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Cossiga avrebbe apprezzato Meloni senza amare Trump. Il ricordo di Rotondi

Gli amici di Formiche.net mi chiedono un ricordo diverso di Francesco Cossiga, allineato all’oggi, con l’ausilio della immaginazione e dei ricordi personali. Qualche strumento ce l’ho per immaginare Cossiga nel tempo della guerra a pezzi e della destra italiana di governo. Non ho avuto con lui l’intimità di Pippo Marra o Paolo Naccarato, per citare i suoi ultimi amici viventi; tuttavia il Presidente mi ha onorato di una costante conversazione culturale, culminata nella compilazione della prefazione di tutti i miei libri.

Mi manca? È più corretto dire: ci manca. Ma vale per Cossiga ciò che il suo amico De Mita diceva di sé: “Continuerò a parlare anche dopo morto”.

E cosa dice Cossiga all’Italia di oggi? Basta interrogare i ricordi. Partiamo dagli scenari mondiali. Per alcuni il mondo è cambiato al punto da dover rivedere definizione e confini dell’Occidente: non sarebbe più l’America la mater et magistra. Cossiga non sarebbe d’accordo. Lui non si offese mai della Kappa con cui gli anarchici scrivevano il suo cognome, spesso raddoppiando la consonante denigratoria: Kossiga l’amerikano. Il Presidente non smentì né si vergognò mai di essere la voce più ascoltata oltreoceano. Non rinnegò Gladio, semmai la spiegò: nel dopoguerra il rischio comunista non era uno slogan dei democristiani, ma una minaccia concreta contro cui gli alleati americani disponevano protezioni vere. E se qualcuno oggi si scandalizzasse, Cossiga gli ricorderebbe che anche la liberazione dal fascismo ci è arrivata “sulla punta delle baionette degli americani”, per dirla con l’espressione del comune maestro, mio e di Cossiga: il primo leader della “Base”, Fiorentino Sullo.

Trump piacerebbe a Cossiga? Manco un po’, immagino. Aveva per i ricchi la diffidenza tipica dei politici antichi, orgogliosamente consapevoli di essere un potere che non doveva mai allinearsi alla ricchezza. Il solo ricco che Cossiga tollerava in politica – ma fino ad un certo punto – era il suo amico Silvio Berlusconi, a cui però rimproverava di non possedere la dote della cattiveria, necessaria a un uomo di Stato (e a Silvio questa critica piaceva moltissimo).

Diciamo che a Cossiga Trump non piacerebbe, ma suggerirebbe di conviverci al minor costo possibile, perché non si cambia fronte quando non ci piace chi lo governa. I capi di Stato passano, il destino degli Stati è scritto nella storia e nella civiltà. E il nostro destino rimane comune con quello americano.

E di Giorgia Meloni cosa direbbe? Aveva simpatia per lei quando era la mascotte del nostro governo, a maggior ragione ne avrebbe oggi, vedendola al cospetto dei grandi del mondo. Né Cossiga avrebbe pruderie verso la destra di governo, che tenne a battesimo da Capo dello Stato, nel suo primo abbozzo di Alleanza Nazionale.

Moroteo oltre Moro, Cossiga consumò la “strategia dell’attenzione” in ogni direzione, non a senso unico, come fa la pelosa storiografia della sinistra, impadronitasi di Moro facendone un santino se non un precursore del Pd. Il vero Moro era quello che raccontava Cossiga: il teorico di una democrazia compiuta in cui pure i comunisti potessero governare, e fu quello il motivo per cui Cossiga sostenne il governo D’Alema.

Non è azzardato pensare che oggi Cossiga vedrebbe nel governo Meloni il definitivo completamento, sulla sponda opposta, del sogno moroteo di una democrazia normale.

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Lega, Fontana lancia l’assalto del nord: “Il partito va salvato dal declino. Un passo indietro di Salvini? Da non escludere”

“Chiediamo di rivedere l’impostazione del partito, perché ce n’è un gran bisogno ora”. In un’intervista al Corriere della sera, Attilio Fontana lancia l’assalto dei leghisti del nord contro la segreteria di Matteo Salvini, una rivolta covata per mesi ed esplosa nel direttivo regionale lombardo della settimana scorsa. “I nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere“, afferma il presidente della Regione, esponente storico del Carroccio e già sindaco di Varese. “Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34% al 5% dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino. E arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra”, incalza. E alla domanda se Salvini debba fare “un passo indietro o di lato” risponde eloquente: “Nessuna soluzione va esclusa a priori. la Lega non teme il rinnovamento”.

Per il governatore lombardo, la soluzione per il rilancio del partito è “innanzitutto valorizzare le nostre ricchezze: e il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega”, spiega. Annunciando un progetto che somiglia al nucleo di una futura scissione: “Ua pluralità di persone stanno lavorando per proporre un nuovo luogo di dibattito. Un’associazione larga e aperta a discutere sui temi importanti come, per esempio, la modernizzazione dello Stato. Sono ancora più convinto che si debba andare verso il federalismo, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali, che agiscono con la concretezza che serve ai territori e che sono a contatto con il mondo economico, ricevono le domande di chi lavora e produce ricchezza e per questo chiedono una politica industriale. E vogliamo occuparci anche di diritti civili“. Un tema che sta molto a cuore anche all’altro governatore “ribelle”, il Veneto Luca Zaia, e su cui Salvini invece porta avanti una linea fermamente conservatrice.

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Da Colleferro a Varsavia. Una linea rossa presto sulla politica italiana

Con il passare delle ore si addensano sempre più sospetti di un attentato di matrice russa per l’esplosione alla fabbrica di munizioni di Colleferro. Questo imporrà presto il tracciare una chiara linea nella sabbia alla politica italiana, che finora ha cincischiato con tentazioni filorusse, e porterà inevitabilmente a scelte decise e precise per chi sta al governo o all’opposizione a Roma.

Colleferro si inserisce in una lunga catena di eventi sospetti in tutta Europa. Nell’arco di una sola settimana, i Paesi della Nato sono stati teatro di una serie di incidenti sospetti.

POLONIA

Il 7 agosto, i servizi polacchi hanno arrestato un cittadino russo con il compito di uccidere a Varsavia un cittadino americano e ucraino. Secondo il primo ministro Donald Tusk è la prima volta che qualcuno, su ordine russo, ha tentato di uccidere un cittadino americano sul territorio di un Paese Nato.

GERMANIA

Il 6 agosto, un drone carico di esplosivo è stato rinvenuto nei pressi di una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle accanto a un aereo cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich.

ITALIA

Un incendio scoppiato il 13 agosto nel reparto di compressione delle polveri presso lo stabilimento KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, è stato seguito da una massiccia esplosione. Lo stabilimento produce munizioni da artiglieria da 155 mm, fornite all’Ucraina.

PAESI BASSI

Nel giro di poche ore, sempre il 13, a Rotterdam il più grande porto d’Europa, sono avvenuti un incendio a un trasformatore, un grave blackout elettrico, uno spegnimento d’emergenza presso la raffineria ExxonMobil di Botlek e un’esplosione presso la raffineria e il terminal della Gunvor Energy, che ha causato la morte di un lavoratore e il ferimento di altri sei.

Oltre a ciò nelle ultime settimane le difese Nato hanno subito incursioni di droni lungo l’intero perimetro dell’alleanza. Il rischio è che qualche paese potrebbe cedere alla pressione russa e scivolare fuori dai ranghi. Cosa farebbe allora la Nato? La guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi, in alcune nazioni, in una guerra civile?

L’Italia, patria durante la Guerra Fredda del più grande partito comunista dell’Europa occidentale ha già sperimentato la cosa.

Oggi a Roma certamente molti vogliono nascondere la testa sotto la sabbia perché si tratta di prendere scelte chiare: l’Italia è con la Russia che le fa esplodere le fabbriche o contro? Molti potrebbero pensare a tipiche contorsioni italiche, tipo il Lodo Moro. Allora il governo fece un patto con i palestinesi per lasciare usare il suo territorio come base logistica a patto che non ci fossero attentati palestinesi in Italia. Ma le condizioni oggi sono molto diverse da allora e oggi sappiamo che il Lodo non funzionò.

Quindi l’Italia deve scegliere. Luigi Zanda ricordava che alle spalle della Guerra Fredda c’era stato un patto stretto alla fine della Seconda guerra mondiale tra i leader della Dc e del Pci, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Il Pci poteva rimanere legale e partecipare alle elezioni ma in cambio non faceva la rivoluzione e non andava al governo.

Può esserci un patto simile oggi tra “forze dell’ordine” e la folla confusa di filorussi dentro governo e opposizione? In realtà mancano due pezzi fondamentali del gioco, De Gasperi e Togliatti.
Il patto Dc-Pci evitò la deriva greca, dove nel 1947 ci fu un bagno di sangue contro il partito comunista che stava per prendere il potere ad Atene.

Oggi, quanto a lungo Ue e Usa possono tollerare i balletti italiani? Warren Buffet nei suoi investimenti dice di guardare ai fondamentali. Se i fondamentali ci sono le cose accadranno. Nessuno però può dire con precisione quando. Questa sembra la situazione attuale del Paese. Se i fondamentali non cambiano, qualcosa accadrà presto, anche se nessuno può dire con certezza quando sarà il ‘presto’.

Diversamente da ottant’anni fa sono pochi i duri e puri, ed è possibile che, davanti a rischio di un disastro, molti filo russi di oggi cambino completamente casacca. È una caratteristica storica dell’Italia. Naturalmente in questo i primi nella fuga verso l’ordine saranno preferiti. Cioè però, chi forse pensa che tutto questo sia solo una drammatizzazione italica dove si usano parole fortissime per azioni minime.

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Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

Di fronte alle critiche della sinistra, che considera la posizione del Governo su Schengen una scelta meramente strumentale e dannosa, è necessario fare chiarezza.

La tutela dei confini non è una bandiera ideologica: è una responsabilità di governo.

La possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne è prevista dalle regole europee. Ricorrervi, quando ne sussistono le condizioni, non significa essere contro l’Europa, né mettere in discussione i rapporti di amicizia e collaborazione con la Spagna. Significa utilizzare uno strumento contemplato dall’ordinamento europeo per tutelare la sicurezza, la legalità e gli interessi del Paese.

Non si tratta, peraltro, di una scelta estranea alla prassi europea: diversi Stati membri hanno fatto ricorso, negli anni, a controlli temporanei alle frontiere interne. È quindi difficile sostenere che l’utilizzo di uno strumento previsto dalle stesse regole europee costituisca, di per sé, una scelta antieuropea.

Anche sulla questione migratoria occorre evitare confusioni. Il decreto flussi italiano riguarda ingressi regolari e programmati, disciplinati da procedure definite e stabiliti anche sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Ben diverso è il problema dell’immigrazione irregolare. Distinguere chiaramente tra questi due fenomeni è indispensabile per qualsiasi politica migratoria seria e credibile.

Naturalmente è legittimo, e in una democrazia doveroso, chiedere al Governo trasparenza sui numeri, sulle provenienze e sui meccanismi di ingresso. Ma è altrettanto necessario riconoscere che uno Stato ha il diritto e la responsabilità di governare i flussi migratori e di contrastare l’immigrazione irregolare.

È su questo punto che emerge una differenza politica sostanziale. Ritengo che solidarietà e accoglienza debbano necessariamente accompagnarsi a legalità, sicurezza, integrazione e sostenibilità. L’Italia non può adottare una politica delle porte aperte, ma deve essere nelle condizioni di decidere e controllare chi entra nel proprio territorio, contrastando gli ingressi irregolari e favorendo quelli legali, secondo regole e procedure precise.

Si può naturalmente discutere nel merito dell’efficacia e della proporzionalità delle singole misure. È questo il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi un confronto politico serio. Ma liquidare automaticamente ogni rafforzamento dei controlli come una scelta meramente propagandistica significa eludere la questione centrale: come garantire sicurezza e legalità, governando al tempo stesso il fenomeno migratorio in maniera ordinata e sostenibile.

Governare significa anche prevenire situazioni fuori controllo. Tutelare i confini, nel rispetto delle regole europee, non significa essere contro l’Europa. Significa assumersi la responsabilità di governare e svolgere, con serietà, le funzioni che i cittadini hanno affidato alle istituzioni.

Gerardo Petta – Zurigo

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Ceuta, la politica migratoria europea alla prova della responsabilità e della tutela dei minori

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione delle istituzioni nazionali ed europee sulla situazione di Ceuta, dove centinaia di migranti hanno manifestato chiedendo di poter accedere alla protezione internazionale. Secondo Reuters, oltre 72.000 persone hanno attraversato il confine durante il massiccio afflusso di fine luglio e, dopo i successivi rientri, tra 5.000 e 8.000 sarebbero ancora presenti nell’enclave. Numeri particolarmente rilevanti per una città di circa 80.000 abitanti, che pongono sotto forte pressione servizi sanitari, strutture di accoglienza e amministrazione locale.

