Ue. Il trattato con il Mercosur e il costo invisibile sui popoli indigeni
di Alessandro Pompei –
L’accordo tra Unione Europea e Mercosur comporta, oltre a un massivo impatto ambientale in Sud America (una delle aree con la più alta biodiversità del pianeta), anche un enorme impatto sulle comunità indigene di Brasile, Argentina e Paraguay. Aspetto che, al di là delle dichiarazioni di facciata, nei fatti non interessa minimamente alla stessa Commissione, determinata invece a chiudere la questione quanto prima nella speranza di salvare qualcosa della manifattura tedesca. Questa è rimasta colpita dai rincari energetici dovuti alla chiusura di Hormuz e alla distruzione del Nord Stream, operata da un gruppo di sabotaggio ucraino nel 2022, oltre che dalle contromisure russe seguite ai 21 pacchetti di sanzioni e all’invio massivo di armi in Ucraina, la quale non ha mai rispettato gli accordi di Minsk 2 di cui Francia e Germania erano garanti.
Così, a fronte delle garanzie di tutela dichiarate dalla stessa Commissione, la realtà materiale sudamericana racconta una storia opposta. L’incentivazione delle esportazioni verso il continente europeo accelererà inevitabilmente l’erosione territoriale e culturale di comunità già relegate ai margini della sicurezza socio-economica e giuridica. Secondo le rilevazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), vi è una vulnerabilità strutturale preesistente: pur rappresentando meno del 9% della popolazione dell’America Latina, le comunità indigene costituiscono oltre il 18% della fascia in condizioni di povertà estrema. Questa situazione è il risultato diretto di una prolungata insicurezza fondiaria: in Brasile l’offensiva politica e legislativa della Bancada Ruralista, la potente lobby dell’agrobusiness, ha mantenuto in un limbo giuridico la demarcazione di circa 1.400 territori ancestrali, dando luogo a contenziosi che sfociano regolarmente in violenze aperte.
I rapporti della Commissione Pastorale della Terra confermano che oltre la metà degli omicidi ai danni di leader indigeni si concentra proprio negli Stati a più alta vocazione agricola e zootecnica. L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur agisce su questa polveriera come un potente fattore moltiplicatore. L’apertura del mercato europeo a contingenti agevolati di 99mila tonnellate di carne bovina, 180mila tonnellate di pollame, zucchero ed etanolo, unita alla stabilizzazione della domanda di soia per la mangimistica continentale, innesca un immediato aumento del valore fondiario dei terreni. Questo meccanismo alimenta il fenomeno dell’accaparramento delle terre (“land grabbing”) ai danni delle aree non ancora coperte da omologazione statale definitiva, spingendo la deforestazione ben oltre i confini legali attraverso pratiche opache come il “riciclaggio del bestiame”, in cui i capi nati su terre indigene occupate illegalmente vengono registrati in allevamenti regolari prima dell’abbattimento.
L’impatto si manifesta già con violenza differenziata a seconda dei biomi e delle specifiche etnie coinvolte: nel Cerrado e nel Pantanal brasiliani, epicentro dell’espansione intensiva di soia, mais e canna da zucchero, i popoli Guarani-Kaiowá e Terena subiscono da decenni una sistematica espulsione dalle terre d’origine, con azioni aggressive verso le comunità indigene che stanno aumentando a seguito dell’accordo UE-Mercosur.
Confinati in microscopiche riserve o accampati lungo i cigli delle autostrade federali, questi gruppi affrontano sia le aggressioni armate delle milizie private sia una contaminazione cronica da pesticidi irrorati per via aerea su scala industriale, divenuti sistematici con l’agricoltura intensiva ed estensiva. Molti di questi pesticidi sono proibiti nell’Unione Europea, come l’atrazina e il paraquat, entrambi con potenti effetti tossici sull’uomo.
Nel bacino amazzonico l’avanzata delle monocolture e dei corridoi logistici per l’export, come l’idrovia Tapajós e i nuovi assi ferroviari, minaccia direttamente i Munduruku e i Kayapó. Qui la frammentazione della foresta primaria distrugge le rotte di caccia tradizionali e contamina i corsi d’acqua indispensabili alla sussistenza, compromettendo la sovranità alimentare e la capacità di vendita/scambio delle comunità, in un attacco diretto all’identità culturale delle popolazioni indigene. Vi è anche un impatto sul clima dell’ecozona, che registra una riduzione del regime pluviometrico, intaccando, nel medio-lungo periodo, la produttività agricola della regione e delle aree limitrofe del Cerrado e della Pampa.
Nel Gran Chaco argentino, la conversione massiccia della foresta secca per fare spazio alla soia transgenica colpisce duramente le comunità Wichí e Qom, esasperando situazioni di malnutrizione infantile acuta e privando intere famiglie dell’accesso a fonti idriche non inquinate, mentre più a nord-est, nel Gran Chaco Boreal paraguaiano, caratterizzato da uno dei tassi di deforestazione più rapidi al mondo per far posto al pascolo bovino estensivo, il trattato mette a repentaglio l’esistenza stessa degli Ayoreo, compresi gli ultimi sottogruppi che vivono in stato di isolamento volontario, per i quali il contatto forzato e la distruzione dell’habitat equivalgono a un collasso demografico ed etnico. A rendere il quadro ancor più contraddittorio è il profilo normativo dell’accordo. Nei venticinque anni di negoziati, le organizzazioni indigene, a partire dall’APIB in Brasile, non sono mai state consultate, violando apertamente il principio del Consenso Preventivo, Libero e Informato (FPIC), sancito dalla Convenzione OIL 169, formalmente ratificata da tutti i Paesi del blocco sudamericano. Inoltre, il capitolo su Commercio e Sviluppo Sostenibile (TSD) inserito nel trattato manca di denti sanzionatori: in caso di violazione dei diritti territoriali o di deforestazione illegale, non sono previsti blocchi tariffari o contromisure commerciali cogenti, riducendo le clausole di salvaguardia a dichiarazioni di principio non verificabili. A questo paradosso si aggiunge quello chimico: l’azzeramento dei dazi industriali consentirà alle multinazionali europee di esportare massicciamente verso il Sud America molecole fitosanitarie e pesticidi vietati da anni all’interno del mercato unico per la loro tossicità, i cui residui finiscono per riversarsi nei bacini idrici indigeni prima di rientrare in Europa sotto forma di derrate alimentari. L’architettura dell’accordo UE-Mercosur evidenzia così una profonda fessura etica e strategica. Da un lato, Bruxelles impone standard stringenti ai propri agricoltori e promuove internamente la narrativa della sostenibilità; dall’altro, per difendere le quote di esportazione industriale della propria manifattura, sottoscrive un patto che esternalizza i costi ambientali e umani, trasformando i diritti ancestrali delle popolazioni indigene nella merce di scambio di una globalizzazione asimmetrica.