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Rendete pubblici i documenti: Fauci non dovrebbe avvalersi del Quinto Emendamento sulle origini del COVID-19

 

di Neil L. Harrison & Jeffrey D. Sachs | 15 agosto 2026 | Common Dreams

 

Il 29 luglio, Anthony Fauci è comparso davanti a una commissione del Senato in seguito a un mandato di comparizione e si è rifiutato di rispondere alle domande oltre cento volte. Nelle circa duecentocinquanta precedenti comparizioni davanti al Congresso non aveva mai invocato il Quinto Emendamento. Lo ha invocato quando gli è stato chiesto dove abbia avuto inizio la peggiore pandemia del secolo, e su tutte le altre domande.

Ne aveva il diritto. Il Quinto Emendamento è un diritto, e chiunque consideri il silenzio una prova di colpevolezza fraintende la Costituzione. Ma questo non coglie il punto fondamentale. Fauci ha diretto l’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive per trentotto anni, diventando il volto dell’establishment medico scientifico statunitense (definendosi una volta in questi termini: «Io sono La Scienza») ed è stata proprio la sua agenzia, tra le altre, a finanziare la ricerca sul coronavirus a Wuhan e nella Carolina del Nord. Quando la domanda è: «Come sono morti un milione di americani?», allora l’uomo che ha ricoperto il ruolo di «Medico d’America» non può rimanere in silenzio e continuare a rivestire il ruolo di portavoce della scienza.

Quattro anni fa, negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze, abbiamo chiesto un’indagine indipendente sulle origini del SARS-CoV-2, il virus che ha causato la pandemia, con pieno accesso ai documenti americani e a quelli cinesi pertinenti. Fin dall’inizio della pandemia è stato detto all’opinione pubblica che la questione dell’origine era stata risolta, che il virus era di origine naturale. Ma la questione non era affatto risolta, e ogni documento reso pubblico grazie al FOIA, ogni testimonianza di un informatore, ogni documento del Congresso prodotto dal 2022 ha gettato ulteriori dubbi su questa versione dei fatti, indicando invece un’origine da laboratorio del virus.

Nel gennaio 2025 la Central Intelligence Agency si è finalmente allineata a tale valutazione, ritenendo «con bassa certezza che un’origine legata alla ricerca della pandemia di COVID-19 sia più probabile di un’origine naturale». Anche l’FBI è giunta alla stessa conclusione con moderata certezza. Lo stesso ha fatto il Dipartimento dell’Energia, che gestisce i laboratori nazionali. Tre agenzie americane e il BND tedesco propendono ora per un’origine legata alla ricerca. Tuttavia, tale valutazione non è ancora stata esaminata alla luce di tutti i documenti americani rilevanti che riguardano la questione.

Ora, però, sappiamo chiaramente come un virus del genere possa essere stato creato, perché la ricetta è stata messa per iscritto. Nel 2018 Ralph Baric dell’Università della Carolina del Nord, Peter Daszak dell’EcoHealth Alliance e Shi Zhengli dell’Istituto di Virologia di Wuhan hanno presentato alla DARPA una proposta denominata DEFUSE. La proposta delineava un piano specifico: utilizzare la piattaforma di genetica inversa di Baric — la tecnologia da lui sviluppata e brevettata per assemblare coronavirus a partire da frammenti sintetici — per costruire scheletri di sarbecovirus di pipistrello, comprese sequenze di consenso assemblate da campioni raccolti sul campo, e quindi inserire un sito di proteasi alla giunzione S1/S2 della proteina Spike.

Un sito di proteasi è essenziale affinché questi virus dei pipistrelli possano superare la «barriera di specie» tra pipistrelli e esseri umani e, in questo caso, è denominato sito di scissione della furina (FCS). Quando è apparso per la prima volta, il SARS-CoV-2 era l’unico virus conosciuto della sua famiglia (il clade dei sarbecovirus) a presentare tale sito. Rimane unico sotto questo aspetto. Nonostante i numerosi campionamenti effettuati sui pipistrelli, che fungono da specie serbatoio per questi virus, non è emerso nessun altro virus in questo clade o in questa famiglia che presenti l’FCS, così come non è stato trovato in Cina nessun animale infettato da un progenitore del SARS-CoV-2. Questi risultati continuano a destare grande preoccupazione.

Questo nuovo FCS è stata la caratteristica che ha allarmato maggiormente i virologi che per primi hanno analizzato il genoma, poiché rappresenta un salto evolutivo per il quale non vi sono prove che si sia verificato in natura. All’insaputa dei più, gli scienziati americani avevano proposto di inserire proprio questa caratteristica in quel preciso tipo di coronavirus, solo due anni prima dello scoppio di una nuova malattia da coronavirus a Wuhan. Data la disponibilità di un virus modello adatto, l’inserimento di dodici nucleotidi per formare l’FCS sarebbe stato banale e un lavoro simile era già stato svolto.

