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100 anni Fiorentina: a Palazzo Vecchio una mostra su fiorentini e loro squadra

100 anni Fiorentina: a Palazzo Vecchio una mostra su fiorentini e loro squadra

La mostra sarà aperta dal 23 agosto al 13 settembre in Palazzo  nel cortile di Michelozzo

Una mostra su come la città di Firenze accompagna la propria squadra di calcio, la Fiorentina, che tra pochi giorni festeggerà il centenario. Dal 23 agosto e fino al 13 settembre il cortile di Michelozzo di Palazzo Vecchio ospiterà la mostra ‘Cent’anni di Fiorentini. Dentro e fuori lo stadio’: l’esposizione è promossa dalla Fiorentina, in collaborazione con Archivio Foto Locchi e col patrocinio del Comune di Firenze.

Dagli anni Trenta fino alla metà degli anni Novanta, si legge in una nota, “le immagini compongono un racconto nel quale il vero protagonista è il popolo viola: uomini, donne, bambini e intere famiglie che, dentro e fuori lo stadio, hanno trasformato la partita in un’esperienza collettiva”.

“Ci sono storie che appartengono a una squadra e storie che appartengono a una città. Quella della Fiorentina, da cento anni, è entrambe – dichiara la sindaca Sara Funaro – Le fotografie dell’Archivio Locchi raccontano proprio questo legame: i tifosi, le famiglie, le domeniche allo stadio, le strade e l’attesa prima della partita. Raccontano una Firenze cambiata, ma che ha continuato a riconoscersi nel viola. È il valore della memoria: farci ritrovare, attraverso immagini di ieri, dentro una storia che sentiamo ancora nostra. Per questo è particolarmente significativo che la mostra sia allestita nel cortile di Michelozzo, nel cuore di Palazzo Vecchio. Qui trova spazio un secolo di storia viola, fatto non soltanto di partite e campioni, ma soprattutto delle persone che hanno vissuto, amato e tramandato questa passione”.
“Attraverso questa mostra, realizzata grazie allo straordinario patrimonio dell’Archivio Storico Foto Locchi, abbiamo voluto rendere omaggio a Firenze e a tutti i tifosi della Fiorentina – spiega il presidente della Fiorentina Giuseppe B. Commisso -. Perché i veri protagonisti del nostro secolo di storia sono proprio i Fiorentini.

Sono loro che, anno dopo anno, generazione dopo generazione, con la loro passione e il loro senso di appartenenza, hanno contribuito a costruire l’identità della Fiorentina. Per questo abbiamo scelto di spostare l’obiettivo: non il campo da gioco, ma i tifosi sugli spalti, le persone e il loro amore per la maglia viola. E non è un caso che questa esposizione trovi spazio nel cuore di Firenze: volevamo che fosse accessibile a tutti, perché la storia della Fiorentina appartiene all’intera città e a chiunque ne condivida la passione”.

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La maturità sorride, Invalsi molto meno. Le contraddizioni della scuola italiana secondo Zecchini

La pubblicazione dei risultati degli ultimi esami di maturità ripropone molti interrogativi tanto sul significato da dare a questi esami, quanto sulle lezioni da trarre alla luce degli inadeguati apprendimenti risultanti da altri test più introspettivi condotti da Invalsi e dall’Ocse. In via di principio, questi esami dovrebbero servire a verificare il livello di conoscenza delle discipline di base per poter affrontare il mondo del lavoro, o le attività artistiche, oppure gli studi universitari e quelli più avanzati, quali la ricerca scientifica. In realtà, per il modo in cui sono condotti, per i loro contenuti e per le valutazioni individuali che risultano dicono poco sugli apprendimenti effettivi degli studenti e contrastano con gli esiti di altri esami.

La premessa è data dalla riduzione del tasso di dispersione scolastica esplicita al 7,3% stimato da Invalsi per il 2026 rispetto al 13,5% del 2019, l’anno pre-pandemia. Va sottolineato che questa quota di studenti che abbandonano anzitempo il percorso scolastico diminuisce più dell’obiettivo stabilito nel Pnrr, un risultato che potrebbe spiegarsi col maggior impegno profuso dal Paese per non disperdere il suo capitale umano dietro il pungolo dell’aiuto ricevuto dall’Ue. Allo stesso impegno potrebbe attribuirsi anche la riduzione al minimo dal 2019 del tasso di dispersione implicita (6,3%), che misura la quota di studenti che hanno concluso il secondo ciclo di istruzione secondaria senza aver acquisito le competenze minime.

Gli esiti degli esami di maturità di quest’anno presentano un quadro apparentemente in miglioramento. La quota degli ammessi agli esami ha raggiunto il 96,8%, con poco più della metà (51,9%) proveniente dal percorso liceale e il 32% dagli istituti tecnici. La quasi totalità degli ammessi ha conseguito il diploma (99,8%), un dato che farebbe apparire la selezione all’ammissione come un indicatore già attendibile di chi è in grado di superare la prova. Questa impressione è rafforzata dalle valutazioni numeriche agli esami e dal confronto con quelle dello scorso anno. In particolare, aumenta di poco la quota degli studenti che hanno ottenuto il massimo punteggio di 100+ (2,9%) e si riducono le quote di quanti hanno ricevuto solo 100 punti e di coloro che hanno raggiunto la sufficienza o poco più (30,1%). Si ingrossano, invece, le quote dei punteggi intermedi tra 70 e 90/100, che raggiungono quasi la metà (49,8%).

In breve, la fascia di valutazione di punta rimane stabile ed esigua, mentre gran parte dei punteggi si è spostata sui giudizi intermedi. Questo quadro è coerente con la conclusione delle prove Invalsi, secondo cui rispetto al 2019 si è ampliata la popolazione scolastica che arriva al diploma di maturità o qualifica professionale (92,7%). Ma con queste percentuali così elevate di ammessi e promossi si potrebbe sostenere la tesi opposta, ovvero che la scuola secondaria non svolge né una funzione di verifica degli apprendimenti effettivi, né di selezione sulla base di questa verifica degli studenti che hanno raggiunto i diversi gradi del sapere. Non si tratta di propugnare un sistema finalizzato a coltivare soprattutto le eccellenze, quanto a preparare bene i discenti secondo le loro capacità o ad affrontare gli studi più avanzati, quali quelli universitari, oppure a intraprendere altri percorsi in linea con i loro talenti e potenziale.

Il risultato di una riforma in tal senso sarebbe fare della certificazione di maturità non un titolo avente valore legale per rivendicare posizioni nel sistema lavoro, ma solo un lasciapassare verso percorsi di specializzazione propedeutici all’inserimento nel mondo del lavoro. Compito dei docenti sarebbe altresì impegnarsi anno dopo anno sia a innalzare i livelli di apprendimento, sia ad ampliare a un numero sempre più grande la platea degli studenti preparati. Su questa base andrebbe valutata la performance di ciascun insegnante e di riflesso la sua ricompensa, superando in tal modo l’attuale appiattimento delle retribuzioni, che non poca parte ha sulla demotivazione di molti docenti.

Indubbiamente questa valutazione deve tener conto di alcuni limiti non imputabili alla classe docente. Primo, la popolazione degli studenti è divenuta molto più eterogenea con l’ingresso di quelli di provenienza estera per lingua e cultura. Questi ultimi non sono sufficientemente padroni della lingua e cultura italiana e in parte provengono dagli strati sociali meno istruiti. Secondo, i programmi scolastici risentono troppo di un modello culturale antico, che mal si adatta a mettere i giovani in grado di affrontare l’evoluzione in corso della società. Terzo, i rappresentanti della classe docente con diverse motivazioni si son espressi in maggioranza contro la differenziazione delle remunerazioni sulla base della performance.

