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Cnn: “L’Ucraina ha quasi esaurito i missili intercettori per i Patriot”. Senza le forniture Usa sarà impossibile fermare i raid russi

I timori di Volodymyr Zelensky sulla mancanza di missili intercettori stanno diventando realtà. Proprio per questo era volato a Washington per chiedere a Donald Trump l’autorizzazione a fare accordi con Lockheed Martin sulla co-produzione di munizionamento per i sistemi Patriot in dotazione all’esercito ucraino. Il ‘no’ del tyccon, però, ha colpito con più forza di qualsiasi raid russo. E adesso Cnn rivela che i missili in mano all’Ucraina sono quasi terminati, col rischio che il Paese presto non possa più difendersi dagli attacchi balistici di Mosca.

Secondo quanto riferito dall’emittente, che per la prima volta dall’inizio della guerra ha avuto accesso a una batteria di Patriot in territorio ucraino, il lanciatore visitato è fermo con i suoi 16 tubi vuoti. Un ingegnere ucraino che si occupa del sistema, identificato solamente con il nome di Dmytro per motivi di sicurezza, ha precisato che il sistema non viene utilizzato ormai da settimane, proprio a causa dello scarso munizionamento.

La lunga offensiva russa, che a febbraio entrerà nel suo quinto anno, ha evidentemente saturato, seppur gradualmente, le difese di Kiev, nonostante il sostegno offerto sia dei Paesi europei sia, appunto, dell’alleato americano. Ma diversi fattori hanno contribuito al graduale esaurimento dei missili per i Patriot. Come detto, c’è la durata della guerra contro un avversario dalle capacità militari nettamente superiori. C’è poi il fatto che a fornire i Patriot e il munizionamento sono gli americani che, con il cambio di inquilino alla Casa Bianca, hanno assunto una posizione meno netta riguardo al sostegno all’Ucraina. Infine, la guerra in Medio Oriente e le esigenze di sicurezza del blocco europeo hanno fatto sì che la domanda internazionale di sistemi di difesa e del relativo munizionamento sia esplosa. Zelensky questo lo sapeva bene e per questo, dopo i primi attacchi americani e israeliani contro l’Iran, aveva predetto che il conflitto in Medio Oriente avrebbe tolto attenzione e risorse alla causa ucraina. In questo senso, la recente risposta di Trump a chi gli ha chiesto dell’invio dei Patriot all’esercito di Zelensky è inequivocabile: “Gli servono i missili? Gliene abbiamo dati tanti, servono anche a noi”.

Per rendere l’idea del consumo enorme delle munizioni per i Patriot, il Foreign Policy Research Institute ha calcolato che solamente nei primi quattro giorni di guerra in Medio Oriente sono stati utilizzati in media 225 intercettori al giorno. Nel 2025, Lockheed Martin ne ha realizzati 620, 1,7 al giorno. Un ritmo, quello dei conflitti in corso, che ha eroso velocemente le scorte americane.

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Veglia a Cambridge per Jason Arday, il prof suicidatosi dopo le accuse di plagio: “Ucciso dal razzismo”

Centinaia di studenti di Cambridge si sono riuniti in una veglia per ricordare Jason Arday, il professore trovato morto venerdì scorso nella sua abitazione a Londra, in un caso di sospetto suicidio, dopo la campagna mediatica che lo ha visto protagonista con le accuse di presunto plagio riguardanti la tesi di dottorato e i titoli accademici.

“Un’istituzione può offrirti una stanza e continuare a negarti una casa. Può concederti un titolo e continuare a mettere in discussione il tuo diritto di parola”: sono le parole di una delle dottorande che seguivano il corso di sociologia del professor Arday, il docente di 41 anni che nel 2023 è entrato nella storia di Cambridge come il più giovane professore nero mai nominato dall’ateneo. Tra gli studenti e i colleghi che lo hanno sostenuto serpeggia oggi una convinzione diffusa: che l’università abbia costruito attorno a lui un simbolo di diversità e inclusione, salvo poi abbandonarlo nel momento in cui è diventato bersaglio di attacchi.

Tra gli studenti c’è chi sostiene che il professore sia stato “ucciso dal razzismo”, mentre Shahnaaz Khan, una delle organizzatrici della veglia, ha invocato “giustizia” per il docente, puntando il dito direttamente contro i media britannici. L’accusa, rivolta in primo luogo alle testate di destra ma anche a quelle che progressivamente si sono accodate, è quella di aver condotto una vera e propria “caccia all’uomo”, alimentata da decine di articoli contro Arday. Un trattamento che, secondo Khan, non ha alcun precedente paragonabile nei casi di professori bianchi accusati in passato di plagio, i quali non avevano subito un’esposizione mediatica nemmeno lontanamente simile.

Non solo, il docente, con problemi di autismo e vulnerabile come sottolineato da alcuni colleghi, era stato scagionato dalle accuse di aver copiato parti della tesi di dottorato dalla Liverpool John Moores University, che gli aveva conferito il titolo nel 2015. Per tutte queste ragioni, dopo Cambridge è stata organizzata una manifestazione anche a Londra, a Trafalgar Square, da parte del gruppo Stand Up to Racism, mentre la petizione del Good Law Project, in cui si chiede al governo laburista l’apertura di un’inchiesta pubblica sul ruolo della stampa nella morte di Arday, ha superato le 33.000 firme.

L’iniziativa vede tra i promotori diversi deputati della maggioranza, come Clive Lewis e Nadia Whittome, oltre a numerose personalità pubbliche. Il documento sostiene che la morte dell’accademico sia stata “il risultato diretto e prevedibile” della persecuzione mediatica subita nelle ultime settimane. Sulla vicenda ha rotto il silenzio anche il rettore di Cambridge, Chris Smith, che in un comunicato ha condannato “l’accanimento razzista” scatenato attorno ad Arday, aggiungendo che in generale eventuali accuse di plagio vanno indagate.

L’ateneo aveva avviato un’inchiesta indipendente sul professore in un clima diventato insostenibile, che lo aveva spinto alle dimissioni il 5 agosto scorso. In una vicenda tragica quanto divisiva nel Regno Unito è emblematico il fatto che a dare il via al caso sia stato l’accademico Nathan Cofnas, sostenitore del cosiddetto “realismo razziale” e già allontanato da Cambridge nel 2024 dopo accuse di razzismo.

