La grande illusione del riarmo europeo
Nel 2024 le spese militari dei paesi UE membri della NATO hanno raggiunto i 317 miliardi di euro, con un aumento dell’86% in termini reali tra il 2014 e il 2024. I piani del bilancio pluriennale della UE per il 2028-2034 prevedono una spesa di 131 miliardi di euro per la difesa, sei volte superiore al bilancio precedente. Il Libro bianco White Paper for European Defence – Readiness 2030 della UE del 2025 sostiene che «gli investimenti nella difesa potrebbero raggiungere almeno 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni».
Tali politiche non possono essere interpretate come un classico caso di militarizzazione incentrata sullo stato. Piuttosto, in Europa si manifestano quattro fattori trainanti distinti – e spesso contraddittori. La “militarizzazione federalista” è il modello perseguito dalla Commissione europea, con i seri limiti imposti dai Trattati europei e dalla sovranità degli stati in materia di difesa. La “militarizzazione a geometria variabile” è guidata dagli interessi e dalle strategie divergenti degli stati ed è la forma più forte di intervento in vari ambiti delle politiche e nelle aree di conflitti e tensioni internazionali. La “militarizzazione della proiezione esterna” è la modalità con cui l’Europa interviene, in misura crescente, per la protezione dei propri interessi nelle aree vicine. Infine, la “militarizzazione delle Big Tech” suscita gravi preoccupazioni, perché è guidata dal potere tecnologico delle grandi imprese americane che dominano le tecnologie digitali, i sistemi di sorveglianza e spaziali e le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale. Le nuove strategie di sicurezza e le modalità di guerra sono sempre più condizionate dalle loro capacità – private – piuttosto che dalle scelte delle autorità politiche e militari. L’attuale riarmo dell’Europa affonda le sue radici in tutti questi processi. Accanto alle dinamiche politiche, ci sono le dimensioni economiche e tecnologiche della militarizzazione.
Un modello economico sbagliato. Per raggiungere gli 800 miliardi di euro di spesa per nuove armi, la UE ha sospeso i vincoli di bilancio per la spesa pubblica in campo militare degli stati membri e ha creato uno strumento di finanziamento del debito da 150 miliardi di euro – SAFE – per finanziare i prestiti degli stati destinati all’acquisto di armi. Allo stesso tempo, nel 2025 i paesi UE membri della NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL.
In termini macroeconomici la stagnazione economica, le restrizioni fiscali e monetarie della UE, l’elevato debito pubblico e il sistema di governance economica dell’Unione fanno sì che il riarmo non possa essere finanziato senza gravi tagli alla spesa pubblica civile, in particolare quella sociale e ambientale. Tuttavia, un’economia militarizzata contribuisce in misura molto ridotta alla crescita e all’occupazione in Europa. Se guardiamo alle traiettorie dei paesi che spendono di più in armamenti – Stati Uniti, Regno Unito e Francia – troviamo che sono stati quelli più colpiti dal declino industriale. Politiche alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità – sulla base delle simulazioni economiche, avrebbero effetti molto maggiori crescita e occupazione.
Quanto alle imprese militari europee, esse producono sulla base di commesse nazionali frammentate, dipendono fortemente dalle aziende Usa per armi e sistemi digitali, e sono in parte di proprietà di fondi di investimento con sede negli Stati Uniti. L’espansione degli ordini e dei profitti delle aziende non sta portando né a un consolidamento del settore a livello UE, né a un serio miglioramento della sovranità tecnologica dell’Europa – l’obiettivo politico dichiarato di queste politiche.
Considerando le dinamiche tecnologiche, si registra una nuova convergenza tra percorsi civili e militari nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale, con il ruolo dominante svolto dalle grandi imprese tecnologiche statunitensi, le Big Tech. I paesi europei sono da tempo in ritardo rispetto agli Stati Uniti nelle tecnologie digitali e dispongono di poche aziende con attività significative in tali settori. L’emergere di un complesso militare-digitale dominato dagli Stati Uniti rischia di influenzare gli sviluppi economici e di sicurezza in Europa.
Di fronte a tali squilibri, la UE ha moltiplicato i programmi di ricerca e tecnologia che hanno finanziato le grandi imprese militari europee, ma senza mettere in discussione il potere delle grandi aziende tecnologiche statunitensi. Nel contesto della scarsa capacità innovativa dell’Europa, specialmente nel settore digitale, lo spostamento verso attività militari mantiene la dipendenza dell’Europa dal potere degli Stati Uniti e riduce le capacità europee nei settori civili in cui l’Europa ha vantaggi consolidati – dalle tecnologie ambientali ai sistemi sanitari. Le politiche realizzate dalla UE contribuiscono ben poco alla ricerca della sovranità tecnologica – un aspetto chiave dell’autonomia strategica. Siamo di fronte a un progetto politico illusorio.
Possiamo concludere che il riarmo dell’Europa non è una traiettoria di sviluppo sostenibile a lungo termine, non contribuisce a una crescita significativa né alla creazione di posti di lavoro, non conduce alla sovranità tecnologica e rende impossibile la transizione verde e la tutela dello stato sociale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è un modello economico sbagliato.
Una politica illusoria. Il riarmo dell’Europa è stato lanciato in risposta alle tensioni internazionali, ma senza un dibattito serio sulle esigenze di sicurezza dell’Europa, senza una visione politica sull’architettura di un ordine internazionale che garantisca pace e stabilità. La corsa al riarmo europeo non ha risposte alle domande su che cosa significhi per gli scenari militari – nucleari e convenzionali – e su come i nuovi armamenti – sviluppati in gran parte al di fuori del controllo dei governi della UE – cambiano le strategie e le modalità della guerra. L’obiettivo dell’autonomia strategica non fornisce risposte sul suo significato effettivo in termini di poteri decisionali, risorse economiche e modalità operative nei compiti di sicurezza e difesa.
Il riarmo dell’Europa non riesce nemmeno a portare a una maggiore integrazione politica e istituzionale europea. Nonostante le crisi e le guerre alle porte della UE, vi è scarsa convergenza degli interessi di sicurezza tra gli stati membri della UE. Aumenta l’incertezza sul futuro della NATO, c’è un progressivo ritiro delle forze militari statunitensi, non vi è alcun accordo sulle prospettive di una difesa comune europea. L’Europa ha da tempo abbandonato la sua immagine di “unione di pace”, e sta scoprendo che la corsa al riarmo non la sta affatto portando verso un’“unione sempre più stretta”. Alla mancanza di una visione politica europea in materia di sicurezza, stabilità e integrazione si affianca una mancanza di visione per il suo futuro economico. Il riarmo sta sostituendo le politiche della UE per la transizione ecologica – il Green Deal – e per la transizione digitale – il recupero del ritardo rispetto al predominio di Stati Uniti e Cina. Sta mettendo in pericolo il welfare state e il modello sociale europeo.
La politica di riarmo non è coerente con le esigenze di sicurezza e non porta a una maggiore integrazione. Non è in grado di raggiungere in modo significativo gli obiettivi ufficiali di autonomia strategica e sovranità tecnologica. Manca di una visione per un futuro di stabilità, pace e ordine internazionale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è una politica illusoria.