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Il grido silenzioso di Kabul: il nostro dovere di fronte al dramma delle donne afghane

Afghanistan, cinque anni di oscurantismo talebano: il dovere morale di non abbandonare le donne

A cinque anni dal ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan si è trasformato in un laboratorio di segregazione di genere unico e agghiacciante. Se per la leadership di Kabul il tempo sembra essersi fermato a un’interpretazione oscurantista del passato, per milioni di donne e ragazze afghane la realtà quotidiana è diventata un incubo a occhi aperti. Le notizie descrivono una cancellazione pianificata della figura femminile da ogni spazio pubblico.

È vietato studiare oltre le elementari, esercitare quasi ogni professione, frequentare i parchi, fare sport o accedere alle cure mediche se non si è accompagnate da un uomo. I decreti più recenti impongono abiti volti a nascondere la persona e proibiscono persino di far sentire la propria voce in pubblico. Di fatto, le donne afghane oggi non sono soltanto prigioniere nelle loro case; sono state letteralmente cancellate dal punto di vista internazionale e della dignità umana.

Di fronte a questa deriva autocratica, l’Occidente non può permettersi il lusso dell’indifferenza. La nostra non è solo una scelta di politica estera, ma un profondo dovere morale e, per la radice profonda della nostra civiltà, un preciso imperativo cristiano di solidarietà e di protezione verso i più indifesi. Il Vangelo ci esorta a non restare inerti, a dar voce a chi non può gridare e a difendere la dignità di ogni essere umano quando questa viene calpestata dai moderni tiranni. Voltarsi dall’altra parte in questo momento storico significa rendersi complici di un’ingiustizia epocale.

La risposta a questo immenso dramma umanitario non deve però passare attraverso la forza militare, i cui fallimenti storici sul territorio afghano sono sotto gli occhi di tutti. La comunità internazionale ha invece il dovere di agire con assoluta fermezza utilizzando le armi legittime della diplomazia e delle relazioni commerciali.

È indispensabile che i governi occidentali mantengano una linea di totale chiusura: nessun riconoscimento ufficiale deve essere concesso alle autorità di Kabul senza il previo ripristino dei diritti civili fondamentali e dell’istruzione femminile. Occorre applicare sanzioni commerciali ed economiche mirate, capaci di colpire i flussi di denaro dei leader del regime, congelandole le risorse all’estero e bloccando i canali di finanziamento, senza però soffocare gli aiuti umanitari diretti e i beni di prima necessità destinati a una popolazione civile già stremata dalla povertà e dalla fame.

Gli strumenti diplomatici e le forti leve economiche rappresentano l’unico argine rimasto per forzare l’autocrazia a fare marcia indietro. Isolare politicamente un governo che sfida la legalità globale è un atto di giustizia urgente e dovuto a chi, ancora oggi a Kabul o a Herat rischia la vita gestendo scuole clandestine o intonando un semplice canto di libertà. Non possiamo permettere che il silenzio definitivo cada sulle donne afghane.

Sostenere la loro resistenza invisibile, premendo sui nostri rappresentanti affinché non normalizzino mai i rapporti con gli oppressori, è il primo passo per restituire speranza a un intero popolo. Significa dimostrare concretamente che i nostri valori di libertà non sono soltanto belle parole, ma impegni solenni e concreti di giustizia universale.

*Presidente dei Cristiano Riformisti

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Morta dopo 25 giorni di agonia Michela Rubiu, il marito le aveva sparato e poi aveva ucciso anche il fratello

Michela Rubiu, 47 anni, è morta questa mattina intorno alle 12 nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari, dove si trovava ricoverata dal 23 luglio scorso. La donna è deceduta dopo 25 giorni di agonia a causa delle ferite riportate alla testa, raggiunta alla nuca da un proiettile sparato a bruciapelo dal marito Alessandro Pintus, 39 anni. L’uomo quello stesso giorno aveva ucciso il fratello Andrea a Quartu Sant’Elena.

