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In difesa dell’immaginazione: il Rojava in una nuova fase

di Cihad Hammy

[Ringraziando la casa editrice elèuthera per la gentile concessione, pubblichiamo di seguito la prefazione di Cihad Hammy, ricercatore curdo di Kobane, scritta e aggiornata ai recenti sviluppi per la nuova edizione (2026) del volume Rojava. Una democrazia senza stato – gh.t.]

Il «coraggio di immaginare» evocato in uno dei saggi che seguono è di fatto il tratto distintivo della rivoluzione del Rojava, come peraltro dimostrano tutti i saggi di questa bella antologia, originariamente pubblicata nel 2016. È un invito a osare al contempo stimolante e urgente. Stimolante perché sfida la miseria immaginativa del pensiero dominante dopo il trionfo dell’ideologia neoliberista e del suo motto «non c’è alternativa». Urgente perché il capitalismo neoliberista sta distruggendo il tessuto profondo della società, modificando la struttura stessa dell’essere umano. Quando la società si sgretola, le caratteristiche essenziali dell’essere umano ne escono sminuite: noi umani siamo esseri sociali, e se la dimensione sociale viene soffocata, ecco che veniamo ridotti a mera esistenza, ad atomi.

La vita sociale e collettiva che abbiamo conosciuto è stata ormai rimpiazzata da individui atomizzati, dall’esaltazione della performance individuale e dalle patologie psicologiche che immancabilmente l’accompagnano, dalla mercificazione di ogni aspetto della vita, dalla depoliticizzazione, dall’alienazione, dalla guerra costante, dall’intensificazione delle divisioni di classe e dall’ascesa delle destre su scala globale. Oltretutto, il capitalismo neoliberista sta esacerbando la distruzione della natura portandola a limiti estremi. Da quando l’umanità è emersa dalla sua prima natura, stiamo assistendo a un livello di distruzione senza precedenti sia della natura sociale (frutto dell’evoluzione biologica) sia della prima natura (il mondo naturale). Eppure, anche se viviamo in tempi catastrofici, immaginare un’organizzazione sociale ed economica differente è considerato una follia. Come osiamo?!

E invece avere il coraggio di pensare al di là delle narrazioni ideologiche dominanti è il primo passo per produrre una crepa nel sistema che ci domina. Attraverso questa crepa possiamo infatti intravedere forme di vita diverse e libere, ed è solo se sapremo usare la nostra capacità immaginativa che potremo raggiungere gli obiettivi cui aspiriamo, per quanto lungo possa essere il cammino. Questo è ciò che nelle tradizioni di sinistra viene chiamato prassi. Coraggio-Pensiero-Immaginazione-Azione: ecco ciò che crea speranza in questi nostri tempi privi di speranza.

In curdo Rojava significa «Ovest», ed è infatti la parte occidentale del Kurdistan, quella situata in Siria. La rivoluzione del Rojava è scoppiata nel 2012 come conseguenza del vuoto di potere lasciato dallo Stato siriano, ancora nelle mani di Bashar al-Assad, all’epoca impegnato a combattere l’opposizione armata nel resto della Siria. In tale contesto, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha intrapreso quella che all’interno della rivoluzione siriana possiamo definire la «terza via», dato che sia lo Stato siriano sia l’opposizione condividevano il medesimo approccio nazionalista e razzista nei confronti della questione curda. Ispirandosi alla filosofia di Abdullah Öcalan, pensatore politico e leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il PYD ha attuato in Rojava il confederalismo democratico, i cui principi fondamentali sono la democrazia dal basso, l’autodifesa, l’ecologia sociale e la liberazione delle donne.

I saggi che compongono questa antologia sono stati scritti in un clima di ottimismo e speranza, dopo l’eroica resistenza di Kobane nel 2014 e la vittoria delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) contro lo Stato Islamico (ISIS). All’epoca, la rivoluzione del Rojava ha catturato l’attenzione del mondo e in alcuni ambienti di sinistra ha richiamato alla memoria la rivoluzione spagnola del 1936. Da parte loro, i media mainstream hanno celebrato la vittoria dei combattenti curdi contro l’ISIS, feticizzando al contempo le combattenti curde.

L’edizione originale è dunque nata in questo contesto. Scritto da accademici e giornalisti che hanno visitato il Rojava e condotto approfondite interviste con la leadership politica e militare sul campo, il libro presenta una narrazione storica «dal basso». Anziché affidarsi a classificazioni ideologiche astratte imposte dall’esterno, documenta pratiche vissute, dibattiti interni ed esperimenti istituzionali concreti. Al contempo non lesina critiche sia alla lettura liberal della rivoluzione del Rojava, sia alla lettura radical di alcuni gruppi della sinistra occidentale che si sono limitati a collocare Öcalan e il PYD sotto la categoria «stalinisti». Una lettura, quest’ultima, che trascura completamente la trasformazione ideologica avvenuta a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento da parte di Öcalan e del PKK, e successivamente adottata anche dal PYD, che ha portato a un passaggio dal marxismo-leninismo a una filosofia comunalista, femminista ed ecologica.

Un contributo teorico centrale del libro risiede nel suo confronto con l’orientalismo. In particolare critica il presupposto – ancora presente nel pensiero occidentale, sinistra inclusa – secondo cui in Medio Oriente i movimenti politici sarebbero statici, derivativi o incapaci di trasformazione ideologica. In questo senso, la raccolta di saggi mette bene in luce come i presupposti orientalisti stiano alla base non solo del discorso liberale, ma anche di quelle interpretazioni di sinistra che (in)consciamente negano ai movimenti emergenti del cosiddetto «Oriente» l’agency storica e la capacità di autocritica e di innovazione teorica.

Allo stesso tempo, il libro offre una critica all’orientalismo liberale e alla sua rappresentazione tutta occidentale delle combattenti curde. Nei media mainstream sono ampiamente circolate le immagini di donne curde che armi in mano sconfiggono l’ISIS, ritraendole come semplici combattenti, rappresentandole in modo sessualizzato e privandole così della loro soggettività politica. L’attenzione si è concentrata principalmente sulla loro efficacia militare, evitando qualsiasi confronto serio con il loro posizionamento ideologico, femminista e rivoluzionario: un aspetto cruciale per capire ciò per cui stanno combattendo.

In sostanza, questo libro sostiene che per comprendere la rivoluzione del Rojava sia necessario rompere con i paradigmi orientalisti, progressisti o liberali che siano, ed esorta a riconoscere il Rojava come qualcosa che va oltre le immagini cristallizzate ereditate dall’immaginario modernista occidentale. Invita inoltre il lettore a confrontarsi in prima persona con un esperimento rivoluzionario emerso da lunghi processi di rottura ideologica, autocritica e reinvenzione politica, oltretutto in condizioni di estrema violenza e collasso regionale. In questo senso, interviene direttamente nei dibattiti all’interno della sinistra internazionale, contestando il presupposto secondo cui l’azione rivoluzionaria scaturirebbe solo dai tradizionali centri del sistema mondiale, e sostenendo invece che spazi periferici e assediati come il Rojava possono effettivamente generare forme di immaginazione e di pratica politiche che non solo sono significative a livello locale, ma che hanno al contempo una rilevanza universale.

Ciò che questo libro cerca in definitiva di dimostrare è che una rivoluzione in atto in una regione relativamente remota ed emarginata come il Rojava non solo è reale, ma è anche degna della solidarietà della sinistra. Contrariamente a un certo discorso presente nella sinistra occidentale, che tende a liquidare le lotte in Medio Oriente come autoritarie, culturalmente specifiche o strategicamente irrilevanti, il libro sostiene che il Rojava costituisce un autentico progetto emancipatorio che richiede impegno e solidarietà.

Un decennio dopo

Tuttavia, sono ormai passati dieci anni dalla prima edizione di questo libro, e nel frattempo si sono verificati molti cambiamenti, molte trasformazioni politiche. Oggi, nel 2026, la rivoluzione del Rojava ha subìto una grave battuta d’arresto. I curdi, sia nel Rojava sia altrove, versano in uno stato di pessimismo e sconforto, uno stato d’animo opposto a quello che si era diffuso dopo la vittoria di Kobane, come ben dimostra questo libro. Di seguito propongo una breve riflessione su ciò che è accaduto nell’ultimo anno.

La rivoluzione del Rojava è nata dalle rivolte scoppiate prima in Nord Africa nel 2010-2011 e successivamente in Medio Oriente. Le proteste, sia pacifiche sia violente, hanno fatto cadere le dittature in paesi come la Tunisia, la Libia, l’Egitto o la Siria, ma non sono riuscite a portare la democrazia e la libertà ai loro popoli. Le potenze regionali e straniere, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno strumentalizzato le rivolte per assecondare i propri interessi imperialisti, sostenendo di fatto le forze antidemocratiche.

La Siria non ha fatto eccezione. Dopo tutto il sangue versato, dopo i sacrifici e le sofferenze che il popolo siriano ha sopportato per conquistare la democrazia, la libertà e la dignità, il gruppo islamista estremista Hayʾat Taḥrīr al-Shām, guidato dall’ex membro dell’isis Aḥmad al-Sharaʿ (Abū Muḥammad al-Jawlānī), è salito al potere. Questo è accaduto dopo la caduta di al-Assad e del suo regime nel 2024, e grazie al massiccio sostegno politico, economico e diplomatico di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Per le forze laiche e democratiche è stata un’enorme delusione. Sostenuto da alcune fazioni antidemocratiche, al-Sharaʿ si è infatti autoproclamato presidente del nuovo governo provvisorio per un periodo di transizione della durata di cinque anni. Questo evento politico ha avuto ripercussioni negative sull’intero territorio siriano e sul destino del Rojava, che nel frattempo ha cambiato il proprio nome in Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). All’indomani della vittoriosa resistenza delle YPG e delle YPJ a Kobane, gli Stati Uniti avevano preso contatto con i curdi della Siria per costituire una forza multietnica che è poi diventata il partner chiave della coalizione guidata dagli stessi Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. La costituzione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – una forza multietnica e multireligiosa, che riflette l’eterogeneità del popolo siriano – ha iniziato a concretizzarsi nel 2015.

Una volta salito al potere, al-Sharaʿ ha proclamato la fine della rivoluzione siriana, affermando che essa aveva raggiunto i propri obiettivi rovesciando il regime di al-Assad. Per lui, la rivoluzione non era destinata a realizzare le iniziali richieste democratiche dei manifestanti siriani; piuttosto, si trattava di un mero cambio di regime, senza che le strutture centralizzate dello Stato-nazione fossero messe in discussione. In parole povere, il governo provvisorio ha cercato di riprodurre la stessa identica struttura del potere statale del regime di al-Assad ma sotto una veste sacra, e la repressione di coloro che chiedevano libertà e dignità è diventata un prerequisito per la sopravvivenza del regime.

Il governo provvisorio ha reinterpretato la rivoluzione attraverso la lente dell’obbedienza e della coercizione. Questo atteggiamento è spesso una delle caratteristiche principali dei gruppi islamisti una volta saliti al potere. Concetti quali democrazia e libertà sono scomparsi dal discorso pubblico del governo provvisorio e di fronte a questa inversione di senso, la DAANES e le forze democratiche si sono fermamente rifiutate di ridurre la libertà a un mero slogan. Al contrario, sin dalla caduta del regime di al-Assad, hanno insistito nel difendere la democrazia e la libertà come prerequisito per un ordine politico pluralistico che traesse la propria legittimità dalla società stessa in modo democratico.

Ciò che ha ulteriormente aggravato la situazione è stata la pervicacia con cui il governo provvisorio ha gradualmente imposto la propria agenda, organizzando campagne mediatiche sistematiche e prendendo di mira qualsiasi forma di resistenza sociale, tant’è che già nei primi mesi di governo sono stati commessi una serie di massacri contro le minoranze, tra cui la alauita, la drusa e la cristiana.

In questo specifico contesto, l’attenzione delle forze democratiche si è rivolta verso la DAANES, considerata un’amministrazione politica e militare ben organizzata, sostenuta a livello internazionale, e in grado di contrastare il governo provvisorio e difendere il progetto civile. Il conflitto tra DAANES e al-Sharaʿ è diventato così una lotta decisiva: o il trionfo dell’islamismo e la fine della democrazia, o la vittoria delle SDF e l’apertura verso un modello pluralistico e laico. E questo anche se le potenze internazionali hanno già riposto la propria fiducia in al-Sharaʿ.
All’inizio del 2026 si è verificata una svolta che ha cambiato radicalmente la situazione politica e il destino di DAANES. Il 6 gennaio, a Parigi, Israele e il governo provvisorio siriano hanno raggiunto un accordo per creare un coordinamento nei settori della sicurezza, dell’intelligence e del commercio. Questo accordo ha visto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e quello indiretto della Turchia. Appena un giorno dopo, le forze del governo provvisorio hanno lanciato una pesante offensiva contro i quartieri curdi assediati di Ashrafiyah e Sheikh Maqsood ad Aleppo. Così facendo, il governo provvisorio ha violato gli impegni delineati nell’accordo del 10 marzo 2025 stipulato con le SDF che prevedeva l’instaurazione di uno Stato civile e costituzionale e il rispetto della composizione pluralistica della Siria.

L’ambiguità della posizione statunitense suggerisce che il governo provvisorio abbia ricevuto da Washington, durante i colloqui di Parigi, il «via libera» per sferrare attacchi contro le sdf in cambio delle concessioni offerte da al-Sharaʿ a Stati Uniti e Israele. I combattimenti non si sono limitati ad Aleppo, ma si sono estesi a est dell’Eufrate, nella zona sotto il controllo delle sdf. Il ruolo degli Stati Uniti si è manifestato, in primo luogo, nell’incoraggiare Damasco a intensificare la pressione sul campo di battaglia – compreso l’accerchiamento dei quartieri curdi vulnerabili come appunto Ashrafiyah e Sheikh Maqsood – e, in secondo luogo, nell’attivare strumenti di pressione diplomatica all’insegna della «moderazione» con il fine di contenere le basi popolari e militari delle SDF a est dell’Eufrate.

I curdi, insieme ad alcune comunità arabe e cristiane di Al-Hasakah e Kobane, con cui è stata stretta un’alleanza, sono stati lasciati soli ad affrontare il duro scontro con le forze islamiste di al-Sharaʿ, ancora assetate di vendetta dopo la sconfitta dell’ISIS a Kobane. Rimaste senza alcuna alternativa, le SDF hanno indetto una mobilitazione generale per difendersi dagli attacchi e dai potenziali massacri che ne seguirebbero e che sarebbero di entità ben superiore a quelli già verificatesi nelle regioni costiere della Siria contro gli alauiti e i drusi.

Di fronte a minacce che mettono in forse la loro stessa esistenza, i curdi hanno risposto con estremo vigore a questo appello alla resistenza, tanto che, con uno spirito simile a quello di Kobane nel 2014, l’ondata di mobilitazione ha toccato tutti i territori curdi del Medio Oriente. Nel frattempo, anche la diaspora curda in Europa e nelle Americhe, superando le differenze di appartenenza politica e ideologica, è scesa in piazza quotidianamente e in massa in tutte le grandi città. Famiglie intere (compresi bambini e neonati), affiancate da attivisti internazionali solidali, hanno sfidato il rigido clima invernale per esercitare la massima pressione sui responsabili politici dei paesi ospitanti.

Le forze politiche curde all’interno della Regione del Kurdistan Iracheno (KRI), nonostante i disaccordi politici esistenti con daanes, hanno mobilitato tutte le loro risorse diplomatiche, mediatiche e logistiche a sostegno delle SDF, aprendo i propri confini al valico di Semalka per consentire l’accesso agli aiuti di emergenza e ad altre forme di sostegno. Inoltre, Öcalan, capo negoziatore del PKK nel processo di pace con la Turchia, in corso dalla fine del 2024, ha lanciato un avvertimento allo Stato turco: il processo di pace sarebbe stato immediatamente sospeso se gli attacchi contro DAANES non fossero cessati. Öcalan ha ammonito che il ricorso all’opzione militare avrebbe provocato un devastante conflitto etnico in tutta la regione, coinvolgendo curdi, arabi e turchi in egual misura.

Questa unitarietà di posizioni e di azioni, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente, ha dimostrato che i curdi costituiscono una formidabile forza regionale. Ed è stata proprio la pressione esercitata dalla ritrovata unità curda a ottenere la cessazione delle ostilità e della guerra e a riportare al-Sharaʿ al tavolo dei negoziati, fino alla firma di un nuovo accordo avvenuta il 29 gennaio 2026.

Con il ritiro delle sdf dai vasti territori arabi passati sotto il loro controllo dopo essere stati liberati dall’isis, l’accordo del 29 gennaio ha posto fine a una guerra le cui conseguenze distruttive per l’intera regione sarebbero state dirompenti. Le clausole che riconoscono l’esistenza dei curdi e della loro cultura all’interno della Siria sono parte integrante dell’accordo, che ha inoltre accettato l’integrazione delle istituzioni civili e di sicurezza esistenti ad Al-Hasakah e Kobane (chiamate Asayîş) nell’apparato statale siriano. Tale integrazione si è estesa anche alle forze militari (le SDF), che sono state incorporate come un’entità unificata anche se composta da brigate militari operanti all’interno di Al-Hasakah e Kobane. In tal modo, lo status delle regioni curde e delle SDF è stato formalmente riconosciuto come un aspetto integrante e distintivo dello Stato siriano, preservandone al contempo le peculiarità.

Gli accordi fin qui citati sono di natura teorica. A livello concreto, l’accettazione e integrazione delle restanti regioni della daanes nell’accordo con il governo siriano è ancora in discussione: la DAANES cerca di mantenere le proprie strutture autonome, soprattutto nelle regioni curde, mentre lo Stato siriano tende a centralizzare e contenere ciò che resta della DAANES, indebolendola e ponendo limiti ai suoi ideali potenzialmente sovversivi. I risultati concreti dell’accordo dipendono dai negoziati attualmente in corso.

Ma va anche detto che la rivoluzione del Rojava, nonostante i suoi ideali emancipatori, è rimasta in parte intrappolata nelle proprie contraddizioni interne. L’ultima battuta d’arresto va infatti imputata tanto a fattori esterni (ragioni geopolitiche) quanto a fattori interni, che rimandano alla sua incapacità di confrontarsi seriamente con il potere e le strutture gerarchiche nate all’interno della leadership che ha guidato la rivoluzione del Rojava. Come ogni fenomeno sociale, le rivoluzioni non sono mai pure. È dunque cruciale esplicitare le contraddizioni attraverso una critica serrata e lavorarci sopra per creare nuove possibilità e soluzioni. Solo attraverso questo incessante processo la rivoluzione rimarrà in costante movimento e offrirà nuovi approcci per risolvere le questioni che le persone si trovano ad affrontare nella loro vita quotidiana.

In definitiva, questa antologia è sia un invito a comprendere appieno ciò che è accaduto durante la rivoluzione del Rojava, sia un appello alla solidarietà. Oggi, ancor più che al momento della prima edizione di questo libro, il Rojava ha bisogno della solidarietà di chi crede davvero nella libertà, nella giustizia e nella ragione. Il popolo del Rojava ha osato immaginare un mondo diverso e libero, e chi è alla ricerca della libertà dovrebbe sostenere questo sforzo creativo, poiché un immaginario emancipatorio e un’autodeterminazione democratica dal basso sono ciò di cui abbiamo tutti bisogno nei tempi bui che stiamo vivendo.


Il volume Rojava. Una democrazia senza stato è stato recensito da Sandro Moiso: Una nuova Comune (al centro dell’Inferno che viene), in «Carmilla online», 20 dicembre 2017.

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Port of LA, key US point for China imports, has best-ever quarter despite trade uncertainty

The Port of Los Angeles, the largest container port in the United States and the country’s leading gateway for imports from China and other Asian countries, had its busiest three-month period on record from July through to September, despite persistent uncertainty over tariffs and shifting global trade supply chains. “If there was ever a time for a drum roll, this is it,” said Gene Seroka, executive director of the Port of Los Angeles, during a media briefing on Friday. “July through September...

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New York Plans Stronger Sports Betting Regulation to Curb Gambling Addiction

Layers of phone notifications from DraftKings, each offering a specific promotion or “Boost.”
DraftKings sent extensive promotional offers to ProPublica reporter Jake Pearson while he was testing the company’s safety guardrails for problem gamblers. Recreation of notifications by Chris Alcantara/ProPublica

Gambling regulators in New York on Friday formally proposed two rules that they say will help curb gambling addiction in the state.

The move adds the country’s largest sports betting market to a growing list of places that are seeking online gambling reforms as states that have legalized wagering on sports in recent years deal with the harmful side effects, including rising addiction diagnoses there.

While the drafts have been months in the making, their official introduction follows mounting media scrutiny, including a ProPublica investigation last month that showed weaknesses in the guardrails that companies like DraftKings have erected to address problem gamblers on their platforms. That system is called “responsible gaming.”

The commission’s chair, Brian O’Dwyer, said that the proposed rules “provide an opportunity for the industry to illustrate its commitment” to protecting its customers. 

“The industry is on notice by me and this commission that they need to solve this problem,” O’Dwyer said. “If the industry does not address it, then we will address it and they may not like the solution that we come up with.”

One of the new rules would effectively adopt guidelines that New Jersey already uses, requiring sportsbooks to follow specific thresholds to identify at-risk bettors. The company would then be mandated to check in with those users. Another rule would bar companies from using artificial intelligence to customize bonuses or wagers.

DraftKings, one of the country’s largest sports betting companies, has said it already follows the New Jersey trigger thresholds. Among them: depositing more than $10,000 in a 24-hour period or wagering more than $1 million in a 90-day period.

What Does Your Data Reveal About Sports Betting Apps? Help ProPublica Find Out.

If you’ve bet on sports with FanDuel or DraftKings, you can help ProPublica understand how these apps work. Use our browser extension to download your betting history, then upload your files.

But as ProPublica recently reported, problem gambling can manifest in much smaller amounts. With the advice of recovering addicts, addiction specialists and professional sports bettors, a reporter deposited $21,600 into his DraftKings account in less than eight weeks and purposefully bet compulsively, exhibiting the hallmark signs of problem gambling throughout that time. The behavior didn’t qualify for a company review or interventions beyond responsible gaming notices, including in-app pop-ups.

Some advocates for gambling reforms said that’s one big reason why the proposed rules don’t go far enough.

New York and New Jersey “are clearly complacent in the status quo by endorsing and prescribing regulations that are nothing more than giving the appearance of reform and not effectuating actual change,” said Brianne Doura-Schawohl, a gambling reform advocate who lobbies for consumer and public health protections.

After the commission advanced the rules unanimously on Friday, O’Dwyer said he recognized “the limitations of this proposal” and urged the state’s nine licensed mobile sports betting companies to share data so that problem gamblers can’t elude intervention by bouncing between them. 

The introduction of the rules is a key step toward formal adoption. There will be a 60-day comment period for the public to weigh in on them. Barring major changes, the rules will then go back before the commission.

Though the plans were first published in March and received dozens of public comments, their official introduction at the gaming commission comes on the heels of reporting by The New York Times, which found that DraftKings used artificial intelligence and data scientists to target its promotions to losing bettors, and ProPublica, which found that promotions far outweighed the responsible gaming notices sent to a reporter exhibiting problematic behavior.

DraftKings made that journalist a VIP after he displayed red flags of problem gambling.

Since those articles were published last month, regulators in Maine and Michigan have also said that they are reviewing some of the issues raised in the stories.

A spokesperson for Maine’s Public Safety Department said the Gambling Control Unit is “monitoring the use of AI locally and nationally” but has no rules or laws addressing the issue and declined to provide any additional information “regarding the scope of that monitoring or specific operations.” A spokesperson for Michigan regulators hasn’t responded to requests for comment.

Massachusetts regulators, who have been looking into the use of AI by gambling companies, said they were also taking a look. The governor of Maryland has separately said he’d like to limit gambling companies’ use of AI to “identify and target users showing problem-gambling patterns.”

Asked for comment on the New York regulations, a FanDuel spokesperson said the company “welcomes the opportunity to engage with regulators and work collaboratively to establish best practices for the industry.”

A spokesperson for DraftKings referred ProPublica to its prior comments.

In statements and interviews, the company has defended its responsible gaming program and disputed any characterization that it targets addicts or those prone to addiction with inducements.

In an interview with ProPublica, Lori Kalani, DraftKings’ chief responsible gaming officer, said that, overall, “the system worked the way it was supposed to” during our gambling investigation, citing the more than 30 messages it sent our reporter. She added that “as a business, as an industry, we’re doing a good job of educating people, of raising awareness, of making tools and resources available, of monitoring accounts.”

DraftKings told the Times it “rejects any implication that its marketing practices are unfair or improperly targets customers” and said its perks were delivered to “customers who demonstrated sustained, engaged use on our platform, not toward customers based on their losses.”

The rules presented on Friday were made in response to a call by Gov. Kathy Hochul this year to address problem gambling. The Democrat, who is running for reelection, has announced a 10-year survey of residents’ gambling behavior to help “guide smart, targeted investments that protect New Yorkers and strengthen access to care.”

But the commission’s proposed rules are a relatively moderate step in that direction.

The measures would require a sports betting company to do more due diligence into a user’s “financial vulnerability” under certain conditions. Those triggers include a range of behaviors, including, for example, if a user’s time on the app jumps by 50% or more in a week compared with the immediately preceding two-week period.

In a comment letter this May, the Responsible Online Gaming Association, a trade group that includes DraftKings, FanDuel and three other major sportsbook operators, said the rules “establish a strong framework for responsible gaming” but offered some “targeted recommendations.”

Those included ensuring the triggers “avoid displacing or disrupting the mature, data-driven behavioral risk assessment systems already in use” and don’t confuse the company’s “responsible gaming role and the role of qualified clinicians.” It said any interventions should be “proportionate, operationally scalable, and effective.”

The post New York Plans Stronger Sports Betting Regulation to Curb Gambling Addiction appeared first on ProPublica.

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Credential-Stealing GitHub Actions Workflows Planted in Tens of Thousands of Repositories

Cybersecurity researchers have disclosed details of an ongoing credential-theft campaign that has compromised two high-profile open-source maintainer accounts to push a malicious workflow into over 340 repositories. "Using the account of Takashi Kitao, author of the 18,400-star game engine pyxel, the attacker pushed a malicious workflow to 27 repositories starting at 13:20 UTC," StepSecurity

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FBI Arrests Another ShinyHunters Suspect Reportedly Involved in Its Jobs Portal Hack

The FBI has arrested another suspected co-conspirator of ShinyHunters, FBI Director Kash Patel said on October 9 in a post on X. ShinyHunters is the extortion group that said in September it had breached the FBI's jobs portal and stolen sensitive data on almost all FBI agents and job applicants. The FBI has not named the suspect, and no charges have been made public. The

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P7 DarkSword iOS Exploit Kit Adds Crypto Wallet Data Theft and Remote Commands

Cybersecurity researchers have disclosed details of a previously unseen variant of the DarkSword iOS exploit kit called P7 DarkSword. "Compared with the variants we usually observe, P7 reduces its on-device footprint, adds on-device keychain and crypto-wallet theft, and adds two way C2 communication with the attacker's infrastructure," iVerify said in a new report published Thursday. The name

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TP-Link Sued by Four More U.S. States Over Router Security and China Ties

Four more U.S. states sued router maker TP-Link Systems on October 6, bringing the total to five, with  Texas filing a suit in February. Florida, Iowa, Montana and Nebraska allege the California company misled buyers about how secure its routers are and how separate it is from China. TP-Link denies the claims and says it will fight them in court. TP-Link Systems is based in

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Researchers Publish Working Exploit for Pre-Auth AnyDesk Linux Flaw That Gives Root Access

Security researchers have published a full working exploit for a pre-authentication remote code execution flaw in AnyDesk Linux that gives attackers root access before anyone approves the connection. AnyDesk patched the flaw in version 8.0.3 in June, but its changelog described the fix only as "fixed a bug that could lead to a crash," with no CVE assigned and no security

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Anthropic Launches Free AI Vulnerability Scanner for Open-Source Projects

Anthropic on Thursday unveiled OSS Scanner as an opt-in vulnerability scanner to help secure the open-source ecosystem using artificial intelligence (AI). "It's an opt-in service informed by our experience using Claude to find vulnerabilities during Project Glasswing," Anthropic said. "Projects that join will receive thorough, periodic security scans by our strongest models at no cost."

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Attackers Exploit AhsayCBS Flaws to Deploy XMRig Miners Disguised as Microsoft Edge

Threat actors have been observed exploiting two recently disclosed flaws in the AhsayCBS backup utility to seize control of affected devices and deploy web shells and XMRig cryptocurrency miners. Details of the flaws are below - CVE-2026-105133 (CVSS v4 score: 5.5) - An improper authentication vulnerability in the checkSysPwd() function in the "com/ahsay/obs/api/ApiStructsAction.java"

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Flax Typhoon Exploits Five Flaws as CISA Sets October 11 Deadline for Federal Agencies

The U.S. Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) on Thursday added five security flaws to its Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog, following their abuse by a China-linked threat actor known as Flax Typhoon. The vulnerabilities in question are listed below - CVE-2015-3306 (CVSS score: 10.0) - An improper access control vulnerability in ProFTPD that could allow

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The AI Velocity Paradox: Why Security Is Decades Behind AI Ambition

As enterprises race to deploy autonomous AI agents to accelerate business, a new report reveals they are tethered to security architectures built for a different era. The "Horizons of Identity Security" report from SailPoint highlights a critical “velocity paradox,” in which organizations invest in AI-speed business operations while continuing to rely on human-speed security controls, creating a

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GoBalance Flaw Lets Attackers Hijack .onion Addresses by Recovering Tor-Format Keys

A bug in GoBalance, a tool many dark-web sites use to stay reachable during attacks, lets anyone work out the secret key that controls a site's .onion address using only public information, and then take that address over. Searchlight Cyber, which disclosed the flaw on October 8, says an attacker who recovers the key can redirect the site's visitors to a copy of the site they control.

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Three Teams Demonstrate Remote Hacks of Fully Patched Google Pixel 10 at Pwn2Own

Three research teams broke into Google's Pixel 10 on October 8 at Pwn2Own Ireland, a hacking contest in Cork whose rules require every target to be fully patched. The contest pays researchers to show working exploits and passes the flaws to the vendors. One of the three Pixel exploits earned Ikotas Labs $300,000, the contest's top prize, and made the team the overall winner. Trend Micro's Zero

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Citrix Patches Critical NetScaler Flaw That Could Enable RCE in SAML Deployments

Citrix has released patches for yet another critical security flaw impacting NetScaler ADC and NetScaler Gateway that could result in remote code execution or denial-of-service (DoS) under certain conditions. "CVE-2026-107406 is a memory overflow vulnerability that may lead to remote code execution or denial-of-service under specific configuration conditions," Citrix said. The vulnerability

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FBI Seizes 7 Domains, Disrupts Flax Typhoon Tools Used in Critical Infrastructure Intrusions

The U.S. Federal Bureau of Investigation (FBI) and Department of Justice (DoJ) have announced the disruption of malicious tools used by a China-linked advanced persistent threat group known as Flax Typhoon. To that end, the agencies seized several domains and blocked access to platforms that were used to scan, and in some cases infiltrate, U.S. critical infrastructure. The list of seized

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Full optional da 37.000 euro: il primo test della nuova GWM H7

Dopo la Ora 5, la fuoristrada H7 è il secondo tassello della strategia di GWM per l'Italia, con l'obiettivo di rafforzare la presenza e l'offerta nel Belpaese. Il listino si arricchirà, infatti, di ulteriori modelli nei prossimi mesi. Nel frattempo, la Casa di Baoding è concentrata ad ampliare la sua rete in Europa, sia per quanto riguarda la vendita che l'assistenza post-vendita, con particolare attenzione alla disponibilità dei ricambi.Oltre al rapporto tra dotazioni offerte e prezzo, un altro punto interessante della proposta di GWM è la garanzia: 7 anni (o 150.000 km), che crescono fino a 8 anni o 160.000 km nel caso delle batterie. Tagliata con l'accetta Le forme della GWM H7 sono squadrate, le superfici tese e i passaruota in plastica nera contribuiscono a darle un aspetto muscoloso. La cinese strizza chiaramente l'occhio alle SUV dall'impostazione fuoristradistica, riprendendone alcuni stilemi ormai consolidati. Il risultato è una carrozzeria che, complice anche l'altezza da terra, trasmette una sensazione di robustezza. Le dimensioni sono importanti: la H7 misura 4,68 metri di lunghezza, blocco posteriore compreso, 1,95 metri di larghezza e 1,84 metri di altezza. Proprio il box montato sul portellone è uno degli elementi più caratteristici: richiama visivamente la ruota di scorta esterna, senza però ospitarne una. Al suo interno trova posto un vano aggiuntivo da 21,3 litri.Il portellone si apre lateralmente, come su alcune off-road tradizionali. Una soluzione che può rivelarsi meno pratica nei parcheggi stretti, soprattutto in città, dove non sempre si trova lo spazio necessario. Tanta tecnologia e spazio a bordo L'abitacolo segue un'impostazione ormai consolidata, con una plancia dominata dagli schermi. Davanti al guidatore c'è un display da 12,3 pollici per la strumentazione digitale, affiancato da uno schermo centrale da 15,6 pollici attraverso il quale si gestisce gran parte delle funzioni della vettura. apprezzabile la presenza di alcuni comandi fisici, soprattutto per la climatizzazione. Qualche tasto in più, però, non avrebbe guastato: dover passare dal display per gestire funzioni come quella del tetto panoramico non è la soluzione più immediata mentre si guida. I sedili rivestiti di similpelle puntano sul confort e sono ben equipaggiati: di serie, su tutti gli allestimenti, offrono riscaldamento, ventilazione e funzione massaggio. Non mancano gli spazi per riporre gli oggetti, con numerosi vani distribuiti nell'abitacolo. Interessante, in particolare, la soluzione adottata nei pannelli delle porte, dove il portabottiglie è affiancato da una tasca separata.Il bagagliaio offre 341 litri nella configurazione standard: un valore non particolarmente generoso in rapporto alle dimensioni esterne, compensato almeno in parte dalla forma regolare del vano. Sfruttando lo spazio fino al tetto, e quindi rinunciando alla visibilità attraverso il lunotto, la capacità sale a 586 litri; abbattendo gli schienali posteriori si superano i 1.400. Niente gasolio, ma... Il listino comprende quattro motorizzazioni, con potenze comprese fra 215 e 435 CV. Non sono previste né una versione diesel né una variante completamente elettrica. Si parte dal 2.0 turbobenzina da 215 CV, abbinato a un cambio a doppia frizione a nove rapporti e alla trazione integrale. Per chi cerca una soluzione elettrificata, senza la necessità di ricaricare alla spina, c'è la full hybrid da 247 CV, con trazione anteriore.Al vertice dell'offerta si collocano invece due versioni plug-in hybrid: una a trazione anteriore da 326 CV e una integrale da 435 CV, entrambe con oltre 100 km di autonomia in modalità elettrica. Le due ibride ricaricabili condividono una batteria da 33,7 kWh e supportano la ricarica in corrente continua fino a 85 kW. Come va la GWM H7 Le dimensioni non rappresentano un problema particolare, nemmeno quando ci si ritrova a percorrere le stradine strette nei dintorni del lago d'Orta, teatro del mio test drive. Le forme squadrate aiutano a percepire gli ingombri, mentre il sistema di telecamere a 360 gradi permette di controllare ciò che succede attorno alla vettura e nelle immediate vicinanze delle ruote. La frenata mi è parsa adeguata, ma bisogna prendere confidenza con un pedale un po' spugnoso e con una discreta zona morta nella prima parte della corsa. Lo sterzo ha la servoassistenza regolabile su tre livelli e nelle accelerazioni più decise emerge un ritorno di coppia piuttosto evidente, con il volante che tende a tirare verso destra o sinistra. Per il mercato europeo, l'assetto è stato oggetto di una taratura specifica. Sulle compressioni più lente la H7 assorbe bene le asperità, mantenendosi stabile anche alle velocità autostradali. Sulle sollecitazioni più secche, come quelle provocate da buche e tombini, la risposta è invece piuttosto rigida.Resta inteso che, per dimensioni, peso (poco meno di due tonnellate) e impostazione generale, la H7 non è un'auto pensata per affrontare con particolare disinvoltura il misto stretto.Lodevole la dotazione degli ADAS, con oltre 20 sistemi di assistenza, anche se alcune tarature sono molto invasive. Il mantenimento della corsia, ad esempio, interviene in maniera piuttosto brusca, rischiando di diventare fastidioso nella guida quotidiana. Prezzi e allestimenti La gamma della H7 si articola in due allestimenti: Business, riservato alle flotte, e Premium. La dotazione di serie è di per sé particolarmente ricca e la lista degli optional è ridotta al minimo. Le uniche possibilità di personalizzazione riguardano le vernici metallizzate e, senza sovrapprezzo, la scelta fra due combinazioni di colori per gli interni.Il listino parte da 37.000 euro per la full hybrid, per salire a 39.500 euro per la 2.0 turbobenzina senza elettrificazione, mentre la plug-in hybrid a trazione anteriore parte da 41.490 euro nell'allestimento Business e arriva a 43.490 euro per la Premium. Al vertice si colloca la plug-in hybrid Hi4, con trazione integrale e una potenza totale di 435 CV, proposta a 46.000 euro.Al lancio, la Hi2 full hybrid è in promozione a 29.990 euro in caso di permuta o rottamazione (esclusa messa su strada e IPT).
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F1, Verstappen si prende la pole nella Sprint Qualifying

Max Verstappen chiude davanti a tutti le qualifiche Sprint del Gran Premio di Singapore 2026. Il pilota della Red Bull ferma il cronometro in 1'31156, precedendo la Mercedes di George Russell e la Ferrari di Charles Leclerc. Lewis Hamilton è sesto, Kimi Antonelli settimo. Il risultato dell'olandese resta però in attesa dell'esito di un'indagine per una possibile infrazione sotto bandiere gialle.(Quasi) tutto perfetto Dopo la vittoria in Malesia, Verstappen conquista il miglior tempo nelle qualifiche della Sprint a Marina Bay. Nell'ultima fase della sessione gli basta un solo tentativo per precedere Russell di 120 millesimi e Leclerc di 243. Quattro squadre diverse occupano le prime quattro posizioni, con la McLaren di Oscar Piastri subito alle spalle della Ferrari.Sulla pole Sprint resta aperta la questione delle bandiere gialle: Max ha superato Hamilton durante la SQ1 e la manovra è finita all'attenzione dei commissari. Per il momento non ci sono state comunicazioni, ma il quattro volte campione del mondo rischia una penalità di 5 posizioni sulla griglia di partenza della Sprint di domani.Ferrari, Leclerc terzo. Hamilton paga gli errori nel finale Leclerc chiude terzo, a 123 millesimi da Russell. La sua Ferrari precede di appena 55 millesimi la McLaren di Piastri, mentre Hamilton resta alle spalle di entrambe le monoposto papaya.Hamilton conclude infatti sesto, a mezzo secondo da Verstappen. Il suo unico tentativo in SQ3 è segnato da un terzo settore impreciso e da diversi piccoli contatti con le barriere. Il sette volte campione del mondo precede comunque Antonelli, settimo con l'altra Mercedes.Mercedes divisa: Russell secondo, Antonelli settimo Le due W17 affrontano il weekend con configurazioni aerodinamiche differenti. Russell è tornato al pacchetto precedente agli aggiornamenti introdotti a Sepang; Antonelli ha mantenuto le novità utilizzate in Malesia. Prima delle prove, l'italiano aveva indicato Singapore come un'occasione per comprendere meglio il comportamento della vettura e sfruttare il potenziale degli aggiornamenti.Il confronto sul giro si chiude con Russell in prima fila e il leader del Mondiale in settima posizione. Antonelli accusa quasi sette decimi da Verstappen e sei dal compagno di squadra. Sono cinque le posizioni che separano le due Mercedes nella classifica della sessione.McLaren quarta e quinta, Lawson entra nei primi ottoPiastri è il più veloce dei due piloti McLaren e il suo tempo segnato in questa sessione vale il quarto tempo, davanti al compagno di squadra Norris segue in quinta posizione.Liam Lawson porta invece la Racing Bulls all'ottavo posto, davanti alla Red Bull di Isack Hadjar. Pierre Gasly completa le prime dieci posizioni con l'Alpine. Hadjar e Gasly hanno entrambi avuto tempi cancellati nell'ultima fase delle qualifiche.Perez contro il muro in SQ1, Sainz chiude ultimo La SQ1è stata interrotta in dall'incidente di Sergio Perez, finito contro le barriere in curva 5. La bandiera rossa ha condizionato il primo turno, nel quale sono rimasti esclusi anche Arvid Lindblad e Lance Stroll, rispettivamente diciassettesimo e diciottesimo.In SQ2 si è fermato Franco Colapinto, undicesimo, seguito da Nico Hülkenberg, Oliver Bearman e Gabriel Bortoleto. Fernando Alonso ha concluso quindicesimo, davanti a Esteban Ocon.La Williams si ferma già in SQ1 con entrambe le monoposto: Alexander Albon è diciannovesimo, mentre Carlos Sainz chiude la classifica in ventiduesima posizione.I risultati completi della Qualifica Sprint a Singapore >>
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Che auto vogliono davvero gli automobilisti? Quattroruote Next parte da chi guida

Non l'auto che immagina la politica. Non l'auto che chiedono le norme. Ma l'auto che desiderano gli automobilisti. questo il punto di partenza dell'edizione 2026 di Quattroruote Next, l'evento che ogni anno riunisce i protagonisti della filiera automotive per discutere insieme le sfide e le prospettive del settore.Martedì 20 ottobre, ancora una volta presso gli IBM Studios di Milano, gli addetti ai lavori si confronteranno sul tema "L'auto che vorremmo" con il supporto di Agenzia Italia, Bosch, Pirelli, Q8 e Safe. Un evento di cui daremo notizia in tempo reale, su questo sito e sui nostri social. L'automobilista al centro Quattroruote Next si aprirà con "Ripartiamo da chi guida", l'intervento di Alessandro Lago, direttore responsabile della nostra rivista. Nel corso della giornata saranno presentati i dati del rapporto di PwC Italia, con una fotografia delle aspettative degli automobilisti nei riguardi della loro prossima auto.Tra gli altri relatori dell'evento figurano Carlo Siviero, Data Factory & Market Analysis Director di Quattroruote Professional, lo storico Guido Damini, la filosofa e saggista Maura Gancitano e Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. Quattroruote Next si concluderà con l'intervento di Benedetto Vigna, ceo di Ferrari, che nel talk "Come fa un'azienda a rompere gli schemi (per davvero)" racconterà come il Cavallino affronta il cambiamento senza perdere la propria identità. Sì, si parlerà proprio della Ferrari Luce, la prima elettrica di Maranello.
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Cina-Ue, accordo sulle ibride: le esportazioni verso l'Europa saranno dimezzate

Nei rapporti diplomatici il dialogo è fondamentale per risolvere eventuali diatribe e controversie. Lo dimostra l'esito del meeting tra il Commissario europeo per il Commercio, Maro efovi, e il suo omologo cinese, Wang Wentao.Uno dei principali argomenti sul tavolo del vertice era l'enorme deficit commerciale registrato dall'Unione europea negli ultimi mesi a causa delle crescenti esportazioni di beni industriali prodotti in Cina, tra cui le auto ibride plug-in.L'incontro, nonostante il clima non certo idilliaco degli ultimi giorni, è servito proprio a raggiungere l'obiettivo di efovi: limitare le importazioni in Europa di modelli ibridi, soprattutto quelli alla spina. Le parti hanno raggiunto uno specifico accordo, evitando così la necessità per Bruxelles di far scattare misure unilaterali che rischiavano di peggiorare le relazioni. Un clima teso e un vertice risolutivo Per comprendere l'importanza dell'accordo raggiunto a Pechino, bisogna però fare un breve passo indietro. Come detto, il commissario europeo ha voluto l'incontro per chiedere alla Cina di imporre un freno ai flussi delle esportazioni e per riequilibrare i rapporti commerciali alla luce di un disavanzo crescente e sempre più insostenibile per il Vecchio Continente: ormai le cifre sono intorno al miliardo di euro al giorno.Proprio le auto ibride sono finite al centro di specifiche richieste da parte della Francia e della Germania e di continue pressioni da parte delle Case automobilistiche, in particolare quelle tedesche. E difatti Bruxelles avrebbe accelerato l'esame di potenziali misure come dazi e tetti temporanei all'import cinese.Tuttavia, negli ultimi giorni non sono mancate delle forti tensioni: una risoluzione del Parlamento europeo ha messo all'indice diverse politiche cinesi, tra cui pratiche commerciali sleali come il dumping e lo spionaggio, scatenando le vibranti proteste delle controparti e spingendo Pechino ad alzare le barricate contro qualsiasi proposta di limitare l'export di ibride. L'export cinese di PHEV sarà tagliato di oltre la metà Ora, invece, è stato trovato l'accordo. A spiegarlo è lo stesso commissario in una dichiarazione rilasciata al termine dell'incontro. "Abbiamo raggiunto un'intesa condivisa per moderare le esportazioni cinesi di ibridi e ibridi plug-in verso l'Ue. Questo apre la prospettiva di tagliare le esportazioni cinesi di oltre la metà", ha spiegato efovi.Inoltre, nel comunicato congiunto dell'Ue e del Ministero del Commercio cinese si aggiunge un ulteriore tassello: "A seguito di intense consultazioni, entrambe le parti hanno raggiunto un'intesa sul commercio di veicoli ibridi in modo conforme alle norme dell'Organizzazione Mondiale del Commercio". Dunque, le limitazioni dovranno seguire quanto stabilito dai regolamenti del WTO. Tetto da dicembre a 350 mila veicoli? Mancano ancora i dettagli precisi, che dovranno essere prima condivisi con i rappresentanti dei vari Paesi Ue al prossimo summit europeo in programma tra il 15 e il 16 ottobre. Tuttavia, secondo indiscrezioni dell'agenzia Bloomberg, L'Unione europea limiterà le importazioni di veicoli ibridi cinesi a 350.000 auto all'anno, con una misura di salvaguardia (consente all'Ue di limitare l'import di prodotti di un determinato settore in caso di una sua impennata forte e improvvisa) che potrebbe entrare in vigore già il primo dicembre.Il tetto dovrebbe essere applicato il primo anno, per poi aumentare del 6% ll'anno a partire dal secondo, e restare in vigore per quattro anni. Inoltre, per rispettare il regolamento WTO sul principio di non discriminazione, le limitazioni riguarderanno tutte le importazioni, non solo quelle cinesi e a ogni singolo Paese dovrebbe essere assegnata una pari quota.  Auto ibride cinesi in Europa, i numeri della crescita Come al solito, sono i numeri a dare un senso alle dichiarazioni del commissario europeo e anche ai tanti allarmi emersi negli ultimi mesi ai piani alti dei costruttori e delle cancellerie europee.Secondo Eurostat, nel 2022 sono state vendute nella Ue appena 659 ibride full di produzione cinese. Nei primi sette mesi di quest'anno, quel numero è cresciuto fino a superare le 160 mila unità. Le vendite di ibride plug-in, invece, sono balzate da 56.706 a 217.764, portando i cinesi a conquistare oltre un terzo del segmento.Alcuni costruttori hanno raggiunto perfino traguardi impensabili fino a qualche anno fa. La top ten delle immatricolazioni italiane per alimentazioni per il periodo gennaio-settembre vede i primi due posti occupati da modelli della BYD (Atto 2 e Seal), mentre altre quattro posizioni sono appannaggio di vetture dei marchi del Dragone (Omoda 9, Jaecoo 7, Geely Starray e BYD Seal 6). Accordo Ue-Cina: terre rare, dazi e accesso ai mercati Ovviamente, il vertice di Pechino non ha riguardato solo le auto ibride e, in ogni caso, il suo esito è solo un primo passo per riequilibrare la bilancia commerciale (un terzo meeting dell'organismo di consultazioni bilaterale su commercio e investimenti è previsto a marzo prossimo).Secondo il commissario, è stata aggiunta un'intesa per migliorare l'accesso al mercato cinese per una serie di prodotti Ue attraverso dazi più bassi. efovi ha citato pezzi di ricambio per auto, l'olio d'oliva e le calzature, per un totale di quasi 4 miliardi di euro di valore attuale all'esportazione, il che porterebbe almeno 225 milioni di euro di risparmi sui dazi.Inoltre, è stato trovato un accordo per "facilitare ulteriormente le licenze all'esportazione di terre rare e magneti permanenti" dalla Cina.Non solo. L'incontro è servito anche a concordare diversi altri punti: dalla possibilità di ridurre o eliminare dazi su determinati beni al rafforzamento del dialogo istituzionale, dall'accesso al mercato cinese per le imprese europee alla questione dei brevetti e delle proprietà intellettuali. Infine, non manca l'ennesima puntata della diatriba sulle auto elettriche. Pechino e Bruxelles continueranno il dialogo per raggiungere una quadra su prezzi ed eventuali quote alle esportazioni.
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Autostrade in Sicilia, nuovi limiti su 170 km: auto a 90 all'ora, camion a 60