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“La notte è il momento peggiore. Siamo svegliati continuamente dalle scosse”. Il racconto da Flores dopo il terremoto che ha devastato l’Indonesia

Il boato, il grido della terra e poi quella scossa interminabile: questo è il giorno da dimenticare a Flores, isola dell’Indonesia. Il terremoto di magnitudo 7,7 che ha fatto tremare tutta l’isola noi l’abbiamo vissuto in prima persona, a circa 104 chilometri dall’epicentro. Io sto bene. Sono con il mio compagno nella città di Ruteng e ci trovavamo qui nel momento in cui è arrivata la scossa. Prima abbiamo sentito un rumore fortissimo, subito dopo ha iniziato a tremare tutto. Si sono gonfiate le porte del terrazzo e hanno cominciato a cadere gli oggetti. La sensazione era che tutto si muovesse, con una violenza difficile da descrivere. Eravamo nella stanza di un piccolo hotel con sole 4 stanze e attorno un giardino. Per questo nel giro di pochi secondi siamo riusciti a uscire e a metterci in uno spazio aperto, lontano da qualsiasi cosa potesse caderci addosso. Anche gli altri sei turisti presenti si sono catapultati fuori, alcuni con addosso le coperte per proteggersi. È durato circa un minuto, ma in quei momenti il tempo sembra fermarsi. La struttura principale ha tenuto, ma sono cadute tegole, coperture dei terrazzi e altri materiali. E subito sono arrivate le notizie, insieme a una grande preoccupazione per le vittime, le case dilaniate e il gran numero di sfollati. L’allerta tsunami ha fatto temere, ma poi è rientrata lasciandoci tirare un sospiro di sollievo. Noi abbiamo scelto di rimanere ancora a Ruteng e di non metterci subito in viaggio. Dopo una scossa di questa intensità, infatti, ci preoccupavano anche le possibili frane sulle strade.

Quello che continua ad alimentare l’ansia sono le scosse successive. Secondo l’ente sismologico indonesiano BMKG sono state registrate centinaia di scosse di assestamento, con magnitudo tra 1,3 e 6,2. Di queste, una ventina hanno avuto una magnitudo attorno a 5 e le abbiamo percepite in modo forte. Molte delle scosse che abbiamo avvertito sono state molto vicine a noi, a distanze comprese indicativamente tra i 34 e i 104 chilometri. Sentire continuamente la terra tremare sotto i piedi, dopo aver appena vissuto una scossa di magnitudo 7,7, mantiene inevitabilmente alta la tensione. La paura è soprattutto quella di nuovi terremoti forti e dei possibili crolli di strutture già danneggiate. Anche le notizie di scosse in altre isole dell’Indonesia vicine destano molta ansia. La notte è il momento peggiore. Ci svegliamo continuamente per le forti scosse e spesso dobbiamo correre fuori, all’aperto. Per ogni evenienza abbiamo preparato uno zaino con il necessario e i documenti, che teniamo vicino al cuscino.

La situazione nelle zone più colpite rimane molto difficile. Le operazioni di soccorso continuano e migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Molte dormono ancora all’aperto o in strutture provvisorie per paura di nuovi crolli. Le frane e i blocchi stradali rendono inoltre più complicati i collegamenti con alcuni villaggi e città. Allo stesso tempo, però, quello che stiamo vedendo qui è un popolo straordinariamente accogliente e solidale. Non passa giorno senza che le persone attorno a noi ci invitino a stare da loro o a condividere un pasto in una delle tante comunità di famiglie e amici.

Riceviamo a ogni passo una stretta di mano, un saluto, un abbraccio e un sorriso sincero. La macchina dei soccorsi è operativa anche grazie alla grande reattività degli indonesiani. I viaggiatori che abbiamo conosciuto ci raccontano di scene da film, con persone che spostano a mani nude i massi caduti dalle montagne sulle strade o che creano ponti di fortuna con assi di legno per superare uno dei tanti blocchi. Ci sono pochi turisti in giro. In moltissimi sono corsi a Labuan Bajo per prendere il primo volo disponibile.

Lungo le strade si vedono edifici crollati e tante persone che dormono sotto tendoni allestiti vicino alle risaie. Sono immagini che rendono concreto quello che, visto da lontano, può sembrare soltanto un numero o una notizia. Durante una commemorazione per le vittime abbiamo avuto modo di parlare con l’assistente del Ministro, con il servizio civile e con alcuni giornalisti, anche per capire quali fossero le informazioni più affidabili e, soprattutto, quali fossero i canali ufficiali e più sicuri. Essere qui e vivere un terremoto di questa intensità cambia completamente la percezione di quello che normalmente leggiamo. Non è soltanto un numero, una magnitudo o un dato su una mappa: è il boato che arriva all’improvviso, è vedere le persone correre fuori dalle case e cercare uno spazio sicuro. E poi è la paura che continua anche dopo, ogni volta che arriva una nuova scossa.

Nella foto: i soccorsi sull’isola di Flores

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“Abbiamo fatto un’offerta in busta chiusa senza pensarci troppo, non pensavamo sarebbe diventata nostra”: comprano una chiesa del 1800, la ristrutturano e la trasformano in una casa vacanze da 700 mila euro:

Avevano lasciato Londra per cercare una vita più tranquilla nelle Cotswolds. Invece di limitarsi a godersi la pensione, Geoff e Julie Bolam hanno deciso di trasformare una vecchia chiesa di 160 anni in una casa vacanze di lusso. L’edificio, acquistato per 175mila sterline, oggi ne vale circa 700mila. Come riprotato dal Daily Mail, la protagonista della loro nuova vita è la Old Mission Church, nel villaggio di Paxford, nel Gloucestershire. Un edificio costruito nel 1866, nato inizialmente come scuola per bambini e trasformato poco dopo anche in luogo di culto. Nel tempo la frequentazione era diminuita, mentre i costi di manutenzione erano diventati sempre più pesanti, fino alla decisione di mettere la chiesa in vendita nel 2018. La storia dell’edificio e la successiva trasformazione sono documentate anche dal sito ufficiale della proprietà.

L’idea di acquistare proprio quella costruzione nacque quasi per caso. Dopo aver venduto la loro casa a High Wycombe e essersi trasferiti nella zona, Geoff e Julie stavano cercando un piccolo immobile da utilizzare come casa vacanze da affittare ai turisti. Poi un vicino indicò loro la chiesa. Geoff andò a visitarla e vide immediatamente delle possibilità: “Sono andato a dare un’occhiata quel fine settimana. Ho pensato che fosse interessante e che forse avrebbe potuto funzionare. In pratica era in vendita tramite offerte a busta chiusa, così ho fatto alcuni schizzi, ho annotato qualche idea sul retro di una busta e abbiamo presentato la nostra offerta. Poi ci hanno telefonato per dirci che eravamo quelli che avevano offerto di più”. Il prezzo dell’acquisto fu di 175mila sterline. Ma quello che sembrava essere l’inizio di un semplice investimento si trasformò rapidamente in un’impresa molto più complessa.

