Taiwan teams up with US start-up on underwater drones to boost island’s defences






Nature, Published online: 17 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10995-6
Author Correction: Synthetic vulnerabilities of mesenchymal subpopulations in pancreatic cancerNature, Published online: 17 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02532-2
As climate change ramps up, scientists must urgently understand how night-time heat makes it harder for our bodies to rest and recover.

© Evan Vucci/Associated Press

Nature, Published online: 17 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10995-6
Author Correction: Synthetic vulnerabilities of mesenchymal subpopulations in pancreatic cancerNature, Published online: 17 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02532-2
As climate change ramps up, scientists must urgently understand how night-time heat makes it harder for our bodies to rest and recover.




di Shorsh Surme –
L’amministrazione Trump si prepara a intensificare la pressione economica sull’Iran con un nuovo pacchetto di sanzioni definito “senza precedenti”, destinato a colpire le principali fonti di finanziamento di Teheran, le esportazioni di petrolio e l’accesso al sistema finanziario internazionale. Le misure si inseriscono nel contesto della guerra in corso e delle interruzioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Due giorni fa Trump ha annunciato l’intenzione di adottare nuove e dure misure economiche contro l’Iran, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha anticipato che Washington potrebbe introdurre ulteriori sanzioni già dalla prossima settimana. I dati dell’Office of Foreign Assets Control (Ofac) mostrano che, dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno imposto oltre mille sanzioni contro individui, navi e aeromobili collegati all’Iran.
Uno dei fronti più sensibili riguarda le raffinerie indipendenti cinesi, spesso definite “teapot refineries”, che gestiscono una quota significativa delle importazioni cinesi di greggio iraniano. Secondo i dati di Kpler relativi al 2025, la Cina ha assorbito oltre l’80 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, con un ruolo rilevante delle raffinerie indipendenti.
Washington ritiene che colpire queste strutture con sanzioni secondarie potrebbe aumentare i costi legati all’acquisto del petrolio iraniano e ridurre la capacità di Teheran di ottenere valuta estera, fondamentale per finanziare il commercio e le attività dello Stato.
L’opzione più delicata riguarda tuttavia l’eventuale estensione delle sanzioni alle principali banche cinesi, accusate da Washington di facilitare trasferimenti per miliardi di dollari collegati al commercio petrolifero iraniano. Secondo gli esperti, colpire le grandi istituzioni finanziarie di Pechino avrebbe conseguenze molto più rilevanti rispetto alle misure contro società minori, ma comporterebbe anche il rischio di un’escalation economica con la Cina, soprattutto considerando la dipendenza occidentale dalle catene di approvvigionamento dei minerali critici necessari all’industria tecnologica.
Gli Stati Uniti potrebbero inoltre ampliare la campagna contro la cosiddetta “flotta ombra” iraniana, una complessa rete di navi, società e intermediari utilizzata da Teheran per aggirare le sanzioni e trasportare petrolio verso i mercati esteri.
La strategia potrebbe comprendere nuove sanzioni contro compagnie di navigazione, assicuratori e intermediari finanziari che consentono all’Iran di trasformare i proventi delle esportazioni petrolifere in risorse utilizzabili per acquistare beni e finanziare le proprie attività. Gli esperti avvertono tuttavia che una simile politica rischia di trasformarsi in una continua rincorsa, poiché Teheran potrebbe creare rapidamente nuove società ed entità per sostituire quelle colpite.
Tra le opzioni discusse a Washington figura anche un possibile blocco dei collegamenti terrestri dell’Iran, che richiederebbe la cooperazione dei Paesi confinanti, Iraq, Turchia, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Azerbaigian e Armenia. Una misura di questo tipo rappresenterebbe una sfida logistica e politica considerevole e potrebbe avere pesanti conseguenze sulla popolazione iraniana, limitando l’importazione di alimenti, energia e altri beni essenziali, senza necessariamente determinare un aumento della pressione interna sul governo.
L’amministrazione statunitense valuta inoltre il ricorso a dazi per penalizzare i Paesi che continuano a commerciare con l’Iran, sebbene la base giuridica di alcune misure tariffarie sia stata indebolita da una recente sentenza della Corte Suprema.
Un nuovo disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia comprende anche misure aggiuntive contro l’Iran e potrebbe attribuire a Trump maggiori poteri per imporre dazi ai Paesi che sostengono Teheran attraverso gli scambi commerciali o l’acquisto di armamenti. L’approvazione alla Camera dei Rappresentanti resta tuttavia incerta, a causa dell’opposizione dei democratici e di alcuni repubblicani a un ulteriore ampliamento dell’impiego dei dazi.
Al centro della strategia statunitense restano le entrate petrolifere iraniane, una delle principali fonti di valuta estera per Teheran. Washington punta a ridurre la capacità dell’Iran di esportare greggio e a ostacolare i canali attraverso i quali i relativi proventi vengono convertiti in valuta pregiata, necessaria per finanziare le importazioni e le attività governative.
Il successo della nuova offensiva economica dipenderà quindi dalla capacità degli Stati Uniti di smantellare le reti utilizzate per aggirare le sanzioni senza provocare un forte aumento dei prezzi internazionali del petrolio e, soprattutto, senza trasformare la pressione sull’Iran in uno scontro economico diretto con la Cina.

