Bretagna», mentre il nuovo governo laburista del Paese sta valutando l’adozione di misure contro Israele.

 

Intervenendo venerdì a un podcast della Radio dell’Esercito israeliano, Netanyahu ha criticato la copertura mediatica britannica su Israele, paragonandola a quella della Guerra dei Sei Giorni del 1967.

 

«Andate a cercare qualcosa di simile in Gran Bretagna oggi, che potreste definire la Repubblica Islamica di Gran Bretagna», ha affermato, secondo quanto riportato dai media israeliani.

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Netanyahu ha poi ripreso una battuta fatta nel 2024 dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, secondo cui la Gran Bretagna potrebbe diventare la prima «Repubblica Islamica con armi nucleari».

 

Secondo gli ultimi dati del censimento, i musulmani rappresentano circa il 6 % della popolazione del Regno Unito, mentre il Pakistan, ufficialmente Repubblica Islamica del Pakistan, possiede armi nucleari dagli anni Novanta.

 

Il ministero degli Esteri britannico ha definito i commenti «completamente inaccettabili», sottolineando che la questione era già stata sollevata con il governo israeliano.

 

Le relazioni tra Londra e Israele si sono deteriorate da quando Londra ha formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina nel settembre 2025, una mossa respinta dal governo di Netanyahu.

 

Lo scambio di battute avviene poche settimane dopo l’insediamento di Andy Burnham come primo ministro. Prima di entrare in carica, Burnham aveva affermato che il Partito Laburista «non aveva agito correttamente» sulla questione di Gaza, sostenendo che la Gran Bretagna doveva esercitare maggiore pressione sul governo israeliano, anche attraverso l’uso di sanzioni e misure volte a colpire il commercio con gli insediamenti israeliani.

 

Ciononostante, la Gran Bretagna ha mantenuto legami commerciali con Israele nel settore delle esportazioni militari. Sebbene Londra abbia sospeso alcune licenze per la fornitura di armi nel 2024 a causa del timore che le attrezzature potessero essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, ha esentato i componenti forniti attraverso il programma multinazionale F-35.

 

La Gran Bretagna ha anche fornito supporto militare durante il conflitto di quest’anno con l’Iran. Londra ha schierato aerei per intercettare gli attacchi iraniani e ha autorizzato le forze statunitensi a utilizzare basi britanniche per operazioni contro i lanciatori missilistici iraniani e siti correlati. La cooperazione in materia di sicurezza tra Gran Bretagna e Israele ha incluso voli di sorveglianza su Gaza e la condivisione di informazioni di intelligence.

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Queste dichiarazioni giungono dopo le notizie di una crescente frustrazione nei confronti di Netanyahu negli Stati Uniti. Venerdì, Axios ha riportato che il presidente Donald Trump si è rifiutato di appoggiare Netanyahu in vista delle elezioni israeliane di ottobre, nonostante le ripetute richieste in merito.

 

All’inizio di questo mese, il primo ministro israeliano ha respinto un piano in 15 punti per Gaza, sostenuto da Trump, ribadendo che le forze israeliane non si sarebbero ritirate fino al completo disarmo di Hamas.

 

I rapporti recenti tra il Netanyahu e il governo britannico sono stati complessi fino al grottesco.

 

Come riportato da Renovatio 21, è riportato nel libro di memorie dell’ex premier Boris Johnson che nel 2017 una squadra di sicurezza britannica ha trovato un dispositivo di intercettazione nel bagno personale dell’allora ministro Johnson, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva chiesto di accedervi per espletare i suo bisogni fisiologici.

 

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Immagine di Foreign, Commonwealth & Development Office via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata

 

 

 

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Nigel Farage vince contro il Conte «faccia-da-cestino»

Il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha riconquistato il suo seggio in Parlamento, in un’elezione suppletiva boicottata da tutti gli altri principali partiti britannici. Farage aveva lasciato il suo seggio e indetto le elezioni nel tentativo di «dare un segnale di sfida all’establishment».

 

Giovedì il Farage è stato dichiarato vincitore nel suo collegio elettorale di Clacton, ottenendo il 63 % dei voti, un incremento del 17 % rispetto al 2024.
Tuttavia, quest’anno gli unici avversari di Farage erano candidati eccentrici e marginali, con il Partito Laburista, i Conservatori, i Liberal Democratici e i Verdi che hanno boicottato le elezioni. Tra questi candidati, Count Binface («faccia-da-cestino»), un comico della BBC il cui costume include un bidone della spazzatura in testa, ha ottenuto il 27 % dei voti.