Dal luogo di culto alla casa vacanze

Il primo problema era burocratico: la chiesa non aveva l’autorizzazione necessaria per essere trasformata in abitazione. Inoltre, pur non essendo formalmente un edificio vincolato, era considerata un bene storico e quindi il progetto doveva rispettare precise esigenze di tutela. Anche il progetto architettonico fu modificato più volte per preservare il carattere originario dell’edificio: “Una delle cose che abbiamo dovuto fare è stata chiedere il cambio di destinazione d’uso, da chiesa ad abitazione. Questo comporta già un certo rischio, perché non sai mai chi potrebbe presentare delle obiezioni. Però penso che la chiesa avesse ormai esaurito tutte le possibilità di continuare a essere utilizzata come luogo di culto e, in realtà, venisse usata molto poco. Vi si tenevano brevi funzioni a Pasqua e a Natale e veniva speso molto denaro per la sua manutenzione”.

La coppia aveva però pensato anche a un’alternativa nel caso in cui il progetto abitativo fosse stato respinto: “Dovevamo anche avere un piano alternativo. Ci siamo chiesti: ‘Beh, se non riusciamo a ottenere il permesso per trasformarla in una casa, cos’altro possiamo fare?’ Così abbiamo dovuto elaborare un piano B: trasformarla in una galleria d’arte o qualcosa del genere'”. Per ottenere il via libera definitivo furono necessari circa due anni di progettazione, autorizzazioni e confronti con il responsabile della tutela.

La camera sospesa nella vecchia chiesa

Uno degli elementi contestati furono i lucernari che Geoff avrebbe voluto inserire per aumentare la luminosità degli ambienti. La loro posizione, però, li avrebbe resi visibili dalla strada e per questo furono respinti. Anche la disposizione interna e la posizione del camino per la stufa a legna dovettero essere riviste. Il primo progetto prevedeva una camera da letto nel presbiterio. Ma per realizzarla sarebbe stata necessaria una grande parete divisoria, una soluzione che secondo il responsabile della conservazione avrebbe compromesso proprio ciò che rendeva speciale l’edificio: la percezione dello spazio originario della chiesa.

A quel punto Geoff si rivolse a un secondo architetto, che propose una soluzione radicalmente diversa. La camera principale sarebbe diventata un pod di vetro sospeso, collocato nella parte alta dell’edificio, mentre sotto avrebbe trovato spazio il soggiorno. La cucina sarebbe stata invece sistemata nell’antica aula scolastica sul retro. Il risultato è stato una casa di due camere da letto che conserva la grande navata e diversi elementi storici, combinandoli con interventi contemporanei. Il progetto finale ha infatti puntato a mantenere aperto il volume principale della chiesa, evitando di dividerlo in tanti piccoli ambienti.

Le sorprese erano nascoste sotto il pavimento

Ottenuto il permesso, Geoff e Julie pensavano di aver superato il momento più difficile. Non era così. Sotto l’aspetto esterno relativamente integro della chiesa si nascondevano problemi strutturali importanti. Uno dei più seri era l’umidità di risalita. Il pavimento originale in legno era stato sostituito anni prima con una superficie in cemento. Il risultato era stato quello di intrappolare l’umidità e spingerla verso le pareti in pietra. Il pavimento dovette quindi essere completamente rimosso fino alla terra. Anche le stuccature a base di cemento e il vecchio intonaco interno furono eliminati e sostituiti con materiali traspiranti a base di calce.

Poi arrivò il turno del tetto. Geoff inizialmente pensava che fosse sufficiente conservare la copertura esistente e costruire un nuovo soffitto. Durante i lavori, però, emerse che il soffitto era parte integrante della struttura del tetto e che rimuoverlo avrebbe provocato la caduta delle tegole. Quando la copertura venne aperta, furono scoperte travi marcite. Il tetto dovette quindi essere parzialmente ricostruito e completamente ricoperto di nuove tegole. La coppia riuscì a salvare quasi tutte quelle originali, ma fu comunque necessario procurarsene altre per rispettare le normative contemporanee.

Un cantiere che diventa un lavoro a tempo pieno

La maggior parte dei lavori fu affidata a un’impresa edile locale. Geoff, tuttavia, decise di occuparsi personalmente di una parte consistente del progetto: circa il 5-10% dei lavori, comprese le decorazioni. Nel fine settimana arrivavano anche amici e vicini a dare una mano. Ma il vero risparmio, secondo Geoff, fu la gestione diretta del cantiere. Un’attività che gli permise di risparmiare circa 20mila sterline, ma che finì per trasformarsi quasi in un secondo lavoro: “Arrivavo lì quando i ragazzi iniziavano, verso le otto del mattino, poi andavo a pranzo, tornavo e rimanevo fino alle quattro. Ero lì tutto il giorno, tutti i giorni, a tenere d’occhio le cose, rispondere alle domande, assicurarmi che i materiali arrivassero quando servivano, procurare le forniture… È un ottimo modo per risparmiare denaro: gestire personalmente il progetto. Però, wow, è praticamente un lavoro a tempo pieno”. La trasformazione complessiva richiese circa tre anni: due dedicati a progettazione e autorizzazioni e poco più di un anno per i lavori veri e propri.

Alla fine, i numeri raccontano bene la portata della scommessa. Ai 175mila sterline necessari per comprare la chiesa si aggiunsero circa 370mila sterline di ristrutturazione, per un investimento complessivo di circa 545mila sterline. Quando i lavori terminarono, nell’ottobre 2021, la proprietà fu valutata circa 700mila sterline.

Una casa vacanze per persone e cani

Oggi la vecchia chiesa è una casa vacanze di lusso con due camere da letto. La proprietà ospita soprattutto visitatori per il fine settimana e soggiorni di una settimana. Dall’apertura delle prenotazioni, nel novembre 2021, ha accolto 750 ospiti attraverso 276 prenotazioni. E non soltanto esseri umani: nella struttura sono arrivati anche 213 cani: “Siamo molto amichevoli con i cani!”.
Le recensioni sono state quasi tutte entusiastiche: la struttura ha ottenuto una lunga serie di valutazioni a cinque stelle, con una sola recensione negativa. A lamentarsi era stato un ospite costretto a parcheggiare dall’altra parte della strada, una circostanza che Geoff ha precisato essere comunque indicata nella descrizione dell’alloggio.

Il prezzo varia in base alla stagione: circa 850 sterline per un weekend in bassa stagione, fino a circa 1.100 sterline in alta stagione. Nel 2025 la proprietà ha inoltre ricevuto un riconoscimento ai Muddy Stilettos Awards, conquistando il premio come Best Boutique Stay in Gloucestershire and Worcestershire.

Ciò che conta

Ma, a quanto pare, il giudizio più importante resta quello degli ospiti: “Di solito la prima cosa che senti quando gli ospiti entrano dalla porta è: “Wow”. E dicono: ‘Oh, è ancora più bella di quanto sembri nelle foto’. Abbiamo salvato un edificio”. Nonostante l’aumento dei costi e le difficoltà incontrate durante il cantiere, per Geoff il valore dell’operazione non si misura soltanto con la differenza tra i 545mila sterline investiti e le 700mila di valutazione finale.