Nondimeno, l’esperienza degli ultimi sette anni mostra che il sistema italiano non riesce a colmare il distacco dai valori pre-pandemia, né a raggiungere i livelli dei paesi europei avanzati o di quelli dell’Ocse. La distribuzione di frequenza dei punteggi della maturità 2026, analogamente agli esiti dei test Invalsi e di quelli dell’Ocse, confermano diversi interrogativi sulla validità del sistema d’istruzione italiano. Nelle regioni del Sud e in Sicilia abbondano i punteggi da 81 a 100+ a confronto con quelle settentrionali, superando le rispettive medie nazionali, e scarseggiano quelli più bassi, ovvero da 60 a 80 su 100. In questi raffronti non si nota nulla di nuovo rispetto agli anni precedenti: nel 2025 le proporzioni erano sostanzialmente le stesse. A spiegarne le cause possono formularsi ipotesi alternative: a) effettivamente al Sud vi è una concentrazione relativamente maggiore di cervelli; b) difformità territoriali nei parametri di valutazione degli esaminatori; c) difformità nelle modalità di conduzione delle prove; d) prevalenza numerica degli studenti nei licei rispetto agli istituti tecnici e ai professionali; e) nell’ambito dei licei, alti punteggi più frequenti nei licei classici seguiti da quelli artistici, linguistici, internazionali, e di indirizzo europeo; e f) diversità di composizione degli esaminati per sesso, retroterra socio-culturale, o paese di origine.

Le prove Invalsi e quelle dei programmi Pisa contribuiscono a gettare luce sulle possibili cause. Dagli ultimi test Invalsi risulta che i risultati eccellenti sono concentrati per il 56% nelle aree settentrionali, pur se la grande distanza esistente tra queste e quelle centro-meridionali, incluse le isole, si è accorciata. In queste ultime continua ad addensarsi la dispersione scolastica implicita malgrado i miglioramenti rispetto al 2019. Scendendo nei particolari delle prove, sia in italiano che in matematica i livelli di apprendimento restano sotto quelli del 2019, ma lievitano lentamente con un’accelerazione nell’anno in corso. Soltanto poco più della metà degli studenti (rispettivamente 54,1% e 52,1%) ha acquisito le conoscenze richieste nelle due materie, con differenziazioni persistenti a seconda del territorio. Al Nord le percentuali raggiunte sono comparativamente più alte, mentre declinano man mano che si scende lungo la Penisola. Ovviamente, soltanto nei licei scientifici la buona conoscenza della matematica si riscontra nell’85% degli studenti, contro meno della metà negli altri indirizzi. Nella conoscenza dell’inglese i progressi sono stati più rapidi fino a superare tanto le quote del 2019 in tutte le macroaree, quanto la metà degli studenti, con l’eccezione della prova di ascolto al Centro-Sud. Molto positivo, invece, il livello di competenze digitali, con divari ridotti tra territori, genere e indirizzi di studio.

Complessivamente, il Paese deve prendere atto che poco meno della metà degli esaminati non ha ancora acquisito conoscenze adeguate, realtà che smentisce il quadro ottimistico dei punteggi assegnati alla maturità di quest’anno. Le differenze di performance su base territoriale sono importanti e al tempo stesso conseguenza e causa del ritardo socio-economico. Su questi territori gli interventi migliorativi devono intensificarsi. I deficit nell’apprendimento della matematica sono estesi, ad eccezione degli studenti nell’indirizzo scientifico, e anche al Centro-Nord le percentuali di apprendimento adeguato variano appena sopra la metà, tra il 52% e il 65%. Le differenze di genere si riflettono sulle performance a seconda degli indirizzi, con prevalenza dei ragazzi in matematica e dell’altro genere in italiano ed inglese. Nella digitalizzazione queste differenze cambiano a seconda del tipo di attività e sono molto contenute. In generale, le carenze di apprendimento interessano soprattutto le aree meridionali e toccano tutti gli indirizzi. Le disparità territoriali non sono immutabili nel tempo e di fatto ultimamente mostrano di contrarsi gradualmente. L’azione di contrasto, tuttavia, non è semplice perché chiama in causa misure su più lati del problema.

L’esame dettagliato dei risultati permette di compararli con quelli dei paesi Ocse, benché il confronto non sia del tutto omogeneo, perché gli esaminati nelle prove dell’Ocse-Pisa sono soltanto i quindicenni che frequentano la scuola secondaria di secondo grado, ma non l’ultima classe. Per la coerenza temporale, si potrà fare un confronto aggiornato soltanto il mese prossimo, quando si conosceranno i risultati dei test effettuati nel 2025. Guardando, invece, al periodo dal 2009 al 2022, le quote di studenti italiani con un livello di conoscenza inadeguato in matematica e scienze sono aumentate, mentre è rimasta stabile quella relativa alla lingua madre. Non consola, tuttavia, che in media la loro performance in matematica non differisce statisticamente da quella media dell’area Ocse e in specie di Germania, Francia e Usa, in quanto risulta inferiore a quelle di Austria, Svizzera, Est-Ue, Uk, Olanda e paesi scandinavi, oltre a quelli asiatici. Performance migliore nella conoscenza della lingua, ovvero appena sopra la media Ocse, ma risultati sotto la media nel campo delle scienze.

Le carenze di apprendimento in età scolare non dovrebbero essere sottovalutate dalla società a causa delle ripercussioni che hanno nel lungo periodo e delle difficoltà che i giovani incontrano nel colmarle negli anni di lavoro. Il riscontro di questo fenomeno si può trovare in un’altra indagine dell’Ocse, il Piaac, che nel 2023 ha esaminato le competenze degli adulti dai 16 ai 65 anni di età. I parametri di valutazione sono incentrati sulla comprensione di testi, la conoscenza e l’utilizzo di informazioni numeriche e matematiche, e la capacità di risolvere problemi in un contesto in evoluzione in cui si richiede flessibilità mentale. Gli italiani si collocano tra le ultime posizioni della graduatoria internazionale secondo tutti e tre i parametri. Si ripresentano, inoltre, le medesime disparità sul territorio, di genere e di contesto socio-economico rilevate nei test Pisa. Peraltro, si osserva il paradosso che i giovani ottengono risultati migliori di quelli delle classi successive di età. In conclusione, il Paese ha un grande bisogno di impegnarsi massicciamente nell’elevazione degli apprendimenti, piuttosto che ritenere che basti spendere di più per risolvere il problema.

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Il furto delle opere di Antonello da Messina solleva un’altra domanda: lo Stato sa quante opere confiscate possiede?

Il furto di quattro opere di Antonello da Messina dal Museo regionale della sua città, comprese tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, pone una domanda che va molto oltre la sicurezza dei musei: che cosa significa davvero proteggere e restituire alla collettività un patrimonio culturale?

Perché esiste un’altra enorme questione, assai meno spettacolare di un furto nella notte di Ferragosto: quella delle opere d’arte sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Qui non servono proclami sulla legalità. Servono numeri. L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, Anbsc, è diretta dal settembre 2024 dal prefetto Maria Rosaria Laganà. La delega politica sui beni confiscati al Ministero dell’Interno è della sottosegretaria Wanda Ferro. Dal maggio 2026 l’Ufficio nazionale beni mobili e immobili sequestrati e confiscati è diretto da Rossana Bellantoni.

A loro si potrebbero rivolgere alcune domande semplicissime. Quante opere d’arte confiscate definitivamente gestisce oggi lo Stato italiano? Dove sono? Quante sono esposte? Quante sono in deposito? Quante aspettano una destinazione? Da quanti anni? Qual è il loro valore complessivo? Provate a cercare le risposte. L’Anbsc pubblica relazioni, statistiche e dati sui beni confiscati. Ha costruito strumenti informatici e piattaforme per immobili e beni mobili registrati. Già dal 2021 esiste persino una “vetrina” telematica attraverso la quale vedere autoveicoli, motoveicoli, autocarri, macchine operatrici e altri mezzi confiscati.

