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L’esperimento spagnolo. Le tante luci di un’epopea proletaria

La Rivoluzione Spagnola è stato l’esperimento più avanzato nel superamento della società basata sulla proprietà privata e sul dominio del governo. Questa rivoluzione è stata soffocata dalle truppe nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco il 1° marzo del 1939. I nazionalisti erano sostenuti da una coalizione internazionale di governi imperialisti guidata dal Regno Unito e dalla Francia, che ha appoggiato l’intervento militare della Germania e soprattutto dell’Italia.

Questa coalizione internazionale si è tradotta in un’interpretazione storica che ha condannato senza appello l’esperienza rivoluzionaria spagnola. Una condanna su cui concordano, sia pure con motivazioni diverse, gli storici reazionari, quelli liberali e quelli marxisti delle varie scuole.

L’esperimento rivoluzionario spagnolo, fin da quando era in corso, attirò su di sé le critiche delle componenti interclassiste, antiorganizzatrici e individualiste del movimento anarchico, critiche che spesso hanno messo in secondo piano il valore di quella esperienza.

Scopo di questo articolo è mettere in evidenza le conquiste del proletariato spagnolo, al di là degli errori e delle carenze che non inficiano i risultati raggiunti, e l’utilità degli insegnamenti provenienti dai settantasei anni di lotte che precedettero il 19 luglio 1936 per il proletariato di tutti i paesi, in marcia verso la rivoluzione sociale.

Mi limiterò ad alcune considerazioni. La prima, e la più importante, è che il modello organizzativo del proletariato spagnolo, basato su un’organizzazione politica anarchica e su un’organizzazione di massa autonoma da ogni partito e tendenzialmente unitaria, tanto che al suo interno convivevano diverse tendenze oltre a quella anarchica, ha sconfitto per tre volte il fascismo. La prima volta quando pose fine alla pratica del pistolerismo, cioè all’assassinio sistematico degli attivisti sindacali e dei militanti anarchici da parte di gangster assoldati dai capitalisti. Sotto i colpi dei pistoleros cadde anche Salvador Seguì, segretario della CNT (Confederación Nacional del Trabajo): Fu allora che esponenti del movimento anarchico e sindacale decisero di rispondere eliminando il capo della reazione antiproletaria, il cardinale Juan Soldevilla y Romero, arcivescovo di Saragozza. Un atto che seppe fermare la pratica del pistolerismo.

La seconda volta quando nel 1929 il dittatore Miguel Primo de Rivera fu costretto alle dimissioni e l’anno dopo cadde la monarchia. La terza volta quando il colpo di Stato dei generali contro la repubblica e il governo di fronte popolare, iniziato il 17 luglio 1936, fu sconfitto in gran parte della Spagna dalla pronta reazione popolare ispirata dalla Federacion Anarquista Iberica. Nel dibattito storico è stata spesso sottovalutata questa reazione: è stato sostenuto che, dal punto di vista militare, il colpo di stato sia stato sconfitto dallo schierarsi di alcune unità delle forze armate con il governo legittimo. Ritengo che proprio questo conferma l’importanza della reazione popolare, che ha creato il clima politico in cui i militari fedeli alla repubblica hanno potuto schierarsi con il movimento proletario.

Questa riflessione è tanto più importante se si pensa che negli stessi anni il fascismo si andava affermando, dopo l’Italia, in altri stati europei dove era presente un movimento operaio organizzato egemonizzato dalle componenti autoritarie come i partiti socialdemocratici e stalinisti. Le consecutive sconfitte del movimento operaio tedesco (1914 entrata in guerra della Germania, 1919 sconfitta della rivoluzione dei consigli, 1933 nomina di Adolf Hitler cancelliere del Reich) dimostrano l’incapacità dell’organizzazione autoritaria e burocratica di resistere alla reazione.

Un luogo comune, condiviso anche in ambito anarchico, è che lo stalinismo abbia sconfitto la rivoluzione libertaria in Spagna, provocandone la fine. In realtà lo stalinismo ha subito in Spagna una sconfitta da cui si sarebbe ripreso solo con la guerra mondiale.