Il vero risultato, per lui, è aver impedito che la vecchia chiesa andasse perduta: “In un certo senso abbiamo salvato un edificio che era in condizioni piuttosto precarie”. La trasformazione ha così restituito una funzione a un edificio che per decenni era stato parte della vita della comunità di Paxford. Il progetto ha conservato la navata, elementi storici e la struttura caratteristica della chiesa, adattandoli a un nuovo utilizzo. E Geoff guarda già molto più lontano del valore immobiliare raggiunto dopo la ristrutturazione: “Pensiamo che ora la chiesa abbia davanti a sé altri 100 anni circa di vita. E di questo siamo piuttosto orgogliosi”.

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Regno Unito, Politico: “Burnham ha scambiato messaggi con una finta capo staff di Trump”

Andy Burnham ha avuto uno scambio di messaggi con qualcuno che si spacciava per uno dei più stretti collaboratori di Donald Trump. Il nuovo premier britannico, riferisce Politico citando quattro funzionari che hanno accettato di parlare in cambio della garanzia dell’anonimato, ha comunicato con una persona che si spacciava per Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca, prima di insospettirsi e rendersi conto che il contatto era falso, hanno affermato i funzionari.

“Non rilasciamo commenti su questioni di sicurezza nazionale”, ha replicato Downing Street. Una persona informata sulle comunicazioni ha affermato che sono stati scambiati “alcuni messaggi” dopo l’insediamento, ma ha insistito sul fatto che fossero “privi di significato“. Non è chiaro cosa sia stato discusso nello scambio con Burnham, né quando siano stati inviati i messaggi. Burnham è diventato Primo Ministro il 20 luglio, succedendo a Keir Starmer dopo aver vinto le elezioni suppletive di Makerfield il 18 giugno.

L’ambasciata britannica a Washington, hanno rivelato ancora le fonti di Politico, ha comunque sollevato la questione con la Casa Bianca, che si è rifiutata di commentare. Lo scorso anno, l’amministrazione Trump e l’Fbi avevano avviato un’indagine dopo che qualcuno aveva inviato messaggi e fatto telefonate ad alcuni senatori, governatori e dirigenti d’azienda statunitensi dicendo di essere il capo dello staff di del presidente. Wiles – secondo il Wall Street Journal – aveva confidato ai suoi collaboratori che i suoi contatti sul cellulare erano stati hackerati.

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Russia, condannato a 11 anni e un mese Lev Shlosberg: è il vicepresidente del partito di opposizione Yabloko

Undici anni e un mese di reclusione. È la pena inflitta al vicepresidente del partito liberale di opposizione russa Yabloko, Lev Shlosberg con l’accusa di aver “screditato” e diffuso “notizie false” sull’esercito russo. Shloberg – ha deciso un giudice della regione di Pskov – dovrà scontare la condanna in una colonia penale, secondo quanto riportato dall’agenzia Mediazona.

La sentenza fa seguito alla decisione del 10 agosto della Corte Suprema russa di vietare a Yabloko di partecipare alle prossime elezioni parlamentari. Nella sua dichiarazione finale al processo, riporta Amnesty International, Lev Shlosberg ha descritto come “migliaia e migliaia” di persone siano state prese di mira in Russia per le loro convinzioni “pacifiche, non violente e umanistiche”. E ha descritto la guerra in Ucraina come una catastrofe per la Russia.

“In realtà – ha aggiunto – in quest’aula di tribunale io sono la Federazione Russa, che è stata rinchiusa in una gabbia e che si vuole ridurre al silenzio”. Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, ha dichiarato che “il processo e la condanna arbitrari di Shlosberg sono una palese rappresaglia per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione e per aver chiesto la pace”. L’esclusione del partito Yabloko dalle elezioni della Duma di Stato di settembre, ha aggiunto, è “un’ulteriore prova che il pluralismo politico e le posizioni pacifiste non trovano posto nella Russia di oggi”.

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Netanyahu non cede dopo l’incontro con Kushner. “Piano di pace? Prima il disarmo di Hamas”. Ok Usa ad attacchi mirati a Gaza

Benjamin Netanyahu non può cedere sul piano di pace per Gaza prima delle elezioni di ottobre nonostante le diverse pressioni alle quali è sottoposto. Da una parte, deve tenere il passo degli alleati estremisti di governo sulle promesse da fare alla popolazione convinta che l’attentato del 7 ottobre 2023 rappresenti l’occasione perfetta per una definitiva occupazione dei Territori palestinesi, del Libano e della Siria. Dall’altra ha gli Stati Uniti che, nonostante il pieno sostegno garantito fino a ora, ha necessità di portare a casa risultati in termini diplomatici, ossia almeno un avanzamento del processo di pace, in vista delle elezioni di midterm. Per questo in Israele è arrivato Jared Kushner, insieme a una delegazione di Washington. A lui, sfruttando le profonde relazioni che il genero vanta nello Stato ebraico, Trump ha chiesto di convincere il primo ministro ad assecondare le necessità della Casa Bianca. Obiettivo da rimandare, al momento, dato che Tel Aviv fa resistenza in vista delle elezioni di ottobre.

Kushner, d’altra parte, non è nella posizione di arrivare allo scontro con lo Stato ebraico, visti gli strettissimi rapporti tra la sua famiglia, di origine ebraica, grande sostenitrice di Netanyahu e finanziatrice di vari progetti di colonizzazione della Cisgiordania, e le élite sioniste. Il tentativo è stato fatto, dato che prima di arrivare in Israele il fidato consigliere del presidente americano e i funzionari al suo seguito hanno tenuto un summit con i vertici di Hamas in Egitto per capire quali spiragli possano aprirsi per tentare di realizzare la fase 2 del piano di pace promosso dal Board of Peace. Pur consapevoli che le maggiori resistenze vengono esercitate proprio dal governo di Netanyahu: è stato il premier, pochi giorni fa, a cambiare posizione sul ritiro dalla Striscia di Gaza, quando ha preteso che questo non avvenisse parallelamente al disarmo completo di Hamas, ma solo al termine di questo processo. E oggi lo ha ribadito con una nota al termine dell’incontro durato 4 ore: “Il primo ministro e il Board of Peace hanno avuto discussioni approfondite e costruttive – si legge in una nota – È stato concordato di istituire due gruppi di lavoro, uno sul disarmo e la smilitarizzazione di Gaza, che sia Israele sia il Board of Peace ritengono debba essere completato rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza, e un secondo gruppo di lavoro che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari, sull’acqua potabile e su altre questioni di salute pubblica per la popolazione di Gaza che hanno un impatto anche sulla popolazione israeliana”. Riguardo al disarmo, fa sapere Afp, le parti sono d’accordo che dovrà avvenire sotto la supervisione di un “generale americano”. Netanyahu e Kushner hanno “concordato che il primo passo verso la demilitarizzazione della Striscia sarà la consegna delle armi da parte di Hamas, che dovranno essere dismesse sotto la supervisione di un generale statunitense”. Netanyahu ha inoltre ribadito che Israele non ritirerà le proprie truppe da Gaza fino a quando questo passaggio non sarà completato. Anzi, ha strappato un’altra concessione su Gaza: continuare gli attacchi mirati sulla Striscia.