Sulle autostrade A18 Messina-Catania e A20 Messina-Palermo, gestite dal Consorzio Autostrade Siciliane (CAS), in futuro il limite di velocità scenderà: 90 km/h per i veicoli leggeri e 60 km/h per i mezzi pesanti. Lo ha detto l'ispettore del ministero delle Infrastrutture Placido Migliorino, dopo giorni di verifiche sul campo. Il motivo principale? Alcune barriere, risalenti agli anni 70, non svolgerebbero adeguatamente la propria funzione di contenimento, specie in caso di impatto dei TIR. Autostrade siciliane: altezza delle barriere, non ci siamoCi sono guardrail che, quando vennero installati mezzo secolo fa, erano alti 70 cm. Ma nel frattempo è stata innalzata la pavimentazione dell'autostrada, uno strato di asfalto sull'altro, fino a che le barriere si sono ridotte a 40 cm, spiega Migliorino. Su viadotti con strapiombi di 8 metri. Tutti i dispositivi dovranno essere sostituiti con quelli alti almeno 90 cm e dotati di una doppia lamina. Piano articolatoIl progetto prevede anche una distanza minima di 200 metri e il divieto di sorpasso per i mezzi pesanti dove esistono guardrail di primo impianto. Più un'interdizione all'uso della corsia di emergenza, con il traffico concentrato sulle due corsie centrali, delimitate da bande rumorose sia sul margine sinistro sia su quello destro.I tratti interessatiIl nuovo limite massimo di velocità verrebbe introdotto su circa il 65% dei tracciati (170 km su 260). Sulla A18 tra Messina e Giarre e sulla A20 da Messina a Sant'Agata di Militello, oltre alla tratta Cefalù-Buonfornello. Così da evitare la chiusura totale delle tratte, che avrebbe come ripercussione un aumento notevole del traffico sulle Statali 113 e 114, destinate in quel caso alla paralisi. Il problema esiste da 20 anni, ma è tornato alla ribalta nelle scorse ore dopo tre giorni di verifiche. A settembre 2026 il dicastero aveva già richiesto misure urgenti per ridurre i rischi su A18 e A20, indicando in 5,5 miliardi di euro il fabbisogno stimato per l'adeguamento complessivo delle due autostrade nell'arco di 10 anni.Un primo sostegno economico è arrivato dalla Regione Siciliana, che l'8 ottobre 2026 ha annunciato uno stanziamento di 13,3 milioni di euro per finanziare 14 interventi sulle due arterie. Il Consorzio ha inoltre dichiarato di poter contare su 252 milioni di euro già disponibili attraverso i fondi FSC, in parte utilizzati.Sul fronte finanziario, la Regione Siciliana e il CAS hanno ricordato lo stanziamento di risorse per tradurre le prescrizioni in cantieri, tra cui circa 265 milioni di euro già sbloccati (tra fondi FSC e risorse POC deliberate in extremis) e 13,3 milioni stanziati l'8 ottobre dalla Regione per 14 interventi urgenti su barriere, giunti, pavimentazione, gallerie e segnaletica. I programmi di interventoA più riprese, il CAS ha annunciato programmi di manutenzione e ammodernamento, comprendenti la riqualificazione delle barriere. Ma il programma dei lavori dovrebbe comprendere anche interventi sulla segnaletica orizzontale e verticale, il rifacimento della pavimentazione autostradale e la manutenzione dei giunti di dilatazione dei viadotti. Senza dimenticare gli interventi sulle gallerie, come l'applicazione di reti metalliche e ancoraggi, e la verifica dei sistemi di illuminazione.
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Denza Bao 5, arriva la fuoristrada premium di BYD: com'è fatta e quanto costa

Denza, marchio premium di BYD, ha aperto gli ordini in Italia della Bao 5, robusto ed elegante fuoristrada con propulsore ibrido plug-in DMO (Dual Mode Off-road), utilizzato anche per il pick-up BYD Shark. Due gli allestimenti a listino, Elegance e Ultimate, con prezzi che partono da 78.340 euro. I dati tecnici La Bao 5 ha una meccanica da vera off-road, con telaio a longheroni e tre differenziali elettronici autobloccanti: è lunga 4.888 mm, larga 1.970, alta 1.920 e ha un passo di 2.800 mm. Il bagagliaio mette a disposizione 475 litri, che diventano 1.736 abbattendo gli schienali della seconda fila. Il powertrain plug-in abbina un 1.5 turbobenzina da 150 CV a due motori elettrici (272 CV all'anteriore, 388 CV al posteriore) per 544 CV e 760 Nm complessivi. Notevoli le prestazioni, anche in considerazione della massa e dell'aerodinamica: 0-100 km/h in 4,8 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria Blade Cell-to-Chassis da 31,8 kWh garantisce 90 km in elettrico e 835 km di autonomia combinata. Bao 5 Elegance L'allestimento d'attacco (si fa per dire) comprende cerchi da 18", sedili anteriori riscaldati, ventilati e massaggianti, display centrale da 15,6" e impianto audio Devialet a 18 altoparlanti. Di serie anche la guida assistita di livello 2, il monitoraggio dell'angolo cieco, la telecamera a 360 e la funzione V2L. Di serie la colorazione Snow White, su richiesta (2.000 euro) quelle in Tarim Polar gold, Obsidian Black, Pinnacle Grey, Wagner Glacier Blue e Dolomite Green. Il Matte Mineral Purple costa 3.500 euro. Gli interni si possono avere, senza sovrapprezzo, in Eclipse Blue, Tarim Desert Beige o Shoal Green. Bao 5 Ultimate La versione top di gamma arricchisce la dotazione con cerchi di lega da 20", sospensioni DiSus-P che aumentano l'altezza da terra di 9 cm, pedane laterali elettriche a scomparsa, interni in pelle Nappa e ventilazione dei sedili posteriori, specchietto retrovisore digitale, doppia piastra di ricarica wireless per gli smartphone e chiave digitale. I prezzi della Denza Bao 5 Bao 5 Elegance: 78.340 euroBao 5 Ultimate: 88.640 euro
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Quattroruote Next - "La sostenibilità deve essere inclusiva"

La prima edizione di Quattroruote Next, il forum di Quattroruote sul futuro della mobilità sostenibile, non poteva non essere introdotta dal nostro direttore, Gian Luca Pellegrini: "Il settore automobilistico", ha spiegato Pellegrini, è da alcuni anni alle prese con una "tempesta perfetta", una fase turbolenta e dinamica che presenta al contempo rischi e opportunità. L'attenzione, quindi, deve essere massima e la barra dritta affinché la spinta alla sostenibilità ambientale non lasci indietro nessuno. Perché il progresso "è di tutti, oppure non è". Di seguito, una sintesi dell'intervento.Rivoluzione in corso. "Il Covid ha segnato un prima e un dopo nella storia dell'umanità e altresì un momento catartico per il mondo della mobilità, il cui processo di trasformazione, che già aveva preso abbrivio a partire dal Dieselgate, ha subito stravolgimenti francamente imprevedibili. Per riassumere quanto accaduto in questi tre anni e mezzo userò una formula abusata ma efficace: l'auto ha vissuto la tempesta perfetta. Di questa tempesta, l'onda più grande è stata ed è tuttora il percorso di decarbonizzazione intrapreso dall'Europa volto all'affrancamento dalle fonti fossili. L'Europa ha dato un'accelerazione straordinaria, approvando quel Fit for 55 che stabilisce la roadmap che porta al 2035 e all'abbandono dell'endotermico. Quattroruote non ha nascosto le proprie perplessità per il metodo regolatorio e tecnico. Se proseguire il percorso di decarbonizzazione era doveroso, decidere a tavolino che esiste un'unica soluzione per raggiungere gli obbiettivi ha fatto strame del concetto di neutralità tecnologica e ha tradito un approccio tecnico pregiudiziale". Dogma contro realtà. "Sotto il profilo tecnico, l'elettrico è la più grande novità dell'auto da decenni, rappresenta una delle più efficaci soluzioni per ridurre le emissioni locali. Però tali aspetti diventano paradossalmente marginali, a nostro avviso, di fronte alle considerazioni sistemiche che tale cambio di paradigma introduce, a partire dall'assenza di un'adeguata politica energetica volta a far crescere le fonti rinnovabili fino alla cessione di sovranità tecnologica a un regime - quello cinese - abituato a giocare secondo regole che non prevedono reciprocità fra economie concorrenti. L'ingenuità strategica di Bruxelles - preferisco pensare che di ingenuità si tratti - non ha retto alla verifica della realtà".La Cina e il cambiamento globale. "L'Europa, per inseguire l'obbiettivo della decarbonizzazione, sta rinunciando alla propria impronta industriale e la morsa dei concorrenti globali si fa sempre più stretta. Da un lato, la Cina si fa sotto forte di un vantaggio competitivo sui costi industriali del 30% e del controllo dell'intera filiera elettrica. Dall'altro, gli americani si sono blindati con l'Inflation Reduction Act, chiudendo uno sbocco altrettanto importante. Siamo di fronte a uno shift di portata globale: l'auto sta diventando sempre più un prodotto asiatico. Il 60% dei veicoli prodotti globalmente ha origine nelle fabbriche orientali. Sullo sfondo di un mercato ancora lontano dai volumi pre-pandemia, stanno insomma venendo a galla le implicazioni di una trasformazione progettata inseguendo un'ideologia. giusto chiedersi se e come la transizione possa essere realizzabile senza compromettere la competitività dell'auto europea. E ce lo dobbiamo chiedere con la consapevolezza che la nave ha ormai lasciato il porto e non vi farà ritorno". L'accettazione è un problema. "Il pubblico non sente come proprio il cambiamento e spesso lo vede come una minaccia. Come affrontare questo disincanto collettivo, che si riflette in uno spettacolare e generale rifiuto dell'elettrico, considerato un gioco da happy few che si possono permettere di ostentare la loro sensibilità ambientale? Sicuramente, una leva può essere quella di rimodulare il meccanismo degli incentivi, come chiesto dalle associazioni, includendo flotte e aziende e alzando la soglia di spesa. Ma se non vogliamo spingere fuori dal mercato centinaia di migliaia di persone è necessario agire in modo più incisivo sul circolante. Si tolgano dunque le tasse - tutte - dai passaggi di proprietà in caso di miglioramento della classe ambientale e si reintroducano gli incentivi usato contro usato varati nel 2021 e vanificati da un'applicazione bizantina e dalla speculazione di alcuni dealer".Il nostro contributo. "Basterà? No. Serve uno sforzo collettivo per raccontare i valori positivi della transizione senza assecondare posizioni pregiudiziali il cui unico risultato è di radicalizzare il dibattito. Bisogna agire sulla consapevolezza della collettività. Per farlo è necessario un cambio di passo nella narrazione. La politica ha contribuito a polarizzare il confronto. Analoga strumentalizzazione è stata sovente ripresa dai media, con qualche eccezione. Mi piace pensare che fra queste eccezioni ci sia Quattroruote. E la stessa industria, che ha tutti gli interessi affinché la transizione prenda abbrivio, sembra muoversi in ordine sparso, dando messaggi talora contraddittori che non scalfiscono il muro d'indifferenza della gente. Mi affido alle parole di Luca de Meo in una recente intervista: "C'è bisogno di fonti credibili, che spieghino i vantaggi e anche i limiti dell'elettrico. Per questo una corretta informazione passa per i media specializzati, che hanno il compito di guidare il consumatore andando in profondità: altro che gli influencer". Dal canto nostro, ci proveremo. La nostra intenzione, infatti, è di raccontare come l'evoluzione tecnologica dell'automobile sia parte integrante di un processo di cambiamento etico che investe la società, non un compliance product fatto per schivare le multe comunitarie. Per farlo, affiancheremo alla nostra usuale produzione nuovi prodotti editoriali. Il primo si chiama Volt, nasce come allegato al numero di novembre ma inevitabilmente avrà una declinazione digitale sui vari canali del sistema Quattroruote".Il progresso deve essere per tutti. "Ci stiamo avviando su una strada che porta a negare il diritto alla mobilità privata a un numero sempre maggiore di persone. La società è pronta per questa rivoluzione copernicana? L'industria subirà passivamente il suo ridimensionamento? Dobbiamo accettare l'idea che la motorizzazione di massa sia ormai un'utopia? A noi, che siamo nati nel 1956 proprio per accompagnare un'onda di cambiamento che iniziava a travolgere la società, questa prospettiva non piace. Attenzione, non stiamo dicendo che l'automobile debba invadere le città. Troppe macchine ferme nel traffico fanno male alle città e pure alle macchine stesse. imperativo ridurre il tasso di motorizzazione con mezzi davvero a emissioni zero, il che significa sviluppare a velocità ben superiori alle attuali le fonti d'energia rinnovabile. Ma dev'essere un processo graduale che non lasci nessuno indietro. Un percorso virtuoso in cui i nuovi paradigmi della mobilità si fondino su una diversa consapevolezza volta all'inclusione, non alle prerogative di chi può. L'intento di Quattroruote Next è di riportare al centro del dibattito pubblico - coinvolgendo i principali stakeholder della mobilità - i principi di concretezza, neutralità tecnologica e uguaglianza, ricordando che la sostenibilità è un valore democratico, e non un privilegio. Il progresso, o è di tutti oppure non è".
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Quattroruote Next - Intelligenza artificiale e semiconduttori: il filo rosso del futuro

Intelligenza artificiale, semiconduttori, software defined vehicles. Sono temi che l'industria dell'auto sta affrontando con crescente frequenza. E che costituiscono sempre più chiaramente una delle nuove frontiere del settore. Ma come avverrà il dialoogo? Una domanda che poniamo volutamente in forma aperta, a sottintedere i suoi due aspetti, da un lato quello tra l'utente e il prodotto, dall'altro quello tra le Case e i nuovi interlocutori che si affacciano nella filiera. Ne abbiamo parlato al forum Quattroruote Next con Christian Richter, direttore global automotive di Google ed Edoardo Merli, vicepresidente esecutivo di ST Microelectronics.Richter: l'IA fa già parte delle nostre vite. "Da qualche mese vediamo molto entusiasmo intorno all'intelligenza artificiale", afferma Richter. "Si tratta di un percorso classico: c'è sempre una fase di hype, quella iniziale, che è quella che stiamo vivendo oggi. Ma quello di cui non ci rendiamo conto è che la usiamo già tutti i giorni l'IA: ci aiuta nella navigazione, nella scrittura delle e-mail o nella scelta della prossima serie da vedere su Netflix. Quindi è già da parecchio tempo che sta trasformando le nostre vite".Il ruolo dell'IA nel business. Questo non significa, tuttavia, che non stiamo attraversando un cambiamento epocale: "L'evoluzione in atto impone a chi è in un ruolo di business leadership di approfondire il tema dell'IA, capire quanti tipi ce ne sono, come quella generativa, più creativa, e quella analitica, che lavora su dati strutturati. La domanda che dobbiamo porci è: come possiamo farle lavorare insieme per rendere il business più efficiente?".La necessità di regole. Già adesso, del resto, i computer possono fare molte attività meglio degli umani, sottolinea Richter: "Siamo solo all'inizio: dico sempre che i modelli di IA che vediamo oggi sono i peggiori che vedremo nel corso delle nostre vite". Un'arma, come tutte le tecnologie, che però può essere a doppio taglio: "L'IA può produrre anche cattivi risultati intenzionalmente. Pensiamo alle fake news: stiamo parlando con la Commissione europea per avere regole chiare e in tempi rapidi". I software defined vehicles e l'architettura zonale. La riflessione, del resto, si impone per le stesse potenzialità che queste applicazioni avranno nel campo dell'auto, come sottolineato da Merli: "I software defined vehicles, in termini di performance, saranno molto più potenti degli attuali. E questo è dovuto al fatto che si baseranno su un'architettura tutta diversa, definita zonale, che ci permetterà di rendere l'hardware più scalabile e potente, migliorando tutti i servizi, dalla manutenzione predittiva alla personalizzazione dell'esperienza di guida".+20% per la domanda di semiconduttori automotive. Dicevamo, in apertura, del dialogo tra le Case e i fornitori "tech". Una questione ben chiarita dallo stesso Merli nelle sue future implicazioni: "L'automotive è uno dei settori più in crescita: vedremo un incremento della domanda di semiconduttori nell'ordine del 20% entro il 2030, e saremo chiamati a svilupparne di diverse classi per la specializzazione dei compiti che dovranno svolgere. Tutto questo si tradurrà per noi", spiega il dirigente "in una collaborazione più stretta, da un lato con Google e altri fornitori software, dall'altro con i costruttori stessi".Richter: "Disaccoppiare". Software-semiconduttori-auto: è questo il filo rosso di domani. Ma è una linea spezzata, come spiega Richter: "Un'altra grande sfida sarà quella di disaccoppiare i cicli. Un telaio può durare per sempre, il software cambia a una velocità impressionante. Finché non li dividiamo avremo sempre una difficoltà".Chi li fa i software? "A ognuno il suo". L'ottica del "decoupling" resta valida anche nell'ottica della divisione dei compiti tra Case e tech companies, quando si tratta di sistemi di interfaccia di bordo: "Nel dialogo con i costruttori", aggiunge Richter, "osserviamo due temi portanti: fiducia e investimenti. Per il primo aspetto, l'esperienza che abbiamo avuto finora è che le aziende si fidano di noi, anche perché si può sempre scegliere quali dati condividere e quali no".Il nodo della capital intensity. "E poi c'è il punto della capital intensity: più funzioni aggiungi, più i software e gli infotainment costano, se li vuoi offrire su scala globale e a fornire prestazioni alte e sempre aggiornate. E il fatto che l'industria si muova verso la decarbonizzazione e le nuove tecnologie come nel campo delle batterie, dove tutti sono al lavoro sullo stato solido, significa che nessuno oggi ha la potenza e il capitale per muoversi da solo. La strada più efficiente?  che ognuno si focalizzi sulla sua specializzazione".
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Quattroruote Next - "Il destino dellauto è scritto: il futuro è in Asia"

Bisogna farsene una ragione: il baricentro mondiale è sempre più spostato in Asia e lo stesso vale per l'auto, con la "componente europea" che ormai deve accontentarsi di un ruolo secondario a livello globale. Il messaggio, allarmante per le sue possibili conseguenze, è stato lanciato dal palco del forum Quattroruote Next da Gianluca Di Loreto, partner della società di consulenza Bain & Company: "L'Europa ha sempre giocato in attacco nel mondo delle quattro ruote, ma ora si è arroccata in difesa".Nuovo paradigma. A sostegno della sua tesi, Di Loreto ha presentato una serie di dati difficili da mettere in discussione ("I numeri sono democratici, perché consentono di vedere le cose in modo oggettivo"), partendo dal declino demografico dell'Europa: se nel 1990 gli asiatici erano il quadruplo degli europei, oggi sono sei volte di più e nel 2040 il rapporto salirà a sette. Lo spostamento del baricentro è ancora più evidente per il Pil, che per l'Asia è salito dal 18% del totale globale all'attuale 40%: arriverà al 43% nel 2028, mentre per l'Europa è passato dal 34% al 24% ed è destinato a calare al 22% tra cinque anni. In tale contesto, la Cina è passata dal 6% della ricchezza asiatica al 45% del 2022, mentre l'Italia ha visto una contrazione del suo peso nel Vecchio continente dal 15% all'8%. Tale spostamento è anche legato alle nuove tecnologie, ormai dominate dagli operatori asiatici: a loro fa capo il 68% e l'82% dei brevetti, rispettivamente, per il 5G e per le batterie allo stato solido (è il 62% per i soli cinesi). In sostanza, per Di Loreto le aziende dell'Asia "non stanno solo innovando ormai da diverso tempo, ma lo stanno facendo anche più velocemente" degli occidentali. Inoltre, l'Asia controlla il 50% della catena del valore dei semiconduttori e il 72% delle attività di assemblaggio finale. L'auto? Sempre più cinese. Non deve dunque sorprendere il crescente peso di Pechino in campo automobilistico. Tra il 2000 e il 2022, la Cina è salita dal 4% al 32% della produzione globale, mentre l'Europa è scesa dal 34% al 19% e il Nord America dal 31% al 17%. E non deve stupire neanche il contributo sempre più forte nelle emissioni annuali di gas serra. L'Asia ne emette cinque volte più dell'Europa: nel 1990 era asiatico il 20% delle 21 milioni di gigatonnellate di CO2 equivalente, ma nel 2021 era già al 53% di 34,2 gigatonnellate, con la sola Cina passata dall'11% al 32%. L'Europa, di contro, è scesa dal 19% al 10% e ha visto un costante calo delle emissioni (-0,6 gigatonnellate contro +14,2). Non solo. Il Vecchio continente ha visto anche una contrazione delle emissioni cumulate da combustione di carburante tra il 2001 e il 2021: è passato dal 18% di 267 al 14% di 885 gigatonnellate, mentre l'Asia è salita dal 21% al 37%. Ecco perchè, per Di Loreto, "combattere il cambiamento climatico è doveroso, ma bisogna tener conto del contesto: il peso dell'Europa si è ridotto progressivamente nel tempo". Sguardo a est. Dunque, il comparto automotive deve affrontare un destino "in buona parte già scritto" e rivolto a Est. Ma qual è il suo stato di salute? Di Loreto parte, innanzitutto, dalla constatazione che la crisi dei semiconduttori è ormai quasi finita grazie alla crescente disponibilità di chip, legata anche al calo della domanda del settore dell'informatica, e all'aumento della capacità produttiva. Un'altra importante criticità, fortunatamente in via di risoluzione, è rappresentata dai prezzi di acciaio, gas, plastica o gomma, ormai lontani dai picchi dei mesi scorsi. Rimane il problema della crescita inarrestabile di alcune materie prime come litio, rame, manganese o terre rare: il litio, per esempio ha superato i picchi del biennio 2021-22, ma è sempre sopra del 78% sui livelli pre-Covid. A valle della catena del valore, i segnali sono, invece, più negativi. In Europa, dove la domanda è ormai sempre più influenzata dalle politiche ambientali a livello locale o nazionale, le varie crisi degli anni scorsi (pandemia, chip e materie prime) hanno colpito le vendite (il 2023 si chiuderà sotto del 24% rispetto al 2019) e contribuito a uno spostamento del mix verso l'alto. La scomparsa delle citycar. Il solo segmento A ha visto la perdita di 1 milione di pezzi in Europa e in Italia sta letteralmente scomparendo (dal 19% del 2000 al 14% del 2022 fino al 3% atteso nel 2028). Inoltre, è sempre più forte il peso degli asiatici, passati dal 23% del mercato europeo di inizio secolo al 29% (35% la stima tra cinque anni). Al contempo, i costruttori del Vecchio continente stanno spostando sui segmenti più alti il loro focus sulle elettriche: C, D ed E pesavano per il 52% della produzione continentale nel 2018, ma sono destinati a salire all'80% quest'anno. In poche parole, secondo il partner di Bain, le Case "si sono arroccate sulle fasce di mercato più alte: chi produce elettriche, le produce medio-grandi". In tal modo, però, si sta lasciando spazio libero segmenti bassi ad altri player, soprattutto asiatici, che potrebbero sfruttare, con la loro maggior competitività di costo, la correlazione tra Pil e adozione delle Bev (forti vendite di auto alla spina nei Paesi ad alto reddito, deboli negli altri) e quindi, come "sta già succedendo", conquistare i segmenti bassi. Insomma, il disallineamento tra domanda e offerta è innegabile e lo conferma anche l'andamento dell'usato: i consumatori italiani non comprano il nuovo, rottamano di meno, si tengono il vecchio e così il parco circolante vede la sua età media salire fino ai 12,6 anni del 2022 (erano 11,4 nel 2019). Di conseguenza, si sta manifestando il cosiddetto "effetto Cuba: l'Europa si sta trasformando in un continente vecchio", osserva Di Loreto. "Tutto l'opposto dell'obiettivo iniziale di ringiovanire il parco circolante. L'Europa si sta incartando su obiettivi opposti a quelli che si era prefissati".Si può ancora reagire. Il settore automotive deve comunque reagire ai trend degli ultimi anni, per esempio tramite acquisizioni e fusioni: il consolidamento in Europa si è manifestato l'anno scorso con 401 operazioni di M&A, a fronte delle 260 del 2017 (+54%). Anche l'Italia ha avuto un ruolo in questa partita, con 21 transazioni nel 2022, per la maggior parte nella meccanica di precisione, ma il nostro Paese ha ancora una lunga strada da percorrere per assumere una posizione di leadership sulle nuove tecnologie. In tal senso, è necessario investire sul consolidamento europeo per difendere l'industria da una nuova e probabile guerra dei prezzi e proteggere i componentisti, in particolare in Italia, e ancora di più aumentare la spesa in Ricerca e Sviluppo. Solo così si potra "rinnovare e reinventare la filiera", per chiudere il divario e affrontare ai cambiamenti in atto nel comparto. 
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Quattroruote Next - "Auto, la storia e la qualità non si possono comprare"

Andrea Bonomi, ceo di Investindustrial, e Davide Grasso, ceo di Maserati, sono intervenuti a Quattroruote Next per parlare del lusso nel mondo automotive. L'intervento dei due top manager - moderato dal nostro vicedirettore Marco Pascali - ha toccato diversi aspetti del settore, a partire dalla storia che contraddistingue l'Italia a quattro ruote. Un patrimonio unico nel suo genere, che nessun investimento cinese potrà mai comprare.Il primo tema del talk è stato il ruolo della tecnologia nel segmento del lusso.Grasso: "L'aspetto tecnologico è fondamentale, ma va fatto un distinguo: la tecnologia deve risolvere problemi e non essere fine a sé stessa, deve aiutare il consumatore. Questo è un linguaggio che fa parte di Maserati da più di 100 anni, che da sempre ha applicato la tecnologia all'innovazione, a partire dall'A6 1500, la prima gran turismo del marchio".Bonomi: " difficile considerare la tecnologia un lusso. Se vuoi fare il lusso ed essere individuale, la tecnologia è l'esatto opposto del lusso. Se vuoi offrire lusso, l'analogico è la via più prossima alla cultura e a ciò che ognuno vuole". Il Green Deal ha inevitabilmente acceso nuove sensibilità: cosa è cambiato e cosa si aspetta oggi chi vuole un'auto particolare?Grasso: "Mi ricollego al direttore Pellegrini: il Green Deal fine a sé stesso è stato creato in maniera artificiale. Come fornitori di soluzioni in un contesto di lusso, noi dobbiamo garantire un'esperienza a tutto tondo. Il consumatore di auto di lusso è un nuovo tipo di cliente, non c'è più il lusso di vent'anni fa: è più giovane, è globale e nel caos che ci circonda ha di fronte la semplificazione. Semplificare l'esperienza di utilizzo, anche negli interni, è fondamentale". Esperienza, semplicità. Alcuni tratti che osserviamo confermano che il passato sta tornando. Tempo, spazio: come si usa oggi un oggetto del desiderio?Bonomi: "L'auto ha avuto successo per la libertà che ha portato. C'è un ritorno dell'esperienza, per questo ci sono auto storiche che vengono riportate in vita. Ci possono essere tutti gli investimenti della terra, ma all'Aston Martin non arriveremo mai alla capacità produttiva asiatica. difficilissimo entrare nella parte bassa del mercato. Se guardiamo lo split tra auto da tutti i giorni e auto da passione, capiamo come è difficile recuperare il ritardo con l'Asia. Loro possono spendere qualsiasi cifra, ma il rapporto che un marchio come Morgan ha con il suo cliente non si può comprare. E loro non ce la faranno mai ad avere qualcosa di simile. qui che dobbiamo trovare il futuro. Ed è qui che i nostri politici devono decidere se dobbiamo morire: il mondo dell'alto di gamma europeo e italiano è vincente. Ma ci sono persone che decidono delle regole e possono decidere che devi morire. Questo è il rischio che vedo nel futuro".Nike, Converse sono marchi mondiali nel suo passato: cosa può imparare l'auto da questi brand?Grasso: " molto più facile avere successo nell'industria della moda che in quella dell'auto. Avendo un brand forte come Maserati, però, è tutto più semplice. Ci sono più similarità che differenze. Parte tutto dal consumatore e questo ci fa capire dove fare investimenti. Il consumatore va messo al centro. L'altra cosa è la competitività: in entrambi i settori la competizione è molto forte. Il terzo è un discorso di brand management: ora anche l'automotive parte dal marchio. Il prodotto deve essere eccellente nel proprio segmento, superiore alle aspettative del cliente. L'attenzione deve essere maniacale nella scelta del segmento in cui si vuole competere. Bisogna poi sviluppare un legame emotivo tra il marchio e il consumatore. La complessità è dunque estremamente elevata: sulla società e sulle infrastrutture l'automotive ha un impatto immensamente più grande rispetto a quello della moda". Qual è il segreto del Made in Italy?Grasso: "Secondo me è il segreto di Pulcinella. Quello che non si può comprare è la storia. Il lusso non è altro che chiamare la qualità con un altro nome. Il lusso è nel design degli arredamenti, nell'hospitalty, nel cibo. E non c'è lusso se non c'è una tradizione di continuità. E questo forse è l'unico settore in cui l'Europa ha un vantaggio competitivo. Cinesi e americani non hanno la nostra storia e la possono comprare solo da noi. La qualità dell'Italia è lo stile di vita, naturale: cibo, cultura rendono lo stile italiano inimitabile".A tal proposito, Bonomi ha aggiunto da poco una partecipazione a Eataly: che differenza c'è tra il lusso italiano e quello di altri Paesi, come la Francia?Bonomi: "I nostri uomini politici devono proteggere l'automobile partendo dal concetto di libertà. Perché se perdiamo l'automobile, perdiamo un pezzo per cui siamo conosciuti nel mondo. Se tu togli la libertà di fare un'esperienza con un'auto togli una parte della nostra cultura. L'approccio italiano è vincente se applicato nel modo giusto: il nostro modo di vivere è vincente".Da cosa ci dobbiamo difendere e quali strumenti politici non abbiamo?Grasso: "Dobbiamo essere più sicuri dell'appetibilità del nostro Paese, di quanto siamo affascinanti e di quante capacità abbiamo. Siamo un Paese di esploratori e l'innovazione è un linguaggio a noi familiare. Non solo nell'automotive, ma in generale".
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Quattroruote Next - "2035, la ragione ha vinto sull'ideologia"

Matteo Salvini ha colto l'occasione del nostro forum sul futuro dell'auto, Quattroruote Next, per ribadire la sua netta contrarietà alle decisioni prese dall'Europa: "L'auto elettrica è pura ideologia, un suicidio economico, industriale, sociale e perfino ambientale", ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Intervistato dal nostro direttore, Gian Luca Pellegrini, Salvini ha però evidenziato come molte cose siano cambiate negli ultimi mesi, portando la "ragione a vincere sull'ideologia": è il caso di alcuni temi rilevanti per il futuro dell'industria europea delle quattro ruote, in primis gli e-fuel, richiesti a gran voce dalla Germania e infine inseriti in una deroga all'ormai famoso bando delle auto endotermiche.  C'è spazio per cambiare le cose. Salvini ha ricordato che "nel 2026 si farà un punto" sullo stop alla vendite di nuove auto a benzina e diesel nel 2035, ma "con una nuova commissione" e non con un organo che "sembra voler complicare la vita ad aziende che stanno già investendo sull'elettrico" e non hanno bisogno di ulteriori ostacoli come l'Euro 7: "Bisogna capire che il 'tutto elettrico' significa fare una scelta che ci pone in una posizione di subalternità" rispetto ad altri Paesi, ha sottolineato Salvini. In ogni caso, per il ministro il governo Meloni si è ritrovato con numerosi dossier e ora sta cercando di recuperare il tempo perso: "Ciò che abbiano fatto negli ultimi undici mesi, l'abbiamo fatto ascoltando chi di dovere. Sull'auto, io personalmente ho fatto più di un incontro con sindacati, imprenditori, associazioni di settore e media. A tal proposito voglio ringraziare Quattroruote per il lavoro preciso e obiettivo sul tema della transizione".   Scelte pro-Cina e... il Qatargate. Tornando sul bando delle endotermiche, Salvini ha fatto anche un parallelo con il Qatargate: "Nessuno mi toglie il dubbio che la decisione dell'Europa sia folle, anti-economica, anti-industriale e anti-ambientale e che sia stata presa per arroganza, ignoranza o per convenienza perché mi sembra chiaro che avvantaggi la Cina e il suo sistema industriale". Zero dubbi sulla necessità di procedere lungo la strada della decarbonizzazione, ma il ministro ritiene che serva un cambio di approccio a Bruxelles, per evitare "alcuni eccessi: gli ultimi sviluppi hanno aperto un varco nelle certezze granitiche della Commissione", ha notato Salvini. "Noi stiamo cercando di sfruttare questo varco, questa apertura non ideologica". Sì al nucelare. Una delle vie prospettate da Salvini è quella delle rinnovabili: "Fanno parte del futuro, ma è una pia illusione pensare di abbandonare le fonti fossili". Ecco perché serve il nucleare: "Mentre stiamo parlando sono in funzione 100 reattori, dire di no all'energia atomica sarebbe solo ideologico", ha spiegato il ministro, ribadendo l'idea di una centrale a Milano: "Perchè no se è sicuro?", si è chiesto il leader della Lega, che poi ha scherzato alla domanda se l'idea sia stata già presentata al sindaco Giuseppe Sala: "Sì, tra una pista ciclabile e l'altra". Serve un piano per la mobilità. Proprio le piste per le biciclette sono state oggetto di critiche da parte del ministro: Salvini ha citato il caso di corso Monforte e sottolineato l'aumento degli incidenti di pedoni e ciclisti; a suo avviso, "la principale causa non è la velocità, bensì la distrazione al volante o l'uso dei telefonini". In tal quadro, si inseriscono le apposite misure del nuovo Codice della Strada ("Urgente che entri in vigore"), ma soprattutto l'invito a usare "buonsenso" nello sviluppo di piani precisi per aiutare la mobilità sostenibile. A partire da piste ciclabili "sicure sia per i ciclisti, sia per gli automobilisti".  Basta guerra all'auto. Per Salvini, una cosa è certa: la mobilità leggera è sì da promuovere, ma senza fare la guerra all'auto. "Non mi iscrivo al partito dell'auto. Vanno bene le bici o i monopattini, ma senza tartassare i proprietari delle quattro ruote". E questo vale anche per il Green Deal: "La sostenibilità ha un costo e quindi va accompagnata. Abbiamo bisogno di tempo per affiancare il settore dell'auto con gradualità verso il futuro. Il solo elettrico non rappresenta una soluzione, né economica, né ambientale". L'ultimo passaggio riguarda le infrastutture e in particolare il Ponte sullo Stretto, per cui il ministro ribadisce il suo obiettivo: "Stiamo lavorando per posare la prima pietra nell'estate del 2024". 
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Quattroruote Next - "Cè un divario tra le decisioni di Bruxelles e la realtà del mercato"

Resilienza e competitività sono tra le parole chiave dell'automotive italiano. Una galassia fatta di piccole, medie e grandi imprese per le quali la transizione è una sfida che apre nuove prospettive. Laura Confalonieri, vicedirettore di Quattroruote, ne ha parlato con due Cavalieri del Lavoro al vertice di imprese familiari diventate multinazionali: Ali Reza Arabnia, presidente e ceo di Gecofin, e Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo della Pirelli. Proprio quest'ultimo ha esordito con una critica alla politica europea: "Questa sfida va affrontata senza far prevalere atteggiamenti ideologici, ma utilizzando al meglio le tecnologie esistenti. C'è un gap tra le decisioni di Bruxelles e la realtà del mercato". E questo sarà uno dei problemi che l'Unuone Europea dovrà risolvere per non condannare un intero settore.Il cambio di paradigma che l'industria sta vivendo impone ad alcuni di evolversi e ai fornitori di essere più sostenibili. Come possono essere compatibili queste esigenze?Ali Reza Arabnia: "Abbiamo pensato a questa questione nel 2005, abbiamo fatto un progetto strategico per il 2020 per migliorare la verniciatura, i cui reparti sono i più inquinanti del settore. Il nostro era un piano estremamente ambizioso, ma l'abbiamo fatto per proporre qualcosa in quegli anni era un unicum per il settore: risparmiare energia per ridurre i costi di produzione. Le case automobilistiche europee, però, non sono mai le prime a voler utilizzare una tecnologia innovativa. Le stesse case cinesi, invece, fanno impianti a bassissimo costo per il mercato locale, ma quando vogliono creare modelli per l'Europa fanno investimenti importantissimi, a livello di quelli che si c'erano in passato in Europa. Se ogni due anni mostri quello che stai facendo, man mano anche i produttori classici iniziano a interessarsi alle nuove tecnologie che consentono di ridurre l'impatto ecologico. Oggi tutto questo è moda, con i clienti che ci chiedono di vedere queste soluzioni e di averle per loro".Serve una strategia comune per affrontare i nuovi competitor: quale può essere?Marco Tronchetti Provera: "Adesso hanno creato questo nuovo ruolo per Mario Draghi per la competitività dell'Europa. Non abbiamo materie prime e capacità produttive a livello tecnologico per competere con Cina e Stati Uniti. necessario che cambino gli approcci nella ricerca delle materie prime. L'Europa sembra andare verso un percorso di localizzazione, ma così non si va lontano. Vediamo se cambia qualcosa".Ali Reza Arabnia: "Voi italiani siete maestri nel criticare voi stessi. Ma chiedetevi: come fa un Paese con una burocrazia assurda, una politica che è quella che è, un sistema giudiziario che premia i furbi... ecco, come fa l'Italia a essere ancora oggi uno dei Paesi più importanti al mondo a livello industriale? L'anno scorso ho comprato un'azienda tedesca: con tutto il rispetto per gli stranieri, un italiano produce tre, quattro volte più di un giapponese e 4,6 volte più di un tedesco La capacità creativa che c'è in questo Paese e tutti i suoi problemi creano delle persone che sanno affrontare il mondo in un modo diverso da quello di chiunque altro. Dobbiamo vedere le risorse che abbiamo e la risorsa più importante d'Italia è la gente. E teniamo due bacini fermi, i giovani e le donne: come possiamo motivarli e lavorare su questo, invece di continuare a lamentarci? Abbiamo delle opportunità incredibili a livello industriale: dobbiamo essere coraggiosi come siamo sempre stati".Il reshoring può essere ancora una soluzione di competitività?Marco Tronchetti Provera: "Il reshoring non è tanto un tema italiano, ma più americano. Hanno posto dazi a certe produzioni come Cina e Russia che sono sotto vincoli sanzionatori. Siamo andati in giro a vendere un prodotto italiano che produciamo localmente e questo è uno dei motivi del successo nostro e di altri imprenditori italiani. Dobbiamo incentivare la ricerca, le università italiane sono ottime, abbiamo intelligenze che nel mondo sono leader: dobbiamo lavorare sullo sviluppo della ricerca. Se a un italiano dai un incentivo a far bene, lui fa bene. Se un italiano ci crede, lavora anche il sabato e la domenica. Un tedesco o un americano no, già il venerdì iniziano a essere nervosi".I policy maker stanno creando incertezza anche per la supply chain. Quanto pesa questo per chi deve programmare investimenti con largo anticipo?Ali Reza Arabnia: "Ha detto bene Luca de Meo, sul 2035 non possiamo fermarci. Non penso che 5-600 miliardi di investimenti dell'industria dell'auto nella trasformazione energetica possano diventare uno scherzo. Ho avuto la fortuna di coordinare i Cavalieri del Lavoro che operano nell'automotive e siamo tutti favorevoli alla decarbonizzazione, ma la domanda che ci facciamo è: stanno facendo qualcosa sulle infrastrutture di produzione dell'elettricità? Riusciamo con l'energia rinnovabile a ad avere la capacità necessaria per alimentare le auto elettriche? Le aziende stanno lavorando sulla transizione, ma non so chi fa le leggi quanto ci stia lavorando".
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Quattroruote Next - Bosch: "L'auto sarà uno smartphone su ruote" - VIDEO

Se è vero che l'auto elettrica sarà il futuro, è ancora più vero che l'apporto della tecnologia avrà, nei prossimi anni, un ruolo di assoluto rilievo. La partita, dunque, non si giocherà solo sulla sostenibilità, ma anche su quei sistemi che renderanno la mobilità su quattro ruote sempre più sicura e hi-tech. Un tema che Bosch ha sviluppato a Quattroruote Next, il forum organizzato da Quattroruote sul futuro del settore automotive. Secondo la multinazionale tedesca, l'auto "sarà sempre più simile a uno smartphone su quattro ruote", dotata di motori puliti e in grado di offrire un ampio ventaglio di servizi attraverso il software: qui sopra potete guardare la nostra intervista a Gabriele Aimone Cat, Media Relations Manager di Bosch, al quale abbiamo chiesto di descrivere le vetture del futuro.
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Quattroruote Next - Guida attenta e consapevole: ecco quanto si risparmia (in soldi e CO2) - VIDEO

Uno stile di guida aggressivo non è solo pericoloso, ma anche più inquinante e costoso. Lo ribadisce uno studio condotto dal Politecnico di Milano in collaborazione con Generali Jeniot, illustrato oggi all'evento Quattroruote Next da Alberto Busetto, ceo della divisione specializzata in soluzioni tecnologiche del gruppo assicurativo Generali. Fino a 160 euro nel salvadanaio. L'osservatorio, basato sui dati del portafoglio clienti della compagnia, dimostra come un'attitudine alla guida più attenta e consapevole impatti, oltre che sulla sicurezza, sia sull'ambiente sia sul portafoglio dell'automobilista. In particolare, si evince che, a parità di chilometri percorsi, un guidatore "evoluto" in media emette circa il 6,5% di CO2 in meno rispetto ad un temerario, generando un risparmio di carburante (dai 30 agli 80 litri) che consente di ridurre i costi da 50 fino a 160 euro all'anno. L'incidenza ovviamente è differente in base alla categoria dell'auto, alla tipologia di alimentazione e al contesto di guida. Su una Fiat 500 a benzina, per esempio, il risparmio annuo di carburante può superare i 60 litri annui, con un taglio di oltre 100 euro in questa specifica voce di spesa; una BMW Serie 3 318i raggiunge invece gli 88 litri (-155 euro), mentre un'Audi A4 diesel può arrivare ad abbassare i consumi di circa 51 litri e i costi di quasi 90 euro. In percentuale, la riduzione dei consumi di carburante (o energia) e le relative emissioni varia da 0,6% in autostrada fino a un massimo di oltre il 10% in città, se si guida virtuosamente.Rischio sinistri ridotto di un terzo. Ancora più importanti sono i risvolti sulla sicurezza. Dallo studio, infatti, emerge che la probabilità di avere incidenti si abbassa del 32%, e del 33% quella di essere coinvolti in sinistri con lesioni. Giusto per inquadrare il contesto, in Italia - sottolinea Generali - nel 2022 si sono registrati oltre 160 mila incidenti, la maggior parte dei quali dovuti alla distrazione. Da tempo, le compagnie assicurative incentivano l'adozione di un comportamento corretto al volante attraverso soluzioni che consentono di ridurre l'importo del premio della polizza. Ne sono un esempio la scatola nera o la formula pay how you drive, in base alla quale alcuni dati relativi alla guida vengono trasmessi all'assicuratore che, su questi, valuta lo sconto. Per il 2022, Generali Italia ha calcolato che il miglioramento dello stile di guida sul proprio portafoglio clienti ha prodotto una riduzione di emissioni annue pari a 2.300 tonnellate di CO2. Di oltre 730 mila litri il taglio sul carburante, con un risparmio per gli assicurati di quasi 1,3 milioni di euro.
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Quattroruote Next - Un forum per il futuro della mobilità

La mobilità sostenibile, ma anche il futuro (altrettanto sostenibile) della mobilità stessa, sono i temi al centro di Quattroruote Next, in programma il 12 ottobre prossimo agli IBM Studios di piazza Gae Aulenti, a Milano. Il nuovo evento, ideato e organizzato da Quattroruote, nasce per condividere con gli stakeholder dell'automotive le premesse per una transizione, confrontandosi apertamente su opportunità, impegni e soluzioni in questa fase di profondo cambiamento del settore. Il forum vedrà il contributo di figure di spicco della filiera e delle istituzioni, a partire da Luca De Meo, ceo del gruppo Renault e presidente dell'Acea, e Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Il gotha dell'auto in platea. Sul palco di Quattroruote Next, si alterneranno manager e amministratori delegati di importanti aziende che operano nel comparto, le cui visioni alimenteranno un fitto dibattito sugli scenari futuri del settore: una discussione che Quattroruote intende incanalare in modo costruttivo, dando voce a tutti gli attori della filiera. La platea della manifestazione, infatti, vedrà presenti i vertici delle case automobilistiche, dei fornitori e delle aziende di servizi, oltre a una componente politica costituita dai rappresentanti delle associazioni di categoria e delle istituzioni. L'inizio delle operazioni è fissato per le ore 9.30 con l'introduzione del direttore di Quattroruote e Ruoteclassiche, Gian Luca Pellegrini. Nella prima parte della mattinata, poi, ci sarà spazio per un contributo del numero uno della Renault, Luca De Meo, e per  il report Come le case automobilistiche affronteranno il loro destino scritto, a cura della società di consulenza Bain & Company e illustrato da Gianluca Di Loreto. Si parlerà anche di lusso in un talk con Andrea Bonomi, ceo di Investindustrial, e Davide Grasso, ceo di Maserati. L'intervista a Salvini e gli altri appuntamenti. A partire dalle ore 11, il confronto continuerà con la presentazione, a opera del ceo di Generali Jeniot, Alberto Busetto, di uno studio del Politecnico di Milano sulla sicurezza stradale e la sostenibilità, seguita dall'intervento del ceo di Editoriale Domus, Sofia Bordone. Nel prosieguo, dopo un dibattito focalizzato sulla catena delle forniture animato dal presidente e ceo di Gecofin, Ali Reza Arabnia, e da Marco Tronchetti Provera, Executive Vice President di Pirelli, sarà la volta della seconda intervista di giornata: quella al ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Si passerà così all'ultima tranche dell'evento, avviata dal Tech talk, a cui prenderanno parte Edoardo Merli, Executive Vice President di STMicroelectronics, e Christian Richter, direttore Global Automotive di Google, prima di dare spazio al report dal titolo tempo di andare oltre il green, introdotto da Giuliano Maddalena, ceo di Sistema Consorzi SAFE. Chiuderà la kermesse l'intervento di Giovanna Mazzocchi Bordone, presidente di Editoriale Domus, previsto intorno alle 13.30.
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Quattroruote Next - "Le tecnologie per il riciclo delle batterie vanno sviluppate: l'Italia corre" - VIDEO

L'elettrico è il futuro dell'auto, ma non mancano problemi da affrontare, a partire dalla necessità di migliorare le tecnologie per il riciclo delle batterie. Anche questo tema è stato affrontato durante il Quattruote Next e a parlarne è stato Giuliano Maddalena, amministratore delegato del sistema di consorzi Safe (Ecoped, Ridomus, Ecopower e Pneulife). Secondo il top manager, le tecnologie in questione siano ancora tutte da sviluppare, ma l'Italia "sta cercando di correre" come dimostra l'imminente apertura di un impianto pilota da parte della Midac.   Risorsa scarsa. Maddalena, nel suo discorso al nostro forum, ha evidenziato la necessità di migliorare e intensificare il riciclo delle batterie, delineando un quadro di probabili tensioni nel campo delle materie prime in scia "al sensibile aumento della domanda": quest'ultima è legata all'elettrificazione non solo dell'auto, ma anche a quella di diversi altri comparti produttivi. Alcune materie prime, come il litio, sono abbondanti in natura e vengono estratte in diversi Paesi del mondo, ma sta pian piano sta emergendo un problema: la loro lavorazione è concentrata in poche aree, soprattutto in Cina. Inoltre le varie materie prime, prese singolarmente, sono tutte riciclabili, ma se vengono combinate tra loro o con altri materiali, il "riciclo non è immediato, anzi diventa difficile". Questo vale per l'auto termica. Per l'elettrica, la situazione rischia di diventare ancor "più complicata" perché l'attuale ecosistema del riciclo non ha competenze e tecnologie per affrontare i problemi legati alle Bev. Per esempio, la "tecnologia per il riciclo delle batterie al litio è tutta da sviluppare".  il caso dell'impianto pilota che sarà aperto l'anno prossimo dalla Midac. Per Maddalena sarà "avveniristico, avrà processi innovativi e consentirà livelli di riciclo superiori al 70%".   Non si torna indietro. In ogni caso, secondo il numero uno del consorzio Safe, "bisogna correre e l'Italia sta cercando di farlo". Anche perché, come dicono ormai tutti, "non si può tornare indietro" sulla strada dell'elettrificazione. Due, però, sono i problemi da affrontare nell'immediato. Innanzitutto, il costo elevato: riciclare batterie al litio costa 3 mila euro alla tonnellata. Pertanto, per Maddalena, "bisogna stare attenti a evitare che si trasformino in rifiuti perché le spese elevate fanno sparire i rifiuti", come avvenuto nella Terra dei fuochi. Poi c'è il tema della sicurezza dei trasporti. Ma di certo la "strada non si ferma. E bisogna percorrerla".
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Quattroruote Next - Una fusione Brembo-Pirelli? "Bello, ma nulla di concreto"