Per un’automobile confiscata abbiamo dunque concepito una vetrina digitale. Per un Fontana, un De Chirico o un Warhol confiscato, il cittadino non dispone invece di un catalogo nazionale pubblico che permetta di ricostruire sistematicamente identificazione, provenienza, stato conservativo, luogo di custodia, destinazione e fruibilità.

L’Italia possiede il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e una delle più importanti banche dati mondiali delle opere illecitamente sottratte: oltre 1,3 milioni di file. Nel solo 2024 i Carabinieri TPC hanno recuperato 80.437 beni d’arte per un valore stimato di circa 130 milioni di euro. Sappiamo dunque costruire una formidabile macchina per cercare l’arte quando scompare. E c’è un paradosso ancora più evidente che emerge proprio dall’operazione della quale le istituzioni vanno più orgogliose: SalvArti. Dalle confische alle collezioni pubbliche.

Nel dicembre 2024 il Ministero dell’Interno annunciava trionfalmente l’esposizione a Palazzo Reale di Milano di oltre ottanta opere sottratte alla criminalità organizzata: De Chirico, Sironi, Fontana, Dalí, Warhol, Schifano, Rauschenberg.

La sottosegretaria Wanda Ferro parlò di opere “restituite alla collettività” e della necessità di rendere l’arte accessibile. Giustissimo. Ma quelle oltre ottanta opere provenivano da due sole procedure di confisca. E quindi, è precisamente questo successo a rendere gigantesca la domanda su tutto il resto. Dov’è il resto? Non si sostiene, ovviamente, che le opere siano scomparse. Si sta evidenziando, al contrario, qualcosa di amministrativamente più grave: il cittadino non dispone di uno strumento pubblico che gli consenta di misurare l’efficienza della loro restituzione.

È un problema di accountability. La direttrice Laganà ha dichiarato ancora nel dicembre 2025 che i beni confiscati rappresentano una risorsa fondamentale per le comunità. Nel marzo 2026 Anbsc e Legacoop hanno firmato un altro protocollo per la loro valorizzazione. Nel luglio 2026, alla presenza del ministro Matteo Piantedosi e della sottosegretaria Ferro, l’Agenzia ha sottoscritto un nuovo accordo con la Regione Piemonte per accelerarne destinazione e riutilizzo.

Protocolli, accordi, convegni, relazioni semestrali. Benissimo! Adesso, però, si chiede un Excel. Una riga per ogni opera d’arte definitivamente confiscata. Autore. Titolo. Procedimento. Data della confisca definitiva. Valore stimato. Luogo di custodia. Stato di conservazione. Data della destinazione. Ente destinatario. Fruibile: sì o no. Naturalmente oscurando le informazioni che possano compromettere sicurezza e indagini.

Non occorre una nuova legge, dunque. Occorre trasformare la gestione patrimoniale in una gestione misurabile. Perché esiste una differenza enorme fra confiscare un’opera e restituirla. La prima è un’attività giudiziaria. La seconda è un risultato amministrativo. E un risultato si misura. L’Anbsc dovrebbe quindi pubblicare ogni anno cinque numeri: opere prese in carico; opere catalogate; opere destinate; opere effettivamente esposte; tempo medio trascorso dalla confisca definitiva alla fruizione. E dovrebbe indicare il patrimonio ancora in attesa. Altrimenti la parola “restituzione” rischia di diventare una formula da inaugurazione.

Il furto di Messina dimostra quanto sia devastante perdere fisicamente un’opera d’arte. Ma c’è una seconda forma di sottrazione, meno cinematografica: possedere un patrimonio pubblico senza consentire al pubblico di sapere esattamente che cosa possiede, dove si trova e quando potrà vederlo. Per questo Piantedosi, Ferro e Laganà dovrebbero rispondere a una domanda che non è ideologica e non è di destra o di sinistra: quante opere d’arte confiscate possiede oggi lo Stato italiano e quante di esse possiamo vedere?

Se il numero esiste, lo pubblichino. Se non esiste, il problema è ancora più serio. Perché contro la mafia lo Stato non vince quando sequestra un quadro. Vince quando quel quadro smette di essere il trofeo privato di un criminale e diventa davvero patrimonio di tutti.

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Perché siamo ossessionati dalla ricerca del migliore?

«E dunque mi sai dire qual è il migliore?». Il miglior ristorante della città. Il miglior hotel del mondo. Il vino con il punteggio più alto. Il cocktail bar da non perdere. Il pane premiato, il caffè vincitore, la spiaggia perfetta. Siamo sempre alla ricerca della referenza migliore da provare o da vivere. Migliore per chi? Secondo quale criterio? E in relazione a cosa? O a chi?

Viviamo in un’epoca in cui scegliere è diventato incredibilmente complicato. Non perché manchino le opportunità, ma perché sono praticamente infinite. Ogni ricerca online restituisce centinaia di risultati, migliaia di recensioni, classifiche, premi, guide. A questo si aggiungono gli infiniti – talvolta molto utili, talvolta per nulla – contenuti degli influencer e algoritmi pronti a suggerirci cosa dovremmo desiderare.

Le classifiche – come abbiamo già analizzato su queste pagine – costituiscono uno strumento utile per orientarsi in ogni categoria di riferimento. Premiano il lavoro di chi ha raggiunto livelli di eccellenza, fissano standard, raccontano il valore di un progetto. Nel turismo, come nella gastronomia o nel vino, sono strumenti preziosi e che vale (ancora) la pena consultare. Il problema nasce quando smettiamo di usarle come strumenti e iniziamo a considerarle fonti di risposte definitive e assolute.

Il nocciolo della questione si articola in due ordini di grandezza. Il primo, riguarda il pensiero di credere che esista un’eccellenza suprema indiscussa e valida per chiunque e dovunque indistintamente. Il secondo, direttamente connesso al primo, è pensare che il migliore sia un concetto necessario. Questo tipo di ossessione non consente di accogliere con la giusta dose di stupore, curiosità e approfondimento le sfumature di ogni realtà. Le storie, le motivazioni, le argomentazioni, le cause di quello che stiamo provando, sia esso un vino, un piatto o un servizio di un hotel di lusso.

Esiste anche un lato oscuro della medaglia, una storia di giustificazione dietro alla quale alcuni provano a nascondersi. In un mondo che ci offre infinite possibilità delegare la decisione a una classifica è rassicurante. Se qualcuno ha già valutato, confrontato e premiato, ci sentiamo più al sicuro nella nostra scelta. Quando prenotiamo l’hotel che occupa il primo posto in una classifica internazionale, quando scegliamo il ristorante più premiato o la bottiglia con il punteggio più alto, non stiamo semplicemente inseguendo un’apparente idea di migliore. Stiamo cercando una garanzia, una conferma. Un modo per ridurre il rischio di tornare a casa pensando «avrei potuto scegliere meglio».

Courtesy Belmond via Pinterest

Un hotel può essere straordinario sotto ogni punto di vista: architettura, servizio, ristorazione, formazione del personale, attenzione al dettaglio. Tutti elementi che possono essere osservati, analizzati e, almeno in parte, misurati. Tuttavia, quello che nessuna guida, nessun premio e nessuna classifica potranno mai conoscere con certezza è chi sono i clienti. Non possono sapere il perché di un viaggio. Se stanno festeggiando un momento speciale o cercando semplicemente qualche giorno per rallentare. È ovvio che ci sono strumenti che ormai consentono di risalire ai target dominanti anche andando a ritroso nel sistema di prenotazione, facendo sondaggi e orientando i propri guest a scegliere determinate attività o esperienze. Tuttavia, non si possono conoscere il carattere, le aspettative o il tipo di ricordo che ogni famiglia, coppia o viaggiatore individuale sono interessati a costruire.