© Lee Jin-man/Associated Press

© Lee Jin-man/Associated Press

© Go Nakamura/Reuters

Parlare di terremoti falsi può sembrare un controsenso: un terremoto o è avvenuto o non è avvenuto. In ambito sismologico, tuttavia, il termine assume un significato tecnico preciso. Cerchiamo di spiegare con le parole di E. Guidoboni (1985): “Non c’è dubbio che un terremoto, quale è definito dalla sismologia contemporanea, è riconosciuto in modo non equivoco dai testimoni”, ciò implica che l’evento sismico debba essere stato osservato, con una datazione certa e caratteristiche documentate (come intensità, presenza di danni, ecc.). Fin qui tutto chiaro?
Quando la sismologia moderna iniziò, più o meno a metà del 1800, a catalogare i terremoti, gli studiosi dell’epoca raccolsero informazioni sui terremoti del passato attingendo dalle fonti più disparate, documenti, lettere, memoriali di ogni genere. E non fu inusuale che in quei cataloghi e nelle compilazioni successive venissero inseriti dei veri e propri falsi terremoti. Su questo tema ci sono alcuni studi per terremoti italiani come quelli di Guidoboni e Ferrari, 1989; Bellettati et al., 1993; Albini, 2011.
Ma per quale motivo poteva accadere una cosa del genere?
Succedeva, come ben descritto dagli autori appena citati, che in fonti, magari piuttosto antiche, alcuni fenomeni naturali come frane, venissero descritti come terremoti, terrae motus, definizione peraltro neanche molto errata se si parla di smottamenti e altri eventi simili. Oppure equivoci interpretativi dovuti ad un uso traslato e analogico dei termini usati, o addirittura fonti false, inattendibili e compilazioni errate (Guidoboni, 1985). A questo si potrebbero aggiungere errori di copisti, anticamente, o di stampa in tempi più recenti.
Per citare qualche caso interessante tra i moltissimi, riportiamo la frana di Issime nel 1600, nel già citato lavoro di Guidoboni (1985), oppure l’eruzione gassosa con effetto di sinkhole a Larderello nel 1320 (Meloni, 2009), o infine il falso terremoto del 1346 in Pianura Padana descritto da Camassi e Castelli (2013). La casistica è ampia.
Per avere un’idea concreta di quanto raccontato finora, basta consultare il sito dell’Archivio Storico Macrosismico Italiano (ASMI, Rovida et al., 2017), che raccoglie le fonti disponibili per tutti i terremoti presenti nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15, Rovida et al., 2020, 2024), dove esiste, fra le altre selezionabili, la voce “terremoti falsi”. E nell’elenco ve ne sono ben 260, dal 50 d.C. al 1971. Analogamente troviamo segnalazioni di terremoti falsi nel Catalogo dei Forti Terremoti Italiani (CFTI5med, Guidoboni et al., 2018). Pertanto, nei cataloghi sismici precedenti agli attuali erano inclusi almeno 260 eventi, successivamente rimossi dalle compilazioni più aggiornate (Figura 1).

Confutare, correggere, revisionare i dati storici relativi a un evento sismico comporta un lavoro spesso più difficoltoso e complesso rispetto a quello della ricerca di dati sismici ex novo.
Innanzitutto, perché il dato viene presentato già analizzato, configurandosi come un prodotto finito del quale è necessario ricostruire ogni passaggio metodologico; in ultimo, vi è un certo timore reverenziale nei riguardi degli autori dell’epoca, i cui nomi illustri costituiscono tuttora, a distanza di molti decenni, i capisaldi nell’ambito della sismologia storica, richiedendo cautela e rispetto nell’approccio. Nel caso in esame, la figura di riferimento è Michele Stefano De Rossi, fondatore del Bullettino del Vulcanismo Italiano.

