Ranucci e il caso Lavitola, l'Anm difende l'applauso del 2025: "Standing ovation? Fu solo un gesto di solidarietà dopo l'attentato"



“Non risulta a nessuno che si possa trattare di qualcosa di diverso da un problema interno”. Una smentita secca per sgomberare il campo dalle ipotesi ventilate a quattro giorni dal boato che ha scosso la provincia di Roma: così il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scelto di intervenire sull’esplosione nella fabbrica di munizioni di Colleferro, saltata in aria alla vigilia di Ferragosto, spiegando che non c’è alcuna “pista russa”, possibilità accreditata da La Repubblica in un articolo, nel quale si spiega che gli inquirenti l’hanno presa in considerazione.
Il governo italiano, almeno per il momento, non sembra dare credito a questa possibilità per spiegare quanto avvenuta tra le mura dell’ex Simmel, oggi Knds, azienda in prima linea per il riarmo europeo. Secondo Repubblica, infatti, la procura starebbe verificando possibili collegamenti con un altro sito di munizioni saltato in aria in Bulgaria. L’esecutivo, però, respinge questa lettura: “Non risulta a nessuno che si possa trattare di qualcosa di diverso da un problema interno”, ha dichiarato Crosetto all’Adnkronos.
Le sue parole arrivano proprio nel giorno in cui il leader di Azione, Carlo Calenda, chiede al governo di prendere posizione sulla vicenda: “Il governo dovrà riferire in Parlamento immediatamente alla ripresa. Non possiamo rimanere nell’incertezza su un possibile attacco ibrido russo (le televisioni di Mosca hanno dato ampio risalto a quanto avvenuto) che si configurerebbe come il più grave mai portato a termine sul suolo italiano e uno dei più devastanti a livello europeo”, ha scritto sui social il leader di Azione.
Un allarme che, al momento, l’esecutivo non condivide. Intanto anche il Copasir sta seguendo la situazione: il Comitato è infatti in contatto con le agenzie italiane per gli eventuali aggiornamenti sull’individuazione delle cause. Da parte delle autorità c’è la giusta riservatezza visto che sulla vicenda c’è un’indagine in corso.
L'articolo Crosetto smentisce la “pista russa” dietro l’esplosione nella fabbrica di munizioni a Colleferro: “Non risulta a nessuno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 17 agosto di sedici anni fa scomparve Francesco Cossiga, uomo politico democristiano di sensibilità liberale e ottavo Presidente della Repubblica italiana. Secondo alcuni osservatori con lui si seppelliva una parte importante di storia della Repubblica non raccontata, a partire dalla complessa stagione della “guerra fredda” e ai frutti avvelenati che seppe produrre nella sua discesa verso il dissolvimento, terrorismo compreso, con il tragico episodio del rapimento e dell’uccisione di Moro, fino ai grandi enigmi italiani che tra gli anni ’70 e i ’90 restarono senza soluzione, tra cui la strage di Ustica.
Non sapremo mai se questa onniscenza cossighiana sui fatti oscuri fosse soltanto leggenda, peraltro da lui sapientemente alimentata attraverso l’ostentata predilezione per le tecnologie della cyber security, la sua predilezione per gli spiazzamenti dell’interlocutore e la sua proverbiale anglofilia, ivi comprese l‘MI5 (sicurezza interna e controspionaggio), l‘MI6 o Secret Intelligence Service (spionaggio all’estero, reso celebre da James Bond) e il Gchq (sicurezza informatica e intercettazione delle comunicazioni). Di certo quell’aura da grande sciamano delle tecnologie moderne della sicurezza l’ha accompagnato dai tempi della sua esperienza al ministero degli Interni e resterà sempre una chiave condivisa per ricordarlo.
Ma Cossiga fu molto più della sua passione per la cyber security: fu un politico colto, intellettualmente assai curioso, capace di un’espressività intrisa di sarcasmo, cosa alquanto rara per la politica italiana di ieri e di oggi, che lo allineerà a Giulio Andreotti, altro fuoriclasse democristiano che usò ironie e sarcasmi come efficacissime armi improprie. Cossiga maneggiava quelle armi come un corpo contundente che non faceva prigionieri: come dimenticare quella diretta televisiva su Sky, conduttrice Maria Latella (2008), in cui l’allora ex Presidente ebbe a distruggere il nuovo capo dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara, sostenendo che i nomi delle persone derivano dalle persone stesse e dunque avendo il magistrato una ” faccia da tonno”, il suo nome evocava giustamente la marca di un ottimo pesce commestibile.
In realtà il graffio urticante del sarcasmo fu una modalità espressiva dell’ultima parte della vita pubblica di Francesco Cossiga, diciamo all’ingrosso la terza. Ma ce ne fu una prima, che lo vide assumere il ruolo di capo dell’importante dicastero che fu di Scelba, e poi di presidente del Senato e per poco più di un anno primo ministro, ma solo dopo la lunga progressione di sei legislature (dal 1958) in cui svolse i suoi ruoli istituzionali con piglio tutt’altro che rumoroso. Non mise piede nei piani alti della politica democristiana, né aggiunse al suo curriculum i numerosi stendardi ministeriali che ornavano i petti dei suoi colleghi. Ma restò un riferimento autorevole della politica italiana, stimato e apprezzato trasversalmente.
Una svolta la si ebbe durante il suo mandato presidenziale, che gli fu dato a soli 56 anni, nel 1985, con la regia di Ciriaco De Mita e con la spinta emotiva degli eventi di qualche anno prima che lo videro dimissionario da ministro che non era riuscito a salvare Aldo Moro. Troppo poco si ricorda del suo mandato presidenziale, citato soprattutto per le sue “picconate”, esternazioni forti dal punto di vista della comunicazione istituzionale, rivolte alla politica affinché prendesse atto dell’urgenza delle riforme costituzionali necessarie a far fronte al nuovo tempo. Aveva perfettamente capito, infatti, fin dallo scoccare del 1990, che la caduta del Muro di Berlino avrebbe travolto tutta la vecchia politica e che si imponeva un nuovo modo, anche dal punto di vista delle istituzioni, di far fronte al cambiamento.