Per questo motivo – e non solo – un hotel eccellente può non essere quello che ricorderemo con più affetto. E un piccolo albergo, magari privo di riconoscimenti internazionali, può diventare il luogo a cui penseremo per anni. Se l’eccellenza come concetto e come obiettivo appartiene all’hotel (o alla ristorazione), l’esperienza e le emozioni ad essa connesse afferiscono al viaggiatore.

È nell’incontro tra queste due dimensioni, nella difficilissima impresa di trovare un equilibrio delle parti, che diventa possibile scovare l’indirizzo che soddisfi le nostre aspettative e le nostre esigenze. Non il migliore tra tutti, ma senza ombra di dubbio la soluzione migliore per noi in quel momento, capace di regalarci un’emozione positiva durevole nel tempo.

«Quando sei felice facci caso», Kurt Vonnegut
Photo courtesy Alexandre Chambon, Arch Daily, Belmond

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Non sottovalutate il cibo berlinese

Dire Berlino e pensare alla cucina non è ancora un automatismo, soprattutto per un italiano. La capitale tedesca continua a pagare un pregiudizio gastronomico piuttosto tenace, quello di una città interessante per arte, musica, club e creatività, molto meno quando arriva il momento di sedersi a tavola. Eppure basta cambiare prospettiva per scoprire una delle scene più dinamiche d’Europa.

Ilaria, originaria di Tradate nel varesotto, questa trasformazione la osserva da oltre dieci anni. Era arrivata a Berlino dopo gli studi in economia per uno stage e, salvo una parentesi milanese durante la pandemia, è rimasta. Ha lavorato nel social media per Zalando e per diverse aziende tedesche, poi nel 2019 ha aperto un blog dedicato alla scena gastronomica cittadina. Durante la crisi pandemica sono arrivate consulenze per alberghi e ristoranti, quindi, quasi per gioco, i tour gastronomici.

«Collaboravo con un’agenzia di viaggi. Mi piace il cibo, ho proposto di organizzare un tour e ho scoperto che alle persone piaceva moltissimo. Probabilmente ho semplicemente dato forma a una delle mie doti naturali che ben si abbina ai miei interessi».

Oggi ne organizza tre o quattro alla settimana nei mesi più richiesti, con gruppi di massimo otto persone ciascuno. Durano circa due ore e intercettano soprattutto americani, inglesi, olandesi, francesi e viaggiatori del Nord Europa. Italiani, finora, nessuno. «Mi dispiace, perché qui c’è tantissimo da scoprire anche per noi».

Foto di Ilaria Bertin

Una cucina senza passaporto
Capire Berlino attraverso il cibo significa innanzitutto rinunciare alla ricerca di una cucina berlinese paragonabile a quelle delle nostre città. La sua identità gastronomica nasce piuttosto dalle persone che sono arrivate qui. Il currywurst è diventato uno dei simboli cittadini. Il döner kebab nella versione servita dentro il pane, secondo la storia più diffusa, sarebbe nato proprio a Berlino all’interno della comunità turca. La presenza vietnamita racconta invece un altro pezzo del Novecento tedesco, legato agli accordi tra Vietnam e Germania Est e all’arrivo nella DDR di studenti e lavoratori vietnamiti.

La città si mangia così, attraverso stratificazioni successive. Ogni migrazione ha lasciato ingredienti, tecniche, locali e abitudini. La contaminazione è diventata una forma di identità e negli ultimi due o tre anni il movimento ha accelerato. «Chef da tutta Europa cercano di entrare nella scena berlinese, spesso iniziando con dei pop-up», ci racconta Ilaria. Arrivano format internazionali, collaborazioni temporanee e progetti come quella tra Apollo Bagels di New York e Sofi, bakery berlinese. Intanto crescono il pairing gastronomico, i vini naturali e l’universo alcohol free. Berlino funziona particolarmente bene proprio nelle nicchie, perché trova un pubblico disposto a cercarle.

@bro_d SOFI x Apollo Bagels Berlin Pop-Up 🥯☕️ #fyp #berlinfood #popup #apollobagels #berlinrestaurant ♬ Small Change – DON WEST

Maritozzi vegani e fattorie del Brandeburgo
Il tour più richiesto da Ilaria è quello che esplora la scena vegana. Si attraversa una zona di Mitte che permette di tenere insieme presente e passato della città, camminando e mangiando in quattro indirizzi diversi. Tra una tappa e l’altra si parla di Berlino Est, della caduta del Muro e della trasformazione di quartieri un tempo poverissimi, occupati successivamente da studenti, artisti e nuove comunità creative.

A tavola arrivano anche incontri difficili da immaginare prima di partire. Ci sono i maritozzi completamente vegetali e una macelleria vegana gestita da un italiano. C’è una bakery italiana fondata da una ragazza di Pavia trasferitasi a Berlino dieci anni fa. Molti ristoratori e artigiani si spingono appena fuori città, nel Brandeburgo, per acquistare direttamente gli ingredienti nelle fattorie. Il vegetale, qui, ha smesso da tempo di essere una semplice alternativa. È diventato terreno di sperimentazione.

Poi ci sono i vini naturali. Anche in questo caso il tour prevede poche persone e diverse soste, e in ogni locale viene scelta una bottiglia e da quella si parte per raccontare il produttore, il territorio e il modo in cui il vino è stato realizzato. Lo stesso approccio sta entrando nel mondo delle bevande senza alcol, una scena che a Berlino cresce rapidamente e che Ilaria ha cominciato a esplorare.

Il punto interessante dei suoi tour emerge però quando il bicchiere e il piatto diventano strumenti per parlare con qualcuno: «Mi piace unire la cultura del cibo con le persone». Per questo i gruppi rimangono piccoli. Si conversa con chi gestisce i locali, si fanno domande, si scoprono produzioni e ingredienti. Il turista smette per qualche ora di collezionare indirizzi e comincia a capire perché quei luoghi esistono proprio lì.

E inevitabilmente, racconta Ilaria, prima o poi si finisce a parlare dell’Italia. «Gli stranieri ci amano». Un giorno le piacerebbe portare questo stesso modello anche qui.

Intanto continua a raccontare Berlino a chi ha abbastanza curiosità da prenotare un tour gastronomico in una città che molti ancora non associano alla buona tavola. Forse è proprio questa la sua fortuna. Berlino non deve difendere una cucina immobile né custodire un repertorio intoccabile. Può assorbire ciò che arriva, trasformarlo e restituirlo con un accento proprio.

Per capire la città bisogna assaggiare le sue contraddizioni. E accettare che un maritozzo vegano, un döner e una bottiglia di vino naturale possano raccontare Berlino molto meglio di qualsiasi piatto che pretenda di essere autenticamente berlinese.

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Ogni cuvée ha una colonna sonora

La musica non serve solo a rendere ancora più gradevole bere un calice di Champagne ma può contribuire a far emergere aspetti che l’assaggio, da solo, non sempre rende immediatamente evidenti. È questa la convinzione di Julie Cavil, chef de caves di Krug, che da anni porta avanti il dialogo tra composizione musicale e assemblaggio enologico. La celebre maison ha affidato al compositore Max Richter una rilettura musicale di tre Champagne legati alla vendemmia 2008, ed è proprio da qui che nasce una domanda più ampia: quanto può il suono modificare ciò che percepiamo nel bicchiere? Che suono ha uno Champagne? E soprattutto, ascoltare una musica mentre lo si beve può cambiare davvero ciò che percepiamo? La domanda potrebbe sembrare un esercizio di sinestesia, se Krug non avesse deciso di trasformarla in un progetto concreto affidandosi a Max Richter, compositore e pianista britannico noto per un linguaggio capace di muoversi tra scrittura orchestrale ed elettronica.