Quanto sta accadendo non può essere considerato soltanto una nuova emergenza di frontiera. Ceuta rappresenta una verifica concreta delle politiche migratorie europee e, in particolare, del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, pienamente applicabile dal 12 giugno 2026, che intende coniugare controllo delle frontiere esterne, procedure di asilo e rimpatrio più efficienti e maggiore solidarietà tra gli Stati membri.

La questione non può essere ridotta alla contrapposizione tra apertura e chiusura delle frontiere. Una politica migratoria credibile deve consentire agli Stati di governare gli ingressi irregolari, contrastare le reti criminali e rendere effettive le decisioni di rimpatrio, garantendo nello stesso tempo l’esame individuale delle richieste di protezione. Le testimonianze raccolte a Ceuta mostrano infatti condizioni differenti: accanto a persone partite principalmente per ragioni economiche vi sono individui che riferiscono conflitti, persecuzioni e situazioni di grave pericolo. È proprio la capacità di distinguere, e non quella di generalizzare, che deve qualificare l’azione delle istituzioni democratiche.

Particolare attenzione richiede la condizione dei minori. Anche in questo caso i dati devono essere utilizzati con prudenza, poiché le stime non sono ancora uniformi. Secondo dati governativi riportati dalla stampa spagnola, sarebbero circa 2.500 i minori presenti a Ceuta, mentre le organizzazioni attive sul territorio stimano che possano essere fino a 4.000; circa 1.500 risulterebbero già inseriti nel sistema di protezione. La differenza tra le stime rende ancora più urgente completare l’identificazione e assicurare una presa in carico effettiva dei bambini e degli adolescenti.

La permanenza di minori, soprattutto se non accompagnati, in strada o in strutture sovraffollate accresce il rischio di violenza, sfruttamento, tratta e scomparsa. Un bambino che attraversa irregolarmente una frontiera rimane innanzitutto un minore: la sua posizione amministrativa deve essere accertata, ma il suo superiore interesse deve orientare le decisioni che lo riguardano. La tutela deve comprendere non soltanto l’accoglienza materiale, ma anche sicurezza, assistenza e continuità educativa.

In questo contesto assume particolare rilievo il precedente giuridico relativo alla crisi di Ceuta del 2021. Nel gennaio 2024 il Tribunal Supremo spagnolo ha confermato l’illegittimità dei rimpatri in Marocco di minori non accompagnati effettuati nell’agosto 2021 senza il rispetto delle procedure individuali previste dalla legislazione. La pronuncia assume oggi una precisa attualità di fronte alle richieste marocchine di accelerare il ritorno dei minori presenti a Ceuta. Ogni eventuale ricongiungimento o rimpatrio deve pertanto essere valutato individualmente, considerando la situazione familiare, le condizioni del ritorno e il superiore interesse del minore.

La crisi evidenzia inoltre un problema strutturale delle politiche migratorie europee. I territori di primo ingresso non possono sostenere da soli le conseguenze di afflussi eccezionali. Il principio di solidarietà previsto dal nuovo Patto deve tradursi in una reale condivisione delle responsabilità, soprattutto quando la capacità locale di accoglienza risulta sproporzionata rispetto al numero delle persone presenti. Ciò vale in modo particolare per i minori, la cui protezione non può dipendere dalla capacità organizzativa del territorio europeo nel quale hanno raggiunto la frontiera.

Anche la cooperazione con il Marocco e con gli altri Paesi di origine e di transito deve inserirsi in una prospettiva più ampia. Contrastare le reti criminali, governare gli attraversamenti irregolari e rendere possibili i ritorni quando siano conformi alla legge sono obiettivi necessari, ma una politica eccessivamente dipendente dal contenimento delle partenze nei Paesi terzi rischia di rendere l’Europa vulnerabile alle dinamiche diplomatiche. Alla gestione delle frontiere devono quindi accompagnarsi cooperazione economica e sociale, formazione, opportunità nei Paesi di origine e, ove possibile, percorsi regolari di mobilità.

Le difficoltà sanitarie segnalate a Ceuta richiedono infine attenzione e rigore nel linguaggio pubblico. Sovraffollamento e condizioni igieniche precarie possono favorire problemi sanitari e rendono necessario rafforzare assistenza e prevenzione; sarebbe tuttavia improprio trasformare tali criticità in un’associazione generalizzata tra migrazione e malattia. La salute pubblica si tutela garantendo condizioni dignitose e servizi adeguati tanto alle persone migranti quanto alla popolazione residente.

Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, la vicenda possiede anche una rilevanza educativa. La scuola deve contribuire a sottrarre il tema delle migrazioni alla polarizzazione, fornendo agli studenti gli strumenti per comprendere la complessità dei fenomeni e il rapporto tra sicurezza, legalità e diritti fondamentali. Quando sono coinvolti bambini e adolescenti, inoltre, l’istruzione diventa parte integrante della protezione, perché restituisce relazioni, continuità e prospettive a percorsi di crescita segnati dall’incertezza.

La frase “Siamo umani anche noi”, esposta durante la manifestazione di Ceuta, non chiede di sostituire le regole con il sentimento. Ricorda piuttosto che l’autorevolezza delle istituzioni si misura nella capacità di applicare le regole senza perdere di vista la dignità della persona.

Ceuta rappresenta dunque una prova concreta per il nuovo sistema europeo. Governare le migrazioni significa tenere insieme sicurezza delle frontiere, responsabilità condivisa e tutela dei diritti, evitando che l’emergenza diventi una condizione permanente. E quando davanti a una frontiera si trova un bambino o un adolescente, prima della sua posizione amministrativa viene la sua condizione di minore e il dovere delle istituzioni di proteggerne il presente.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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OSTIA, CONFORZI (FDI): «SICUREZZA IN CODICE ROSSO, IL LITORALE NON PUÒ DIVENTARE LA ZONA FRANCA DI ROMA»

OSTIA, CONFORZI (FDI): «SICUREZZA IN CODICE ROSSO, IL LITORALE NON PUÒ DIVENTARE LA ZONA FRANCA DI ROMA»

OSTIA – «Tre gravissimi episodi avvenuti tra il 14 e il 15 agosto restituiscono l’immagine di un territorio nel quale la sicurezza sta diventando un’emergenza quotidiana. Ostia non può essere trasformata nella zona franca di Roma, dove residenti, lavoratori e famiglie sono costretti a convivere con aggressioni, furti e violenze».

Lo dichiara Giuseppe Conforzi, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Municipio Roma X, intervenendo sui recenti fatti di cronaca verificatisi nel centro e sulle spiagge di Ostia.

«Nel mercato di via Orazio dello Sbirro un venditore ambulante è stato colpito al volto con una bottiglia dopo essersi opposto al furto di un paio di calzini. L’aggressore, indicato come una persona senza fissa dimora e in stato di alterazione, è stato arrestato dai Carabinieri. Sulla spiaggia libera, nel giorno di Ferragosto, un bagnante è stato ripetutamente colpito dopo avere sorpreso un uomo intento a rovistare tra i suoi effetti personali. Anche in questo caso il responsabile è stato fermato. Sempre a Ferragosto, infine, un giovane è stato accerchiato e picchiato perché ingiustamente accusato di fotografare alcuni bambini: il controllo del telefono ha dimostrato che non aveva scattato alcuna immagine e che, in quei momenti, era impegnato in una videochiamata».

«Sono episodi diversi, che non devono essere confusi tra loro, ma che raccontano un clima comune: a Ostia si sta diffondendo la paura. Il pestaggio di un innocente è inaccettabile e nessuna preoccupazione può autorizzare la giustizia fai da te. Proprio quanto accaduto dimostra, però, quanto sia diventata fragile la percezione della sicurezza e quanto rapidamente il sospetto possa trasformarsi in una reazione incontrollata, soprattutto quando vengono coinvolti dei bambini. La paura può spiegare il meccanismo, ma non può e non deve mai giustificare la violenza».

Secondo Conforzi, la situazione è aggravata dalla concentrazione, soprattutto nelle aree centrali di Ostia, di condizioni di marginalità sociale ed emergenza abitativa lasciate senza risposte strutturali.

«Il problema non è la povertà e non sono le persone fragili, che devono essere assistite e accompagnate dai servizi competenti. Il problema è l’abbandono istituzionale. Quando marginalità estrema, dipendenze, abuso di alcol e permanenza in strada vengono lasciati senza controllo e senza assistenza, le conseguenze ricadono sui residenti, sui commercianti e sulle stesse persone in difficoltà. Non è accoglienza: è scaricare il disagio sociale della Capitale sul litorale».

«Il centro di Ostia, l’area di via delle Baleniere, il mercato di via Orazio dello Sbirro, piazza Anco Marzio, il Pontile, le stazioni e gli arenili hanno bisogno di una presenza visibile e continuativa delle forze dell’ordine. Gli arresti effettuati durante il Ferragosto dimostrano la professionalità e l’efficacia degli operatori impegnati, ai quali va il nostro ringraziamento. Ma i servizi straordinari organizzati durante le festività non possono sostituire un presidio quotidiano del territorio».

Conforzi annuncia che nei prossimi giorni scriverà al questore di Roma e al prefetto, chiedendo un approfondimento specifico sulla situazione del litorale.

«Chiederò una riunione dedicata a Ostia e un rafforzamento coordinato dei pattugliamenti, anche a piedi, nelle zone centrali, nei mercati, sul lungomare e nei pressi delle stazioni. Occorre affiancare al controllo del territorio un intervento dei servizi sociali, sanitari e per le dipendenze, così da distinguere chi ha bisogno di assistenza da chi commette reati e deve risponderne davanti alla legge. Servono inoltre una mappatura aggiornata degli episodi e un piano di sicurezza stabile per tutto l’anno, non soltanto operazioni concentrate nei fine settimana o durante le festività».

Per il capogruppo di Fratelli d’Italia, la questione della sicurezza rischia di produrre conseguenze anche sull’economia e sulla capacità turistica del territorio.

«Le prime valutazioni degli operatori economici parlano di spiagge meno frequentate, parcheggi vuoti e incassi in difficoltà. I dati ufficiali e disaggregati dovranno essere resi pubblici e analizzati, ma l’allarme non può essere ignorato. Ostia è diventata meno attrattiva non soltanto per la carenza di strutture, servizi, collegamenti ed eventi, ma anche per una crescente percezione di insicurezza».

«L’unico “turismo” che la gestione di Gualtieri e Falconi sembra avere favorito è quello della disperazione: non perché le persone fragili debbano essere respinte, ma perché Roma Capitale le ha lasciate senza una risposta e ha trasferito sul litorale il peso delle proprie emergenze sociali. Nel frattempo, famiglie, visitatori e attività economiche si allontanano».

«Ostia è in codice rosso sul fronte della sicurezza e della marginalità sociale. Il sindaco Gualtieri e il presidente Falconi smettano di comportarsi come osservatori esterni e si assumano le responsabilità di governo. Il litorale ha bisogno di sicurezza, assistenza, decoro, servizi e programmazione. Non possiamo aspettare che un altro episodio ancora più grave renda evidente ciò che residenti e commercianti denunciano ormai ogni giorno».

Giuseppe Conforzi
Capogruppo di Fratelli d’Italia
Municipio Roma X

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Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

 

Dichiarazione di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale:

 

«La Repubblica oggi scrive che sarei “pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi”.

 

Non traslocherò mai dalla mia legge morale e dal suo luogo simbolico: il Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il resto sono speculazioni e interpretazioni. Sugli estremismi, invece, non c’è nulla da interpretare: antisemitismo, razzismo, nostalgie naziste e suggestioni totalitarie sono radicalmente incompatibili con la mia cultura politica e con quella del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Da qualunque parte provengano.

 

Rinascimento Nazionale lavora per costruire una destra plurale e polifonica, nella quale possano riconoscersi e confrontarsi sensibilità liberali, liberiste, libertarie, conservatrici, risorgimentali, sovraniste, federaliste, identitarie, nazionaliste, tradizionaliste, cattoliche e sociali; una destra occidentale e atlantista, nella quale la parola Nazione non abbia bisogno di essere urlata e la parola libertà non debba mai essere sussurrata.

 

Il resto sono chat. La politica, fortunatamente, è un’altra cosa.»