La terza vita di Cossiga fu dal 1992 al 2010: era uscito dal Quirinale a 64 anni, troppo giovane per fare il pensionato. E infatti fu tutt’altro che spettatore: fondò partiti, organizzò strategie, commentò e, in qualche misura, orientò la politica con quella lucidità che talvolta apparve luciferina. Un ricordo. Erano i primi anni ’90, quelli delle picconate. Ero un giovane deputato alla prima legislatura e piuttosto preoccupato dal conflitto che la Dc aveva aperto con il Presidente della Repubblica. Feci una dichiarazione che una grande testata nazionale volle raccogliere e titolare, forse perché un’apertura così schietta a Cossiga sembrò strana per un deputato il cui partito era in rotta col Presidente. Mi arriva una telefonata sul cellulare che all’epoca era un arnese che pesava più di un chilo, diceva di essere Cossiga ma io lo scambiai per uno scherzo e richiusi. Mi chiamò il centralino del Quirinale: era davvero il Presidente. Balbettando qualche scusa accettai l’invito a recarmi da lui l’indomani mattina alle 8 e mezzo. Precisò: “Solo per cinque minuti”. Puntuale mi presentai e fui da lui trattenuto per 35 minuti. Io non dissi una parola, ma il Presidente mi parlò delle dinamiche sociologiche ed economiche della mafia siciliana, e poi mi salutò. Me ne andai senza aver capito il perché di quella lezione alle otto e mezzo del mattino.
C’è un momento, nel corso delle trattative politiche, in cui la moltiplicazione dei nomi comincia a raccontare esattamente il contrario di ciò che dovrebbe raccontare. Quando un candidato non c’è, se ne mettono sul tavolo una dozzina. Quando nessuno convince davvero, si apre contemporaneamente a più ipotesi. E quando il campo è largo ma la strada resta stretta, può persino accadere che il nome più ingombrante torni improvvisamente al centro della scena.
È il caso di Matteo Renzi.
Da giorni il centrosinistra sta giocando al risiko delle primarie. Nell’area che fa capo al senatore di Rignano si moltiplicano i nomi: Silvia Salis, Giorgio Gori, Gaetano Manfredi, Ernesto Ruffini. Poi altri nomi che circolano per il ruolo di possibile federatore, le suggestioni, i “papa stranieri”, le autocandidature più o meno esplicite. Nel frattempo, Elly Schlein e Giuseppe Conte restano i due poli intorno ai quali dovrebbe organizzarsi la competizione. Un quadro ancora largamente indefinito, nel quale la domanda più semplice – chi sfiderà chi? – non ha ancora una risposta convincente.
Ed è proprio dentro questa confusione che torna a circolare un’indiscrezione destinata a far discutere: e se, alla fine, fosse proprio Renzi a scendere in campo?
Non è una candidatura annunciata. Non è una decisione presa. E sarebbe sbagliato trasformare un retroscena in una certezza. Ma l’ipotesi non sembra più soltanto una provocazione estiva. Qualche giorno fa, Il Foglio l’ha messa nero su bianco, parlando della possibilità che l’ex premier possa misurarsi direttamente alle primarie contro Schlein e Conte. Del resto, dentro Italia Viva nessuno conferma e nessuno smentisce, mentre c’è chi considera tutt’altro che casuale la circolazione della suggestione.
E forse è proprio questo il punto.
Renzi, fin qui, si è “limitato” a interpretare il ruolo del regista. Ha indicato Salis come “nome forte” per le primarie, spiegando che la sindaca di Genova potrebbe sommare il voto organizzato di Italia Viva alla propria forza personale. Ha insistito sulla necessità di costruire un’area riformista capace di stare dentro la coalizione senza farsi assorbire da Pd, Movimento 5 Stelle e Avs. Ha ripetuto che senza il centro riformista il campo largo, semplicemente, non vince.
Ma il regista, a un certo punto, potrebbe anche decidere di entrare in scena.
La logica della mossa sarebbe tutt’altro che incomprensibile. Se Renzi ritiene che il problema del centrosinistra non sia soltanto trovare un candidato, ma decidere quale idea di centrosinistra proporre agli italiani, allora candidare un altro significa delegare ad altri la battaglia che considera decisiva: quella per il profilo politico della coalizione.
E qui torna il paradosso di queste settimane. Si cercano figure capaci di unire ciò che oggi appare diviso, ma ogni nome rischia di essere “bruciato” prima ancora di essere candidato. Salis viene tirata continuamente dentro e poi, un attimo dopo, fuori. Gori e Manfredi entrano nel borsino. Ruffini viene evocato. Altri nomi vengono fatti circolare. Persino l’ipotesi di un federatore esterno viene discussa. E più aumenta il numero delle possibilità, più diventa evidente che manca ancora un punto di equilibrio.
In questo scenario, Matteo Renzi avrebbe almeno un vantaggio: non avrebbe bisogno di presentarsi agli elettori delle primarie come una sorpresa. La sua posizione è già definita, la sua rete politica è conosciuta, la sua identità riformista è riconoscibile. E soprattutto potrebbe trasformare la primaria da semplice conta tra Schlein e Conte in una vera competizione sulla direzione strategica del centrosinistra.
Sarebbe una scommessa enorme, naturalmente.
Renzi conosce bene il prezzo delle primarie. Conosce altrettanto bene il vantaggio che possono offrire a chi riesce a trasformarle in una battaglia politica comprensibile. E sa che correre significherebbe esporsi personalmente, mettendo sul tavolo non soltanto la leadership della coalizione, ma anche il futuro del suo progetto centrista e riformista.