Eppure Trump, nella mattinata di lunedì, a Fox News aveva ribadito che Israele “non dovrebbe colpire Gaza“, dato che Hamas “ha accettato di posare le armi”. E aveva poi lanciato un messaggio criptico in vista del voto in Israele, dicendo di volersi tenere fuori dalla campagna elettorale ma, allo stesso tempo, che potrebbe dare il proprio endorsement a uno dei candidati. E non è detto che questo sia Netanyahu. Hamas è consapevole che le posizioni del governo israeliano e dell’amministrazione americana non coincidono perfettamente e cerca di inserirsi in queste fratture. Così, il portavoce del partito armato palestinese, Hazem Qassem, ha lanciato un nuovo appello a Trump, riconoscendo il suo “impegno per un cessate il fuoco“, perché continui a “fare pressione sul governo di occupazione affinché rispetti gli accordi raggiunti per l’attuazione della seconda fase del piano di pace di Trump per la Striscia di Gaza”.

Il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, continua a soffiare sul fuoco del terrorismo israeliano affermando che andrebbero uccisi almeno 30-40 palestinesi a Gaza ogni notte. È in questo clima che gli Usa chiedono a Netanyahu una svolta moderata. Ma lui stesso, rivela la Cnn, lo ha chiarito: prima delle elezioni sarebbe un problema. Più netta la lettura di Ynet, secondo cui “la parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La fonte israeliana interpellata ha aggiunto che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.

Vista la portata dell’incontro, insieme a Kushner erano presenti all’incontro anche l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov e l’ex premier britannico Tony Blair, mentre per la controparte israeliana hanno partecipato anche David Zini, il capo dello Shin Bet, e Shlomi Binder, il capo dell’intelligence militare. Ma una delegazione, non è stato specificato se la stessa, vuole recarsi anche a Qusra, mentre è ancora in corso l’assedio dei coloni, sotto la protezione delle Forze di Difesa israeliane, alle famiglie del villaggio da giorni senza acqua ed elettricità, come riporta Channel 12. La tv ha spiegato che funzionari statunitensi hanno chiesto alla Difesa israeliana di unirsi a loro nel villaggio a sud di Nablus per spiegare cosa sta succedendo lì e come intendono affrontare il crescente fenomeno della violenza dei coloni ebrei. Una presa di posizione, dopo quella dell’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, che ha definito i coloni “terroristi israeliani“, che rompe con l’atteggiamento di supporto mostrato invece dall’esecutivo Netanyahu. Nessun rischio, però, che Washington e Tel Aviv arrivino a uno scontro pubblico: da entrambe le parti è stata ribadita l’intenzione di scendere a patti rimanendo i principali alleati l’uno dell’altro.

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Droni iraniani colpiscono l’ufficio del premier del Kurdistan iracheno. Erbil tra Usa e pasdaran: le ipotesi dietro al raid

Anche i vertici politici del Kurdistan iracheno finiscono in mezzo alla guerra tra Iran e Stati Uniti. Nel giorno in cui scade il memorandum d’intesa tra le parti sul quale si sono basati gli ultimi due mesi di tregua, due droni Hadid-110 di fabbricazione iraniana hanno colpito gli uffici del primo ministro Masrour Barzani e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Nessuna vittima è stata al momento segnalata, ma l’attacco porta la regione semi-autonoma irachena e il suo governo al centro della contesa tra Washington e Teheran.

La Direzione Generale per l’Antiterrorismo (CTD) ha condannato l’attacco notturno giudicandolo “del tutto inaccettabile” e avvertito che “i responsabili di tale azione si assumeranno la piena responsabilità delle conseguenze”. Se a un primo sguardo il raid può risultare difficile da comprendere, un’indicazione arriva dalle indiscrezioni pubblicate da Axios che, con il suo giornalista Barak Ravid, scrive che a metà maggio il presidente del Kurdistan iracheno e cugino del premier, Nechirvan Barzani, era stato contattato dall’amministrazione americana per svolgere il ruolo di messaggero tra Washington e le Guardie della Rivoluzione iraniana. Il contatto, almeno stando a quanto riferito dai vertici curdi agli americani, ci sarebbe anche stato, con il canale diplomatico che avrebbe interessato il comandante dei pasdaran Ahmad Vahidi.

Perché, quindi, l’attacco di oggi? Ravid nel suo articolo dice anche un’altra cosa. Dopo circa due mesi, gli americani hanno iniziato a sospettare che gli interlocutori individuati dai Barzani non fossero dei veri rappresentanti delle Guardie della Rivoluzione e che quindi Washington si stesse esponendo in cerca di trattative di pace con i personaggi sbagliati. Il ruolo svolto in questa vicenda dalla leadership curda ricalcherebbe quello di Baghdad, diviso tra ambizioni di alleanze con gli Stati Uniti e la necessità geografica e militare di non allontanarsi troppo dalla Repubblica Islamica. Ma quest’ultima mossa potrebbe aver disturbato i pasdaran che, secondo il Wall Street Journal, si stanno invece preparando a concentrare su se stessi ancora più potere e a dare inizio a una nuova guerra su larga scala contro gli Usa. Bombardare il tavolo dei colloqui, quindi, potrebbe essere il primo passo verso un’escalation.

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Pioggia di droni ucraini sulla Russia: oltre 1.500 in 24 ore. “Record da inizio guerra”. Telegraph: “Mosca ha costruito decine di basi per il lancio a lungo raggio”

Il ministero della Difesa russo sostiene di aver abbattuto circa 1.500 droni ucraini sull’intero territorio nazionale solo nella notte tra sabato e domenica. Il sindaco di Mosca, Serghei Sobyanin, ha riferito che circa 600 erano diretti verso la capitale, mentre il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha definito quella di oggi “una delle più massicce” offensive degli ultimi anni. Il bilancio più grave in Russia è stato registrato nella regione meridionale di Rostov, dove cinque persone sono rimaste uccise. Un’altra vittima è stata segnalata nella regione della capitale, dove un drone ha colpito l’abitazione di un uomo di 83 anni, e una settima nella regione di Belgorod, in un attacco contro un autobus.

Un’ulteriore ondata si sarebbe abbattuta sulla Russia la scorsa notte, quando i sistemi di difesa aerea “hanno intercettato e distrutto 205″ droni ucraini sui territori delle regioni di Astrakhan, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Volgogrado, Kaluga, Kursk, Rostov, Repubblica di Crimea e sulle acque dei mari d’Azov e Nero, ha comunicato il ministero della Difesa.