Il progetto si chiama “Every Note Counts” e mette in dialogo Richter con Julie Cavil, chef de caves di Krug, partendo da tre diverse interpretazioni enologiche della vendemmia 2008. L’idea è semplice quanto ambiziosa: prendere tre Champagne con identità differenti e chiedere a un musicista di tradurre in suono le sensazioni suscitate dall’assaggio.

Richter ha così composto tre brani originali. Clarity nasce dall’incontro con Krug Clos d’Ambonnay 2008, Champagne proveniente da un solo appezzamento, una sola varietà d’uva e una sola annata. Ensemble interpreta Krug 2008, mentre Sinfonia accompagna Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio costruito a partire da 127 vini appartenenti a undici annate differenti. Tre composizioni che diventano una sorta di trasposizione musicale del passaggio dal solista all’orchestra.

È da questo esperimento che nasce la nostra conversazione con Julie Cavil. Perché dietro un progetto inevitabilmente spettacolare si nasconde una questione interessante per chiunque si occupi di vino: dove finisce la suggestione e dove comincia una reale interazione tra i sensi? E soprattutto, in un momento in cui la degustazione viene sempre più spesso circondata da musica, immagini e scenografie, quanto spazio resta al contenuto del bicchiere?

«Fin dal mio primo giorno in Krug sono rimasta colpita dal parallelismo tra musica e vino», racconta. «Entrambi si costruiscono attraverso equilibrio, ritmo, tensione e sfumature. Entrambi sono capaci di creare una connessione emotiva immediata». Un’affinità che negli anni è diventata parte integrante del suo modo di leggere ogni cuvée, tanto da arrivare a tradurre in suoni perfino gli appunti delle degustazioni del comitato tecnico. Oggi, spiega, ogni Champagne possiede «non solo un gusto, un aroma e una consistenza, ma anche un suono e una forma».  

Per Cavil, però, il punto di partenza resta sempre il vino. La musica entra in scena solo dopo, come strumento interpretativo. «Lo Champagne viene prima di tutto: la sua storia, la sua personalità, la sua espressione. La musica non distrae né abbellisce, ma invita a scoprire nuove dimensioni dell’esperienza di degustazione».  

L’idea trova un sostegno anche nella ricerca scientifica. Gli studi coordinati dal professor Charles Spence dell’Università di Oxford mostrano come il suono possa modificare la percezione di dolcezza, acidità, corpo o freschezza senza alterare il contenuto del bicchiere. Per alcuni l’effetto è molto evidente, per altri rappresenta un elemento che si aggiunge ad altri fattori, come il tipo di calice, la temperatura di servizio, la compagnia o persino lo stato d’animo del momento.  

In un’epoca in cui il vino viene sempre più spesso raccontato attraverso esperienze immersive, il rischio che scenografia e spettacolo prendano il sopravvento esiste. Cavil ne è consapevole, ma rivendica una gerarchia precisa: «Ogni esperienza nasce dalla cuvée, dalla sua composizione e dalla sua storia. Musica, gastronomia e scenografia funzionano come la cornice di un’opera d’arte: ne valorizzano la lettura senza modificarne il contenuto».  

Non è un caso che Krug per i suoi abbinamenti con la musica scelga musicisti come Max Richter o, in passato, Ryuichi Sakamoto. Più che una vicinanza stilistica, la Maison ricerca interlocutori capaci di portare uno sguardo diverso sul mestiere: «Cerchiamo autenticità, sensibilità e capacità di mettere in discussione il nostro modo di pensare. Gli incontri più interessanti sono quelli in cui entrambe le discipline imparano qualcosa l’una dall’altra».  

L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter
L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter

Se dovesse trasformare una caratteristica musicale in uno Champagne futuro, Cavil sceglierebbe il silenzio. O meglio, il rapporto tra suono e pausa: «Sono le pause a dare significato alle note. Mi piacerebbe creare uno Champagne in cui precisione e misura permettano a ogni sfumatura di emergere».

Molto più prudente è invece sul possibile effetto della musica direttamente sul vino: «La musica non cambia lo Champagne», precisa. «Può cambiare il modo in cui lo viviamo». Anche l’ipotesi che melodie o vibrazioni possano influenzare l’affinamento resta, almeno per Krug, una suggestione. L’azienda non ha mai svolto test specifici, anche se durante il lungo affinamento presta la massima attenzione alla stabilità delle bottiglie, perché vibrazioni meccaniche e movimenti potrebbero interferire con il naturale assestamento del vino. Diverso è il caso delle vibrazioni sonore, il cui effetto, secondo Cavil, riguarda soprattutto la percezione umana e non l’evoluzione fisica della cuvée.  

Alla fine il paragone tra un maître de chai e un compositore torna inevitabilmente. Ogni parcella viene ascoltata come fosse uno strumento dell’orchestra: «Assaggio i vini come fossero musicisti, ciascuno con il proprio timbro, il proprio colore e la propria tessitura. Il mio compito consiste nel comprenderne le singole voci e decidere se, in quell’annata, debbano diventare solisti, ensemble o orchestra». Una definizione che restituisce bene l’idea di un assemblaggio in cui la tecnica resta fondamentale, ma la sensibilità interpretativa fa la differenza. Il dettaglio non modifica la sostanza, ma molto spesso fa la differenza.

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Il luogo dove una comunità si ritrova

Locanda del Pilone

Il mondo della vendemmia ha sempre avuto una certa fantasia quando si trattava di propiziarsi una buona annata. C’era il primo grappolo raccolto con una preghiera, la prima cesta d’uva affidata al padrone di casa, i canti che accompagnavano il lavoro tra i filari molto prima che arrivassero trattori e casse bluetooth. Se la vendemmia dipendeva dal sole, dalla pioggia e da una buona dose di fortuna, qualsiasi gesto che promettesse un raccolto migliore meritava di essere conservato.

Poi c’erano i piloni. Chi non è cresciuto in campagna probabilmente li ha sempre scambiati per piccole cappelle ai bordi delle strade. In Piemonte, invece, il pilone è qualcosa di più. Lo trovi all’incrocio di una strada bianca, all’inizio di una vigna o vicino a una cascina, è lì da decenni, spesso da secoli. A volte dedicato a un santo protettore dei raccolti, altre costruito per ringraziare dopo una grandinata evitata o una vendemmia andata bene.

Ma il suo significato più intrigante va oltre la religione. Il pilone era uno dei pochi luoghi dove una comunità si fermava davvero. Durante le rogazioni ci si ritrovava lì per chiedere che la grandine girasse al largo e che la stagione facesse il suo dovere. Era un punto di riferimento, prima ancora che un simbolo. Un posto dove il territorio smetteva di essere un insieme di campi e diventava una comunità.

È da qui che prende il nome la Locanda del Pilone. La piccola cappella dedicata a San Rocco è ancora lì, accanto alla struttura. E più si passa del tempo in questo luogo, più ci si rende conto che il nome non è stato scelto perché suonava bene.

Qui tutto gira intorno allo stesso principio, fare in modo che le persone si sentano parte di qualcosa. La famiglia Boroli è arrivata all’ospitalità passando dal vino. Prima le vigne, poi la cantina, infine l’ospitalità. La Locanda occupa un antico casale restaurato, con poche camere affacciate sui vigneti, una piscina che guarda le colline e un ristorante stellato. Potrebbe fermarsi qui e funzionerebbe comunque. Invece succede una cosa abbastanza rara: l’impressione è che nessuno stia cercando di convincerti che sei in un posto speciale, te ne accorgi da dettagli molto meno appariscenti, dal modo in cui ti parlano del produttore delle nocciole, come se stessero nominando un vicino di casa; dal fatto che i vini Boroli non sono un marchio da esibire, ma il naturale prolungamento delle vigne che hai davanti agli occhi.