Proprio per questo, però, la candidatura avrebbe una sua razionalità.
Perché, se il campo largo deve davvero scegliere il proprio leader attraverso le primarie, prima o poi dovrà smettere di nascondersi dietro la lista dei possibili candidati e affrontare la questione politica vera: quale maggioranza vuole costruire? Con quale programma? Con quale collocazione internazionale? Con quale rapporto con il centro? E, soprattutto, con quale idea di governo?
Renzi potrebbe essere tentato di rispondere a queste domande direttamente, senza affidare la propria battaglia a un candidato terzo.
Non sarebbe nemmeno la prima volta che l’ex premier sorprende il tavolo quando tutti stanno ancora apparecchiando. La sua storia politica è fatta di mosse che, prima di diventare realtà, sono passate attraverso il territorio più ambiguo della politica: quello delle ipotesi, delle indiscrezioni, dei sondaggi informali, dei “mai dire mai”.
Per ora, dunque, resta un retroscena. Una voce che rimbalza nelle ultime ore e che non trova ancora una conferma ufficiale. Ma forse vale la pena non liquidarla troppo rapidamente.
Perché, dopo aver messo in fila tutti i nomi possibili, dopo aver cercato il sindaco, il civico, il riformista, il federatore e persino il “papa straniero”, il campo largo d’opposizione potrebbe riscoprire una soluzione molto più semplice: che a provarci, alla fine, sia proprio Matteo Renzi.
Anche perché, diciamocelo chiaramente, con la sua Italia Viva inchiodata nei sondaggi stabilmente sotto il 3 per cento, Renzi avrebbe ben poco da perdere. Probabilmente, solo da guadagnare.
“Non sono convinto che i sondaggi sono necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo sulle previsioni”. A parlare così è Ignazio La Russa che a ‘Bar Italia: servono i fatti non le chiacchiere’ rassegna di eventi estiva di Fratelli d’Italia, interviene sull’ascesa, nei sondaggi, di Futuro Nazionale guidata da Roberto Vannacci.
“Il Generale Vannacci non siamo noi che non lo abbiamo voluto nel centrodestra. Lui era il vicepresidente della Lega, ha deciso di uscire dal centrodestra, ha deciso di fare un suo partito votando in numerose occasioni assieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra, sperare eh, che grazie a lui si possa battere il centrodestra. Sono assolutamente convinto che il centrodestra, a prescindere da Vannacci, avrà i numeri per battere la sinistra”.
L'articolo Il pronostico di La Russa: “Alle elezioni il centrodestra a prescindere da Vannacci batterà la sinistra” proviene da Il Fatto Quotidiano.

L’espansionismo israeliano procede a ritmi sostenuti su tutti i fronti. Anzitutto la Cisgiordania, dove prosegue il feroce assedio al villaggio di Qusra, mentre il villaggio cristiano di Taybeh è stato dichiarato zona militare chiusa, decisione che sarebbe stata adottata per proteggerlo dalle incursioni dei coloni.
Inutile specificare che i coloni godono della protezione dell’IDF e vengono usati per seminare caos perché l’esercito successivamente riporti l’ordine (l’ordine israeliano, ovviamente). Un meccanismo ben rodato che ha dato slancio all’annessione della Cisgiordania.
Peraltro, affermare che l’IDF non può far nulla contro i coloni è contraddetto in maniera stridente da quanto accadde nel giugno del 2025 quando questi molestarono l’IDF: nel giro di pochi giorni i responsabili vennero arrestati e le forze di sicurezza demolirono cinque avamposti illegali…
L’indistinzione tra le violenze dei coloni e le operazioni dall’IDF è descritta bene in un articolo di Haaretz a firma Gideon Levy, nel quale il cronista sottoscrive la denuncia dell’inviato americano Mike Huckabee che ha definito “terrorismo israeliano” quanto si sta consumando a Qusra.
Una formula che, a differenza dell’usuale “terrorismo ebraico” col quale si identifica la violenza dei coloni, inchioda il governo israeliano alle proprie responsabilità e, secondo Levy, non permette ai cittadini israeliani di eludere le condanne internazionali per quanto accade ai palestinesi.
Tanto che Levy conclude così: “Il mondo, giustamente, non crede più alle nostre distinzioni tra un Israele vero (e bello) un Israele brutto, che ci vengono propinate da ogni schermo. Dobbiamo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss [la feroce pasionaria dei coloni ndr.], Ben-Gvir e Smotrich”.
In realtà, a Huckabee, che gareggia con i leader israeliani più estremi nel propugnare la Grande Israele, non è mai importato nulla dei palestinesi, così c’è da chiedersi perché l’imprevista intemerata. Possibile che sia dovuta al fatto che in una delle case assediate abiti un cittadino americano, ma è più probabile che l’ordine di irrigidire la posizione su Israele sia venuta dall’alto per mettere Netanyahu sotto pressione.
Infatti, tale denuncia arriva nel momento in cui più forte si sta facendo sentire la pressione americana perché Netanyahu ceda su Gaza accettando il cosiddetto piano di pace di Trump, che ha rigettato nonostante Hamas l’abbia accolto promettendo di consegnare le armi al governo tecnocratico palestinese – creatura del cosiddetto Board of peace trumpiano – in parallelo al ritiro dell’IDF dalla Striscia.
