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Il Pentagono sceglie D-Orbit per “ripulire” l’orbita bassa. Contratto da 24 milioni di dollari

D-Orbit Space, la filiale statunitense della comasca D-Orbit, è stata selezionata per un contratto da 24 milioni di dollari assegnato da due enti governativi americani, la Defense innovation unit (Diu) e la Space development agency (Sda), per realizzare una dimostrazione del servizio di deorbitazione dei satelliti in orbita bassa. L’annuncio è arrivato nell’ambito del programma Deorbit-as-a-Service (DaaS), pensato per dare a Washington un accesso flessibile e su richiesta alla logistica orbitale evitando i costi e i tempi legati al possesso e alla gestione diretta di un veicolo spaziale per questo tipo di attività. 

La commessa

Il contratto individua D-Orbit Space come contraente principale, affiancata da due partner statunitensi: TransAstra, specializzata in soluzioni per il trasporto spaziale e la cattura orbitale, e Falcon Exodynamics, che sviluppa veicoli e sistemi spaziali reattivi. Il team dovrà realizzare un prototipo capace di dimostrare le manovre chiave della missione, rendez-vous e attracco su tutte. La base tecnologica è quella già collaudata da D-Orbit con i veicoli di trasferimento orbitale Ion, impiegati finora per il rilascio di carichi utili in posizione, il riposizionamento orbitale e i servizi di hosting in abbonamento.

Il modello DaaS

Dietro la sigla DaaS c’è un cambio di approccio che il Pentagono sta portando avanti da tempo nel settore. La Diu, braccio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dedicato ad accelerare l’adozione di tecnologie commerciali e dual use, lavora su questo dossier in tandem con la Sda, divisione della Space Force incaricata di velocizzare la fornitura delle capacità spaziali necessarie ai Guardiani e alle altre Forze armate. Insieme, le due agenzie stanno “comprando” un servizio, ripetibile e attivabile su richiesta, per smaltire in modo controllato i satelliti militari giunti a fine vita in orbita bassa, senza dover possedere e gestire direttamente la flotta necessaria a farlo. Se la dimostrazione avrà successo, potrebbe essere l’inizio di una collaborazione ancora più strutturata. La stessa piattaforma potrebbe infatti essere proposta al governo statunitense per missioni ulteriori logistiche, dal rifornimento di carburante alla riparazione, dall’ispezione al riposizionamento dei satelliti in orbita.

“Essere stati selezionati dalla Defense Innovation Unit per DaaS è una forte conferma della nostra convinzione che la logistica spaziale debba essere fornita come un servizio, non solo come hardware”, ha dichiarato Mike Cassidy, amministratore delegato di D-Orbit Space. Il manager ha sottolineato come il team intenda dimostrare “un modo più rapido, flessibile ed economico per spostare e supportare i carichi utili in orbita”.

Gli altri player in campo

Il contratto va letto anche alla luce di un contesto più ampio. Lo stesso pacchetto Deorbit-as-a-Service ha coinvolto anche Firefly Aerospace, chiamata a sviluppare una revisione progettuale del proprio veicolo Elytra, e Katalyst Space Technologies, già impegnata in una missione di servicing per la Nasa su un osservatorio in orbita. Nessuna delle tre aziende aveva partecipato ai precedenti bandi della Space Development Agency sul tema. È un segnale che il Pentagono sta allargando la platea dei fornitori rispetto al primo giro di gara, quando a gennaio 2026 era stata la statunitense Starfish Space ad aggiudicarsi un contratto da 52,5 milioni di dollari per il proprio veicolo Otter, con lancio atteso nel 2027. Al termine delle attività di progettazione e riduzione del rischio, l’Sda e la Diu selezioneranno una sola delle tre aziende in gara per una dimostrazione operativa completa in orbita.

Perché conta

La ragione di fondo che spinge il Pentagono a investire in questo tipo di servizi ha a che fare con la crescente congestione dell’orbita bassa, che oggi è popolata da circa 16-18mila satelliti. Di questi, 450 appartengono alla Proliferated Warfighter Space Architecture della Sda, che continuerà a crescere nei prossimi anni e che richiederà verosimilmente di sviluppare sempre più capacità per il mantenimento dell’infrastruttura. Il vecchio approccio, che affidava lo smaltimento dei veicoli dismessi al lento decadimento orbitale naturale, non è più sufficiente in uno scenario dove le costellazioni, militari e commerciali, si contano ormai a decine di migliaia. Un satellite inattivo può restare in orbita per decenni prima di rientrare in atmosfera, aumentando nel frattempo il rischio di collisioni ad alta velocità con altri oggetti o sistemi orbitanti.

Lo scenario per l’Italia

Per D-Orbit, l’ingresso nella filiera della difesa statunitense rappresenterebbe un salto di qualità rispetto al percorso seguito finora, costruito soprattutto sui contratti dell’Agenzia Spaziale Europea, dalla missione Rise per l’estensione della vita dei satelliti geostazionari al programma Iride per l’osservazione della Terra e sul dimostratore nazionale di in-orbit servicing finanziato con i fondi del Pnrr. Questo contratto colloca per la prima volta un’azienda di origine italiana, seppur attraverso la propria filiale americana, dentro l’ecosistema degli appalti della difesa spaziale Usa. Si tratta di un mercato storicamente presidiato dai fornitori nazionali e oggi in piena espansione per effetto della competizione con Cina, Russia e India e, se la dimostrazione tecnica confermerà le attese, la vicenda potrebbe diventare un nuovo caso di studio interessante.