 

I came first in the Clacton by-election! Of the candidates who bothered to turn up for the results. Here is my victory speech! pic.twitter.com/PBaLO10P2j

— Count Binface (@CountBinface) August 14, 2026

 

“Even if I got 12%, 1 in 8 people in Clacton would rather vote for a space warrior shaped like a bin than Nigel Farage. That would be interesting, wouldn’t it”

Count Binface speaks to Sky’s @JonCraig as counting continues in Clacton https://t.co/MVXBDydaRc

📺 Sky 501 pic.twitter.com/Dix8yGQjg1

— Sky News (@SkyNews) August 14, 2026

Americans meet Count Binface.

There may be some cultural translation issues. 🤣🇬🇧🇺🇸🗑 pic.twitter.com/yLl6SPmvNc

— Liz Webster (@LizWebsterSBF) August 11, 2026

 

An American interviewer asked me about my political beliefs. #VoteBinface pic.twitter.com/i31YytTh7B

— Count Binface (@CountBinface) August 11, 2026

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Il boicottaggio è stata una mossa calcolata dai partiti tradizionali del Regno Unito, volta a delegittimare le elezioni. Farage ha lasciato il suo seggio a luglio nel tentativo di riconquistarlo con una maggioranza più ampia rispetto al 2024, un risultato che avrebbe umiliato i suoi avversari nei partiti principali. In una dichiarazione rilasciata all’epoca, ha descritto le elezioni come un’opportunità per gli elettori di «mostrare il dito medio all’establishment».

 

Sebbene al Farage sia stata negata l’opportunità di sconfiggere laburisti e conservatori per la seconda volta in due anni, ha comunque presentato la sua vittoria di giovedì come una «vittoria contro l’establishment».

 

«Ho indetto queste elezioni suppletive perché volevo che fossero i cittadini di Clacton a giudicarmi, non i media tradizionali britannici e l’establishment politico che ci dipinge come criminali», ha dichiarato ai suoi sostenitori dopo l’annuncio dei risultati. «Abbiamo sconfitto il candidato del partito unico».

 

Sebbene il conte Binface fosse un candidato insolito, fu sostenuto dai media liberali e, secondo Farage, «c’erano attivisti liberaldemocratici, laburisti e conservatori che facevano campagna elettorale per il conte Binface».

 

Al momento delle dimissioni del Faraggio, egli era sotto inchiesta da parte dell’organismo di controllo parlamentare britannico da maggio, per una donazione di 5 milioni di sterline (6,7 milioni di dollari) ricevuta dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne prima del suo insediamento nel 2024.

 

L’indagine si è poi ampliata dopo che il Sunday Times ha rivelato che oò Farraggio non aveva dichiarato i finanziamenti ricevuti dal truffatore condannato George Cottrell tra il 2019 e il 2024, sostenendo di non aver fatto nulla di male e che la donazione di Harborne è stata «un generoso regalo personale» che gli permetterà di pagare le spese per la sicurezza.

 

Il Farage insiste sul fatto di non essere stato obbligato a dichiarare i benefici ricevuti da Cottrell – che presumibilmente gli avrebbe permesso di soggiornare nelle sue proprietà e di usufruire di una scorta privata – poiché non ricopriva alcuna carica pubblica quando li ha ricevuti.

 

L’indagine è stata sospesa quando il politico guida della Brexit ha lasciato il suo seggio, ma è stata immediatamente riaperta non appena i risultati sono stati resi noti giovedì scorso.

 

Il conte Binfaccia – la cui candidatura può ricordare un episodio della serie distopica Black Mirror, in cui un orsetto con idee satiricamente populiste vince le elezioni prima in Gran Bretagna poi in tutto il mondo – non è il primo personaggio improbabile che si presente più o meno goliardicamente alle elezioni.

 

Ricordiamo, negli Stati Uniti, il caso di Vermine Supreme, artista e attivista politico famoso per essersi candidato plurime volte alle primarie delle elezioni presidenziali (sia democratiche che repubblicane) degli Stati Uniti, nelle cui campagne indossa uno stivale da pioggia come cappello e porta un grosso spazzolino.

 

Arrivando talvolta a cavallo ai comizi, usa lo slogan «un tiranno di cui puoi fidarti».