In questi giorni la pressione è aumentata, al punto che Trump ha inviato Jared Kushner in Medio oriente per incontrarsi con i mediatori di Gaza, summit che ha visto l’inusuale presenza della leadership di Hamas. Mentre scriviamo Kushner sta incontrando Netanyahu per tentare di sbloccare la situazione…
Trump vuole un successo in vista delle elezioni di midterm, da vedere se la spunterà. Netanyahu potrebbe far finta di cedere – far finta, sottolineiamo – e, allo stesso tempo, intensificare l’annessione della Cisgiordania, verso la quale si è aggiunto un nuovo tassello con la proposta di inviare la polizia – cioè una forza civile -, e non solo l’IDF, a vigilare/imperversare sui palestinesi.
Peraltro, il fatto che a gestire la polizia sia il ministro per la Sicurezza Itamar Ben-Gvir non tranquillizza. Di recente un’altra delle sue perle: “A Gaza dovremmo uccidere 30 o 40 nemici di Israele a notte”. D’altronde, si identifica come kahanista, movimento inserito nella lista Usa del terrorismo fino al 2022, quando Biden, altra tragica decisione, lo sdoganò.
Resta, quindi, che le elezioni israeliane del prossimo ottobre rappresentano una pietra d’inciampo per tutte le iniziative di pace e/o di de-escalation che si stanno intrecciando in questi giorni. E alimentano l’aggressività di Tel Aviv, perché Netanyahu vuole arrivarci conservando tale slancio.
Ciò spiega perché stia vanificando anche le iniziative distensive sul Libano, come da denuncia di Haaretz, e anzi abbia ordinato di aumentare le operazioni militari. Così gli intensi bombardamenti di ieri, 11 le vittime, secondo Ziad Abu Rish (professore associato di Studi sul Medio Oriente al Bard College di New York), sarebbero solo un preludio a una più aspra escalation.
Inoltre, l’IDF ha intensificato anche i raid sulla Siria meridionale. Una pressione che serve anche a erodere le mire della Turchia su Damasco, che hanno preso slancio dopo la recente rappacificazione tra il governo di Ankara e i curdi del Pkk, approvata dal Parlamento su ispirazione del presidente Recep Erdogan.
Una riconciliazione che ha accelerato quella tra Damasco e le forze curde siriane, da tempo perseguita e ora in dirittura d’arrivo. Un successo politico che Erdogan vorrebbe suggellare con una visita in Siria, già programmata e rimandata dopo l’attacco all’Iran.
Già, l’Iran, l’altro convitato di pietra dell’aggressività israeliana: su questo fronte, tutto resta in stallo, con minacce che s’intersecano tra Washington e Teheran e che non lasciano spazio al rilancio dei negoziati. Uno stallo dovuto anche al lavorìo di Netanyahu e della lobby Usa pro-Israele, anche qui in chiave anti de-escalation.
Da capire se prima delle elezioni israeliane Bibi vorrà e riuscirà a trascinare l’America in una nuova guerra aperta contro Teheran o se, più prudentemente, lavorerà per far perdurare di questo minaccioso stallo, evitando di andare alle urne sotto una pioggia di missili iraniani.
Al netto di fausti imprevisti, appare dunque difficile che la regione registri sviluppi reali di pace prima del voto di Tel Aviv. Ma la colpa della militarizzazione delle urne, con tutte le tragiche conseguenze del caso, non è solo di Netanyahu (che, se cede, perderebbe consensi a destra).
È anche delle forze di opposizione israeliane, le quali, piuttosto che accogliere con sollievo eventuali de-escalation regionali, sono pronte a brandirle contro il premier per inchiodarlo al fallimento. Un circolo vizioso che non lascia sperare nulla di buono a breve.
L'articolo Netanyahu non vuole cedere su niente prima delle elezioni di ottobre proviene da InsideOver.
Gli amici di Formiche.net mi chiedono un ricordo diverso di Francesco Cossiga, allineato all’oggi, con l’ausilio della immaginazione e dei ricordi personali. Qualche strumento ce l’ho per immaginare Cossiga nel tempo della guerra a pezzi e della destra italiana di governo. Non ho avuto con lui l’intimità di Pippo Marra o Paolo Naccarato, per citare i suoi ultimi amici viventi; tuttavia il Presidente mi ha onorato di una costante conversazione culturale, culminata nella compilazione della prefazione di tutti i miei libri.
Mi manca? È più corretto dire: ci manca. Ma vale per Cossiga ciò che il suo amico De Mita diceva di sé: “Continuerò a parlare anche dopo morto”.
E cosa dice Cossiga all’Italia di oggi? Basta interrogare i ricordi. Partiamo dagli scenari mondiali. Per alcuni il mondo è cambiato al punto da dover rivedere definizione e confini dell’Occidente: non sarebbe più l’America la mater et magistra. Cossiga non sarebbe d’accordo. Lui non si offese mai della Kappa con cui gli anarchici scrivevano il suo cognome, spesso raddoppiando la consonante denigratoria: Kossiga l’amerikano. Il Presidente non smentì né si vergognò mai di essere la voce più ascoltata oltreoceano. Non rinnegò Gladio, semmai la spiegò: nel dopoguerra il rischio comunista non era uno slogan dei democristiani, ma una minaccia concreta contro cui gli alleati americani disponevano protezioni vere. E se qualcuno oggi si scandalizzasse, Cossiga gli ricorderebbe che anche la liberazione dal fascismo ci è arrivata “sulla punta delle baionette degli americani”, per dirla con l’espressione del comune maestro, mio e di Cossiga: il primo leader della “Base”, Fiorentino Sullo.
Trump piacerebbe a Cossiga? Manco un po’, immagino. Aveva per i ricchi la diffidenza tipica dei politici antichi, orgogliosamente consapevoli di essere un potere che non doveva mai allinearsi alla ricchezza. Il solo ricco che Cossiga tollerava in politica – ma fino ad un certo punto – era il suo amico Silvio Berlusconi, a cui però rimproverava di non possedere la dote della cattiveria, necessaria a un uomo di Stato (e a Silvio questa critica piaceva moltissimo).