 

Luca Sforzini – Presidente

Centro Studi Rinascimento Nazionale

https://www.rinascimentonazionale.it/

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Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

Chat di Futuro Nazionale – Luca SFORZINI: «NON TRASLOCO DALLA MIA LEGGE MORALE E DAL CASTELLO»

 

Dichiarazione di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale:

 

«La Repubblica oggi scrive che sarei “pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi”.

 

Non traslocherò mai dalla mia legge morale e dal suo luogo simbolico: il Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il resto sono speculazioni e interpretazioni. Sugli estremismi, invece, non c’è nulla da interpretare: antisemitismo, razzismo, nostalgie naziste e suggestioni totalitarie sono radicalmente incompatibili con la mia cultura politica e con quella del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Da qualunque parte provengano.

 

Rinascimento Nazionale lavora per costruire una destra plurale e polifonica, nella quale possano riconoscersi e confrontarsi sensibilità liberali, liberiste, libertarie, conservatrici, risorgimentali, sovraniste, federaliste, identitarie, nazionaliste, tradizionaliste, cattoliche e sociali; una destra occidentale e atlantista, nella quale la parola Nazione non abbia bisogno di essere urlata e la parola libertà non debba mai essere sussurrata.

 

Il resto sono chat. La politica, fortunatamente, è un’altra cosa.»

 

RINASCIMENTO NAZIONALE Centro Studi – think tank di FUTURO NAZIONALE

Rinascimento Nazionale

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Non ci aiuti con l’Iran? Allora niente esercitazioni insieme. La Corea del Sud nel mirino di Trump

Trump Corea

Il presidente Donald Trump domenica ha ordinato al capo del Pentagono, Pete Hegseth, di «ridimensionare» le esercitazioni congiunte (già da tempo pianificate) con la Corea del Sud, importante partner asiatico di Washington. Motivo? Ufficialmente, il tycoon afferma di non voler inviare un segnale ostile verso il presidente nordcoreano, Kim Jong Un, che il tycoon incontrò in uno storico vertice il 12 giugno 2018, durante il suo primo mandato presidenziale. Ma c’è un’altra ragione (almeno) dietro l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca: il rifiuto di Seul di aiutare Wadshington nella dispendiosa guerra contro Teheran.

La terza ragione è di carattere politico ed elettorale: le elezioni di midterm si avvicinano e i sondaggi sono da incubo per il tycoon: per tale motivo Trump intende presentarsi come un «uomo di pace» agli occhi di quell’elettorato MAGA che lo aveva sostenuto proprio per terminare le endless wars degli Stati Uniti, e non per iniziarne altre come poi è accaduto con la Repubblica Islamica dell’Iran.

L’annuncio di Trump su Truth

Donald Trump ha annunciato la sua decisione sulla piattaforma social Truth a ridosso dell’inizio di una delle due esercitazioni militari congiunte annuali tra le truppe sudcoreane e quelle Usa. Le esercitazioni, che dureranno 11 giorni, hanno come obiettivo quello di «rafforzare la prontezza militare contro le minacce nordcoreane», secondo quanto riportato dall’Associated Press.

BREAKING: Trump orders Defense Secretary Pete Hegseth to reduce US-South Korea joint military exercises, saying they are 'inappropriate and hostile' to North Korea, adding he has a 'very good relationship with Kim Jong Un'. pic.twitter.com/QBpKuvyGU0

— The Spectator Index (@spectatorindex) August 16, 2026

Trump ha chiarito che era troppo tardi per cancellare l’esercitazione con Seul, ma ha dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth di «ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte!». «Basandomi sul mio ottimo rapporto con Kim Jong Un, della Corea del Nord – ha scritto Trump su Truth – non sono soddisfatto del fatto che gli Stati Uniti abbiano, tempo fa, accettato di partecipare a Esercitazioni Militari Congiunte con la Corea del Sud. Queste esercitazioni non solo sono costose, con gran parte dei costi pagati dagli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un Paese che, finché Donald J. Trump è stato Presidente, si è dimostrato non minaccioso e rispettoso».

Pertanto, ha aggiunto, «e considerato che è troppo tardi per cancellarle, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte! Sebbene in qualche modo non collegato (?), ho recentemente chiesto al Presidente della Corea del Sud se avrebbero voluto unirsi a noi nella Denuclearizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran, e hanno risposto: “No grazie!” Grazie per l’attenzione a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».

La replica di Seul

Dal canto suo, Seul, secondo quanto riportato dalla Bbc, ha affermato che proseguirà le consultazioni diplomatiche in merito alla cooperazione militare con Washington in relazione allo Stretto di Hormuz. Inoltre, discuterà i dettagli sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

É chiaro, dunque, che l’annuncio di Trump di ridimensionare le esercitazioni congiunte con Seul appare come un calcolo politico che, da un lato, appare come una ritorsione per il rifiuto sudcoreano di sostenere Washington contro l’Iran e, dall’altra, la necessità di rinvigorire l’immagine di «presidente di pace». Il rischio è quello di minare l’equilibrio dell’alleanza militare tra Washington e uno state «satellite» nella regione come la Corea del Sud, che conta su Washington da oltre 70 anni per garantire la propria sicurezza.

Fonti:

Just the News Staff, “Trump Instructs Secretary of War Hegseth to Scale Back Joint Exercises with South Korea,” Just the News, August 16, 2026, https://justthenews.com/government/security/trump-instructs-secretary-war-hegseth-scale-back-joint-exercises-south-korea.

Brandon Drenon and Jake Kwon, “Trump Says US Scaling Back Joint Military Operations with South Korea,” BBC News, August 16, 2026, https://www.bbc.com/news/articles/cx2lll7zvn0o.


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Accesso al mare, su tornelli e concessioni anche il centrodestra sta in silenzio

LIVORNO – La vicenda dei tornelli agli stabilimenti balneari di Livorno ha superato i confini cittadini, è stata ripresa dalla stampa nazionale e ha riaperto il confronto sul diritto di accesso al mare. Eppure, nel dibattito politico locale, continua a mancare una voce: quella del centrodestra.

A oggi non risultano, sui principali organi d’informazione e sui canali pubblicamente consultabili, interventi significativi di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sulla contestazione sollevata ai Bagni Pancaldi Acquaviva, né richieste formali rivolte al Comune per conoscere le modalità di accesso gratuito alla battigia negli stabilimenti cittadini.

Un silenzio che sorprende, soprattutto considerando la rilevanza raggiunta dal caso. Il video realizzato da Matteo Hallissey, presidente di +Europa e dei Radicali Italiani, insieme al creator Ivan Grieco, è stato rilanciato da testate locali e nazionali. Le immagini dei tornelli e la richiesta di un ingresso giornaliero da 7,50 euro hanno associato Livorno a una questione che riguarda l’uso di un bene pubblico e il rispetto degli obblighi imposti ai concessionari.

Il centrodestra cittadino, normalmente pronto a contestare le scelte della giunta guidata da Luca Salvetti, non sembra aver colto l’occasione per chiedere chiarimenti. Nessuna iniziativa pubblica per ottenere una mappa degli accessi gratuiti, nessuna domanda sui controlli svolti dal Comune, nessuna richiesta di convocazione degli uffici competenti o di pubblicazione delle condizioni contenute nelle concessioni.

La prudenza potrebbe dipendere dalla delicatezza della materia. Il governo nazionale, sostenuto proprio da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, ha più volte cercato una mediazione con gli operatori balneari, rinviando il passaggio definitivo alle gare e introducendo un nuovo periodo transitorio fino al 30 settembre 2027.

A Livorno, secondo quanto dichiarato dal sindaco, sono circa 40 le concessioni interessate dalla disciplina europea e destinate alle future procedure pubbliche. Il Comune afferma di attendere il perfezionamento del modello nazionale di bando. Su questo punto, almeno per ora, le forze di centrodestra non sembrano assumere una posizione diversa da quella dell’amministrazione.

Il risultato è un allineamento politico insolito. Da una parte, la giunta di centrosinistra non ha ancora offerto alla città un quadro pubblico e dettagliato delle concessioni, delle relative scadenze e delle modalità con cui viene garantito il libero accesso al mare. Dall’altra, l’opposizione di centrodestra non appare intenzionata a trasformare queste lacune in una battaglia consiliare. Non è possibile affermare che esista un accordo formale tra maggioranza e opposizione. Il silenzio, da solo, non dimostra un’intesa. Ma politicamente produce un effetto simile: lascia fuori dal confronto pubblico una questione sulla quale entrambe le parti sembrano preferire cautela.

Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si trovano del resto davanti a una contraddizione evidente. Contestare duramente il Comune significherebbe chiedere un’accelerazione sulle verifiche e sulle gare proprio mentre il governo nazionale, espressione degli stessi partiti, continua a gestire con prudenza il rapporto con i concessionari. Difendere apertamente gli stabilimenti, al contrario, significherebbe esporsi sul diritto dei cittadini al libero accesso alla battigia.

La scelta sembra quindi essere quella di non scegliere. Ma per un’opposizione il silenzio non è neutralità: è una posizione politica, soprattutto quando riguarda un tema diventato nazionale e direttamente collegato alla gestione del patrimonio demaniale cittadino.

La vicenda richiederebbe interrogazioni, accessi agli atti e domande precise. Quali stabilimenti dispongono di tornelli? Dove si trovano i percorsi gratuiti? Sono chiaramente segnalati? Le persone con disabilità possono utilizzarli? Quali controlli sono stati effettuati? Quando sono state prorogate le concessioni e quali procedure sta preparando il Comune in vista del 2027?

Sono domande che dovrebbe porre innanzitutto chi siede nei banchi dell’opposizione. Se nessuno le formula, il rischio è che il confronto politico si riduca a una rappresentazione nella quale maggioranza e centrodestra discutono su tutto, tranne che sugli interessi consolidati intorno al mare.

Per la prima volta, almeno su questo tema, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sembrano pienamente allineati con il governo cittadino: stessa prudenza, stessa attesa.

Nel frattempo, Livorno continua ad aspettare che qualcuno, in maggioranza o all’opposizione, spieghi con chiarezza dove finisca il diritto del concessionario e dove cominci quello dei cittadini.

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Oggi sono sedici anni dalla morte di Cossiga: perché per me è stato il peggior presidente della Repubblica

Il 17 agosto sono trascorsi sedici anni dalla morte di Francesco Cossiga, tra i peggiori politici e certamente il peggior Presidente della Repubblica italiana.

Giovanissimo deputato democristiano, quindi ministro dell’Interno con Moro e poi con Andreotti, passando per la presidenza del Consiglio e fino al Quirinale, quella del “picconatore” è la metafora della storia stessa dell’Italia del secondo dopoguerra. Come ricordò Nando dalla Chiesa all’indomani della sua morte (Lo statista. Promemoria su un presidente eversivo, Melampo 2011), “di segreti Cossiga ne ha conservati tanti e falsi segreti li ha alimentati con le sue interviste”. Basti pensare alla fantomatica (e depistante) pista palestinese per la strage piduista alla stazione di Bologna.

Uno dei pochi giornalisti viventi che ha ben descritto il ruolo di depistatore di Stato di Cossiga è Gianni Barbacetto: “il non detto del passato, con i suoi segreti impronunciabili e i suoi ricatti, resterà a fare da trama al futuro e le vecchie ferite resteranno cicatrici nascoste, focolai di nuove infezioni.”

Chi però, più di chiunque altro, ha documentato il carattere eversivo dell’ex capo di stato sardo è Sergio Flamigni, l’ex senatore berlingueriano scomparso a 100 anni lo scorso 10 dicembre. Ecco un estratto dal suo documentatissimo libro I fantasmi del passato (edizioni Kaos 2001): Il 6 gennaio 1980 la mafia [non solo la mafia, nda] uccise a Palermo il presidente della Regione Sicilia, il Dc Piersanti Mattarella. Convinto sostenitore della politica morotea, Mattarella era impegnato a costituire una giunta con il Pci. Tra il 15 e il 19 febbraio 1980 il XIV Congresso nazionale della Dc, svoltosi a Roma, sconfessò ufficialmente la linea politica di Moro, liquidò la segreteria Zaccagnini, e con una maggioranza (58%) formata da Flaminio Piccoli (eletto nuovo segretario), Antonio Bisaglia, Carlo Donat Cattin, Gianni Prandini, Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani (eletto presidente del partito) approvò il “preambolo”, cioè il rifiuto da parte della Dc di ogni “corresponsabilità di gestione” con il Pci.

L’estensore del “preambolo” anticomunista, e vero uomo forte della coalizione congressuale vittoriosa, era il senatore Carlo Donat Cattin, che infatti venne nominato vicesegretario del partito. Tutti i 19 parlamentari della Dc segretamente iscritti alla P2 votarono il “preambolo”, e del resto lo stesso segretario particolare di Donat Cattin, Ilio Giasolli, era affiliato alla Loggia massonica gelliana.