Al forum Quattroruote Next hanno partecipato molti imprenditori dell'automotive e tra questi spicca la presenza delle prime due aziende di componentistica italiane, la Brembo e la Pirelli. L'evento è stato anche l'occasione per tornare su un dossier che circola spesso negli ambienti finanziari, ossia le nozze tra le due società e la contestuale creazione di un colosso della filiera con oltre 10 miliardi di euro di ricavi. A scanso di equivoci, sul tavolo non c'è ancora nulla di concreto, ma l'idea di un matrimonio non è peregrina. Per capire bastano le dichiarazioni di Alberto Bombassei, fondatore e presidente emerito del produttore bergamasco di freni, e Marco Tronchetti Provera, numero uno della multinazionale della Bicocca. Bel matrimonio. "Sarebbe una bella cosa, ma al momento non c'è nulla di serio", ha replicato Bombassei alle domande dei cronisti sulle possibili nozze. "Personalmente, sono amico di Tronchetti Provera e sono stato nel cda di Pirelli. Ho una grande ammirazione per questa azienda. In questo momento i nostri sono due settori che si contattano perché vicini nel business: freni e pneumatici. A questo si aggiunge il fatto che i nostri business valgono anche per l'elettrico", ha concluso l'imprenditore bergamasco. Dello stesso tono le dichiarazioni della controparte: "Bombassei è un amico e la sua è una bellissima azienda italiana. Ma, come ha detto lui stesso, al momento non c'è niente", ha argomentato Tronchetti Provera. "Chiaramente guardiamo a tutto il mondo, cercando di trovare percorsi in cui si crea valore insieme, ma al momento non c'è nulla". Dunque, il dossier non è (ancora) aperto, ma le riflessioni in merito non mancano e sono di altissima caratura.
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Sempre più auto, stessa rete: l'Italia viaggia, le autostrade restano indietro

Se, negli ultimi cinquant'anni, la rete autostradale (Aiscat) è cresciuta del 32% mentre il traffico che la impegna è salito del 309%, è evidente che qualcosa non torna. I numeri dell'associazione delle concessionarie di autostrade e trafori fotografano una realtà complessa (e largamente inadeguata) che imporrebbe decisioni chiare e rapide.Dal 1975 la rete autostradale italiana (almeno quella gestita dalle concessionarie iscritte all'Aiscat, 23 sulle 27 totali, tra cui Autostrade per l'Italia) è cresciuta del 32%, mentre il traffico veicolare che su quelle strade insiste è aumentato del 309%. Lo ha ricordato Alessandro Musmeci, responsabile area tecnica dell'associazione, al convegno Gli Stati generali delle costruzioni stradali: il punto di svolta di un settore chiave, durante la giornata inaugurale di Asphaltica 2026, la fiera di settore in corso dal 7 al 10 ottobre al padiglione 37 della Fiera di Bologna.Una sproporzione, quella messa in luce da Musmeci, che rende particolarmente acuto il tema dell'adeguamento della rete ad alta velocità italiana, tra le più precoci al mondo (la Milano-Laghi risale all'inizio degli anni Venti del secolo scorso) e tra le più avanzate (l'Autostrada del Sole, che ha festeggiato i 60 anni due anni fa, colpì i contemporanei per l'arditezza e la tecnica costruttiva dei suoi manufatti), ma oggi bisognosa di ammodernamento, manutenzione straordinaria e completamento di opere che da troppo tempo giacciono sulla carta. Ricavi sì, ma anche tanti investimenti Ciò non significa che negli ultimi anni nulla sia stato fatto. Non ci sono soltanto i 6,3 miliardi di euro di ricavi dai pedaggi, raccolti nel 2025. Le autostrade (intese qui come enti gestori, ndr) sono quasi sempre viste come gabellieri, brutti e cattivi, ma val la pena ricordare - sottolinea ancora l'ingegnere dell'Aiscat - anche qualche altro numero: nel periodo 2008-2025 gli investimenti complessivi ammontano a quasi 33 miliardi di euro, 14,9 miliardi sono andati nella manutenzione ordinaria, mentre gli investimenti programmati (dal 2024) ammontano a circa 50 miliardi, anche se, lo ricordiamo, abbiamo piani finanziari che dal 2018 sono bloccati. Il nodo delle concessioni Logico che le società di gestione vadano a battere lì, dove il dente duole, e cioè sullo spinoso tema delle concessioni autostradali, che loro vorrebbero più lunghe possibile per rendere l'investimento più remunerativo e che il governo, in ossequio all'orientamento dell'Europa verso una maggiore concorrenza, vorrebbe comprimere nella durata.Ne ha parlato anche Carlo Vaghi, presidente di Autostrade dello Stato, società in-house del Mit nata nel 2024 con fondi interamente nelle mani del Mef, il ministero dell'Economia e delle Finanze, per gestire le autostrade statali a pedaggio, che ha rilevato dall'Anas le partecipazioni nelle società Asti-Cuneo, Cav (Concessioni autostrade venete), Traforo del Fréjus e Traforo del Monte Bianco. Un equilibrio delicato Ci vogliono chiarezza e certezze, sostiene Vaghi. Se c'è una legge che dice che le concessioni vengono affidate mediante gara o in-house, ci siano le gare o l'in-house, con decisioni chiare e auspicabilmente non bloccate in sede nazionale o europea. E bisogna trovare un equilibrio virtuoso tra le esigenze degli operatori e quelle del pubblico: condizioni di redditività legittima dell'investimento, in termini di valore di subentro e di una dinamica di pedaggi che non sia vessatoria per gli utenti ma che, allo stesso tempo, non faccia scappare i possibili investitori. Serve una concessione che abbia una durata legata, per esempio, alla vita utile dei manufatti e, quando parliamo di ponti, viadotti e gallerie, questa si misura sui decenni.
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Eni riporta il diesel a 2,19 euro: cresce la pressione sulla concorrenza

La notizia del giorno è che Eni taglia di due centesimi il prezzo consigliato del diesel, portandolo a 2,19 euro al litro nonostante il forte balzo delle quotazioni internazionali del petrolio. Staffetta Quotidiana evidenzia la mossa della compagnia: un portavoce del Cane a sei zampe ha precisato che si tratta di "politiche commerciali" e che il tetto massimo resta fissato a 2,25 euro. L'effetto collaterale, come evidenzia la testata specializzata, è che per i concorrenti si fa sempre più difficile tenere il passo di Eni: sommando la quotazione Cif Med del gasolio, l'accisa e l'Iva si ottiene un valore di 2,197 euro, ossia sette millesimi sopra il prezzo consigliato Eni, margine che teoricamente dovrebbe coprire tutti i costi e i guadagni della distribuzione. I prezzi dei carburanti oggi In self lungo la rete stradale nazionale, la benzina è a 2,035 euro al litro (-2 millesimi), il diesel a 2,258 euro (-3), il GPL a 0,768 euro (invariato) e il metano a 1,916 euro/kg (+2). Sulla rete autostradale si registrano invece 2,046 euro per la benzina (-2), 2,281 euro per il gasolio (-6), 0,893 euro per il GPL (-1) e 1,864 euro/kg per il metano (+26). I prezzi dei carburanti ieri Considerando tutti i punti vendita che comunicano i prezzi al ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla rete stradale, queste sono le medie self elaborate da Staffetta: benzina a 2,026 euro/litro (compagnie 2,006, pompe bianche 2,093), diesel a 2,256 euro/litro (2,251 e 2,277).Nel servito, la benzina si attesta a 2,165 euro/litro (2,182 e 2,134), il diesel a 2,386 euro/litro (2,417 e 2,318), il GPL a 0,763 euro/litro (0,767 e 0,762), il metano a 1,917 euro/kg (1,910 e 1,897) e il GNL a 1,919 euro/kg (1,922 e 1,913).Ecco infine i prezzi medi self dei principali marchi per la benzina: Eni 1,991 euro/litro (2,206 nel servito), IP 2,021 (2,198), Q8 1,993 (2,137), Tamoil 2,026 (2,075). Per il gasolio: Eni 2,226 euro/litro (2,443 nel servito), IP 2,269 (2,419), Q8 2,252 (2,400), Tamoil 2,267 (2,316).
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Filosa: "Stellantis ha marchi iconici, la sfida ora è la guida autonoma"

I marchi continueranno ad avere un ruolo centrale nel futuro dell'industria automobilistica, insieme all'innovazione tecnologica e all'esperienza del cliente": lo ha affermato Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, durante una tavola rotonda alla conferenza Wave alle Ogr di Torino."Il futuro sarà più centrato su ciò che il consumatore desidera e sarà basato sulla connessione intima tra i consumatori e i brand. Il rapporto tra un marchio automobilistico e i suoi clienti può diventare molto più diretto e personale", ha proseguito Filosa, sottolineando come il domani delle quattro ruote "sarà basato sulla connessione intima tra i consumatori e i brand. Noi in Stellantis siamo fortunati perché abbiamo molti marchi iconici". Tuttavia, "la connessione intima dei clienti con Maserati sarà diversa da quella con Fiat".In ogni caso, "la componente del marchio nel futuro dell'automotive conta molto", ha aggiunto, sottolineando quanto importante sia ancora l'esperienza del cliente, ossia la capacità di rispondere alle esigenze di chi utilizza l'automobile. "Con la guida autonoma renderemo la vita più semplice" La conferenza ha tra i suoi argomenti principali le nuove tecnologie. "Il settore automobilistico deve stare al passo con lo sviluppo tecnologico", ha sottolineato Filosa. "Le tecnologie che stiamo osservando molto da vicino sono la guida autonoma e l'evoluzione dell'architettura informatica per abilitare molteplici funzioni"."Nel settore ci sono molte opinioni diverse su ciò che l'intelligenza artificiale e la guida autonoma possono offrire. Di sicuro, renderemo la vita dei nostri clienti molto, molto migliore e molto, molto più sicura. Se si considerano gli ultimi 20 anni, le case automobilistiche hanno investito massicciamente nella tecnologia, al punto che a volte i clienti si sentono un po' sopraffatti da specifiche eccessive", ha proseguito l'ad di Stellantis."Ora la situazione è leggermente diversa: si tratta di utilizzare ciò che abbiamo a disposizione; è l'occasione migliore, grazie all'intelligenza artificiale e a partner affidabili, per sviluppare esattamente ciò che il cliente desidera. E la guida autonoma, senza dubbio, è la tendenza in maggiore crescita e con il ritmo di crescita più rapido che stiamo osservando".Il settore automobilistico "sta cambiando molto e la cosa fondamentale è mettere al centro il cliente e noi pensiamo che la guida autonoma sia una di quelle tecnologie che possono rendere la vita del cliente molto più semplice", ha aggiunto Filosa, che non ha mancato di evidenziare gli obiettivi di una recente partnership avviata lo scorso maggio per integrare il software di intelligenza artificiale di Wayve nella piattaforma STLA AutoDrive: conquistare nuovi clienti, ridurre i costi della tecnologia attraverso le economie di scala e sviluppare nuove fonti di ricavo. "Per l'auto è l'IA il motore del cambiamento" Alex Kendall, Ceo e fondatore di Wayve, ha quindi ricordato l'obiettivo delle due aziende di lanciare i primi sistemi di guida autonoma negli Stati Uniti durante il 2028.Stellantis e Wayve "hanno ottenuto risultati importanti in appena cinque mesi" di collaborazione, ha quindi raccontato Filosa. "Le basi della collaborazione sono state definite durante un incontro a San Francisco, dove in mezz'ora abbiamo deciso un paio di parametri della nostra collaborazione", ha raccontato l'ad, ricordando che poi "Wayve ha aperto un ufficio a Detroit, accanto al centro tecnico di Stellantis. Si tratta di una collaborazione pratica, con una forte complementarità delle competenze". Centrale nella collaborazione è la capacità dei partner tecnologici di accelerare lo sviluppo: "La parte più sfidante è sulle tempistiche. Siamo riusciti a realizzare così tanto in soli cinque mesi".Detto questo, è però l'intelligenza artificiale la tecnologia che può generare le maggiori opportunità nel breve termine. Per Filosa, l'IA "è arrivata in azienda per renderla più snella, efficace ed efficiente, per abbreviare, ad esempio, i tempi di sviluppo dei prodotti. Oggi operiamo su cicli di 24 mesi", ma i tempi si potranno accorciare. "Non so come l'IA trasformerà la nostra azienda e l'industria stessa da qui a 20 anni, ma sono certo del fatto che sarà il principale motore del cambiamento dell'industria automobilistica, con un impatto sull'efficienza delle aziende e sui tempi di sviluppo dei nuovi modelli".
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Lancia Gamma, ibrida o elettrica: come vanno e quanto costano le versioni di lancio - VIDEO

Oltre ai rally, lo straordinario retaggio della Lancia poggia anche su berline di rappresentanza: senza andare troppo indietro nel tempo, sono sicuro che ricorderete macchine come la Flaminia, la Thema, la K e la Thesis. Fra queste, ha il diritto di entrare anche la nuova Gamma, che raccoglie idealmente il testimone dal modello nato nel 1976. Con premesse piuttosto diverse: allora, la Casa di Chivasso era entrata da pochi anni nell'orbita della Fiat, oggi fa parte del gruppo Stellantis. Ho guidato la Gamma ibrida, la variante elettrica e adesso vi dico cosa c'è da sapere. Rispondo subito a chi si sta chiedendo se ci sarà una versione plug-in: no, una Gamma ibrida con la spina non è prevista, però è prevista una versione ibrida full con un motore elettrico più potente. Lancia Gamma: com'è fatta Costruita sulla piattaforma STLA Medium, la Lancia Gamma è lunga 4,67 metri da un paraurti all'altro, è alta 1,66 e larga 1,89 metri. Sull'estetica è stato detto tutto e ognuno, credo, s'è fatto la sua opinione. Una cosa, forse, val la pena di sottolinearla: pur dovendo fare i conti con l'inevitabile condivisione di componenti con il resto della produzione del gruppo, non si può negare che alla Lancia si siano sforzati per aggiungere qualcosa di personale alla ricetta. Non soltanto nelle citazioni stilistiche che ammiccano al passato della Casa di Chivasso, come la veneziana della Beta HPE (o della stessa Gamma prima serie) che si legge nel motivo sulla parte bassa del lunotto.Per esempio, i pannelli porta (anche quelli posteriori) hanno un rivestimento morbido; tutti i vani portaoggetti - ad eccezione di quello sotto il tunnel centrale - prevedono un fondo antirumore (gli scomparti nelle portiere, non granché ampi, vantano una moquette piuttosto spessa) e di consistente moquette sono pure i tappetini. Originale e funzionale insieme il meccanismo di apertura e regolazione del flusso delle bocchette laterali, mentre il clima automatico, con funzione di filtraggio dell'aria, può essere a tre zone. I sedili anteriori si regolano manualmente (lo schienale con la manopola) però si possono aggiustare elettricamente supporto lombare e inclinazione della seduta. Meno riusciti i comandi al volante in un sol pezzo, che vanno un po' assimilati prima di poter andare a colpo sicuro. Software conosciuto per l'infotainment da 16", mentre l'assistente vocale Sala Hub, basato su ChatGPT, comprende il linguaggio naturale. Un bagagliaio da 560 litri Il passo, pari a 2,79 metri, offre un certo agio a chi si accomoda sul divano e, in generale, la sensazione è quella di un abitacolo spazioso. Lo stesso si può dire del vano bagagli da 560 litri, accreditato di una capacità pari a ben 560 litri. Con il plus di schienali divisi in percentuale 40/20/40, che aiutano a caricare eventuali oggetti lunghi e stretti senza perdere due posti. Tutte le versioni a trazione anteriore possono accogliere un ruotino di scorta nel doppiofondo. Come va la Gamma Hybrid da 145 CV Una delle versioni più appetibili della Lancia Gamma Hybrid sarà sicuramente la Hybrid, mossa dal noto powertrain full hybrid composto dal tre cilindri 1.2 turbobenzina (con distribuzione a catena e turbo a geometria variabile) e da un motore elettrico nel cambio a doppia frizione, per una potenza totale di 145 CV e 230 Nm di coppia. Nella pratica, non si tratta di una soluzione palesemente sottodimensionata in rapporto alla massa della Gamma (1.558 kg dichiarati); ciò detto, è naturale che una dose extra di cavalli e di Newtonmetro avrebbe fatto più che comodo. Nella marcia in salita e a pieno carico, quando si tratta di riprendere velocità dopo un rallentamento, ma anche per il lignaggio della macchina; per capirci, lo 0-100 km/h dichiarato è pari a 10,4 secondi.Più interessante l'aspetto legato al consumo, perché nel mio test - composto da città, extraurbano e autostrada, ad andatura non certo assassina - ho letto sul computer di bordo percorrenze comprese tra i 16 e i 17 km/litro: vedremo come andrà con gli strumenti del Centro prove. Lancia Gamma elettrica: scatto e confort La Lancia Gamma elettrica prevede tre varianti: due a motore singolo anteriore, da 230 e 245 cavalli, e una terza (la HF) bimotore, da 350 CV (375 di picco) e 509 Nm complessivi. L'entry level prevede una batteria da 73,7 kWh netti, con 543 km di autonomia dichiarati, mentre le altre due vantano un accumulatore da 97,2 kWh netti e un range pari, rispettivamente, a 741 e 676 km. La ricarica in CA può avvenire anche a 22 kW, mentre in CC la potenza massima è di 160 kW.Dal punto di vista puramente prestazionale, non c'è partita: la Gamma elettrica scatta con una brillantezza che l'ibrida può solo sognare. La HF aggiunge un gran bel po' di pepe alla ricetta, con tarature specifiche e una potenza di picco pari a 375 CV. Necessita di un test più approfondito per capire davvero di che pasta è fatta: per ora le sensazioni sono buone.Comunque, l'aspetto che convince di più è il confort: l'abitacolo sembra ben isolato, sia dal punto di vista dell'aerodinamica sia se si valuta la risposta delle sospensioni, anche sull'asfalto malmesso. In ogni caso, ciò non va a discapito della dinamica: se la HF è giustamente più appuntita, la vocazione delle altre versioni è appunto orientata alla morbidezza, ma il telaio vanta solide fondamenta. A tal proposito, la Hybrid prevede al posteriore uno schema a ruote interconnesse, mentre le elettriche nascondono un più raffinato multilink. Prezzi e allestimenti della nuova Lancia Gamma La Lancia non ha ancora diffuso il listino completo dell Gamma: si conoscono soltanto gli allestimenti (LS, LX e HF, HF Line soltanto per l'ibrida) e i prezzi di partenza, che trovate qui sotto.Lancia Gamma Hybrid 145 CV FWD da 39.900 euroLancia Gamma Elettrica 230 CV FWD da 45.900 euroLancia Gamma Elettrica 245 CV FWD da 51.900 euroLancia Gamma Elettrica HF 350 CV AWD da 59.900 euro
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Volkswagen ID. Tiguan: la nuova elettrica si mostra in ogni dettaglio - VIDEO

Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato le prime impressioni al volante di un prototipo camuffato della nuova Volkswagen ID. Tiguan, in vendita nel 2027 con prezzi ipotizzabili a partire da 43.000 euro circa.Ora è venuto il momento di scoprirne ogni dettaglio, a partire ovviamente dalle sue forme e dagli interni, decisamente rivoluzionati rispetto al modello d'origine (la ID.4, che la ID. Tiguan andrà a sostituire). ID. Tiguan: più grinta rispetto alla ID.4 Lunga 462 centimetri, nove in più di una Tiguan termica (che affianca nel listino) e quattro in più di una ID.4, la ID. Tiguan ha uno stile decisamente più grintoso di quest'ultima. La matita di Tibor Juhasz (designer ungherese con un passato in FCA e in Renault) ha rimpiazzato i fari a goccia e l'andamento sinuoso della carrozzeria con forme più scolpite.L'andamento dei montanti è sempre quello (inutile negarlo), ma i nuovi lamierati danno un aspetto più deciso: guardate per esempio al frontale (incluso il cofano), alle fiancate e alla zona posteriore.Fra l'altro - per la prima volta su una elettrica della gamma ID. - ora si può scegliere anche l'allestimento R-Line (nelle foto della gallery, con carrozzeria bianca) Interni: una rivoluzione tech Moderni e curati i nuovi interni che, fra l'altro, fanno anche ampio utilizzo di materiali riciclati e riciclabili. A spiccare è soprattutto la tecnologia, con l'ampio schermo centrale da 15" dell'infotainment e quello inedito per una Volkswagen, almeno in Europa da 21 pollici dedicato al passeggero anteriore e utilizzabile anche in marcia (dal posto di guida lo schermo risulta nero, mentre per l'audio il copilota deve usare delle cuffie bluetooth). Al guidatore è riservato il cruscotto da 10 pollici, che può essere personalizzato nella grafica, anche nella modalità Retrò ispirata alla quarta generazione della Golf (attivandola cambia anche la visualizzazione del sistema multimediale). Da segnalare anche l'hi-fi da 480 watt e la doppia piastra di ricarica con supporti magnetici retroilluminati in una colorazione coordinata alle luci d'ambiente. Meccanica aggiornata Sul fronte del powertrain, vengono riprese le novità introdotte proprio sulla ID.4 la scorsa primavera, con un occhio all'efficienza, oltre che alle prestazioni.La versione a trazione integrale da 299 cavalli abbina il motore sincrono APP350 posteriore all'asincrono anteriore, mentre le ID. Tiguan a trazione posteriore sfruttano l'APP350 da 190 CV o l'APP550 da 286 cavalli: di quest'ultimo abbiamo già apprezzato le buone doti in fatto di consumi e prestazioni sull'Audi Q4 e-tron.Due le taglie di batteria, da 58 kWh netti (con chimica Lfp) e da 77 kWh netti (Nmc), anche queste già viste sulla ID.4. Tra le novità più interessanti in fatto di Adas, l'arresto automatico ai semafori rossi (se si sta utilizzando la guida assistita) e l'assistente al cambio di corsia in autostrada.
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Stellantis, a Mirafiori prodotte 1 milione di trasmissioni eDCT

La fabbrica di Mirafiori celebra il traguardo di 1 milione di trasmissioni eDCT prodotte.L'impianto torinese del Gruppo Stellantis, al centro di un importante percorso di trasformazione, ha impiegato poco più di 2 anni per raggiungere questo obiettivo. A regime si arriverà a 600.000 unità L'eDCT è montata su numerosi modelli mild e plug-in hybrid dei marchi Peugeot, Alfa Romeo, Citroën, DS, Fiat, Jeep, Lancia e Opel con motore elettrico integrato nella trasmissione. Attualmente, la produzione della trasmissione automatica doppia frizione elettrificata impiega 850 dipendenti su 20 turni settimanali.L'impianto è in grado di assemblare fino a 600.000 unità all'anno con la struttura attuale, ma non è l'unico a produrre questo componente: oltre alla storica sede ex PSA di Metz, nel 2027, anche Termoli si aggiungerà alla lista degli stabilimenti interessati, con un potenziale di 300.000 unità annue.
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NASA Demonstrates Next-Generation Heat Shield Technologies

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

008Q8328.NEF
A KREPE-3 capsule floats inside the Northrup Grumman Cygnus XL 24 cargo spacecraft on October 7. Inside the capsule is a 3-D printed heat shield designed by researchers at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
NASA

NASA is testing heat shields that can keep astronauts safe as they return from missions to the Moon and Mars in an unusual way: by taking out the trash.

When Northrop Grumman 24th cargo resupply mission for NASA undocked from the International Space Station, it carried a fleet of 12 small, experimental capsules designed to test the next generation of thermal protection materials that could serve as the foundation for future heat shields.

The experiment, called the Kentucky Reentry Probe Experiment (KREPE-3), is the third in a series of low-cost, high-impact missions that use the final moments of the cargo spacecraft’s lifespan to gather valuable data.

The experiment is a collaboration among the University of Kentucky, the state of Kentucky, NASA’s Established Program to Stimulate Competitive Research (EPSCoR), several NASA centers, and other federal and commercial partners.

“KREPE-3 is a great example of the goals of NASA’s EPSCoR program,” said David Berger, EPSCoR program manager at NASA’s Headquarters in Washington. “We are supporting the next generation of scientists and engineers as they develop unique projects that benefit their education and NASA’s mission goals.”

Trash to treasure

Before the mission’s Cygnus XL spacecraft departed the station, astronauts packed it with waste and activated the 12 small capsules carried inside. Designed by University of Kentucky students, the capsules include sensors that will measure temperature, pressure, motion, magnetic field, and light during re-entry. 

As the vehicle harmlessly breaks apart in Earth’s atmosphere on its planned route, the capsules will eject and begin collecting data on how each set of experimental heat shield materials performs. Satellite signals will transfer live data to researchers, offering insights into how larger heat shields could protect future cargo or crew.

“It’s a smart way to get flight data on materials that are still in development,” said Keith Peterson, a materials engineer at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley. “We’re essentially hitching a ride on a vehicle that’s already coming back to Earth.”

Close up of an Ames-produced thermal protection system (TPS) (heat shield) for the Kentucky Re-Entry Probe Experiment (KREPE) in the Sensors & TPS Advanced Research Laboratories (STAR Labs) N242.
NASA/Brandon Torres-Navarrete

Heating up innovation

The capsules will carry a variety of thermal protective components, including proven technology such as the ceramic tile material used on the space shuttle. Others will test new options, such as a 3D-printed heat shield from the Additive Manufacturing of Thermal Protective Systems project developed at NASA Johnson and Oak Ridge National Laboratory.

Researchers at NASA Ames are contributing several materials to KREPE-3, including two capsules that will fly a next-generation family of protective coverings known as Materials Engineered for Re-entry using Innovative Needling Operations (MERINO). Made from layers of carbon and phenolic fibers stitched together like felt, the materials are more flexible, faster to produce, and less expensive than traditional protective substances – making them promising candidates for Mars missions. Thanks to Mars’ thinner atmosphere, missions to land on the Red Planet involve lower heat loads and allow for lighter protection.

A third capsule will combine those protective coverings with other elements. The Kentucky Instrumented Conical Hypersonic Experiment will utilize a dual-cone shape. It combines a tungsten tip attached to a cone layered with carbon and hear-resistant plastic fibers, and an aft cone wrapped in MERINO. This unique design will validate computer models against real-world data.

Another capsule is shaped like the protective aeroshell that will protect NASA’s upcoming mission, Dragonfly, as it arrives at Saturn’s moon, Titan, and will test the dynamic stability of the design. It is covered in Phenolic Impregnated Carbon Ablator, a material developed at NASA Ames that has applications for commercial vehicles and flew on NASA’s Stardust, Mars Science Laboratory, and Mars 2020 missions.

One capsule will test a deployable heat shield called Adaptable Deployable Entry and Placement Technology, which is shaped like an umbrella to increase surface area and slow descent. At full scale, Adaptable Deployable Entry design could be folded, making it ideal for deploying payloads that are larger than the rockets that launch them into flight.

While some capsules are testing new materials to carry missions to Mars, others are testing new shapes and designs that will further research and understanding of computer modeling and sensor design — technologies that could open doors to another generation of re-entry design innovation.

Additional capsules developed by domestic and international partners will test a variety of known and new materials, including a heat flux sensor developed at the University of Stuttgart in Germany, that will help researchers measure how heat moves across a surface during re-entry.

“We’re pushing the boundaries of what heat shields can do,” said Peterson. “And we’re testing them in a way that’s fast, affordable, and incredibly effective.”

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NASA Demonstrates Next-Generation Heat Shield Technologies

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

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A KREPE-3 capsule floats inside the Northrup Grumman Cygnus XL 24 cargo spacecraft on October 7. Inside the capsule is a 3-D printed heat shield designed by researchers at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
NASA

NASA is testing heat shields that can keep astronauts safe as they return from missions to the Moon and Mars in an unusual way: by taking out the trash.

When Northrop Grumman 24th cargo resupply mission for NASA undocked from the International Space Station, it carried a fleet of 12 small, experimental capsules designed to test the next generation of thermal protection materials that could serve as the foundation for future heat shields.

The experiment, called the Kentucky Reentry Probe Experiment (KREPE-3), is the third in a series of low-cost, high-impact missions that use the final moments of the cargo spacecraft’s lifespan to gather valuable data.

The experiment is a collaboration among the University of Kentucky, the state of Kentucky, NASA’s Established Program to Stimulate Competitive Research (EPSCoR), several NASA centers, and other federal and commercial partners.

“KREPE-3 is a great example of the goals of NASA’s EPSCoR program,” said David Berger, EPSCoR program manager at NASA’s Headquarters in Washington. “We are supporting the next generation of scientists and engineers as they develop unique projects that benefit their education and NASA’s mission goals.”

Trash to treasure

Before the mission’s Cygnus XL spacecraft departed the station, astronauts packed it with waste and activated the 12 small capsules carried inside. Designed by University of Kentucky students, the capsules include sensors that will measure temperature, pressure, motion, magnetic field, and light during re-entry. 

As the vehicle harmlessly breaks apart in Earth’s atmosphere on its planned route, the capsules will eject and begin collecting data on how each set of experimental heat shield materials performs. Satellite signals will transfer live data to researchers, offering insights into how larger heat shields could protect future cargo or crew.

“It’s a smart way to get flight data on materials that are still in development,” said Keith Peterson, a materials engineer at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley. “We’re essentially hitching a ride on a vehicle that’s already coming back to Earth.”

Close up of an Ames-produced thermal protection system (TPS) (heat shield) for the Kentucky Re-Entry Probe Experiment (KREPE) in the Sensors & TPS Advanced Research Laboratories (STAR Labs) N242.
NASA/Brandon Torres-Navarrete

Heating up innovation

The capsules will carry a variety of thermal protective components, including proven technology such as the ceramic tile material used on the space shuttle. Others will test new options, such as a 3D-printed heat shield from the Additive Manufacturing of Thermal Protective Systems project developed at NASA Johnson and Oak Ridge National Laboratory.

Researchers at NASA Ames are contributing several materials to KREPE-3, including two capsules that will fly a next-generation family of protective coverings known as Materials Engineered for Re-entry using Innovative Needling Operations (MERINO). Made from layers of carbon and phenolic fibers stitched together like felt, the materials are more flexible, faster to produce, and less expensive than traditional protective substances – making them promising candidates for Mars missions. Thanks to Mars’ thinner atmosphere, missions to land on the Red Planet involve lower heat loads and allow for lighter protection.

A third capsule will combine those protective coverings with other elements. The Kentucky Instrumented Conical Hypersonic Experiment will utilize a dual-cone shape. It combines a tungsten tip attached to a cone layered with carbon and hear-resistant plastic fibers, and an aft cone wrapped in MERINO. This unique design will validate computer models against real-world data.

Another capsule is shaped like the protective aeroshell that will protect NASA’s upcoming mission, Dragonfly, as it arrives at Saturn’s moon, Titan, and will test the dynamic stability of the design. It is covered in Phenolic Impregnated Carbon Ablator, a material developed at NASA Ames that has applications for commercial vehicles and flew on NASA’s Stardust, Mars Science Laboratory, and Mars 2020 missions.

One capsule will test a deployable heat shield called Adaptable Deployable Entry and Placement Technology, which is shaped like an umbrella to increase surface area and slow descent. At full scale, Adaptable Deployable Entry design could be folded, making it ideal for deploying payloads that are larger than the rockets that launch them into flight.

While some capsules are testing new materials to carry missions to Mars, others are testing new shapes and designs that will further research and understanding of computer modeling and sensor design — technologies that could open doors to another generation of re-entry design innovation.

Additional capsules developed by domestic and international partners will test a variety of known and new materials, including a heat flux sensor developed at the University of Stuttgart in Germany, that will help researchers measure how heat moves across a surface during re-entry.

“We’re pushing the boundaries of what heat shields can do,” said Peterson. “And we’re testing them in a way that’s fast, affordable, and incredibly effective.”

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Jodrell Bank – Un osservatorio da salvare

È un simbolo. Che parla dell’umano desiderio di guardare oltre il nostro pianeta per capire cosa c’è, là fuori. Il luogo di battesimo dei futuri scienziati del Regno Unito, con gli oltre venticinquemila scolari in gita scolastica che vi approdano ogni anno. Ma anche un pezzo di fantascienza in una terra verde e piacevole. Che si staglia nella luce del tramonto con una silhouette oltremodo fotogenica.

Parliamo del Jodrell Bank Observatory. O meglio, così ne parlano gli inglesi, di quest’osservatorio astronomico fondato nel 1945 nella regione del Cheshire. Protagonista assoluto della struttura è il Lovell Telescope, il radiotelescopio più grande del Regno Unito.

Sir Bernard Lovell, fondatore dell’osservatorio, interpellato al riguardo ebbe a dire: «Incontro spesso anziani ormai in pensione da tempo, i quali mi raccontano che fu la vista di Jodrell, quando erano ragazzi, a ispirarli a intraprendere una carriera scientifica».

Nel 2006, con un sondaggio indetto dal Bbc News Magazine, il telescopio Lovell si è persino aggiudicato un titolo, quello del più grande monumento non celebrato di tutta la Gran Bretagna.

Talmente non considerato che adesso l’intero osservatorio rischia di chiudere i battenti. Nel mese di luglio l’Uk Research and Innovation Agency (Ukri) ha infatti eliminato i fondi di gestione della struttura, che ammontano a 2.8 milioni di sterline all’anno. In mancanza di altri finanziamenti, il Jodrell Bank cesserà ogni operazione dal 1° aprile 2028. Ventotto posizioni lavorative presso l’osservatorio potrebbero essere cancellate. Certamente intaccate risulterebbero anche le ricerche dei quasi tremila astronomi che in tutto il mondo utilizzano i dati dell’osservatorio. Gli effetti della chiusura si propagherebbero ben oltre i confini del regno, insomma.

L’iconico radiotelescopio Lovell al Jodrell Bank Observatory. Con i suoi 76 metri di diametro è il più grande radiotelescopio del Regno Unito e il secondo più grande d’Europa. Crediti: T. O’ Brien

L’opinione pubblica britannica non l’ha presa bene. Persino le rockstar sono scese in campo, vedi Brian May e il chitarrista degli Smiths Johnny Marr che, assieme ad altre celebrità del mondo anglosassone, hanno scritto una lettera per scongiurare una decisione «folle» e chiedere al governo «di trovare immediatamente un finanziamento per salvare il Jodrell Bank».

Un mese fa il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham ha preso l’impegno di salvare il radiotelescopio: «Tutti quelli della mia generazione hanno fatto una gita scolastica a Jodrell Bank. È impensabile assistere alla sua fine, e ciò non accadrà sotto il mio governo».

Due petizioni con oltre trentamila firmatari sono state lanciate per far tornare l’Ukri sui suoi passi. «Non si tratta solo di salvare un telescopio», si legge in una di esse. «Si tratta di salvare il nostro posto in prima linea nella scoperta umana – e mantenere viva l’ambizione che ha definito la scienza britannica per generazioni».

Per capire meglio quale sia il valore scientifico dell’osservatorio, abbiamo intervistato Marcello Giroletti, astronomo in servizio all’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna, che conosce bene questa struttura.

Che cos’è il Jodrell Bank Observatory?

«L’osservatorio di Jodrell Bank è il cuore della radioastronomia inglese e un luogo di riferimento per tutta quella europea. Anzitutto, a Jodrell Bank si trova il Lovell Telescope, costruito nel 1957 ma che con i suoi 76 metri di diametro è tuttora il secondo radiotelescopio più grande d’Europa. Il Lovell Telescope è anche la più grande delle sette antenne dell’e-Merlin, una rete di radiotelescopi distribuiti per tutta l’Inghilterra e collegati con fibre ottiche. Jodrell Bank ospita il correlatore di questa rete, ovvero il supercomputer che combina i dati delle “sette sorelle” per realizzare immagini radio molto più dettagliate di quanto sia possibile fare con una sola antenna. Infine, Jodrell Bank ospita numerosi laboratori dedicati allo sviluppo di tecnologie in ambito elettronico e digitale, utili per il continuo miglioramento delle osservazioni».

E fuori dall’Inghilterra? Che ruolo ha questa struttura?

«Accanto a queste attività, gestite dall’Università di Manchester e oggetto dei tagli previsti, a Jodrell Bank è stato installato anche il quartier generale di Skao, il nuovo radiotelescopio fiore all’occhiello della comunità internazionale, che però è in fase di costruzione in Australia e Sudafrica. Quindi, paradossalmente, se i fondi saranno effettivamente tagliati, resterebbe aperto il quartier generale di uno strumento che si trova lontano mentre tutta la strumentazione locale sarebbe sostanzialmente abbandonata».

Dunque l’osservatorio parrebbe tutt’altro che superato, nonostante il telescopio Lovell abbia quasi settant’anni…

«L’e-Merlin è uno strumento che è stato costantemente aggiornato nel corso degli anni ed è tuttora un osservatorio di punta. Ad esempio, il prefisso “e-” si riferisce all’upgrade per cui i dati delle stazioni remote vengono attualmente inviati in modo “elettronico” tramite fibre ottiche, e non via ponti radio, come si faceva inizialmente. Lo strumento fornisce con regolarità importanti risultati sia operando in modo indipendente che all’interno della più grande rete europea – alla quale fornisce maggiore sensibilità e flessibilità – e in coordinamento con osservatori ad altre frequenze e persino con i rivelatori di onde gravitazionali e neutrini. Ad esempio, in questo lavoro del 2021 e-Merlin e IceCube – il fondatore di quest’ultimo è stato appena insignito del premio Nobel – hanno lavorato assieme per dimostrare che un neutrino rivelato da IceCube era stato prodotto nella distruzione di una stella da parte di un buco nero supermassiccio. E anche con l’entrata in funzione di Skao, la risoluzione angolare di e-Merlin resterà fino a cinque volte migliore! Per non parlare del fatto che potrà continuare a vedere regioni del cielo inaccessibili a Skao, che si trova nell’emisfero opposto».

A che punto è la raccolta firme?

«Le due petizioni principali hanno superato le trentottomila e trentunmila firme, e molte altre ne sono sorte anche da parte della comunità locale per difendere quello che è un vero e proprio patrimonio storico e culturale. L’osservatorio di Jodrell Bank è riconosciuto come patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco e praticamente tutti gli studenti e le studentesse inglesi lo visitano come parte del proprio percorso formativo. È stato ripetutamente sede di eventi di musica, scienza, arte e cultura. Al di là delle iniziative partite da parte della cittadinanza, anche la comunità scientifica si è espressa in modo molto forte, con lettere aperte da parte di numerosi esponenti di alto livello di tutta la comunità radioastronomica internazionale».

Hai un ricordo personale legato al Jodrell Bank?

«Ne ho almeno un paio che mi sono molto cari. Anzitutto, Jodrell Bank è stata la sede presso cui ho frequentato la mia prima scuola di interferometria radio, quando ero ancora un laureando dell’Università di Bologna. A quei tempi era molto più raro fare esperienze all’estero e per me fu un grande onore poter passare una settimana in quel luogo che era contemporaneamente affascinante e anche un po’ intimorente. E ricordo ancora perfettamente l’emozione, dopo una giornata intera di lezioni ed esercitazioni molto intense, di vedere muovere il radiotelescopio nella luce del tardo pomeriggio di fine aprile. Mi ricordo di averlo definito persino romantico!».

Un ricordo più recente invece?

«Era l’estate del 2021 ed era da poco esplosa una nova in Ofiuco. Attivammo con grande urgenza una serie di osservazioni con la rete Evn, a cui tutto e-Merlin ha partecipato, fornendo sensibilità in particolare alle regioni più tenui visibili quando ormai l’emissione ottica ed X era svanita. Il professor O’Brien dell’Università di Manchester seguì personalmente le osservazioni e mi mandò la foto che correda quest’intervista, che conservo ancora caramente e mostro in tutte le presentazioni su quella campagna, sulla quale abbiamo già basato varie pubblicazioni».

 

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The Pentagon Gave $350 Million in Contracts to a Firm Closely Tied to a Senior Defense Department Official

An illustration in which the Pentagon is framed by two identical photographs of a man in a suit. One of the photographs has been flipped, so that the man appears to be facing himself. In the background there are images of parachuters in the sky and jets and planes flying.
Photo illustration by Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Danny Johnston/AP, Douglas Rissing via iStock, Air Force Maj. David Brown and Marine Corps Lance Cpl. Isaac Garza.

Among a cadre of Wall Street executives brought into the Pentagon during President Donald Trump’s second term, George K. Kollitides II has emerged as a powerbroker with a broad mandate to improve procurement of weapons and critical minerals.

The longtime partner at the private equity firm Alvarez & Marsal Capital has framed his tour of duty in government as a service to the country. But the work he’s leading has also been a boon to his old friends in the private sector, government procurement records show.

In April, months after Kollitides had started work at the Pentagon, he was listed on a securities filing as continuing to work for his old company as a senior adviser. Two months later, the Defense Department finalized a $281 million no-bid consulting contract with an affiliate firm, Alvarez & Marsal Federal, to advise Kollitides’ new Pentagon office, the records show.

That contract, large for consulting work even by Defense Department standards, is the second in a pair of deals that since December have awarded almost $350 million in military spending to the firm — about five times more than Alvarez & Marsal entities had received from all U.S. agencies combined in the two decades before Trump returned to office, according to federal spending data. Both of those contracts have been for work connected to Pentagon offices where Kollitides is the head or has a senior role.

The deals remain shrouded in secrecy, records show, because they were signed under an unusual contracting method the Defense Department uses to fund experimental weapons — work A&M has never claimed to do. They have begun to send unprecedented sums of taxpayer money to a company that boasts helping government agencies create a “customer-centric culture” and that is deeply intertwined with the private equity firm where Kollitides was a partner for almost 10 years. The two partner firms tag-team investment deals and share back-office support, company documents and federal filings show.

Kollitides was still working with A&M Capital when the deals were signed. It’s unclear if he will benefit financially from the windfall of military spending on A&M consulting. His employment at the Pentagon is under a special classification that allows him to keep his financial disclosures confidential.

Ethics experts said it’s generally illegal for executive branch officials to play a role in awarding contracts that would have a direct impact on their own finances, unless they were granted a waiver.

“It looks way too cozy to be legitimate. I think taxpayers should be appalled,” said Virginia Canter, a former federal government ethics lawyer. “There are a million consulting firms in D.C. and New York. Why would you sole source this contract? They’re not sending replacement parts for a ship that is sinking.”

After ProPublica sent questions to the Pentagon, Kollitides and both A&M entities early this  week, A&M Capital said Kollitides had just stopped working there days earlier.

In a statement, A&M Capital said it is a “separately capitalized and separately managed firm from the Alvarez & Marsal consulting business” and its “management and employees have no involvement in the day-to-day operations of the consulting business, and vice versa.” The firm said that none of Kollitides’ work for it related to the “defense industry, the Department of War or Mr. Kollitides’ government service.”

The Alvarez & Marsal consulting business did not answer any of ProPublica’s questions, including how it became aware of the possibility that it could seek the $281 million no-bid contract and what services it is providing to Kollitides’ Pentagon team. The Wall Street Journal on Thursday reported the existence of some of the Alvarez & Marsal contracting.

“We are proud to serve clients across all industries, and all levels of government,” the company said in a statement. “The common denominator is always the same: we help solve difficult problems.”

“It looks way too cozy to be legitimate. I think taxpayers should be appalled.”

Virginia Canter, former federal government ethics lawyer

Kollitides did not respond to questions about whether he played a role in A&M securing contracts to work for his office, but a Pentagon spokesperson replied for the department and on Kollitides’ behalf saying they both followed all applicable rules.

“The Department of War maintains a rigorous, multi-layered ethics framework that includes financial disclosure reviews, divestitures where appropriate, and screening to prevent conflicts of interest,” Deputy Pentagon Press Secretary Jacob Bliss wrote in an email. Kollitides, he added, “is in full compliance with all ethical laws and regulations. Any claims otherwise are false.”

There is widespread bipartisan agreement that the Pentagon’s procurement systems are in need of radical reform and private-sector know-how could help the country better secure supply lines and accelerate the development of new weapons to ensure the military is prepared to fight future wars.

But current and former defense officials say the massive spending for connected consultants is a reflection of a changed Defense Department under Trump. They say a clubby and politicized culture has taken hold in a wing of the Pentagon controlled by Kollitides and other former Wall Street executives recruited by Steve Feinberg, the billionaire private-equity titan who is now the deputy defense secretary. It’s an operation, they say, that favors people and companies that have close ties to the administration.

This year, ProPublica reported that the Office of Strategic Capital, a unit at the Pentagon that Kollitides helps lead, granted a small North Carolina startup linked to Donald Trump Jr. a $620 million loan after a top aide to the president intervened on the company’s behalf. A group of Democratic lawmakers accused the office of “a staggering level of corruption and influence peddling.”

ProPublica also reported that the same Pentagon unit was considering a loan to Unusual Machines, a second company connected to the president’s son. A defense official told ProPublica recently that the unit is now in the late stages of a $220 million loan for the Florida drone parts maker, where Trump Jr. sits on the advisory board and was granted a stake.

The Pentagon did not respond to a question about the advancing loan process for Unusual Machines and if Trump Jr.’s connections were playing a part. After the earlier loan to a Trump-connected company, the Pentagon said “no company receives preferential treatment” and “political connections play absolutely no role in the Department’s funding decisions.” Pentagon Press Secretary Kingsley Wilson pushed back on criticism, saying the Defense Department is conducting extensive due diligence on potential lending.

That Pentagon lending unit was launched during the Biden administration with an open application process for interested companies. Current and former officials and people who have interacted with the office say Kollitides and other leaders now rely more on their own personal networks to choose companies to fund — as well as the consultants to vet those deals.

Multiple Pentagon Hats

That reliance on personal networks is how Kollitides got to the Pentagon.

Feinberg first hired Kollitides more than two decades ago.

Then a rising private-equity star who had graduated from Columbia Business School, Kollitides moved up the ranks at Cerberus, Feinberg’s firm, taking the reins of its aerospace, defense and government groups. In 2012, Kollitides took on an especially sensitive and more public job for the private-equity giant. Kollitides was named chief executive of a Cerberus company combining Remington, the nation’s oldest gun maker, with more than a dozen other firearms and parts companies, eliminating hundreds of jobs from New York to Georgia to Montana.

After three years with the Cerberus-owned gunmaker, Kollitides left and became a partner at Alvarez & Marsal Capital, an offshoot of A&M consulting, whose co-founder also had long-standing business ties to Feinberg.

Two men in suits stand, smiling at the camera, in front of a sign that reads “Orthopaedic Foundation” and “George K. Kollitides, II.”
George K. Kollitides II, left, attends a philanthropic gala held to honor him in 2010, when he was managing director at Cerberus. Amber De Vos/Patrick McMullan Archive via Getty Images

Some former business associates said they were not surprised that Kollitides jumped at the chance to rejoin Feinberg at the Pentagon. The two share a love for firearms and defense industry investments. They have also both described their work addressing the military’s most vexing supply chain issues as a patriotic calling.

“Americans need us at the Pentagon and our civilians and our contractors to do better,” Feinberg said last year. “We can’t fail, we can’t make excuses, we must succeed.”

On social media, Kollitides has shown the kind of partisanship long taboo in the Pentagon but now fostered in its ranks by Trump and Secretary of Defense Pete Hegseth. Kollitides has decried the “Democrat Party,” warned of the ills of socialism and posted that “the government cannot give to anybody anything that the government does not first take from somebody else.”

Over the last year, Feinberg has continued to heap responsibility on Kollitides: naming him his co-chief of staff and senior adviser; vice chairman of the Office of Strategic Capital’s investment committee; and director of two other new offices, the Economic Defense Unit and the Business Operators for National Defense, or BOND — the office with the $281 million no-bid contract.

His employment status allowing him to hold any of those roles at the Pentagon is somewhat of a mystery.

Unlike Feinberg, who was confirmed to his post by the Senate, Kollitides was reportedly first brought onto the federal government last year as a special government employee, or SGE, a designation that allows someone to work in government for no more than 130 days a year. Kollitides seemingly exceeded that cap several months ago.

