Il 13 agosto 2026 Donald Tusk ha annunciato di aver sventato, a Varsavia, un piano per uccidere un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina, definendolo il primo tentativo attribuito a Mosca di colpire un cittadino americano sul suolo di un altro Paese Nato. È tentante leggere l’episodio come una novità assoluta, l’ennesima escalation di un conflitto che sembra non conoscere più argini. È una lettura incompleta. Quello di Varsavia è l’ultimo anello di una catena che attraversa un secolo di storia dei servizi segreti sovietici e russi, con una logica operativa sorprendentemente stabile: l’eliminazione fisica del nemico all’estero come strumento di politica di Stato, purché resti negabile.
Il paradigma nasce nel gergo stesso dei servizi sovietici, che chiamavano questa attività mokrye dela, “affari bagnati”. Il primo caso compiutamente documentato porta la firma di Pavel Sudoplatov, che diventerà l’architetto dell’intera dottrina. Nel maggio 1938, a Rotterdam, Sudoplatov consegna di persona a Yevhen Konovalets, leader del nazionalismo ucraino, una scatola di cioccolatini con un ordigno a orologeria: Konovalets muore dilaniato pochi minuti dopo. Due anni dopo lo stesso Sudoplatov organizza da Mosca l’eliminazione di Lev Trotsky: nell’agosto 1940, a Coyoacán, l’agente Nkvd Ramón Mercader, infiltratosi nella cerchia del fondatore dell’Armata Rossa, gli conficca una piccozza da alpinista nel cranio. Mercader sconterà vent’anni di carcere senza mai confessare per chi lavorasse, e riceverà comunque, in absentia, l’onorificenza di Eroe dell’Unione Sovietica. È il primo elemento costante: l’esecutore isolato e sacrificabile, protetto dal silenzio più che dalla fuga — e una regia accentrata capace di colpire, in due anni e su due continenti, i due nemici più ingombranti dello stalinismo in esilio.
Il secondo elemento costante — un apparato tecnico capace di simulare la morte naturale — matura negli anni Cinquanta con il Dipartimento 13 del Kgb, erede della struttura di Sudoplatov. È qui che si forma Bogdan Stašinski, che nel 1957 uccide a Monaco l’intellettuale ucraino Lev Rebet e nel 1959 il leader nazionalista Stepan Bandera, entrambi con una pistola spray al cianuro capace di simulare un arresto cardiaco. Quando nel 1961 Stašinski diserta consegnandosi ai tedeschi occidentali, la catena di comando svelata fino al presidente del Kgb Šelepin costringe Chruščёv a dichiarare formalmente sospesi gli omicidi mirati individuali — sospensione più diplomatica che reale, ma che segna una svolta dottrinale: da allora Mosca preferirà, quando possibile, appaltare l’esecuzione a servizi alleati o intermediari non direttamente riconducibili al Cremlino. Ai margini estremi della dottrina resta un caso che rompe la logica della negabilità invece di perfezionarla: nel dicembre 1979, nell’Operazione Storm-333, le forze speciali del Kgb assaltano il palazzo presidenziale di Kabul e uccidono il presidente afghano Hafizullah Amin, sostituendolo in poche ore con un leader gradito a Mosca — non un omicidio coperto, ma una decapitazione politica a viso aperto, funzionale a un cambio di regime.
È il modello dell’appalto a servizi alleati a spiegare il caso più noto della Guerra Fredda tarda: l’omicidio di Georgi Markov, il dissidente bulgaro della Bbc, ucciso a Londra l’11 settembre 1978 con un proiettile di ricina iniettato nella gamba dalla punta di un ombrello sul Waterloo Bridge. L’operazione fu condotta dai servizi segreti bulgari con assistenza tecnica del Kgb: tecnologia sovietica, esecuzione bulgara, negabilità totale per Mosca. Il sospettato principale, identificato solo nel 2005 grazie agli archivi desecretati di Sofia, è un cittadino italiano: Francesco Gullino, nato a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1945, reclutato dai bulgari nel 1971 e attivo per anni con copertura di antiquario e passaporto danese, nome in codice “Piccadilly”. Interrogato nel 1993 a Copenaghen, ammise la propria attività di agente ma negò ogni coinvolgimento nell’omicidio; non fu mai incriminato, poiché i fatti erano avvenuti fuori dalla giurisdizione danese e i termini per lo spionaggio erano scaduti. È morto da solo, in Austria, nel 2021, senza aver mai confessato — il monumento più compiuto alla capacità del sistema di proteggere fino alla morte naturale anche l’esecutore materiale, non solo il mandante.
Con la fine dell’Urss ci si attendeva un declino di questa prassi; è accaduto l’opposto. Il primo caso post-sovietico compiuto è quello di Zelimkhan Yandarbiyev, ex presidente ceceno in esilio, ucciso a Doha nel febbraio 2004 da un’autobomba fatta detonare da due operativi del Gru: l’unico caso dell’intera sequenza in cui gli esecutori furono arrestati, processati e condannati — da un tribunale qatariota — prima di essere rimpatriati sotto pressione diplomatica di Mosca. Il caso Litvinenko, a Londra nel 2006, rompe invece con la tradizione della negabilità tecnica: l’ex ufficiale Fsb Aleksandr Litvinenko viene avvelenato con polonio-210, isotopo rarissimo che lascia una scia radioattiva tracciabile ovunque gli esecutori siano passati. L’inchiesta pubblica britannica del 2016 ha attribuito l’operazione ad Andrei Lugovoi e Dmitrij Kovtun, giudicando “probabile” l’approvazione dello stesso Putin: un’arma così impossibile da negare da far ipotizzare che qui il messaggio politico contasse più della copertura. Lo stesso schema, tecnicamente più sofisticato, si ripete nel 2018 a Salisbury contro l’ex agente del Gru Sergei Skripal e la figlia, avvelenati con il nervino Novichok da due operativi dell’unità 29155, in un’operazione che ucciderà per esposizione accidentale anche la cittadina britannica Dawn Sturgess.
