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Milano viale Monza. 50 anni di vita della sede

Domenica 27 settembre ci siamo ritrovati in sede per ricordare i suoi primi 50 anni di vita.

Numerose le presenze, significativa la mostra di locandine e foto d’epoca, nutrito il programma. Dopo un intervento introduttivo che ha illustrato il senso della giornata – non un retorico ricordo del passato, ma uno sprone a guardare avanti e a misurarsi con gli ostacoli e le problematiche del presente – sono intervenuti Federica Ermacora, Lorenzo Pezzica e Alberto ‘Abo’ Di Monte.

Federica Ermacora ha presentato, insieme a Selva Varengo, il suo ultimo lavoro, Contro-immaginari. Municipalismo libertario e femminismo comunitario, edito da Quaderni di Paola, incentrato sul superamento dello Stato/nazione e sulle possibili alternative fondate sull’autogestione e sulla partecipazione attiva. Un intervento sostanzioso che ha preso in esame il comunalismo, il municipalismo libertario e l’esperienza della Comunità di comunità che tesse i territori in reti orizzontali e femministe suggerendo proposte concrete per scardinare le logiche di dominio e ripensare la giustizia sociale ed ecologica.

Dopo una breve pausa ha preso la parola Lorenzo Pezzica che ha parlato di un fatto che non è avvenuto, ma che avrebbe dovuto tenersi: le Olimpiadi Popolari di Barcellona del 19 luglio del 1936. Un evento poco conosciuto, sul quale esistono ancora pochi studi, organizzato in alternativa alle Olimpiadi di Berlino, vetrina del nazismo, e che vide l’arrivo nella città catalana di migliaia di atleti da tutto il mondo. Gli stessi atleti che, proprio il giorno dell’inaugurazione dei giochi, furono sorpresi dal golpe militare e dall’insurrezione popolare. Molti di loro scesero nelle strade al fianco del proletariato in armi, imbracciarono i fucili sulle barricate e alcuni entrarono nella Colonna Durruti. Un’occasione interessante di riflessione, quella sviluppata da Pezzica, anche sul ruolo degli storici nello studiare e nel tramandare gli avvenimenti.

Ha concluso gli interventi Alberto ‘Abo’ Di Monte che, con un ampio intervento, ha illustrato il lascito dell’Olimpiade Impopolare di Milano sia dal punto di vista economico, sia da quello ecologico e sociale, ricordando anche i morti sul lavoro nei cantieri. Sebbene manchino ancora dati certi, quello che appare evidente è l’incremento indefinito dei costi, che vanno a gravare sul pubblico, e l’incertezza sulla conclusione di opere ancora in fase di progettazione; il tutto in un quadro di gestione del territorio milanese che ha mostrato tutta la sua valenza speculativa, a scapito delle infrastrutture sociali (chiusura di spazi, liquidazione di occupazioni storiche, chiusura di molte librerie indipendenti, ecc.).

Dopo la squisita cena, organizzata da Antonio, e le due torte preparate da Rosaria – una per il 50° della sede e l’altra per il compleanno di Alessio – ha preso il via il concerto di Alessio Lega. Partendo dai canti dei Moti di Lunigiana, Alessio ha percorso il lungo filo dell’emigrazione italiana fino all’America degli IWW (Industrial Workers of the World) e ai canti di Joe Hill: un concerto che, nello stile di Alessio, fatto di parole, musica e canzoni, ci ha accompagnato lungo una storia ricca di lotte, sofferenze, vittorie e sconfitte, sempre con il pugno alzato e mai in ginocchio. Una bellissima conclusione per una giornata ricca di presenze, di stimoli, di suggestioni e, soprattutto, di relazioni.

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Descrivere cos’è la sede della Federazione Anarchica Milanese e dell’Ateneo Libertario in viale Monza 255 significa, in qualche modo, parlare di una parte sostanziosa dell’anarchismo milanese dell’ultimo mezzo secolo.