Anche nel primo governo Cossiga, al momento in carica, la P2 era ben rappresentata, con due ministri (i Dc Gaetano Stammati e Adolfo Sarti), tre sottosegretari (il Pli Antonio Baslini, il Psdi Costantino Belluscio, il Dc Rolando Picchioni), e lo stesso presidente del Consiglio era in buoni rapporti col capo della P2 Licio Gelli. Infiltrata nella Dc, nel Psi, in tutti i partiti laici minori, e perfino nel Msi, la Loggia segreta stava svolgendo un intenso lavorìo occulto per pilotare il quadro politico verso i dettami del “Piano di rinascita democratica”. Così, dopo la restaurazione della Dc, la P2 si attivò per consolidare nel Partito socialista la leadership “anticomunista” di Bettino Craxi, e per portare il Psi nel governo Cossiga. (…)

Il 5 agosto 1990 un servizio del settimanale L’Espresso raccontò quelli che erano stati i rapporti di Cossiga con il capo della P2 Licio Gelli, rapporti che erano già emersi nel corso dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta. (…) il settimanale ricordava le parole di Federico Umberto D’Amato, dirigente delle polizie speciali del Viminale e affiliato alla P2 [uno dei mandanti della strage alla stazione di Bologna, nda], a proposito di una presunta telefonata Cossiga-Gelli: “D’Amato stava da Gelli – in uno dei sei incontri che ha avuto – e sentì il maestro venerabile rispondere al telefono con una persona che chiamava “presidente”. Finita la telefonata Gelli disse a D’Amato: ‘Ho parlato con il principale candidato alla presidenza del Consiglio, l’onorevole Cossiga. Mi ha detto ‘Se tu mi appoggi, io accetto!’. Credo proprio che lo farò’.

L’Espresso riportava poi la testimonianza del massone Francesco Pazienza, il quale aveva dichiarato che un giorno – presente nell’ufficio di Cossiga insieme a Luigi Zanda (collaboratore cossighiano, ex senatore del Pd) e a Michael Ledeen, professore legato all’entourage di Kissinger e ai servizi segreti americani (in “rapporti cordiali con l’on. Cossiga da darsi del tu”) – aveva avuto modo di assistere a “una telefonata giunta a Cossiga durante la nostra presenza e che durò circa 15 minuti, egli fu particolarmente affettuoso con un interlocutore che continuava a chiamare Licino. Venni poi a sapere da D’Amato che il Licino era in effetti il Licio nazionale”.

Piccole soddisfazioni. All’inizio del nuovo millennio Cossiga fu condannato a risarcire Sergio Flamigni: da presidente della Repubblica, lo aveva definito pubblicamente “un poveretto”.

Prima o poi qualche storico dovrebbe tentare di rispondere a una domanda: perché il Pci (orfano di Berlinguer) nel 1985 accettò di contribuire ad eleggere Cossiga al Quirinale?

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Due delle quattro opere di Antonello da Messina rubate al MuMe sono state recuperate

Quattro tavole attribuite al grande pittore Antonello da Messina sono state rubate la sera di Ferragosto dal Museo regionale interdisciplinare di Messina. Due delle opere sottratte sono state ritrovate poche ore dopo sul muro esterno dell’edificio. Rimangono disperse una tavola del Polittico di San Gregorio e un piccolo dipinto bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Secondo le prime ricostruzioni, almeno tre persone con il volto coperto sarebbero entrate nel museo forzando un ingresso secondario. Le immagini della videosorveglianza, acquisite dalla polizia, indicherebbero che il furto è durato tra i due e i tre minuti.

I responsabili hanno raggiunto le sale in cui erano esposte le opere e hanno sottratto tre dei cinque pannelli superstiti del Polittico di San Gregorio, oltre alla tavoletta bifronte conservata in una teca blindata. Due pannelli del polittico sono stati successivamente abbandonati lungo viale della Libertà, sul muro che delimita il museo. Alcuni passanti li hanno notati e hanno avvertito le forze dell’ordine. Non sono invece ancora stati recuperati il terzo pannello e la tavoletta bifronte.

Le prime notizie parlavano di sistemi di sicurezza elusi, ma la direzione del museo ha poi precisato che allarmi e telecamere erano attivi. «I sistemi di sicurezza, allarme e videosorveglianza sono perfettamente funzionanti e sono in corso indagini degli organi competenti quali polizia e carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale», ha comunicato il museo. Secondo quanto emerso dalle verifiche iniziali, l’allarme sarebbe scattato quando sono state infrante le protezioni delle opere e le telecamere avrebbero registrato il furto. Gli investigatori stanno quindi cercando di stabilire perché il funzionamento dei singoli dispositivi non abbia impedito ai responsabili di allontanarsi con i dipinti. Le registrazioni della videosorveglianza sono state affidate agli inquirenti, mentre gli specialisti della polizia scientifica hanno effettuato i rilievi nell’edificio. Alle indagini partecipa anche il Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri.

Il Polittico di San Gregorio, conosciuto anche come Polittico del Rosario, è una delle opere più importanti della produzione giovanile di Antonello da Messina. Fu commissionato da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, e venne completato nel 1473. Era composto in origine da sei tavole inserite in una struttura lignea che non si è conservata. Al centro si trovava la Madonna in trono con il Bambino e gli angeli reggicorona, affiancata dai santi Gregorio e Benedetto. Nella parte superiore erano collocati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Il pannello centrale della parte più alta, probabilmente dedicato al Cristo morto sorretto dagli angeli, è andato perduto. Il polittico sopravvisse al terremoto che distrusse gran parte di Messina nel 1908, ma riportò danni provocati dai detriti, dalla polvere e dalla pioggia caduta sulla città nei giorni successivi. Nel corso del Novecento fu sottoposto a diversi restauri. Prima del furto ne rimanevano cinque pannelli, esposti insieme nel museo messinese.

L’altra opera ancora dispersa è una piccola tavola dipinta su entrambi i lati. Su una faccia raffigura la Madonna con il Bambino benedicente e un francescano in adorazione, sull’altra il Cristo in pietà. Le dimensioni e la composizione indicano che era destinata alla devozione privata. Gli studiosi la datano tra il 1465 e i primi anni Settanta del Quattrocento. Il dipinto proveniva dalla collezione di Wilhelm Soldan, nella quale si trovava dal 1930. Fu attribuito ad Antonello nel 2003 e acquistato nello stesso anno dalla Regione Siciliana attraverso la casa d’aste Christie’s.

La direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha definito le opere coinvolte tra le più importanti e conosciute dell’artista. «Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte», ha detto, auspicando che le indagini portino all’arresto dei responsabili. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha detto di avere parlato con il sindaco di Messina, Federico Basile, e con il comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Ha inoltre assicurato la disponibilità del ministero a collaborare con le autorità siciliane, competenti per la gestione dei musei regionali in virtù dell’autonomia speciale.

Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha parlato di uno «sfregio» e ha annunciato l’avvio di un’ispezione interna. L’assessore alla Cultura del Comune di Messina, Enzo Caruso, ha collegato l’attenzione recente verso Antonello all’acquisto pubblico di un Ecce Homo per diversi milioni di euro, ma al momento non sono stati indicati elementi investigativi che mettano in relazione quell’operazione con il furto.

Le opere di Antonello da Messina arrivate fino a oggi sono circa quaranta. In Sicilia sono conservati, tra gli altri, l’Annunciata di Palazzo Abatellis a Palermo, un’Annunciazione esposta a Siracusa e il Ritratto d’ignoto del Museo Mandralisca di Cefalù. Un altro Ecce Homo dell’artista, rubato nel 1974 dal museo del Broletto di Novara, non è mai stato recuperato.

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L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham

L’Italia ha chiuso al primo posto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham, con 22 podi complessivi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Il risultato è stato deciso nell’ultima gara del programma, la staffetta maschile 4×400, vinta dagli italiani davanti alla Gran Bretagna per tre centesimi. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno concluso in 2 minuti, 59 secondi e 16 centesimi, precedendo il quartetto britannico, arrivato in 2 minuti, 59 secondi e 19 centesimi. I Paesi Bassi hanno ottenuto il bronzo con 2 minuti, 59 secondi e 49 centesimi. Per l’Italia è stato il primo titolo europeo nella 4×400 maschile. In batteria la stessa formazione aveva stabilito il record italiano e il primato dei campionati con 2 minuti, 58 secondi e 10 centesimi.  La Gran Bretagna si è classificata seconda nel medagliere con nove ori, otto argenti e due bronzi, per un totale di 19 medaglie. La Germania, terza per numero di ori, ha raccolto 21 podi, con sei vittorie, dieci secondi posti e cinque terzi posti.

Il successo della staffetta maschile ha concluso una serata nella quale l’Italia aveva già ottenuto l’oro di Larissa Iapichino nel salto in lungo e il bronzo della 4×400 femminile. Iapichino ha vinto con una misura di 7 metri, realizzata al primo tentativo. Il salto è stato favorito da un vento di 2,1 metri al secondo, appena superiore al limite consentito per l’omologazione dei primati, ma valido ai fini della gara. La britannica Jazmin Sawyers si è fermata a 6,99 metri, mentre la francese Hilary Kpatcha ha conquistato il bronzo con 6,98.

È stato il primo titolo europeo all’aperto nel salto in lungo femminile per un’atleta italiana. Iapichino era arrivata seconda agli Europei di Roma del 2024. A Birmingham ha mantenuto il comando per tutta la finale, in una gara molto equilibrata: tra la prima e la quinta classificata ci sono stati appena sei centimetri. Poco dopo, Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro hanno concluso al terzo posto la 4×400 femminile in 3 minuti, 23 secondi e 57 centesimi. L’oro è andato ai Paesi Bassi, con 3 minuti, 21 secondi e 10 centesimi, davanti alla Gran Bretagna. Per la staffetta femminile italiana è stato il ritorno sul podio europeo dopo dieci anni.

Le gare dell’ultima giornata avevano già portato due argenti. Pietro Riva si era classificato secondo nella maratona maschile, completata in 2 ore, 9 minuti e 18 secondi, sette secondi dopo il tedesco Amanal Petros. Riva aveva conservato energie per il tratto conclusivo e aveva superato gli altri inseguitori negli ultimi 800 metri. Dopo la gara ha spiegato: «Sono stato per 41 chilometri superconcentrato sul come non spendere una briciola di energia in più, per preparare l’ultimo chilometro e la volata, senza preoccuparmi minimamente del distacco dai primi. Ha funzionato!».

Nella maratona femminile Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk e Giovanna Epis hanno ottenuto l’argento nella classifica a squadre. Lonedo si è piazzata sesta, Yaremchuk settima ed Epis ventunesima. La somma dei loro tempi ha collocato l’Italia dietro alla Gran Bretagna e davanti alla Spagna. La gara individuale è stata vinta dalla finlandese Alisa Vainio.

Il bilancio italiano è stato costruito in più discipline. Leonardo Fabbri aveva aperto la serie degli ori nel getto del peso, gara in cui Zane Weir aveva conquistato l’argento. Nadia Battocletti aveva poi vinto sia i 5.000 sia i 10.000 metri, accompagnata sul podio dei 5.000 dal bronzo di Micol Majori. Dariya Derkach ha conquistato il titolo nel salto triplo femminile, Gianmarco Tamberi quello nel salto in alto, con Matteo Sioli terzo. Nel salto triplo maschile Andy Diaz ha vinto con 18,15 metri e Andrea Dallavalle ha ottenuto il bronzo. Fausto Desalu è arrivato terzo nei 200 metri.

Un contributo rilevante è arrivato anche dalle prove di marcia. Massimo Stano e Sofia Fiorini hanno vinto le due maratone, con Fiorini capace di stabilire il record mondiale in 3 ore, 15 minuti e 11 secondi. Francesco Fortunato ha conquistato l’argento e Andrea Cosi il bronzo nella mezza maratona maschile, mentre Alexandrina Mihai è arrivata seconda nella prova femminile. Sara Fantini ha completato il gruppo degli argenti con il secondo posto nel lancio del martello.

Non tutte le gare più attese hanno avuto un esito favorevole. Marcell Jacobs si è fermato durante la finale dei 100 metri per un problema all’adduttore sinistro. Mattia Furlani si è infortunato durante le qualificazioni del salto in lungo. La staffetta maschile 4×100 è stata squalificata dopo la perdita del testimone, mentre quella femminile ha concluso al quarto posto. Nell’ultima serata l’Italia non ha completato neppure la nuova 4×100 mista, a causa di un errore nel secondo cambio tra Vittoria Fontana e Fausto Desalu. La gara è stata vinta dalla Gran Bretagna con il record europeo di 39 secondi e 97 centesimi. Nei 3.000 siepi il migliore degli italiani è stato Osama Zoghlami, undicesimo, mentre Matteo Oliveri ha concluso tredicesimo nel salto con l’asta e Ludovica Cavalli dodicesima nei 1.500 metri.