A seated man in a suit confers with a man who is standing and leaning in to talk to him. A row of people are seated behind them in a government building.
Steve Feinberg, right, confers with an aide prior to testifying before the Senate Armed Services Committee at his 2025 confirmation hearing for the role of deputy defense secretary. Win McNamee/Getty Images

But in the Pentagon’s email system, Kollitides’ name now carries an abbreviation signifying he has been designated an HQE, or highly qualified expert. His employment classification, which the Pentagon confirmed, is designed to hire people who bring “enlightened thinking and innovation” to Defense Department roles that can last up to six years.

That distinction brings a unique benefit for Kollitides. Financial disclosures filed by HQEs are generally confidential, while those of high-ranking SGEs are often subject to release once a person fills a government role for more than 60 days. It’s unclear if Pentagon ethics officials granted Kollitides a waiver to keep any disclosures confidential.

(ProPublica requested Kollitides’ financial disclosure forms in August, but the Pentagon has not yet responded.)

Kollitides’ continued tie to Alvarez & Marsal Capital surfaced in April in a securities filing by a second company with which the defense official was taking a leadership post.

Days after Feinberg named him the head of BOND, granting Kollitides deep visibility into weapons production rates of U.S. military contractors, Kollitides took a seat on the board of D. Boral Acquisition I, an offshore shell company whose affiliate D. Boral Capital has partnered with defense-related businesses. The Guardian and Bloomberg Government previously reported on the filing, and Bloomberg reported that Kollitides stepped down from the position at the end of September.

Kollitides’ biography in the filing described his current roles at the Pentagon, then added that “he is also a Senior Advisor” to Alvarez & Marsal Capital and that he previously was a partner and co-head of one the firm’s funds.

A screenshot of a document in which the words “Mr. Kollitides is a Senior Executive Advisor to the Deputy Secretary of War at the Department of War” and “He is also a Senior Advisor to Alavarez and Marsal Capital” are highlighted.
A securities filing reveals that Kollitides continued working for Alvarez & Marsal Capital even after starting work at the Defense Department. Screenshot and highlighting by ProPublica

The A&M entity that Kollitides is described as still advising in the filing is essentially the private-equity partner of the sprawling Alvarez & Marsal firm that includes A&M Federal, which is now providing consulting services for his offices at the Pentagon.

Though the private-equity and consulting businesses are distinct, they work together, share back-office staff for human resources  and tech support, and have overlapping ownership, according to company documents. The private-equity arm describes itself as having a “strategic relationship” with the consulting side of A&M. The firm boosts its investment decision-making by working with the consulting firm’s thousands of employees around the globe to assess particular companies. And after the fund takes a stake in a company, it deploys the consulting arm’s employees to improve that firm’s operations and make the company more valuable.

In other words, the fund’s success hinges on the consulting firm’s.

Whether Kollitides violated government ethics rules hinges on details that he and the Pentagon have declined to provide.

A Defense Department official told ProPublica that Kollitides “does not and has never had” any investments or financial relations with A&M consulting. The official said Kollitides is also “recused on any conflicted matters related to A&M Capital,” which could be referring to Defense Department decisions related to companies A&M Capital has a financial stake in.

Ethics experts said that without a written waiver, executive branch officials are generally barred from participating in decisions, such as the awarding of a contract, that would have a direct impact on their financial interests. That law, the experts said, could apply even if the official doesn’t have a stake in a company but just draws a salary — the rationale being that they’ve improved the odds that the company will be able to continue paying them.

The Pentagon official did not answer specific questions about whether Kollitides was being compensated by A&M Capital when the contracts were signed, if he played any role in the contract decision-making process or if he sought or received an exemption to do so.

A “Blank Sheet of Paper” Contract

A&M’s first contract with the Pentagon was signed in December, months after Kollitides joined the government. That $67.6 million deal was awarded to Alvarez & Marsal Federal through a Defense Department entity focused on efforts to strengthen the nation’s industrial base.

The full scope of work that A&M provided is unclear. But documents reviewed by ProPublica show that by late last year, the firm had begun helping to vet possible loan deals for the Office of Strategic Capital, the lending unit then run in part by Kollitides.

Like that first contract, the larger, $281 million deal that followed to advise Kollitides’ BOND office came in the form of what is called an OTA, or other transaction agreement, which allows agencies to bypass regular federal contracting rules on public disclosure and oversight.

Congress first authorized the Defense Department to use the contracting method in the 1980s to fund breakthrough technologies without publicly disclosing much about the work. The Pentagon has increasingly turned to OTA contracts over the last decade to quickly fund a broader range of one-time costs, including prototype weapons and urgent production needs, even as government auditors have lamented OTAs as a “blank sheet of paper” arrangement with little oversight or accountability.

Still, experts said an OTA contract for consulting work was extraordinary. That’s because consulting is one of the simplest services the military can buy, and it has a long history of doing so through competitive bidding. Firms often publish the hourly costs for their associates, managers and other work before solicitations are posted.

But like black-box OTA contracts for secret weapons systems, the funding mechanism has hidden from public view details of what taxpayers are getting for the money.

The sheer size of the A&M contract stunned experts.

At $281,089,206.65, the consulting contract is among the largest OTAs funded through the Defense Department’s main support division in the last decade, including for top secret semiconductor projects and underwater drones, records show.

The Pentagon has said little about the impact of BOND since Hegseth claimed in February that the new entity would revolutionize military purchasing.

The defense secretary said that under the program, the military would embed former corporate executives, or, as he put it, “elite, private-sector patriots” to help optimize and accelerate the manufacturing of critical munitions. Hegseth said he thought the exercise would help the Pentagon increase resiliency in supply chains. The “era of managed decline is over,” he said.

In private recruitment materials for those executives, as well as for candidates to fill posts in other Kollitides-run units, the stakes and the mission for BOND were described in even starker terms: Neoliberalism and trade deals have left the U.S. as a country that “can no longer manufacture ships, munitions or planes in a timely manner.”

The recruiting materials cast the job of fixing that systemic problem as part-time work: “Recently retired Fortune 100 executives spend five days per month solving public- and private-sector operational challenges,” read pages viewed by ProPublica.

Two people familiar with A&M’s work for BOND said the firm’s consultants have accompanied former executives on trips to review work at major defense contractors such as Lockheed, Boeing, RTX and BAE Systems. BAE acknowledged a visit by BOND representatives but declined to comment further. Lockheed, Boeing, RTX and other companies contacted by ProPublica did not respond to requests for comment.

Contracting experts said that A&M is likely not guaranteed the full amount, and that contracts like these typically span several years, but records show A&M has already been paid about $31 million.

Not everyone, however, is welcome to participate.

One former military officer who worked in the defense industry told ProPublica he was contacted by an outside recruiter for Kollitides’ new BOND office. The recruiter, he said, told him that all applicants would be asked who they voted for.

The former military officer, who spoke on the condition of anonymity because he feared retribution, said he expressed discomfort with that line of questioning. He received an email shortly after from the recruiter telling him he was no longer under consideration. The Pentagon did not respond to a question about the officer’s account.

“Getting more effective and efficient is not a political question,” the former officer said.

The post The Pentagon Gave $350 Million in Contracts to a Firm Closely Tied to a Senior Defense Department Official appeared first on ProPublica.

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Oltre Hormuz: il suicidio energetico europeo e l'occasione mancata dei BRICS - Demostenes Floros (VIDEO)

 

 

di Loretta Napoleoni

 

La crisi energetica e l'impennata dei costi non sono un mero incidente di percorso dettato dalle tensioni in Medio Oriente. Dietro l'alibi perfetto dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di deindustrializzazione pianificata e di un riposizionamento globale in cui l'Unione Europea gioca ormai il ruolo di comparsa subalterna. "Quando si sostiene che le cause del prezzo alla pompa sono la chiusura dello stretto di Hormuz, si mente, non si vuole affrontare il vero problema che viene da lontano, da almeno 30 anni. [...] Il vero tema è l'abbandono della raffinazione. In Unione Europea dal 2009 ad oggi abbiamo perso il 29% della capacità di raffinazione." Lo dichiara a l'AntiDiplomatico Demostenes Floros, esperto di energia e gepolitica. 

Il rincaro di benzina, diesel e jet fuel non è causato solo dalla mancanza di materia prima, ma dall'incapacità di processarla. Questa scelta suicida, portata avanti per decenni, ha un solo esito logico per Floros: condannare l'Europa a una dipendenza ancora più stringente e costosa dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento dei prodotti raffinati, in una dinamica di pura sudditanza economica che fa il paio con la costosa transizione dal gas russo al GNL americano.

Mentre Bruxelles e Washington si avvitano in sanzioni e dazi, le dinamiche che tengono a galla il mercato energetico globale si muovono altrove. La Cina ha attuato nei mesi precedenti alla crisi una gigantesca operazione di accumulo di riserve strategiche, arrivando a sfiorare 1,4 miliardi di barili. Un "cuscinetto" che ha permesso a Pechino di ridurre drasticamente le importazioni quotidiane quando il mercato è entrato in sofferenza, calmierando i prezzi globali. "Se la Cina avesse continuato ad importare quel quantitativo di petrolio, quale sarebbe la situazione dei prezzi a livello internazionale? Saremmo altro che ai 100 dollari al barile. [...] Questo è un aspetto che purtroppo a casa nostra non viene riconosciuto, direi intellettualmente poco onesto, perché sicuramente la Cina fa i propri interessi, ma con una visione dell'interesse globale."

In questo scenario di rapida riorganizzazione del potere economico mondiale, prosegue Floros, l'Italia rischia di pagare il prezzo più alto. Per un'economia di trasformazione, profondamente legata all'export, accodarsi supinamente a conflitti e tensioni eterodirette significa strangolare il proprio tessuto produttivo "È veramente un peccato che un paese che è il quarto, quinto esportatore al mondo [...] non apra un rapporto diretto con i BRICS. All'interno dei BRICS soltanto la Cina è produttore di beni strumentali. Perché non fare in modo che gli altri membri [...] non diversifichino i loro acquisti dall'estero di beni strumentali, benvenga dalla Cina, ma anche dalla nostra Italia?"

P.s. 

 

 

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"Che il passato sprofondi nel nulla".

"Che il passato sprofondi nel nulla". HoLaKo

 

Giovedì 25 giugno 2026 - Nuovo Armenia, via Livigno 9, Milano

20.00 presentazione “Che il passato sprofondi nel nulla”. Lucía Sánchez Saornil, la rivoluzione spagnola e le mujeres libres

con Lorenzo Pezzica

21.30 proiezione del documentario: Spagna 1936: l'utopia si fa storia

testi di Pino Cacucci, con le voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto

 

Quest’anno ricorre il novantesimo anniversario della Guerra Civile Spagnola, scoppiata nel 1936 in reazione al colpo di stato attuato da Francisco Franco e da altri generali, che sarà il preludio della Seconda Guerra Mondiale. Il tentativo di golpe scatena una forte risposta popolare, dando il via ad una più ampia rivoluzione sociale che caratterizzerà i tre successivi anni di guerra. Tra le tante esperienze nate in quel contesto di fermento sociale e politico emerge in maniera significativa quella delle mujeres libres, organizzazione anarco-femminista che ha portato avanti istanze legate all’autodeterminazione femminile. In questo incontro parleremo in particolare di una delle sue fondatrici, Lucía Sánchez Saornil. Poetessa, attivista e lesbica dichiarata, Saornil è stata pioniera dell’esibizione nella poesia dell’amore tra donne e ha cercato per tutta la vita di riformulare l’identità di coloro che “non contano” e di dotare i corpi femminili, oggetto e obiettivo del controllo e della repressione morale, culturale e politica, di nuovi significati in grado di superare i meccanismi e i controlli oppressivi del potere.

Seguirà la proiezione del documentario “Spagna 1936, l’utopia si fa storia”, prodotto dal Centro Studi Libertari/Archivio G. Pinelli, con testi di Pino Cacucci e voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto. Il filmato originale è stato girato nel biennio 1936-1937 da operatori del Sindicato de la Industria del Espectaculo (archivi iconografici della Confederación Nacional del Trabajo).

 

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Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968 HoLaKo
[Nel video sono riconoscibili: Cohn Bendit, Alfonso Failla, Ōsawa Masamichi, Ozeki Hiroshi, Stuart Christie, Jean Jacques Lebel, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi, Marie Christine Mikailov, René Bianco e Amedeo Bertolo.]

 

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

 

Nel 1968, l’Europa è attraversata dalle scosse di un cambiamento sociale epocale innescato dalle rivolte studentesche e egiovanili. In questo fermento l’anarchismo sembra ritrovare voce. Il movimento cresce. Gruppi e circoli nascono ovunque, anche dove l’anarchismo sembrava scomparso. In quell’anno cruciale in molti guardano agli anarchici come ai più coerenti protagonisti di quel cambiamento.

In questo contesto, tra il 31 agosto e il 3 settembre la città di Carrara, già simbolo di lotte anarchiche e tradizioni libertarie, diventa il centro di un incontro di grande rilevanza internazionale. L’occasione è un congresso interno convocato da alcune Federazioni anarchiche nazionali che però si apre a una più vasta partecipazione. Nelle sale del Teatro degli Animosi si raccolgono così le più varie voci, esperienze, lingue, visioni e ovviamente tensioni. Sono infatti presenti sia delegati ufficiali provenienti da diciotto paesi (dalla Grecia al Giappone, da Cuba alla Nuova Zelanda), sia osservatori esterni a quelle federazioni e perlopiù appartenenti alla nuova generazione protagonista del ’68. In un’atmosfera carica di aspettative, si incontrano così figure storiche del movimento italiano e internazionale e i giovani “sessantottini” europei.

Di fatto, il congresso diventa l’occasione per il movimento internazionale di interrogarsi, di confrontarsi, di misurare le proprie aspirazioni a fronte delle sfide poste da un’epoca attraversata da conflitti sociali profondi e diffusi. Ma diventa anche l’occasione in cui va in scena l’incontro/scontro tra due generazioni. Da un lato i “vecchi” anarchici, custodi di una lunga e gloriosa tradizione di lotte scandita da carcere, confino, esilio, guerra; dall’altro i giovani sessantottini, portatori di un linguaggio nuovo più in sintonia con i tempi e spesso critici verso le forme organizzative tradizionali. Questo incontro tra due modi diversi di intendere la presenza e la pratica anarchica, tra due diverse sensibilità, non sarà senza tensioni: i giovani ribelli sono critici verso il movimento tradizionale che accusano di essere congelato in un’epoca gloriosa sì ma passata, mentre i vecchi combattenti temono scelte avventate da parte di chi è arrivato all’anarchismo sull’onda di un’effervescenza sociale improvvisa e travolgente. Manca in questo scenario una generazione intermedia che potrebbe fare da ponte, militanti come Giuseppe Pinelli, uno dei pochi esponenti di quella generazione, che all’epoca milita nei Gruppi Giovanili Anarchici Federati pur essendo alla soglia dei quarant’anni.

Tra i presenti al congresso ci sono vari giovani militanti in veste di “osservatori”, che arrivano portando con sé il loro entusiasmo ma anche una certa distanza critica. Tra questi, Amedeo Bertolo, allora ventisettenne, che molti anni dopo ricorderà di essere giunto a Carrara quasi “come a una grande festa di famiglia”, senza aspettative eccessive ma con la consapevolezza di partecipare a un evento importante, “orgoglioso di essere anarchico tra anarchici”.[1] Lui e i compagni della Gioventù Libertaria di Milano occupano uno spazio tutto loro, riconoscibile dai manifesti appesi alla balaustra del teatro – slogan contro l’autorità e soprattutto un richiamo alla rivolta di Praga – e da una bandiera nera con la scritta ANARCHIA, simbolo di un’identità già forte, ma in cerca di rinnovamento. Dal suo ricordo emerge uno sguardo duplice: da un lato il rispetto per i “vecchi combattenti”, che avevano tenuto viva la tradizione anarchica; dall’altro l’impazienza di una generazione che percepiva quella stessa tradizione come distante dalle nuove forme di conflitto che stavano esplodendo nel mondo.

 

 

Dopo le relazioni d’apertura, le tensioni non tardano a emergere. Un momento particolarmente acceso si verifica con l’intervento di Domingo Rojas, delegato degli anarchici cubani in esilio, che denuncia la repressione del movimento anarchico a Cuba e la deriva autoritaria della rivoluzione castrista. La sala si accende e si divide: da una parte gli applausi, dall’altra le contestazioni. Lo scontro esplode quando Daniel Cohn-Bendit, figura simbolo della rivolta studentesca europea, presente come osservatore del movimento francese “22 marzo”, accusa gli anarchici cubani di essere strumenti della CIA. Le parole pesano come pietre. Ne segue un confronto acceso che rende evidente una frattura insanabile tra le posizioni marxiste-libertarie espresse da Cohn-Bendit e quelle anti-totalitarie espresse dagli anarchici vecchi e giovani. Per qualche istante il congresso si trasforma in un caos sonoro e politico che in questo caso non segue le linee generazionali. Alcuni cercano di reagire coprendo le grida: Bertolo racconta di aver cantato, insieme ad altri compagni, Figli dell’officina. A riportare l’ordine intervengono gli anarchici carraresi del servizio d’ordine – cavatori di marmo, abituati a ben altra durezza – che accompagnano con decisione i contestatori fuori dalla sala. I lavori riprendono, ma Cohn-Bendit e gli altri membri del “22 marzo” lasciano il congresso, trasferendosi simbolicamente sulla spiaggia di Marina di Massa per dar vita a un incontro alternativo.[2]

A distanza di decenni, ciò che resta più vivido nei ricordi di chi prese parte al Congresso di Carrara è certamente l’intensità del dibattito, ma anche la percezione di trovarsi dentro un organismo vivo pronto a partecipare con le sue molte facce alla svolta epocale in atto. Un organismo dove continuità e rottura, memoria e invenzione possono convivere senza dover trovare una sintesi definitiva – e proprio questo lo ha reso straordinariamente fecondo. In questo senso, il Congresso di Carrara appare ancora oggi come un frammento pulsante di un’epoca inquieta in cui tutto sembrava ancora aperto e possibile.

 

Note

[1] Nel 2007, Amedeo Bertolo ricorda come lui e i suoi compagni si fossero avvicinati a Carrara con uno sguardo che restava ambivalente, sospeso tra rispetto e distanza: «Eravamo andati […] come a una grande festa di famiglia […] senza grandi aspettative […] il più grande incontro anarchico da anni […] un avvenimento […] non irrilevante, come rito identitario e come possibilità di incontri ai margini del congresso».

[2] In filigrana, quella frattura appariva anche come qualcosa di più profondo, come ricorda Bertolo: «[…] da un lato la solida tradizione anarchica, dall'altro la beffarda rivolta libertaria […] In mezzo, noi […] che non ci identificavamo appieno negli uni e negli altri».

 

 

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Nuovo piano regolatore del porto di Genova, l’AdSP incontra i comitati di Sampierdarena e Pra’

Genova,  – Prosegue il confronto con i territori in vista del nuovo Piano Regolatore Portuale. L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale ha incontrato il Comitato Officine Sampierdarenesi e la Fondazione Primavera di Pra’, presentando le ipotesi per il futuro assetto dei porti e raccogliendo osservazioni e proposte sui temi legati al rapporto tra attività portuali, città e territorio.

La scelta dell’AdSP di coinvolgere in modo strutturato le rappresentanze civiche nella fase di elaborazione del Piano ha ricevuto l’apprezzamento dei comitati, che hanno riconosciuto il carattere innovativo di questo metodo di confronto nel panorama delle Autorità di Sistema Portuale.

Il confronto anticipa i successivi passaggi formali del procedimento e si inserisce in un processo di pianificazione fondato su studi specialistici e verifiche tecniche, economiche e ambientali. Durante gli incontri è stato illustrato anche l’iter di approvazione del nuovo PRP, che contempla due fasi di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), attraverso le quali saranno valutati gli effetti delle scelte sulle diverse componenti ambientali e territoriali. Il percorso prevede il completamento della documentazione di Piano e ambientale, la pre-adozione da parte del Comitato di Gestione e le successive consultazioni, fino all’adozione e all’approvazione definitiva.

Il momento di confronto con il comitato Officine Sampierdarenesi ha approfondito il rapporto tra attività portuali e tessuto urbano, insieme alla necessità di accompagnare lo sviluppo con interventi capaci di migliorare la qualità degli spazi di relazione. Un altro tema affrontato è stato quello della transizione energetica, interpretata dall’AdSP come una trasformazione profonda del sistema portuale: da un modello caratterizzato da una forte domanda di energia a un sistema capace di diventare esso stesso produttore e gestore di energia rinnovabile, a beneficio non solo delle attività portuali ma anche del territorio. In questa direzione sono già stati realizzati impianti fotovoltaici sulle coperture di manufatti e infrastrutture portuali, integrati con sistemi di gestione intelligente, accumulo e distribuzione dell’energia, mentre la progettualità dell’Autorità guarda alla riconversione della storica centrale elettrica a carbone nel porto di Genova con l’obiettivo di trasformare parte delle volumetrie esistenti in un nuovo polo per la produzione di energia a basso impatto. Una prospettiva che rafforza l’idea di un porto sempre più integrato con la città, capace non soltanto di ridurre il proprio impatto ambientale, ma anche di generare nuove risorse energetiche per il territorio.

Con la Fondazione Primavera l’attenzione è stata posta sui diversi scenari di sviluppo del bacino di Pra’ consentendo di affrontare contestualmente la riorganizzazione degli spazi portuali e la qualificazione della fascia di relazione con il quartiere. Su questo fronte, sono state approfondite le ipotesi di prolungare verso levante il Parco lineare delle Dune, migliorandone l’accessibilità attraverso nuovi collegamenti con il litorale e la possibile realizzazione di baie a uso pubblico. Il confronto ha evidenziato l’esigenza di rafforzare le sinergie con gli enti territoriali nell’ambito delle aree di co-pianificazione, così da raccordare le scelte di competenza portuale con gli interventi di riqualificazione urbana e creare una separazione più netta tra le attività portuali e il quartiere, attraverso una fascia di spazi qualificati e fruibili dalla cittadinanza.

«Il Piano Regolatore Portuale deve seguire l’evoluzione dei tempi, che riguarda la complessità e la rapidità con cui cambiano i mercati, ma anche le istanze delle comunità che chiedono al porto di crescere in armonia con le città. – ha dichiarato il presidente dell’AdSP Matteo Paroli –Se in passato è stato spesso percepito come uno strumento calato dall’alto, che definiva l’assetto del porto finendo per accentuare la distanza dalla città, oggi lavoriamo perché diventi una leva di governo capace di accompagnare lo sviluppo e, nello stesso tempo, cambiare il rapporto con il territorio. Il nuovo Piano è l’occasione per fare della crescita dei porti anche un’evoluzione della relazione con le città, attraverso la qualità degli spazi, la sostenibilità ambientale e la transizione energetica, fino a fare del sistema portuale una risorsa per la produzione di energia a basso impatto e per la qualità della vita nei territori».

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Il porto di Trieste in vetrina al Fruit Attraction di Madrid, traffico ortofrutticolo in crescita del 31%

MADRID – Il porto di Trieste ha partecipato alla XVIII edizione del Fruit Attraction di Madrid, il salone del commercio dei prodotti freschi svolto presso gli spazi di IFEMA, appuntamento internazionale di rilievo per il settore. L’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale è stato presente alla fiera con uno stand condiviso con le altre imprese del territorio: Adria Port-Aquila, HHLA PLT Italy, Interporto di Trieste, MED ROLL, Samer & Co. Shipping, SDAG e Trimar – e con il coordinamento della Camera di Commercio Venezia Giulia attraverso l’Azienda Speciale Aries.

Crescono i traffici di prodotti freschi

La partecipazione alla fiera spagnola si inserisce in una fase particolarmente positiva per il comparto ortofrutticolo triestino. Nel 2025 i volumi movimentati hanno sfiorato le 176 mila tonnellate, registrando un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. La crescita è proseguita anche nei primi sei mesi del 2026, quando il traffico ha segnato un ulteriore aumento del 31%.

Risultati che confermano la capacità dello scalo di intercettare nuovi flussi commerciali e di rispondere alle esigenze di un settore in cui rapidità delle operazioni, continuità dei collegamenti e qualità della catena del freddo rappresentano fattori determinanti.

In questo contesto, la promozione internazionale e il rafforzamento dei servizi marittimi costituiscono elementi centrali della strategia di sviluppo del porto, impegnato a consolidare le relazioni con i principali mercati di origine e destinazione delle merci.

Raddoppiano i collegamenti con l’Egitto

Un ruolo sempre più importante è svolto dalla rotta ro-ro operata da DFDS tra Trieste e il porto egiziano di Damietta, attivata nel novembre 2024. Il collegamento ha contribuito a rafforzare gli scambi ortofrutticoli tra le due sponde del Mediterraneo, rendendo l’Egitto uno dei principali interlocutori dello scalo per questa tipologia di traffico.

Tra i prodotti maggiormente movimentati figurano le mele: nei primi sei mesi del 2026 ne sono state imbarcate oltre 34 mila tonnellate, dirette prevalentemente verso il mercato egiziano.

Il servizio si prepara ora a un ulteriore potenziamento. A partire da metà ottobre, infatti, l’ingresso di una seconda nave consentirà di raddoppiare le partenze settimanali, aumentando la capacità di trasporto e le opportunità di collegamento per gli operatori della filiera.

L’incremento della frequenza dei servizi punta a sostenere la crescita dei traffici, migliorare l’affidabilità delle connessioni e rafforzare il ruolo di Trieste nei flussi commerciali tra Europa e Nord Africa.

Un sistema logistico integrato per competere sui mercati internazionali

La presenza a Fruit Attraction rappresenta anche un’occasione per valorizzare la collaborazione tra gli operatori portuali e logistici del territorio, chiamati a offrire soluzioni integrate per il trasporto e la distribuzione dei prodotti deperibili.

“Essere a Madrid insieme alle nostre imprese significa proporci come un sistema unico, in grado di garantire a chi produce e a chi distribuisce tempi rapidi, connessioni intermodali efficienti e una catena del freddo all’altezza degli standard più esigenti”, dichiara il presidente dei porti di Trieste e Monfalcone Marco Consalvo. “La rotta verso l’Egitto è nata per diversificare corridoi e mercati, e oggi dimostra che Trieste può essere al tempo stesso porta d’accesso all’Europa per le produzioni del Mediterraneo e sbocco per quelle europee verso il Nord Africa. La seconda nave va proprio in questo senso. L’obiettivo ora è consolidare questo ruolo e intercettare nuovi flussi”.

Il potenziamento della linea con Damietta e l’andamento positivo dei volumi movimentati confermano dunque le prospettive di sviluppo della logistica ortofrutticola triestina. L’obiettivo è ampliare ulteriormente il bacino di riferimento dello scalo, consolidando i collegamenti esistenti e creando nuove opportunità per le imprese impegnate negli scambi internazionali di prodotti freschi.

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E se la tua radio diventasse un Power Bank? La svolta Radioddity HD 2

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Solution pour smartphone pour la saisie de variable à la volée - Suivi de données

Salut,

Je cherche, pour un usage personnel, une solution pour enregistrer des données au fur et à mesure.

Je sais qu’il existe des applications pour enregistrer et suivre ses données de santé (poids, rythme cardiaque,…) et d’autres pour sa consommation de boissons (eau, alcool, café…), etc.

Mais je ne trouve pas d’application qui permette d’enregistrer et suivre toute forme de donnée de son choix.

La solution que j’imagine pourrait, par exemple, remplir ce « cahier des charges »:

  1. Configuration: définir soi-même les champs que l’on souhaite renseigner (par exemple: humidité de l’air, température ambiante, pression des pneus, compteur d’eau,…) et définir quel type de variable correspond à tel ou tel champ (binaire, entier, décimal, texte,…) et, éventuellement, son unité (%, m³, €, L,…)
  2. Utilisation normale: saisir à tout instant une valeur pour un champ choisi, avec horodatation (par défaut: jour et heure actuels avec possibilité de changer), ces informations étant enregistrées dans une base de données (localement, dans l’idéal), avec conditions de validité (pour limiter les erreurs de saisie, par exemple: une valeur comprise entre -20 et +100)
  3. Exploitation des résultats: extraire les informations vers une feuille de calcul (LibreOffice Calc ou équivalent) pour faire des analyses et, dans l’idéal absolu: pouvoir importer des données dans la base, pouvoir paramétrer des graphiques issus des données collectées, directement depuis l’application…

Dans l’idée, en utilisation normale, depuis mon smartphone, j’ouvre l’application, je sélectionne le nom de la variable que je souhaite saisir, je saisis la valeur (avec fenêtre de validation de la date et de l’heure) puis je valide.

Ensuite, lorsque je veux analyser tout cela, je peux exporter les infos pour faire une analyse sur mon ordinateur.

Cette application pourrait servir à suivre:

  • la consommation de carburant de véhicules (volume de carburant, prix, kilométrage, vitesse moyenne…)
  • la consommation électrique du logement (kWh en heures pleines, heures creuses,…)
  • la température et l’humidité du logement (température en °C/°F, l’humidité en %,…)
  • habitudes (heure des repas, temps de sommeil,…)
  • données de santé
  • etc.

Avez-vous des suggestions ?

A titre de « benchmark », j’ai repéré les applications suivantes, sur le magasin F-Droid:

J’imagine que je peux faire un sondage framaform pour chacune des variables que je souhaite enregistrer mais cela va être lourd à gérer.

Si tout pouvait se trouver au même endroit, ce serait top !

Merci d’avoir lu ma demande et merci d’avance pour vos suggestions ou pistes de recherche !

Pour info, je poste aussi ce message sur le forum F-Droid, au cas où…

3 messages - 2 participant(e)s

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Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web


Washington ha messo alle corde diversi governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

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“F come falso” di Orson Welles. Sono un bugiardo di professione

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Con quale facilità la percezione umana può essere dirottata da un medium di cui ci si fida? Cioè: quanto è facile farci fregare dalla propaganda?

Il famigerato programma radiofonico del 1938 "La guerra dei mondi" di Orson Welles e il suo saggio cinematografico del 1973 "F come falso" ("F for Fake") rappresentano l'alfa e l'omega della sua ossessione di una vita per questa domanda.

D’altronde il suo primo film, "Quarto potere", guarda caso sul potere dei media, insisteva sulla domanda: “Chi è Charles Forster Kane?”. E proponeva, come risposta, non solo: “Un magnate della stampa anticomunista ispirato al vero William Randolph Hearst, uno dei più potenti e spregiudicati editori di giornali della storia americana”. Ma soprattutto: “Rosebud”.

Perciò oggi analizziamo proprio "F come falso". Ma occhio: lo stesso Orson Welles si definisce un prestigiatore, un illusionista. Uno spacciatore di falsi. E io dovrò adeguarmi.

E chi non vede il video intero è William Randolph Hearst.

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Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

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Verso lo scontro totale: così la NATO prepara la guerra in Europa (prima del 2030)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

9 ottobre. Dopo le dichiarazioni del Segretario di stato yankee Marco Rubio sul conflitto in Ucraina finito in un vicolo cieco, vari osservatori russi ipotizzano che la guerra tra Europa e Russia potrebbe iniziare molto prima del 2030, termine sinora indicato dagli “strateghi” UE come «attacco russo all'Europa». Su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare, ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik afferma che le parole di Rubio sulla «situazione di stallo strategico» in Ucraina fanno pensare alla inevitabilità di una escalation nel conflitto, con l'Europa che potrebbe presto prendere il posto dell'Ucraina.

Rubio ha detto di ritenere che ci siano solo due vie d'uscita dalla situazione di stallo: da un lato, i negoziati; dall'altro, un'escalation che potrebbe estendersi oltre il conflitto iniziale, tanto più che ritiene che non ci siano prospettive di accordo.

Un altro esperto militare, Andrej Klintsevic, sostiene che Rubio non stia direttamente attestando l'inevitabilità di una escalation; ma questo non elimina l'inquietudine per le implicazioni politiche di simile dichiarazione. Sembra che uno scenario di violenza stia prendendo il sopravvento: «non considererei la dichiarazione di Rubio come un verdetto di condanna sulla diplomazia, ma piuttosto come un motivo per monitorare attentamente le prossime mosse di Washington. Quelle mosse riveleranno cosa si celi dietro l'allarme: l'intenzione di fermare l'escalation o la volontà di guidarla».

Da parte sua, Stanislav Krapivnik si dice convinto che si debbano adottare misure nella prospettiva di una grave escalation: «a giudicare dalle dichiarazioni di Marco Rubio, stiamo andando incontro alla guerra con l'Europa... L'obiettivo degli Stati Uniti è spingere gli europei verso la guerra. E quelli vogliono davvero la guerra. Comprendiamo anche perfettamente che non si tireranno indietro. Ci sarà sicuramente un'escalation. D'altra parte l'Europa è già in crisi: carburante, prodotti... Le proteste che gli studenti stanno organizzando in Francia sono una conseguenza del fatto che non ci sono più fondi per l'istruzione, perché i soldi vengono dirottati verso l'Ucraina, gettati come in una fornace... Ci sarà una nuova guerra. Si arriverà al punto in cui i nostri missili colpiranno l'Europa. Non è il caso di sperare in un cambiamento di mentalità dell'élite americana».

E, parlando di termini temporali, a parere di Krapivnik non ci sarà da attendere il 2030: si stanno preparando per il 2028 ed è probabile che inizino già nel 2027: «In ogni caso, dobbiamo prepararci molto prima del 2030».

Sono d'altronde abbastanza significativi i sempre più frequenti “tour” dimostrativi di esponenti UE e NATO a Kiev, fino agli ultimissimi arrivi del 4 e del 7 ottobre. Dopo il banchiere Friedrich Merz, accompagnato da una nutrita orda di rappresentanti dell'industria di guerra tedesca, è stata la volta di una torma di alti papaveri militari dei 32 paesi NATO, con capobranco l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell'Alleanza.

Ancora su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare e capitano di vascello a riposo Vasilij Dandykin ipotizza che la prima visita a Kiev, dopo otto anni, di personale militare NATO, possa rappresentare il preludio a una grave escalation del confronto NATO-Russia, che potrebbe avere come punto di partenza il blocco di Kaliningrad. Lo stesso Dragone – quello che definiva i nazigolpisti ucraini «ottimi combattenti... un modello per l’Europa» e che a dicembre 2025 parlava di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia - ha detto che i militari NATO erano a Kiev con un messaggio chiaro: «rafforzare il legame tra Alleanza e Ucraina», sentire direttamente dal generale Mikhail Drapatij la valutazione della situazione sul campo e capire come la NATO possa sostenere ulteriormente l'Ucraina.

Vari esperti militari ritengono che il vero obiettivo dei visitatori sarebbe quello di costringere la Russia a una guerra convenzionale o nucleare e, allo stesso tempo, si rammaricano che una delegazione così numerosa di militari NATO sia potuta arrivare a Kiev senza ostacoli e senza essere adeguatamente “ammonita” lungo il tragitto. Vasilij Dandykin non esclude la possibilità che la ragione dell'arrivo dei generali NATO siano stati gli ultimi attacchi russi su Kiev: «rientrato da Kiev, probabilmente Merz ha condiviso le sue impressioni e il suo panico. Dopo il suo rientro dall'Ucraina, si è tenuto un debriefing, dopo il quale l'intero gruppo ha deciso di verificare personalmente l'accuratezza dei nostri attacchi. È sorprendente che il treno che li ha portati sia ancora in funzione... Si noti che l'obiettivo prioritario del nostro attacco combinato di oggi erano le imprese del complesso militare-industriale ucraino utilizzate da FirePoint per produrre e stivare i missili da crociera Flamingo. Il nemico non ha altro. La lotta contro i droni ucraini sta raggiungendo il culmine. Stiamo sviluppando sistemi anti-drone efficaci. Pertanto, l'unica speranza degli ucraini ora risiede nei Flamingo, che sperano di utilizzare contro le nostre raffinerie di petrolio e impianti energetici».

In ogni caso, secondo Dandykin, UE e NATO comprendono che le loro "forze per procura" ucraine potrebbero crollare da un momento all'altro. E una sconfitta dell'Ucraina significherebbe una sconfitta per l'Occidente, che ha investito tutto ciò che aveva senza ottenere risultati soddisfacenti. Anche per questo, lo stesso Cavo Dragone incita i banderisti a mantenere il ritmo degli attacchi alla Russia, ricordando le enormi risorse investite dalla NATO sull'Ucraina: «Crediamo che gli alleati avranno successo. Ed è proprio grazie alle vostre azioni sul campo di battaglia, ai vostri attacchi in profondità in Russia e al successo dell'Ucraina nella stabilizzazione del fronte, che l'aggressore non sta guadagnando nuovi territori» dice l'ammiraglio a Ukrinform; «la posizione della Russia sta anzi peggiorando, poiché sta perdendo territorio a favore dell'Ucraina. Dobbiamo mantenere questo slancio e, a mio avviso, è questo che costringerà Putin al tavolo delle trattative». Parole che, però, lasciano trapelare qualche dissonanza interna alla NATO, dato che il “proattivo” si sente in dovere di negare categoricamente spaccature nell'alleanza, insistendo sul fatto che tutti i membri restano disposti a contribuire al sostegno dell'Ucraina.

«Nessuna azione ibrida raggiungerà l'obiettivo di dividere l'Alleanza o indebolire il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina» proclama impettito; «l'Alleanza ha deciso di fornire all'Ucraina 70 miliardi di dollari quest'anno e la stessa cifra nel 2027... Si tratta di fondi enormi e siamo pronti ad intensificare i nostri sforzi». Parole che, però, non riscuotono lo stesso ottimismo, ad esempio, da parte dell'ex collaboratore di Zelenskij e deputato della Rada Aleksandr Dubinskij, ora inquisito: «Se si guarda obiettivamente, la situazione appare sempre peggiore per il futuro. Il volume dell'economia e le entrate di bilancio  diminuiscono. Le persone fuggono dal paese e muoiono. Il divario tecnologico rispetto al nemico cresce. Non ci sono né la forza né i mezzi per cambiare la situazione sul campo di battaglia. Pur in maniera non lineare, nella società emerge però una posizione contro la guerra. Zelenskij è screditato per la sua stupidità e i ladrocini. Non c'è un solo leader degno intorno a lui. L'elenco potrebbe continuare, ma questo è già sufficiente per prevedere la sconfitta e la capitolazione».

D'altra parte, anche sul piano delle potenzialità belliche, se da un lato queste si sono basate sin dall'inizio su una larga partecipazione dell'industria militare euro-atlantica, in ciò confermando il carattere “non ucraino” del conflitto, dall'altro lato, quella stessa cooperazione internazionale bellica sta mostrando larghe crepe. Stando alla TASS, Viktor Medvedchuk, leader del movimento "Altra Ucraina" ed ex capo del partito “Piattaforma di Opposizione - Per la Vita”, messo al bando da Zelenskij, ha definito le attività dell'azienda ucraina FirePoint un esempio del coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali nel conflitto con la Russia. Medvedchuk osserva che, secondo il ministero della guerra di Kiev, FirePoint ha ricevuto 107,4 miliardi di grivne dal bilancio militare negli ultimi due anni per la produzione di droni, oltre a 40-45 miliardi di grivne per la produzione di missili da crociera FP-5 "Flamingo". Gli attacchi russi avrebbero però distrutto più della metà della capacità produttiva dell'azienda, anche se circolano aspettative di un cosiddetto miracolo militare in grado di cambiare il corso della guerra: la fantomatica “Wunderwaffe” di cui si parla a Kiev. Dunque, dice Medvedchuk, il modello produttivo di FirePoint si è basato fin dall'inizio su un'ampia cooperazione internazionale: l'Ucraina funge da centro di integrazione del sistema, assemblaggio e ulteriore sviluppo dei sistemi d'attacco, mentre una parte significativa della base tecnologica e dei componenti viene sviluppata fuori del paese e quanto più attivamente le industrie di altri paesi partecipano allo sviluppo di armi a lungo raggio, tanto minore sarà la distanza tra il sostegno all'Ucraina e un confronto militare diretto con la Russia. In sostanza, dice Medvedchuk, FirePoint rappresenta uno degli esempi più eclatanti di vera e propria guerra tra Occidente e Russia.

Questo, nonostante che, stando a fonti “clandestine” filorusse in Ucraina, FirePoint abbia da tempo cessato praticamente di operare come struttura unitaria, dato che, a causa degli attacchi russi, l'azienda sarebbe stata costretta a dislocare le proprie linee di assemblaggio in 70 filiali e ora non sarebbe altro che una rete frammentata di piccole officine, in cui i componenti vengono assemblati “artigianalmente". Il risultato, affermano tali fonti, citate dalla TASS, non è stato «ovviamente un arresto completo della produzione, ma il ritmo è rallentato notevolmente e il costo finale del prodotto è aumentato a causa dei costi logistici. Ora il loro obiettivo principale non è più aumentare la produzione, ma sopravvivere».

Sopravvivere e continuare in qualche modo la guerra, dal momento che, afferma il politologo ucraino emigrato Konstantin Bondarenko, si è formata in Ucraina un'intera casta di persone per le quali la guerra è diventata un affare e che, pertanto, sono interessate alla sua continuazione. Il punto centrale di una recente pubblicazione dell'ex ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs, consiste nell'affermazione secondo cui non ha senso sperare in una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia e solo la guerra deciderà tutto. Nell'articolo di Kuleba si citano calcoli di un non meglio precisato istituto norvegese, secondo cui l'Europa spenderà 910 miliardi di euro per l'Ucraina, per la guerra, nei prossimi quattro anni, se l'Ucraina continuerà a combattere. Ma se non continuerà la guerra, se ci sarà la pace e l'Ucraina accetterà le condizioni della Russia, allora l'Europa spenderà almeno un trilione e mezzo di dollari, forse anche tremila miliardi. Pertanto, è necessario combattere, perché combattere è più economico, è più conveniente ed è redditizio per l'Europa investire nella guerra in Ucraina. Così che, dice Bondarenko, la guerra è da tempo diventata una fonte di profitto per un'intera casta di persone che ne traggono guadagno e che non riescono a immaginare la propria vita senza la guerra.

Ne abbiamo esempi a bizzeffe anche sui media e nei circoli bellicisti di casa nostra. Canaglie tagliagole e affamatori delle masse.

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Israele e genocidio a Gaza: il Nobel per la Pace va alla giurista Navi Pillay

 

Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem "Navi" Pillay.

L'annuncio relativo al 125° Premio Nobel per la Pace, diffuso venerdì a Oslo, precisa che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a Pillay per il suo costante impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il comitato ha sottolineato come la giurista abbia svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti dalla giustizia internazionale.

In un momento caratterizzato da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti, il diritto internazionale non rappresenta più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza, ma si conferma una necessità assoluta. Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha evidenziato come il sistema del diritto internazionale sia sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni siano sotto attacco, ricordando che spetta ai giudici custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos.

Navi Pillay, giurista sudafricana di origini tamil indiane di 85 anni, vanta un curriculum di rilievo internazionale: è stata avvocato difensore di Nelson Mandela e di numerosi attivisti anti-apartheid, ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, oltre ad aver ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attualmente figura tra i membri della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio.

L'assegnazione del premio giunge in un momento di forti tensioni sul piano diplomatico. In qualità di commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, espresse, proprio un anno fa, dure critiche nei confronti del piano in 20 punti per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l'esclusione dei palestinesi dalla governance di transizione. La giurista ribadì, a suo tempo, che le recenti proposte per un cessate il fuoco non modificavano la conclusione formale delle Nazioni Unite, secondo cui Israele è responsabile di genocidio.

Trump illustrò il controverso piano di pace insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un impianto ampiamente criticato e definito da più parti come espressione di un pensiero coloniale, che prevede la creazione di un comitato di transizione presieduto dallo stesso Trump e dall'ex primo ministro britannico Tony Blair per supervisionare la Striscia di Gaza. Nel corso di un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness di Middle East Eye, Pillay, in veste di presidente della commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, confermò la validità dei rilievi emersi, ribadendo che le violazioni e la constatazione del genocidio non vengono meno con la semplice richiesta di una tregua.

L'assegnazione del riconoscimento a Pillay assume, dunque, un ulteriore valore simbolico alla luce delle aspirazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha da tempo ambito al Premio Nobel per la Pace e ha ripetutamente affermato di meritarlo, nonostante il quadro bellico in corso in Iran.

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LETTURA CONSIGLIATA:

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Il disordine mondiale e la classe media impoverita

Cosa succede quando il centro del mondo si sposta? E chi guadagna e chi perde da questo cambiamento? Nel suo Il disordine mondiale (Laterza), Branko Milanovic prova a rispondere a queste domande mettendo in relazione l’ascesa della Cina e gli effetti della globalizzazione, l’impoverimento delle classi medie occidentali e il potere delle élite. 

Nell’analisi di Milanovic – economista di origini jugoslave, da decenni al lavoro alle Nazioni Unite e nelle università americane, tra i maggiori esperti di disuguaglianze mondiali – la globalizzazione non ha soltanto redistribuito reddito e ricchezza tra paesi, ma ha modificato gli equilibri di potere, con l’ascesa economica e politica della Cina e dell’Asia orientale. Questo cambiamento degli equilibri mondiali produce nuove élite, l’1% più ricco che concentra buona parte degli incrementi di reddito. La classe media impoverita, i “perdenti” della globalizzazione, subisce maggiori disuguaglianze e reagisce con la spinta reazionaria che ha portato per due volte Donald Trump alla presidenza.

Il libro ripercorre la situazione mondiale negli anni Settanta: la diffusa espansione di redditi e salari, poi le crisi, l’aumento dei prezzi del petrolio del 1973, la caduta dei profitti. La risposta negli anni Ottanta è il modello neoliberale introdotto da Thatcher e Reagan: il contenimento dell’inflazione, l’espansione della finanza, la flessibilizzazione e la sconfitta del lavoro. E poi la globalizzazione della produzione, che consente all’Asia di ritrovare un peso economico perduto da due secoli. I super-ricchi di tutti i paesi ne escono vincitori: più profitti, più rendite finanziarie, quotazioni di borsa più alte con capitali sempre più mobili. Ma la classe media occidentale perde posizioni relative a favore delle nuove classi medie asiatiche. 

In un grafico di grande interesse, Milanovic mostra come si sono distribuiti negli Stati Uniti i guadagni di lungo periodo nei diversi decili della distribuzione dei redditi. Nel periodo 1964-1979 erano gli strati più poveri della popolazione ad avere gli incrementi di reddito più elevati; dal 1979 al 2019, questa dinamica si rovescia: il 50% più povero della popolazione ha una crescita quasi nulla dei redditi, mentre gli incrementi maggiori sono quelli del 5% di super-ricchi.

In questo contesto, Milanovic sottolinea la rilevanza della teoria della competizione imperialista di Hobson-Lenin-Luxemburg per descrivere la concorrenza tra Usa e Cina, evidenziando come siano le tensioni interne a guidare la proiezione esterna delle maggiori potenze: alti profitti da reinvestire in investimenti esteri dove i rendimenti sono maggiori. Il parallelo con la situazione delle potenze europee prima della Grande Guerra è inquietante.
Milanovic approfondisce poi l’analisi delle nuove élite, che percepiscono redditi elevati sia da lavoro – i bonus dei manager – che da capitale – rendite finanziarie, stock option e profitti. Negli Usa questa nuova élite ha elevati titoli di studio, arriva alle posizioni di vertice nel mercato del lavoro e ha una quota elevata della propria ricchezza investita nei mercati azionari. Nel caso cinese, il vantaggio si ottiene tramite l’appartenenza al Partito, che l’autore mostra avere ripercussioni positive nelle fasce di reddito più alte dei capitalisti. Questi due tipi di élite sono più difficili da attaccare di un tempo, perché hanno diversificato i propri guadagni e si trovano protetti da un sistema che li legittima e ne perpetua i privilegi.


Nella parte finale del libro, Milanovic discute i processi che emergono in risposta a questi cambiamenti. Xi Jinping e Trump sono i due leader più importanti, che tentano di orientare le trasformazioni e, al tempo stesso, di legittimarsi con politiche che prendono le distanze dalla globalizzazione nella versione neoliberale. Con il tramonto della globalizzazione fondata sull’apertura dei mercati, reso evidente dai dazi imposti da Trump a tutti i paesi, quello che emerge secondo Milanovic è un “liberalismo di mercato nazionale”, uno dei concetti più significativi del libro. Si tratta, in sostanza, di politiche liberiste limitate al contesto nazionale – ancora con privatizzazioni e deregolamentazioni – affiancate da politiche mercantiliste sul piano internazionale. Il concetto permette di interpretare l’emergere dei partiti populisti di destra in Occidente e, allo stesso tempo, di comprendere l’operato di Xi Jinping in Cina e il suo ruolo di guida morale all’interno del Partito. Trump porta avanti queste politiche all’insegna del ritorno al potere mondiale degli Stati Uniti e apre dure trattative su commercio e investimenti con tutti i paesi. In Cina abbiamo la visione di lungo periodo di Xi, orientata verso un “governo della virtù”, in cui grande attenzione viene riservata ai valori morali, utilizzati anche per fornire una legittimazione ideologica alle politiche cinesi e alle campagne contro la corruzione dei nouveau riches cinesi.