Per farla breve – ma non tanto – la vita della nostra sede, e quindi della nostra attività attuale (e, si spera, futura) prende respiro da quel gruppo che affonda le proprie radici nei primi anni Settanta, con la costituzione di “Lotta Anarchica”, aderente alla Federazione Anarchica Italiana. Era il 1971 e il collettivo era inizialmente composto da compagne e compagni provenienti dal Gruppo Libertario del Politecnico e dal Movimento Anarcocomunista di Lambrate, che si ritrovavano inizialmente nella mitica Aula F della facoltà di Architettura. Costituito il gruppo, la sua sede divenne prima il Circolo Pinelli di Via Scaldasole, poi uno scantinato in via Mamiani a Crescenzago. Quando, nel 1974, al gruppo venne affidata dal congresso della FAI la redazione di Umanità Nova, esso si trasferì nei locali di via Fratelli Bozzi 29 a San Siro. Alla fine dello stesso anno si costituì, su iniziativa del gruppo, l’Organizzazione Lotta Anarchica (OLA), nata dalla convergenza di gruppi e nuclei operanti nel milanese e strutturata in collettivi di intervento (fabbrica, scuola, territorio, donne). Con una novantina di compagn* attivi e una distribuzione settimanale in città e nell’hinterland di 1200 copie di Umanità Nova, l’OLA rappresentò una presenza significativa dell’anarchismo organizzato in una fase sociale particolarmente conflittuale.

Ricordo in particolare i presidi e le occupazioni in occasione delle mobilitazioni contro la pena di morte di Salvador Puig Antich e quella dei Murray in Irlanda; la grande campagna per la verità sulla strage di Stato e sull’assassinio di Pinelli; quella a sostegno dell’anarchismo spagnolo e portoghese e della resistenza cilena; la partecipazione alle lotte studentesche e operaie e a quella contro il nucleare.

Nel 1976, nell’ambito di una campagna nazionale – attivata dal Circolo Berneri di Bologna – volta a recuperare le sedi anarchiche distrutte o chiuse dal fascismo, ottenemmo in affitto dal Comune una parte di una palazzina in precarie condizioni: l’ex scuola elementare di Precotto, risalente all’inizio del Novecento, in viale Monza 255, insieme ad altre realtà anarchiche (le edizioni Antistato e il gruppo Bandiera Nera dei Gruppi Anarchici Federati, ai quali poi subentrò il Circolo Ponte della Ghisolfa). Risanammo la parte dell’edificio che ci competeva, rendendola agibile e ricavando, grazie all’abbattimento di alcune pareti divisorie, un salone che dedicammo a Pino Pinelli.

In seguito alle trasformazioni sociali e politiche seguite alla sconfitta e alla repressione del movimento del ’77, che incisero profondamente sulla stessa militanza, l’OLA si trasformò in un insieme federale territoriale, assumendo nel 1978 il nome di Federazione Milanese della FAI (a volte abbreviato in Federazione Anarchica Milanese). La Federazione è tuttora operante a livello territoriale, con presidi e manifestazioni, e porta avanti una ben definita proposta e pratica sociale a carattere autogestionario.

Alla fine degli anni Novanta, esattamente nel 1997, dopo aver occupato un’altra parte dello stabile, i sopravvissuti al malefico decennio ’80-’90 hanno dato vita – insieme all’Archivio Proletario Internazionale, ricco di migliaia di volumi, manifesti, riviste, giornali, volantini e altro materiale – all’“Ateneo Libertario”, con l’intenzione esplicita di riprendere e rinnovare la tradizione degli Atenei spagnoli: spazi e organismi presenti soprattutto in Catalogna fin dall’epoca della rivoluzione industriale, quando una parte della classe operaia, ispirandosi alle idee anarchiche, iniziò a inaugurare e animare questi luoghi con l’intento di offrire occasioni di apprendimento, dibattito, cultura e divertimento.