Diciamo che a Cossiga Trump non piacerebbe, ma suggerirebbe di conviverci al minor costo possibile, perché non si cambia fronte quando non ci piace chi lo governa. I capi di Stato passano, il destino degli Stati è scritto nella storia e nella civiltà. E il nostro destino rimane comune con quello americano.
E di Giorgia Meloni cosa direbbe? Aveva simpatia per lei quando era la mascotte del nostro governo, a maggior ragione ne avrebbe oggi, vedendola al cospetto dei grandi del mondo. Né Cossiga avrebbe pruderie verso la destra di governo, che tenne a battesimo da Capo dello Stato, nel suo primo abbozzo di Alleanza Nazionale.
Moroteo oltre Moro, Cossiga consumò la “strategia dell’attenzione” in ogni direzione, non a senso unico, come fa la pelosa storiografia della sinistra, impadronitasi di Moro facendone un santino se non un precursore del Pd. Il vero Moro era quello che raccontava Cossiga: il teorico di una democrazia compiuta in cui pure i comunisti potessero governare, e fu quello il motivo per cui Cossiga sostenne il governo D’Alema.
Non è azzardato pensare che oggi Cossiga vedrebbe nel governo Meloni il definitivo completamento, sulla sponda opposta, del sogno moroteo di una democrazia normale.
“Chiediamo di rivedere l’impostazione del partito, perché ce n’è un gran bisogno ora”. In un’intervista al Corriere della sera, Attilio Fontana lancia l’assalto dei leghisti del nord contro la segreteria di Matteo Salvini, una rivolta covata per mesi ed esplosa nel direttivo regionale lombardo della settimana scorsa. “I nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere“, afferma il presidente della Regione, esponente storico del Carroccio e già sindaco di Varese. “Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34% al 5% dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino. E arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra”, incalza. E alla domanda se Salvini debba fare “un passo indietro o di lato” risponde eloquente: “Nessuna soluzione va esclusa a priori. la Lega non teme il rinnovamento”.
Per il governatore lombardo, la soluzione per il rilancio del partito è “innanzitutto valorizzare le nostre ricchezze: e il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega”, spiega. Annunciando un progetto che somiglia al nucleo di una futura scissione: “Ua pluralità di persone stanno lavorando per proporre un nuovo luogo di dibattito. Un’associazione larga e aperta a discutere sui temi importanti come, per esempio, la modernizzazione dello Stato. Sono ancora più convinto che si debba andare verso il federalismo, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali, che agiscono con la concretezza che serve ai territori e che sono a contatto con il mondo economico, ricevono le domande di chi lavora e produce ricchezza e per questo chiedono una politica industriale. E vogliamo occuparci anche di diritti civili“. Un tema che sta molto a cuore anche all’altro governatore “ribelle”, il Veneto Luca Zaia, e su cui Salvini invece porta avanti una linea fermamente conservatrice.
L'articolo Lega, Fontana lancia l’assalto del nord: “Il partito va salvato dal declino. Un passo indietro di Salvini? Da non escludere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con il passare delle ore si addensano sempre più sospetti di un attentato di matrice russa per l’esplosione alla fabbrica di munizioni di Colleferro. Questo imporrà presto il tracciare una chiara linea nella sabbia alla politica italiana, che finora ha cincischiato con tentazioni filorusse, e porterà inevitabilmente a scelte decise e precise per chi sta al governo o all’opposizione a Roma.
Colleferro si inserisce in una lunga catena di eventi sospetti in tutta Europa. Nell’arco di una sola settimana, i Paesi della Nato sono stati teatro di una serie di incidenti sospetti.
Il 7 agosto, i servizi polacchi hanno arrestato un cittadino russo con il compito di uccidere a Varsavia un cittadino americano e ucraino. Secondo il primo ministro Donald Tusk è la prima volta che qualcuno, su ordine russo, ha tentato di uccidere un cittadino americano sul territorio di un Paese Nato.
Il 6 agosto, un drone carico di esplosivo è stato rinvenuto nei pressi di una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle accanto a un aereo cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich.
Un incendio scoppiato il 13 agosto nel reparto di compressione delle polveri presso lo stabilimento KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, è stato seguito da una massiccia esplosione. Lo stabilimento produce munizioni da artiglieria da 155 mm, fornite all’Ucraina.
Nel giro di poche ore, sempre il 13, a Rotterdam il più grande porto d’Europa, sono avvenuti un incendio a un trasformatore, un grave blackout elettrico, uno spegnimento d’emergenza presso la raffineria ExxonMobil di Botlek e un’esplosione presso la raffineria e il terminal della Gunvor Energy, che ha causato la morte di un lavoratore e il ferimento di altri sei.
Oltre a ciò nelle ultime settimane le difese Nato hanno subito incursioni di droni lungo l’intero perimetro dell’alleanza. Il rischio è che qualche paese potrebbe cedere alla pressione russa e scivolare fuori dai ranghi. Cosa farebbe allora la Nato? La guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi, in alcune nazioni, in una guerra civile?
L’Italia, patria durante la Guerra Fredda del più grande partito comunista dell’Europa occidentale ha già sperimentato la cosa.
Oggi a Roma certamente molti vogliono nascondere la testa sotto la sabbia perché si tratta di prendere scelte chiare: l’Italia è con la Russia che le fa esplodere le fabbriche o contro? Molti potrebbero pensare a tipiche contorsioni italiche, tipo il Lodo Moro. Allora il governo fece un patto con i palestinesi per lasciare usare il suo territorio come base logistica a patto che non ci fossero attentati palestinesi in Italia. Ma le condizioni oggi sono molto diverse da allora e oggi sappiamo che il Lodo non funzionò.