L’Italia ha vinto anche la classifica a punti, con 226, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, e ha eguagliato il proprio record di 45 finalisti. È il secondo successo consecutivo nel medagliere europeo dopo quello ottenuto a Roma nel 2024, quando la squadra italiana aveva raccolto 24 medaglie, comprese undici d’oro. A Birmingham i podi sono stati due in meno, ma sono bastati per confermare il primo posto davanti alla nazionale padrona di casa.

Domenica l’Italia ha ottenuto altre cinque medaglie agli Europei di nuoto di Parigi. Simona Quadarella ha vinto i 400 metri stile libero in 4 minuti, 1 secondo e 34 centesimi, nuovo primato personale e record dei campionati, completando la tripletta iniziata con i successi negli 800 e nei 1.500 metri. Thomas Ceccon ha conquistato l’argento nei 100 dorso, preceduto per un centesimo dal greco Apostolos Christou. Anche Benedetta Pilato è arrivata seconda nei 50 rana, a un centesimo dalla lituana Rūta Meilutytė.

Gli altri due argenti sono arrivati dalle staffette 4×100 miste. Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Menicucci hanno stabilito il record italiano nella prova femminile, mentre Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio si sono classificati secondi in quella maschile. L’Italia ha chiuso al secondo posto sia il medagliere generale degli sport acquatici, con 43 podi e un bilancio di 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, sia quello del nuoto in vasca, con sei ori, otto argenti e sei bronzi. In entrambe le classifiche il primo posto è andato alla Gran Bretagna.

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Vannacci promette sovranità e prepara l’impotente solitudine nazionale

Non ho mai incontrato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. Ma ho conosciuto abbastanza bene il coordinatore del suo programma: un brillante giovane ultracattolico, nato dalle mie parti, esponente di un fondamentalismo clericale di matrice – non saprei spiegarmi meglio – più lefebvriana che ruiniana. Non mi sono quindi stupito nell’individuare i caratteri eccezionalmente antiliberali e organicistici del programma politico di Vannacci. Vediamoli punto per punto.

Uno Stato confessionale e identitario
Il programma definisce «non negoziabili» la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale», la «famiglia naturale» e l’«identità cristiana». Descrive la nazione come comunità «di diritto e di sangue», richiama i tratti fisici degli italiani e afferma che «per fare un italiano non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli». Soprattutto, ripete la formula vannacciana secondo cui «viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni». In una democrazia costituzionale e liberale basata sullo stato di diritto, lo Stato non stabilisce quale sia la «vera» identità religiosa o antropologica dei cittadini; la cittadinanza è un’appartenenza giuridica e politica, non etnica, biologica o confessionale; le istituzioni non sono subordinate a una presunta essenza della nazione, interpretata dal partito che governa. E i diritti non dipendono dall’adesione alla morale cattolica. Dietro la parola «libertà» compare una concezione sostanzialmente antiliberale: l’individuo è libero solo finché la sua condotta coincide con ciò che il programma considera naturale, cristiano e funzionale alla continuità della nazione. Lo stesso testo arriva a qualificare come «perversioni e piaghe sociali» alcuni comportamenti che l’«ideologia liberale» trasformerebbe in diritti individuali.

La «remigrazione» come discriminazione di Stato
Il capitolo più chiaro è quello intitolato non casualmente «Assimilazione e Remigrazione». Vannacci non si limita a proporre un controllo rigoroso dell’immigrazione clandestina, obiettivo compatibile con una politica liberale. Vuole ridurre anche la presenza degli stranieri regolari fino a renderla «eccezionale», «percentualmente irrilevante» e priva di «alcun impatto sociale». Tra le misure previste: selezione degli ingressi in base alla religione e alla «compatibilità culturale», privilegiando i paesi cristiani (si attendono ondate di austriaci, francesi e sloveni?); venti anni di residenza per ottenere la cittadinanza; dichiarazione obbligatoria di assimilazione alla civiltà «greca, romana e cristiana» (ebrei non graditi?); revoca della cittadinanza ai naturalizzati che commettano determinati reati; esclusione generalizzata degli stranieri da prestazioni sociali; stop ai ricongiungimenti familiari; incentivazione della partenza anche degli immigrati regolari; espulsioni automatiche, riduzione delle garanzie familiari e ricorsi da esercitare dopo il rimpatrio; preferenza occupazionale e contributiva per la manodopera italiana (oggi sacrificata? Non saprei).

Vannacci non propone una politica migratoria: la sua è una gerarchia legale tra persone costruita sull’origine, sulla religione e sul modo in cui si è acquisita la cittadinanza. La distinzione permanente tra cittadini «originari» e naturalizzati rompe il principio liberale di eguaglianza davanti alla legge. Smontare l’Unione europea senza dichiarare subito l’uscita La linea europea di Vannacci non è una riforma dell’Unione. È un progetto di regressione dall’Ue alla vecchia Cee: mercato comune tra Stati sovrani, senza vera autorità politica europea.

Il programma propone le seguenti misure: uso sistematico del veto, a partire dal prossimo bilancio pluriennale; prevalenza della Costituzione sui trattati e sul diritto europeo; restituzione agli Stati delle competenze trasferite; rifiuto del federalismo europeo, definito «federalismo al contrario» e «elefante eurocomunista»; creazione di cooperazioni alternative all’Ue con Ungheria, Slovacchia e altri governi nazional-conservatori; possibilità di uscire dall’euro; introduzione di una «moneta fiscale» nazionale; possibilità di recedere persino dalla Nato.

Quella di Vannacci è una strategia di disgregazione per tappe: non proclamare oggi l’Italexit, ma rendere l’Italia incompatibile con il funzionamento dell’Unione, paralizzarne le decisioni e tenere aperta l’uscita dall’euro. Vannacci pare non tener conto che nessuno Stato europeo, neppure grande, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere sicurezza, tecnologia, industria, moneta e autonomia strategica nel confronto con Stati Uniti, Cina e Russia. La «sovranità nazionale» di Vannacci non restituirebbe sovranità effettiva all’Italia: la renderebbe più debole e più esposta alle grandi potenze – a una in particolare, minacciosa ma amica: la Russia.

Una politica estera aperta alla Russia e ostile all’Ucraina
Il documento non definisce la guerra come aggressione russa contro uno Stato sovrano. La chiama «operazione militare russa» e attribuisce un ruolo causale all’espansione della Nato, richiamando George F. Kennan e John J. Mearsheimer. Considera sbagliato l’invio prolungato di armi, insiste sui danni delle sanzioni all’Italia e propone di riaprire rapidamente i rapporti energetici e commerciali con Mosca. Ancora più significativo è il quadro generale: il programma presenta il multipolarismo delle «sfere d’influenza» come un’evoluzione positiva e immagina una convergenza tra l’Europa cristiana occidentale e la Russia cristiana orientale. In questa concezione, la libertà degli ucraini rischia di diventare una variabile subordinata all’equilibrio tra potenze e alla convenienza energetica italiana. Vannacci non accetta l’idea che l’interesse nazionale italiano non consista nel premiare l’aggressione e nel riconoscere implicitamente alle grandi potenze il diritto di dominare i vicini, e che coincida con un ordine europeo nel quale i confini non si cambiano con la forza e gli Stati scelgono liberamente le proprie alleanze.

Dalla sicurezza al diritto penale del nemico
Il programma contiene alcune proposte condivisibili – rafforzamento degli organici, digitalizzazione della giustizia, separazione delle carriere, interventi sulle carceri – ma le colloca dentro un impianto securitario e autoritario. Sono particolarmente critici i seguenti punti: l’affermazione che la sicurezza del cittadino onesto venga «prima dei diritti del criminale»; la contrapposizione tra vittima e garanzie dell’imputato; la presunzione assoluta di proporzionalità nella difesa domiciliare; la legittimazione dell’uso della forza anche per difendere beni materiali e durante la fuga dell’aggressore; l’esclusione del risarcimento persino nell’eccesso colposo di difesa; l’abbassamento a dodici anni dell’imputabilità; i riti sommari come regola per i reati in flagranza; l’impiego strutturale delle Forze armate nelle città; le «zone rosse» senza limiti temporali; il lavoro carcerario obbligatorio, con aumento della pena per chi lo rifiuta; la revisione del reato di tortura per ampliare la protezione degli agenti. Il liberalismo – inutile spiegarlo a Vannacci – non è indulgenza verso il crimine. È la convinzione che le garanzie valgano proprio quando lo Stato esercita la sua forza. La presunzione d’innocenza non protegge «il criminale»: protegge ogni cittadino dal rischio di essere trattato come colpevole prima di una sentenza.

Libertà economica proclamata, dirigismo nazionalista praticato
Nel capitolo economico si trovano anche obiettivi liberali ragionevoli: semplificazione fiscale, riduzione del cuneo, stabilità delle regole, tutela della concorrenza, proprietà diffusa. Ma l’impianto complessivo è quello di un’economia nazionale protetta e politicamente guidata: fondo sovrano pubblico; uso esteso del golden power; protezionismo, dazi e preferenze nazionali; restrizioni agli investimenti e alle acquisizioni estere; moneta fiscale parallela; deroghe ai vincoli di bilancio pur senza una quantificazione credibile; flat tax senza aggiustamenti fiscali, riduzioni dell’Iva, quoziente familiare, incentivi demografici e nuove spese, senza un quadro finanziario coerente.

Il documento di Vannacci promette contemporaneamente meno tasse, maggiori investimenti pubblici, più sicurezza, più carceri, più sostegni familiari, protezione industriale e maggiore libertà di deficit. Manca una stima dei costi e manca soprattutto una strategia seria per il debito pubblico. È un nazional-corporativismo economico rivestito di lessico liberale: il mercato viene accettato finché produce risultati conformi all’interesse nazionale definito dal governo.

Demografia e famiglia come strumenti di omologazione sociale
È legittimo sostenere natalità e famiglie. Diventa illiberale quando la politica demografica si trasforma in un criterio per distribuire diritti e opportunità. Il programma propone persino «quote azzurre» nei concorsi pubblici riservate ai genitori di famiglie numerose. In questo modo il merito, pure continuamente invocato, viene sacrificato a un’ideologia della procreazione. Chi non ha figli, chi non può averne o chi vive in una famiglia diversa da quella riconosciuta dal partito viene implicitamente collocato a un livello inferiore di utilità nazionale e quindi di minore partecipazione all’acquisizione dei diritti civili e sociali. Naturalmente, anche Vannacci, come gli autocrati di ogni stagione, propone – come ho segnalato – di fare cose buone. La mia opposizione radicale a Futuro Nazionale non nasce dal fatto che sia un partito di destra, ma dal fatto che propone una destra radicalmente antiliberale e antieuropea.

Nel suo programma la nazione viene prima delle istituzioni, l’identità religiosa prima della libertà di coscienza, l’origine dei cittadini prima della loro eguaglianza, la sicurezza prima delle garanzie e la sovranità nazionale prima della costruzione europea. Gli immigrati vengono selezionati secondo la religione, i naturalizzati rimangono cittadini revocabili, la cittadinanza richiede l’adesione a una civiltà ufficiale, la famiglia è definita dallo Stato e i diritti individuali sono subordinati a una morale collettiva.

In Europa Vannacci non propone di correggere l’Unione, ma di riportarla a una semplice area commerciale, usando il veto, rimettendo in discussione l’euro e costruendo alleanze con i nazionalismi illiberali. In politica estera sostituisce la solidarietà con l’Ucraina con l’accomodamento verso la Russia e il diritto internazionale con la logica delle sfere d’influenza. Anche quando parla di libertà economica, il programma approda al protezionismo, al dirigismo strategico e a una quantità di promesse fiscali e di spesa prive di copertura. E quando parla di sicurezza, considera le garanzie costituzionali un ostacolo, legittima una concezione sproporzionata della difesa privata e trasforma il diritto penale in uno strumento di esclusione sociale.

I liberali, i riformisti, chiunque si riconosca nella Costituzione e nella storia dell’Italia repubblicana, cercano un’altra Italia: una repubblica laica, liberale ed europea, nella quale la cittadinanza dipende dalla legge e non dal sangue o dalla religione; lo Stato protegge la libertà individuale senza imporre un’identità; la sicurezza è garantita nel rispetto del giusto processo; e la sovranità si esercita insieme agli altri europei, non nell’impotente solitudine degli Stati nazionali. E non possono condividere in nessun modo la concezione etnico-confessionale della cittadinanza, l’attacco all’Unione, la subordinazione dei diritti all’identità nazionale e l’indebolimento delle garanzie.