Da allora, nello stesso spirito e aperti alla collaborazione di quant* vogliono confrontarsi e impegnarsi con noi, svolgiamo le nostre iniziative politiche e culturali, oltre a organizzare e partecipare a presidi e manifestazioni, teniamo conferenze e assemblee su argomenti di attualità, presentiamo libri, ospitiamo rappresentazioni teatrali e concerti, allestiamo mostre tematiche e indiciamo momenti di socialità, con feste e cene.

M.V.

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Una casa per la FAT. Ci sfrattano? Noi scommettiamo sulla solidarietà anarchica

Il padrone dei locali di corso Palermo 46 a Torino ci ha inviato lo sfratto.
Ci voleva triplicare l’affitto. Non possiamo e non vogliamo accettare il ricatto.
Abbiamo trasformato uno scantinato umido in un luogo dove ci siamo organizzati per le lotte, dove si sono svolti dibattiti e assemblee, presentazioni di libri, serigrafia, convivialità libera dove ciascuno dà quello che può fuori dalla logica feroce del profitto. La logica che domina il mondo intollerabile in cui siamo forzati a vivere.
Per noi la sede di corso Palermo è un luogo del cuore, ma non ci piegheremo a quest’estorsione.
È tempo di costruire una casa ancora più bella per dare spazio e slancio alle nostre iniziative.
Perché in questi tempi feroci costruire ambiti senza padri, padroni, gerarchie, segnala la brezza che annuncia il presente e il futuro che vogliamo.
Grazie ai contributi dei compagni sinora abbiamo raccolto diecimila euro.
Siamo lontani dalla cifra che ci serve, ma siamo certi di poter contare sulla vostra solidarietà.

Chi vuole contribuire spedisca qui il proprio contributo:
IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862
intestato a Emilio Penna

Vogliamo tornare a rivedere le stelle…

Le compagne e i compagni della Federazione Anarchica Torinese

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Istigazione alla cura. La medicina sotto l’attacco razzista del governo

Con questo articolo le Collettive Brigate Basaglia mostrano la totale solidarietà a colleghi, colleghe e altre persone indagate per aver fatto quello che dovrebbe essere il gesto più semplice e naturale della medicina: guardare una persona prima ancora del suo documento, ascoltare una sofferenza prima ancora della sua posizione amministrativa, riconoscere un essere umano prima ancora di una categoria giuridica. Già, proprio così: la Procura di Ravenna ha indagato di recente oltre 20 professionisti sanitari in tutta Italia (circa 23-24 medici) con l’accusa di aver emesso falsi certificati di non idoneità per impedire il trattenimento di migranti irregolari nei CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio).

Forse mancava solo questo. Dopo il reato di solidarietà, dopo il reato di soccorso in mare, o a chi attraversa un confine senza il permesso o senza un conto in banca abbastanza consistente, arriva finalmente il nuovo grande pericolo per l’ordine pubblico italiano: l’istigazione alla cura!
Perché se il personale medico osa fare quello per cui dovrebbe esistere la medicina — guardare una persona, ascoltare la sua sofferenza, valutare la sua vulnerabilità — allora forse, qualcosa nella macchina istituzionale “democratica” si è inceppato..
Ma forse la questione più profonda non riguarda soltanto i CPR, il personale medico o un singolo procedimento giudiziario. La questione riguarda un problema ancora più grande, l’esistenza stessa di strutture amministrative o detentive costruite attorno all’assurda idea che alcuni esseri umani possano trovarsi fuori posto (soprattutto se poveri).
Ma fuori posto rispetto a cosa? Rispetto a una linea tracciata su una mappa da quattro burocrati. Rispetto a un confine deciso nella storia. Rispetto a un documento che stabilisce chi può muoversi liberamente (soprattutto se pieno di soldi) e chi invece deve dimostrare continuamente di avere il diritto di stare da qualche parte. La guerra ai migranti poveri agita dai governi ad ogni latitudine è realtà anche per la “democrazia europea”, non un errore di percorso!