Quindi l’Italia deve scegliere. Luigi Zanda ricordava che alle spalle della Guerra Fredda c’era stato un patto stretto alla fine della Seconda guerra mondiale tra i leader della Dc e del Pci, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Il Pci poteva rimanere legale e partecipare alle elezioni ma in cambio non faceva la rivoluzione e non andava al governo.
Può esserci un patto simile oggi tra “forze dell’ordine” e la folla confusa di filorussi dentro governo e opposizione? In realtà mancano due pezzi fondamentali del gioco, De Gasperi e Togliatti.
Il patto Dc-Pci evitò la deriva greca, dove nel 1947 ci fu un bagno di sangue contro il partito comunista che stava per prendere il potere ad Atene.
Oggi, quanto a lungo Ue e Usa possono tollerare i balletti italiani? Warren Buffet nei suoi investimenti dice di guardare ai fondamentali. Se i fondamentali ci sono le cose accadranno. Nessuno però può dire con precisione quando. Questa sembra la situazione attuale del Paese. Se i fondamentali non cambiano, qualcosa accadrà presto, anche se nessuno può dire con certezza quando sarà il ‘presto’.
Diversamente da ottant’anni fa sono pochi i duri e puri, ed è possibile che, davanti a rischio di un disastro, molti filo russi di oggi cambino completamente casacca. È una caratteristica storica dell’Italia. Naturalmente in questo i primi nella fuga verso l’ordine saranno preferiti. Cioè però, chi forse pensa che tutto questo sia solo una drammatizzazione italica dove si usano parole fortissime per azioni minime.

Il presidente Donald Trump domenica ha ordinato al capo del Pentagono, Pete Hegseth, di «ridimensionare» le esercitazioni congiunte (già da tempo pianificate) con la Corea del Sud, importante partner asiatico di Washington. Motivo? Ufficialmente, il tycoon afferma di non voler inviare un segnale ostile verso il presidente nordcoreano, Kim Jong Un, che il tycoon incontrò in uno storico vertice il 12 giugno 2018, durante il suo primo mandato presidenziale. Ma c’è un’altra ragione (almeno) dietro l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca: il rifiuto di Seul di aiutare Wadshington nella dispendiosa guerra contro Teheran.
La terza ragione è di carattere politico ed elettorale: le elezioni di midterm si avvicinano e i sondaggi sono da incubo per il tycoon: per tale motivo Trump intende presentarsi come un «uomo di pace» agli occhi di quell’elettorato MAGA che lo aveva sostenuto proprio per terminare le endless wars degli Stati Uniti, e non per iniziarne altre come poi è accaduto con la Repubblica Islamica dell’Iran.
Donald Trump ha annunciato la sua decisione sulla piattaforma social Truth a ridosso dell’inizio di una delle due esercitazioni militari congiunte annuali tra le truppe sudcoreane e quelle Usa. Le esercitazioni, che dureranno 11 giorni, hanno come obiettivo quello di «rafforzare la prontezza militare contro le minacce nordcoreane», secondo quanto riportato dall’Associated Press.
BREAKING: Trump orders Defense Secretary Pete Hegseth to reduce US-South Korea joint military exercises, saying they are 'inappropriate and hostile' to North Korea, adding he has a 'very good relationship with Kim Jong Un'. pic.twitter.com/QBpKuvyGU0
— The Spectator Index (@spectatorindex) August 16, 2026
Trump ha chiarito che era troppo tardi per cancellare l’esercitazione con Seul, ma ha dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth di «ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte!». «Basandomi sul mio ottimo rapporto con Kim Jong Un, della Corea del Nord – ha scritto Trump su Truth – non sono soddisfatto del fatto che gli Stati Uniti abbiano, tempo fa, accettato di partecipare a Esercitazioni Militari Congiunte con la Corea del Sud. Queste esercitazioni non solo sono costose, con gran parte dei costi pagati dagli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un Paese che, finché Donald J. Trump è stato Presidente, si è dimostrato non minaccioso e rispettoso».
Pertanto, ha aggiunto, «e considerato che è troppo tardi per cancellarle, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte! Sebbene in qualche modo non collegato (?), ho recentemente chiesto al Presidente della Corea del Sud se avrebbero voluto unirsi a noi nella Denuclearizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran, e hanno risposto: “No grazie!” Grazie per l’attenzione a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».
Dal canto suo, Seul, secondo quanto riportato dalla Bbc, ha affermato che proseguirà le consultazioni diplomatiche in merito alla cooperazione militare con Washington in relazione allo Stretto di Hormuz. Inoltre, discuterà i dettagli sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.
É chiaro, dunque, che l’annuncio di Trump di ridimensionare le esercitazioni congiunte con Seul appare come un calcolo politico che, da un lato, appare come una ritorsione per il rifiuto sudcoreano di sostenere Washington contro l’Iran e, dall’altra, la necessità di rinvigorire l’immagine di «presidente di pace». Il rischio è quello di minare l’equilibrio dell’alleanza militare tra Washington e uno state «satellite» nella regione come la Corea del Sud, che conta su Washington da oltre 70 anni per garantire la propria sicurezza.
Fonti:
Just the News Staff, “Trump Instructs Secretary of War Hegseth to Scale Back Joint Exercises with South Korea,” Just the News, August 16, 2026, https://justthenews.com/government/security/trump-instructs-secretary-war-hegseth-scale-back-joint-exercises-south-korea.
Brandon Drenon and Jake Kwon, “Trump Says US Scaling Back Joint Military Operations with South Korea,” BBC News, August 16, 2026, https://www.bbc.com/news/articles/cx2lll7zvn0o.
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Il 17 agosto sono trascorsi sedici anni dalla morte di Francesco Cossiga, tra i peggiori politici e certamente il peggior Presidente della Repubblica italiana.