Domenica a Podolsk, a sud di Mosca, è stato colpito nuovamente un magazzino di Wildberries, il maggiore gruppo russo dell’e-commerce, già preso di mira nelle ultime settimane dall’Ucraina con l’accusa di contribuire alla logistica militare di Mosca. Secondo Kiev sono stati messi fuori uso sette centri logistici su dieci di quella che viene considerata l’Amazon russa. Un incendio è stato segnalato anche in un deposito farmaceutico a Domodedovo. Kiev ha inoltre rivendicato di aver colpito nella regione di Rostov un impianto per la produzione di carburante per missili.

Contemporaneamente la Russia ha attaccato diverse regioni ucraine. Due persone sono morte e 14 sono rimaste ferite in un bombardamento contro l’acciaieria ArcelorMittal di Kryvyi Rih (città natale di Volodymyr Zelensky), dove la produzione è stata parzialmente sospesa. Altre due persone sono state uccise nella regione di Zaporizhzhia e una nella regione di Sumy. A Kiev missili e droni hanno provocato incendi e ferito diverse persone, mentre le fiamme hanno devastato anche il popolare mercato dei libri di Pochaina, conosciuto per le bancarelle di volumi rari e antichi.

Secondo un’inchiesta del Telegraph, Mosca ha costruito e ampliato almeno 10 basi militari progettate per il lancio massiccio di droni di ultima generazione lungo i confini con l’Ucraina e la Bielorussia. Alcuni di questi hub sono stati creati convertendo basi militari e aeroporti civili preesistenti, mentre altri sono stati costruiti da zero in aree rurali. Analizzando immagini satellitari, documenti riservati e dati della società di analisi DroneSec, giornalisti e analisti militari hanno individuato 59 rampe di lancio meccaniche, catapulte su rotaia che sostituiscono le piste di atterraggio e consentono il lancio rapido di droni pesanti simili ad aerei proprio in prossimità della linea del fronte. Almeno 20 di queste sarebbero progettate per il lancio delle più recenti versioni ad alta velocità di droni a lungo raggio, dotate di propulsione a reazione.

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Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos

“La fase del dialogo è completamente esaurita“. Dalla città di Cali, in una Valle del Cauca dilaniata dal conflitto armato, Abelardo De La Espriella chiude le trattative di pace in corso dal 2016 tra Stato e gruppi armati e promette di “sconfiggere senza tregua il narcoterrorismo e le organizzazioni criminali” che a suo avviso “minacciano la Colombia”. Poi, sulla falsariga del modello salvadoregno, il presidente conferma la costruzione di “mega carceri” per coloro che “rappresentano una maggiore minaccia per la sicurezza del Paese”. El Tigre volta così le spalle alla classe politica e tende la mano alle Forze dell’ordine assicurando “garanzie politiche” affinché “non siano condannate” dalla legge a causa dell'”compimento del loro dovere”. “Questo governo vi proteggerà come va fatto con gli eroi della Colombia”, ribadisce De La Espriella rivolgendosi a militari e agenti di polizia, che hanno l’ordine di “combattere tutte le strutture criminali”.

La reazione militare, tanto temuta dai progressisti, è servita e conta sul sostegno delle forze conservatrici. “Oggi la Colombia recupera la propria autorità e il rispetto le forze militari”, commenta la senatrice Maria Fernanda Cabal (Centro democratico). Della stessa opinione la governatrice della Valle del Cauca, Dilian Francisca Toro, che plaude la priorità data dal nuovo governo alla sicurezza della regione. “Tuttavia – ammonisce – abbiamo bisogno che gli investimenti sul sociale vadano di pari passo con le truppe”. Ma non sarà possibile, visto l’imminente “congelamento della spesa pubblica” che sarà imposto via decreto.

La cerimonia ufficiale di insediamento si è tenuta all’Università di Cali, ma il discorso relativo al piano securitario è stato pronunciato presso il Cantón militar Pichincha, sede della Terza brigata di Cali, alla presenza di cinquecento militari. Il tutto direttamente sorvegliato dall’amministrazione Trump, che ha inviato un B-2 Spirit a sorvolare la città in coordinamento con le Forze aeree locali. L’operazione è stata un primo banco di prova della futura integrazione militare Bogotà-Washington sotto il cappello della coalizione Shield of Americas. Il Dipartimento di Stato ha inoltre stanziato un miliardo di dollari in favore del nuovo alleato come “parte di un pacchetto di sicurezza” iniziale.

Per Washington, i punti chiave dell’alleanza sono la lotta alle “spietate organizzazioni narcoterroriste e criminali” e un’agenda di “crescita economica” che apre a ulteriori investimenti Usa nel Paese. In programma anche “aiuti umanitari” e iniziative di “cooperazione bilaterale in materia di energia nucleare” a scopi “civili e pacifici”. Ma i gruppi armati non si fanno intimidire dal ritorno dello zio Sam e alzano la posta in gioco. “La superbia dell’estrema destra che oggi assume il potere non farà che approfondire la guerra nei territori – si legge in un comunicato diffuso dall’Ejército de liberación nacional (Eln) -. Risponderemo con la stessa violenza armata che verrà applicata nei nostri confronti”.

Anche le dissidenze Farc, contrarie al dialogo di pace, attraverso il loro Stato maggiore centrale, assicurano che le loro unità “non si piegheranno dinanzi a un governo che cerca la via militare”. E rivendicano: “Il controllo delle cordigliere resterà nelle mani del popolo in armi”. Avvisaglie della futura escalation si sono verificate prima e durante l’insediamento, con la presenza di cilindri sospetti sparsi nelle vie del Cauca e droni manipolati dalle guerriglie, oltre al sequestro di un bus carico di 420 chili di nitrato di ammonio che era pronto a esplodere a Cali. Cresce la tensione anche al confine est, quello con il Venezuela, dove il 1° agosto è esplosa un’autobomba davanti a un comando di polizia a Cúcuta. Il malcontento si estende anche ad alcuni settori della popolazione, in particolar modo i sostenitori del Pacto Histórico, che nelle strade di Cali contestavano la linea dura del nuovo governo.

La tensione è cresciuta dopo che il presidente uscente Gustavo Petro ha denunciato una “frode elettorale massiccia e algoritmica” perpetrata attraverso l’azienda israeliana BlackCore e l’agenzia di Intelligence Black Cube, legata al Mossad. I brogli, secondo alcuni orchestrati dalla ditta Thomas Greg & Sons e da altri privati, avrebbero inciso su oltre mille seggi equivalenti a circa 7 milioni di voti. L’ex presidente ha persino presentato una domanda di nullità elettorale, ammessa dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato colombiano, che però si limita a chiedere un’audizione giudiziaria sulle elezioni.

Nello stesso tempo, l’ex candidato presidenziale Iván Cepeda ha nominato un gabinetto parallelo a quello di De La Espriella con la finalità di “contrastare” le decisioni del governo di estrema destra con “solidi argomenti” affinché “nulla di ciò che è stato raggiunto” durante l’unico governo progressista del Paese “vada perduto”. Sottovoce, anche la destra moderata, memore del fallimento del Plan Colombia e delle sue vittime, si dice preoccupata a causa della svolta militare.