Il problema non è soltanto il modo disumano con cui questi lager, definiti strutture “amministrative”, vengono gestiti e su cui abbiamo già detto abbastanza. Il problema è proprio il principio stesso secondo cui un essere umano possa diventare irregolare, invisibile, sospeso, semplicemente perché nato dall’altra parte di una frontiera, o perché “povero”, o perché non bianco abbastanza, o non cristiano abbastanza.
Prima ancora dei CPR esiste questa maledetta dottrina: quella secondo cui il mondo sia diviso in territori appartenenti a Stati-nazione e che dentro questi territori alcune persone siano considerate legittime e altre temporaneamente tollerate, controllabili, espellibili.
È proprio dentro questa logica disumana che nasce la contraddizione più profonda, dove la medicina viene chiamata a certificare non la salute, ma la capacità di una persona di sopportare una condizione che può danneggiare la salute. Infatti, come viene affermato ampiamente anche dalla rete “Mai più lager- NO ai CPR”, di cui fanno parte alcuni dei medici accusati, è riconosciuta ormai la patogenicità, ovvero la capacità di questi centri di detenzione, di creare malattie e danni. La sola permanenza in un CPR, a causa delle condizioni profondamente dannose documentate e testimoniate, può portare infatti a gravi compromissioni della salute. Ciò è tristemente ironico, se si pensa che per definizione legislativa, in questi centri “lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità”.

Ormai non è più sufficiente che una persona venga privata della libertà dentro un CPR. Non è più sufficiente che il suo corpo venga inserito dentro un dispositivo amministrativo costruito per rendere possibile l’espulsione. Ora quel corpo deve anche essere dichiarato compatibile con quella condizione assurda e disumana, la repressione chiama dunque la medicina ad essere collaborazionista di tutto ciò.
E qui emerge il paradosso. La medicina dovrebbe porsi una semplicissima domanda clinica: di cosa ha bisogno questa persona per stare meglio?
E invece non basta! In questi contesti la stessa medicina è chiamata anche a porsi ulteriori domande, domande di natura politica: questa persona può essere ficcata dentro l’ingranaggio disumano che lo Stato centrale ha deciso per lei senza che crei troppi problemi?; la possiamo rendere invisibile e farla morire dentro la democrazia istituzionale della fortezza Europa senza che alzi troppa polvere, e anzi, raccattando pure qualche voto sul suo corpo?

La recente vicenda, che vede altri clinici indagati su tutta Italia (che si aggiungono a quelli di Ravenna di inizio anno) per aver certificato la non idoneità di alcune persone migranti destinate ai CPR, non riguarda soltanto un procedimento giudiziario. Riguarda bensì una questione molto più ampia: quale ruolo viene assegnato alla medicina dentro una società che si definisce democratica?
Il medico deve essere un garante della persona oppure un ingranaggio amministrativo incaricato di rendere funzionale un sistema di detenzione?
Dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno più volte evidenziato come la detenzione amministrativa delle persone migranti rappresenti un fattore di rischio per la salute mentale e fisica, soprattutto quando si combina con isolamento, incertezza sul futuro, esperienze traumatiche precedenti e condizioni ambientali difficili.
La medicina non può essere chiamata soltanto a verificare se un corpo sia abbastanza resistente da sopportare una condizione patologica. Altrimenti il medico non cura più il danno: certifica la capacità del corpo di subirlo.
Ed è proprio qui che il problema diventa politico. Perché se un luogo è fonte di sofferenza, la risposta sanitaria non dovrebbe essere aumentare la capacità delle persone di resistere dentro quel luogo. La risposta sanitaria dovrebbe interrogarsi sull’esistenza stessa di quel luogo.
I CPR non sono ospedali. Non sono strutture terapeutiche. Sono luoghi di privazione della libertà. La loro particolarità è proprio questa: una persona può essere privata della libertà senza aver commesso un reato penale, ma perché si trova in una condizione amministrativa considerata irregolare. Eppure, il corpo umano non distingue tra una cella chiamata carcere e una stanza chiusa chiamata centro di permanenza. Il corpo conosce soltanto l’esperienza concreta, cioè il maledetto isolamento da tutti e da tutto, la perdita di controllo sulla propria vita, l’impossibilità di scegliere, la paura dell’espulsione, la sospensione del futuro.
Negli anni sono emersi numerosi episodi di autolesionismo, tentativi suicidari e suicidi compiuti all’interno dei CPR. Il caso di Ousmane Sylla, morto suicida nel CPR di Ponte Galeria nel 2024, è diventato uno dei simboli delle criticità legate alla salute mentale nei centri. Non è un dettaglio marginale.