Negli ultimi mesi del 1936 l’Unione Sovietica inviò ingenti aiuti alla Repubblica spagnola; questo ebbe dei contraccolpi nella situazione interna aumentando il peso del Partito Comunista, che assorbì le scarse forze socialiste in Catalogna dando vita al Partito Socialista Unificato della Catalogna, al tempo stesso estese la sua influenza sulla gioventù socialista, che si unì a quella comunista. Il partito comunista divenne il punto di riferimento della borghesia e di quanti volevano porre fine alle collettivizzazioni e alle esperienze autogestionarie nelle campagne e nelle fabbriche. Uno dei cavalli di battaglia degli stalinisti, frutto del loro schematismo marxista oltre che della politica interclassista di Stalin, era la situazione in Aragona, descritta come una regione terrorizzata dalla dittatura anarchica. Non si riusciva a capire come una regione abitata soprattutto da contadini piccoli proprietari e dove la penetrazione dell’anarchismo era minima avesse potuto dar vita ad una miriade di collettività agricole, se non con la violenza delle milizie confederali provenienti da Barcellona. Nel maggio del 1937 si svolsero quindi una serie di attacchi sia a Barcellona che in Aragona, che danno l’impressione di un piano preordinato volto a tener bloccato a Barcellona il grosso delle forze rivoluzionarie, mentre le forze dell’esercito regolare, guidate dallo stalinista Lister, provvedevano a sciogliere il consiglio di difesa dell’Aragona e a distruggere le collettività. I contadini, liberati dal “comunismo di guerra” imposto dagli anarchici, avrebbero cessato di approvvigionare la ribelle Barcellona, che sarebbe stata costretta ad allinearsi alla disciplina moscovita. Il successo militare del piano, accompagnato dall’imprigionamento e dall’assassinio di tanti militanti rivoluzionari, fra cui Camillo Berneri e Francesco Barbieri, si tradusse in una sconfitta politica: una volta tornate al fronte le truppe di Lister, le collettività si formarono di nuovo, tanto che Barcellona continuò ad essere rifornita dall’Aragona. Questo segnò la sorte della Repubblica, perché le potenze imperialiste si convinsero che solo le truppe nazionaliste, con la loro ferocia, avrebbero posto fine all’esperimento rivoluzionario, e che lo stalinismo non era in grado di controllare il movimento operaio occidentale, e preferirono allearsi con i governi fascisti, arrivando a regalare loro la Cecoslovacchia, in cambio del sostegno militare a Franco.

È bene ricordare, infine, che le uniche vittorie militari della Repubblica sono state ottenute grazie all’azione del movimento anarchico e delle milizie confederali: la sconfitta del colpo di stato, nei giorni immediatamente seguenti il 17 luglio, la liberazione dell’Aragona grazie alle milizie confederali, la liberazione di Teruel, nel dicembre del 1937, compiuta dalle divisioni dell’Esercito popolare eredi delle milizie confederali. La leggenda secondo cui l’indisciplina degli anarchici avrebbe provocato la sconfitta della Repubblica è quindi priva di fondamento. È stata piuttosto l’insipienza dei militari di professione, assieme ai tradimenti degli stalinisti, a provocare il crollo del sostegno alla Repubblica.

L’esperimento spagnolo è quindi un punto di riferimento del movimento di emancipazione in tutto il mondo. Questo è vero, oltre che dal punto di vista storico, anche dal punto di vista concreto: basti pensare agli esuli spagnoli nel Nord Africa che collaborarono con la lotta di liberazione algerina dal dominio francese, o all’esperienza di Cuba. I fratelli Castro, esuli in Messico dopo il fallito assalto alla Caserma Moncada a Santiago di Cuba, si rifugiarono in Messico dove strinsero rapporti con le organizzazioni degli esuli spagnoli, da cui ebbero aiuti in materiali ed uomini, per organizzare la successiva spedizione del “Granma”, che diede il via alla liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista.

Come si dice che la Comune di Parigi rappresenta la forma finalmente scoperta dell’organizzazione sociale che sostituirà la società basata sul dominio politico ed economico, così si può dire che l’esperimento spagnolo ci indica la strategia che, attraverso la sconfitta del fascismo, porta alla rivoluzione sociale. Una strategia basata sull’organizzazione autonoma delle classi sfruttate; autonoma dalle influenze borghesi ma anche dai partiti che la vogliono usare per andare al governo. E all’interno di questa l’organizzazione rivoluzionaria anarchica che opera per diffondere l’ideale dell’avvenire nei settori più combattivi del proletariato.

Tiziano Antonelli

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Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026

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