Un tempo avremmo chiamato il programma politico di Vannacci in un modo semplice: fascismo. Ma oggi, quando l’antifascismo proclamato si spinge a proporci modelli altrettanto autoritari, occorre trovare un altro termine. Chiamiamolo vannaccismo, per ora.

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Perché Valter Lavitola avrebbe ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

Qual è la notizia? La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. La bomba, collocata vicino alla sua automobile, distrusse la vettura, danneggiò quella della figlia e il cancello della villetta. Nessuno rimase ferito. Inizialmente si pensò a una ritorsione per una delle inchieste della storica trasmissione di Rai 3. Dopo otto mesi di indagini, il 30 giugno 2026 i carabinieri arrestarono quattro presunti componenti del gruppo che aveva materialmente organizzato l’esplosione: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Seguendo gli spostamenti di un’automobile, i telefoni e le conversazioni degli indagati, gli investigatori sono risaliti prima a Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e presunto intermediario, e poi all’imprenditore Valter Lavitola, ex editore e direttore dell’Avanti! e oggi titolare del ristorante di pesce “Cefalù”, nel quartiere romano di Monteverde. Dal 2019 era anche un amico e una fonte di Ranucci: si sentivano quasi ogni giorno e frequentavano le rispettive famiglie.

Il 10 agosto Lavitola è stato arrestato come presunto mandante dell’attentato. Due giorni dopo ha ammesso di aver commissionato un’intimidazione, ma ha negato di aver ordinato la bomba: sostiene di aver chiesto quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della casa, per convincere le autorità a rafforzare la scorta del giornalista. Secondo la procura di Roma, invece, Lavitola voleva accrescere la popolarità di Ranucci e preparare una sua possibile candidatura politica nel centrosinistra. Da mesi gli parlava della possibilità di diventare presidente del Consiglio e stava lavorando a un sondaggio sul suo consenso. Ranucci conosceva il progetto e aveva suggerito alcune modifiche al questionario, ma non è indagato: finora non è emersa alcuna prova che sapesse dell’attentato.

L’11 agosto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci dalla conduzione di Report. Il 13 agosto la Commissione etica della Rai ha consegnato all’amministratore delegato Giampaolo Rossi una relazione riservata. Secondo le indiscrezioni, il documento segnala criticità nell’amicizia di Ranucci con Lavitola, nell’invio all’esterno di una mail aziendale e nei giudizi di Ranucci su dirigenti e colleghi. Al momento sono state sospese le repliche estive di Report, ma non è stata decisa alcuna sospensione di Ranucci dalla conduzione.

Il punto. Domande e risposte.

Ho capito che Ranucci è il conduttore di Report, ma prima di spiegarmi tutto, dimmi chi è Lavitola.
Valter Lavitola, 60 anni, salernitano, è un imprenditore ed ex giornalista-editore. Dal 2003 al 2011 diresse e amministrò di fatto L’Avanti!, quotidiano distinto dalla storica testata ufficiale del Partito socialista italiano. Il giornale di Lavitola chiuse nel novembre 2011; l’Avanti! pubblicato oggi online non è collegato a lui. Nel settembre 2010 divenne noto al grande pubblico per aver ottenuto e pubblicato un documento del governo di Saint Lucia che indicava Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, come beneficiario della società proprietaria dell’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Il caso fu centrale nello scontro politico tra Fini e Silvio Berlusconi. Lavitola era da tempo in rapporti diretti con Berlusconi, che accompagnò anche in alcuni viaggi internazionali, agendo come intermediario informale senza ricoprire incarichi di governo. Da qui è nata la fama di “faccendiere”. Nel 2012 patteggiò tre anni e otto mesi per truffa e bancarotta nella vicenda dei finanziamenti pubblici ottenuti da L’Avanti!. Nel 2014 divenne definitiva la condanna a un anno e quattro mesi per aver tentato di ottenere da Berlusconi cinque milioni di euro in cambio del silenzio su ciò che sapeva dell’inchiesta barese sulle escort. Nel 2015 fu inoltre condannato in primo grado a tre anni per aver fatto da intermediario nel pagamento di tre milioni al senatore Sergio De Gregorio, eletto con l’Italia dei Valori, affinché passasse al centrodestra e contribuisse alla caduta del governo Prodi. In appello il reato fu dichiarato prescritto: la condanna non divenne definitiva. Ha trascorso complessivamente più di quattro anni in carcere. Negli ultimi tempi, oltre al ristorante “Cefalù”, lavorava con Tavares a progetti ambientali in Camerun destinati a generare crediti di carbonio, ovvero dei certificati, ciascuno corrispondente normalmente a una tonnellata di anidride carbonica ridotta o assorbita, che possono essere venduti alle aziende per compensare le proprie emissioni.

Come ha conosciuto Ranucci?
I due furono presentati nel 2019 dal giornalista Guido Ruotolo all’interno del ristorante “Cefalù”. Ranucci cominciò a frequentare assiduamente il locale e il rapporto, inizialmente professionale, diventò progressivamente personale. Ranucci ha spiegato che voleva intervistare Marcello Dell’Utri e pensava che Lavitola potesse aiutarlo a stabilire un contatto. Lavitola, già oggetto di servizi di Report, divenne anche una fonte: fornì indicazioni per inchieste riguardanti gli appalti dei Canadair, gli elicotteri antincendio e il Cantiere Navale Vittoria. Ranucci, a sua volta, gli diede consigli sugli affari legati ai crediti di carbonio. L’amicizia andò oltre il lavoro. I due si telefonavano quasi ogni giorno, frequentavano le rispettive famiglie e Lavitola entrò più volte negli uffici Rai di via Teulada. Ranucci ha raccontato di essersi affezionato anche al figlio autistico di Lavitola e di averlo messo in contatto con sua figlia, che è psicologa. Nel maggio 2023 Il Riformista pubblicò un servizio di Aldo Torchiaro con le fotografie di una cena al “Cefalù” tra Ranucci, Lavitola e monsignor Gianni Fusco. Le immagini resero pubblica la frequentazione; successivamente Maurizio Gasparri chiese spiegazioni in Commissione di Vigilanza Rai e Ranucci confermò il rapporto di amicizia.

Perché avrebbe organizzato un’intimidazione contro un suo amico?
Lavitola ha raccontato al gip di avere appreso dell’esistenza di un presunto progetto dell’intelligence israeliana per uccidere Ranucci, apparentemente come conseguenza di un servizio di Report sul Cantiere Navale Vittoria di Adria, in provincia di Rovigo. Non ha però spiegato perché Israele avrebbe dovuto colpire il giornalista, né ha indicato la fonte della notizia o fornito elementi verificabili. Secondo il suo racconto, per proteggere l’amico avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares di trovare qualcuno disposto a sparare quattro o cinque colpi contro il muro della villetta, così da costringere le autorità a rafforzarne la scorta. Ranucci era tuttavia protetto ininterrottamente dal 2021. Il gip ha giudicato questo movente «inverosimile» e le dichiarazioni di Lavitola fumose, generiche e prive di riscontri. E ha confermato la custodia cautelare perché ci sarebbe sia il rischio di inquinamento delle prove, sia il pericolo di fuga, considerando la rete di rapporti di cui l’imprenditore dispone in Italia e all’estero. Al momento dell’arresto Lavitola aveva anche un biglietto per Addis Abeba, anche se la difesa lo collega a un incontro sui crediti di carbonio e non a un tentativo di fuga. Il suo avvocato ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame.

Quale sarebbe il vero movente, secondo la Procura?
Secondo la Procura, Lavitola voleva lanciare Ranucci come leader del centrosinistra. Per dare concretezza al progetto, nel febbraio 2026 contattò Stefano Cappellini, allora vicedirettore e oggi direttore ad interim di Repubblica, raccontandogli di un misterioso candidato con percentuali altissime in un presunto sondaggio americano. Cappellini, sperando di ottenere una notizia, il 20 aprile gli inviò una decina di domande generiche e suggerì di rivolgersi a un istituto demoscopico affidabile. Lavitola disse di aver consultato anche Paolo Mieli, ex direttore e firma del Corriere della Sera. Il 29 aprile sostenne che la bozza fosse stata esaminata da Mieli e Ranucci; il 9 giugno inoltrò a Cappellini alcune correzioni attribuite a Ranucci e gli rivelò che il candidato era lui. Cappellini rispose che era «una follia» e che Ranucci non avrebbe potuto prevalere su Schlein o Conte. Non pubblicò nulla perché non considerava credibili né il sondaggio americano né la candidatura. Per gli inquirenti, la bomba doveva completare il progetto: trasformare Ranucci in un giornalista perseguitato e aumentarne il consenso.

Ma come si è passati dall’idea dei colpi di pistola a una bomba?
Lavitola sostiene di avere ordinato soltanto quattro o cinque colpi contro il muro e che Tavares e gli esecutori abbiano deciso autonomamente di utilizzare l’esplosivo. Ha aggiunto che, una volta saputo della bomba, non protestò perché riteneva comunque raggiunto lo scopo dimostrativo. Il gip non considera credibile questa ricostruzione: secondo il giudice, gli elementi raccolti inducono a escludere che Tavares abbia scelto autonomamente le modalità dell’attentato o, quantomeno, che abbia agito senza il consenso preventivo di Lavitola. Attualmente Tavares si trova in Camerun ed è latitante; la Procura di Roma intende chiederne l’estradizione. La sua eventuale testimonianza potrebbe chiarire chi decise di utilizzare l’esplosivo e quali istruzioni ricevette da Lavitola.

Ok, ora voglio capire nel dettaglio com’è avvenuto l’attentato.
Alle 22.17 circa del 16 ottobre 2025 è esploso un ordigno nascosto in un vaso accanto all’automobile di Ranucci, parcheggiata fuori dalla villetta. La deflagrazione ha distrutto la vettura, danneggiato seriamente quella della figlia e colpito il muro e il cancello. Ranucci era rientrato da poco e la figlia era passata vicino alle automobili pochi minuti prima, ma nessuno è rimasto ferito. Non è stato accertato alcun comando a distanza: l’ipotesi della bomba telecomandata compare nelle conversazioni di un indagato, non nelle conclusioni tecniche. Nel loro comunicato sull’operazione, i carabinieri definiscono l’ordigno rudimentale e tecnologicamente superato, ma altamente distruttivo. Secondo il gip, è stato Antonio Passariello a collocare materialmente l’ordigno. La sera del 16 ottobre partì dalla Campania con Saverio Mutone a bordo di una Fiat 500X noleggiata. I due arrivarono vicino alla casa di Ranucci intorno alle 22.04, ripartendo subito dopo l’esplosione. Mutone è considerato partecipe dell’esecuzione, ma dagli atti pubblicamente noti non risulta che abbia materialmente sistemato la bomba.

Come sono stati scoperti?
Una telecamera sulla Pontina ha ripreso la 500X, che i carabinieri hanno seguito fino all’autonoleggio campano grazie alle registrazioni degli impianti pubblici e privati. I dati delle celle telefoniche hanno mostrato poi che i cellulari degli indagati avevano compiuto lo stesso percorso dell’auto, sia la sera dell’attentato sia durante il precedente sopralluogo. Una volta individuato il gruppo, le intercettazioni hanno fornito ulteriori riscontri: Passariello si vantò dicendo «La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia», mentre gli altri parlarono dell’azione, del compenso e dei progetti per lasciare l’Italia. Gli indagati tentarono anche di distruggere schede telefoniche, cercare eventuali microspie e concordare una versione comune. Il 30 giugno 2026 Passariello, Mutone e D’Avino sono stati arrestati e portati in carcere; De Filippis è finita ai domiciliari.

Che cosa rischiano gli esecutori?
Passariello, Mutone, D’Avino e De Filippis sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di avere agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. La Procura contesta anche la strage, ipotesi che il gip non ha riconosciuto nell’ordinanza dei primi arresti. Se fosse accolta, l’articolo 422 del codice penale prevede almeno quindici anni di carcere. Se invece cadesse, resterebbero reati comunque gravi, le cui pene dovranno essere calcolate tenendo conto del ruolo attribuito a ciascun indagato.