Anche Federico Gallo lavora nello stesso modo. In dieci anni ha costruito una cucina profondamente piemontese senza trasformarla in un esercizio di nostalgia. La conferma è arrivata durante la cena organizzata per celebrare i suoi dieci anni alla Locanda. L’occasione sembrava perfetta per raccontare lo chef, invece ha raccontato tutto il resto. C’erano i quattro fratelli Boroli, i collaboratori, i fornitori, gli amici del progetto. A ognuno Federico Gallo ha dedicato un piatto che ha segnato una tappa del proprio percorso. Non era un menu celebrativo, ma una specie di album di famiglia. Anche il pairing seguiva la stessa logica. I Barolo e le altre etichette Boroli dialogavano con gli Champagne Krug, di cui il ristorante è Ambassade.

Se il pilone una volta riuniva i contadini prima della vendemmia, oggi mette attorno allo stesso tavolo chi quel territorio lo coltiva, lo cucina, lo racconta e lo attraversa. Cambiano le persone, cambia il contesto, ma il rito è rimasto lo stesso.

Locanda del Pilone
Strada della Cicchetta, 34 – Loc. Madonna di Como, Alba (CN)

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Come leggere i cibi dell’estate dal banco alla cucina

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Alle sette e mezza del mattino, sotto i teloni ancora umidi di un mercato di paese, i pomodori hanno già occupato tre cassette. I pomodori cuore di bue stanno larghi, costoluti e leggermente spaccati in cima; i datterini si accalcano lucidi, quasi tutti della stessa misura; i San Marzano, più opachi e allungati, aspettano la salsa. Poco più avanti, una mano rigira un peperone verde per controllare che la buccia sia tesa, mentre il venditore taglia un melone e ne avvicina una fetta al naso di una cliente. Sul cartello c’è scritto soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Il resto bisogna saperlo leggere.

Al supermercato il consumatore ha imparato a voltare la confezione. Cerca gli ingredienti, confronta le percentuali, individua il sale e diffida delle parole decorative. Al banco dell’ortolano non c’è nulla da girare: le informazioni sono nella forma, nel colore, nella consistenza e nel momento della stagione. Proprio qui comincia la parte interessante. Un peperone verde non porta gli stessi pigmenti di uno rosso; una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza sviluppare lo stesso profumo; una melanzana da poche chilocalorie può diventare uno dei bocconi più energetici della tavola dopo avere incontrato una padella d’olio.

Il valore nutrizionale dipende anche dal modo in cui un alimento viene scelto, conservato e cucinato. L’estate offre ortaggi e frutti ricchi d’acqua, fibre, vitamine e sostanze vegetali, ma non li consegna con il manuale d’uso. Per orientarsi bastano alcuni indizi, quasi tutti già visibili sul banco.

Pomodoro – Il rosso che vuole compagnia
Il pomodoro crudo e la salsa non sono due versioni intercambiabili dello stesso alimento. Il primo conserva meglio la vitamina C, sensibile al calore; la seconda rende più disponibile il licopene, il carotenoide responsabile del colore rosso. La sua attività antiossidante contribuisce a limitare lo stress ossidativo – l’eccesso di molecole reattive che può danneggiare lipidi e strutture cellulari – ed è studiata soprattutto in relazione alla salute cardiovascolare.

Nel pomodoro fresco il licopene rimane in parte intrappolato nelle cellule vegetali. Triturazione e calore ne facilitano la liberazione durante la digestione; poiché è liposolubile, consumarlo insieme a una quota di grassi, come l’olio d’oliva, ne favorisce l’assorbimento. In un piccolo studio su adulti sani, i pomodori cotti con olio hanno prodotto concentrazioni plasmatiche di licopene superiori rispetto a quelli preparati senza. La cucina mediterranea ci aveva già visto lungo.

La varietà orienta soprattutto gusto e destinazione. Datterini e ciliegini tendono a concentrare dolcezza e aroma; cuore di bue e costoluti, più acquosi, rendono bene da crudi; San Marzano e altri pomodori allungati, carnosi e con poche cavità interne, sopportano la trasformazione in salsa. Sono tendenze, non formule: cultivar, maturazione, irrigazione e terreno possono spostare parecchio i valori. Alternare crudo, appena scottato e cotto permette di conservare alcuni nutrienti e renderne più accessibili altri.

Peperone – Il colore non è un semaforo
Verde, giallo e rosso non indicano sempre tre tappe della stessa corsa. Il peperone verde è spesso raccolto prima della completa maturazione, mentre il colore finale – giallo, arancione o rosso – dipende anche dalla varietà. Un peperone giallo, insomma, non è necessariamente un rosso che non si è ancora impegnato abbastanza.

La maturazione modifica comunque la composizione. Con la diminuzione della clorofilla emergono carotenoidi diversi e cambia la dolcezza percepita. Secondo le tabelle del Crea, cento grammi di peperone verde crudo apportano circa centoventisette milligrammi di vitamina C; nei peperoni rossi e gialli il valore medio sale a circa centosessantasei. Una porzione normale può quindi superare ampiamente la quantità associata, nell’immaginario comune, agli agrumi.

La cottura apre un piccolo negoziato. La vitamina C teme acqua, calore e tempi prolungati, mentre alcuni carotenoidi diventano più accessibili quando la struttura vegetale si ammorbidisce e il peperone viene consumato con un grasso. Crudo mantiene croccantezza e più vitamina C; arrostito, soprattutto se privato della buccia, può risultare più tollerabile.

Anche la varietà suggerisce l’uso. I friggitelli, piccoli e dalla polpa sottile, richiedono cotture rapide; il corno di bue, più lungo e carnoso, regge forno, griglia e farciture. Il peperone di Senise Igp viene invece essiccato e può diventare crusco dopo un passaggio brevissimo nell’olio. Il colore racconta maturazione e pigmenti; forma e spessore della polpa indicano quale cucina gli conviene.

Melanzana – A tutta buccia
Da cruda, la melanzana apporta appena ventitré chilocalorie per cento grammi ed è composta soprattutto da acqua. La sua reputazione di alimento leggero, però, dura fino all’incontro con la padella: la polpa porosa assorbe facilmente i grassi e la densità energetica del piatto può cambiare molto secondo la cottura.

La salatura preventiva richiama parte dell’acqua e rende la consistenza più compatta, ma non impedisce alla melanzana di impregnarsi. Contano soprattutto temperatura dell’olio, durata della frittura e spessore delle fette. Forno, griglia e microonde richiedono meno condimento e mantengono il piatto più vicino al profilo dell’ortaggio di partenza.

La buccia viola concentra antociani, pigmenti studiati per la loro attività antiossidante; la polpa fornisce fibra, utile per sazietà e regolarità intestinale. Pelarla significa perdere una parte dei pigmenti, non svuotarla di ogni interesse. Le varietà lunghe e le perline hanno spesso una pelle più sottile; quelle grandi e tonde possono risultare più coriacee. Sulla carta la melanzana è leggera. Il resto lo decide la cucina.

Zucchina – La forza della leggerezza
La zucchina fa della discrezione il proprio punto di forza. È composta soprattutto da acqua, ha una densità energetica molto bassa e apporta potassio – coinvolto nell’equilibrio dei liquidi e nella normale funzione muscolare – insieme a piccole quantità di vitamina C e fibra. La buccia aggiunge pigmenti e altra fibra, perciò, quando è tenera e ben lavata, conviene conservarla.