Il caso trattato nella recente pubblicazione di Paolini e Tertulliani (2026) è quello del terremoto che sarebbe avvenuto nei Monti Prenestini, vicino Roma, il 16 marzo 1883 e come tale presente in catalogo con intensità 7 MCS e magnitudo macrosismica 5.1.
Analizziamo le fonti, anzi la fonte. In base a quanto riportato laconicamente dal Bullettino del Vulcanismo Italiano alla data del 16 marzo del 1883 troviamo: Sera, Palazzuolo presso Albano Laziale, scossa 8°.
Dubbi su questo evento erano già stati espressi da Diego Molin in un suo studio del 1981 sulla sismicità dei Colli Albani dove al riguardo annotava:
16.3.1883, PALAZZOLO, VII grado
È molto probabile che l’intensità attribuita a questa scossa sia errata (errore di stampa?); essa è riportata nelle “Notizie di Marzo” del Bullettino del Vulcanismo Italiano e le è assegnata un’intensità dell’VIII grado della scala De Rossi – Forel (corrispondente al VII grado MCS). Poiché lo stesso Bullettino non la menziona né nella “Rivista sismica di Marzo”, né tra i dati degli osservatori sismici di Velletri e Roma e nemmeno riporta notizie riguardanti i paesi vicini, è probabile che il valore dell’intensità sia notevolmente inferiore a quello assegnatoli.
Nonostante i dubbi del valentissimo collega Molin, l’evento confluì prima nel catalogo PFG (Postpischl, 1985) e successivamente nel CPTI15 con una intensità stimata del 7° MCS (per un confronto tra le scale macrosismiche citate si veda Tertulliani, 2019).
A rendere più confusa la situazione è la localizzazione stessa dell’evento: Palazzuolo presso Albano Laziale. La specifica presso Albano Laziale indicata da Michele De Rossi, scompare nel lavoro di Molin e la localizzazione viene successivamente interpretata come la località Palazzola o Colle di Palazzolo, situata nei pressi di Zagarolo, alle pendici dei Monti Prenestini e come tale confluisce nel catalogo DBMI-CPTI15. Le due località distano circa 15 km l’una dall’altra.
Malgrado queste incongruenze si è giunti a definire quello che rappresenta il più importante e, al tempo stesso, enigmatico, evento sismico dei Monti Prenestini.
Per comprendere meglio le perplessità sul terremoto del 1883 analizziamo brevemente il contesto sismico dei Monti Prenestini.
La sismicità dei Monti Prenestini
La dorsale dei Monti Prenestini è un piccolo massiccio montuoso della provincia di Roma (Figura 1), compreso tra il complesso vulcanico dei Colli Albani a sud-ovest e le propaggini dell’Appennino centrale a est. La sismicità dell’area è da considerarsi bassa sia in frequenza che in intensità.