Consideriamo ora ciò che è stato detto a porte chiuse. Il 31 gennaio 2020, eminenti virologi comunicarono a Fauci che il genoma sembrava essere stato ingegnerizzato. Jeremy Farrar del Wellcome Trust li convocò il giorno successivo e, il giorno dopo, inviò a Fauci e a Francis Collins una sintesi delle posizioni assunte. Michael Farzan, che ha scoperto il recettore utilizzato dalla SARS-CoV-1 e dalla SARS-CoV-2 per entrare nelle cellule umane, ha stimato le probabilità di un incidente di laboratorio a sessanta-quaranta o settanta-trenta. Edward Holmes si è schierato a sessanta-quaranta a favore della tesi del laboratorio. Farrar ha scritto che, su una scala in cui zero rappresenta la natura e cento il rilascio, onestamente si trovava a cinquanta.

Nulla di tutto ciò è stato reso pubblico. Sei settimane dopo, cinque di quegli scienziati pubblicarono “The Proximal Origin of SARS-CoV-2” su Nature Medicine, concludendo che nessuno scenario di origine da laboratorio fosse plausibile. Fauci lo promosse dal podio della Casa Bianca come scienza indipendente e definitiva. In un messaggio diffuso solo lo scorso giugno, Collins disse ai colleghi che l’articolo era un lavoro a cui lui, Fauci, Farrar e Lawrence Tabak avevano “contribuito, ma non sono stati opportunamente menzionati esplicitamente”.

Le argomentazioni esposte nell’articolo sono sempre state scientificamente deboli e da allora sono crollate, una dopo l’altra. Gli autori affermavano che costruire un virus del genere in laboratorio sarebbe stato difficile, eppure un team tedesco ne ha assemblato uno a partire da frammenti sintetici in meno di due settimane utilizzando un sistema basato sul lievito. Gli esperti di Proximal Origin sostenevano che una caratteristica molecolare adiacente al sito di scissione della furina dimostrasse che il virus si fosse formato all’interno di un organismo vivente piuttosto che in laboratorio. Questa caratteristica (un gruppo di zuccheri noti come O-glicani) era stata prevista dalle analisi computerizzate degli autori; tuttavia, il lavoro di laboratorio ha dimostrato che in realtà non esisteva. Gli autori avevano inoltre affermato che un progettista di laboratorio avrebbe ottimizzato l’adesione del virus al recettore umano tramite la sua proteina Spike; tuttavia, Ralph Baric aveva già condotto un esperimento che dimostrava che l’infezione delle cellule umane procede meglio se il legame della proteina Spike al sito recettoriale è inferiore al livello ottimale. Non è mai stata pubblicata alcuna rettifica di questi errori in Proximal Origin. Gli autori hanno presto perso fiducia nelle proprie conclusioni, come rivelato dalle loro stesse e-mail e dai messaggi su Slack, eppure non hanno ritirato l’articolo.

Lo stesso Baric è stato coinvolto nella genesi di Proximal Origin, poiché ha partecipato, in segreto, alla chiamata del 1° febbraio. La sua presenza non è stata rivelata a nessuno, egli non è in grado di spiegare come sia arrivato lì e almeno due partecipanti non sapevano che fosse presente. Baric non ha menzionato la proposta DEFUSE durante la chiamata e da allora ha affermato di essersene dimenticato. La proposta è rimasta negli archivi del Pentagono e della comunità dei servizi segreti per diciotto mesi dopo l’inizio dell’epidemia, e nessuna agenzia l’ha resa pubblica; è venuta alla luce grazie a un informatore. Quando ciò è avvenuto, gli autori di Proximal Origin hanno concordato in privato che dovevano «riconvincersi che la somiglianza fosse una coincidenza» — e uno di loro ha suggerito di evitare le e-mail o di selezionare con cura alcune e-mail da conservare ai fini della documentazione relativa alla libertà di informazione.

Baric ha reso testimonianza, parte della quale è rimasta riservata, presumibilmente a causa dei suoi legami con la comunità dei servizi segreti.

Numerose agenzie di intelligence (tra cui il BND tedesco e la CIA) propendono per un’origine legata alla ricerca e indicano un incidente di laboratorio a Wuhan. Se così fosse, ciò non spiegherebbe la necessità di un insabbiamento così elaborato che coinvolge alti funzionari del governo statunitense e scienziati provenienti dal Regno Unito, dall’Australia e da altri paesi. Gli scienziati di tutto il mondo sono molto più convinti dell’esistenza di un insabbiamento che dell’origine naturale del virus, ma relativamente pochi hanno espresso pubblicamente le proprie opinioni.