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La Sassonia e lo spettro Afd: botte ai 14enni, niente scuola dell’obbligo, abolizione della tv pubblica. Ma l’ascesa degli estremisti sembra irresistibile

Il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt, la AfD nel più recente sondaggio di Infratest-dimap resta al 41%, in testa. Tanto che il suo candidato di punta Ulrich Siegmund si dà già per vincitore, “vicino al popolo” a presentare “la visione eccezionale” di AfD per il Land. La gente, d’altronde, lo osanna come una pop star, incurante della sua partecipazione nel 2023 nella villa Adlon a Potsdam a discutere col leader del Movimento Identitario Martin Sellner piani di “remigrazione”.

Nulla pare bloccarne l’ascesa. Neppure probabilmente il recente episodio che ha visto coinvolto il compagno di partito ed eurodeputato quarantatreenne Arno Bausemer, accusato di aver fermato, parrebbe anche con una mazza da baseball, due ragazzini di 14 anni colpevoli di aver strappato un manifesto elettorale. Ai danneggiamenti anziché una ramanzina dev’essere seguito qualcosa di più, perché uno dei due giovani ha dovuto ricorrere a cure mediche per una lieve commozione cerebrale, un labbro sanguinante ed altre escoriazioni. Il parlamentare, almeno per ora, è protetto dall’immunità parlamentare, ma la polizia indaga. Bausemer ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook: uno striscione dell’AfD era già stato tagliato e distrutto più volte. Insieme a un compagno di partito, ha “colto i giovani sul fatto”, riporta la mdr.

La sezione principale di AfD in Nord-Reno Vestfalia si sta dividendo in due, tanto è accesa la lotta tra ala moderata e quella di estrema destra, appoggiata anche da Alice Weidel. Non pare che nulla possa invece scalfire la corsa del partito in Sassonia-Anhalt; nonostante un programma in cui indica chiaramente come intenda trasformare il Land ed il Paese. Nei primi cento giorni di governo l’obiettivo è trasformare l’istruzione (sotto il profilo dell’integrazione), la cultura, perfino la gestione della tv pubblica. In particolare per quanto riguarda la scuola il partito di estrema destra ipotizza d’altronde la sospensione dell’obbligo scolastico e di consentire di istruire i bambini a casa: l’obiettivo finale è limitare l’inclusione.

Poi la cultura: l’Afd promette di non assegnare più fondi pubblici alla promozione di “arte antitedesca” che rischia di ricordare un po’ il modo in cui il nazismo chiamò la cosiddetta “arte degenerata” che culminò alla fine nella grande mostra di “artisti vietati” che comprendeva tra gli altri Nolde, Kandinsky, Klee e Picasso. Le associazioni che richiederanno finanziamenti, dice il programma dell’Afd, dovranno presentare una dichiarazione di patriottismo. Ovvio che chi fa cultura – direzioni di musei, teatri, fondazioni, luoghi della memoria, associazioni di artisti e organizzazioni culturali – esprima contrarietà alla richiesta di una “svolta patriottica” nella politica culturale e l’allineamento dei finanziamenti pubblici a concetti di identità nazionale. Con una dichiarazione congiunta 27 istituzioni tra cui la Fondazione Bauhaus Dessau, hanno fatto da apripista e nel frattempo si sono unite alla protesta più di 60 altre istituzioni culturali. Infine la radio e la tv regionali pubbliche: l’Afd semplicemente vorrebbe stracciare il contratto e chiudere tutto.

In questo quadro in evoluzione resta che l’unica forza politica che sembra intenzionata a collaborare con l’Afd è l’Alleanza Sahra Wagenknecht, la cui leader – fuoriuscita anni fa dalla Linke – ha offerto di astenersi a un eventuale terzo turno di votazione nel Landtag sul nome di Siegmund. Certo, bisognerà capire quanti voti prenderà Wagenknecht e se entrerà nel Parlamentino del Land. Intanto queste vaghe intese a distanza hanno prodotto che la dirigenza nazionale ha imposto a quella locale della Turingia di uscire dalla coalizione con Cdu e Spd.

Il resto dei partiti? Nella Cdu si riduce il fronte del blocco anti-Alternative, ribadito invece chiaramente per la Sassonia-Anhalt dal governatore Sven Schulze (i cristianodemocratici qui sono dati al 24%). Il ministro-presidente – come si chiamano i governatori dei Laender – non lascia nulla di intentato per la rielezione, ricorrendo anche ad una alleanza con altri colleghi per smuovere il governo centrale a non intaccare con la riforma delle pensioni le aspettative all’Est, dove la popolazione è largamente anziana, non abbiente, e conta solo sulla pensione di vecchiaia.

Un retroterra in cui la Spd risente dell’erosione dei consensi ed è al 7% nei sondaggi. Il partito è stato soppiantato nella percezione dell’elettorato dalla AfD come espressione dei lavoratori, nonostante il gioco di prestigio di spostare i termini: non più lotta tra capitalisti ed operai, ma tra piccoli artigiani e immigrati. La base socialdemocratica vuole un cambio di corso, ma la dirigenza a Berlino, fedele ai patti di Governo, non può intraprenderlo. Il vero ago della bilancia, oltre alla Linke al 13% che, pur ponendo condizioni, si dichiara disposta a collaborare con la Cdu per fermare l’AfD, potrebbero essere i Verdi che lottano per il 5%. “Speranza significa: nulla è ancora stato deciso” indica il capo del partito Felix Banaszak, che appoggia la campagna di Susan Sziborra-Seidlitz mentre gira il Land con un taxi, un pulmino Mercedes. Sul veicolo però la foto è la sua.

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L’attacco israeliano contro la giornalista libanese Amal Khalil, minuto per minuto

Il 22 aprile 2026, nel sud del Libano, un attacco israeliano ha ucciso la giornalista del quotidiano Al Akhbar Amal Khalil e ferito gravemente l’operatrice di ripresa Zeinab Faraj.

Per Amnesty International è stato un crimine di guerra: a confermarlo è stata la ricostruzione dell’accaduto, basata sulle testimonianze dell’unica sopravvissuta e delle prime persone intervenute sul posto, su materiale audiovisivo e sulle comunicazioni tra i vari soggetti coinvolti nei mancati soccorsi.

Le due giornaliste hanno cercato riparo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’automobile che le precedeva aveva ucciso due uomini. Nelle due ore successive, mentre alcuni droni sorvolavano la zona a distanza ravvicinata, altri due attacchi aerei hanno colpito prima la loro automobile, parcheggiata nelle vicinanze, e poi l’edificio in cui si erano rifugiate.

Dopo che il primo attacco aveva eliminato l’obiettivo dichiarato dalle forze armate israeliane e mentre due droni stavano sorvolando la zona a bassa quota, queste ultime sapevano, o avrebbero dovuto sapere, che due civili si erano rifugiate in quell’edificio.