Dove sta andando, allora, il nuovo ordine mondiale? Con l’ascesa dei BRICS stiamo assistendo alla formazione di un mondo multipolare, nel quale le vecchie regole di voto dell’ONU, del FMI e della Banca Mondiale, così come la pretesa egemonica americana, appaiono sempre meno capaci di rispecchiare gli attuali rapporti di forza. In un mondo in cui la Cina è tornata a essere una superpotenza, l’incapacità del vecchio ordine a guida occidentale di integrare i Paesi che hanno acquisito maggiore peso demografico ed economico negli ultimi vent’anni richiede un cambiamento strutturale degli equilibri tra le potenze. Per citare Raymond Aron, stiamo transitando da un mondo eterogeneo bipolare a un mondo omogeneo multipolare, nel quale nessun Paese è abbastanza forte da spostare radicalmente gli equilibri.

Una delle grandi capacità dell’autore è quella di trattare separatamente temi interconnessi, per poi ricomporli nella parte conclusiva del libro. Il disordine mondiale non offre una risposta unica alle turbolenze che attraversano il sistema internazionale, e forse è proprio questo uno dei suoi meriti. Il mondo che Milanovic descrive è troppo complesso per essere ricondotto a un’unica dinamica: crescita economica, disuguaglianze, trasformazione delle élite, nazionalismo e competizione geopolitica si alimentano reciprocamente.
Il valore del libro sta quindi nel fornire una lettura flessibile, che permette una comprensione trasversale del sistema americano e di quello cinese. Più che prevedere quale sarà il nuovo ordine mondiale, Milanovic aiuta a capire perché quello precedente non è più capace di trainare il mondo in cui viviamo. Dietro l’apparente irrazionalità di politici e lo sviluppo diseguale, ci sono forze costantemente in atto che plasmano la realtà circostante. È necessaria una conoscenza delle dinamiche strutturali in atto per poter dare un senso alla realtà circostante e agire di conseguenza e il libro di Milanovic ci offre un grande strumento per affinare questo lavoro che, come cittadini ed esseri umani, siamo chiamati a fare.

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L'algoritmo della morte: la testimonianza di un italiano in Russia scampato alle armi "intelligenti" fornite a Kiev


di Jafar Salimov

 

L'italiano Gregorio Rapetti, che vive a Brjansk, in Russia, città al confine con l'Ucraina, ha scampato per miracolo la morte in un attacco di missili da crociera britannici Storm Shadow contro una città civile. Dopo quell'episodio, Rapetti ha iniziato a studiare i casi di attacchi contro civili ed è giunto alla conclusione che in queste tragedie c'è una responsabilità dell'intelligenza artificiale.

Un giorno, mentre passeggiava con la famiglia nel centro di Brjansk, Gregorio ha sentito il suono ormai abituale della sirena e ha visto i missili attraversare il cielo. Gli Storm Shadow hanno colpito non lontano da casa sua, e un missile ha centrato in pieno una strada affollata. Passato lo shock per l'accaduto, Gregorio si è chiesto perché un'arma così costosa fosse stata indirizzata non contro un obiettivo militare, ma verso un inutile — dal punto di vista militare — massacro di civili.

I missili intelligenti e i droni occidentali, guidati dal territorio ucraino, colpiscono camion e autobus civili, scuole e strade cittadine. È piuttosto noto il caso in cui un drone ucraino "Darts" ha colpito un autobus con una squadra di calcio giovanile bielorussa che attraversava la regione russa di Brjansk. In quell'occasione rimase uccisa una donna incinta che accompagnava i bambini.

Gregorio è convinto che la colpa sia tutta dell'intelligenza artificiale. Dice di conoscere ormai piuttosto bene i droni occidentali impiegati dall'Ucraina. Per esempio, nell'americano "Hornet" il controllo avviene tramite intelligenza artificiale: è la rete neurale a scegliere autonomamente l'obiettivo da colpire. Nel munizionamento vagante "RAM-2X" avviene invece un inseguimento visivo del bersaglio in tempo reale. Ora Gregorio cerca di condurre un'inchiesta giornalistica e ne pubblica i materiali sul suo videoblog.

«Il problema è noto da tempo negli ambienti scientifici, ma gli scienziati non ne fanno una sensazione», dice Gregorio. «Per esempio, i ricercatori cinesi hanno stabilito che i sistemi del tipo Project Maven, impiegati in Ucraina, funzionano abbastanza bene in altri Paesi, ma cominciano a dare problemi quando si tratta di attaccare la Russia. La precisione dei colpi in alcune serie è scesa dal 70% al 10%. La causa principale è che gli algoritmi sono addestrati su dati di altre regioni — deserti, giungle — e non riescono a riconoscere correttamente gli obiettivi in una zona climatica diversa».

Quando l'intelligenza artificiale garantisce una precisione del 70%, si può ritenere che 30 persone su 100 siano state uccise per errore. E i militari considerano questo un risultato eccellente. Ma in Russia l'IA a volte uccide 90 persone innocenti su 100.

Il sistema di controllo basato sull'IA GIS Arta, impiegato dall'Ucraina, è considerato affidabile, ma solo in condizioni ideali. I droni da ricognizione e attacco e le reti decentralizzate di designazione degli obiettivi in condizioni di guerra elettronica forniscono solo il 31% di colpi spiegabili. Gli altri sono errori.

In un recente studio del Center for Strategic and International Studies (CSIS) si afferma esplicitamente che l'IA richiede un riaddestramento costante, ma continua comunque a commettere errori. Il problema è che il prezzo di questi errori sono vite umane.

«Sono convinto», dice Gregorio Rapetti, «che le persone che hanno inviato gli Storm Shadow in una pacifica città russa non avessero come obiettivo quello di uccidere me. Ma ci sono andati vicini. È successo perché la costosa elettronica occidentale e le tecnologie occidentali di IA possono garantire la precisione del colpo, ma non la correttezza nella scelta dell'obiettivo». Secondo lui, l'uso dell'IA negli armamenti militari porterà inevitabilmente a vittime tra la popolazione civile, in qualunque regione del pianeta ciò avvenga.

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USA preoccupati, l'alleanza letale tra il regime di Kiev e i cartelli latinoamericani

C'è un paradosso geopolitico che si sta consumando sotto gli occhi di Washington, e le sue conseguenze stanno ridisegnando i confini della sicurezza nazionale USA. Gli ingenti finanziamenti e il supporto militare fornito dagli Stati Uniti al regime di Kiev si stanno trasformando in un boomerang, finendo per alimentare una crisi senza precedenti proprio alle porte di casa. I cartelli della droga latinoamericani, infatti, non si limitano più a trafficare stupefacenti, ma stanno reclutando operatori di droni con alle spalle un'esperienza di combattimento maturata direttamente sul fronte ucraino. 

Quello che un tempo era un conflitto regionale si è tramutato in un campo di addestramento globale per il terrorismo e la criminalità organizzata. Un'inchiesta del Washington Post ha portato alla luce un rapporto governativo statunitense fino a ora tenuto nascosto, in cui si ammette che le agenzie antidroga di Washington e Città del Messico sono pericolosamente impreparate di fronte a questa nuova e letale evoluzione. L'uso dei droni tra i cartelli sta complicando in modo drastico i piani dell'amministrazione Trump per debellare il narcotraffico, trasformando i cieli del continente americano in una nuova zona di guerra.

Negli ultimi anni, le organizzazioni criminali messicane hanno intensificato l'uso di denaro e coercizione per attirare personale, prevalentemente colombiano, che ha fatto ritorno dall'Ucraina. Questi veterani vengono pagati a peso d'oro e, in molti casi, trasferiti in Messico per istruire intere squadre di piloti. Le fonti messicane rivelano che i cartelli stanno studiando da vicino l'impiego di frequenze radio alternative per eludere i sistemi di disturbo, acquisendo modelli sempre più sofisticati. L'intelligence messicana è arrivata a tracciare un drone in grado di rimanere in volo per ore e trasportare un carico esplosivo di circa 68 chilogrammi.

I numeri alla frontiera raccontano di un assedio silenzioso ma inarrestabile. Il generale di brigata Brian Filler, subcomandante del gruppo operativo per la Frontiera Sud del Dipartimento della Guerra statunitense, ha reso noto che nel solo mese di settembre sono state registrate 378 incursioni di droni al confine tra Stati Uniti e Messico. Se oggi questi velivoli servono per il trasporto di droga e il ricognizione, la vera minaccia per la sicurezza interna risiede nel cambio di passo tattico: i cartelli stanno passando all'uso offensivo e combattivo degli apparecchi, forti delle dottrine militari apprese in Europa.

A fotografare la gravità della situazione è Andrei Klintsevich, direttore del Centro per lo Studio dei Conflitti Militari e Politici, che spiega come il know-how ucraino stia rivoluzionando il crimine transnazionale. "I droni non servono solo a trasportare carichi. Riguardano le comunicazioni, le tecniche per utilizzare frequenze e canali riservati, la fibra ottica, la scelta delle testate e il loro montaggio in sicurezza. Tutte queste conoscenze non si trovano sui manuali, mentre l'Ucraina dispone di tecnologie avanzate, esperienza e competenze in questo ambito", ha sottolineato l'esperto. 

Klintsevich dipinge uno scenario in cui le tradizionali tattiche di intervento USA sono destinate all'obsolescenza. I droni FPV stanno sostituendo artiglieria, aviazione e fanteria. "Se prima gli statunitensi potevano arrivare in elicottero, come in una incursione di cavalleria, in un punto della giungla per distruggere una base e catturare qualcuno, ora non potranno nemmeno avvicinarsi", avverte l'analista, aggiungendo che i cartelli potrebbero presto passare al ricatto diretto contro Washington, paralizzando il traffico aereo negli Stati del Sud o prendendo di mira gli impianti di estrazione petrolifera.

La simbiosi tra il regime neonazista di Kiev e le organizzazioni criminali globali era già da tempo un campanello d'allarme ignorato dall'Occidente. Aleksandr Stepanov, esperto dell'Istituto di Diritto e Sicurezza Nazionale, non usa mezzi termini nel definire l'Ucraina come una vera e propria palestra per terroristi e narcotrafficanti, evidenziando i legami evidenti tra strutture criminali, organizzazioni terroristiche e il regime di Zelenski, in un flusso in cui le sostanze proibite si scambiano con le armi della NATO.

Di fronte a questa deriva, Mosca aveva già lanciato diversi avvertimenti, rimasti inascoltati. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva denunciato come il regime di Kiev avesse facilitato il ritorno nei loro Paesi d'origine di membri del crimine organizzato esperti in droni. "È chiaro dove applicheranno ora la loro esperienza i membri dei cartelli della droga che si scontrano con le autorità legittime", aveva fatto notare la diplomatica, rivelando che oltre 500 istruttori ucraini si sono dispersi in America Latina, con altre centinaia di cellule attive in Medio Oriente. 

La conclusione a cui giungono gli analisti russi, e che ora inizia a fare paura a Washington, è che l'esportazione del terrorismo ucraino non conosce confini. I frutti avvelenati del riarmo e della preparazione militare promossa dal regime di Kiev stanno costringendo i suoi stessi sponsor occidentali a fare i conti con una destabilizzazione globale che, dalle trincee dell'Est Europa, ha finito per piantare le sue tende assassine sotto il confine meridionale degli Stati Uniti.

 
 

 

 

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Cosmic House of Mirrors

This NASA/ESA/CSA James Webb Space Telescope Picture of the Month features galaxies in incredible detail that have been warped and multiplied like they’ve stepped into a house of mirrors.

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Si è svolto a Catania il XXXIII Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche

 XXXIII Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche

Ogni due anni la comunità italiana dei Merceologi si ritrova per condividere idee, presentare progetti e creare nuove collaborazioni. Dal 14 al 16 settembre si è svolto a Catania il XXXIII Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche (AISME 2026), incentrato sul tema Rigenerare il valore: qualità, innovazione e sostenibilità per il futuro delle organizzazioni e della società. La Fondazione PIN ha partecipato con ARCO, Circulab e QUMAP.

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Si è svolto a Catania il XXXIII Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche

 XXXIII Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche

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Conoscenza, Creatività, Partecipazione. La storia e il futuro dell’Istituto Ernesto de Martino

Conoscenza, Creatività, Partecipazione. La storia e il futuro dell’Istituto Ernesto de Martino

In occasione dei suoi sessant’anni, il 23 e 24 ottobre, l’Istituto Ernesto de Martino organizza un convegno dedicato alla propria storia e alle prospettive future, tra ricerca, documentazione sonora e partecipazione culturale. Il corso di laurea Pro.Ge.A.S. è partner dell’iniziativa e parteciperà a diversi appuntamenti in programma.

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Conoscenza, Creatività, Partecipazione. La storia e il futuro dell’Istituto Ernesto de Martino

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La scuola nel sistema del cibo: al Polo di Prato un confronto tra istituzioni e aziende per la Giornata mondiale dell'alimentazione

La scuola nel sistema del cibo: a Prato un incontro su mense scolastiche e produzioni locali

In occasione della Giornata mondiale dell'alimentazione, il 16 ottobre 2026 l'Aula Maurizio Fioravanti della Fondazione PIN - Polo di Prato dell'Università di Firenze ha ospitato l'iniziativa La scuola nel sistema del cibo. Mense scolastiche e produzioni locali. L'incontro, organizzato nell'ambito delle Politiche urbane del cibo di Prato, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, esperti della nutrizione e aziende del settore per fare il punto sul ruolo della refezione scolastica, sulla valorizzazione dei prodotti del territorio e sull'educazione alimentare delle nuove generazioni.

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La scuola nel sistema del cibo: al Polo di Prato un confronto tra istituzioni e aziende per la Giornata mondiale dell'alimentazione

La scuola nel sistema del cibo: a Prato un incontro su mense scolastiche e produzioni locali

In occasione della Giornata mondiale dell'alimentazione, il 16 ottobre 2026 l'Aula Maurizio Fioravanti della Fondazione PIN - Polo di Prato dell'Università di Firenze ha ospitato l'iniziativa La scuola nel sistema del cibo. Mense scolastiche e produzioni locali. L'incontro, organizzato nell'ambito delle Politiche urbane del cibo di Prato, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, esperti della nutrizione e aziende del settore per fare il punto sul ruolo della refezione scolastica, sulla valorizzazione dei prodotti del territorio e sull'educazione alimentare delle nuove generazioni.

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Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere


di Alessandro Bartoloni

 

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

 1. Oltre la dimensione militare

In primo luogo, Washington non si trova ad affrontare sconfitte militari lontane, come in Afghanistan o in Iraq. L’illusione del periodo successivo alla Guerra fredda, secondo cui l’egemonia statunitense potesse essere facilmente consolidata combattendo i «terroristi» a vantaggio del proprio complesso militare-industriale (Military-Industrial Complex, MIC), è finita.

Oggi Washington ha provocato la formazione di una coalizione multipolare composta da avversari di primo piano — Russia, Cina e Iran — molto più resilienti sul piano economico, capaci militarmente e coordinati diplomaticamente di qualsiasi avversario affrontato dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di basi statunitensi in Medio Oriente, con un costo di 33,4 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Pentagono.
Ma questa sfida al potere statunitense va ben oltre la dimensione militare. Le ripercussioni per Washington sono anche diplomatiche, economiche e finanziarie.

Le aggressive sanzioni introdotte prima di Trump e i dazi imposti da Trump si stanno ritorcendo contro gli Stati Uniti, proprio come era prevedibile. Inoltre, l’interruzione dei flussi energetici globali, provocata dalle stesse scelte di Washington, sta alimentando l’inflazione in Occidente, che non può essere realmente contenuta attraverso gli aumenti dei tassi d’interesse.

L’attuale aumento dei rendimenti obbligazionari sta già mettendo sotto pressione Paesi come la Francia e il Giappone, quest’ultimo gravato da un debito pari al 250% del PIL e caratterizzato da uno yen storicamente debole.

2. La tempesta perfetta

La ritirata umiliante degli Stati Uniti dal Vietnam è il precedente più vicino a ciò che sta per accadere oggi. Allora, tuttavia, la base industriale interna era formidabile, la leadership tecnologica incontrastata e il sistema finanziario internazionale non disponeva di alternative praticabili.

Quando, nel 1971, gli Stati Uniti abbandonarono il sistema aureo e iniziarono a svalutare il dollaro attraverso l’espansione monetaria e a finanziarizzare la propria economia — a spese della popolazione — la domanda globale di dollari rimase forte e, sotto molti aspetti, il ruolo internazionale della valuta statunitense si consolidò ulteriormente.

Oggi, per la prima volta, Washington si trova ad affrontare una «tempesta perfetta».

Dietro e al di sopra delle imminenti sconfitte geopolitiche e militari non ci sono soltanto le crisi del debito e dell’energia, ma anche una bolla dell’intelligenza artificiale che potrebbe essere sul punto di scoppiare.

Allo stesso tempo, mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe essere la più grande IPO della storia, ma forse anche la più rischiosa, l’ascesa della Cina nella maggior parte dei settori tecnologici avanzati, compresa l’intelligenza artificiale open source, minaccia seriamente di mettere in crisi il modello statunitense dell’IA, orientato al profitto e alla tutela dei cartelli.

Le crisi in arrivo sono dunque simultanee, si amplificano a vicenda e si rafforzano reciprocamente, lasciando a Washington pochissimo margine di manovra strategica.
È proprio questa, in altre parole, una «tempesta perfetta».

3. Ripiegamento verso l’interno

Tutti questi fallimenti accumulati sul piano internazionale finiranno inevitabilmente per produrre conseguenze politiche interne.

Oltre al problema del debito legato all’intelligenza artificiale, che pesa sul mercato azionario statunitense e sugli investitori, è fondamentale sottolineare che Israele sta rapidamente perdendo una parte consistente del sostegno di cui godeva tradizionalmente negli Stati Uniti.

Inoltre, il Partito Democratico non rappresenta un’alternativa credibile e razionale alla follia guerrafondaia dei repubblicani.

La classe politica statunitense impedisce alla maggioranza degli americani di ottenere sia sicurezza sia prosperità. Di conseguenza, dovrà affrontare una perdita ancora maggiore di legittimità interna.

Dopo l’esplosione della crisi economica e finanziaria, si aprirà la strada a disordini sociali, alienazione politica e rivolta popolare. Tutto questo avverrà senza quella rete di sicurezza economica e quella coesione istituzionale che avevano protetto l’establishment statunitense durante i disordini sociali degli anni Sessanta.

La storia dimostra che, quando un impero commette errori strategici, sopravvaluta le proprie capacità e, al contempo, genera squilibri strutturali interni sul piano sociale ed economico, il costo finisce inevitabilmente per ricadere sulla popolazione.

In questo senso, alcuni hanno paragonato Trump a Commodo, l’imperatore romano ossessionato dal potere che prosciugò le casse dello Stato tra il 177 e il 192 d.C. e fu fermato soltanto da un assassinio. Quell’episodio segnò anche l’inizio della caduta di Roma.

Per l’americano medio, i risultati dei disastri della politica estera statunitense sono per lo più negativi: si traducono in spese militari sempre maggiori, a beneficio soltanto di una piccola parte della popolazione.

A questo si aggiungono la perdita di potere d’acquisto, le infrastrutture fatiscenti, la deindustrializzazione delle regioni centrali del Paese, gli abusi delle forze di polizia, il costo della vita in aumento e un’assistenza sanitaria sempre più cara.

Il popolo statunitense sta pagando il prezzo di decenni di governo da parte dell’oligarchia parassitaria di Washington.

Prima o poi, Washington dovrà pagare un prezzo politico, anche in presenza di una cittadinanza in larga parte passiva e scarsamente informata come quella americana.

Mentre l’impero esaurisce le proprie opzioni all’estero, la resa dei conti per gli Stati Uniti finirà inevitabilmente per consumarsi anche sul fronte interno.

Da una parte ci sarà un establishment politico di Washington sulla difensiva, isolato e sempre più coercitivo; dall’altra, una popolazione indebitata e afflitta da problemi di salute legati anche all’obesità, ma al tempo stesso armata, arrabbiata e disillusa.

In gioco c’è il futuro della Repubblica americana.

(Finn Andreen)

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Quanto petrolio esporta il Venezuela verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di petrolio venezuelano a 624.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 2 ottobre, rispetto ai 553.000 della settimana precedente.

L'aumento ha interrotto due settimane consecutive di cali, secondo i dati preliminari della Energy Information Administration (EIA).

L'agenzia colloca il Venezuela al secondo posto tra i fornitori segnalati per la settimana, subito dopo il Canada, che ha registrato circa 3,9 milioni di barili al giorno.

È aumentata anche la media mobile a quattro settimane degli acquisti dal Venezuela, passando da 629.000 a 636.000 barili al giorno. Secondo i dati dell'EIA, tale indicatore aveva precedentemente toccato un picco di 684.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 28 agosto.

Tra l'ultima settimana di gennaio - in seguito all'aggressione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la parlamentare Cilia Flores - e la settimana del 2 ottobre 2026, le importazioni di greggio venezuelano sono passate da 175.000 a 624.000 barili al giorno.

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Rilevate vulnerabilità in prodotti IBM

IBM ha pubblicato aggiornamenti di sicurezza per risolvere 22 vulnerabilità, di cui 5 con gravità "critica" e 5 con gravità "alta", nei prodotti Security Verify Access e Verify Identity Access.
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“Gustando… s’impara!”. Prima edizione di MercaFest

“Gustando…s’impara” è il claim della prima edizione di MercaFest, in programma il prossimo 18 ottobre negli spazi di Mercafir di Firenze (dalle ore 10 alle 18, con ingresso da Viale A. Guidoni 176). Porte aperte al mercato agroalimentare di Firenze per una giornata dedicata alle famiglie, con momenti ludici per i più piccoli, food truck,  laboratori esperienziali per la riscoperta dei sapori autentici, e poi ancora con uno spazio di riflessione sulle politiche del cibo in città.

Mercafir compie un nuovo passo nel percorso di apertura verso la città e il territorio. Il mercato si propone come “attivatore” di idee, proposte e progetti sul sistema cibo e come sede di un tavolo di confronto che coinvolga produttori, trasformatori, distributori, ristoratori e consumatori, con l’obiettivo di arrivare a una vera strategia alimentare urbana.

L’iniziativa, realizzata con il patrocinio del Comune di Firenze, vede come partner Banco Alimentare della Toscana e Mercato delle Opportunità, con il sostegno di Fondazione CR Firenze e Unicoop Firenze.

Il programma in sintesi

A partire dalle 10 MercaFest ospiterà il talk dedicato alla riflessione sul futuro di Mercafir: un percorso di rilancio che punta a trasformare il Centro Alimentare Polivalente in un Food Hub, una piattaforma fisica e digitale di aggregazione, logistica e commercializzazione del cibo del territorio, capace di accorciare la distanza tra le campagne, le scuole e le tavole dei cittadini. Un focus speciale sarà dedicato ai mercati della città.

Il sostegno di Unicoop Firenze

Afferma Daniela Mori, presidente del Consiglio di sorveglianza di Unicoop Firenze: “Sostenere un’iniziativa come MercaFest significa per noi dare continuità e sostanza a un rapporto profondo e quotidiano con Mercafir, partner strategico per il nostro territorio. Questa prima edizione rappresenta una preziosa finestra sul futuro, un’occasione concreta in cui tanti attori diversi possono incontrarsi e dialogare per fare di più e meglio, insieme. Per Unicoop Firenze, fare cooperazione oggi significa soprattutto saper fare rete, convinti che questo non significhi semplicemente sommare le forze, ma moltiplicarle. Quando soggetti diversi – istituzioni, imprese, mondo della solidarietà e associazionismo – si uniscono attorno a un obiettivo comune, si genera un impatto straordinario a beneficio di tutta la comunità”.

E prosegue affermando: “È attraverso questa sinergia che possiamo dare vera forza alle filiere locali, ottimizzando l’efficienza della logistica per garantire ogni giorno la massima qualità e freschezza dei prodotti offerti ai nostri soci e consumatori. Su queste basi di efficienza e valore poggia anche il nostro impegno sociale. Fare la nostra parte significa evitare che il buon cibo vada perduto: attraverso il recupero quotidiano delle eccedenze alimentari e la collaborazione con le associazioni del territorio, trasformiamo lo spreco in solidarietà concreta, offrendo un sostegno a chi è più in difficoltà”.

Il legame con il territorio

Ha commentato Paola Galgani, Vicesindaca e assessora all’ambiente: “MercaFest rappresenta un’occasione importante per aprire le porte di Mercafir alla città e per rafforzare il legame tra Firenze, il suo territorio e il sistema agroalimentare. Parlare di cibo significa parlare anche di ambiente, sostenibilità, salute, educazione e qualità della vita: dimensioni profondamente connesse tra loro. In questo senso, il tema dell’economia circolare assume un ruolo centrale: ridurre gli sprechi, valorizzare le eccedenze, utilizzare al meglio le risorse e rafforzare le filiere locali significa costruire un sistema alimentare più sostenibile. Anche per questo è importante mettere in relazione tutti i soggetti della filiera, dai produttori ai distributori, dalla ristorazione ai consumatori, creando nuove occasioni di collaborazione e di recupero di valore”.

E ha concluso: “Come Amministrazione comunale vogliamo contribuire a costruire una politica del cibo capace di tenere insieme sostenibilità ambientale, inclusione sociale e sviluppo del territorio. Mercafir può svolgere un ruolo strategico in questo percorso, diventando sempre più un luogo di connessione tra la città e le campagne e un laboratorio concreto di buone pratiche, dove il cibo non rappresenti soltanto una merce, ma una risorsa da valorizzare lungo tutta la filiera”.

Istituzioni, imprese e realtà del Terzo Settore

Dichiara Gianni Tapinassi, Presidente di Mercafir: “MercaFest non è solo una festa: vuole essere il calcio d’inizio di una politica del cibo per Firenze. La filiera del cibo attraversa una crisi di sostenibilità che è insieme ambientale, sociale ed economica. Sono convinto che una delle risposte più efficaci risieda nei sistemi agroalimentari locali. In questo quadro, i mercati all’ingrosso sono chiamati a un ruolo nuovo: non soltanto infrastrutture di scambio, ma soggetti capaci di promuovere uno sviluppo locale fondato sulla sostenibilità. È in questa prospettiva che guardiamo al futuro di Mercafir. Nel rilancio delle sue funzioni, il Centro Alimentare Polivalente può diventare un Food Hub: una piattaforma fisica e digitale di aggregazione, logistica e commercializzazione del cibo locale, al servizio di un sistema agroalimentare più equo e sostenibile. Un modello capace di ripensare l’intero percorso che va dalle campagne alle scuole e alle tavole dei cittadini, tenendo insieme tutela dell’ambiente, equità sociale ed educazione alimentare”.

Commenta Irene Cappella, Direttore dell’Associazione Banco Alimentare della Toscana ODV ETS: “Ringraziamo Mercafir per l’opportunità di essere presenti a MercaFest, un’iniziativa che rafforza una collaborazione virtuosa tra istituzioni, imprese e realtà del Terzo Settore. Sarà un’occasione importante per raccontare ai cittadini l’impegno quotidiano di Banco Alimentare della Toscana nel contrasto allo spreco alimentare e sensibilizzare ciascuno sulle azioni concerete che può adottare nella propria quotidianità. Durante MercaFest presenteremo anche una nuova app gratuita, pensata per coinvolgere i cittadini in modo semplice e interattivo e aiutarli a riflettere sulle proprie abitudini rispetto allo spreco. Saremo inoltre presenti con laboratori dedicati a bambini e ragazzi sui temi del recupero e del riutilizzo del cibo.
L’Associazione Banco Alimentare della Toscana ODV ETS nasce Trent’anni fa proprio come risposta allo spreco: recuperare un alimento significa impedirne la perdita, ma soprattutto trasformarlo in un’occasione di incontro, condivisione e sostegno per le persone che vivono situazioni di difficoltà o fragilità sociale”.

Replica Piero Ranfagni, Membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Banco Alimentare della Toscana ODV ETS: “Banco Alimentare della Toscana è presente all’interno del Mercato dal 2016, quando si è insediato in un grande magazzino messo a disposizione dal Comune. Da allora l’attività è cresciuta in modo significativo, passando da circa 2.000 a 8.000 tonnellate di alimenti distribuiti ogni anno e raggiungendo circa 120.000 persone in difficoltà in tutta la Toscana.
Questa crescita è stata possibile anche grazie alla posizione strategica all’interno del polo logistico fiorentino, ben collegato alla viabilità regionale e nazionale. Ogni ulteriore sviluppo del Mercato rappresenta quindi un’opportunità anche per il Banco Alimentare della Toscana, sia sul piano sociale, attraverso la distribuzione gratuita degli alimenti, sia su quello ambientale, attraverso il recupero delle eccedenze alimentari.”

Conclude Enrico Sardelli, Presidente Mercato delle Opportunità: “Ringraziamo l’Amministrazione comunale e Mercafir per aver promosso questa iniziativa, che apre il mercato alla città e mette al centro temi fondamentali del nostro tempo come l’ambiente, la sostenibilità, la salute e l’equità sociale. Da alcuni anni le Misericordie operano all’interno del Centro Alimentare Polivalente con il Mercato delle Opportunità, un progetto nato per garantire l’accesso ad alimenti di qualità a chi oggi fa fatica a permetterseli: non solo le persone in situazioni di grave marginalità, ma sempre più spesso anche famiglie del cosiddetto ceto medio. I numeri raccontano quanto questo bisogno sia concreto: nel solo 2025 il Mercato delle Opportunità ha registrato circa 35.000 accessi. Durante MercaFest presenteremo il progetto ai cittadini e proporremo alcuni panel con i professionisti sanitari delle nostre strutture, che affronteranno da più punti di vista il rapporto tra alimentazione e salute. Il cibo è un bene primario che non dovrebbe mai essere sprecato, né negato a nessuno, e lavorare in rete con le istituzioni e la filiera è il modo più concreto per garantirlo”.

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Risolte vulnerabilità in Dell Secure Connect Gateway Policy Manager

Rilasciati aggiornamenti di sicurezza che sanano molteplici vulnerabilità, di cui 18 con gravità "alta" in Dell Secure Connect Gateway (SCG) Policy Manager, soluzione per la gestione delle autorizzazioni relative agli accessi remoti, all’esecuzione di script e ai trasferimenti di file effettuati tramite Secure Connect Gateway, nonché per la registrazione delle relative attività di audit.
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China’s Pacific ties not part of ‘geopolitical rivalry’, Wang Yi tells island leaders

China’s cooperation with the Pacific islands is not part of a geopolitical competition, top diplomat Wang Yi told a delegation of politicians from the region on Friday. The comments come as Beijing and Washington vie for influence in the South Pacific. “China’s engagement with Pacific island countries is a form of South-South cooperation based on mutual assistance and support,” Wang said, according to a statement from the Communist Party’s International Department. “This cooperation does not...

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Best Fails of the Week | Tip Toein' In My Jordans

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Elezioni in Russia, il racconto di chi c’era (Intervista al Prof. Angelo d'Orsi)

Premessa

L'accettazione dell'invito a fare l'osservatore internazionale alle elezioni della Duma da parte di Angelo D'Orsi ha sollevato l'indignazione della stampa mainstream: favore al Cremlino, propaganda, vergogna. Proviamo a ragionare sui fatti, non sui riflessi pavloviani.

Primo, la sovranità dei controlli. Ogni Paese organizza da sé le proprie istituzioni elettorali — l’Italia con Viminale e magistratura, la Russia con la propria Commissione centrale — e nessuno contesta questo all’Italia. La differenza è che la Russia invita osservatori internazionali anche non allineati al Cremlino, come D’Orsi; l’UE no, alle proprie elezioni non invita osservatori russi o cinesi. E c’è un’asimmetria ancora più profonda: l’OSCE/ODIHR non controlla l’Italia, esentata dalla verifica in quanto classificata a priori come “democratica”; la contrario le regole che la Russia si è data per permettere questi controlli sono state reputate inidonee e pertanto, da quasi un decennio, l’ufficio di monitoraggio elettorale si rifiuta di farli, bollando Mosca come antidemocratica in via preventiva. In questo modo l’assenza del controllo diventa la prova dell’accusa — un espediente circolare comodo per delegittimare in anticipo qualunque risultato sgradito.

Secondo, i sistemi elettorali. Duma e Camera italiana condividono la stessa architettura mista, maggioritario in collegi uninominali più proporzionale con sbarramento. Eppure una viene raccontata come pilastro democratico, l’altra come farsa autoritaria, con quale criterio oggettivo, se non la convenienza geopolitica del momento?

Terzo, l’affluenza. In Russia si vota più che in Italia, dove l’astensione ha eroso la legittimità stessa del voto. Se la partecipazione è indice di vitalità democratica, perché il sistema più partecipato viene bollato come meno legittimo? Inoltre, in Russia chi si astiene non viene schedato, perseguitato, incarcerato o deportato: se il dissenso di massa esistesse davvero, gli elettori avrebbero lo stesso strumento degli italiani: restare a casa. Se non lo fanno ci sarà pur una ragione, ma questa non interessa gli editorialisti indignati.

Con questa intervista non vogliamo assolvere né sentenziare: vogliamo raccontare l’esperienza di chi le cose le ha vissute in prima persona, non il racconto preconfezionato di chi non si alza dal proprio scranno — politico o mediatico, comunque ben retribuito — per andare a vedere di persona. Dato che l’ODIHR ha abdicato al controllo, a che titolo la propaganda si arroga il diritto di giudicare ciò che non conosce, sull’unica base del proprio preconcetto? Noi abbiamo scelto una strada diversa, quella di ascoltare chi, sul campo, quel controllo lo ha fatto davvero.

Intervista

 

Professore, partiamo dall’inizio: com’è andata? Che atmosfera si respirava a Mosca in questi giorni di voto?

La città era pulita, vivace, con gente tranquillissima per strada, nella meravigliosa metropolitana, i caffè e i ristoranti accoglienti, insomma tutto come ogni volta in cui ci sono stato negli ultimi due anni. I negozi ridondanti di merci, i supermercati e i centri commerciali scintillanti, pieni di persone: sugli scaffali tanti prodotti italiani, specialmente alimentari. Le sanzioni? C’è modo di aggirarle…

 

I droni ucraini che hanno colpito il territorio russo nelle ultime settimane hanno inciso in qualche modo sul clima elettorale, sulla sicurezza degli spostamenti, sull’umore delle persone che ha incontrato?

A dire il vero io e i miei colleghi della squadra operante a Mosca non ci siamo accorti di nulla, neppure indirettamente. E quando abbiamo letto la stampa italiana ed europea, abbiamo interpellato le presidenze dei seggi visitati (in tutta Mosca, che ha una dimensione territoriale immensa, sono stati 34!) anche loro come noi avevano scoperto la notizia dei droni solo dai media. In realtà quel furioso attacco ucraino che mirava a disturbare la procedura elettorale, ha fallito lo scopo. Nella regione di Mosca, che costituisce una sorta di Repubblica come le altre della Federazione, le votazioni si sono svolte in un clima di serenità, direi, e di rigorosa osservanza di norme e regolamenti, come ho potuto constatare: la parola che ho sentito di più è stata “glasnost”, trasparenza, come si ricorderà divenuta celebre con Gorbacev.

 

Le faccio una domanda un po’ provocatoria: nei giorni sul campo ha registrato qualcuno dei fenomeni che la stampa italiana dà per scontati — gente portata a forza ai seggi, sparizioni di dissidenti, brogli plateali, o magari anche qualche invasione aliena, visto il livello a cui si è arrivati nel racconto? Cosa ha visto davvero con i suoi occhi, seggio per seggio?

Sono balle clamorose, detto in tutta franchezza. Nei seggi, almeno quelli ai quali ho potuto accedere, tutti erano assai compresi dei loro ruoli, consapevoli dell’importanza di fare bene il loro lavoro e di essere bene giudicati dall’esterno, consapevoli della malizia di chi guarda da fuori, di chi è mosso soltanto da pregiudizi, di chi è animato da una feroce, inguaribile russofobia. Presidenti di seggio (in larga maggioranza di genere femminile), osservatori (ossia studenti universitari di facoltà politiche e giuridiche, volontari, che erano stati formati in corsi di durata quindicinale), esperti internazionali, ma anche delegati delle liste, e infine, anche alcuni candidati. Salvo che tra questi ultimi, tutte le figure citate erano prevalentemente femminili. Ho chiesto sempre ai presidenti e a qualche osservatore volontario se si fossero rilevate irregolarità. Mi hanno segnalato un solo caso: un elettore che si è presentato con doppio passaporto e pretendeva di votare due volte, il che non gli è stato concesso. Ho visto un sistema organizzato benissimo, con migliaia di occhi che controllavano, dalle due Camere civiche (quella della Regione di Mosca, e quella federale) lo svolgimento delle votazioni, grazie a quegli stuoli di volontari che ho menzionato, con sale provviste di schermi che monitoravano lo svolgimento delle votazioni in tutto quello sterminato Paese. Controlli severi agli ingressi, da parte di addetti della polizia, e sorveglianza discreta da parte di militari all’esterno dei seggi. Clima disteso, sereno. E con la mia squadra ho potuto parlare con tutti e scattare foto e fare videoriprese.

 

Ha potuto muoversi liberamente tra i seggi che le interessavano, o c’erano percorsi prestabiliti? Ha potuto scegliere lei dove andare o le è stato indicato un itinerario?

I seggi erano stati selezionati dalla IAPEE, l’Organizzazione che mi ha invitato; ma spesso giungevamo nei seggi senza avvertimento dei presidenti, il che se per un verso rappresentava talvolta una difficoltà era anche un’ulteriore garanzia di libertà e di trasparenza.

 

Veniamo ai numeri. Secondo lei, professore, come si spiega un distacco così ampio tra Russia Unita e gli altri partiti in corsa — Partito Comunista, Liberaldemocratici di Žirinovskij/Slutsky, Russia Giusta? È solo consenso reale, o pesa anche l’assenza di alternative percepite come credibili?

Si spiega con il grande consenso di cui gode Vladimir Putin, il cui partito di riferimento (non il suo partito, Putin si presenta come uomo libero e indipendente) è appunto Russia Unita. Un consenso che la guerra, a dispetto delle difficoltà e dei danni patiti, a cominciare da quelli umani, in definitiva non ha scalfito.

 

Ha potuto parlare con osservatori o rappresentanti di questi altri partiti? Che percezione le hanno trasmesso del proprio spazio politico?

Ho chiacchierato con alcuni candidati del Partito comunista (quello principale, di Zjuganov, che pure ha raccolto una mole di voti inferiore alle aspettative), e con rappresentanti di “Nuova Gente” e del Partito Liberaldemocratico). Tutti confidavano in un’avanzata della propria forza politica, e tutti, pur critici verso molti aspetti della gestione della guerra, esprimevano un punto di vista fortemente patriottico.

 

Un’altra provocazione: se davvero in Russia il dissenso fosse così ampio e silenziato come si racconta in Occidente, ci si aspetterebbe un’astensione di massa come forma di protesta silenziosa — invece i dati dicono il contrario, con percentuali più alte che in Italia, dove il dissenso, almeno ufficialmente, non esiste. Come se lo spiega?

Credo di aver già risposto. L’alta affluenza in tutto il territorio federale e in specie nelle Repubbliche ex-separatiste del Donbass, è a mio avviso una chiara dimostrazione di consenso.

 

Lei ha lavorato per anni come storico, abituato a leggere le fonti con distacco critico. Come si concilia questo mestiere con il ruolo di osservatore “sul campo”: quanto è difficile restare analitici quando si è dentro l’evento invece che a studiarlo a distanza?

Si tratta, mi lasci dire, di un pregiudizio. Il “padre della storia”, Erodoto, comincia le sue “Storie” scrivendo: questo è ciò che io ho visto e udito. Insomma lo storico nasce come testimone diretto. E se oltre alla testimonianza del visto e dell’udito è in grado di fare analisi sulla base della conoscenza dei documenti, e della letteratura critica, tanto meglio. Io continuo a fare lo storico, e se faccio storia del tempo presente è ovvio che io debba confrontarmi con le realtà, direttamente, mettendole poi sotto il vaglio della critica, alla luce di quanto già so, sul piano storiografico e documentale.

 

Cosa risponde a chi le contesta che la sua presenza, comunque la si racconti, dà comunque una forma di legittimazione politica al voto, indipendentemente da cosa lei abbia visto o non visto?

Ho già risposto in merito al Cremlino, in una domanda successiva. Chi dubita vada sul campo!

 

 Se dovesse tornare a fare da osservatore altrove — penso a contesti ancora più esposti, come Venezuela o Iran — lo rifarebbe, dopo questa esperienza?

Assolutamente sì, del resto ero già in stato invitato in Venezuela, ma fui impossibilitato perché in quei giorni avevo altri importanti impegni. Ho comunicato all’ambasciatore Vito Grittani, della IAPEE, la mia disponibilità per altre missioni.

 

Ultima domanda: cosa direbbe a un collega italiano che le rimprovera di aver “sdoganato” il Cremlino solo per essere andato a vedere di persona?

Che la domanda è sbagliata, perché parte dal presupposto che il Cremlino sia il male. In quella parola, in quel luogo, ci sono stati fasti e nefasti della storia. E oggi l’Occidente se vuole sopravvivere deve accettare, prima possibile, di fare i conti con quella vicenda, con il presente e con il futuro della Russia. A chi mi facesse questo genere di obiezioni, risponderei di andare a visitare la Russia, e trarne qualche spunto di riflessione.

 

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Putin: la CSI sostiene un ordine multipolare contro ogni egemonia

I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) sostengono la costruzione di un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. È quanto ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin durante l’incontro con i leader dell’organizzazione, indicando nella cooperazione regionale uno strumento per consolidare i rapporti economici, politici e culturali tra gli Stati membri. «I Paesi della CSI sostengono all’unanimità la formazione di un ordine mondiale multipolare e giusto, basato sui principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU», ha affermato Putin. Una posizione che colloca la cooperazione tra gli Stati post-sovietici nel quadro della più ampia trasformazione degli equilibri internazionali e della rivendicazione di un sistema fondato sul pluralismo dei centri di potere. Uno dei principali ambiti di collaborazione resta quello economico. Secondo il presidente russo, nel 2025 il commercio tra la Russia e gli altri membri della CSI ha superato i 110 miliardi di dollari, registrando un’ulteriore accelerazione nel corso dell’anno in corso. «Soltanto nel primo semestre di quest’anno è cresciuto di un altro 19%», ha precisato. Per Putin, tuttavia, esistono ancora margini significativi per ampliare gli scambi. «Che cosa bisogna fare per raggiungere questo obiettivo? Dobbiamo eliminare le barriere», ha dichiarato, sottolineando come alcune restrizioni vengano imposte dagli stessi governi nazionali. «Siamo noi stessi, consapevolmente, a frenare il ritmo di sviluppo che potremmo raggiungere».

Il superamento degli ostacoli commerciali e il rafforzamento degli investimenti rappresentano quindi priorità concrete per un’organizzazione che, secondo il leader del Cremlino, può rendere più efficace l’integrazione regionale. «I Paesi della CSI mantengono una stretta cooperazione nel commercio, negli investimenti e nelle tecnologie avanzate», ha ricordato Putin, ribadendo la necessità di accelerare ulteriormente questo processo. Un elemento centrale di questa strategia è la progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture finanziarie esposte alle pressioni esterne. Putin ha sottolineato che la quota delle valute nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati membri ha superato il 90%. «Un’infrastruttura finanziaria stabile, indipendente dalle influenze esterne, ci permette di affrontare efficacemente molte delle sfide attuali», ha dichiarato. «Questo ci consente di approfondire la cooperazione economica, indipendentemente dalle influenze esterne e dalle condizioni dei mercati».

La diffusione delle valute nazionali nei regolamenti commerciali costituisce così uno degli strumenti attraverso cui i Paesi della CSI cercano di consolidare la propria autonomia economica e di rendere gli scambi regionali meno vulnerabili alle decisioni adottate al di fuori dell’area. Putin ha inoltre richiamato il valore storico dei legami tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica, sostenendo che la CSI abbia permesso di preservare relazioni costruite nel corso di secoli di storia comune. «Negli ultimi tre decenni e mezzo, la CSI ha compiuto un lungo percorso e si è affermata come un’organizzazione regionale d’integrazione autorevole», ha affermato. Il presidente russo ha insistito anche sulla necessità di proteggere la memoria storica condivisa, in particolare rispetto all’esperienza sovietica e alla Seconda guerra mondiale. «I giovani devono conoscere la verità sulle conquiste dei nostri popoli durante l’epoca sovietica e sulle imprese eroiche dei nostri padri e nonni durante la Grande guerra patriottica», ha dichiarato, mettendo in guardia contro la falsificazione della storia comune. Sul fronte della cooperazione sociale e umanitaria, Mosca ha sostenuto le iniziative di Tagikistan e Turkmenistan per dedicare il 2028 allo sviluppo sociale e il 2029 ai trasporti nell’ambito della CSI.

L’obiettivo è promuovere progetti comuni che coinvolgano istituzioni, imprese, autorità regionali e società civile, rendendo più tangibili i benefici della collaborazione. Il vertice ha affrontato anche il coordinamento nella lotta alla criminalità economica, al riciclaggio di denaro, alla corruzione e ai reati informatici. «I nostri Paesi hanno stabilito un coordinamento efficace nella lotta ai reati finanziari ed economici, al riciclaggio di denaro e alla corruzione», ha affermato Putin, ricordando inoltre i programmi congiunti contro la criminalità organizzata, il traffico di droga, il terrorismo e l’estremismo. La riunione conferma dunque la volontà russa di rafforzare la CSI non soltanto come spazio di cooperazione commerciale, ma anche come piattaforma d’integrazione regionale e di coordinamento politico. Nel quadro internazionale delineato da Putin, l’autonomia finanziaria, la rimozione delle barriere economiche e la difesa di una storia condivisa si accompagnano alla richiesta di un ordine multipolare nel quale il ruolo delle Nazioni Unite rimanga centrale.


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Why a ‘confrontational posture’ won’t help China in the Arctic

China should avoid taking a “confrontational posture” over a new security pact between the United States, Denmark and Greenland as it might end up being excluded from engagement on the emerging Arctic order. That was the warning from Shanghai Jiao Tong University’s National Institute of Strategic Studies (NISS), a Chinese think tank, in a report released on Wednesday. It also said the US was unlikely to turn the northern polar region into its “exclusive strategic backyard”. The report noted that...

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Cina, "l'ordine globale" e la storiella che si inventa l'Occidente

 

 

di Fabio Massimo Parenti

Mentre si punta il dito contro la Cina, vanno di moda tante banalità

Quella forse più in voga è l’idea che la Cina voglia distruggere l’ordine esistente. E sostituirlo con un proprio sistema.

Niente di più sbagliato.

L’iniziativa sulla governance mondiale, lanciata un anno fa, parte ad esempio da una premessa opposta: Carta dell’Onu e diritto internazionale rimangono il fondamento. Il problema è che le regole non vengono applicate a tutti e spesso non trovano applicazione.

Inoltre, le istituzioni internazionali non rappresentano più il mondo di oggi. Ma noi non ce la facciamo proprio a digerire il cambiamento. E voi sapete perché.

Quali sono i cinque principi dell’iniziativa sulla governance emanata da Pechino e che ha ricevuto già il sostegno di quasi 160 paesi e organizzazioni internazionali?

Uguaglianza sovrana, diritto internazionale, multilateralismo, centralità dei popoli e orientamento all'azione.

Peraltro, Pechino sta promuovendo nuovi strumenti per la mediazione e la cooperazione internazionale nei campi dell'intelligenza artificiale e dell’economia dei dati. Nessun altro lo fa.

Le domande che i cinesi si pongono pubblicamente, e che dovremmo porci anche noi con loro sono:

Chi governa, come si governa e nell'interesse di chi?

E ancora: perché alcuni possono stabilire le regole — o violarle — più di altri?

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L'Iraq dopo gli americani

L’identità del paese è più robusta delle letture che lo ritengono un’invenzione coloniale. A differenza di quanto accade con il Libano, nel caso iracheno Usa e Iran hanno trovato un’intesa su ritiro statunitense e disarmo. I precedenti storici. Senza un’alternativa economica e politica alle milizie, l'integrazione di parte della società rimarrà un processo fragile.