Giovanissimo deputato democristiano, quindi ministro dell’Interno con Moro e poi con Andreotti, passando per la presidenza del Consiglio e fino al Quirinale, quella del “picconatore” è la metafora della storia stessa dell’Italia del secondo dopoguerra. Come ricordò Nando dalla Chiesa all’indomani della sua morte (Lo statista. Promemoria su un presidente eversivo, Melampo 2011), “di segreti Cossiga ne ha conservati tanti e falsi segreti li ha alimentati con le sue interviste”. Basti pensare alla fantomatica (e depistante) pista palestinese per la strage piduista alla stazione di Bologna.
Uno dei pochi giornalisti viventi che ha ben descritto il ruolo di depistatore di Stato di Cossiga è Gianni Barbacetto: “il non detto del passato, con i suoi segreti impronunciabili e i suoi ricatti, resterà a fare da trama al futuro e le vecchie ferite resteranno cicatrici nascoste, focolai di nuove infezioni.”
Chi però, più di chiunque altro, ha documentato il carattere eversivo dell’ex capo di stato sardo è Sergio Flamigni, l’ex senatore berlingueriano scomparso a 100 anni lo scorso 10 dicembre. Ecco un estratto dal suo documentatissimo libro I fantasmi del passato (edizioni Kaos 2001): Il 6 gennaio 1980 la mafia [non solo la mafia, nda] uccise a Palermo il presidente della Regione Sicilia, il Dc Piersanti Mattarella. Convinto sostenitore della politica morotea, Mattarella era impegnato a costituire una giunta con il Pci. Tra il 15 e il 19 febbraio 1980 il XIV Congresso nazionale della Dc, svoltosi a Roma, sconfessò ufficialmente la linea politica di Moro, liquidò la segreteria Zaccagnini, e con una maggioranza (58%) formata da Flaminio Piccoli (eletto nuovo segretario), Antonio Bisaglia, Carlo Donat Cattin, Gianni Prandini, Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani (eletto presidente del partito) approvò il “preambolo”, cioè il rifiuto da parte della Dc di ogni “corresponsabilità di gestione” con il Pci.
L’estensore del “preambolo” anticomunista, e vero uomo forte della coalizione congressuale vittoriosa, era il senatore Carlo Donat Cattin, che infatti venne nominato vicesegretario del partito. Tutti i 19 parlamentari della Dc segretamente iscritti alla P2 votarono il “preambolo”, e del resto lo stesso segretario particolare di Donat Cattin, Ilio Giasolli, era affiliato alla Loggia massonica gelliana.
Anche nel primo governo Cossiga, al momento in carica, la P2 era ben rappresentata, con due ministri (i Dc Gaetano Stammati e Adolfo Sarti), tre sottosegretari (il Pli Antonio Baslini, il Psdi Costantino Belluscio, il Dc Rolando Picchioni), e lo stesso presidente del Consiglio era in buoni rapporti col capo della P2 Licio Gelli. Infiltrata nella Dc, nel Psi, in tutti i partiti laici minori, e perfino nel Msi, la Loggia segreta stava svolgendo un intenso lavorìo occulto per pilotare il quadro politico verso i dettami del “Piano di rinascita democratica”. Così, dopo la restaurazione della Dc, la P2 si attivò per consolidare nel Partito socialista la leadership “anticomunista” di Bettino Craxi, e per portare il Psi nel governo Cossiga. (…)
Il 5 agosto 1990 un servizio del settimanale L’Espresso raccontò quelli che erano stati i rapporti di Cossiga con il capo della P2 Licio Gelli, rapporti che erano già emersi nel corso dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta. (…) il settimanale ricordava le parole di Federico Umberto D’Amato, dirigente delle polizie speciali del Viminale e affiliato alla P2 [uno dei mandanti della strage alla stazione di Bologna, nda], a proposito di una presunta telefonata Cossiga-Gelli: “D’Amato stava da Gelli – in uno dei sei incontri che ha avuto – e sentì il maestro venerabile rispondere al telefono con una persona che chiamava “presidente”. Finita la telefonata Gelli disse a D’Amato: ‘Ho parlato con il principale candidato alla presidenza del Consiglio, l’onorevole Cossiga. Mi ha detto ‘Se tu mi appoggi, io accetto!’. Credo proprio che lo farò’.
L’Espresso riportava poi la testimonianza del massone Francesco Pazienza, il quale aveva dichiarato che un giorno – presente nell’ufficio di Cossiga insieme a Luigi Zanda (collaboratore cossighiano, ex senatore del Pd) e a Michael Ledeen, professore legato all’entourage di Kissinger e ai servizi segreti americani (in “rapporti cordiali con l’on. Cossiga da darsi del tu”) – aveva avuto modo di assistere a “una telefonata giunta a Cossiga durante la nostra presenza e che durò circa 15 minuti, egli fu particolarmente affettuoso con un interlocutore che continuava a chiamare Licino. Venni poi a sapere da D’Amato che il Licino era in effetti il Licio nazionale”.
Piccole soddisfazioni. All’inizio del nuovo millennio Cossiga fu condannato a risarcire Sergio Flamigni: da presidente della Repubblica, lo aveva definito pubblicamente “un poveretto”.
Prima o poi qualche storico dovrebbe tentare di rispondere a una domanda: perché il Pci (orfano di Berlinguer) nel 1985 accettò di contribuire ad eleggere Cossiga al Quirinale?
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I russi la chiamano Northen Sea Route, abbreviata in Nsr. Per i cinesi questa rotta marittima ricoperta di ghiaccio per la quasi totalità dell’anno é invece parte integrante della Nuova Via della Seta di ghiaccio, o Via della Artica, una delle tante ramificazioni della Belt and Road Initiative. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ma ancor più da quando è esplosa la crisi in Medio Oriente, il transito internazionale lungo l’arteria che di fatto costeggia la Russia é stato dominato da Pechino. Altro che competizione per accaparrarsi un percorso alternativo allo Stretto di Hormuz: Pechino e Mosca stanno collaborando sull’ennesimo dossier ciascuno seguendo i propri interessi.