Tra Skripal e la sequenza polacca si colloca il caso di Maksim Kuzminov, il pilota russo che nell’agosto 2023 aveva disertato consegnando alle forze ucraine il proprio elicottero Mi-8. Rifugiatosi in Spagna sotto falso nome, viene trovato morto il 13 febbraio 2024 in un garage di Villajoyosa, ucciso da diversi colpi d’arma da fuoco. L’intelligence spagnola ha indicato la pista di sicari inviati da Mosca — un’ipotesi che l’Alto rappresentante Ue Borrell ha definito potenzialmente “molto preoccupante” — ma senza mai raggiungere una certezza giudiziaria: parte della stampa spagnola ha inizialmente valorizzato anche l’ipotesi di un regolamento di conti privato. Rispetto al polonio o al Novichok, l’uso di armi comuni in uno scenario che poteva passare per criminalità ordinaria disegna una terza variante di negabilità: non l’assenza di tracce di Markov, né il segnale politico dichiarato dei casi britannici, ma un’ambiguità costruita ad arte.
È in questo intreccio di registri — negabilità totale, recupero diplomatico, segnale politico dichiarato, ambiguità costruita — che si colloca la sequenza polacca degli ultimi due anni, un’ulteriore mutazione del modello, non più limitata ai soli dissidenti e disertori. Nello stesso 2024 l’intelligence statunitense scopre e comunica a Berlino un piano russo, il più avanzato di una serie più ampia contro dirigenti dell’industria della difesa europea, per uccidere Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, il principale produttore tedesco di munizioni e mezzi corazzati per l’Ucraina — episodio riportato da fonti anonime citate dalla Cnn e mai confermato da atti giudiziari, ma non smentito da Berlino: il livello di attribuzione più debole dell’intera sequenza recente, eppure coerente con il resto del quadro. Il bersaglio, in questo caso, non è più un oppositore politico ma un manager, colpito in quanto nodo industriale della catena di rifornimento bellico occidentale. Il sabotaggio ferroviario di novembre 2025 sulla linea Varsavia-Lublino, l’omicidio del dissidente Robert Kuzovkov (Semyon Skrepetsky) nel giugno 2026 e il tentativo sventato contro il cittadino statunitense-ucraino di agosto condividono un tratto che li distingue da Mercader, Stašinski, Markov e Litvinenko: gli esecutori non sono più “illegali” addestrati per anni, ma soggetti reclutati per singole missioni via messaggistica cifrata, pagati in criptovaluta, spesso ignari del piano complessivo. È il modello che Eurojust ha documentato nell’inchiesta sui pacchi incendiari spediti nel 2024 dagli hub DHL di Lipsia e Birmingham, riconducendola al GRU dopo aver identificato ventidue sospetti definiti “persone in condizioni socio-economiche vulnerabili” — lo stesso identikit del ventinovenne arrestato a Varsavia il 7 agosto.
Questa esternalizzazione non nasce da un ripensamento dottrinale, ma da un vincolo strutturale: il numero di operazioni che Mosca deve condurre simultaneamente in Europa — contro dissidenti, industriali della difesa e infrastrutture logistiche, oggi anche contro cittadini americani — è troppo alto perché la rete storica degli “illegali”, costosa e lenta da formare, possa reggerne il ritmo. Il reclutamento per procura consente volume, ma a un prezzo: i proxy improvvisati commettono errori, lasciano tracce digitali e sono più facilmente processabili, come dimostra la rapidità con cui l’Abw ha neutralizzato il piano di agosto. La negabilità politica resta intatta — nessun documento collega mai il Cremlino all’esecutore — ma quella operativa, che per decenni ha protetto anche gli esecutori fino alla morte naturale come accadde a Gullino, si è visibilmente erosa.
Resta invece del tutto immutata la funzione politica di queste operazioni, identica da Rotterdam a Varsavia: colpire un bersaglio scomodo restando sotto la soglia che costringerebbe la Nato a una risposta collettiva, comunicando a ogni dissidente o disertore che nessuna distanza costituisce una protezione reale. Cambia lo strumento — una scatola di cioccolatini, una piccozza, il cianuro, un ombrello, un’autobomba, il polonio, il Novichok, una pistola comune, oggi un sicario pagato in bitcoin — ma non la convinzione, che attraversa un secolo di storia sovietica e russa, che l’eliminazione del nemico all’estero sia una prerogativa legittima dello Stato, purché nessuno possa mai provarlo fino in fondo. Non stupisce, in questa luce, che il sospetto esecutore materiale dell’omicidio Markov fosse un cittadino italiano mai realmente indagato dall’Italia: un promemoria di quanto sia stata a lungo permeabile — e lo resti, su scala oggi molto più ampia — la capacità del controspionaggio occidentale, italiano compreso, di intercettare per tempo il reclutamento dei propri cittadini da parte di servizi ostili operanti sotto copertura commerciale. È lo stesso interrogativo, aggiornato alla scala del reclutamento digitale di massa, che oggi impone alle magistrature e ai servizi di Polonia, Germania, Lituania e Italia una cooperazione multilaterale sempre più stretta, coordinata da Eurojust, per intercettare in tempo reale una rete di proxy che nessun singolo Paese può più sorvegliare da solo.