Fra questi eventi spiccano i due terremoti del 1844 e del 1876 che fecero danni alla città di Palestrina, in provincia di Roma, oltre a quello del 16 marzo del 1883.
Il terremoto del 1876 è l’evento più documentato, procurò danni a Palestrina e ad altre località del circondario, fino ai Castelli Romani (Locati et al., 2022). Anche il terremoto del 1844 danneggiò Palestrina (Tertulliani et al., 1998).
Tutti gli eventi menzionati in tabella hanno lasciato una traccia documentale attraverso la letteratura scientifica dell’epoca, le Cartoline macrosismiche oppure articoli su quotidiani come, ad esempio, il Corriere della Sera del 29-30 ottobre 1876 sul terremoto del 1876: Abbiamo avuto un po’ di terremoto. Veramente a Roma pochissimi se ne sono accorti: la scossa fu assai lieve, in senso ondulatorio, e in un’ora di attività cittadina, nelle ore pomeridiane. Ma nella provincia di Roma, a Palestrina, a Tivoli ed altrove, la scossa fu più forte e grande la paura.
Al contrario, il terremoto del 16 marzo 1883 a cui è attribuita la massima magnitudo dell’area, localizzato nei pressi di Zagarolo (Roma), cittadina sita tra i Colli Albani e i Monti Prenestini, e con una intensità MCS pari a 7 per la località di Palazzola (frazione di Zagarolo), è dotato di una poverissima documentazione.
La mancanza di documentazione per un terremoto avvenuto vicino a Roma, in tempi abbastanza recenti, e che avrebbe fatto danni significativi risulta però sospetta.
Diversi elementi inducono a ritenere l’indicazione fornita nel Bullettino del De Rossi come frutto di un errore.
Innanzitutto, l’assenza di una qualsiasi notizia attraverso le Cartoline sismiche. Il sistema delle Cartoline sismiche, messo in piedi da De Rossi fra il 1870 e il 1880 tramite una rete di corrispondenti fissi, era all’epoca ormai avviato e consolidato, e metteva in condizione il mondo scientifico e accademico sia di convalidare l’avvenimento di un evento sismico sia di quantificarne gli effetti sull’uomo e sull’ambiente (vedi un articolo recente sulle Cartoline sismiche).
Pur ammettendo e ipotizzando una eventuale perdita accidentale delle cartoline sismiche legate all’evento studiato, ulteriori elementi fanno dubitare sul reale accadimento che, va sottolineato, venne valutato come 8° della scala De Rossi-Forel su un edificato di pietra, mattoni e privo di cemento armato (equivalente al 7° MCS, lesioni gravi e diffuse negli edifici in muratura). Inoltre:
In ultimo non va dimenticato che l’area dei Castelli Romani era ben conosciuta dal De Rossi che vi abitava; ad Albano, in particolare, il fratello, Giovanni Battista De Rossi insigne archeologo e studioso di catacombe e antichità paleocristiane, aveva studiato le catacombe di san Senatore e nel fratello Michele trovava spesso valido aiuto nelle ricerche archeologiche. In sintesi, un evento sismico con intensità pari al 7° MCS / 8° Rossi-Forel non poteva non indurre il sismologo De Rossi a un sopralluogo personale quindi a un commento più descrittivo sugli effetti provocati dal sisma, e soprattutto non poteva passare inosservato.
Conclusioni
Dalle pagine del Bullettino traspare l’impegno continuo, costante e quasi maniacale di Michele Stefano De Rossi: un’opera di catalogazione metodica e puntuale che testimonia una dedizione tale da indurlo a abbandonare definitivamente la carriera giuridica per la sismologia. Risulta dunque complesso rintracciare la causa di tale svista o comprendere le ragioni dell’errore. Si è trattato di un refuso tipografico o magari di un fenomeno reale ma di lieve entità (un 3° grado De Rossi-Forel?) trasformatesi in un 8° durante la fase di stampa del Bullettino? In assenza di prove definitive, resta il fatto che tale informazione errata, recepita nelle bibliografie successive, ha condizionato la valutazione del rischio sismico locale, determinando persino lo spostamento dell’epicentro dai Colli Albani all’area dei Monti Prenestini.
Sul piano strettamente metodologico, la ricerca condotta costituisce un significativo esempio di indagine fondata sull’assenza di fonti documentarie. Proprio tale assenza rappresenta un elemento probatorio rilevante, poiché suggerisce che l’evento non ebbe luogo oppure, nella più prudente delle ipotesi, che si manifestò con un’intensità talmente modesta da non lasciare tracce nella documentazione coeva.
A cura di Andrea Tertulliani, INGV e Salvatore Paolini, ENEA.
Albini, P. (2011). The true case of the 1276 fake earthquake. Seismological Research Letters, 82(1), 111-114.
Bellettati, D., Camassi, R., & Molin, D. (1993). Fake quakes in Italy through parametric catalogues and seismological compilations: case histories and typologies. Terra Nova, 5(5), 488-495.