Che cosa rischia Lavitola?
Se venisse riconosciuto come mandante, Lavitola potrebbe rispondere degli stessi reati commessi dagli esecutori anche senza avere materialmente trasportato o collocato la bomba. Vale quindi la stessa alternativa: almeno quindici anni se reggesse l’accusa di strage; una pena comunque di diversi anni per gli altri reati, aggravati dal metodo mafioso, se la strage venisse esclusa. La sua ammissione non comporta automaticamente uno sconto e il gip l’ha giudicata incompleta. Se il tribunale credesse alla versione secondo cui aveva ordinato soltanto alcuni colpi di pistola, dovrebbe stabilire se e in quale misura possa rispondere anche della bomba scelta dagli esecutori. I suoi precedenti potrebbero pesare sulla recidiva e sull’accesso ai benefici, ma non si aggiungono automaticamente alla futura pena.

C’è una prova che Ranucci sapesse dell’attentato di Lavitola?
No. Il 14 agosto l’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, ha riferito che il suo assistito, interrogato sulla possibilità che Ranucci avesse intuito o sospettato qualcosa, avrebbe risposto: «Non lo escludo». Non è chiaro, però, se si riferisse a un sospetto precedente o successivo all’attentato; soprattutto, la circostanza non è stata confermata dagli inquirenti. La Procura ha anzi smentito categoricamente la versione più esplicita secondo cui Lavitola avrebbe dichiarato: «Non escludo che Ranucci sapesse del mio piano». Negli atti conosciuti non ci sono messaggi, conversazioni o altri elementi che dimostrino un accordo precedente all’esplosione, né un successivo aiuto consapevole per ostacolare le indagini. Ranucci rimane la persona offesa, non è indagato e il gip scrive che «allo stato non è emerso alcun elemento» per ritenerlo d’accordo con Lavitola.

Ma io ho sentito un audio di Lavitola nel quale dice: «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io; e se l’ho fatta fare io, l’ho fatto d’accordo con Sigfrido».
La frase risale alla mattina del 9 agosto 2026, durante una telefonata-intervista concessa da Lavitola a MowMag, poco più di ventiquattr’ore prima dell’arresto. In quel momento Lavitola negava ancora qualsiasi coinvolgimento e presentò il ragionamento come «un’iperbole»: sosteneva per assurdo che, se avesse organizzato un attentato per favorire Ranucci, lo avrebbe necessariamente avvertito. Dopo la confessione, quelle parole appaiono contraddittorie e assumono un significato più inquietante. Non dimostrano però che Ranucci conoscesse il piano: Lavitola non disse che l’accordo fosse realmente esistito, ma lo utilizzò allora come ipotesi paradossale per proclamarsi innocente.

Ranucci voleva davvero entrare in politica?
Il giornalista lo ha negato, sostenendo che Lavitola sapesse che non si sarebbe mai candidato. Sapeva però che l’amico stava preparando un sondaggio per misurare le sue possibilità come candidato politico. Ranucci esaminò il questionario, successivamente pubblicato dal quotidiano Domani, e indicò due punti da «correggere o integrare»: il 9 e il 19. Il quesito 9 chiedeva agli intervistati quali giornalisti o conduttori televisivi venissero loro spontaneamente in mente e poi verificava se conoscessero il candidato; il 19 domandava quali temi dovessero avere la precedenza in un programma per le primarie del centrosinistra. In un messaggio vocale Ranucci spiegò di avere integrato la bozza inserendo l’intelligenza artificiale, la «gestione dell’egemonia digitale», l’ambiente e la transizione ecologica. Non si limitò quindi a leggere il sondaggio: contribuì concretamente alla sua preparazione.

Come sono arrivati da Gomes al nome di Lavitola?
Attraverso una serie di contatti precedenti e successivi all’esplosione. Dopo l’attentato D’Avino inviò a Tavares il messaggio «Tt ok». La mattina seguente Tavares raggiunse in treno Monteverde, il quartiere in cui Lavitola abita e lavora. Per gli investigatori era il resoconto dell’avvenuta esecuzione. Un’indicazione ancora più diretta sarebbe emersa durante una lite intercettata tra Tavares e la compagna: di fronte alle reticenze dell’uomo, lei avrebbe detto «Ci parlo io con Valter». Gli inquirenti hanno quindi riesaminato gli incontri precedenti. Il 15 settembre i telefoni di Lavitola e Tavares risultavano nella zona della casa di Ranucci; Lavitola sostiene che fosse una normale visita all’amico, mentre la Procura ipotizza un sopralluogo. La catena ricostruita è Lavitola-Tavares-D’Avino-gruppo operativo.

Ho visto una fotografia di Tavares, Lavitola e Ranucci: si conoscevano?
Sì. La fotografia mostra i tre abbracciati ed è stata scattata nel gennaio 2022. Gomes Clesio Tavares la inviò a Lavitola nel gennaio 2025, quando il telefono gliela ripropose come ricordo; Lavitola la inoltrò poi a Ranucci. Lo scatto è entrato nell’ordinanza cautelare e, secondo il gip, dimostra che il giornalista conosceva Tavares almeno dal 2022. Ranucci ha raccontato di averlo incontrato già nel 2019, di passaggio al ristorante “Cefalù”. Secondo le conclusioni del gip, Ranucci conosceva anche il ruolo di Tavares come uomo di fiducia e guardaspalle di Lavitola perché il 17 ottobre 2024, quando Lavitola gli chiese come potesse aiutarlo in un momento difficile, Ranucci rispose scherzando: «Mi dovresti prestare Gomez», scrivendo Gomes con la z.

Lavitola e Ranucci si sono sentiti al telefono di recente?
Sì, alle 3:56 del 5 luglio 2026, appena conclusa la perquisizione a casa di Lavitola da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo, Ranucci è rimasto al telefono con il suo amico per circa due ore. Non lo sappiamo dal racconto di uno dei due, ma da una captazione ambientale nell’automobile di Lavitola, riportata nell’ordinanza: accanto all’imprenditore era presente anche la compagna. I tre cercarono una spiegazione per la presenza di Lavitola e Gomes, il 15 settembre 2025, per circa mezz’ora nella zona della casa di Ranucci. Il giornalista ipotizzò una deviazione verso Terracina, dovuta a un ponte interrotto, oppure un pranzo o una visita. Nessuna spiegazione combaciava: il pranzo ricordato era avvenuto il 7 settembre e Gomes non era presente; il 15 settembre Ranucci non era in casa e Lavitola non provò a contattarlo. Per gli inquirenti si trattò quindi di un sopralluogo preparatorio. L’intercettazione dimostra che Ranucci, dopo avere saputo dell’accusa, aiutò l’amico a cercare una spiegazione. Non dimostra che prima del 16 ottobre conoscesse o avesse approvato l’attentato: negli atti noti non esiste una prova di un accordo precedente all’esplosione.

Che cosa ha detto Ranucci pubblicamente dopo l’attentato?
Il 17 ottobre 2025, poche ore dopo l’esplosione, ha detto: «Io non so ancora dare una chiave di lettura». Sottolineò che l’ordigno era stato collocato lungo il percorso che compiva abitualmente per entrare in casa, parlò di un «salto di qualità preoccupante» e aggiunse che «questa esplosione poteva ammazzare qualcuno». Dopo l’incontro con i magistrati riferì dell’esistenza di «quattro-cinque tracce importanti», precisando però che erano difficili da provare. Il 19 ottobre, intervistato da Monica Maggioni a In mezz’ora, avanzò una prima ipotesi: l’attentato poteva essere opera di «qualcuno legato alla criminalità» oppure di chi si serviva della criminalità. Escluse invece un ordine diretto della politica: «Non vedo scenari di mandanti politici, la politica ha altri strumenti se vuole fare male». Aggiunse però che qualcuno poteva avere agito per «fare un favore a qualche amico». Il 26 ottobre, aprendo la nuova stagione di Report, disse che la bomba era «probabilmente» collegata alle inchieste passate o future della trasmissione e rivolgendosi al pubblico concluse: «La loro scorta siete voi». Il 19 aprile 2026, durante la puntata di Report intitolata “Il cantiere dei misteri”, introducendo il servizio di Daniele Autieri, Ranucci disse: «Ecco un filo nero che parte da Adria, da Rovigo che passa per Manhattan, (…) fino ad arrivare il 16 ottobre scorso davanti casa mia, quando è stato piazzato un ordigno che ha fatto esplodere le mie auto, quella mia, quella di mia figlia». Nella stessa puntata mostrò una lettera anonima arrivata in redazione nel novembre 2025, secondo la quale il mandante della bomba sarebbe stato un politico e gli esecutori dei Casalesi. Ranucci non indicò il nome del presunto politico. Il servizio citò esponenti di Fratelli d’Italia nei diversi passaggi della vicenda, ma non sostenne che uno di loro avesse ordinato l’attentato. Lo stesso Ranucci concluse distinguendo i fatti dalle supposizioni: «Sono coincidenze? Non abbiamo gli strumenti per verificarlo».

Ranucci verrà sospeso da Report?
Non è stato sospeso e non è stato annunciato alcun sostituto alla conduzione. Il Comitato non può applicare sanzioni; la decisione sulla conduzione spetta ai vertici Rai, mentre un eventuale procedimento disciplinare richiederebbe un audit interno. Ranucci continua intanto a lavorare alla nuova stagione di Report, prevista da novembre, e secondo fonti Rai un suo passo indietro non sarebbe al momento previsto. Dopo la richiesta pubblica di Salvini, il conduttore ha reagito pubblicando diversi post. Ha rilanciato la lettera con cui l’eurodeputato del Partito democratico, l’ex giornalista Sandro Ruotolo, ha chiesto alla Commissione europea di verificare se l’intervento di Salvini violi le norme europee sull’indipendenza dei media. In un altro testo, intitolato “La voce che spaventa”, ha evocato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, descritti come uomini uccisi per avere compreso e raccontato «il disegno intero». Non si è paragonato esplicitamente a loro, ma l’accostamento ha inevitabilmente suscitato polemiche.

Ranucci verrà interrogato nuovamente?
Probabilmente sì. I magistrati intendono ascoltarlo come persona informata sui fatti, non come indagato, dopo avere completato l’analisi dei telefoni, dei computer e delle memorie sequestrati a Lavitola. L’audizione non dovrebbe avvenire prima di settembre. I pm vogliono chiarire quando Ranucci abbia cominciato a sospettare dell’amico, che cosa sapesse del progetto politico e come interpretare la lunga conversazione avvenuta dopo la perquisizione.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede

Perché ne stanno parlando tutti?
Perché tutti vogliono capire chi sia davvero Sigfrido Ranucci. Il giornalista ha costruito la propria immagine pubblica come controllore inflessibile dei poteri forti. Ora il pubblico si domanda se sia una vittima ingenua, tradita da un amico del quale non aveva compreso la pericolosità, oppure un uomo affascinato dal proprio mito, che si è lasciato adulare fino a perdere il controllo di un rapporto pericoloso.

Come abbiamo raccontato nelle scorse newsletter, le due tifoserie cercano nel passato soltanto ciò che conferma il giudizio già formulato. Alcuni sostenitori ipotizzano che Lavitola possa essere stato usato da qualcun altro per avvicinare Ranucci e rovinarne la carriera. I detrattori di Ranucci, invece, hanno ripescato le dichiarazioni sull’attentato fatte a Report, di cui abbiamo già parlato, e alcuni brani de “La scelta”, il libro pubblicato da Bompiani nel 2024 e presentato come un autoritratto. Nel racconto compare Karoline, una producer della televisione svizzera che chiede di svolgere uno stage a Report: tra lei e il narratore nasce una relazione; quando scopre che lui frequenta un’altra donna, fugge sconvolta e muore investita da un Suv.

Il conduttore di Report ha successivamente precisato di non avere mai avuto rapporti con stagiste e ha definito romanzate quelle pagine. Durante la presentazione del libro a Breaking Italy, nel marzo 2024, era stato però meno netto: dopo che Alessandro Masala aveva letto il passaggio sessuale dedicato a Karoline e gli aveva chiesto perché lo avesse inserito, non aveva spiegato che la scena fosse inventata, ma aveva risposto con una battuta: «Dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fai fare?». È proprio questa ambiguità tra autobiografia e finzione ad avere alimentato le accuse di mitomania.

Particolarmente interessante è la segnalazione pubblicata da Selvaggia Lucarelli, opinionista e collaboratrice del Fatto Quotidiano, testata che condivide con Report l’attenzione per le inchieste giudiziarie e che viene spesso accusata dai propri avversari dello stesso approccio «giustizialista» rimproverato alla trasmissione. Il 12 agosto, nella newsletter “Vale tutto”, Lucarelli ha pubblicato lo screenshot di una recensione a cinque stelle comparsa su Amazon il 19 febbraio 2024. Il testo definiva “La scelta” «un capolavoro» ed era firmato «Emilio Cresci», ma nella schermata il nome associato all’account risultava «Sigfrido Ranucci». La recensione è stata successivamente rimossa e Ranucci, al 14 agosto, non ha fornito spiegazioni pubbliche.