Le varietà cambiano soprattutto consistenza e destinazione. La romanesca, costoluta e saporita, mantiene una buona tenuta in padella; la trombetta d’Albenga ha polpa soda e delicata, con i semi concentrati quasi soltanto nell’estremità; le zucchine tonde si prestano alle farciture. Griglia, vapore e cotture rapide ne rispettano la freschezza; lasciata cuocere più a lungo, la zucchina diventa una base cremosa capace di dare volume a zuppe, salse e impasti.

Anche il fiore è commestibile. Quello femminile rimane attaccato al frutto, mentre il maschile cresce su uno stelo più sottile; entrambi possono essere consumati crudi, appena scottati, farciti o aggiunti a frittate e risotti. La frittura resta la destinazione più celebre, non l’unica.

Una precauzione riguarda l’amarezza intensa e anomala. Può segnalare la presenza di cucurbitacine – sostanze prodotte naturalmente dalle Cucurbitacee come difesa – che, in concentrazioni elevate, provocano disturbi gastrointestinali e resistono alla cottura. In quel caso la zucchina va scartata. Per il resto, il suo pregio è semplice: acqua, leggerezza e una versatilità che non reclama il centro del piatto.

Cipolla rossa – Il meglio sta appena sotto
La cipolla rossa concentra una parte importante dei propri flavonoidi negli strati più esterni. Sono composti vegetali che partecipano alla difesa dallo stress ossidativo: tra questi domina la quercetina, mentre gli antociani sono responsabili delle tonalità rosse e violacee. Eliminare, insieme alla tunica secca, uno o due strati carnosi può quindi portarne via una quota rilevante.

Uno studio condotto sulla cipolla rossa di Tropea ha osservato che, dopo una normale pelatura domestica, la parte edibile conservava ancora il settantanove per cento di uno dei principali derivati della quercetina, ma soltanto il ventisette per cento degli antociani complessivi. La conclusione non è mangiare la buccia cartacea: basta fermarsi quando comincia il tessuto integro e succoso.

La dolcezza della Tropea non dipende semplicemente da una quantità eccezionale di zuccheri. Entrano in gioco acqua, acidità e minore aggressività dei composti solforati – le sostanze responsabili della piccantezza e delle lacrime durante il taglio. Cruda mantiene croccantezza e intensità; marinata nell’aceto o nel limone perde parte della forza; cotta lentamente sviluppa una dolcezza più rotonda. Prima della ricetta conta un gesto molto più semplice: sbucciarla senza eccesso di zelo.

Cappero e cucuncio – Il bocciolo e il frutto
Il cappero è un bocciolo floreale raccolto prima che si apra. Appena colto è duro, amaro e poco accomodante; la conservazione sotto sale, in salamoia o nell’aceto ne modifica consistenza e sapore, trasformandolo nell’ingrediente pungente che conosciamo. In questo caso la lavorazione è ciò che lo rende gradevole e utilizzabile in cucina.

La composizione è ricca di flavonoidi, soprattutto quercetina e rutina, e di glucosinolati – sostanze presenti anche nelle crucifere, responsabili di parte delle note amare e piccanti. I valori calcolati su cento grammi sono notevoli, ma la porzione reale è di pochi capperi: più che un alimento da consumare in quantità, è un ingrediente capace di aggiungere molto con pochissimo.

I boccioli più piccoli, classificati commercialmente come non-pareilles, sono apprezzati per consistenza e finezza. Il cucuncio è invece il frutto della stessa pianta: più grande, carnoso e provvisto di semi. Nessuno dei due nasce salato; il sodio dipende dal metodo di conservazione e può essere ridotto sciacquando o dissalando il prodotto, senza eliminarlo del tutto. Proprio questa intensità permette, dopo il risciacquo, di evitare altro sale aggiunto e portare nel piatto sapidità, acidità e una lieve nota amara.

Anguria e melone – L’acqua non racconta tutto
Anguria e melone contengono oltre il novanta per cento d’acqua e contribuiscono all’idratazione estiva insieme a ciò che si beve durante la giornata. Aggiungono freschezza, volume, potassio e una densità energetica contenuta, ma dietro la somiglianza iniziale nascondono composizioni diverse.

La polpa rossa dell’anguria deve il colore al licopene, lo stesso carotenoide presente nel pomodoro. Contiene anche citrullina – un amminoacido utilizzato dall’organismo nella produzione di arginina e ossido nitrico, coinvolto nella regolazione del tono dei vasi sanguigni. Le quantità cambiano tra cultivar e parti del frutto e non fanno dell’anguria un integratore per la circolazione; una quota è presente anche nella fascia bianca vicina alla buccia, che può essere marinata o trasformata in conserva.

Tra i meloni, la differenza più evidente è scritta nella polpa. Quelli arancioni, come cantalupo e retato, sono ricchi di betacarotene e contengono mediamente più vitamina C. Nelle tabelle Crea, i meloni invernali a polpa chiara hanno invece più acqua e, in media, meno zuccheri e calorie, mentre potassio e fibra rimangono su valori simili. L’arancione offre soprattutto carotenoidi; il bianco punta su acqua e delicatezza. Qui il colore anticipa davvero una parte di ciò che finirà nel piatto.

Drupacee – Questione di tempo
Pesche, nettarine, percoche, albicocche e susine condividono il nocciolo, non la stessa composizione. Il colore offre qualche indizio: nelle albicocche e nelle varietà a polpa gialla prevalgono i carotenoidi; nelle susine rosse e violacee aumentano gli antociani, concentrati soprattutto nella buccia. Quando è integra e ben lavata, conservarla permette di trattenere più fibra e pigmenti.

Pesche e nettarine sono nutrizionalmente molto simili: la differenza più evidente è la buccia, vellutata nelle prime e liscia nelle seconde. Le percoche hanno in genere una polpa più soda e aderente al nocciolo, adatta alla cottura e alla conservazione; le pesche a polpa fondente risultano più succose e delicate. Le differenze tra cultivar possono comunque superare quelle suggerite dal nome del frutto.

Conta soprattutto il momento della raccolta. Pesche, nettarine, albicocche e molte susine sono frutti climaterici: dopo essere stati staccati continuano a produrre etilene, ad ammorbidirsi e a sviluppare parte dei propri aromi. Nei primi giorni il profumo può intensificarsi; con il tempo eccessivo, la polpa perde consistenza e la freschezza aromatica diminuisce.

Questo non significa che qualsiasi frutto acerbo recuperi in cassetta ciò che non ha ricevuto sull’albero. Una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza raggiungere lo stesso equilibrio tra profumo, dolcezza e acidità di una raccolta più vicina alla maturità fisiologica. Per pesche e nettarine conviene cercare profumo, assenza di verde intorno al picciolo e una polpa che ceda appena alla pressione. Il tempo continua a lavorare anche dopo il raccolto, ma non fa miracoli.

Frutti di bosco – Tutta la sostanza del colore
Lamponi, more, mirtilli, ribes e fragoline vengono riuniti sotto il nome di frutti di bosco, pur appartenendo a famiglie botaniche diverse. A tenerli insieme sono soprattutto le dimensioni ridotte, la stagione breve e una notevole ricchezza di pigmenti. Le fragole coltivate vengono spesso associate al gruppo per composizione e uso, anche se hanno una storia differente.

Mirtilli, more e ribes scuri devono le tonalità blu, viola e quasi nere agli antociani, studiati per la capacità di contrastare l’ossidazione e di modulare alcuni processi infiammatori e vascolari. Lamponi, fragole e more contengono anche ellagitannini, che il microbiota intestinale trasforma in altri metaboliti. Il dato più concreto non sta nella singola molecola, ma nella varietà di pigmenti che questi frutti permettono di introdurre in una porzione piccola.