In medicina detentiva, il gesto autolesivo non è semplicemente un comportamento individuale, ma spesso rappresenta un chiaro segnale comunicativo di un contesto che sta producendo sofferenza. Quando molte, tantissime persone, dentro lo stesso ambiente manifestano disperazione, la questione non ha alibi, e non può essere ancora e soltanto sul “come controllare queste persone”. La questione dovrebbe essere: che cosa sta facendo questo ambiente alle persone che vi vengono inserite?
Un altro elemento inquietante riguarda il fiume di psicofarmaci dentro i CPR. Diverse relazioni e osservazioni indipendenti hanno segnalato nei CPR un utilizzo significativo di farmaci sedativi e psicofarmaci. Naturalmente, ogni trattamento farmacologico dovrebbe essere valutato caso per caso e può rendersi effettivamente necessario, se in presenza di specifiche condizioni cliniche.
Ma esiste una questione più generale: quando una persona soffre perché è inserita in un ambiente che produce angoscia, paura e perdita di controllo, la risposta è sedare la persona, oppure modificare tutto l’ambiente che genera quella sofferenza?
La storia della psichiatria ci ha insegnato proprio questo: per decenni abbiamo chiamato “malattia individuale” ciò che spesso era anche e soprattutto prodotto di istituzioni, rapporti sociali e condizioni di vita disumane e opprimenti.
Basaglia lo aveva mostrato con chiarezza. Il problema non era soltanto la sofferenza mentale, ma il modo in cui una società decideva di organizzare la risposta a quella sofferenza.
La questione dei medici dei CPR è quindi una questione deontologica, prima ancora che giudiziaria. Il medico non è chiamato a certificare che un sistema funzioni, è chiamato a valutare una persona. La differenza sembra piccola, ma cambia tutto. Quando la logica amministrativa diventa dominante, il rischio è che la salute venga trasformata in un semplice requisito tecnico: un timbro necessario affinché una procedura burocratica possa continuare.

Ma la medicina non dovrebbe essere una pratica di adattamento dei corpi alle maledette esigenze delle istituzioni. La medicina dovrebbe ricordare alle istituzioni che esistono limiti che nessuna procedura amministrativa può cancellare. La medicina non è mai stata neutrale, lo sappiamo. Nel corso della Storia è diventata più volte strumento di classificazione, esclusione, controllo e violenza, soprattutto verso categorie oppresse socialmente, come donne e persone razzializzate. Al contrario, ci sono stati momenti in cui invece ha scelto la parte della persona contro l’apparato.
Medici che durante il fascismo falsificarono documenti per salvare vite. Medici che denunciarono la violenza dei manicomi. Operatori sanitari che durante il G8 di Genova curarono persone colpite durante le proteste, a prescindere da qualsiasi altra valutazione, proprio perché nella deontologia medica è da sempre presente il diritto alla cura della persona, chiunque essa sia.
Forse un giorno il problema non sarà ricordato come “il caso dei medici che ostacolavano i CPR”. Forse verrà ricordato come il momento in cui una società ha dovuto scegliere se la medicina dovesse servire i corpi, oppure i dispositivi europei “democratici e attenti ai diritti umani” costruiti per governare i corpi.
Ed è qui che sta il paradosso. In un sistema in cui la sofferenza viene amministrata e somministrati, chi prova a curarla rischia di diventare il problema. E allora sì, forse arriverà davvero il giorno in cui dovremo difenderci dal nuovo reato di istigazione alla cura. Anzi, è già arrivato.
La colpa? Aver continuato a vedere esseri umani dove altri vedevano pratiche da smaltire. Ma la nostra sopportazione finisce qui!