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Il lato oscuro (non detto) sul Premio Nobel per la pace 2026

 

di Francesco Santoianni 

 

Tutti a sinistra ad applaudire l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, invisa a Trump. Nessuno che si ricordi del ruolo della Pillay nella guerra alla Siria quando, tanto per dirne una, accusava Bashar al Assad per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, senza spendere una sola parola su quelli commessi dai sedicenti “ribelli siriani”; stesso atteggiamento contro Geddafi, contro Maduro, contro Putin (per il quale faceva sue la bufala delle migliaia di bambini ucraini che aveva fatto rapire)…

E per i crimini commessi dall’Occidente? Con l’eccezione di quelli commessi da Israele, mai una parola contro governi o statisti ma solo una qualche richiesta di “indagini indipendenti” per singoli casi commessi, presumibilmente, da militari.

Due pesi due misure?

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China agrees to slash EU hybrid car exports in half, putting brake on trade war

The European Union and China have “reached an understanding” that will cut Chinese hybrid car shipments to the bloc by “more than a half”, in a temporary salve to trade tensions that have threatened to boil over into a full-blown trade war. Speaking after marathon trade talks in Beijing, EU trade chief Maros Sefcovic said the deal would see China slash its hybrid car exports “by several million cars” over a four-year period. “This is the first time that China has accepted to moderate its exports...

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Welcome Week 2026/2027 del Dipartimento di Architettura: tre giorni di eventi, mostre e orientamento

Welcome Week 2026/2027 del Dipartimento di Architettura

Il Dipartimento di Architettura dell'Università degli Studi di Firenze (UNIFI) si prepara ad accogliere i nuovi studenti con la Welcome Week per l'anno accademico 2026/2027, in programma dal 12 al 14 ottobre 2026. Un ricco calendario di appuntamenti, incontri istituzionali e attività sul territorio accompagnerà le future matricole alla scoperta dell'offerta formativa, dei laboratori e dei servizi messi a disposizione dall'ateneo.

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Welcome Week 2026/2027 del Dipartimento di Architettura: tre giorni di eventi, mostre e orientamento

Welcome Week 2026/2027 del Dipartimento di Architettura

Il Dipartimento di Architettura dell'Università degli Studi di Firenze (UNIFI) si prepara ad accogliere i nuovi studenti con la Welcome Week per l'anno accademico 2026/2027, in programma dal 12 al 14 ottobre 2026. Un ricco calendario di appuntamenti, incontri istituzionali e attività sul territorio accompagnerà le future matricole alla scoperta dell'offerta formativa, dei laboratori e dei servizi messi a disposizione dall'ateneo.

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Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno

Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non.

Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.

Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico.

Le nuvole non stanno in cielo

Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici.

La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.

[immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]

Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente.

Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione.

Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.

Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.

Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti.

Il cielo sopra l’Italia

Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».

Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali.

Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti.

Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto a qualche anno fa, e che prospetta  ulteriori aumenti fino a migliaia di megaWatt di potenza annua per una singola istanza.

A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate  «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto.

La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.

A chi vanno le fette di torta?

Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista.

In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti.

Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, ma non l’ideologia di fondo.

Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona.

Ma poi, a cosa servono tutti questi centri superpotenti? Sono davvero così essenziali? A chi?

Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.

Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?

Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?

Granelli di sabbia negli ingranaggi

Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI» 😉 sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.

Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali.

Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e militare.

In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense.

Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+.

Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio.

Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.

Rho, 3 ottobre 2026

Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.

Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito.

Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti.

Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.

Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:

Giovanna Sissa, Le emissioni segrete

Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale)

Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)

la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026

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L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.

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Hanno Regalato Una STAMPANTE 3D al Museo, e dell'OGGETTISTICA INTERESSANTE! #unboxing #reaction

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Ho ricevuto in dono da Dario una meravigliosa stampante 3D, che metteremo in funzione al Museo dell'Informatica Funzionante e ci sara' estremamente utile per i nostri lavori di restauro e riparazione!

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TERRA DI NESSUNO: Napoli Stazione ci siamo messi a camminare qui… e la situazione è surreale

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Siamo andati a fare un giro attorno alla Stazione Centrale di Napoli per mostrare ciò che spesso non viene raccontato sui canali turistici.

È domenica mattina e già uscendo dalla stazione la situazione è surreale: marciapiedi completamente occupati da venditori abusivi, cibo conservato senza alcuna norma igienica venduto sui teli a terra, merce di dubbia provenienza e sguardi costantemente all'erta.

Questa è la prima cosa che accoglie i viaggiatori diretti in centro o verso gli hotel. Le forze dell'ordine intervengono, ma arginare il fenomeno sembra una corsa contro i mulini a vento. Guarda il video fino alla fine per capire com'è davvero la situazione in queste strade.

A pochi passi dai binari e dalle strutture ricettive frequentate quotidianamente da migliaia di pendolari e turisti, la situazione appare fuori controllo: mercati abusivi sui marciapiedi, cibo deperibile venduto a terra in condizioni igieniche precarie, merce contraffatta e presunta refurtiva.

Abbiamo documentato anche il lavoro della Polizia Locale, costretta a presidiare un’area sempre più complessa dove il confine tra degrado urbano e illegalità diffusa rende difficile qualsiasi intervento risolutivo. Come può una delle principali porte d'accesso della città rimanere intrappolata in questo stato di abbandono quotidiano?

📌 Lascia la tua opinione nei commenti: hai mai vis
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Quando i bordi non tornano

Da lontano, una stella sembra un punto netto nel cielo. Se riuscissimo a distinguerne il disco, però, vedremmo che non ha contorni così decisi: la sua luce sfuma dal centro verso il bordo, facendosi lentamente più tenue. Una sfumatura ben nota, ma che nuove osservazioni mostrano diversa da quanto prevedono i modelli delle atmosfere stellari.

A misurarla con grande precisione è stato un gruppo di ricerca guidato da Narsireddy Anugu, del Center for High Angular Resolution Astronomy della Georgia State University, usando il Chara Array sul Monte Wilson, in California. Lo studio, pubblicato il mese scorso su The Astronomical Journal, prende in esame 31 stelle evolute e confronta il modo in cui la loro luminosità cambia dal centro al margine del disco in due diverse bande dell’infrarosso. Il fenomeno si chiama limb darkening, o oscuramento al bordo, e dipende da quanto in profondità riusciamo a “guardare” nell’atmosfera della stella. Verso il centro del disco, la nostra linea di vista entra quasi perpendicolarmente nell’atmosfera stellare e la luce che riceviamo arriva da regioni più profonde e calde. Avvicinandoci al bordo, invece, lo sguardo diventa sempre più radente e intercetta soprattutto gli strati più esterni, dove la temperatura è più bassa: è per questo che il disco stellare appare più luminoso al centro e sfuma progressivamente verso i margini. Quanto sia marcata questa sfumatura dipende anche dalla lunghezza d’onda alla quale osserviamo la stella.

Le 31 stelle osservate con il Chara Array nel vicino infrarosso, a 1,6 micrometri, mostrano tutte il caratteristico limb darkening: la luce è più intensa al centro, dove vediamo regioni più calde, e si attenua verso il bordo, più freddo. I colori indicano l’intensità relativa, mentre accanto a ciascuna stella è riportato il raggio espresso in raggi solari. Le immagini sono mostrate alla stessa scala relativa. Crediti: Georgia State University/Chara Array

È qui che le nuove misure cominciano a discostarsi dalle previsioni: le osservazioni di Chara sono state effettuate simultaneamente nelle bande H e K dell’infrarosso, centrate rispettivamente attorno a 1,6 e 2,2 micrometri. Alle lunghezze d’onda maggiori l’oscuramento al bordo dovrebbe diventare meno pronunciato, come previsto dai modelli di atmosfera stellare. Ed è proprio quello che mostrano le osservazioni, insieme a un’altra tendenza: il limb darkening è meno marcato nelle stelle con temperature superficiali più elevate. Ma c’è un problema: nel campione osservato, il limb darkening diminuisce tra le due bande di quasi il 40 per cento, molto più di quanto prevedano i modelli. La direzione del cambiamento è quella attesa, ma la sua intensità no.

La differenza non riguarda soltanto un dettaglio dell’aspetto delle stelle: il modo in cui la luminosità varia dal centro al bordo porta infatti informazioni sulla distribuzione della temperatura e sull’opacità negli strati dell’atmosfera stellare e misurarlo direttamente offre quindi un banco di prova per verificare quanto bene i modelli descrivano la struttura delle stelle. Facile a dirsi, meno a farsi. Anche le stelle relativamente vicine sono così lontane da apparire nella maggior parte dei telescopi come puntini luminosi. Chara riesce a spingersi oltre grazie all’interferometria: combina la luce raccolta da sei telescopi distribuiti sul Monte Wilson, raggiungendo un potere risolutivo impossibile per ciascun telescopio preso singolarmente. Invece di produrre una fotografia convenzionale del disco stellare, misura come cambia il segnale interferometrico al variare della distanza fra i telescopi, permettendo di ricavare sia il diametro angolare della stella sia il profilo con cui la sua luminosità diminuisce verso il bordo.

Due modelli di Procyon, una delle stelle più brillanti del cielo e la principale della costellazione del Cane Minore, osservata a diverse lunghezze d’onda nel vicino infrarosso. In entrambi i casi la stella appare più luminosa al centro e più debole verso il bordo, il caratteristico effetto di limb darkening. Le misure del Chara Array mostrano però che questa sfumatura dal centro al margine è più marcata alle lunghezze d’onda più corte. Crediti: Georgia State University/Chara Array

Il confronto è particolarmente interessante perché riguarda stelle evolute, con atmosfere più estese e complesse rispetto a quelle di stelle come il Sole. Proprio per questo, descriverne con precisione il profilo di luminosità è una prova impegnativa per i modelli di atmosfera stellare. Gli autori ne hanno messi alla prova diversi, ma nessuno riesce a riprodurre del tutto quanto rapidamente il limb darkening cambia con la lunghezza d’onda. Conoscere bene il limb darkening serve anche fuori dallo studio delle atmosfere stellari. Quando un esopianeta transita davanti alla propria stella, infatti, non attraversa un disco uniformemente luminoso, ma la quantità di luce che nasconde cambia a seconda della zona del disco che sta coprendo e i modelli delle curve di transito devono tenerne conto per ricavare con precisione le proprietà del pianeta. Le stelle analizzate in questo studio non sono però quelle più comunemente cercate nelle osservazioni di transiti, per cui il prossimo passo sarà ampliare il confronto a stelle di sequenza principale e osservare il limb darkening su un intervallo di lunghezze d’onda ancora più ampio, dal visibile all’infrarosso.

Se anche lì la luce continuerà a sfumare diversamente da quanto previsto, saranno i modelli a dover mettere meglio a fuoco i bordi delle stelle.

Per saperne di più:

 

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Ken Paxton’s Security for Travel Cost Taxpayers Millions. Just 1 in 6 of His Trips Had a Stated Business Purpose.

An illustration depicts a man in a suit in the foreground, flanked by groups of security guards in suits, with commercial airplanes in flight above mountains and tropical trees in the background.
Illustration by Joel Kimmel for ProPublica and The Texas Tribune. Reference image: ZUMA Press Wire/Reuters Connect.

In the summer of 2023, after he was impeached on charges of abusing his office for personal gain, Texas Attorney General Ken Paxton was suspended and barred from conducting any official business for more than three months while awaiting trial in the state Senate.

So, he traveled.

Paxton, a Republican who is now running for U.S. Senate, took at least 17 trips over three months, including to resort destinations Park City, Utah, and Vail, Colorado. He visited the Oklahoma town where he owns a vacation lodge and a Utah community with a golf resort, where he later bought four condominiums.

State police joined him each time, costing taxpayers tens of thousands of dollars for trips unrelated to his job as attorney general. The Texas Senate ultimately acquitted him on the impeachment charges.

But Paxton’s use of the taxpayer-funded detail did not begin or end there. In fact, it stands out compared with his predecessor, fellow elected officials in Texas and other state attorneys general, ProPublica and The Texas Tribune found.

Paxton has traveled frequently out of state while listing little on his official calendar, The Associated Press reported last week. ProPublica and the Tribune’s analysis, which included reviewing every publicly available document Paxton’s office says it possesses about his travel, discloses for the first time how few of his trips had a listed business purpose: just 1 in 6.

It also found Paxton’s security has cost taxpayers far more than has previously been reported.

Since assuming office in 2015, Paxton has taken nearly 1,000 trips with a state-funded security detail, costing $3.3 million. The newsrooms’ review of Paxton’s travel records, obtained through the state’s Public Information Act, could only connect 138 of those trips and $553,000 in security costs to state business.

Records detailing the purpose of Paxton’s visits to 36 states and 19 countries do not appear to exist in most cases. These include a trip to a small town in Hawaii months before his family’s blind trust bought land there; 24 trips to Utah, where the trust owns five properties; and 53 trips to Florida, where Paxton and the trust have two houses and a townhome.

“If you’ve got all these extra trips, it becomes ethically and morally problematic,” said Chris Toth, former executive director of the National Association of Attorneys General, who has also criticized Paxton’s conduct on other issues. “The ethical question is whether a legitimate security function has effectively become a taxpayer-funded subsidy.”

Texas law allows the Department of Public Safety to provide security for key state leaders, including the attorney general, but does not require officials to use it. In fact, Paxton himself hasn’t used it in at least two dozen cases while traveling on official business.

Paxton has dismissed opponents’ attacks that he has used the perks of office to benefit himself and has not answered questions about how he vastly increased his wealth as a public servant.

He also did not answer detailed questions for this story. ProPublica and the Tribune sent Paxton a spreadsheet detailing travel for which there was no record that he was on state business and asked him to provide additional information if the trips were not personal. Neither Paxton nor his office provided such records. Instead, his office provided a general statement.

“Throughout his career, Ken Paxton has faced numerous security threats stemming from his courageous work as Attorney General fighting on behalf of the people of Texas,” his office said in the statement. “Those threats are a direct result of him taking on the cartels terrorizing Texans and some of the nation’s most dangerous violent criminals.”

Paxton’s office directed additional questions to DPS.

A DPS spokesperson declined to answer the newsrooms’ questions, saying the agency does not comment on its security arrangements.

A document showing a Texas Department of Public Safety expense report listing out-of-state and in-state executive protection travel costs for the attorney general in the fourth quarter of fiscal year 2023.
Logs from the Texas Department of Public Safety security detail assigned to Attorney General Ken Paxton show multiple out-of-state trips while he was suspended from office in 2023. Obtained and highlighted by ProPublica and The Texas Tribune

An Outlier Among Peers

To analyze Paxton’s travel, ProPublica and the Tribune reviewed DPS logs for his security detail and records from the attorney general’s office, including airfare and lodging receipts, per diems and his daily calendars.

The records available for his predecessor, Greg Abbott, show a stark difference: Abbott traveled mostly within the state as attorney general, and his security cost $203,000 during his last three years in the office. Adjusted for inflation, Abbott’s security detail cost $7,400 per month. Paxton’s has averaged $24,300.

Because the state keeps records only for a limited time, Abbott’s travel expenses and his daily calendars as attorney general no longer exist, so the news organizations could not determine how many of his trips were for business.

Records are available, however, for Abbott’s security costs as governor and for Lt. Gov. Dan Patrick. Both are also offered state police security and have been in their current roles as long as Paxton.

When compared, the records show Paxton has taken 82 more out-of-state trips with a security detail than Abbott and nearly as many as the governor and lieutenant governor combined.

Though DPS security detail records are available for state leaders’ full tenure, Abbott’s office only provided calendars that document business-related activity for his first six years in office. More than two-thirds of the governor’s international trips during those years had a listed business purpose, compared with just two of 25 for Paxton during his full tenure. The governor’s office said it planned to release the remaining five years on Tuesday but only provided five months, saying it needed more time.

The attorney general’s records do not show a business purpose for travel to Albania, Aruba, Australia, Costa Rica, the Czech Republic, the Dominican Republic, England, Estonia, Finland, Greece, Hungary, Italy, Malta, Mexico, Poland, South Africa or Taiwan.

The share of Paxton’s travel with a documented business purpose peaked early in his tenure, in 2018 and 2019, at 30%, the newsrooms’ analysis found. That aligns with the governor’s share of business travel during that period.

Since then, Paxton has taken fewer trips that are documented as state business while increasingly traveling out of state. Last year, just five of Paxton’s 91 trips with the security detail had a listed business purpose. Forty-one were outside Texas.

In some cases, Paxton has taken business trips without a DPS detail, an analysis of records from the department and the attorney general’s office shows. They include a 2019 meeting in Nashville, Tennessee, with that state’s attorney general to discuss opioid litigation and a 2021 visit with unnamed U.S. senators in North Carolina. There is also no record of Paxton taking the detail on political fundraising trips to Florida and the Bahamas.

But Paxton has traveled with security to other campaign-related activities, including one that came just two days after he was acquitted in the impeachment trial. Paxton boarded a Maine-bound private plane owned by a North Texas businessman to tape an episode of Tucker Carlson’s show, according to campaign finance records. During the interview, he hinted that he’d challenge U.S. Sen. John Cornyn in the 2026 Republican primary.

“Everything is on the table for me,” Paxton said when Carlson suggested he should run.

In his interview with Carlson, Paxton said it was unfair that he was automatically suspended before he could clear his name. He said he was eager to get back to work and that he was “reenergized to do the things the voters sent me to do.”

Paxton should pay for his own security on trips where there is no benefit for Texans, like vacations and campaign events, said Richard Briffault, a professor at Columbia Law School who has written about government ethics.

“There’s no reason for the taxpayers to be paying for things that they would not be paying for if he had stayed home,” Briffault said. “That’s a misuse of public funds.”

State officials said there are no records of Paxton or his campaign reimbursing Texas for security costs.

Of the 10 most populous states, Texas and New York confirmed that they provide security for their attorneys general, while Florida law allows its top lawyer to receive a detail upon request. North Carolina does not. Attorneys general offices for the remaining six states did not respond to requests for comment.

Former Oregon Attorney General Ellen Rosenblum said she never used a security detail during her 12 years in office, which ended in 2024. The Democrat said that Paxton’s higher profile might create a greater need for protection, but his extensive out-of-state travel without a documented business purpose raises questions about his workload.

“Was he minding the store? There’s a lot of work to be done at the office,” Rosenblum said.

Travel and Real Estate

Some of Paxton’s travel to four states with a security detail has overlapped with locations where he or his family’s trust has purchased 10 properties since 2021. A recent ProPublica and Tribune analysis found he owns or co-owns 15 properties with a market value of about $11 million.

In June 2021, Paxton attended an attorneys general conference in Maui. The security detail listed the destination as Lahaina, a small community on the Hawaiian island’s west coast. Four months later, Paxton’s family trust purchased an oceanview lot in a residential neighborhood there for $410,000, land records show.

The 7,000-square-foot lot remains vacant but has proved to be a savvy investment, now assessed at $1.2 million by Maui County.

Paxton set up the trust with his estranged wife, State Sen. Angela Paxton, who declined to be interviewed but said through a spokesperson that she has not been involved in her husband’s business dealings since 2024, when she filed for divorce. The Paxtons’ friend, Chip Loper, runs the trust. He did not respond to requests for comment.

Paxton has also gone to the Salt Lake City area 19 times, twice for listed business purposes. He visited three times — once on business — in the months leading up to his family trust’s July 2021 purchase of a plot in the ski town of Eden. The trust bought a mountainside lot on about two-thirds of an acre for $315,000 in cash, the seller told the newsrooms. It also remains undeveloped.

During his suspension in August 2023, Paxton visited St. George, Utah, a small city in the state’s southwest corner. Nearby is the Black Desert Resort, which hosts an annual PGA Tour golf tournament. Paxton purchased one condo at the resort in 2025 and three more in February. Paxton took out mortgages totaling $1.9 million for them, according to legal documents filed with the local county.

Paxton has visited Florida more than any other state, 53 times. Two of those trips have a documented business purpose. Between 2021 and 2022, Paxton purchased two homes in Ocala, known for its horse breeding industry, and a townhome in Dunedin, on the Gulf of Mexico near Tampa.

Paxton also traveled with the detail twice to Broken Bow, Oklahoma, where he purchased a $1.5 million vacation lodge in 2022. He visited in June 2023, during his suspension. Then again the following December. He traveled to the neighboring town of Idabel in 2023 and 2024. None of the trips had a listed business purpose.

Records that show travel with a security detail do not list the attorney general’s name but rather the position. State officials familiar with the travel records said the two temporary attorneys general appointed during Paxton’s suspension did not take the trips listed on the state police travel logs.

The attorney general’s office has said that Paxton’s work to secure large legal settlements with drugmakers and tech companies requires routine travel. Such travel is noted in calendars reviewed by ProPublica and the Tribune. Even so, more than 800 trips lack a documented business purpose.

Paul Nolette, a Marquette University political science professor who studies attorneys general, said that the role has become more expansive in recent years as states increasingly collaborate on big lawsuits. That could lead to more travel, he said. Nolette added these officials deserve occasional vacations like everyday Americans.

But given repeated accusations from Democrats and Republicans alike about Paxton’s ethics, Nolette said it is difficult to give him the benefit of the doubt that he’s constantly working while leaving the state so frequently.

“It just raises more red flags about how he’s using the office to do things that may not give the best bang for the buck for Texans,” Nolette said.

Paxton has not commented publicly about his use of the taxpayer-funded detail. During a podcast interview in November, Houston lawyer Tony Buzbee, who led his impeachment defense, asked the attorney general where he liked to travel.

“I love Jackson Hole. I like Park City. I like the mountains. I also like beaches,” Paxton responded. “I like places in Florida, places in California, even though I don’t like to admit I go to California. But it’s beautiful to see them.”

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Premio Tesi di Dottorato Città di Firenze 2025: premiati sei giovani ricercatori

Si è svolta nell'Aula magna del Rettorato dell'Università di Firenze la cerimonia di consegna del Premio Tesi di Dottorato Città di Firenze 2025, l'appuntamento promosso dall'Ateneo fiorentino attraverso la casa editrice Firenze University Press (FUP) e in stretta sinergia con il Comune di Firenze. L'iniziativa nasce con l'obiettivo di dare risalto all'eccellenza dei percorsi di dottorato e favorire un dialogo costante tra mondo della ricerca, istituzioni locali e comunità.

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Premio Tesi di Dottorato Città di Firenze 2025: premiati sei giovani ricercatori

Si è svolta nell'Aula magna del Rettorato dell'Università di Firenze la cerimonia di consegna del Premio Tesi di Dottorato Città di Firenze 2025, l'appuntamento promosso dall'Ateneo fiorentino attraverso la casa editrice Firenze University Press (FUP) e in stretta sinergia con il Comune di Firenze. L'iniziativa nasce con l'obiettivo di dare risalto all'eccellenza dei percorsi di dottorato e favorire un dialogo costante tra mondo della ricerca, istituzioni locali e comunità.

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Scioperi, assemblee e occupazioni. La Francia agita le scuole italiane

di Shendi Veli da il manifesto

Sei gli istituti occupati tra Roma e Torino. Scioperi a Cagliari, Brindisi e Caserta per edifici fatiscenti e didattica irregolare. All’orizzonte una data di convergenza europea

Il termometro delle scuole italiane registra un aumento della temperatura. L’onda lunga delle mobilitazioni francesi ha alimentato il confronto in molti istituti, dando vita a diverse iniziative di protesta. A Roma sono già tre le scuole occupate: i licei Cavour e Tullio Levi Civita e l’istituto tecnico Lattanzio. A Torino le occupazioni coinvolgono il liceo Regina Margherita e gli istituti Giulio e Lagrange.

Nel resto d’Italia gli studenti scioperano e manifestano davanti alle scuole. A Cagliari, quelli del Pertini sono restati fuori dalle aule per due giorni, dopo aver scoperto la presenza di topi nell’edificio. A Brindisi, lo sciopero e il presidio davanti all’Iiss Majorana hanno convinto l’ufficio scolastico ad accordare un incontro ai manifestanti, che denunciano le pessime condizioni degli edifici e un’organizzazione didattica irregolare, tra carenza di docenti e orari che cambiano ogni giorno.

A Caserta, gli alunni dell’istituto Mattei sono scesi in corteo contro l’abbattimento dell’edificio scolastico, dichiarato inagibile: la conseguente distribuzione delle classi in tre strutture sparse per la città ha provocato numerosi disagi. A Roma, fumogeni e striscioni hanno accompagnato il presidio davanti al liceo Primo Levi. A Tivoli, gli studenti dell’Itis Alessandro Volta hanno scioperato per tre giorni consecutivi, mentre quelli del Fermi hanno proclamato uno sciopero per il 9 ottobre.

Molte scuole della rete Osa, da Siracusa a Bologna, stanno promuovendo uno sciopero studentesco per il 16 ottobre, giorno in cui scenderanno in piazza a Roma anche i ragazzi del Coordinamento dei collettivi autonomi. La Rete degli studenti medi ha invece annunciato la partecipazione alla manifestazione «La via maestra», indetta dalla Cgil per il 17 ottobre, con l’obiettivo di portare nel corteo i temi della scuola.

Le condizioni degli edifici e la precarietà dell’organizzazione scolastica sono soltanto alcuni dei nodi sollevati dagli studenti. Al centro delle proteste c’è soprattutto l’opposizione alla guerra e alle politiche di riarmo. A questa si affiancano la questione abitativa, il carovita e la denuncia di politiche governative sempre più repressive, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

«Guardiamo a quello che sta succedendo in Francia, ma anche in Spagna, con grande interesse», racconta Niccolò, del liceo Cavour di Roma. Gli studenti italiani, spiega, condividono con i loro coetanei europei tanto i problemi quanto gli strumenti di lotta, dall’uso dei social alla presenza nelle piazze. «Siamo parte di una generazione poco compresa, sia nelle difficoltà che affronta sia nelle forme attraverso cui si esprime» continua Niccolò. «Quello digitale è il mondo in cui siamo nati», osserva Niccolò. Anche gli aspetti più goliardici, dai meme ai balletti davanti alla polizia, appartengono a questo universo comunicativo.

La dimensione europea delle proteste potrebbe presto tradursi in un’iniziativa comune. Il 20 novembre, data dello sciopero studentesco internazionale, potrebbe diventare questa volta un’occasione di mobilitazione da costruire insieme alle reti degli altri paesi. Diversi collettivi stanno già avviando contatti in vista di una possibile convergenza.

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An Arizona County’s “Housing Hub” Is a Dead End for Many Homeless Families

A young child wearing pajamas looks out the window as she opens the curtains to let light into a hotel room.
A 12-year-old child opens the curtains of a hotel room in Tempe, Arizona, where she, her mother and four siblings were staying earlier this year while experiencing homelessness. The room was funded in part by AZ Hugs, which helps families with emergency shelter.

A decade ago, nonprofit leaders in Arizona’s most populous county boasted that they had created the Amazon of homeless service systems. Families in crisis would no longer have to contact a dozen agencies in search of shelter or housing. A single system could point them to help.

But for all the hype, this system has become a dead end for many families. A 2023 evaluation found 94% of people who were assessed for housing help by the system didn’t receive it. And that didn’t account for parents who were unable to connect with a worker to see if they qualified for assistance.

Families say it hasn’t improved.

In interviews, 30 families that are homeless told ProPublica that calling the hotline, meeting with outreach workers or showing up at shelters rarely results in offers of help. Some families said they called 211 multiple times without being connected to the homeless response system for families, known as the Family Housing Hub. Others, who said they were sleeping in cars or outdoors, said they couldn’t get a spot on the waitlist for shelter.

The system has returned to what it was a decade ago, with families calling as many shelters as they can, repeating the very situation the hub was intended to fix.

Those who did make it onto the hub’s waitlist said they were left guessing how long it would take to get help. Some said operators told them to sleep in their cars.

Vanessa Lopez said she experienced this frustration after leaving a hostile relationship in the spring. While she and her two children stayed with a friend, Lopez said she repeatedly contacted 211, which functions as a referral service for the hub, hoping it would lead to shelter for her family.

Her friend eventually asked them to leave. Overwhelmed by the stress of not knowing where to take her family, Lopez took a leave from her job. By then, she said, she’d called 211 at least five times.

Yet no matter how dire her situation became, it still took months to get on the waitlist for shelter. During one call she said she broke down in tears, frustrated that others seemed to get help but she could not. She wondered if she needed to be addicted to drugs to receive assistance.

“It’s not me telling you no,” she said the operator told her. “It’s the system.”

Monique Lopez, the CEO of United Methodist Outreach Ministries, known as UMOM, which runs the Family Housing Hub and the shelter waitlist, acknowledged the frustrations of people like Vanessa Lopez (no relation). But before UMOM offers callers shelter or a spot on the waitlist, the organization first tries to help them find other options.

“We don’t start the conversation with, ‘Hey, do you want to get on the shelter waitlist?’” Monique Lopez said. “It really is ‘Let’s try to figure your situation out first.’”

Lopez attributed some frustrations to the number of organizations offering assistance through the hub. Each shelter has its own rules, and some families may not meet the requirements of every program.

To address the confusion, UMOM updated its website to provide more information about the homeless response system for families, she said. The federally funded system, known as Coordinated Entry, mandates that providers use an assessment to prioritize scarce housing.

“It’s not me telling you no. It’s the system.”

211 operator

But families told ProPublica that the process in Maricopa County often leaves them confused and hopeless. Family homelessness in the county has risen to its highest level in more than a decade, while every shelter is full and housing vouchers are scarce. In 2025, there were 630 units of shelter and transitional housing for families in the county, down from 769 the year before, according to the most recent federal data.

Monique Lopez acknowledged that family shelters are full, leaving few good options. “People are living in unsafe and unstable situations while waiting just to get into emergency shelter,” she said.

The process, experts said, shouldn’t leave people wondering if there is help and what it takes to get it.

“You have to have some kind of method for setting priorities when there aren’t enough resources to go around,” said Marybeth Shinn, an expert on family homelessness at Vanderbilt University. “The process should be transparent. People should know if they’re on a waitlist.”


UMOM and other Maricopa County nonprofits launched the Family Housing Hub in 2014, after years of planning and strategizing over how to end family homelessness in the county that is home to Phoenix. As they envisioned it, families would meet with a worker at UMOM who could match them with the best solution for their situation.

At the time, there was a national push to create these local systems. The U.S. Department of Housing and Urban Development in 2012 asked communities to establish a Coordinated Entry system. By 2018, the agency required it in order to receive housing and homelessness grants. The mandates coincided with a Barack Obama-era plan to end family homelessness by 2020. (That did not happen.)

Experts said the systems were set up without evidence they would be effective. When researchers did look at Coordinated Entry — in a 2021 study of single adults — they found issues similar to those now faced by families in Maricopa County, including concerns about fairness and a lack of transparency. People didn’t understand the screening process and generally received vague explanations about how their information would be used to decide if they would get help.

As Maricopa County nonprofit leaders developed their system for families, they also pledged to provide a “rapid response without waiting lists” to immediately meet the needs of any family asking for help.

A woman wearing a backpack sits at a picnic table under a gazebo while several men and women wait in a line to be served food by two volunteers.
People line up at what is known as “The Hill” in Tempe, Arizona, to receive food from volunteers with the organization AZ Hugs, which serves unhoused residents throughout the city.

The county saw a decline in family homelessness from 2015 to 2019. But then the numbers began to rise, even as the stock of emergency shelter increased. During the COVID-19 pandemic, efforts to address the problem began to fray. The group of nonprofit leaders, which called itself “Standing Strong for Families,” stopped meeting regularly. Arizona, along with other Sun Belt states, also saw an increase in housing prices. With one of the lowest supplies of housing for low-income people in the country, eviction filings began to soar.

By 2023, only 6% of families that were assessed by Maricopa County’s homeless response system received help with permanent housing, according to an analysis of three years of enrollment data from the system and interviews with providers and people who had sought housing assistance.

The evaluation, by Homebase, a nonprofit consulting group, was requested and paid for by the Maricopa Association of Governments, which provides staffing for the regional response to homelessness.

Homebase concluded the system for single adults who are homeless was accessible, but the family system was not. Across the system, auditors said, families encountered a “breakdown in communication” and a “lack of transparency.”

Ashley Oakley, UMOM’s chief development officer, said in a statement that the evaluation reflects a gap between the need in the community and the housing that’s available. Oakley called it “one of the biggest challenges” facing those who are working on family homelessness in Maricopa County.

To decide who gets onto the housing list, workers with the Family Housing Hub conduct an assessment of vulnerability, which assigns a score based on how long a person has been homeless and whether they have a disability. That score helps determine eligibility and priority for housing programs, Oakley said.

Nonprofit leaders recently developed a new evaluation. Before it was implemented over the summer, testing had showed it didn’t fully account for the vulnerabilities of families and needed more changes. Now, for example, households with children under 6 receive a higher score, making it more likely they can get help.

Any family sleeping in a place not meant for “habitation” or in a dangerous situation is eligible for shelter, said UMOM’s Oakley. To remain on the shelter waitlist, families must check in weekly and say where they slept the previous night. Staying in a hotel for a night should not “by itself” remove a family from the waitlist, Oakley said.

But families told ProPublica that they had been removed from the waitlist because they stayed in a hotel. (UMOM said it is reviewing its process to make sure check-ins are handled “consistently.”)

Families in dire situations may not get help, said Richard Southee, a regional executive director at Central Arizona Shelter Services, the largest shelter provider in Arizona. Southee also works on a committee that oversees Maricopa County’s response to homelessness.

That’s in part because the federal government has focused funding on more noticeable forms of homelessness, such as people living in encampments. Homeless families are typically less visible and move more frequently. They couch surf, stay in hotels or do other things to avoid drawing the attention of the Arizona Department of Child Safety. Child welfare officials sometimes consider a lack of shelter to be evidence of child neglect, along with other factors.

“We’re deciding who’s going to be at the back of the line, and we as a nation really have said people who are not chronically homeless are going to be at the back of the line,” Southee said. “You have to stay homeless to get to the front, and that’s a design choice.”

Felicia Vela and her two children were kicked out of a guest house they were renting in February, text messages from that time show. She said she searched online for help and was repeatedly directed to 211 for “emergency shelter,” which she called at least twice and explained her situation: She had stashed her belongings in a storage unit, text messages show, and was staying at a hotel that she couldn’t afford for much longer.

There was nothing immediately available, she said operators told her, with one saying the waitlist was closed and the other telling her it could take six months to a year to get shelter. (UMOM said to protect the privacy of clients, it does not comment on individual families. The organization also said that the waitlist does not close.)

When Vela didn’t have anywhere to go, she slept in her car while her children stayed with a friend. She tried to make extra money by donating plasma, but her blood pressure was too high.

Vela, who works a warehouse job, moved into an apartment with the help of a local nonprofit that is not associated with the hub, but she’s now fallen behind on rent and is facing eviction. Her car broke down, and she can’t get to work. She started calling 211 again, seeking rental assistance.

“It’s like I can’t get a break,” she said.


Every January, volunteers in cities across the country spend one night trying to count people who are homeless. In Maricopa County, the 2026 count showed the number of people in homeless families, at 2,103, was the highest it had been since 2015. The survey is considered an undercount, especially for families.

Over the summer, the waitlist for shelter ballooned to more than 200 families. It takes about seven weeks for those on the list to get shelter, according to UMOM.

Some families interviewed by ProPublica said they waited longer. And more people are entering the system than leaving it, delaying help for newly homeless families.

In Maricopa County, 139 units of shelter for families closed from 2024 to 2025, after COVID-19 pandemic relief funds expired. The state also cut $867,000 in funding to help families get into housing quickly. It had helped about 40 families.

As families wait, they have searched for other ways to access the homeless service system.

Some go to one of the city of Phoenix’s heat relief centers, inside a 21,000-square-foot former charter school. City officials said the number of families seeking help has doubled from a year ago. Some families said they were able to immediately get shelter through the workers there.

After city officials learned a local advocate, Austin Davis, was sending families to the center to receive shelter, he said they asked him to stop sending families.

Davis runs a local nonprofit that helps families like Vela’s find emergency shelter. He said his interactions with hundreds of families over the past year have shown the official channels to shelter are “too complicated.” Calling weekly to stay on the waitlist is time-consuming. The families are already managing day-to-day responsibilities while trying to resolve an overwhelming personal crisis, he said.

“The system is really designed to run people in circles until they either give up or hit enough roadblocks where they can’t continue,” Davis said.

Davis crowdsources donations to put the families in hotel rooms on and off for days, weeks or sometimes months.

A woman and young child hug each other while sitting on the bed in a hotel room. Their hair obscures their faces, and the child is wearing pajamas.
Ebony embraces her daughter inside the hotel room where she was staying with five of her kids.

Ebony, a single mother of six who has breast cancer, needed longer-term help. She lost her job as a security guard this year after a chemotherapy treatment caused her to faint as she was about to begin her shift, she said.

In April, she lost her apartment. Ebony, who asked that her last name not be used to protect future job opportunities, said she called every number she could find looking for help, including 211. Eventually she was placed on the waitlist, but that didn’t solve her immediate problem of where to sleep.

She and her children stayed in hotel rooms until she ran out of cash. Then, she said, the family slept in an alley.

If a mother with breast cancer and young children sleeping outside was not vulnerable enough to get help, she wondered, who was?

The next day, she connected with Davis, who helped her pay for weeks of shelter. Then one morning she texted Davis with some good news.

She had met a pastor who helped her get into a local housing program. But she needed help for a few more days, until she could move into her new apartment.

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Premio Nobel all'ex Alta commissaria Navi Pillay che ha denunciato il genocidio a Gaza

 

Dopo il livello più basso toccato nella sua storia l'anno scorso con lo scempio dell'assegnazione alla golpista di estrema destra venezuelana Maria Corina Machado (che l'ha dedicato al criminale di guerra Trump), il Comitato del Premio Nobel per la pace doveva fare uno scatto di dignità quest'anno per riprendere un minimo di credibilità. E con l'assegnazione a Navi Pillay - ex Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHCR) - ci è stato.

Vi riprponiamo la traduzione di seguito di una sua bella intervista a The New Arab del dicembre 2022 sulle indagini sull’illegalità dell’occupazione israeliana, dei doppi standard nel diritto internazionale e della sua esperienza nella lotta all’apartheid sudafricano.

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Intervista a Navi Pillay, presidente dell’inchiesta dell’UNHRC sulle violazioni dei diritti umani in Palestina


di Ibtisam Azem*

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Nel maggio 2021, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha istituito una commissione d’inchiesta internazionale (COI), “per indagare, nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), compresa Gerusalemme Est, e in Israele, su tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e sugli abusi del diritto internazionale dei diritti umani che hanno preceduto e seguito il 13 aprile 2021”. A presiedere la COI è stata nominata Navanethem Pillay, avvocata sudafricana di spicco per i diritti umani, ex giudice e Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani.

In un’intervista esclusiva con Ibtisam Azem, corrispondente senior di Al-Araby Al-Jadeed (sito arabo gemello di The New Arab) presso le Nazioni Unite a New York, Pillay ha discusso dell’ultimo rapporto e degli attacchi alla Commissione.

 

Ibtisam Azem: La COI da lei diretta ha concluso nel suo ultimo rapporto di ottobre che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale secondo il diritto internazionale, a causa della sua durata e delle politiche di annessione de facto e de jure del governo israeliano. Si tratta di un cambiamento nella discussione del problema e, se sì, quali sono le sue ripercussioni?

Navanethem Pillay: Si tratta di uno spostamento della discussione nel luogo più importante, ovvero l’ONU, l’organo decisionale. Non è una novità per la società civile e per i palestinesi. Le nostre raccomandazioni sono state di deferire la questione dell’illegalità dell’occupazione alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

Gran parte del discorso finora è stato incentrato sull’adesione di Israele alle leggi internazionali che regolano l’occupazione del territorio, insieme al diritto internazionale sui diritti umani applicabile. Dopo aver constatato, nel nostro primo rapporto, che erano la continua occupazione e la discriminazione dei palestinesi a guidare il conflitto, nel nostro secondo rapporto all’Assemblea Generale abbiamo portato avanti questo discorso, cioè ci siamo chiesti se l’occupazione stessa fosse ormai illegale.

Ci sono ragionevoli motivi per concludere che sia illegale, a causa della sua durata e delle azioni intraprese da Israele per annettere parti della terra, de facto e de jure. Tali azioni includono sgomberi, deportazioni, trasferimenti forzati di palestinesi all’interno della Cisgiordania, espropriazioni, saccheggi, sfruttamento della terra e delle risorse naturali vitali, restrizioni alla circolazione e il mantenimento di un ambiente coercitivo nei confronti dei palestinesi, con l’obiettivo di frammentare la società, incoraggiare l’allontanamento dei palestinesi da alcune aree e far sì che essi non siano in grado di soddisfare il loro diritto all’autodeterminazione.

Abbiamo anche concluso che alcune politiche possono costituire crimini di guerra, come il trasferimento di parti della popolazione israeliana nel territorio occupato attraverso il programma di insediamento, e i crimini contro l’umanità della deportazione e del trasferimento forzato.

Tali azioni e politiche non possono rimanere senza attenzione. Dato il chiaro rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione e di rispettare gli obblighi internazionali, era necessario un cambiamento nella conversazione, passando da una discussione su come Israele dovrebbe rispettare le leggi dell’occupazione al riconoscimento che l’occupazione stessa è illegale e che ci devono essere conseguenze legali e obblighi per gli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

Si tratta quindi di un approccio drammatico che abbiamo portato per la prima volta nelle sale dell’Assemblea Generale.

I.A.: Quanto è significativo che la Corte Internazionale di Giustizia indaghi su questo?

N.P.: È estremamente significativo e lo accogliamo con favore, anche se devo notare che la risoluzione deve ancora essere adottata dalla plenaria dell’Assemblea Generale questo mese. Tuttavia, il voto di 98 Paesi a favore, con 52 astensioni e 17 contrari in quarta commissione, dimostra che la maggioranza degli Stati membri riconosce che la situazione attuale non può rimanere senza risposta.

Abbiamo bisogno di chiarimenti sulle conseguenze legali del rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione. Vogliamo che la Corte chiarisca quali sono gli obblighi degli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

I.A.: Sin dal momento della sua istituzione, la COI è stata attaccata. Dopo aver pubblicato il primo rapporto a giugno, il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione di opposizione all’inchiesta, descrivendo il suo lavoro come “un approccio unilaterale e di parte che non fa nulla per avanzare le prospettive di pace”. Tuttavia, i Paesi occidentali sostengono altre COI su Ucraina, Siria e altro. Secondo lei, perché questo sostegno non c’è nel caso della Palestina?

N.P.: Quando ero Alta Commissaria per i Diritti Umani, abbiamo riscontrato questo tipo di doppi standard e di giustizia selettiva. Ho sempre detto che gli Stati devono applicare gli stessi standard ai loro amici e ai loro nemici. La Commissione continua a godere del sostegno della maggior parte degli Stati membri dell’ONU; per questo ritengo che ci troviamo su un piano morale elevato.

Vorrei sottolineare che i diritti umani sono universali e che il diritto internazionale si applica a tutti gli individui e a tutti gli Stati senza distinzioni. Per quanto riguarda l’accusa che questa COI non fa nulla per far progredire le prospettive di pace, sarei curiosa di sentire dagli Stati Uniti quali specifiche prospettive di pace attuali ritengono che il nostro lavoro stia ostacolando.

Per quanto riguarda i commenti sul fatto che la COI abbia un approccio unilaterale, lo hanno detto anche prima che pubblicassimo il nostro primo rapporto. Tutti gli Stati dovrebbero essere ritenuti responsabili per qualsiasi mancanza nel promuovere e proteggere i diritti umani delle persone all’interno dei loro confini. E lo stesso vale per Israele, senza eccezioni, e negli OPT, che sono sotto il suo effettivo controllo.

 

È vero che i nostri primi due rapporti si sono concentrati principalmente sulle violazioni commesse da Israele. Su mandato del Consiglio per i Diritti Umani, abbiamo scelto di affrontare innanzitutto le cause profonde e i fattori scatenanti del conflitto, che secondo noi sono l’occupazione perpetua e la discriminazione dei palestinesi.

Sia chiaro che stiamo indagando su tutti i responsabili. Questo include l’Autorità Palestinese, le autorità de facto a Gaza, così come gli atti dei gruppi armati… La nostra commissione darà voce a tutte le vittime, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dalle convinzioni politiche, perché i diritti umani sono universali.

Questo tipo di accuse rivolte a chi è critico della politica e delle pratiche israeliane non sono nuove e sono spesso utilizzate da Israele e dai gruppi pro-israeliani per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai risultati e dalle raccomandazioni emesse da vari meccanismi dedicati a esaminare la condotta di Israele negli OPT.

Così, oltre alle accuse di unilateralità, siamo stati continuamente accusati di essere antisemiti… una tattica molto efficace utilizzata per mettere a tacere qualsiasi critica alle violazioni dei diritti umani e ai crimini internazionali di Israele… Ma data l’estrema gravità della questione dell’antisemitismo, siamo seriamente preoccupati dal fatto che tali accuse finiscono per promuovere la banalizzazione dell’antisemitismo vero e proprio e l’uso crescente di accuse politicamente motivate per mettere a tacere il legittimo controllo del rispetto dei diritti umani internazionali da parte degli Stati membri.

I.A.: Vede dei paralleli con la sua esperienza nel Sudafrica dell’Apartheid?

N.P.: Èsempre rischioso confrontare due situazioni diverse. Abbiamo ricevuto numerose richieste da parte di organizzazioni della società civile di esaminare la questione dell’apartheid. Condurremo le nostre indagini e le nostre analisi legali su eventuali crimini internazionali… Il crimine dell’apartheid è molto complesso e presenta numerosi elementi che devono essere valutati.

L’analisi legale si baserà sul criterio che i dati soddisfino la definizione legale, non sul fatto che Israele e le sue politiche assomiglino a quelle impiegate dal Sudafrica dell’apartheid o da qualsiasi altro regime.

Voglio notare che diversi Paesi che hanno vissuto in prima persona gli effetti terribili della colonizzazione, della discriminazione e della negazione del diritto all’autodiscriminazione… sono stati i più forti sostenitori del nostro mandato.

I.A.: Il mandato della COI comprende la formulazione di “raccomandazioni sulle misure da adottare da parte di Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario negli OPT…”. Questo rende anche paesi, come gli Stati Uniti e altri che stanno aiutando militarmente Israele, responsabili per le violazioni dei diritti umani e potrebbero anche loro subire accuse legali?

N.P.: È un’ottima domanda, perché ci avverte della possibilità che l’Alta Corte stabilisca che l’occupazione è illegale e che gli Stati terzi abbiano l’obbligo legale di non sostenere questo atto illegale. Credo che questo sia il motivo per cui hanno paura del mandato.

È la prima volta che ciò accade in un mandato COI. È una chiara indicazione del riconoscimento da parte dell’UNHRC che gli Stati terzi hanno l’obbligo di agire per garantire il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, anche ponendo fine all’occupazione, e di mettere in discussione la loro stessa condotta nel sostenerlo.

I.A.: Molti palestinesi si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. Anche quando ci sono risoluzioni delle Nazioni Unite che fanno giustizia, la loro realtà quotidiana non cambia e non c’è fine alle loro sofferenze. In qualità di ex giudice in Sudafrica e alla Corte Penale Internazionale, di avvocato, di Alta Commissaria per i diritti umani che ha lavorato su tanti casi, cosa dice loro?

N.P.: Laquestione dell’impatto sulle vittime è molto importante. Nessuno sembra affrontarla appieno. Ho fatto l’avvocata per 30 anni difendendo, pro bono, attivisti per i diritti umani e oppositori dell’apartheid… Mentre combattevamo ogni giorno su diverse questioni relative all’apartheid, ho vissuto molti momenti difficili. Non avrei mai immaginato che ci sarebbe stato un tale cambiamento nel mio Paese durante la mia vita.

Ma i cambiamenti avvengono e il motivo principale è che la società civile ritiene inaccettabili le vestigia del colonialismo e dell’occupazione. Ecco cosa dico ai palestinesi. Spero che si ispirino, come abbiamo fatto noi, al sostegno collettivo della comunità internazionale, sia degli Stati che degli attivisti di tutto il mondo. Questo ci ha davvero fatto andare avanti. Sapevamo di dover combattere le nostre battaglie e di non doverci mai arrendere.

E ora, dopo tutte le critiche ingiuriose che abbiamo ricevuto [come COI], perché sono ancora in piedi e sento di essere su un terreno morale più alto? Grazie al sostegno globale a ciò che stiamo dicendo e al sostegno globale alla lotta palestinese per l’autodeterminazione.

Navi Pillay è nata nel 1941 in Sudafrica. Nel 1967 è stata la prima donna ad avviare uno studio legale nella sua provincia d’origine, il Natal. Ha lavorato come avvocato difensore degli attivisti anti-apartheid, denunciando le torture e contribuendo a stabilire diritti fondamentali per i prigionieri di Robben Island. Pillay è stata nominata giudice ad interim dell’Alta Corte Sudafricana dopo la fine dell’apartheid nel 1995.  È stata eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR) dal 1999 al 2003 e ne è stata presidente negli ultimi quattro anni. Ha svolto un ruolo fondamentale nella giurisprudenza innovativa dell’ICTR sullo stupro come genocidio. Nel 2003 è stata nominata giudice della Corte Penale Internazionale dell’Aia e dal 2008 al 2014 è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Pillay ha conseguito un BA e un LLB presso l’Università di Natal in Sudafrica e un dottorato in Scienze giuridiche presso l’Università di Harvard.