Se il virus fosse stato effettivamente coltivato, ingegnerizzato o riassemblato in laboratorio, parte della tecnologia utilizzata era americana, il progetto era americano e parte dei finanziamenti proveniva dagli Stati Uniti — così come lo sono alcuni dei documenti che potrebbero chiarire la questione: i quaderni di Baric, gli inventari dei congelatori, le sequenze dei virus campionati dall’EcoHealth Alliance, i documenti conservati presso l’Università della California a Davis relativi al programma PREDICT sotto l’egida dell’USAID, gli accordi di trasferimento e le ricevute di spedizione tra l’Università della Carolina del Nord e altri laboratori federali statunitensi; nonché i fascicoli relativi alle sovvenzioni del NIH che indicano se il lavoro proposto nel progetto DEFUSE, ma respinto dalla DARPA, sia stato finanziato in parte da altre agenzie statunitensi. Ogni documento potrebbe essere prodotto su ordine del Congresso questa settimana. Tutti sono stati trattenuti per sei anni.

La nostra accusa non è che ci sia stato un coinvolgimento americano nella comparsa di questo virus. La nostra accusa è che Fauci e altri funzionari e scienziati statunitensi abbiano ostacolato la ricerca della verità. Nessuna inchiesta può determinare la verità sulla base delle prove disponibili. Quindi, rendete pubblici i fascicoli. Istituite un’inchiesta indipendente con potere di citazione in giudizio, indipendente dalle agenzie la cui condotta è in discussione, e lasciate che le prove parlino da sole. Se ciò scagionasse Ralph Baric e Anthony Fauci, come potrebbe accadere, sarebbero stati scagionati dalle prove piuttosto che da semplici affermazioni: l’unico tipo di scagionamento che valga la pena ottenere.

Ecco cosa avrebbe dovuto dire Fauci il 29 luglio: «Ecco i miei documenti. Ecco i documenti del NIH. Richiedete il resto, e io vi aiuterò a ottenere la risposta».

Invece ha invocato il Quinto Emendamento, più di 100 volte.

 


FONTE: https://www.commondreams.org/opinion/fauci-fifth-amendment-covid-origin

 

 

Un’intervista su questo argomento con il giudice Napolitano del 31 luglio 2026 è disponibile sul canale YouTube di Jeff Sachs: https://www.youtube.com/@JeffreyDSachsOfficial

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Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie (di Elena Basile)

 

di Elena Basile - Fatto Quotidiano, 16 agosto 2026
 

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

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Come si coltiva la sudditanza (di Alessandro Volpi)

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.
 
Il dato più significativo emerso dal rapporto riguarda la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale.
 
E’ interessante capire allora chi sono tali investitori.
 
In base ai dati del medesimo rapporto di Bankitalia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all'11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell'intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.
 
Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l'esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi USA i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi.
 
Per quanto riguarda invece la Banca Centrale Europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi PSPP e PEPP non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d'Italia per conto dell’Eurosistema.
 
La quota detenuta "direttamente" dalla BCE nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la BCE acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali. Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della BCE, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibilissimo calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (Quantitative Tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d'investimento americani.
Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali paesi ad alzare i tassi d’interesse, con un aumento del costo del loro debito, per attrarre i grandi fondi finanziari, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

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BILDERBERG? È VECCHIA - DAVOS ? È NOIOSA BENVENUTI A “DIALOG”!

 

di Glauco Benigni

 

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra un’omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell'archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra videoclip e news tra un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino. Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

 

Lo scoop del data-leak: quando l'élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.  Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva  chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo. Ebbene, questo tempio dell'inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable ( una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker maia arson crimew . Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.  Divenuta  famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.  Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che sarebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”. A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione. Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice no?

 

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra.

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore. Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista:

  • “Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.
  • “Battlefield Technologies”: Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.
  • “Bring Back Nuclear”: Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.
  • “It’s Fun to Be in Charge”: Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.
  • “Build-a-Cult”: Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

 

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale.  Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico. Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della sinistra liberal, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes, l’ex segretario al tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare ) il genero di Trump, Jared Kushner. Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington. Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford; consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull'Intelligenza Artificiale.

 

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica. I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

 

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie. Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra. La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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"Sovranità finanziaria" e l'ultimo rapporto di Banca d'Italia (di Alessandro Volpi)

 

di Alessandro Volpi - Altreconomia*

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.

Il dato più finanziariamente sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.

 

 

In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi Pspp e Pepp non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.

Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.

Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi, e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.

Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.

Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del Prodotto interno lordo mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.

La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire -tra Stati e privati- un debito così infinito, che matura circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.


*Fonte originale: https://altreconomia.it/la-sovranita-finanziaria-dellitalia-e-un-debito-pubblico-pari-a-3-2072-miliardi-di-euro/

Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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