L’attacco è avvenuto nel villaggio di al-Tiri, situato a circa sette chilometri dal confine israeliano, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. Il villaggio rientrava nella zona di “difesa avanzata”, il sei per cento del territorio libanese. Le forze armate israeliane presenti in questa zona avevano vietato il ritorno (il che non le esonerava dal rispetto degli obblighi del diritto internazionale umanitario) alle persone residenti e compiuto vaste distruzioni.

Amal Khalil e Zeinab Faraj stavano seguendo un veicolo a bordo del quale si trovavano Ali Nabil Bazzi, mukhtar di Bint Jbeil, un ruolo assimilabile a quello di un sindaco locale, e il suo amico Mohammed Hourani, residente sfollato, che volevano a loro volta verificare direttamente se le forze israeliane si fossero davvero ritirate da al-Tiri.

Intorno alle 14.25, subito dopo l’ingresso nel villaggio, le forze israeliane hanno centrato il veicolo con a bordo Ali Nabil Bazzi e Mohammed Hourani.

Zeinab Faraj ha raccontato ad Amnesty International che, al momento dell’attacco, lei e Amal Khalil si trovavano dietro, a bordo dell’automobile di Amal. Ha riferito di aver visto il veicolo davanti a loro esplodere, proiettando i due uomini fuori dall’abitacolo e prendendo fuoco.

Alle 14.36 Amal Khalil ha telefonato al soccorritore della Protezione civile libanese Moussa Chaalan per segnalare l’attacco. Questi ha subito contattato i colleghi della Protezione civile, la Croce rossa libanese e l’esercito libanese. La Croce rossa libanese ha così ricevuto la prima richiesta di un’ambulanza alle 14.38.

Mentre era in procinto di dirigersi sul posto, Moussa Chaalan ha ricevuto l’ordine di fermarsi a un posto di blocco dell’esercito libanese all’ingresso di al-Tiri. Infatti, l’autorizzazione ad accedere ai villaggi situati nella cosiddetta zona di “difesa avanzata” veniva coordinata dal Comitato tecnico militare per il Libano, comunemente indicato come Meccanismo di attuazione e monitoraggio del cessate il fuoco.

Mentre i droni israeliani continuavano a sorvolare la zona, le due giornaliste sono scese dall’automobile e hanno cercato riparo accanto a un muretto, vicino a un edificio abbandonato del villaggio, poi sotto la tettoia di lamiera danneggiata di un negozio situato al piano terra dell’edificio.

Alle 15.31 Moussa Chaalan, ancora fermo al posto di blocco, ha telefonato ad Amal Khalil esortandola a risalire in automobile e ad allontanarsi dalla zona. Non aveva infatti ancora ricevuto dal Meccanismo di monitoraggio l’autorizzazione a entrare nel villaggio e, di conseguenza, non disponeva di alcuna garanzia che l’esercito israeliano non avrebbe effettuato altri attacchi.

Intorno alle 15.40 un secondo attacco ha colpito l’automobile delle giornaliste, ferma nei pressi del luogo in cui si erano rifugiate.

Alle 15.48 Amal Khalil ha richiamato Moussa Chaalan per comunicargli di essere rimasta ferita: “Non riesco a fare nulla. Moussa, vieni a prendermi”.

Entrambe le donne sono rimaste ferite nell’esplosione. Una portiera dell’automobile è stata scagliata verso di loro e Zeinab Faraj l’ha usata per proteggere sé e la collega dalle fiamme. Ha raccontato: “Vetri e detriti sono volati verso di noi. Ho avuto la sensazione che mi fosse scoppiato un orecchio. Lei [Amal Khalil] perdeva molto sangue dal naso e dalla testa e aveva ferite da schegge al braccio e alla coscia; non riusciva a muovere la gamba”.

Con l’intensificarsi dell’incendio, le due donne sono riuscite a strisciare all’interno dell’edificio, passando attraverso una saracinesca danneggiata, e si sono nascoste in una piccola stanza. Una volta all’interno, Amal Khalil ha continuato a telefonare per chiedere soccorso. Zeinab Faraj ha riferito ad Amnesty International che tutte le persone contattate avevano detto di non poter raggiungere il luogo in cui si trovavano perché erano “in attesa dell’autorizzazione” del Meccanismo di monitoraggio, in pratica il consenso delle forze armate israeliane a sospendere il fuoco per consentire l’ingresso delle squadre di soccorso.

Moussa Chaalan ha raccontato ad Amnesty International: “Ho detto all’ufficiale dell’esercito al posto di blocco che sarei entrato, nonostante il rischio. Ma mi ha convinto a non farlo dicendomi: ‘E se venissi colpito prima di riuscire a raggiungerla? È meglio aspettare l’autorizzazione, per il suo bene e per il tuo’”.

Alla fine, Amal Khalil si è molto indebolita. Zeinab Faraj ha raccontato: “L’ho vista via via senza forze […] e poi ha perso conoscenza”.

L’ultima telefonata di Amal Khalil è stata alla sorella, alle 16.22.

Intorno alle 16.25 un terzo attacco ha colpito l’edificio in cui le giornaliste si erano rifugiate, provocandone il crollo e seppellendo entrambe sotto le macerie.

Poco dopo le 17 è stata concessa l’autorizzazione a entrare nella zona, ma soltanto alla Croce rossa libanese. I soccorritori hanno estratto Zeinab Faraj, che aveva riportato una frattura cranica, gravi ferite alla gamba destra e a un occhio e lo schiacciamento di una mano. Non sono invece riusciti a raggiungere Amal Khalil, che risultava ancora dispersa sotto le macerie.

Poco prima delle 18, le persone volontarie della Croce rossa libanese arrivate sul posto hanno riferito di essere state costrette a ritirarsi a causa della minaccia di ulteriori attacchi, portando via Zeinab Faraj e i corpi dei due uomini uccisi nel primo attacco.

Dopo un’ulteriore serie di telefonate da parte di organismi internazionali e delle autorità libanesi, compresi l’ufficio del presidente e quello del primo ministro, alle 19.20 è stata nuovamente concessa l’autorizzazione. Ciò ha consentito ai soccorritori della Croce rossa, a un’ambulanza e a un piccolo bulldozer di tornare sul luogo dell’attacco. Per rimuovere le macerie dei tre piani crollati erano tuttavia necessari mezzi più pesanti. Le operazioni di recupero, effettuate con un escavatore, sono iniziate intorno alle 21.

Moussa Chaalan ha raccontato che Amal Khalil è stata trovata sepolta sotto una colonna e un muro: “Era completamente schiacciata […] L’ho estratta con le mie mani”.

Nel certificato di morte, il medico legale ha indicato come ora del decesso le 19 e come causa “un arresto cardiaco dovuto a un trauma cranico e a una grave emorragia”.

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