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Droni iraniani colpiscono l’ufficio del premier del Kurdistan iracheno. Erbil tra Usa e pasdaran: le ipotesi dietro al raid

Anche i vertici politici del Kurdistan iracheno finiscono in mezzo alla guerra tra Iran e Stati Uniti. Nel giorno in cui scade il memorandum d’intesa tra le parti sul quale si sono basati gli ultimi due mesi di tregua, due droni Hadid-110 di fabbricazione iraniana hanno colpito gli uffici del primo ministro Masrour Barzani e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Nessuna vittima è stata al momento segnalata, ma l’attacco porta la regione semi-autonoma irachena e il suo governo al centro della contesa tra Washington e Teheran.

La Direzione Generale per l’Antiterrorismo (CTD) ha condannato l’attacco notturno giudicandolo “del tutto inaccettabile” e avvertito che “i responsabili di tale azione si assumeranno la piena responsabilità delle conseguenze”. Se a un primo sguardo il raid può risultare difficile da comprendere, un’indicazione arriva dalle indiscrezioni pubblicate da Axios che, con il suo giornalista Barak Ravid, scrive che a metà maggio il presidente del Kurdistan iracheno e cugino del premier, Nechirvan Barzani, era stato contattato dall’amministrazione americana per svolgere il ruolo di messaggero tra Washington e le Guardie della Rivoluzione iraniana. Il contatto, almeno stando a quanto riferito dai vertici curdi agli americani, ci sarebbe anche stato, con il canale diplomatico che avrebbe interessato il comandante dei pasdaran Ahmad Vahidi.

Perché, quindi, l’attacco di oggi? Ravid nel suo articolo dice anche un’altra cosa. Dopo circa due mesi, gli americani hanno iniziato a sospettare che gli interlocutori individuati dai Barzani non fossero dei veri rappresentanti delle Guardie della Rivoluzione e che quindi Washington si stesse esponendo in cerca di trattative di pace con i personaggi sbagliati. Il ruolo svolto in questa vicenda dalla leadership curda ricalcherebbe quello di Baghdad, diviso tra ambizioni di alleanze con gli Stati Uniti e la necessità geografica e militare di non allontanarsi troppo dalla Repubblica Islamica. Ma quest’ultima mossa potrebbe aver disturbato i pasdaran che, secondo il Wall Street Journal, si stanno invece preparando a concentrare su se stessi ancora più potere e a dare inizio a una nuova guerra su larga scala contro gli Usa. Bombardare il tavolo dei colloqui, quindi, potrebbe essere il primo passo verso un’escalation.

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Iran’s Supreme Leader Signals Intention to Keep Country on a War Footing

Ayatollah Mojtaba Khamenei’s appointment of hard-line loyalists to top jobs suggests he is prepared to keep the country on a war footing and to quash domestic dissent.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

A rally in Tehran in April, with posters of Ayatollah Mojtaba Khamenei. The ayatollah has not been seen in public since being named supreme leader of Iran.
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Iran’s Supreme Leader Signals Intention to Keep Country on a War Footing

Ayatollah Mojtaba Khamenei’s appointment of hard-line loyalists to top jobs suggests he is prepared to keep the country on a war footing and to quash domestic dissent.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

A rally in Tehran in April, with posters of Ayatollah Mojtaba Khamenei. The ayatollah has not been seen in public since being named supreme leader of Iran.
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Iran, scadono i 60 giorni della tregua con gli Usa: taglia da 30mila dollari sui soldati americani e scontro su Hormuz

I 60 giorni fissati dal memorandum di Islamabad arrivano alla scadenza con Iran e Stati Uniti ancora lontani da un accordo. Teheran ha rafforzato missili e droni e offre 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di militari americani, mentre continua lo scontro sul controllo di Hormuz.

Teheran prepara missili e droni mentre Washington alza la pressione economica e militare

L’Iran ha trascorso gli ultimi due mesi preparandosi anche alla possibilità di un nuovo allargamento dei combattimenti. Funzionari iraniani e arabi riferiscono che Teheran ha aumentato la produzione di missili e droni e affidato incarichi chiave a esponenti della linea dura, convinta che gli Stati Uniti stessero utilizzando la pausa per preparare un futuro attacco. Funzionari dell’intelligence araba parlano di un “cambiamento strategico” con l’obiettivo di “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”.

Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, ha sintetizzato il clima nel Paese: “in Iran e’ diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.

Nelle stesse ore il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha definito i militari statunitensi “aggressori” e annunciato una ricompensa sintetizzata così: “30mila dollari a chi ne uccide o cattura uno”. La somma, pari a 30.000 dollari, verrebbe versata a chi cattura o uccide un soldato americano.

Lo scontro più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. L’Iran continua a bloccarne il transito per fare pressione sugli Stati Uniti e sull’economia internazionale, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani.

Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni annunciando venerdì che agirà “molto presto” e dichiarando: “Dichiarerò Hormuz territorio Usa”. Teheran ha definito le affermazioni del presidente americano “fuori luogo” e “un’assurdità”.

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Ha aggiunto che lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”.

Il Parlamento iraniano si prepara intanto a votare un disegno di legge con misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”. Un secondo provvedimento riguarda il “contrasto alle ingerenze straniere” e prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”.

Anche Washington prepara nuove mosse. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe annunciare in settimana misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di isolarlo dal resto del mondo.

Il 17 agosto termina il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum firmato a Islamabad. I mediatori continuano a lavorare a un accordo dell’ultimo minuto, ma una proroga appare difficile. I contatti sono complicati anche dalle divisioni interne iraniane. A metà maggio l’amministrazione Trump aveva cercato un canale diretto con Ahmad Vahidi, comandante della Guardia Rivoluzionaria, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani.

Un alto funzionario della Casa Bianca ha descritto i rapporti tra Washington e Teheran come fermi: “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”.

Negli Stati Uniti la guerra resta impopolare mentre Trump e i repubblicani si preparano alle elezioni di midterm di novembre per difendere il controllo del Congresso. Diverse testate americane segnalano inoltre carenze di munizioni, compresi gli intercettori antimissile Patriot. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, aggiungendo un problema economico interno alla pressione militare e diplomatica sull’amministrazione.

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