Siamo stanc* di assistere all’ennesimo abuso di logiche autoritarie dentro strutture che si definiscono democratiche, ma che continuano a permettere e a promuovere forme di violenza, controllo e oppressione sulle persone più vulnerabili.
E allora la cura, da sola, non basta! Curare non può significare soltanto intervenire sul dolore quando il dolore è già stato prodotto. Curare significa anche riconoscere insieme ciò che quel dolore lo genera, nominarlo, contrastarlo, costruire legami capaci di impedire che venga continuamente riprodotto. Per questo la cura deve diventare azione collettiva.
Oggi non basta più al personale medico dire “e mi no firmo” come disse Basaglia in occasione del suo primo giorno come direttore del manicomio di Gorizia nel 1961. La responsabilità non può essere lasciata al singolo medico/a che si trova davanti a un certificato da firmare. Se il problema è strutturale, anche la risposta deve esserlo.
Chiediamo a tutte le cliniche e a tutti i clinici, alle attiviste e agli attivisti e a chiunque continui a credere nella dignità umana, di rompere queste gabbie burocratiche nel modo che ritiene più giusto.
Mettiamo bombe di cura dappertutto. Bombe che non esplodono, ma che aprono crepe nei muri dell’indifferenza. Bombe fatte di solidarietà, presenza, mutuo aiuto, disobbedienza professionale e responsabilità condivisa. Bombe che bruciano simbolicamente i documenti inutili, quelle categorie e quelle procedure che non proteggono le persone, ma servono soltanto a separarle, classificarle, renderle espellibili e meno umane. Bombe che facciano saltare in aria simbolicamente quelle catene burocratiche che servono soltanto a creare confini artificiali tra gli esseri umani.
Non dobbiamo distruggere nulla, se non l’idea, propinata dalle istituzioni, che una persona possa essere considerata meno umana di qualcun’altra.
Ciò che dovrebbe esplodere è l’amore che abbiamo dentro di noi, che ci permetta di riconoscere nell’altra persona non un problema amministrativo, ma una vita, un cuore che ama, e che invece si sta spegnendo dentro una cella a due passi da casa nostra.

La cura non è soltanto ciò che accade tra un professionista e una persona. La cura accade anche quando una comunità decide che nessuno debba essere lasciato solo davanti al potere oppressivo. Accade quando un medico rifiuta di firmare ciò che ritiene ingiusto e altri medici gli stanno accanto. Accade quando un’attivista denuncia un abuso e altre persone fanno in modo che quella denuncia non venga soffocata. Accade quando trasformiamo la solidarietà da sentimento privato a pratica organizzata.
Non dobbiamo far esplodere nulla, se non il silenzio opprimente, la rinuncia devastante che ci circonda e ci uccide da dentro.
Quello che deve esplodere è la capacità collettiva di prenderci cura gli uni degli altri. Perché, quando la cura diventa collettiva, smette di essere soltanto assistenza e diventa resistenza e quando quest’ultima pulsa, vibrante di un diffuso sentimento di libertà, diventa rivoluzione!
Non lasciamo che queste parole finiscano solo su questa carta!
Scriviamo lettere ai nostri ordini professionali, se questo è lo strumento che abbiamo a disposizione. Scriviamo su milioni di altri fogli, scriviamo sul corpo, sui muri, sulle strade, sulle porte e sui portoni! Facciamo sentire la nostra voce, gridiamo, ma gridiamo forte! Facciamo uscire il dolore, facciamo uscire l’umanità repressa dalla burocrazia delle istituzioni totalitarie. Organizziamoci nei luoghi di lavoro. Costruiamo reti tra professionisti e amici. Rendiamo pubbliche le contraddizioni. Sosteniamo chi si espone. Non lasciamo solu chi rifiuta di trasformare la propria professione in un ingranaggio amministrativo. Ma facciamolo con il cuore e con la calma rabbia! Non siamo sole! Solidarietà.

Brigate Basaglia

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Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026

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