La consistenza aggiunge un’altra differenza. Lamponi e more sono formati da numerose piccole drupe e devono ai semi una quota di fibra elevata; fragole e ribes apportano molta vitamina C, mentre nei mirtilli buona parte dei pigmenti si concentra nella buccia. Mangiarli interi conserva la struttura fibrosa; ridurli in succo significa perderne una parte.

Sono frutti delicati: muffe e ammaccature si diffondono rapidamente, perciò conviene conservarli asciutti e lavarli soltanto poco prima del consumo. Il congelamento ne modifica la consistenza, ma conserva fibra e minerali e mantiene una parte consistente dei pigmenti, mentre la vitamina C può ridursi durante conservazione e scongelamento. Fuori stagione, il surgelato può essere una scelta più sensata di un fresco raccolto troppo presto e rimasto a lungo in viaggio.

Fichi e fico d’India – Due famiglie sotto lo stesso nome
Non tutti i fichi si presentano due volte. Le varietà bifere producono all’inizio dell’estate i fioroni, sviluppati sui rami dell’anno precedente, e tra la fine dell’estate e l’autunno i forniti; le varietà unifere danno un solo raccolto. I primi sono in genere più grandi e acquosi, i secondi più piccoli e concentrati, anche se dolcezza, colore e consistenza cambiano molto tra cultivar e andamento della stagione.

Quello che chiamiamo frutto è in realtà un siconio – un ricettacolo carnoso che racchiude numerosi piccoli fiori. I granelli che scricchiolano sotto i denti sono i minuscoli frutti sviluppati da quei fiori e contribuiscono, insieme alla buccia e alla polpa, alla quota di fibra. Nel fico fresco convivono fibra solubile e insolubile: la prima trattiene acqua e contribuisce a rendere più morbido il contenuto intestinale, la seconda favorisce il transito. Si aggiungono potassio e una piccola quota di calcio.

La dolcezza può trarre in inganno. Il fico fresco contiene oltre l’ottanta per cento d’acqua e apporta circa sessantatré chilocalorie per cento grammi: più di pesche e anguria, ma molto meno di quanto suggerisca la polpa mielosa. Con l’essiccazione l’acqua diminuisce e zuccheri, fibra, energia e minerali si concentrano. Il fico secco è quindi un alimento più denso, da consumare in una porzione minore.

Il fico d’India condivide il nome, non la famiglia botanica. La polpa ha una quantità di zuccheri ed energia simile a quella del fico fresco, ma contiene circa cinque grammi di fibra per cento grammi, quasi tutta insolubile. I numerosi semi contribuiscono a questa quota, utile alla regolarità intestinale ma non sempre ben tollerata quando il consumo è abbondante. Le varietà bianche, gialle e rosse cambiano soprattutto per pigmenti; la differenza più concreta rimane sotto i denti.

Erbe aromatiche – Quando le foglie contano
L’estate è la stagione in cui le erbe aromatiche smettono di arrivare sul piatto in due foglie contate. Basilico, prezzemolo, menta, maggiorana e finocchietto riempiono mazzi e vasi, abbastanza abbondanti da entrare nelle ricette a manciate. Usate come decorazione incidono poco; trasformate in pesti, salse verdi, insalate e ripieni diventano una vera componente vegetale del piatto.

Sotto il profumo c’è una composizione tutt’altro che trascurabile. Molte di queste foglie apportano vitamina K, folati e carotenoidi; il prezzemolo è anche particolarmente ricco di vitamina C. Cinque grammi – la porzione indicata dalle tabelle nutrizionali – ne forniscono circa otto milligrammi: non sostituiscono una porzione di verdura, ma mostrano quanta sostanza possa stare in una manciata.

Basilico, menta, origano, timo, salvia e rosmarino contengono inoltre composti fenolici. Tra questi figurano l’acido rosmarinico e, in rosmarino e salvia, l’acido carnosico; timo e origano devono parte del proprio carattere a timolo e carvacrolo. Sono sostanze studiate soprattutto in modelli sperimentali per la capacità di contrastare l’ossidazione e modulare alcuni processi infiammatori. Nel piatto partecipano alla varietà della dieta, senza assumere il ruolo di farmaci.

La consistenza suggerisce anche il modo di usarle. Basilico, menta, prezzemolo ed erba cipollina affidano buona parte del proprio carattere a profumi fragili e rendono meglio freschi, aggiunti alla fine o lavorati senza lunghe cotture. Rosmarino, salvia, timo e origano sopportano forno, brace ed essiccazione, che elimina l’acqua e modifica il profilo aromatico.

Il loro vantaggio nutrizionale coincide con quello gastronomico: aumentano la presenza vegetale e costruiscono sapore senza affidare tutto al sale o ai condimenti. Una foglia di basilico appoggiata sulla pasta resta una guarnizione; un pesto, una salsa di prezzemolo o un’insalata die erbe sono già un ingrediente.

Al mercato i cartelli continueranno a dire soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Tra colore, maturazione e destinazione in cucina, però, il banco ora si lascia leggere un po’ meglio.

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Il burro diventa destinazione in un negozio parigino monoprodotto

Quanto è buono il burro

Dopo il pistacchio, il tiramisù e la mousse al cioccolato, anche il burro conquista un indirizzo tutto suo. A Parigi, nel XV arrondissement, ha aperto Le Butter Shop, una boutique che ruota interamente attorno a uno degli ingredienti simbolo della cucina francese, e considerando quando questo ingrediente sia amato oltralpe, quasi ci stupiamo che non fosse ancora successo. Alla base, l’idea di trasformare un alimento di uso quotidiano in un’esperienza di degustazione, vendita e racconto, seguendo una formula che negli ultimi anni ha già premiato numerosi locali monotematici, dedicati a un solo prodotto. 

Sugli scaffali si trovano una trentina di burri provenienti da piccoli produttori francesi, dalle versioni classiche con fleur de sel fino a quelle aromatizzate con alghe, scalogno, pepe del Madagascar, tartufo, yuzu, vaniglia, lampone e perfino cioccolato. Il negozio propone assaggi prima dell’acquisto, confezionamento sottovuoto per chi viaggia e una selezione di vini, senapi e altri prodotti di gastronomia destinati a costruire il perfetto picnic parigino. 

L’elemento che ha contribuito alla viralità del locale, però, è un altro. Al centro dello spazio campeggia un enorme cono di burro salato, pensato esplicitamente per diventare sfondo di fotografie e video condivisi sui social. In pochi giorni dall’apertura, creator e turisti hanno trasformato il negozio in una tappa obbligata del loro itinerario gastronomico. 

Il caso è interessante perché va oltre il semplice negozio specializzato e conferma una tendenza ormai consolidata: il successo dei format monotematici, nei quali il prodotto diventa protagonista assoluto, con un coté instagrammabile immancabile. Non si vende soltanto un alimento, ma un’esperienza facilmente raccontabile, riconoscibile e condivisibile: il valore percepito nasce tanto dalla selezione quanto dalla possibilità di dire «ci sono stato».

Per la Francia il burro rappresenta inoltre un simbolo identitario, al pari dell’olio extravergine in molte regioni italiane. Dedicargli un’intera boutique significa trasformare un ingrediente fondamentale della cucina in un oggetto culturale e turistico, rendendolo accessibile anche a un pubblico internazionale che spesso lo conosce soltanto attraverso marchi celebri.

Resta da capire se il Butter Shop sarà ricordato come una curiosità destinata a esaurirsi con il ciclo delle tendenze social oppure se inaugurerà una nuova categoria di negozi specializzati. In ogni caso, racconta bene una trasformazione del consumo contemporaneo: oggi anche il prodotto più ordinario può diventare destinazione, a patto di essere inserito in una narrazione capace di suscitare curiosità e desiderio.

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