Ibtisam Azem è scrittrice e corrispondente senior. Da dieci anni si occupa di ONU. Il suo ultimo romanzo è Il libro della scomparsa. Twitter: @IbtisamAzem

https://www.newarab.com/analysis/interview-navi-pillay-chair-unhrcs-palestine-inquiry

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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Midnight Mimosa, ancora malware Android installato prima dell’acquisto

La campagna scoperta da Bitdefender colpisce dispositivi Android economici attraverso applicazioni inserite direttamente nel firmware. Il componente malevolo opera con privilegi di sistema, installa altri software senza consenso e può trasformare il telefono in un nodo proxy controllato da remoto. L’Italia è fra i Paesi con più rilevazioni. Uno smartphone nuovo, appena estratto dalla confezione, […]

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China rejects yuan complaints, ‘golden week’ travel, Canton Fair

China’s central bank rejected claims that the yuan is undervalued, rebutting a key European argument amid crunch negotiations ahead of a possible trade war. “China has no need or intent to gain competitive advantages through currency devaluation, nor has it ever resorted to competitive devaluation,” the People’s Bank of China said in a policy paper on Thursday, printed in both Chinese and English (see the full paper on SCMP Plus). “China’s trade growth is driven by its growing industrial...

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We’re Investigating Prior Authorization. Help ProPublica Understand Your Health Insurance Denial.

A patient wearing a gown and socks stands alone surrounded by red Xs.
Illustration by Shoshana Gordon/ProPublica

Last year, many of America’s largest health insurers vowed to reduce their use of prior authorization — the extra layer of approval insurers require before covering a medical expense. The industry’s pledge came after massive backlash to the process from patients, providers and politicians. ProPublica’s reporting has found it can delay or outright deny patients’ critical medical care.

Data as of last year shows the industry is still relying heavily on the approval process. Now, ProPublica is looking into the ways that insurers’ continued use of prior authorization is impacting patients. We need your help to figure out if prior authorization is still leading to delayed or missed treatments, tests, medical equipment or medication.

If you are covered by a plan through Medicaid, Medicare, Children’s Health Insurance Program, or the Affordable Care Act marketplace — and have had a prior authorization request delayed or denied — we want to hear from you. Your experiences help us better understand the real-life stakes of prior authorization. (For this investigation, we’re not seeking responses from people with insurance through their employer at this time.)

We’re also interested in hearing from people whose jobs provide insight into the inner workings of prior authorization, including medical providers and their staff, along with insurance company employees and regulators.

Our team may not be able to respond to everyone personally, but we will read everything you submit. We appreciate you sharing your story, and we take your privacy seriously. We are gathering these stories for the purposes of our reporting and will contact you if we wish to publish any part of your story. We will not publish anything you send us without asking for additional consent.

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Violenze quotidiane di Israele: 65enne palestinese aggredita e ferita durante un raid a Hebron

 

Nell'ambito dei quotidiani raid e delle sistematiche operazioni di perquisizione che caratterizzano l'occupazione israeliana in Cisgiordania, una donna palestinese di 65 anni e rimasta ferita giovedi a seguito di un'aggressione da parte dei soldati durante un'irruzione nella casa del figlio a Beit Ummar, a nord di Hebron.

Israeli troops violently maliciously assault & push over a Palestinian woman in the town of Beit Ummar, north of al-Khalil, central Palestine https://t.co/W4U4dmVLfZ

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) October 8, 2026

Come confermato dall'attivista Mohammad Awad all'agenzia di stampa WAFA, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella zona di Asida facendo irruzione nell'abitazione di Walid Sabarna.

Nel corso delle verifiche, diventate ormai una tragica routine per le famiglie della zona, i soldati hanno devastato gli arredi e la proprieta prima di scagliarsi contro la madre sessantacinquenne del proprietario, Bahiya Ekhlail, causandole gravi lividi e contusioni. La donna e stata successivamente trasferita in ospedale dai sanitari per ricevere le cure necessarie.

L'operazione si e svolta secondo un copione che si ripete quasi ogni giorno nei territori occupati: le forze armate hanno lanciato gas lacrimogeni ad altezza uomo verso le abitazioni civili adiacenti, provocando principi di soffocamento a numerosi residenti che sono stati intossicati e soccorsi sul posto.

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Mercenari colombiani tenuti in ostaggio in Ucraina. La testimonianza di una madre (VIDEO)

 

Ruptly ha raccolto la testimonianza di una donna colombiana che ha perso i contatti con suo figlio raggirato da "reclutatori" ucraini il 9 settembre 2025. Questa la sua testimonianza tradotta in italiano. 
 

RT ha raccolta la testimonianza di Sonia Moreno, una donna colombiana che afferma come suo figlio sia stato attirato nelle file delle forze di Kiev con la falsa promessa di una paga elevata e che, all’arrivo, gli è stato sequestrato il passaporto. "I cittadini colombiani che combattono per Kiev sono tenuti in ostaggio dall’esercito ucraino", ha dichiarato la donna che non ha più contatti con il figlio dal 9 settembre 2025. La donna dichiara di aver appreso della morte di Cristian sui social media, poiché l’esercito ucraino non ha neanche informato la famiglia di ciò che gli era accaduto. Secondo fonti dell'intelligence russa dei 16.500 mercenari stranieri stimati nelle file delle forze di Kiev la metà provengono dalla Colombia.

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 9, 2026

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Berlino conta come "aiuti all’Ucraina" miliardi spesi sul proprio territorio – studio Kiel

 

La Germania ha contabilizzato miliardi di euro spesi sul proprio territorio come aiuti all’Ucraina, sovrastimando l’importo effettivamente giunto a Kiev, secondo uno studio pubblicato giovedì dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

Berlino ha dichiarato di aver fornito o stanziato 100 miliardi di euro (112 miliardi di dollari) a sostegno dell’Ucraina dall’escalation del conflitto nel 2022. Tuttavia, l’istituto ha rilevato che solo 41,7 miliardi di euro erano da considerarsi effettivi aiuti bilaterali, mentre 35,9 miliardi di euro sono stati spesi in Germania e altri 22 miliardi di euro consistevano in impegni militari futuri. «La cifra di 100 miliardi di euro è fuorviante ed erroneamente etichettata come “aiuti bilaterali all’Ucraina”», ha affermato Christoph Trebesch, responsabile dell’Ukraine Support Tracker dell’istituto. Ha comunque descritto la Germania come il principale donatore europeo a favore di Kiev.

Dei 43,3 miliardi di euro che Berlino ha classificato come assistenza civile, circa l’80% è rimasto in Germania. La maggior parte ha coperto sussidi e alloggi per i rifugiati ucraini, mentre 1,3 miliardi di euro sono stati destinati a garanzie sulle esportazioni e sugli investimenti per le aziende tedesche operanti in Ucraina.

Secondo lo studio, solo 7,4 miliardi di euro di sostegno civile hanno effettivamente raggiunto l’Ucraina, compresi gli aiuti umanitari, il sostegno energetico e i fondi per la ricostruzione. L’istituto ha inoltre contestato la cifra di 57,6 miliardi di euro indicata da Berlino per gli aiuti militari. Il governo tedesco ha smesso di pubblicare dati dettagliati sull’assistenza militare nel giugno 2025, complicando il controllo indipendente, hanno osservato i ricercatori.

Nel frattempo, alcuni politici tedeschi di alto livello hanno chiesto a Berlino di garantire maggiori ritorni economici dal proprio sostegno a Kiev. Il mese scorso, il ministro presidente bavarese Markus Soeder, leader della CSU, il partito gemello della CDU del cancelliere Friedrich Merz, ha esortato l’Ucraina a destinare una quota maggiore dei fondi di aiuto alla tecnologia tedesca. “È ovvio che l’industria della difesa tedesca debba trarne beneficio”, ha affermato, proponendo anche colloqui sull’accesso alle materie prime ucraine.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha espresso preoccupazioni simili a settembre, dichiarando al quotidiano Bild che la Germania “non è del tutto soddisfatta del livello degli ordini” ricevuti dalle sue aziende. Intervenendo in una conferenza stampa giovedì, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato Merz di anteporre gli interessi di Kiev a quelli dei contribuenti tedeschi, promettendo ulteriori aiuti nonostante il crescente malcontento dell’opinione pubblica nei confronti delle sue politiche.

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Chi protegge i nostri pagamenti?

Immagine in evidenza da Unsplash

Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la banca e i circuiti di pagamento. I dati provenienti dalle carte vengono sottoposti a controlli incrociati, geolocalizzazione, analisi dei profili di rischio, rilevazione di eventuali blocchi. 

Frodi, truffe, ingegneria sociale: il menù delle minacce è ricco. E se una volta i cracker erano semplicemente un prodotto da forno, oggi il termine fa riferimento anche agli hacker malevoli, che si annidano ovunque. E di cui l’intelligenza artificiale ha moltiplicato i mezzi. 

La sede di Mastercard in Europa si trova a Waterloo, periferia verde di Bruxelles. Quando chi scrive l’ha visitata, nel marzo scorso, è bastata una manciata di minuti per rendersi conto che una parola sola domina le menti e le giornate di chi ci lavora: cybersecurity. Un’ossessione così pervasiva che, quando ci avviciniamo al tavolo in cui lavorano, i dipendenti si affrettano ad applicare una pellicola di sicurezza sugli schermi dei propri computer, di quelle che consentono di leggere solo a chi si trova in asse col monitor. Non si sa mai.

Anche fare foto non è particolarmente apprezzato nella centrale di comando della sicurezza informatica della società americana, dove un grande schermo mostra il planisfero illuminato da LED che si accendono e spengono. Rossi, verdi, blu: il pericolo può arrivare da uno qualsiasi dei Paesi del globo. 

“Alla fine, quello che cerchiamo di fare è rendere l’ecosistema in cui operiamo sicuro e degno di fiducia”, spiegava ai cronisti il vicepresidente per le soluzioni di cybersecurity della Mastercard Rigo van den Broek. E con 174 miliardi di transazioni gestite nel 2025, lo sguardo della società, il cui quartier generale è a Purchase (nomen omen) nello stato di New York, deve per forza di cose mantenersi su scala mondiale.

Per questo, aggiunge van den Broek, alcuni dei migliori crittografi del mondo lavorano nel quartier generale europeo, che si trova nella città dove fu sconfitto Napoleone.

Cosa accade quando si fa un acquisto con carta

Ma cosa accade quando si fa un acquisto con  una carta di credito? Tutto accade nel giro di un paio di secondi. Ma lo scambio di informazioni collega tra di loro data center che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. 

Quando l’esercente ha finito di digitare l’importo sul terminale e il cliente avvicina la carta al lettore, in quel momento si avvia un processo di comunicazione che trova origine nella tecnologia bellica: come tante innovazioni, infatti, anche quella che sta alla base del contactless è nata in ambito militare. 

Siamo negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il radar era già stato sviluppato negli anni Trenta dallo scozzese R.A. Watson-Watt, ma il dispositivo risolveva il problema dell’avvistamento e non quello dell’identificazione. Gli operatori a terra avevano però la necessità di capire se i velivoli che apparivano sullo schermo erano nemici o colleghi di rientro da una missione, differenza che il radar non era in grado di cogliere.

Così, alla fine degli anni Trenta, i britannici svilupparono un dispositivo di identificazione automatica chiamato IFF (Identification friend or foe, identificazione amici o nemici). Fu uno degli antecedenti delle successive tecnologie di identificazione a radiofrequenza, che poi – una volta perfezionate – diedero vita a innumerevoli altre applicazioni, spesso molto distanti dall’ambito bellico. Tra queste, le linguette antitaccheggio dei grandi magazzini e, molto più tardi, l’NFC (Near-field communication, comunicazione a breve distanza), cioè la tecnologia che comunemente utilizziamo con le carte contactless, nata nei primi anni Duemila.

Semplificando, ecco quindi ciò che avviene ogni volta che facciamo un acquisto. Una volta arrivati alla cassa e inserita la cifra sul terminale, il dispositivo POS (Point of sale, punto vendita) dell’esercente emette un segnale a radiofrequenza, e il campo elettromagnetico attiva il chip presente sulla vostra carta una volta che questa entra nel suo raggio d’azione. È come se la tessera si svegliasse grazie a questa energia, e iniziasse a comunicare e scambiare i dati necessari a identificare la carta e autorizzare la transazione. Può essere pensato come un badge di ingresso nell’area protetta di un edificio. Le informazioni sono, ovviamente, protette da sistemi crittografici, per evitare che malintenzionati dotati di strumenti relativamente semplici possano intercettarle e riutilizzarle.

A questo punto, acquisiti i dati necessari, il POS comunica con la banca acquirente, cioè l’istituto che gestisce i pagamenti dell’esercente nel cui negozio vi trovate. La banca acquirente inoltra una richiesta al circuito di pagamento, per esempio Visa, Mastercard o American Express, che, a propria volta, la inoltra all’istituto che ha emesso la carta, cioè il vostro: sarà quest’ultimo a verificare, tra le altre cose, che ci siano fondi o credito disponibili e, alla fine del processo, ad addebitare l’acquisto.

È in questa fase che avvengono le verifiche: si controlla innanzitutto che la carta sia autentica, ma anche che ci siano fondi o credito disponibili e che non siano presenti blocchi o restrizioni. Tra queste ultime possono rientrare anche quelle dovute ai regimi sanzionatori internazionali. A questo proposito, è noto (e triste) il caso della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, colpita dagli effetti delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Albanese si è così trovata esclusa da numerosi servizi finanziari e digitali forniti da società statunitensi: la giurista è tornata giocoforza all’era del contante e non può semplicemente rivolgersi a un altro grande operatore americano per aggirare il problema. Sulla base delle sanzioni statunitensi, infatti, una società americana che le fornisse determinati servizi rischierebbe a propria volta conseguenze. Da qui il cortocircuito. Lo stesso meccanismo ha colpito, tra gli altri, Karim Khan, già procuratore capo della Corte penale internazionale, e numerosi giudici e funzionari della Corte.

Al di là di questi casi particolari, i controlli comprendono il riconoscimento di pattern noti, cioè delle abitudini personali del titolare della carta. I sistemi usano sofisticati modelli che studiano la storia del cliente e la confrontano con la transazione effettuata al momento, a partire dalla posizione geografica in cui l’acquisto avviene (ed è per questo che ancora oggi è a volte richiesto di comunicare alla banca quando ci si trova all’estero), ma il sistema può essere allertato anche da transazioni che avvengono in negozi fisici molto distanti fra loro in un lasso di tempo giudicato troppo breve. Per transazioni di una certa entità viene inoltre chiesto un codice PIN (personal identification number, ennesimo acronimo), mentre anche per acquisti di piccolo importo può essere periodicamente richiesta una nuova autenticazione del titolare.

Se i controlli vanno a buon fine, l’autorizzazione torna indietro risalendo lo stesso percorso, fino al POS del negozio in cui state effettuando l’acquisto. In realtà il denaro non è ancora stato trasferito, ma si è avviato un processo che condurrà, nei giorni successivi, al pagamento. 

“La sicurezza del processo è garantita da uno standard chiamato PCI/DSS, creato dall’organizzazione omonima fondata nel 2006 dai principali circuiti internazionali: Mastercard, Visa, American Express, Discover Global Network, JCB”, spiega a Guerre di Rete Alessio Pennasilico, membro del comitato scientifico della Clusit, una delle principali associazioni italiane che si occupano di sicurezza informatica. 

Questi circuiti internazionali impongono ai soggetti che elaborano, trasmettono e gestiscono dati relativi alle carte di pagamento l’aderenza a una serie di requisiti di sicurezza. “Esistono figure che si occupano periodicamente di controllare il rispetto dei requisiti”, prosegue Pennasilico. In questo modo viene rafforzata la sicurezza del sistema, da cui dipende direttamente il grado di fiducia, essenziale per mantenere legati i clienti.

Cosa succede se la transazione è rifiutata?

I sistemi di rilevamento delle frodi hanno l’obiettivo di bloccare la transazione prima che venga completata e diventi difficile – quasi impossibile, se finisce in certe giurisdizioni – recuperarla. Ma cosa succede se la transazione viene rifiutata? Va ricordata innanzitutto una cosa: declined è un semplice messaggio, e non costituisce una spiegazione. 

Ci possono essere almeno quattro ordini di motivi per cui l’acquisto viene rifiutato: il primo riguarda il vostro conto corrente (per esempio, la mancanza di fondi, ma anche un conto non più attivo); il secondo ha a che fare con i fattori di rischio (il sistema pensa di riconoscere una frode in atto); il terzo riguarda le credenziali (un problema fisico con la carta, che non riesce a fornire le informazioni necessarie per l’identificazione); il quarto motivo potrebbe risiedere in un problema di rete. 

Nell’ultimo caso, ripetendo l’operazione è possibile che il problema si risolva, e che la luce verde, finalmente, appaia. Negli altri, la questione è più complicata ed è peggiorata dal fatto che non c’è modo di sapere, seduta stante, quale sia il problema. Un’incognita motivata con la privacy: si vuole infatti evitare che il commerciante venga a conoscenza di informazioni personali. A questo punto è necessario mettersi in contatto con la società che ha emesso la carta di credito. E non è sempre agevole, soprattutto quando ci si trova all’estero o si ha fretta. Per questo è importantissimo ridurre il numero di “falsi positivi”. 

Non tutto si può fare internamente. Mastercard, per esempio, si è assicurata una società specializzata, Recorded Future, nel dicembre 2024. Acquistata per la cifra considerevole di 2,65 miliardi di dollari, Recorded Future è specializzata in threat intelligence: cerca – cioè – segnali provenienti da fonti aperte, dark web e ambienti ad alta criticità (anche criminali) per anticipare le minacce. A Waterloo assicurano che le informazioni individuate sono condivise anche con la concorrenza, con l’obiettivo di mantenere alta la fiducia generale nel sistema. 

“L’esposizione dei dati è il carburante che alimenta le frodi su larga scala”, scrive Recorded Future nel rapporto Annual payment fraud intelligence report uscito nel 2025. Solo in quell’anno, i dati di 142 milioni di carte di credito sono stati postati nel dark web (34 milioni meno che nel 2019, -19%). “Ma non tutti i dati esposti presentano lo stesso livello di rischio”.

Tra le frodi principali che gli esperti di cybersicurezza tengono d’occhio troviamo le cosiddette MageCart (crasi tra il  nome del sistema di content management per negozi online Magento, e cart, la parola inglese che sta per “carrello”): si tratta di script difficili da rilevare che rubano i dati dei clienti mentre fanno acquisti online. Recorded Future si spinge a parlare di “malware as-a-service”, per spiegare quanto sia facile oggi per gli attori malevoli procurarsi a pagamento i ferri del mestiere. 

Anche per questo gli investimenti in tecnologia e sicurezza sono molto alti, nell’ordine di miliardi di dollari. “D’altra parte, sono successe più cose negli ultimi cinque che nei precedenti cinquanta”, chiosava a marzo scorso Luca Gagliardi, a capo della sezione consulting & analytics per Visa in Italia. “L’innovazione nei pagamenti è stata velocissima, ma ancora di più lo è stata l’innovazione nelle frodi, che sono globali”.

L'articolo Chi protegge i nostri pagamenti? proviene da Guerre di Rete.

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Yambo, esploratore dell’infinito

Un astronomo punta il telescopio verso Marte e, invece di canali e calotte polari, ci trova l’amore. È il 1910 e sugli schermi italiani passa Un matrimonio interplanetario: pochi minuti di pellicola muta, fondali dipinti, una storia sentimentale che attraversa lo spazio. È considerato il primo film di fantascienza girato in Italia. Lo firma un autore che i lettori, soprattutto i più giovani, conoscono già da anni con uno pseudonimo esotico e un po’ buffo: Yambo.

Dietro quel nome c’era Enrico Novelli (Pisa, 1874 – Firenze, 1943), figlio d’arte – il padre Ermete riconosciuto come uno dei più grandi maestri d’arte drammatica – e autore di una produzione che ancora oggi nessuno è riuscito a censire per intero. Romanzi d’avventura e d’anticipazione, racconti, fumetti, illustrazioni, teatro e teatro di figura, cinema, giornalismo, divulgazione scientifica. «Un incursore dell’immaginario», lo definiscono Paolo Tozzi e Francesca Brunetti nella prefazione di Yambo 150. L’universo di Yambo tra scienza, avventura e immaginazione (Felici Editore, 2026). Un artista «radicalmente eclettico al punto da risultare inafferrabile» e che proprio per questo il Novecento ha finito per perdere per strada.

Paolo Tozzi, Fabio Gadducci, Francesca Brunetti (a cura di), Yambo 150. L’universo di Yambo tra scienza, avventura e immaginazione, Felici Editore, 2026, 164 pagine, 20 euro

Per i 150 anni dalla nascita di Yambo un gruppo decisamente eterogeneo – esperti di fumetto e di letteratura per ragazzi, storici del cinema e della scienza, bibliotecari, informatici, autori e astrofisici – ha deciso di festeggiare. A Firenze, la Biblioteca Marucelliana ha esposto autografi, disegni e volumi rari, mentre un ciclo di incontri si è svolto tra la Marucelliana e la biblioteca dell’Inaf di Arcetri. A Torino il MuFant, il Museo del fantastico e della fantascienza, ha ricollocato Yambo nella storia internazionale del genere. A Pisa, sua città natale, Palazzo Blu ha messo in dialogo le tavole originali de Gli esploratori dell’infinito con la loro nuova vita a fumetti, la graphic novel firmata da Davide La Rosa e Armin Barducci.

Il volume curato da Tozzi, Brunetti e Fabio Gadducci raccoglie e racconta queste esperienze. Ma c’è anche la giovinezza bohémienne di Novelli tra Firenze, Milano e la Roma umbertina, il suo rapporto col fumetto, il serrato confronto con il francese Albert Robida.

Chi si occupa di letteratura per l’infanzia e per ragazzi sa bene che fantasia e scienza non sono mondi antitetici. Quando Gianni Rodari parlava del “binomio fantastico” come scintilla per mettere in moto l’immaginazione, evidenziava proprio l’incontro tra elementi apparentemente lontani. Nella storia della letteratura giovanile, i classici topoi della narrazione — dal viaggio verso mondi inesplorati alle macchine prodigiose, dai viaggi nel tempo alla conquista dello spazio — sono sempre stati il terreno d’elezione su cui s’innestano le scoperte e le ipotesi scientifiche del proprio tempo. Yambo ha incarnato questo spirito in modo esemplare. In romanzi come Gli eroi del Gladiator (1900) o La colonia lunare (1908) la meraviglia del racconto non va mai a scapito della cura dell’informazione. Yambo citava fonti scientifiche coeve, dimostrando una curiosità insaziabile e un rispetto profondo per i fatti della scienza, riuscendo al contempo a mantenere un registro ironico e leggero.

Come sottolinea Paolo Tozzi, ricercatore all’Inaf di Arcetri e tra i curatori del volume: «La nostra scoperta dell’universo di Yambo è nata quasi per caso, nell’ambito di iniziative che intrecciavano astrofisica e cinema muto. Ci siamo trovati di fronte a una produzione sterminata e di sorprendente accuratezza scientifica e tecnologica. Basti pensare che nel romanzo Gli esploratori dell’infinito Yambo riporta nozioni astronomiche attinte direttamente dai testi specialistici dell’epoca, citando con precisione le fonti e ricorrendo a geniali espedienti ironici qualora le esigenze narrative lo costringessero a deviare dal rigore filologico. Un atteggiamento intellettuale proprio del vero scienziato, oggi quanto mai raro da rintracciare in chi si occupa di narrazione».

Il primo incontro di Tozzi con questo universo è avvenuto tra gli scaffali di casa: una copia di Ciuffettino del 1940 nella biblioteca paterna. «Da quel momento ho cominciato a indagare», spiega, «e l’universo di Yambo mi si è letteralmente spalancato davanti, come in un big bang».

Paolo Tozzi, astronomo all’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri

Prendiamo un titolo a caso, scegliendo nell’immensa produzione di Enrico Novelli: il già citato Gli esploratori dell’infinito.  Nel 1898 Carl Gustav Witt e Auguste Charlois scoprono Eros, il primo asteroide noto la cui orbita si avvicina a quella terrestre. Pochi anni dopo Yambo lo ribattezza Cupido, lo fa catturare dall’atmosfera terrestre e lo trasforma in un veicolo: a bordo salgono un milionario misantropo, Harry Shtarr, e il suo segretario Giorgio, in fuga dalla noia della vita sulla Terra. Scopriranno di non essere soli: una banda di falsari ha impiantato lassù una zecca clandestina. Un’esplosione spinge l’asteroide su un’orbita ellittica che porta l’improbabile combriccola fino ai confini del sistema solare.

C’è, in questa trama, tutto l’armamentario della grande letteratura per ragazzi: il viaggio straordinario di ascendenza verniana, l’isola deserta che si fa robinsonata spaziale, i pirati – qui falsari –, i mostri – le «zoologie impossibili» dei mercuriani –, il mondo rovesciato in cui gli adulti appaiono ridicoli. Sono i topoi di sempre della fiaba e del romanzo d’avventura, e Yambo li riempie di scienza e di tecnica: l’isola diventa un corpo celeste, il vascello un’astronave, il talismano un’invenzione. Con un dettaglio che oggi suona profetico: un asteroide agganciato, portato in orbita vicino alla Terra e abitato da chi vuole farci affari. A oltre un secolo di distanza le sonde Hayabusa2 e Osiris-Rex hanno riportato a terra campioni di Ryugu e Bennu, e lo sfruttamento minerario dei piccoli corpi del Sistema solare è entrato nei piani di agenzie spaziali e aziende private.

Se Yambo ha ancora qualcosa da dire, però, non è tanto sull’astrofisica di oggi quanto sul modo di raccontarla. Tozzi ne è convinto: «In questi anni complicati rischiamo di concentrarci troppo sui contenuti e troppo poco sulle narrazioni. I festival scientifici e i libri divulgativi, soprattutto quelli per ragazzi, si rivolgono spesso a chi è già curioso e appassionato di scienza. Ma sono le storie a far nascere la curiosità anche in chi parte lontano dall’astrofisica, e più in generale dalla conoscenza».

Yambo ci riuscì con un successo enorme, in un’epoca e in un contesto molto diversi dal nostro, trasferendo la stessa libertà di scrittura in ogni forma espressiva che toccava: romanzo, teatro, cinema, giornalismo, saggio, fumetto, illustrazione. «Yambo ci lancia una sfida», conclude Tozzi: «affrontare l’enorme complessità del contemporaneo con leggerezza, senza rinunciare a un estremo rigore filologico e, soprattutto, con una piena consapevolezza del potere della narrazione».

Non è un caso che Umberto Eco, ne La misteriosa fiamma della regina Loana, abbia scelto proprio il nome Yambo per il suo protagonista, un uomo che ha perso la memoria e la ritrova sfogliando i libri e i giornalini della propria infanzia. Yambo come chiave d’accesso a un immaginario condiviso, sepolto ma non perduto.

 

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Comunicato CNP: "Un malessere profondo che può aprire un nuovo ciclo di lotte sociali in Europa"

 
Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del "Coordinamento dei nuclei comunisti" sulla situazione in Spagna e in generale sulla situazione politica in Europa
 
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Dichiarazione del Coordinamento dei Nuclei Comunisti (CNC)

L’indice di indignazione popolare sta crescendo rapidamente in tutta Europa, assumendo varie forme. Ancora una volta nella storia, è in Francia che si manifesta con maggiore pienezza. Su una pentola a pressione che si è già riversata più volte (gilet gialli, battaglia contro la riforma pensionistica, lotta dei contadini, ecc.), la protesta di massa degli studenti delle scuole superiori sta ricevendo il sostegno popolare, soprattutto della classe operaia. L’appello di tutti i sindacati dell’insegnamento, da CGT del settore pubblico e un numero crescente di settore privato allo sciopero generale è già un clamore contro le politiche del governo e dell’UE che né la brutale repressione né le tattiche di criminalizzazione e provocazione da parte di poliziotti infiltrati, possono fermare. Per ora la mobilitazione dei lavoratori di diversi settori e dei rappresentanti politici è in aumento.

In Germania crescono le proteste dei giovani contro il servizio militare obbligatorio che li trasforma in carne da cannone per la guerra contro la Russia.

Nel frattempo, nel Regno di Spagna…

Pedro Sánchez: come vendere sabbia nel deserto.

Non c’è dubbio che Pedro Sánchez sia un grande prestidigitatore. Lo ha dimostrato ripetutamente quando il suo governo vacillava, ma con l’ultima messa in scena si è superato.

Fino a poche settimane fa, tutto era contro di lui. Per otto anni ha governato per il capitale contro la classe operaia, non rispettando le promesse elettorali, sottomesso ai dettami degli Stati Uniti e dell’UE, compiendo pirouette elettorali a sostegno della Palestina mentre il capitale sionista è presente nei fondi speculativi immobiliari, le case farmaceutiche e, soprattutto, nelle fabbriche di armi.

I sondaggi davano per certo che l’esperimento del governo PSOE-Sumar era ammortizzato, con il voto della destra mobilitato, soprattutto dopo gli eventi di Ceuta, e, soprattutto, con una crescente astensione dei settori popolari, stanchi di vedere che il progressismo è un guscio vuoto e che le loro condizioni di vita non fanno che peggiorare.

Il malessere della classe operaia e di tutti i settori popolari è una pentola a pressione sul punto di esplodere, come si sta vedendo in tutti i paesi dell’UE. Gli indicatori puntano nella direzione dell’esplosione: la carestia della vita, l’insufficienza dei salari e delle pensioni, la situazione limite dei piccoli agricoltori e allevatori, la distruzione di posti di lavoro – soprattutto nell’industria -, lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi pubblici e l’attuazione della crescente impossibilità di accedere ad un alloggio. In quest’ultimo ambito si concretizzano le situazioni più tese e drammatiche: sfratti, sovraffollamento o strade sempre più piene di persone «senza tetto».

La responsabilità del governo, che da otto anni amministra il denaro pubblico e legifera a favore del capitale, è evidente. Il tanto decantato aumento dello SMI non ha potuto nascondere che gli affitti sono aumentati di tre volte rispetto ai salari negli ultimi tre anni, che chi percepisce lo SMI nelle grandi città deve destinare il 90% al pagamento dell’abitazione o che coloro che lo percepiscono (più del 50% dei minori di 30 anni) sono esclusi anche dall’accesso agli alloggi offerti dal Ministero del settore. D’altra parte, la repressione contro le scarse mobilitazioni operaie e popolari non lascia adito a dubbi su chi diriga il governo e gli apparati dello Stato. Lungi dall’abrogare le leggi antiterrorismo, in vigore 15 anni dopo la scomparsa di ETA, o la Legge Mordaza, la repressione operaia e popolare si è inasprita, mentre la criminalizzazione della mobilitazione si estendeva sotto l’accusa di terrorismo.

E d’ora in poi, è innegabile che le conseguenze delle politiche imperialiste di Stati Uniti e Ue, sostenute dal governo per azione o omissione, peggioreranno ulteriormente la situazione della classe operaia e dei settori popolari. Ne elenchiamo alcuni: l’esplosione del Nord Stream, le sanzioni boomerang contro la Russia, la politica agricola e le normative dell’agenda «verde», l’economia di guerra e le enormi spese militari con i relativi tagli alla spesa sociale, e ora il rapido aumento dell’energia legato all’attacco di Stati Uniti, Israele e paesi europei contro l’Iran. Tutto punta a un brusco calo delle condizioni di vita della classe operaia, mentre le aziende energetiche si accaparrano favolosi profitti – 20 miliardi di euro nel 2026 – proprio a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti1.

Ed ecco che su questo accumulo di materiale altamente infiammabile appare una scintilla inaspettata. Era un altro sfratto, dopo gli oltre 200.000 giustiziati – un po’ meno di quelli eseguiti con il governo del PP – nel corso degli otto anni di governo PSOE, prima con Podemos e poi con Sumar.

Dopo l’esecuzione del lancio di Mari Carmen e dell’ennesima repressione violenta degli antisommossa contro coloro che cercavano di impedirlo, in poche ore si organizza un accampamento a Sol, che ricorda quella del 15 M.

La dirige e controlla il sindacato degli inquilini, che non ha nulla di sindacale ed è un’impresa/associazione, più simile a un’organizzazione dei consumatori, di cui i dirigenti sono salariati. Il suo portavoce, Fernando de los Santos Menéndez2 , legato familiarmente all’aristocrazia e nipote di un ministro di Adolfo Suárez, figura come rappresentante e amministratore unico della società Tecnoasfalt Aglomerados con Caucho S.L. dedicata alla costruzione di alloggi pubblici e privati. Nessuno dei volti più noti, come Alicia del Río o Valeria Recu, sono persone colpite dagli sfratti. Un altro dei suoi dirigenti, Carme Arcarazo, fa parte del Consiglio consultivo del Ministero della Casa3.

Dato il rapporto di questo ‘sindacato’ con il governo, non sorprende che abbia convocato manifestazioni a sostegno dei decreti davanti al Congresso dei deputati – vietate dal regolamento del Congresso mentre il Parlamento è in riunione – e ampiamente diffuse dai media affini al Governo… Oppure che CCOO e UGT si uniscano alle convocazioni.

Non siamo entrati ad analizzare questi Decreti. Basti dire che avrebbero fermato gli sfratti delle persone vulnerabili solo se fossero stati promossi da ‘fondi avvoltoi’.

Come nel 15 M o in Podemos, il linguaggio non è innocente. Se allora si usava il termine vago di «casta» o dell’ «1%», ora si parla di «rentismo» o di «capitalismo rintista», lasciando intravedere che esiste un altro capitalismo sano e responsabile.

Un altro dato sorprendente. Una volta terminato il dibattito sui due decreti nel Congresso, e quando si sapeva già che sarebbero stati sconfitti, Pedro Sánchez ha inaspettatamente fatto un intervento che deve essere considerato come il primo atto della prossima campagna elettorale. Si rivolse a coloro che avrebbero votato contro i Decreti, mordendo l’incatenamento che aveva preparato per loro, ma con l’altoparlante rivolto verso la strada: «Dimenticate per un momento il calcolo politico e pensate alla gente comune che ha bisogno della protezione del pubblico». Il prestidigitatore era riuscito ad attribuire a Vox, PP e Junts la responsabilità della situazione di penuria abitativa, quando è lui che governa da 8 anni. L’obiettivo era chiaro e la messa in scena è stata magistrale. Pedro Sánchez ha rimesso il PSOE nelle condizioni di vincere la gara, lasciando i suoi piccoli soci letteralmente ai piedi dei cavalli.

Al di là del calcolo elettorale, potrebbe essersi aperto il vaso di Pandora.

La ampia diffusione delle manifestazioni, di cui una parte importante è il ruolo dei media affini utilizzati a fondo per trasformare le mobilitazioni in strumenti di pressione per i loro obiettivi politici, ha rivelato un cambiamento significativo nella soggettività delle masse in cui predominava il sentimento di sconfitta e di impotenza. Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato in tutto lo stato non solo gridavano contro la destra, ma denunciavano anche la responsabilità del governo e tutte le sue violazioni. Anche se la forma assomigliava al 15 M, e questo era ciò che si cercava, la politicizzazione era di gran lunga superiore. La casa era il fattore scatenante, ma tutti sapevano che c’erano molte cose più intimamente legate: la carestia, i salari e le pensioni di miseria, la sanità, l’istruzione, e al di sopra di tutto, l’economia di guerra e la militarizzazione sociale

Tutto ciò che fino a poco tempo fa sembrava una lastra, stava diventando un bersaglio di lotta. E la tristezza e l’impotenza hanno forse cominciato a fondersi con il calore della gente in strada e della presenza di massa dei giovani. Una gioventù che in non pochi casi portava bandiere rosse, rojinegras e repubblicane e che si organizzò per far uscire di corsa con la coda tra le gambe i gruppi fascisti apparsi negli accampamenti – senza dubbio infuocati dagli ultimi avvenimenti.

Anche se la classe operaia era dispersa e disorganizzata, i clamori accesi alla sua lotta operaia e il clamore che, reclamando uno sciopero generale, riempì le strade il giorno dopo il voto parlamentare, chiamò a pensare come lavoratori, lasciando alle spalle slogan come la ‘nube delle zanzare’, la casta o il 99%, volti proprio a distruggere l’identità di classe. L’annuncio della convocazione allo sciopero generale da parte di CC.OO e UGT, che si è appena fatto mentre si scrive questa Dichiarazione, è – nello stesso senso in cui abbiamo indicato -, una buona notizia.

In primo luogo, non perché CC.OO e UGT abbiano cessato di essere strumenti di una parte della borghesia contro la classe operaia, ma perché, costretti dalle circostanze e per continuare a servire i loro padroni, stanno contribuendo a conferire il sigillo di classe – che teme così tanto il capitale – ad una mobilitazione che in principio non lo aveva.

E poi, perché, come ben sappiamo, è nell’organizzazione e nella lotta che si fanno salti di gigante nella coscienza delle masse. Contribuire a questo è il dovere delle organizzazioni rivoluzionarie.

Il diritto alla casa di fronte al muro della proprietà privata.

La realizzazione del diritto alla casa sarà il fulcro della campagna elettorale e saranno fatte tutte le promesse.

Saranno inoltre stilate liste di rivendicazioni, più o meno dettagliate, che si possono riassumere così: Tutte le persone che vivono qui hanno diritto ad un alloggio dignitoso e stabile. Questa affermazione contiene una giustizia inappellabile. Ogni essere umano ha diritto ad avere un posto dove vivere. Il punto è che questo diritto essenziale è subordinato a quello del capitale e si scontra con il muro del diritto fondamentale e assolutamente prioritario nella società capitalista alla proprietà privata, da trasmettere attraverso l’eredità, e alla libera impresa, pilastri della società capitalistica.

La vera proprietà privata, quella dei mezzi di produzione, esiste solo per una piccola minoranza, e si è stabilita sul furto violento, lo spoglio originario e l’espropriazione massiccia dei popoli. E questo saccheggio primario si ripete una volta dopo l’altra, garantito dai governi di turno. La vittoria dei fascisti nella guerra di Spagna ha permesso, inoltre, una gigantesca espropriazione da parte dei vinti di ogni tipo di proprietà: terre consegnate dalla legge della riforma agraria, abitazioni, imprese, bestiame, ecc. I difensori della proprietà hanno basato il loro potere su un furto colossale. Il problema dell’abitazione, che è una questione vitale per il proletariato, è irrisolvibile nel capitalismo, soprattutto in tempi di crisi profonde come quelle attuali in cui il capitale strappa alla classe operaia ogni tipo di bene pubblico per trasformarlo in impresa. Di conseguenza, la loro soluzione non è una questione di più o meno investimenti pubblici, di regolamentazione dell’affitto, della compravendita di abitazioni per evitare grandi proprietari, o della regolazione del prezzo delle abitazioni secondo criteri oggettivi come il metro quadrato, distanza dal centro della città o distanza dai servizi. Se l’abitazione rimane una merce, come nel capitalismo, questi miglioramenti sono effimeri, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali. Inoltre tutte le rivendicazioni che hanno a che fare con l’abitazione presentano programmi che devono essere veicolati attraverso lo stato borghese; anche le più radicali che parlano di espropriazione delle case agli speculatori.

L’obiettivo non può che essere la fine della proprietà privata del suolo, del capitale e delle imprese edili; e la sua esecuzione può realizzarsi solo dopo la distruzione dello Stato borghese da parte della rivoluzione proletaria, dalla classe operaia eretta in classe dirigente.

Questa consapevolezza degli obiettivi reali da perseguire non invalida, anzi, le lotte concrete. Ma solo l’esistenza del Partito Comunista, eretto come referente politico della rabbia, può allontanarla dal cammino della riforma e condurla al fuoco della rivoluzione. La classe operaia può risolvere in modo pratico i suoi problemi concreti solo attraverso l’esercizio della sua dittatura, e così avanzare sulla strada verso l’emancipazione dell’umanità.

In definitiva, dobbiamo prepararci per i tempi sempre più vicini in cui i prestidigitatori di turno non potranno effettuare un’esplosione controllata del malessere sociale e tirare fuori l’ennesimo coniglietto elettorale dalla scintilla. In definitiva, quando la lotta di classe si gioca sulla vita o sulla morte.

1 https://cincodias.elpais.com/companias/2026-09-04/las-energeticas-dispararan-su-beneficio-en-2026-gracias-a-los-precios-record-en-gas-y-petroleo.html

2 https://www.eleconomista.es/actualidad/noticias/14017282/09/26/quien-es-fernando-de-los-santos-el-portavoz-del-sindicato-de-inquilinas-es-sobrino-de-la-marquesa-de-ibias-y-nieto-de-un-exministro-de-adolfo-suarez.html

3 https://www.mivau.gob.es/el-ministerio/sala-de-prensa/noticias/jue-15012026-1559

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Costa 33.880 euro e ha pure il frigo: com'è e come va la GAC Aion V - VIDEO

Per certi versi, la GAC Aion V è un film già visto. Magari al primo impatto non è un colpo di fulmine, poi però ci sali, l'abitacolo è appagante, sul divanetto ci si sguazza e trovi pure qualche gadget sfizioso. L'occhio cade sulla lista degli equipaggiamenti: c'è tutto quel che serve e anche di più, compreso, per esempio, il tetto panoramico. E il prezzo ti stuzzica: in questo caso 33.880 euro per una SUV elettrica media di 4,60 metri che, con 1.000 euro in più, ti dà anche frigo e forno (sì, avete letto bene).L'offerta di GAC, costruttore cinese con sede a Guangzhou, è comparabile a quella di altri costruttori cinesi: modelli che strizzano l'occhio al premium, offerti a un interessante rapporto dotazioni/prezzo. Vale per questa Aion V, venduta da ATFlow, società del gruppo Autotorino, così come per la più compatta Aion UT, che avevamo già testato nei mesi scorsi e proposta a 25.750 euro. I primi esemplari di entrambe saranno nelle concessionarie nelle prossime settimane: qui trovate tutti i dettagli sull'esordio del brand in Italia, per ora solo con modelli elettrici. Dall'anno prossimo arriveranno anche le ibride e almeno una novità la vedremo già al Salone di Parigi. Sul muso, gli artigli del dragone Rispetto alla UT, più compatta e disegnata in Italia, a Milano, nel centro stile europeo del marchio cinese, la V alza il tiro in termini di prezzo e dimensioni, tradendo però la sua vocazione globale. Lo stile appare infatti meno maturo e compiuto rispetto a quello della hatchback: lo si nota, per esempio, nella placchetta nera che evidenzia la presenza degli ADAS sul frontale.Beninteso, non ci sono elementi particolarmente problematici e, come molte EV orientali, anche questa GAC sfoggia una firma luminosa identitaria che, ci spiegano, richiama gli artigli del dragone. Tanto spazio e un bagagliaio multilivello Guardando l'Aion V, la carrozzeria fa presagire una buona abitabilità a bordo: una sensazione confermata dalla misura del passo, 2,78 metri, e dagli abbondanti centimetri offerti ai passeggeri della seconda fila. Dove, optando per la versione Luxury anziché per l'entry level Premium, è presente anche un tavolino.I bagagli trovano posto in un vano modulabile, organizzabile su tre livelli, che in configurazione standard offre 427 litri di capacità, espandibili fino a 1.638 litri abbattendo i sedili. L'abitacolo: "morbido" e hi-tech Intorno al posto guida troviamo quasi esclusivamente superfici soft-touch, presenti sia sulla plancia sia nei rivestimenti delle portiere. Vale già per la Premium, che offre anche sedili in ecopelle, riscaldati e ventilati.La Luxury addirittura esagera inserendo pelle Nappa nella parte centrale delle sedute e la funzione massaggio. Si continua con una piastra wireless ventilata da 50 watt per lo smartphone, climatizzatore bi-zona e molto altro ancora: climatizzato è anche il vano tra i due sedili, che può fungere da frigo o da scaldavivande. Attraverso l'infotainment è possibile impostare temperature da -15 a +50 gradi. D'altronde tutte le operazioni partono proprio dal tablet centrale da 14,6 pollici, che assorbe non solo il climatizzatore ma anche funzioni come la regolazione degli specchietti, la cui inclinazione si gestisce tramite le rotelle presenti sul volante.Comandi fisici assenti sulla plancia e molto pochi sulle razze. Rimarchiamo ancora una volta come questo approccio "tutto touch" non sia per tutti: lo dimostra il fatto che molte Case automobilistiche, non soltanto quelle tradizionali, stanno tornando a inserire pulsanti fisici.L'ecosistema connesso supporta Apple CarPlay wireless e Android Auto wireless, navigazione online con mappe Here, aggiornamenti software OTA e servizi di connettività avanzati. A differenza della UT, sulla V l'assistente vocale è multi-zona e può essere attivato da quattro differenti punti dell'abitacolo. Aion V: primo test su strada Sottopelle c'è una piattaforma progettata esclusivamente per l'elettrico, nome in codice AEP 3.0, con architettura elettrica a 400 volt.La batteria è una LFP da 75,26 kWh con cui, secondo la Casa, si percorrono fino a 510 km di autonomia nel ciclo combinato. La ricarica rapida in corrente continua raggiunge una potenza massima di 180 kW, mentre per quella trifase in corrente alternata è disponibile il caricatore da 11 kW. Presente anche la funzione Vehicle-to-Load (V2L) fino a 3,3 kW.Disponibile esclusivamente a due ruote motrici con trazione anteriore, l'Aion V è mossa da un motore da 150 kW (204 CV). SUV elettriche dello stesso segmento offrono più versioni e potenze superiori, ma questa unità sincrona a magneti permanenti, anche grazie alla coppia immediatamente disponibile di 240 Nm, è sufficiente a garantire andature fluide. Lo scatto da 0 a 100 km/h viene coperto in 7,9 secondi.Un temperamento che ben si sposa con la vocazione al comfort di questa SUV, anche per quanto riguarda l'assetto, che prevede sospensioni McPherson all'anteriore e un assale torcente al posteriore, e l'insonorizzazione.Detto ciò, a una prima impressione l'Aion V, assemblata per GAC in Austria da Magna Steyr, appare anche piuttosto composta e meno incline al rollio rispetto a molte SUV elettriche di provenienza cinese.Il nostro test drive milanese, dal centro verso l'hinterland, dura appena qualche decina di chilometri, percorsi in città e con minime puntate nell'extraurbano: troppo poco per mettere realmente alla prova l'autonomia. Da computer di bordo, il consumo medio registrato è stato di 13,5 kWh/100 km. Un valore leggermente più alto rispetto agli 11,9 kWh/100 km dichiarati nel ciclo urbano e, inevitabilmente visto il percorso, sensibilmente più basso rispetto ai 16,7 kWh/100 km stimati nel ciclo combinato. La tecnologia t'assiste La GAC Aion V è equipaggiata di serie con un pacchetto ADAS di Livello 2 che include cruise control adattivo, frenata automatica d'emergenza, mantenimento attivo della corsia, monitoraggio dell'angolo cieco, riconoscimento dei segnali stradali e sistema di telecamere panoramiche a 360 gradi.Sul fronte della sicurezza passiva troviamo sette airbag, inclusi il cuscino centrale anteriore e gli airbag a tendina per le file anteriori e posteriori. GAC Aion V: garanzia, dotazioni e prezzi A completamento dell'offerta, GAC prevede una copertura di 8 anni o 160.000 km sul veicolo e di 8 anni o 200.000 km sulla batteria, a testimonianza della fiducia del marchio nella qualità e nella durabilità delle proprie tecnologie elettriche.Il tutto è accompagnato da 3 anni di assistenza stradale valida in tutto il territorio europeo grazie all'accordo con Allianz.Aion V è distribuita in Italia da ATFlow ed è ordinabile da subito nelle sedi Autotorino e, entro la fine del 2026, presso una selezionata rete di concessionarie. In versione Premium, la GAC Aion V è disponibile a partire da 33.880 euro. Nell'allestimento sono inclusi, tra gli altri, cerchi in lega bicolore da 19 pollici, fari LED, tetto panoramico, sedili in pelle sintetica regolabili elettricamente, riscaldabili (anche quelli posteriori) e ventilati, touchscreen da 14,6 pollici con navigatore, climatizzatore automatico, pompa di calore, retrocamera e sensori di parcheggio.Con appena 1.000 euro in più si accede alla versione Luxury, che aggiunge soprattutto i sedili anteriori con funzione massaggio a otto punti, il tavolino pieghevole e il particolare frigo/riscaldatore da 6,6 litri.
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Niente bollo fino a 80 kW, ma 5,4 milioni di auto restano fuori: ecco perché

Nel decreto-legge che ha introdotto l'esenzione bollo sulle auto fino a 80 kW è specificato che l'agevolazione spetta per un solo veicolo intestato a persona fisica regolarmente assicurato. Una condizione inserita dal governo con un duplice obiettivo:non concedere, giustamente, l'agevolazione ai proprietari di mine vaganti, come Quattroruote ha sempre definito i mezzi in circolazione senza assicurazione;indurre i meno recalcitranti a regolarizzare la propria posizione, visto che dal 23 dicembre 2023 tutti i veicoli, anche quelli che non circolano ma che sono idonei a farlo, devono (sarebbe meglio dire dovrebbero) essere coperti per la responsabilità civile. L'assicurazione in cambio di 168,40 euro Ma se il primo obiettivo è corretto e relativamente facile da raggiungere (nell'Archivio nazionale veicoli della motorizzazione civile esiste un elenco di tutti i mezzi immatricolati ma non assicurati, alimentato in tempo reale dalle compagnie assicuratrici), appare davvero improbabile che i 168,40 euro medi di risparmio per ogni auto che ha calcolato il governo inducano i proprietari di mine vaganti a regolarizzare la propria posizione. Un'auto su cinque fino a 80 kW è senza RC auto Pare esserne consapevole lo stesso esecutivo, visto che nella relazione tecnica che accompagna il decreto-legge stima in appena 13,2 milioni le auto che, alla fine, saranno esentate dal bollo nel 2027. Ma quante sono, in Italia, le macchine immatricolate con potenza fino a 80 kW? E quante di queste sono assicurate?Lo abbiamo chiesto al ministero dei Trasporti. Ecco cosa è emerso.Complessivamente, al 7 ottobre le autovetture fino a 80 kW in circolazione erano 26.760.175, ossia il doppio di quelle che secondo il governo otterranno l'esenzione. La legge, infatti, include una sola vettura per persona fisica ed esclude le auto aziendali. Ed esclude anche, come detto, quelle non assicurate. E quante sono quelle senza Rc? Tantissime, quasi cinque milioni e mezzo (5.451.490), il 20,4% del totale, più di una macchina su cinque. Percentuale che, oltretutto, sarebbe più alta se si escludessero dal perimetro le vetture aziendali, di solito regolarmente assicurate. Il record in Campania, Calabria e Sicilia Come sempre accade nelle statistiche, la distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea. Ma in questo caso le differenze sono enormi. Vi sono territori in cui una macchina su tre risulta priva di copertura RC (Campania, Calabria e Sicilia) e zone in cui, invece, questa percentuale si riduce a una su 8 (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta). Di seguito la tabella con i dati di tutte le regioni aggiornati al 7 ottobre.
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Automobilisti e ciclisti, perché convivere è così difficile? Diteci la vostra

Quattroruote documenta da anni la situazione, sempre più complessa, della convivenza tra auto e bici. Ogni anno in Italia muoiono oltre 200 ciclisti in incidenti stradali: nel 60% dei casi l'evento deriva da una collisione con una vettura, percentuale che sale all'80% nel caso delle e-bike. Le città rappresentano il contesto più critico: la metà dei sinistri mortali che coinvolgono i ciclisti si verificano nelle aree urbane ed è qui che si è registrata la quasi totalità dei 17.000 feriti del solo 2025.Sono numeri che raccontano un rapporto di coabitazione mai del tutto risolto ma verso il quale tendere, soprattutto in questi anni di forte incentivazione all'utilizzo delle bici in città, di espansione del fenomeno del cicloturismo e di tutto ciò che queste nuove opportunità ed economie portano in dote. Automobilisti e ciclisti: il sondaggio di Quattroruote Per questo abbiamo deciso di raccogliere informazioni utili a comprendere che cosa gli automobilisti, e più in generale tutti coloro che decideranno di partecipare al nostro sondaggio, ritengano migliorabile nella circolazione quotidiana per rendere più serena e sicura la convivenza sulle strade. I dati raccolti, e quindi il vostro punto di vista, ci saranno utili per sviluppare un progetto dedicato alla sicurezza stradale che vi sveleremo nelle prossime settimane. Un'iniziativa che si inserisce nel percorso di sensibilizzazione portato avanti da Quattroruote, di cui Stop Cellular rappresenta una delle testimonianze più significative, e che la nostra testata accompagna da oltre 70 anni. Nel questionario troverete domande sulla convivenza tra auto e biciclette, sulle situazioni che possono generare maggiore disagio o senso di insicurezza e su quali soluzioni possano contribuire a migliorare il rapporto tra chi si sposta in auto e chi utilizza la bicicletta.Le esperienze della nostra comunità saranno fondamentali per approfondire tendenze, abitudini ed esigenze di automobilisti qualificati come voi. Come partecipare Compilare il questionario richiede circa 7-10 minuti e la partecipazione è anonima: non vengono richiesti dati personali e le risposte saranno analizzate esclusivamente in forma aggregata. C'è tempo fino al 16 ottobre compreso.
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Dormire nella rivoluzione Il libro del sonno di Haytham el-Wardany

I sogni hanno sempre disturbato l’uomo. Era già abbastanza complesso accettare che la stanchezza portasse al sonno e che quindi dovessimo passare buona parte della nostra vita nell’incoscienza, accovacciati e vulnerabili all’esterno. Ma che quello spazio oscuro venisse disturbato da strane esperienze e visioni spesso incomprensibili pareva essere nient’altro che lo scherzo di un dio crudele.