Camassi R., Castelli V., 2013. The curious case of the 1346 earthquake recorded only by very young chroniclers. Seismological Research Letters, 84, 6, 1089-1097. https://doi.org/10.1785/0220130063
Galli I. (1906). I terremoti nel Lazio. Velletri. Tipografia “Pio Stracca”, 132pp.
Guidoboni E. (1985) Immagini e interpretazioni di fenomeni naturali: “Il terremoto” di Issime del 1600-1601, Quaderni storici, Vol. 20, No. 60 (3), pp. 811-838
Guidoboni, E., & Ferrari, G. (1989). The inexact catalogue: the study of more than 1700 earthquakes from the XI to the XX century in Italy. Terra Nova, 1(2), 151-162.
Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Sgattoni G., Valensise G. (2018) – CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.-1500). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.6092/ingv.it-cfti5
Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Antonucci A. (2022). Database Macrosismico Italiano (DBMI15), versione 4.0 [Data set]. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/dbmi/dbmi15.4
Meloni, F. “Terremoti e sprofondamenti–similitudine dei percorsi di ricerca storica, tra casi di sostituzione, effetti nel suolo e liquefazioni.” Atti 2 Workshop internazionale:“I Sinkholes. Gli sprofondamenti catastrofici nell’ambiente naturale ed in quello antropizzato”, Roma, 2009.
Molin D. (1981). Sulla sismicità storica dei Colli Albani. CNEN, RT/AMB (81) 11. Roma, 104 pp.
Paolini, S., & Tertulliani, A. (2026). Materiali per un Catalogo dei terremoti italiani: il caso del più forte terremoto dei Monti Prenestini (Lazio), 16 marzo 1883. Quaderni Di Geofisica, 201, 20 pp. https://doi.org/10.13127/qdg/201
Postpischl, D. (1985). Catalogo dei terremoti italiani dall’anno 1000 al 1980, CNR-PFG, Quaderni de «La ricerca scientifica», 114, 2B, Bologna, 239 pp.
Rovida A., Locati M., Antonucci A., Camassi R. (a cura di) (2017). Archivio Storico Macrosismico Italiano (ASMI). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/asmi
Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (2020). The Italian earthquake catalog CPTI15. Bulletin of Earthquake Engineering, 18(7), 2953–2984. https://doi.org/10.1007/s10518-020-00818-y
Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P., Antonucci A. (2022). Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15), versione 4.0. [Data set]. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/cpti/cpti15.4
Tertulliani A. (2019): Storia delle scale macrosismiche, Quad. Geofis., 150. https://doi.org/10.13127/qdg/150
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Centinaia di migliaia di famiglie italiane hanno installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa con l’obiettivo di abbattere i costi delle bollette elettriche e proteggersi dai rincari energetici. Tuttavia, esiste un tema contabile e fiscale che spesso viene trascurato o compreso solo parzialmente: i proventi derivanti dalla cessione della corrente in eccesso alla rete elettrica nazionale. Moltissimi cittadini sono convinti che qualsiasi somma accreditata dal Gestore dei Servizi Energetici sul proprio conto corrente sia completamente esente da tasse, trattandosi di un semplice recupero spese o di una forma di rimborso. La realtà normativa è decisamente più complessa e articolata.
Esiste una linea di demarcazione molto netta tracciata dall’Agenzia delle Entrate, che separa i rimborsi effettivi dai veri e propri ricavi. Non conoscere questa differenza rischia di esporre i contribuenti a contestazioni, sanzioni e accertamenti fiscali evitabili con un minimo di attenzione in fase di dichiarazione dei redditi.
Per comprendere la propria posizione fiscale occorre fare riferimento alla categoria di appartenenza della stragrande maggioranza delle installazioni residenziali. Si tratta degli impianti con potenza nominale non superiore a 20 kilowatt, posizionati al servizio dell’abitazione principale o delle sue pertinenze e gestiti da persone fisiche che non esercitano attività d’impresa o professione.
Per questa tipologia di utenza la legge fissa principi chiari. L’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici che viene immediatamente assorbita dagli elettrodomestici di casa non ha alcuna rilevanza fiscale. Questo fenomeno, noto come autoconsumo istantaneo, rappresenta un risparmio privato diretto e non genera alcun tipo di reddito imponibile. Nessuno chiederà mai conto dell’elettricità autoprodotta e autoproducente.
Il discorso cambia radicalmente quando l’energia prodotta supera il fabbisogno del momento e viene immessa nella rete pubblica. In questa fattispecie entra in gioco il contratto sottoscritto con il GSE, ed è proprio la formula contrattuale scelta a determinare se le somme ricevute debbano essere indicate nella dichiarazione dei redditi o meno.