 

 

Tra le sue promesse elettorali, un pony gratuito per ogni cittadino e l’igiene orale obbligatoria (cioè vuole una legge che costringa tutti a lavarsi i denti). Egli ha promesso altresì ai cittadini americani «di portarvi via tutte le armi per darvene di migliori»

 

Vermine Love Supreme (nome per esteso: «Amore supremo verminoso») promette di finanziare ricerche scientifiche sui viaggi nel tempo e sostiene accesamente la necessità di prepararsi a un attacco di zombi, usando la loro energia per produrre elettricità.

 

Il candidato nel 2006 donò un organo alla madre malata, ma non ne fece una pubblicità elettorale.

 

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Immagine screenshot da Twitter

 

 

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Madrid respinge la rivendicazione di sovranità del Marocco su Ceuta e Melilla

La Spagna non discuterà con il Marocco della sovranità su Ceuta e Melilla, ha dichiarato il ministro della Difesa spagnola Margarita Robles, dopo che Rabat ha rinnovato pubblicamente le sue rivendicazioni sulle enclavi nordafricane.

 

Lo scambio avviene quasi due settimane dopo che decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine di Ceuta in un afflusso senza precedenti che ha travolto la città. Almeno 100 persone sarebbero morte, molte nel tentativo di attraversare il confine via mare, mentre Madrid ha schierato truppe e accelerato i rimpatri. La maggior parte di coloro che sono entrati è stata da allora rimandata indietro, ma tra 3.000 e 5.000 persone rimangono in territorio spagnolo, secondo le autorità locali.

 

Il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha dichiarato martedì alla televisione Asharq che Rabat solleva regolarmente la questione di Ceuta e Melilla nei negoziati con Madrid e cerca una soluzione a lungo termine attraverso il dialogo.

 

«Questa questione rimane irrisolta e la solleviamo ogni volta che incontriamo gli spagnoli. Rimaniamo fedeli ai nostri territori. Ciò richiede pazienza e desideriamo risolvere la questione attraverso il dialogo», ha affermato l’Ouahbi.

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In risposta, la ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha dichiarato ai giornalisti durante una visita a Ceuta mercoledì che le due città sono «completamente spagnole» e «intoccabili». Ha descritto qualsiasi sfida alle città come un attacco alla Spagna e ha avvertito che la crisi di confine «non deve mai più ripetersi».
Il Ministero degli Esteri spagnolo ha rilasciato una dichiarazione separata affermando che l’integrità territoriale del Paese «non è stata, e non sarà mai, discussa con nessuno».

 

Ceuta e Melilla sono gli unici territori spagnoli in Africa e costituiscono gli unici confini terrestri dell’Unione Europea con il continente. Il Marocco considera le enclavi territori occupati sin dall’indipendenza ottenuta nel 1956 e sostiene che la sovranità debba essere trasferita a Rabat. La Spagna le considera parte integrante del proprio territorio, avendo controllato Melilla fin dal XV secolo e Ceuta dal XVII.

 

Il confine è diventato ripetutamente un punto di tensione tra i due Paesi. Nel 2021, il Marocco ha allentato i controlli alle frontiere durante una disputa diplomatica sulla decisione della Spagna di fornire cure mediche al leader indipendentista del Sahara Occidentale Brahim Ghali, consentendo a migliaia di persone di entrare a Ceuta.

 

Le relazioni sono migliorate dopo che Madrid ha appoggiato la proposta di autonomia del Marocco per il territorio conteso nel 2022. Rabat, tuttavia, non ha rinunciato alle sue rivendicazioni su Ceuta e Melilla.

 

Madrid ha ampiamente elogiato le autorità marocchine per aver aiutato a rimpatriare i migranti dopo l’ondata di luglio, attribuendo la responsabilità della crisi alle reti di trafficanti di esseri umani. L’aumento dei flussi migratori è avvenuto poco dopo che la Corte Suprema spagnola ha stabilito che i migranti intercettati in mare mentre tentavano di raggiungere Ceuta o Melilla non potevano essere rimpatriati immediatamente.

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Le risposte di Europa Verde Livorno sulla gestione rifiuti

discarica rifiuti urbani

Livorno 16 agosto 2026 Europa Verde Livorno interviene sul tema della gestione dei rifiuti rispondendo ad alcune domande “Hanno replicato alle nostre affermazioni non con i fatti, ma con “stime prudenziali” e varie domande, alle quali comunque rispondiamo volentieri. 1) Il porta-a-porta fa diminuire di tre quarti il rifiuto residuo da smaltire, lo dicono i …

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