Pintus aveva raggiunto il bar di Solanas, sulla costa sud-orientale dell’isola, che la coppia gestiva insieme, e aveva aperto il fuoco contro la moglie mentre stava aprendo il locale. Convinto di averla uccisa, si era poi diretto verso la casa dei genitori in via Asfodelo, nella frazione di Margine Rosso a Quartu Sant’Elena, dove aveva sparato e ucciso il fratello 42enne. Subito dopo la duplice aggressione, il 39enne, che deteneva regolarmente armi da fuoco, si era presentato spontaneamente nella caserma dei carabinieri confessando quanto fatto davanti ai militari e al pubblico ministero.

Con il decesso di Michela Rubiu, la posizione giudiziaria di Alessandro Pintus si aggrava: l’accusa a suo carico verrà probabilmente modificata in duplice omicidio volontario. Nel frattempo, i militari del Ris di Cagliari hanno effettuato sopralluoghi sia nel bar di Solanas che nella casa di Quartu Sant’Elena per ricostruire con esattezza la dinamica dei colpi esplosi e le posizioni delle vittime. Proseguono inoltre le indagini dei carabinieri della compagnia di Quartu Sant’Elena per chiarire il movente del delitto, tuttora incerto.

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Uccide l’ex compagna e si impicca, lei lo aveva denunciato. Terzo femminicidio in tre giorni

Una donna uccisa e il suo ex compagno trovato impiccato. Si lavora all’ipotesi di femminicidio-suicidio per quanto avvenuto a Dolo (Venezia). Dino Keber, 43 anni, avrebbe ucciso l’ex compagna Tania Terrin, 39 anni, per poi togliersi la vita.

Il ritrovamento dei due cadaveri è avvenuto nella tarda serata di domenica. La donna si trovava all’interno della sua casa a Camponogara, mentre il corpo dell’uomo è stato rintracciato nel suo appartamento a Dolo. Al termine della relazione tra i due, Terrin aveva presentato una denuncia contro Keber, a carico del quale il Questore di Venezia aveva emesso un ammonimento ufficiale.

Il femminicidio dovrebbe risalire a Ferragosto. La donna sarebbe stata soffocata. Keber sarebbe rientrato a Dolo, dove viveva, e si è tolto la vita. I carabinieri di Camponogara e i colleghi del reparto investigativo stanno ricostruendo la dinamica di quanto avvenuto.

L’ennesimo femminicidio segue di poco la morte di Ornella Forastefano, 46 anni, soccorsa all’esterno dell’ospedale di Trebisacce, nel Cosentino, e deceduta subito dopo l’arrivo dei medici a causa dei traumi e delle ferite riportate. I carabinieri hanno fermato nel porto di Bari il compagno della donna, E. M., cittadino albanese di 42 anni con precedenti per reati di droga, mentre tentava di imbarcarsi per l’Albania. L’uomo si trova ora nel carcere di Bari in attesa della convalida della misura da parte dell’autorità giudiziaria pugliese, che trasmetterà successivamente il fascicolo alla Procura di Castrovillari.

I due casi si aggiungono al femminicidio avvenuto nel pomeriggio di Ferragosto a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano. Faustino Cardillo, 66 anni, ha accoltellato a morte la moglie Maria D’Alessandro, sua coetanea ed ex dipendente postale, per poi ferirsi con la stessa arma nel tentativo di togliersi la vita. Operato nell’ospedale locale per le lesioni autoinflitte, l’uomo è stato dimesso e trasferito in carcere.

Una scia di violenze in contrasto con i dati diffusi dal Viminale il giorno di Ferragosto, in cui si registrava una diminuzione del 37% gli omicidi volontari con vittime di sesso femminile e i femminicidi. Nel primo semestre 2026 le vittime sono state 34, contro le 54 dei primi sei mesi del 2025 secondo il Dossier Sicurezza 2026 del ministero dell’Interno.

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