Nel meccanismo dello Scambio sul Posto convivono due componenti economiche distinte che devono essere trattate in modo opposto dal punto di vista tributario. La prima componente è il contributo in conto scambio, cioè la somma che il GSE versa a titolo di ristoro o compensazione per l’energia che il cittadino ha dovuto prelevare dalla rete durante le ore notturne o nei momenti di scarsa insolazione. Questo importo ha la natura giuridica di una restituzione di costi sostenuti e, pertanto, non costituisce reddito ed è totalmente esentasse.
La seconda componente riguarda la liquidazione delle eccedenze. Quando nell’arco dell’anno solare la quantità complessiva di energia immessa nella rete supera la quantità di energia prelevata, l’utente può richiedere al GSE il pagamento del controvalore finanziario di tale esubero. Questa somma non rappresenta più un rimborso di spese precedentemente sostenute, ma una vera e propria vendita di merce.
Di conseguenza, per l’Agenzia delle Entrate la liquidazione dell’eccedenza costituisce un guadagno tassabile a tutti gli effetti. Il fisco la inquadra giuridicamente tra i redditi diversi, precisamente come provento derivante da attività commerciale svolta in via occasionale.
Una situazione del tutto analoga si verifica per chi ha attivo un contratto di Ritiro dedicato oppure cede l’energia tramite le forme di tariffa omnicomprensiva. Nel Ritiro Dedicato non viene effettuato alcun conguaglio tra immissioni e prelievi; ogni singolo kilowattora immesso nella rete viene acquistato e pagato dal GSE. Tutti i bonifici accreditati durante l’anno al proprietario dell’impianto rappresentano corrispettivi di vendita e devono essere dichiarati e sottoposti a tassazione ordinaria IRPEF.
Un errore molto comune commesso dai proprietari di impianti fotovoltaici riguarda le tempistiche e i criteri di imputazione delle somme da dichiarare. Il regime dei redditi diversi si basa sul rigido principio di cassa: conta esclusivamente la data in cui il denaro è stato accreditato sul conto corrente bancario e non l’anno in cui l’energia è stata effettivamente prodotta o immessa in rete.
Se il GSE versa le eccedenze o i corrispettivi del Ritiro dedicato nel corso di un determinato anno solare, quell’importo deve trovare spazio nella dichiarazione dei redditi da presentare nell’anno successivo. L’ammontare lordo incassato concorre alla formazione del reddito complessivo del contribuente e viene tassato secondo gli scaglioni progressivi IRPEF individuali.
Operativamente, la trascrizione dei dati dipende dalla tipologia di modello utilizzato per l’adempimento fiscale. Chi presenta il Modello 730 deve riportare l’importo totale lordo percepito all’interno del Quadro D, indicandolo nello specifico rigo D5 e selezionando il codice identificativo numero uno. Per coloro che compilano il Modello Redditi Persone Fisiche, la casella di riferimento è posizionata all’interno del Quadro RL, precisamente al rigo RL14.
Il margine di distrazione o di omessa dichiarazione si è ridotto drasticamente a seguito dell’inasprimento dei controlli e dell’integrazione delle banche dati pubbliche. Il GSE invia periodicamente all’Anagrafe Tributaria la rendicontazione analitica di tutti i pagamenti effettuati verso i cittadini privati per la cessione di energia elettrica.
Queste informazioni vengono elaborate dall’Agenzia delle Entrate per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata. Il contribuente trova spesso tali somme già inserite automaticamente nei quadri di riferimento, oppure segnalate tra i fogli informativi allegati alla precompilata.Tuttavia, l’automatizzazione non solleva il cittadino dalla responsabilità finale sulla correttezza delle cifre indicate. È fondamentale verificare che gli importi corrispondano esattamente a quanto erogato e che non siano state inserite per errore le quote relative al contributo in conto scambio, che devono restare esenti.
Per effettuare una verifica puntuale senza margine di errore, è sufficiente accedere alla propria Area Clienti sul portale informatico del GSE utilizzando le credenziali digitali personali SPID o la Carta d’Identità Elettronica. Consultando la sezione dedicata ai documenti e alle comunicazioni ufficiali, è possibile scaricare il prospetto riepilogativo dei redditi diversi o la relativa Certificazione Unica. Il documento riporta la cifra esatta da controllare o inserire nel modulo di dichiarazione, garantendo la piena regolarità fiscale del proprio impianto domestico.
L'articolo I ricavi da vendita dell’elettricità generata da un impianto fotovoltaico su tetto sono tassati? Cosa c’è da sapere proviene da Il Fatto Quotidiano.



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