Il Dragone vuole accorciare i tempi di spedizione delle merci ed evitare di attraversare zone cariche di tensioni. Il Cremlino, invece, sta perfezionando la Nsr per inviare le proprie risorse energetiche ai sempre più numerosi acquirenti asiatici. É così che prende forma l’ennesima cooperazione tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Una cooperazione che consente alla Cina di rafforzare la sicurezza energetica nazionale e alla Russia di rianimare la propria economia vessata dal conflitto ucraino.
La Via della Seta di ghiaccio assume una rilevanza sempre maggiore, soprattutto considerando che il Medio Oriente è scosso da una guerra che ha interrotto il traffico di petroliere e gas e contribuito a rallentare il commercio globale. In questo contesto, Cina e Russia si stanno preparando a potenziare ulteriormente questa rotta di navigazione alternativa, in una regione in cui, nei prossimi decenni, lo scioglimento dei ghiacci potrebbe allungare le stagioni navigabili e rendere accessibili nuove rotte. Ma che cosa rende così conveniente la Northern Sea Route controllata da Mosca? Un transito completo richiede appena una o due settimane e può consentire di risparmiare circa una settimana, o anche più, rispetto ai tempi di navigazione tra Asia ed Europa attraverso il Canale di Suez. Da tempo Putin immagina che questa rotta, lunga circa 3.500 miglia e sviluppata lungo la frastagliata costa artica della Russia, possa trasformarsi in un’importante arteria commerciale e in un motore per gli investimenti nei porti russi e nei grandi giacimenti di petrolio e gas della regione.
Negli ultimi mesi, il leader russo ha sostenuto che le interruzioni del commercio provocate dai combattimenti nel Mar Rosso e intorno allo Stretto di Hormuz dimostrino come la rotta artica stagionale possa essere considerata “la più sicura, affidabile ed efficiente”. Anche Xi guarda da anni con interesse alla prospettiva di una “Via della Seta polare” attraverso l’Artico. Nei giorni scorsi, tra l’altro, una compagnia di navigazione fondata a Singapore e gestita dalla Cina ha inaugurato il primo servizio stagionale di linea per container tra Cina ed Europa. La società pubblicizza un tempo di transito di circa 20 giorni, vale a dire quasi la metà rispetto a una rotta standard attraverso Suez, sostenendo inoltre di poter ridurre l’esposizione ai rischi di interruzioni geopolitiche. Un’altra società cinese, New New Shipping, ha lanciato il mese scorso una nuova linea che collega Tianjin, in Cina, con Murmansk, il principale porto artico della Russia. Il nuovo servizio si aggiunge alle rotte già operative della compagnia, che trasportano beni industriali cinesi in una direzione e materie prime russe nell’altra.
Nel complesso, almeno sei compagnie di navigazione cinesi dovrebbero effettuare più di 50 viaggi lungo la rotta durante questa stagione, utilizzando navi portacontainer, portarinfuse e navi multiuso. Come ha spiegato la Cnn, almeno per il momento il volume commerciale lungo la rotta rimane ancora estremamente ridotto rispetto alle principali arterie marittime mondiali, come il Canale di Suez. Il traffico è inoltre fortemente dominato dal petrolio e dal gas russi, che, insieme alle forniture destinate ad alcuni altri acquirenti asiatici di Gnl, confluiscono principalmente verso la Cina.
La cooperazione sino-russa nell’Artico procede di pari passo con l’espansione delle operazioni di navigazione cinese nell’area e con le crescenti preoccupazioni dell’Occidente. Il presidente statunitense Donald Trump ha evocato lo spettro di navi russe e cinesi impegnate a pattugliare le acque del Nord Atlantico, nei pressi della Groenlandia, per giustificare la minaccia di un’eventuale presa con la forza del territorio danese (una posizione, questa, che ha aperto una frattura senza precedenti con gli alleati europei della Nato). Washington ha inoltre siglato un accordo per la costruzione di nuove navi con la Finlandia, con l’obiettivo di ampliare la propria flotta di rompighiaccio, proprio mentre Pechino continua a rafforzare la propria presenza navale nell’Artico.
In Occidente cresce anche il timore che le missioni di ricerca cinesi possano avere una valenza strategica e militare. Le spedizioni condotte dalla crescente flotta polare cinese, come l’attuale missione di quattro mesi nella regione, potrebbero infatti consentire a Pechino di raccogliere dati potenzialmente utili alle proprie forze armate. Dal canto suo Pechino ha ripetutamente respinto queste accuse, sostenendo che siano parte di un tentativo di alimentare la percezione della “minaccia cinese” e di creare divisioni nella regione. La Cina difende le proprie attività nell’Artico come iniziative “volte a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile”, nel rispetto del diritto internazionale. Pechino ha inoltre difeso a lungo i propri rapporti commerciali con la Russia, suo stretto partner, respingendo le sanzioni unilaterali.
Mosca, in ogni caso, è ancora cauta rispetto a un maggiore coinvolgimento della Cina nelle questioni di sicurezza dell’Artico. La Russia sembra preferire che il Dragone continui a svolgere un ruolo prevalentemente economico, acquistando energia russa e contribuendo allo sviluppo della Nsr, con l’obiettivo di trasformarla in una redditizia arteria commerciale. Eppure, quasi un decennio fa, la Cina ha iniziato a elaborare i propri piani per la navigazione polare dopo essersi definita uno “Stato vicino all’Artico”, ponendo le basi per una presenza sempre più strutturata nella regione. Il gigante asiatico potrebbe avere insomma altri piani.
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