2. L’amicizia tra Ranucci e Lavitola desta così curiosità nell’opinione pubblica perché sembra un errore di casting. Da una parte c’è il volto di una trasmissione che ogni settimana denuncia traffici, conflitti d’interesse e rapporti opachi; dall’altra un uomo definito per anni il faccendiere per eccellenza, condannato per truffa e tentata estorsione e divenuto uno stretto intermediario di Silvio Berlusconi, uno dei principali bersagli simbolici dell’universo di Report.

La loro amicizia rompe la divisione rassicurante tra buoni e cattivi. Ricorda che un giornalista può frequentare persone discutibili perché sono fonti e che, spente le telecamere, i rapporti seguono logiche meno manichee e umane, forse troppo umane. Il problema professionale nasce quando la fonte diventa un amico quotidiano, entra negli uffici, frequenta la famiglia, riceve confidenze e comincia a influenzare il modo in cui il giornalista interpreta ciò che gli accade. Non basta quindi chiedersi con chi cenasse Ranucci: bisogna capire se quella vicinanza abbia compromesso la sua capacità di valutare Lavitola.

3. Il caso è diventato anche un referendum su Report. I sostenitori della trasmissione temono che l’inchiesta venga usata per eliminare uno dei pochi spazi della televisione pubblica capace di indagare liberamente sulla politica e sui grandi interessi economici. I critici, invece, parlano di «metodo Report»: accumulare indizi, coincidenze e domande fino a suggerire una responsabilità senza affermarla direttamente.

Il cortocircuito è evidente. Ranucci denuncia che articoli e dichiarazioni lo abbiano trasformato, attraverso allusioni e ricostruzioni parziali, da vittima dell’attentato a suo possibile beneficiario. Le persone raccontate in passato da Report replicano che proprio lui starebbe subendo il metodo utilizzato dalla trasmissione. Sui social circolano così video di politici, imprenditori e altri protagonisti di vecchie inchieste che lo accusano di applicare a sé garanzie e giustificazioni che non avrebbe concesso agli altri.

4. Da quando Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci, la questione non riguarda più soltanto la credibilità del conduttore: riguarda il confine tra una legittima valutazione aziendale e l’intervento della politica sulla conduzione di un programma scomodo. Ranucci non è indagato e negli atti noti non esistono prove che conoscesse l’attentato, ma rimane grave il danno di credibilità per un’amicizia ambigua, soprattutto in un mondo televisivo che vive di apparenza e reputazione. In ogni caso, la Rai potrebbe essere criticata: se lo sospendesse sarebbe accusata di violare la libertà di stampa di un giornalista non indagato, se invece lasciasse tutto così com’è a ogni puntata di Report ci sarebbero critiche sulla credibilità del conduttore.

5. Questa storia permette di sbirciare per un po’ dietro le quinte del rapporto tra giornalismo e politica. Cappellini ha raccontato nel dettaglio com’è andata con Lavitola, spiegando di aver inviato alcune domande generiche perché sperava di ricavarne una notizia; ma quando scoprì che il candidato era Ranucci, definì il progetto «una follia» e non pubblicò nulla. Questa vicenda mostra il rischio ordinario del mestiere: un giornalista politico ascolta persone discutibili perché potrebbero avere una notizia, ma deve capire se gli stanno offrendo uno scoop, vendendo una fantasia o cercando di coinvolgerlo in qualcosa di losco.

Il caso mostra anche una particolare idea della politica italiana: che la notorietà televisiva, un sondaggio e l’immagine di un uomo perseguitato possano sostituire un partito, un programma e una lunga costruzione del consenso. Secondo gli inquirenti, Lavitola pensava che l’attentato potesse trasformare Ranucci nel leader del campo largo. Questa ricostruzione dice molto della concezione della politica di Lavitola, ma anche di come l’opinione pubblica italiana dal 1994 sia da sempre innamorata del volto nuovo, il salvatore della patria, che si tratti di un politico, un generale o un esponente della società civile.

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Trump dichiara che Ormuzzo sarà territorio USA

Il presidente Trump ha invitato gli americani ad accettare prezzi della benzina più elevati finché dura il conflitto con l’Iran. Venerdì, durante un comizio a Garden City, Nuova York, ha dichiarato che pagare «un pochino di più per la benzina» rappresenta un prezzo accettabile per impedire che «un paese molto malvagio» possa dotarsi di armi nucleari.

 

«Dopo aver sconfitto l’Iran, che sta subendo una pesante sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti», ha affermato Trump.

 

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha risposto su un post di X: «Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet o una portaerei, emettendo un ordine o pronunciando un discorso elettorale», come riportato da Reuters.

 

Nel frattempo, il segretario del Tesoro Scott Bessent e il segretario alla Guerra» Pete Hegseth minacciano di aumentare ulteriormente la pressione sull’Iran. Hegseth ha dichiarato che le forze armate statunitensi sono in grado di mantenere una presenza navale nella regione per imporre il blocco di rappresaglia all’Iran, che ha già causato gravi danni economici al Paese

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«La Marina degli Stati Uniti può mantenere un blocco di questo tipo a tempo indeterminato perché faremo ruotare le navi, come abbiamo fatto e continueremo a fare», ha detto Hegseth ai giornalisti durante un viaggio a Panama, tuttavia le storie delle portaerei USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln, con notizie sul morale della ciurma esaurito al punto da buttarsi in acqua, potrebbero far pensare il contrario.

 

Bessent ha affermato che gli Stati Uniti intendono infliggere ulteriori danni finanziari all’Iran. «Restate sintonizzati per ulteriori annunci la prossima settimana, perché applicheremo misure mai viste prima nella storia dell’isolamento economico di un Paese», ha dichiarato in un’intervista al programma «Rob Schmitt Tonight» di Newsmax. «Sarà una combinazione di isolamento economico senza precedenti a livello mondiale e del blocco continuo dello Stretto di Hormuz che impedirà a qualsiasi cosa di entrare o uscire dai porti iraniani», ha aggiunto il segretario del Tesoro gay di origine sorosiana e ugonotta.

 

Come riportato da Renovatio 21, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi aveva dichiarato che lo o Stretto di Ormuzzo rimarrà sotto il controllo di Teheran, ha dichiarato il ministero degli Esteri iraniano, invitando Washington a «smettere di illudersi».

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Bye bye Hormuz: così Cina e Russia giocano di sponda nella Via della Seta Artica

I russi la chiamano Northen Sea Route, abbreviata in Nsr. Per i cinesi questa rotta marittima ricoperta di ghiaccio per la quasi totalità dell’anno é invece parte integrante della Nuova Via della Seta di ghiaccio, o Via della Artica, una delle tante ramificazioni della Belt and Road Initiative. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ma ancor più da quando è esplosa la crisi in Medio Oriente, il transito internazionale lungo l’arteria che di fatto costeggia la Russia é stato dominato da Pechino. Altro che competizione per accaparrarsi un percorso alternativo allo Stretto di Hormuz: Pechino e Mosca stanno collaborando sull’ennesimo dossier ciascuno seguendo i propri interessi.

Il Dragone vuole accorciare i tempi di spedizione delle merci ed evitare di attraversare zone cariche di tensioni. Il Cremlino, invece, sta perfezionando la Nsr per inviare le proprie risorse energetiche ai sempre più numerosi acquirenti asiatici. É così che prende forma l’ennesima cooperazione tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Una cooperazione che consente alla Cina di rafforzare la sicurezza energetica nazionale e alla Russia di rianimare la propria economia vessata dal conflitto ucraino.

La Via della Seta sbarca nell’Artico (con la Russia)

La Via della Seta di ghiaccio assume una rilevanza sempre maggiore, soprattutto considerando che il Medio Oriente è scosso da una guerra che ha interrotto il traffico di petroliere e gas e contribuito a rallentare il commercio globale. In questo contesto, Cina e Russia si stanno preparando a potenziare ulteriormente questa rotta di navigazione alternativa, in una regione in cui, nei prossimi decenni, lo scioglimento dei ghiacci potrebbe allungare le stagioni navigabili e rendere accessibili nuove rotte. Ma che cosa rende così conveniente la Northern Sea Route controllata da Mosca? Un transito completo richiede appena una o due settimane e può consentire di risparmiare circa una settimana, o anche più, rispetto ai tempi di navigazione tra Asia ed Europa attraverso il Canale di Suez. Da tempo Putin immagina che questa rotta, lunga circa 3.500 miglia e sviluppata lungo la frastagliata costa artica della Russia, possa trasformarsi in un’importante arteria commerciale e in un motore per gli investimenti nei porti russi e nei grandi giacimenti di petrolio e gas della regione.

Negli ultimi mesi, il leader russo ha sostenuto che le interruzioni del commercio provocate dai combattimenti nel Mar Rosso e intorno allo Stretto di Hormuz dimostrino come la rotta artica stagionale possa essere considerata “la più sicura, affidabile ed efficiente”. Anche Xi guarda da anni con interesse alla prospettiva di una “Via della Seta polare” attraverso l’Artico. Nei giorni scorsi, tra l’altro, una compagnia di navigazione fondata a Singapore e gestita dalla Cina ha inaugurato il primo servizio stagionale di linea per container tra Cina ed Europa. La società pubblicizza un tempo di transito di circa 20 giorni, vale a dire quasi la metà rispetto a una rotta standard attraverso Suez, sostenendo inoltre di poter ridurre l’esposizione ai rischi di interruzioni geopolitiche. Un’altra società cinese, New New Shipping, ha lanciato il mese scorso una nuova linea che collega Tianjin, in Cina, con Murmansk, il principale porto artico della Russia. Il nuovo servizio si aggiunge alle rotte già operative della compagnia, che trasportano beni industriali cinesi in una direzione e materie prime russe nell’altra.

Nel complesso, almeno sei compagnie di navigazione cinesi dovrebbero effettuare più di 50 viaggi lungo la rotta durante questa stagione, utilizzando navi portacontainer, portarinfuse e navi multiuso. Come ha spiegato la Cnn, almeno per il momento il volume commerciale lungo la rotta rimane ancora estremamente ridotto rispetto alle principali arterie marittime mondiali, come il Canale di Suez. Il traffico è inoltre fortemente dominato dal petrolio e dal gas russi, che, insieme alle forniture destinate ad alcuni altri acquirenti asiatici di Gnl, confluiscono principalmente verso la Cina.

Sviluppi futuri e preoccupazioni occidentali

La cooperazione sino-russa nell’Artico procede di pari passo con l’espansione delle operazioni di navigazione cinese nell’area e con le crescenti preoccupazioni dell’Occidente. Il presidente statunitense Donald Trump ha evocato lo spettro di navi russe e cinesi impegnate a pattugliare le acque del Nord Atlantico, nei pressi della Groenlandia, per giustificare la minaccia di un’eventuale presa con la forza del territorio danese (una posizione, questa, che ha aperto una frattura senza precedenti con gli alleati europei della Nato). Washington ha inoltre siglato un accordo per la costruzione di nuove navi con la Finlandia, con l’obiettivo di ampliare la propria flotta di rompighiaccio, proprio mentre Pechino continua a rafforzare la propria presenza navale nell’Artico.

In Occidente cresce anche il timore che le missioni di ricerca cinesi possano avere una valenza strategica e militare. Le spedizioni condotte dalla crescente flotta polare cinese, come l’attuale missione di quattro mesi nella regione, potrebbero infatti consentire a Pechino di raccogliere dati potenzialmente utili alle proprie forze armate. Dal canto suo Pechino ha ripetutamente respinto queste accuse, sostenendo che siano parte di un tentativo di alimentare la percezione della “minaccia cinese” e di creare divisioni nella regione. La Cina difende le proprie attività nell’Artico come iniziative “volte a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile”, nel rispetto del diritto internazionale. Pechino ha inoltre difeso a lungo i propri rapporti commerciali con la Russia, suo stretto partner, respingendo le sanzioni unilaterali.

Mosca, in ogni caso, è ancora cauta rispetto a un maggiore coinvolgimento della Cina nelle questioni di sicurezza dell’Artico. La Russia sembra preferire che il Dragone continui a svolgere un ruolo prevalentemente economico, acquistando energia russa e contribuendo allo sviluppo della Nsr, con l’obiettivo di trasformarla in una redditizia arteria commerciale. Eppure, quasi un decennio fa, la Cina ha iniziato a elaborare i propri piani per la navigazione polare dopo essersi definita uno “Stato vicino all’Artico”, ponendo le basi per una presenza sempre più strutturata nella regione. Il gigante asiatico potrebbe avere insomma altri piani.

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