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Campo COSMOS, la nuova immagine dell’Osservatorio Rubin inaugura una nuova fase del progetto LSST

Campo COSMOS, la nuova immagine dell’Osservatorio Rubin inaugura una nuova fase del progetto LSST

ROMA (ITALPRESS/ECONOMIADELLOSPAZIO) – Il Campo COSMOS, una delle regioni di cielo più studiate dall’astronomia moderna, diventa il primo banco di prova delle capacità scientifiche dell’Osservatorio Vera C. Rubin. L’immagine diffusa con l’Early Data Preview 2 (EDP2) non rappresenta soltanto un risultato tecnico di elevata qualità: segna l’ingresso operativo del telescopio nel programma Legacy Survey of Space and Time (LSST), uno dei più estesi programmi di osservazione astronomica mai intrapresi. Il valore della nuova osservazione non risiede esclusivamente nella profondità dell’immagine, ma nella possibilità di tornare a osservare la stessa regione con continuità. È questa la caratteristica che consentirà agli astronomi di affiancare alle immagini statiche una dimensione temporale, seguendo l’evoluzione delle galassie e dei fenomeni transitori nel corso degli anni. Realizzata con la LSST Camera da 3,2 gigapixel, la più grande fotocamera digitale costruita per l’astronomia, l’immagine è il risultato della combinazione di centinaia di osservazioni e comprende oltre 500.000 galassie e più di 50.000 stelle.

Il Campo COSMOS occupa da oltre vent’anni una posizione centrale nella ricerca astronomica internazionale. La sua collocazione, lontano dal piano della Via Lattea, riduce l’interferenza di stelle e polveri galattiche e offre una finestra privilegiata sull’Universo distante. Dal 2003, con le prime osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble, numerosi osservatori terrestri e spaziali hanno raccolto dati in diverse lunghezze d’onda, dalle onde radio ai raggi X. Questo patrimonio osservativo ha trasformato COSMOS in un riferimento per confrontare nuovi dati, verificare misure e ricostruire l’evoluzione delle galassie lungo miliardi di anni di storia cosmica. L’Osservatorio Rubin introduce ora una novità sostanziale: la capacità di osservare ripetutamente questa stessa regione con profondità uniforme e ampia copertura. Non si tratta soltanto di ottenere immagini più dettagliate, ma di documentare come il cielo cambi nel tempo. Questa capacità rappresenta uno degli elementi distintivi del Legacy Survey of Space and Time. Nel corso della sua campagna decennale il telescopio effettuerà osservazioni sistematiche del cielo australe, costruendo una sequenza temporale che permetterà di individuare fenomeni variabili difficilmente rilevabili con campagne tradizionali. Per il Campo COSMOS, già caratterizzato da un’enorme quantità di dati storici, ciò significa integrare alle informazioni accumulate negli ultimi vent’anni una componente dinamica. Le osservazioni ripetute consentiranno infatti di seguire l’evoluzione di supernove, eventi esplosivi e altri oggetti variabili.

Come afferma Bob Blum, direttore dell’Osservatorio Rubin presso NSF NOIRLab, “l’immagine profonda di COSMOS è solo l’inizio per Rubin in questa regione”. Le future visite permetteranno di individuare un numero crescente di fenomeni transitori destinati a ulteriori studi. Anche Phil Marshall, vicedirettore dell’Osservatorio Rubin presso lo SLAC National Accelerator Laboratory, sottolinea che la ricchezza delle osservazioni già disponibili rende il Campo COSMOS un banco di prova fondamentale per preparare la comunità scientifica all’analisi dei dati dell’LSST.

L’immagine è stata pubblicata nell’ambito dell’Early Data Preview 2, la prima anteprima costruita con le osservazioni raccolte dalla LSST Camera tra aprile 2025 e gennaio 2026. Pur non rappresentando ancora il rilascio completo dei dati del progetto, EDP2 costituisce una tappa fondamentale nella preparazione della survey decennale. L’anteprima comprende una grande immagine co-addizionata che copre circa 3.000 gradi quadrati di cielo, pari a circa un sesto dell’intero cielo visibile dell’emisfero australe, consentendo ai ricercatori di validare pipeline, strumenti di analisi e prodotti scientifici. Una seconda fase della Data Preview 2, prevista tra ottobre e dicembre 2026, comprenderà anche le immagini delle singole osservazioni, le immagini di differenza e gli altri prodotti necessari per individuare automaticamente le variazioni del cielo.

L’accesso ai dati è attualmente riservato ai ricercatori degli Stati Uniti, del Cile e agli altri partner internazionali autorizzati. In base alla politica dell’Osservatorio Rubin, i prodotti scientifici saranno resi pubblicamente disponibili dopo un periodo di riservatezza di due anni. Per la comunità astronomica, la nuova immagine del Campo COSMOS rappresenta molto più di una dimostrazione delle prestazioni della strumentazione. È la prima conferma operativa del ruolo che il Rubin è destinato ad assumere nei prossimi anni: produrre osservazioni sistematiche, profonde e ripetute capaci di integrare e ampliare uno dei dataset astronomici più studiati dalla comunità scientifica, contribuendo alla comprensione dell’evoluzione dell’Universo.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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