Poi ci si è messo anche il capitalismo. L’efficientamento delle capacità umane trasformate in forza lavoro. A quel punto il sonno non era che una soglia da spingere sempre più in là, il sogno un disturbo della razionalità. Così il tentativo è stato di farne strumenti utili, il sonno per la sua capacità di curare dalla fatica e raccogliere le forze fisiche e mentali; il sogno per scrutare dallo spioncino dell’inconscio cosa stava succedendo là sotto e sistemarlo a dovere. Un uomo produttivo non nasconde nulla a se stesso e ogni cosa di sé  gli è chiara, perché solo così la sua volontà può governare interamente mente e  corpo. Solo così l’uomo può essere davvero padrone di sé (dice il padrone all’uomo).

“Chi ha troppi legami con la realtà non può capire come sia possibile essere partecipi anche nell’assenza, e in tutto questo non vede che una palese contraddizione, e si adopera senza posa per trascinare il sonno nella veglia, il momento, ossia, in cui gli presta attenzione, ignorano il diritto su cui esso insiste ogni notte: essere presente pur senza esserci”. È così che ci accoglie Haytham el-Wardany, scrittore e traduttore egiziano, nell’introduzione al suo Libro del sonno pubblicato in Italia da Timeo, con lo sconcerto che il sonno non abbia una propria autosufficienza ontologica al di fuori dello stato di veglia. Il sonno chiede di essere altro e noi, per qualche ragione, continuiamo a negargli questo stato.

Credo che la ritrosia nel dare valore al sonno (e quindi al sogno) nasca in particolare da una delle caratteristiche di questo stato di coscienza, la frammentazione dell’identità, a volte la sua completa scomparsa. Durante il sonno molte delle facoltà cognitive che riteniamo indispensabili durante la veglia cessano di funzionare o subiscono dei gravi malfunzionamenti: dalla razionalità alle capacità riflessive, l’orientamento spaziale e l’accesso alla memoria, così come la capacità di attenzione e la nostra volontà. Il nostro cervello comincia a funzionare in maniera differente. Durante la fase Rem (quella in cui avvengono i sogni) la corteccia prefrontale ha un’attivazione molto ridotta e così vengono meno tutte le facoltà legate all’autoconsapevolezza e alla pianificazione cosciente; allo stesso tempo rimangono particolarmente attive il talamo e il sistema limbico, queste sono le aree più arcaiche del nostro cervello, lontane dalla sfera della razionalità, che governano le funzioni emotive di base.

Il sonno così spegne l’identità o la frammenta, gettandoci in uno stato in cui di noi (della nostra percezione come individui) non resta che un groviglio di emozioni e immagini incoerenti. Haytham el-Wardany lo descrive come la rottura di una soglia che getta la nostra identità in un stato di osmosi indistinta con il mondo: “Lo spazio che la veglia ha definito come ben diviso e omogeneo diventa, durante il sonno, uno spazio poroso, sempre suscettibile di mescolanza. La soggettività, normalmente strutturata come spazio interiore scisso dallo spazio esteriore e diviso a sua volta in spazi liminali, durante il sonno scivola verso l’esterno per mescolarsi al mondo, perdendo a poco a poco i suoi confini interni”.

Questo rappresenta un grosso problema per il capitalismo che trae la propria forza proprio dall’irrigidimento dell’identità soggettiva. Per essere dei buoni consumatori è necessario avere sempre ben presente che i beni acquistati e il nostro lavoro sono descrittori determinanti della nostra identità. L’individuo deve essere mantenuto in un involucro di desideri (continuamente riproposti dall’esterno) che è possibile soddisfare sul mercato. Desideri indotti e che devono essere fruiti individualmente, così da restituire la sensazione che la loro temporanea soddisfazione abbia un effetto tangibile sull’identità dell’individuo e sul  suo status sociale.

Togliere un’identità ben costruita da questa equazione ha il risultato di far saltare il fattore su cui si basa tutta la struttura. Chi comprerebbe un nuovo smartphone se non fosse perfettamente certo di poterne godere in prima persona dei suoi presunti benefici? Già questa constatazione sul rapporto tra identità e consumo porta la speculazione sul sonno in territori squisitamente politici. Avrebbe senso immaginare un potere temporale in uno stato in cui tutti i sudditi sono sprofondati nel sonno? Come potrebbe imporre le sue leggi questo re insonne, se i dormienti non riescono nemmeno più a ricordare il loro nome e il loro passato?

Il libro rintraccia nel sonno sui mezzi pubblici una delle sue immagini chiave, il dormire in pubblico è un gesto potente ed estremamente pericoloso per il potere costituito. Una società che dorme è soprattutto una corpo sociale che rifiuta di essere governato: “Capita che lo spazio collettivo smetta di essere arena di negoziazione e lotta, terreno di scambio di opinioni e dialogo, per far emergere un lato solitamente nascosto dell’esperienza sociale, ossia il silenzio condiviso. Il sonno sui mezzi pubblici o nelle piazze, nelle aule di scuola o sul luogo di lavoro, è un potentissimo rifiuto del fatto sociale, poiché non avviene nel privato delle camere da letto, bensì nel cuore di luoghi tradizionalmente deputati al conflitto sociale. /[…] Chi dorme nei luoghi pubblici non negozia e non lotta con nessuno, non stringe alleanze e non comunica, ma si abbandona all’altro, gli svela la sua debolezza, la sua vulnerabilità, la sua impotenza”.

Il mondo si ferma. Come nella favola della bella addormentata tutti gli abitanti del castello cadono in un sonno profondo che durerà cento anni. Re, regina, servitori, dame e cavalieri, fino ai cavalli e ai piccioni si perdono in un luogo misterioso al di fuori della realtà. Chi baderà che le fucine continuino a produrre suppellettili nel palazzo avvolto da una fitta foresta di rovi?

Ma a el-Wardany oltre all’inquietante paesaggio simbolico del sonno che popola le favole, interessa soprattutto come questo possa influenzare fattualmente la realtà in cui viviamo. L’autore scava nella sua biografia e – tra diverse trascrizioni di sogni e scenari in cui il sonno fa irruzione nel quotidiano – trova il luogo della protesta, il primo passo sulla via della rivoluzione. Cosa c’è di più attivo, sveglio e rumoroso di un gruppo di persone che protesta in una piazza pubblica? Ma anche qui secondo l’autore l’immediatezza di una tale immagine ne distorce le sue reali potenzialità, è nel sonno che la protesta può raggiungere il suo picco più radicale: “Il sonno rappresenta il nucleo della protesta, l’essenza profonda che tutti vi cercano. Non si può fare affidamento su una protesta in cui i manifestanti non allestiscono uno spazio per dormire. /[…] Ogni volta che si è riusciti a farlo, infatti, la protesta ha avuto ricadute politiche. La radicalità del presidio, che comporta rischi evidenti, non è completa fino a quando non si fa da parte per lasciare spazio a un atto inerme, un atto che poggia su una critica del principio stesso del fare: il sonno”.

Così la lente speculativa dell’autore si allarga sempre di più in cerchi concentrici che inglobano completamente la realtà, quando lo spazio non basta più irrompe il tempo e così il problema della storia. La storia la fanno quelli svegli, perché il tempo durante il sonno non funziona, si ferma o si arrovella su se stesso, si tende e si accorcia indefinitamente, così “il sonno è rimasto sparso come polvere sulle pagine della storia”.

Oltre all’individualità un altro dei concetti alla base del funzionamento del capitalismo è quello della linearità temporale, del progresso. Come un vettore inarrestabile il progresso liberista può correre in una sola direzione, senza fermarsi né piegare, senza un minimo ripensamento perché ne vale della sua stessa esistenza, appena un passo falso e boom, è tutto finito. Anche in questo senso il capitalismo sembra trovare nel sonno la sua negazione, uno spazio buio che si ripete regolarmente sempre uguale, una rinuncia e una stasi che va contenuta per non rischiare che come un virus infetti le dinamiche ben oliate che guidano i giganteschi motori del progresso. Ma anche qui la presa di posizione del sonno appare beffarda, scrive l’autore che “la risposta del sonno a questa emarginazione è la ripetizione. Come tutte le cose autentiche, il sonno si ripete notte dopo notte, facendo della ripetizione una legge.”

Il sonno impone la sua legge alternativa come un sortilegio che sorge e si disfà ogni giorno, senza una ragione e senza possibilità di fermarlo. Una specie di maledizione originaria che nessuno è ancora riuscito a rompere, e così l’uomo è costretto a fare la storia nei suoi intermezzi di lucidità, quando il sole è alto e le superfici lucide di tutti i manufatti in produzioni luccicano di desiderio sotto gli occhi di tutti: “Cacciato dalla storia, il sonno non avanza e non arretra, non crea e non distrugge, eppure è il limite che la freccia del progresso non riesce a oltrepassare. E che cosa potrà mai fare l’uomo della storia davanti a questo spreco quotidiano? Che cosa farà di tutte quelle ore di sonno? Le ridurrà il più possibile? Se ne dimenticherà del tutto al risveglio? Le impilerà a strati l’una sopra l’altra per poi mangiarle? Ci camminerà in mezzo come si cammina in mezzo alle foglie in autunno? Ci si abbandonerà? Cos’altro potrà mai fare?!”.

Un’altra grande interruzione governa la vita dell’uomo, e anche nei confronti di questa (per ora) il capitalismo si è dimostrato inefficiente. È la morte, che assomiglia parecchio al sonno ma sembra non avere fine. Il mondo del capitalismo è necessariamente un mondo di vivi, perché i morti come gli addormentati non lavorano e non comprano. Così ogni schermo non fa altro che tenerci all’erta, saturando di desiderio i pensieri e confidandoci che non moriremo mai. Prosegue così el-Wardany: “In un mondo che si regge sull’attirare l’attenzione e stimolare la coscienza; in un mondo in cui di può catturare, registrare e condividere ogni istante con gli altri; in un mondo in cui ogni istante è pronto a diventare una trasmissione in diretta; in un mondo così, non resta che il sonno come luogo ultimo per incontrare la morte. Il contatto con i vivi è diventato la nostra occupazione quotidiana principale”.

Nel mondo dei vivi c’è sempre la premura di non svegliare chi dorme. Quando entriamo in una stanza camminiamo in punta di piedi, sussurriamo stando attenti a non far cadere gli oggetti che sfioriamo con le mani. Ci prendiamo cura di chi dorme, magari gli rimbocchiamo le coperte se è una notte più fredda del solito. Forse abbiamo paura di chi dorme perché in quell’assenza presagiamo già quella che sarà la nostra. Persi in una stanza buia senza più un nome o un passato. Vi è mai capitato di guardarvi in una foto che qualcuno vi ha scattato mentre eravate addormentati? Chi eravate in quel momento? Siete riusciti a riconoscervi?

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Malware preinstallato in Android: il tuo nuovo telefono è già infetto?

Malware preinstallato in Android: il tuo nuovo telefono è già infetto?

Il rischio di un malware preinstallato in Android è una minaccia sempre più concreta e purtroppo sottovalutata. Immagina di acquistare uno smartphone nuovo, scartarlo con entusiasmo e scoprire che è già compromesso, ancora prima di installare la tua prima app. Sembra uno scenario da film, ma è esattamente ciò che accade con minacce come il recente "Midnight Mimosa". Si tratta di una scoperta allarmante che mette in discussione la sicurezza dei dispositivi fin dal loro primo avvio.

Ma come è possibile una cosa del genere? E, soprattutto, come puoi proteggerti da un nemico che si nasconde dove non penseresti mai di guardare? Scopriamolo insieme.

Cos'è "Midnight Mimosa" e come funziona?

"Midnight Mimosa" non è una semplice app malevola che scarichi per errore. È molto peggio. Si tratta di un codice dannoso inserito direttamente nel firmware del telefono, ovvero nel software di base che governa il dispositivo. Questo significa che il malware è già presente e in attesa non appena accendi lo smartphone per la prima volta.

Una volta attivo, questo tipo di software può compiere diverse azioni a tua insaputa:

  • Installare altre app indesiderate come adware o spyware.
  • Mostrare pubblicità invasive e continue.
  • Raccogliere i tuoi dati personali per inviarli a server remoti.
  • Prendere il controllo di alcune funzioni del dispositivo.

La sua natura preinstallata lo rende estremamente pericoloso, perché aggira tutte le comuni difese, inclusi i controlli di sicurezza del Google Play Store.

Il malware preinstallato in Android: dov'è la falla?

Forse ti stai chiedendo come un malware possa finire su un telefono nuovo. La risposta è tanto semplice quanto preoccupante: la compromissione avviene lungo la catena di produzione.

Per ridurre i costi, i produttori di dispositivi low-cost si affidano talvolta a fornitori terzi per il software. È in questa fase che dei malintenzionati possono inserire il codice dannoso nel firmware. Questo meccanismo rende la minaccia quasi invisibile.

Non è colpa tua: non hai cliccato su link sospetti né scaricato file strani. Il pericolo era già integrato nel dispositivo che hai acquistato in buona fede.

Come riconoscere un malware preinstallato in Android

Identificare un malware che si nasconde così in profondità è difficile, ma non impossibile. Esistono alcuni campanelli d'allarme che dovrebbero farti sospettare.

Presta attenzione se il tuo nuovo dispositivo manifesta questi comportamenti anomali:

  • Consumo anomalo della batteria: la batteria si scarica molto più velocemente del previsto senza un motivo apparente.
  • Rallentamenti improvvisi: il telefono appare lento e poco reattivo fin dai primi utilizzi.
  • App sconosciute: trovi applicazioni installate che sei sicuro di non aver mai scaricato.
  • Pubblicità invasiva: annunci pubblicitari compaiono all'improvviso, anche fuori dalle app.
  • Traffico dati inspiegabile: il consumo di dati mobili è più alto del normale, segno di comunicazioni in background.

Come difendersi da questa minaccia silenziosa

Proteggersi completamente è complesso, ma puoi adottare alcune strategie per ridurre drasticamente il rischio. La prevenzione, come sempre, è l'arma più efficace.

Scegli marchi affidabili

I grandi produttori come Samsung, Google o Xiaomi hanno controlli di sicurezza molto più rigorosi. Il rischio è più alto su dispositivi ultra-economici o di marche sconosciute, spesso acquistati da canali non ufficiali.

Affidarsi a un brand noto è il primo passo per una maggiore tranquillità.

Aggiorna sempre il sistema operativo

Non appena ricevi una notifica di aggiornamento, installala. Gli aggiornamenti di sicurezza rilasciati da Google e dai produttori contengono spesso patch che neutralizzano queste vulnerabilità. Un dispositivo non aggiornato è un dispositivo molto più esposto ai rischi.

Sicurezza contro il malware preinstallato in Android

Anche se un antivirus non può rimuovere il malware dal firmware, può bloccarne le azioni successive. Una buona app di sicurezza identifica e blocca le app dannose che il malware tenta di installare, fornendo un livello di protezione aggiuntivo che fa la differenza.

Se sospetti un'infezione, il reset di fabbrica potrebbe non bastare. La soluzione più efficace è installare una ROM pulita e ufficiale, una procedura però consigliata solo agli utenti più esperti. Per tutti gli altri, contattare l'assistenza del produttore è la scelta più saggia.

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New York Times: pronto il piano del Pentagono per colpire l'Iran in 72 ore

 

Il Pentagono, su indicazione del presidente statunitense Donald Trump, ha elaborato i dettagli per una nuova offensiva militare contro l'Iran. Il piano prevede una campagna di tre giorni di intensi attacchi mirati contro obiettivi strategici, militari ed energetici, come rivelato dal New York Times sulla base di informazioni fornite da funzionari americani.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, le operazioni prenderebbero di mira depositi di missili e droni, infrastrutture energetiche, posti di comando e quartier generali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. I dettagli sono stati analizzati durante un vertice ad alto livello sulla sicurezza nazionale tenutosi a Camp David, la residenza presidenziale nel Maryland, e presieduto dal vicepresidente JD Vance. Ciononostante, il presidente Trump avrebbe già respinto negli ultimi mesi cinque diverse proposte per interventi militari su larga scala contro l'Iran o le milizie Houthi in Yemen. Il capo della Casa Bianca ha dichiarato che non autorizzerà azioni contro Teheran prima delle elezioni di medio termine di novembre, aggiungendo che tra i due Paesi sono in corso colloqui definiti produttivi.

Nel frattempo, Washington continua a potenziare la propria presenza militare in Medio Oriente. Entro la fine di ottobre, tre portaerei statunitensi con i rispettivi gruppi d'attacco potrebbero trovarsi contemporaneamente nella regione per la prima volta dal 2003, supportate da oltre 20.000 tra marinai e marines e da centinaia di velivoli da combattimento. All'interno dell'entourage presidenziale le opinioni restano divise: una parte degli advisor dubita che nuove incursioni possano modificare la linea strategica di Teheran, mentre altri ritengono che un'offensiva breve ma ad alta intensita possa destabilizzare l'economia iraniana.

A dispetto dei preparativi bellici, non vi e alcuna certezza che Trump dia il via libera definitivo alle operazioni, nemmeno dopo la scadenza elettorale. Nel frattempo, il canale diplomatico tra Washington e Teheran rimane in una fase di stallo a causa dei profondi disaccordi sul programma nucleare iraniano.

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Palestinese salvò 30 israeliani il 7 ottobre, ma Israele gli demolisce casa

 

Come scritto da Nadav Rapaport per Middle East Eye, le autorità israeliane hanno demolito alcune proprietà appartenenti a un cittadino palestinese di Israele che, durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, aveva salvato la vita a 30 israeliani al festival musicale Nova.

Secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano Local Call, le forze governative hanno raso al suolo un magazzino e un pollaio di proprietà di Yousef Zyadna, mentre l'abitazione di suo nipote è stata completamente distrutta. Zyadna, un autista di minibus, si era spinto nel cuore dell'attacco nelle prime ore del 7 ottobre per evacuare decine di giovani. Per il suo straordinario valore era stato successivamente premiato con una cerimonia ufficiale presso il museo Amici di Sion.

This story is insane. The Palestinian Bedouin Israeli Yusef Alziadna is widely regarded as a hero in Israel after having saved 30 lives on Oct. 7. Today, in recognition of his bravery, Israeli security forces arrived at his home with bulldozers & demolished the foundations of his family's home. They also demolished his storage shed & a chicken coop & damaged the area used by his brother’s flock of sheep. It's not just his own property -- it's the whole neighborhood Israel wants to destroy. 65 demolition orders hang over the homes in the neighborhood. Just a week ago, his nephew got married; shortly before the wedding, he, too, had received a demolition order for his home. When the bulldozers arrived, it turned out that the newlywed had already demolished his own home to avoid a forced demolition. There is 1 and only 1 reason Israel is trying to wipe Yusef's neighborhood off the map: Yusef and his family have P-positive DNA. They are Palestinian Arab Bedouin, not Jewish. But Israel is a state for people with J-positive DNA. Jews. That means Israel will do whatever it can to push Yusef, his family and community off their land, because they have the wrong DNA. Rahat itself was constructed decades ago to force Bedouins off their ancestral lands in the Naqb, into settled communities where they would have no access to land where they could tend to their flocks of goat, sheep, animals, etc. Today, Yosef was scheduled to give an interview on Reshet Bet and recount once again how he saved... ...many on October 7th. He cancelled the interview. Instead of coming to the studio, he invites people to come to him and see what the bulldozers did in his neighborhood today. https://t.co/k2Pvfw4Gud

— Zachary Foster (@_ZachFoster) October 6, 2026

L'operazione condotta da decine di bulldozer si è svolta nel quartiere di Zyadna, nei pressi della città meridionale di Rahat, travolgendo diverse strutture della comunità beduina. Attualmente pendono circa 65 ordini di demolizione contro le abitazioni della zona. Zyadna ha dichiarato a Local Call di non pentirsi delle sue azioni, affermando che aiutare il prossimo fa parte dei suoi valori e della sua educazione. Ha inoltre aggiunto di possedere documenti risalenti all'epoca ottomana che attestano la presenza della sua famiglia su quelle terre ben prima della nascita dello Stato di Israele, ribadendo la ferma intenzione di non abbandonare la propria casa.

La famiglia Zyadna ha pagato un prezzo altissimo al conflitto: quattro suoi membri furono presi in ostaggio il 7 ottobre. Sebbene due di loro siano stati rilasciati nel novembre 2023, gli altri due hanno perso la vita in prigionia e i loro corpi sono stati restituiti a Israele all'inizio del 2025. Zyadna ha inoltre denunciato che, nonostante soffra di disturbi legati al trauma dal 7 ottobre, lo Stato non gli ha garantito alcun sostegno finanziario per le cure mediche.

L'episodio ha suscitato forti polemiche interne. Naama Lazimi, deputata della Knesset per il partito di opposizione I Democratici, ha definito Zyadna un'eroina israeliana e un simbolo di convivenza, qualificando le demolizioni come una vergogna morale ed etica e chiedendo che il riconoscimento dell'eroismo si traduca in tutele concrete per tutti i cittadini.

Come sottolinea Nadav Rapaport per Middle East Eye, gli abbattimenti rientrano in una più ampia campagna promossa dal ministero della Sicurezza Nazionale contro le presunte costruzioni abusive nelle comunità beduine del Negev. Il ministro Itamar Ben Gvir ha rivendicato l'azione come parte di uno sforzo per ripristinare la governance nella regione, celebrando pubblicamente il proseguimento delle demolizioni anche a Gerusalemme Est. La popolazione beduina del Negev conta circa 320.000 persone e rimane una delle realtà più vulnerabili ed emarginate del Paese.

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LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Regno unito. Ebrea, 94 anni, arrestata per il sostegno a Palestine Action

 

Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, all'età di 94 anni l'ex avvocata per i diritti umani Margaret Owen cercava da mesi di farsi arrestare per manifestare il proprio dissenso. Di origine ebraica e storicamente legata alla famiglia del ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, la donna ha raccontato di aver partecipato ripetutamente, insieme a centinaia di altri pensionati, a veglie silenziose con cartelli di protesta contro il genocidio e a sostegno del gruppo Palestine Action.

Nonostante avesse persino appeso il cartello alla finestra di casa inviando le foto alla polizia metropolitana, le autorità avevano inizialmente ignorato le sue provocazioni. Tuttavia, il 27 settembre, durante una manifestazione all'esterno della conferenza del Partito Laburista a Liverpool, il suo arresto è stato eseguito. Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, Owen si trovava insieme a circa 200 persone, per la maggior parte anziane e disabili, che protestavano pacificamente prima che la polizia iniziasse a circondare i presenti e a condurli sui furgoni.

L'arresto si inserisce nella stretta attuata dal governo Starmer, che nel luglio 2025 ha messo al bando Palestine Action basandosi su accuse di terrorismo e rendendo punibile qualsiasi forma di sostegno con pene fino a 14 anni di carcere. Secondo le stime dell'organizzazione Defend our Juries, l'applicazione della misura ha portato all'arresto di circa 3.850 persone per reati di opinione o manifestazione.

La vicenda assume un valore emblematico per i legami personali tra i protagonisti. Owen era infatti legata da profonda amicizia a Marion Kozak, madre di Ed Miliband e sopravvissuta all'Olocausto, scomparsa di recente e nota per le sue posizioni a sostegno del popolo palestinese. Riflettendo sulla situazione, Owen ha dichiarato a Middle East Eye che la madre del ministro sarebbe stata al suo fianco a reggere quel cartello, pur dicendosi speranzosa per i segnali di apertura espressi da Miliband sulla politica estera nel Medio Oriente.

Mentre gli attivisti denunciano una deriva autoritaria e chiedono la revoca del divieto — la cui legittimità sarà valutata dalla Corte Suprema — il ministero dell'Interno continua a difendere la misura, sostenendo che l'interdizione del gruppo non comprometta il diritto fondamentale di protestare a favore della causa palestinese.

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OrvietoLug - DNS, DHCP e NAT: come funzionano i servizi fondamentali della rete

DNS, DHCP e NAT spiegati in modo semplice: cosa fanno, come collaborano e cosa succede quando un dispositivo si collega a una rete Linux o domestica.

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Beijing and Manila trade blame over South China Sea medical mission

China and the Philippines have traded accusations over a medical evacuation near the disputed Second Thomas Shoal, with Manila also reporting a near-doubling of Chinese military and coastguard vessels around contested South China Sea features in September. The latest exchange centred on the evacuation on Thursday of an injured Philippine serviceman from the BRP Sierra Madre, a Philippine naval vessel grounded on the shoal decades ago. Known as Renai Jiao in China and Ayungin Shoal in the...

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Parma, un contatore contro le mafie: “3 milioni sottratti allo spaccio con 3mila semi di cannabis”

«Da gennaio 2026 questa bottega ha venduto 2977 semi di cannabis rubando alle mafie 3.023.000 euro». La scritta campeggia su un grande pannello nella vetrina del Canapaio Ducale, in piazzale Picelli a Parma, e verrà aggiornata ogni mese. È il «contatore contro lo spaccio», l’ultima idea dei Radicali di Parma e di Luca Marola, anima …
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Falessi, Coordinamento Solidarietà con la Palestina: "Solidali col popolo che resiste non solo che soccombe"

                 

7 ottobre, tre anni dopo. Il genocidio in diretta social del popolo palestinese prosegue indisturbato e impunito. Nessuna sanzione, anzi Netanyahu minaccia il mondo nella sede delle Nazioni Unite. 

L'Antidiplomatico intervista Silvano Falessi, portavoce del Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Parliamo di quella fatidica data che ha segnato la storia contemporanea, una data che è diventata un tabù, un dogma, una categoria morale, un evento intoccabile. Proprio in questi giorni nel nostro paese passa alla Camera la Proposta di Legge contro "l'antisemitismo", un bavaglio anticostituzionale che dovrebbe allarmare tutti gli italiani, e non solo coloro che si battono per la causa palestinese. Il Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese porta in piazza le bandiere dell' "Asse della Resistenza", non senza dibattiti anche all'interno della galassia filo-palestinese italiana. Ci facciamo spiegare le ragioni di questa scelta e ve le facciamo ascoltare. 

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I colori dello stress: come si è propagato lo sforzo sismico nell’Appennino centrale durante la sequenza del 2016

A dieci anni dal 24 agosto 2016, data che ha segnato profondamente il territorio e la comunità dell’Appennino centrale, ripercorrere quei mesi significa anche ricordare il grande sforzo scientifico compiuto per analizzare in tempo reale l’evoluzione della sequenza sismica iniziata con il terremoto di Amatrice (Mw 6.0). Nelle prime settimane dopo la scossa, con i dati strumentali acquisiti in tempo reale dalla Sala di Sorveglianza Sismica dell’INGV, alcuni studi si concentrarono su un parametro classico ed estremamente significativo: il b-value della legge di Gutenberg-Richter. Questo valore indica il rapporto tra il numero di piccoli terremoti e quelli di magnitudo maggiore in una determinata area. In questa chiave di lettura, anche i piccoli terremoti assumono una rilevanza informativa primaria: oltre a consentire la localizzazione della sismicità, permettono di monitorare la variazione temporale di questo rapporto e di stimare la conseguente distribuzione dello stress lungo la faglia.

Ma perché il b-value è così importante e in che modo si lega ai “colori dello stress”?

La fisica dietro il parametro b: asperità e fluidi

La relazione di Gutenberg-Richter, formulata nel 1944, è una di quelle scoperte nel campo della sismologia che, dopo più di 80 anni, resta ancora valida. I due sismologi americani osservarono che, riportando in un grafico il logaritmo del numero cumulato dei terremoti (asse y) in funzione della magnitudo (asse x), si ottiene una retta. Per numero cumulato si intende il numero di terremoti con magnitudo maggiore o uguale al valore considerato. 

La relazione è rappresentata da questa equazione: Log N = a – b * M

dove M è la magnitudo, N il numero dei terremoti con magnitudo maggiore o uguale a M, a e b i parametri che descrivono la retta (Figura 1).

 

Figura 1. Relazione di Gutenberg-Richter: numero cumulato di terremoti in scala logaritmica in funzione della magnitudo. I punti blu rappresentano il numero cumulato dei terremoti; la linea rossa indica la relazione teorica. 

L’inclinazione della retta che interpola i dati è quindi il b-value. Una pendenza più ripida (alto b-value) indica una grande quantità di piccoli eventi rispetto a quelli grandi; una pendenza più dolce (basso b-value) indica che la quota di eventi più forti rispetto a quelli di bassa magnitudo aumenta, cosa che indica un forte accumulo di stress.

Il valore medio del b-value a scala globale è solitamente pari a 1, questo significa che per ogni terremoto di una determinata magnitudo, ne avvengono mediamente dieci di magnitudo inferiore di un punto: ad esempio, dieci eventi di magnitudo 4 per ogni terremoto di magnitudo 5. Tuttavia, la crosta terrestre non è omogenea e le variazioni locali riflettono lo stato meccanico della crosta:

  • Bassi valori di b (<1): Si riscontrano in aree sottoposte a forte stress crostale. In queste zone la proporzione degli eventi più energetici è maggiore e le faglie sono “bloccate” in porzioni chiamate asperità, dove l’energia si accumula ed è più probabile la nucleazione di futuri forti terremoti. Nelle mappe (Figura 2), queste zone sono rappresentate con toni freddi (blu e viola).
  • Alti valori di b (>1): Indicano zone a minore stress o aree caratterizzate da un’alta densità di fratturazione, maggiore eterogeneità dei materiali, variazioni di temperatura o forte presenza di fluidi in pressione. I fluidi agiscono riducendo l’attrito, favorendo il rilascio continuo di sismicità diffusa, e agevolando l’evoluzione della sequenza stessa. Nelle mappe, queste aree si colorano invece di sfumature calde (rosso e arancione).
Figura 2 Mappa della sismicità superficiale (Ml ⩾1.4 e profondità ≤ 30 km) dell’Appennino centrale (16 aprile 2005 -18 settembre 2016) localizzata dal Bollettino Sismico Italiano [BSI Working Group, 2015]. Il terremoto dell’Aquila del 2009 (Mw=6.3) ed il terremoto di Amatrice del 2016 (Mw=6.0; Ml=5.9) sono indicati con una stella arancione e una blu, rispettivamente. La sismicità dei tre periodi analizzati è riportata con differenti colori: Il primo in rosso, il secondo in giallo e l’ultimo periodo in blu. Il riquadro nero evidenzia l’area di studio. Le principali città sono indicate con dei punti neri: AQU=L’Aquila, CMP=Campotosto, AMT=Amatrice, ACC=Accumoli, ARQ=Arquata del Tronto, NRC=Norcia, USS=Ussita, SPT=Spoleto, COLF=Colfiorito. In mappa con la stella verde è indicato il terremoto di Colfiorito del 1997 (Mw=6.0).

La distribuzione del b-value nelle diverse fasi della sequenza

Nel 2016, all’indomani del terremoto del 24 agosto, è stato realizzato uno studio sull’evoluzione temporale della sismicità dell’Appennino centrale a partire dal 2005 (Figura 2). Di seguito è riportata l’analisi della distribuzione spaziale del b-value nelle diverse fasi temporali dal 2005 in poi:

  • periodi 1 e 2 | prima del 24 agosto 2016: sia nel periodo precedente al terremoto dell’Aquila del 2009 (Figura 3a) sia nel periodo compreso tra l’evento dell’Aquila e quello di Amatrice (Figura 3b), l’area mostra una forte eterogeneità tra Campotosto e Accumoli, evidenziando come lo stress e i fluidi si fossero ridistribuiti lungo la catena appenninica;
  • periodo 3 | dopo il terremoto di Amatrice: subito dopo la scossa del 24 agosto 2016 (Figura 3c), l’area mostra un cambiamento significativo. Al di sotto di Accumoli e in corrispondenza dell’area ipocentrale del mainshock, è presente un vistoso volume ad alto b-value (fino a 1.6). Questo valore è coerente con l’effetto della sismicità indotta dai fluidi profondi in pressione e con la risposta del volume di faglia che ha rilasciato il massimo spostamento (slip) co-sismico. Al contrario, ai bordi della struttura sismogenetica attivata, si sono delineati due volumi a basso b-value (circa 0.8): uno a sud-est (tra Amatrice e Campotosto) e uno a nord (nei pressi di Norcia), riconducibili a porzioni di faglia bloccate (asperità) e sottoposte a un forte carico di stress.
Figura 3 Distribuzione spaziale del b-value nell’Appennino centrale nei tre periodi analizzati. a) Periodo 1 | pre-L’Aquila 2009. b) Periodo 2 | post-L’Aquila, pre-Amatrice; la stella rossa indica il mainshock del 2009, le stelle bianche gli aftershocks principali. La linea nera AA’ indica la traccia del profilo verticale mostrato in Figura 3 (a). c) Periodo 3 | sequenza di Amatrice fino al 18 settembre 2016; la stella rossa indica il mainshock di Amatrice (Mw 6.0), le stelle bianche indicano le repliche con Ml ≥4.2.La linea nera BB’ indica la traccia del profilo verticale in Figura 3 (b). I quadrati neri indicano le principali città.

Proiettando i dati lungo le sezioni verticali longitudinali (Figura 4), le anomalie del b-value delineano la complessa anatomia della crosta appenninica. Il profilo prima del terremoto di Amatrice (Profilo AA’) mostra un vistoso contrasto: un volume ad alto b-value (cerchio rosso) al di sotto di Accumoli tra i 6 e i 12 km di profondità e un’asperità a basso b-value al di sotto di Amatrice (cerchio bianco). In corrispondenza di quest’ultima area, al di sotto di Amatrice, era inoltre presente una significativa concentrazione di terremoti, indicando che la sismicità non era confinata al solo settore di Accumoli. Subito dopo la scossa del 24 agosto, la nuova fotografia dell’area (Profilo BB’) ha rivelato un’evoluzione importante: mentre al di sotto di Accumoli il b-value rimane alto per il rilascio di fluidi e deformazioni, ai bordi della struttura si sono delineate due nette anomalie ‘fredde’ a basso b-value (circa 0.8), una a sud (tra Amatrice e Campotosto) e una a nord (Figura 4b), localizzata al di sotto di Norcia (cerchio bianco). Questi settori, non ancora deformati e soggetti a un elevato carico di stress, corrispondono ad asperità della crosta terrestre in cui si concentra e si accumula l’energia.

Figura 4 Sezioni verticali della distribuzione del b-value prima del terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016 e dopo questo evento fino al 18 settembre 2016. Profilo AA’ – Periodo prima del terremoto di Amatrice: Il cerchio rosso delimita l’anomalia ad alto b-value sotto Accumoli (ACC); il cerchio bianco evidenzia la zona a basso b-value sotto Amatrice (AMT). Profilo BB’ – Periodo post Amatrice: La stella rossa indica l’ipocentro del mainshock di Amatrice; il cerchio rosso mostra l’alto b-value post-evento sotto Accumoli (ACC); il cerchio bianco (sotto Norcia, NRC) e l’area blu a destra (a sud-est di Amatrice, AMT) rappresentano le due anomalie a basso b-value. Le stelle bianche sono gli aftershocks con magnitudo Ml≥4.2. In basso a sinistra: il grafico della legge di Gutenberg-Richter per i volumi delimitati dai cerchi bianco e rosso; le linee continue (grigia e rossa) mostrano l’interpolazione dei dati, la cui diversa inclinazione esprime il corrispondente b-value calcolato (b1 e b2).

L’evoluzione della sequenza durante la fase di elaborazione dati

L’analisi ha preso in esame un arco temporale di oltre dieci anni di sismicità includendo anche l’intera evoluzione della sequenza dell’Aquila del 2009. Questo ha permesso di osservare come il b-value sia variato nel tempo e nello spazio, seguendo le fluttuazioni dello stress crostale lungo questo intero settore dell’Appennino centrale.

Nel caso dell’Appennino centrale, la sequenza sismica del 2016 ha mostrato un’evoluzione particolarmente rapida e complessa. La progressiva propagazione della sismicità verso nord è infatti poi proseguita fino alla forte scossa di Norcia del 30 ottobre 2016 (Mw 6.5, ipocentro a circa 9 km), interessando un settore crostale caratterizzato da bassi valori del b-value. 

Il susseguirsi di questi eventi ha offerto l’opportunità di studiare a posteriori la risposta della crosta, evidenziando come le variazioni del b-value aiutino a descrivere la complessa ridistribuzione dello stress tra i diversi segmenti di faglia durante una sequenza sismica.

Guardare indietro per muoversi in avanti

Rileggere quelle mappe a dieci anni di distanza da una sequenza così drammatica, evidenzia il valore straordinario del monitoraggio costante dei parametri statistici che caratterizzano la sismicità. Identificare i punti di maggiore concentrazione dello stress lungo una faglia nel corso di una sequenza attiva non consente di fare previsioni deterministiche precisando data e ora degli eventi sismici; tuttavia, risulta essenziale per comprendere le modalità di distribuzione dello sforzo all’interno di una struttura sismogenetica, fornendo un contributo cruciale per la valutazione della pericolosità sismica a breve termine.

La ricerca avviata in quei giorni convulsi non si è fermata e continua a perfezionarsi, integrando i dati del b-value con studi multidisciplinari, con l’obiettivo di rendere i colori dello stress uno strumento utile per comprendere la complessità delle faglie e migliorare gli strumenti per la difesa dai terremoti.

Analisi così dettagliate sul b-value sono possibili solo grazie alla qualità, continuità e omogeneità del Bollettino Sismico Italiano (BSI Working Group., 2015), alimentato dalla Rete Sismica dell’INGV. Su questa robusta base si fonda il lavoro del Centro di Pericolosità Sismica (CPS) dell’INGV [1], che integra dati, modelli e competenze per trasformare la ricerca sullo stato della crosta terrestre in strumenti utili alla valutazione della pericolosità sismica per il territorio italiano.

A cura di Caterina Montuori, Giuseppe Falcone, Maura Murru, INGV

Bibliografia

BSI Working Group (2015). Bollettino Sismico Italiano (BSI). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/bsi

Montuori, C., Murru, M., Falcone, G., (2016). Spatial Variation of the B-Value Observed for the Periods Preceding and Following the 24 August 2016, Amatrice Earthquake (ML 6.0) (central Italy). Annals of Geophysics, 59. https://doi.org/10.4401/ag-7273.

[1] https://www.ingv.it/risorse-e-servizi/centri/centro-pericolosita-sismica-cps 


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Droni iraniani low cost mettono in crisi Pentagono e NATO

 

Secondo un'analisi pubblicata da Politico, i droni iraniani a basso costo stanno mettendo a dura prova le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO, evidenziando le difficoltà delle forze occidentali nell'affrontare la guerra asimmetrica.

Nonostante le ripetute affermazioni del presidente Donald Trump — secondo cui il potenziale militare dell'Iran sarebbe stato "completamente distrutto" dopo mesi di attacchi americani e israeliani —, Teheran continua a condurre operazioni efficaci con i suoi droni Shahed. In particolare, i nuovi modelli Shahed-238 a propulsione a reazione stanno ridefinendo il concetto di minaccia economico-letale, sfidando aperto le moderne reti di difesa aerea.

Le incursioni dei droni hanno causato rilevanti danni strutturali a diverse installazioni statunitensi, costringendo il Pentagono a ridimensionare i livelli di sicurezza di varie basi strategiche. Tra le decisioni più significative figura il ritiro completo dei bombardieri strategici B-1 dalla base aerea di Fairford, nel Regno Unito, un episodio che dimostra come tecnologie accessibili ed economiche possano vulnerare apparati militari ad altissima tecnologia.

I blitz iraniani condotti con droni e missili balistici hanno inoltre colpito il centro di comando, i terminali satellitari e i depositi logistici della base USA in Bahrein. Le ripercussioni operative sono immediate: la Marina statunitense, non potendo più effettuare rifornimenti nel porto bahreinita, è stata costretta a deviare le proprie rotte logistiche di ben 3.200 chilometri verso la base di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, mentre le scorte di sistemi d'intercettazione antiaerea continuano a ridursi drasticamente.

La pressione iraniana rischia di estendersi anche alle installazioni americane in Qatar e Kuwait, esposte a possibili attacchi in un momento di forte carenza di intercettori. Le preoccupazioni legate alla sicurezza sono tali da aver spinto i servizi di protezione a far viaggiare il presidente Trump con un velivolo di scorta segreto durante una visita ufficiale ad Ankara.

Di fronte a questa emergenza, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato la creazione di un comando militare dedicato alla guerra con i droni. Tuttavia, fonti ufficiali ammettono che occorreranno anni prima che questa nuova struttura produca risultati concreti sul campo.

L'allarme coinvolge direttamente anche i partner europei della NATO, che temono una proliferazione incontrollata di droni assemblati con componenti commerciali di facile reperibilità, utilizzabili da gruppi organizzati o singoli per attacchi a infrastrutture critiche. Nel frattempo, il Congresso degli Stati Uniti ha formalmente riconosciuto le perdite subite, confermando che 81 velivoli del Pentagono sono stati distrutti o danneggiati durante le operazioni di rappresaglia iraniane.

Come conclude l'analisi di Politico, l'espansione della tecnologia dei droni sta costringendo Washington e gli alleati a ripensare integralmente la propria dottrina difensiva: la capacità dell'Iran di esercitare una forte pressione con sistemi low-cost mette seriamente in discussione la tradizionale superiorità militare convenzionale dell'Occidente.

 

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Terzo Congresso CIT

In questo articolo userò il femminile come forma inclusiva, intendendo con esso tutte le persone, indipendentemente dal genere.

Quando l’USI ha proposto alla CIT di fare un congresso straordinario, aveva ben chiaro in mente che vedersi, frequentarsi, dialogare in presenza, prendersi il tempo per decidere guardandosi in faccia è indispensabile per continuare a camminare e lottare insieme. È la necessità di condividere che ci ha indotte a invitare tutte le sezioni della CIT a raggiungerci nella campagna emiliana e a popolare per tre giorni le Cucine del Popolo di Massenzatico con le voci di tante persone, ognuna nella sua lingua, ognuna con la sua cultura, ognuna determinata a proseguire un percorso comune iniziato otto anni fa.

La CIT ha risposto a questa esigenza con entusiasmo e si è spesa affinché il suo terzo Congresso costituisse una tappa importante di questo viaggio internazionalista, che si rinnova sempre, al passo con le vicende che condizionano la vita delle lavoratrici di tutto il mondo. È proprio in Italia che ci siamo radunate nel maggio del 2018, a Parma, e abbiamo dato vita alla Confederación Internacional del Trabajo. Quel primo Congresso è stato l’apice di un percorso di ripensamento e rifondazione delle nostre ambizioni internazionaliste, perché per alcune delle organizzazioni che compongono l’Internazionale anarcosindacalista l’uscita dall’AIT non poteva assolutamente costituire la rinuncia a impegnarsi insieme, a prescindere dalle frontiere; le altre sezioni che dell’AIT non avevano avuto esperienza hanno abbracciato il nostro progetto e ne hanno condiviso la costruzione. Da allora la CIT ha vissuto al fianco delle lavoratrici che ne fanno parte, sperimentando momenti di stasi e di rilancio, crescendo non solo nel numero di affiliate, ma soprattutto nella consapevolezza che insieme si possono superare le difficoltà e i propri limiti.

L’USI ha proposto alla CIT di riunirsi a Massenzatico in prossimità di alcuni cambiamenti e nell’evidenza di alcune criticità: si prospettava una nuova tappa, un momento di svolta necessario a cui dedicare energie speciali, pur nell’urgenza che un congresso straordinario comporta.

E così ci siamo riunite: la CNT spagnola, con una numerosa delegazione e la sua consueta grinta; la CNT francese, sempre combattiva; la FAU tedesca, con la sua concretezza; la FORA argentina, piccola e tenace, in un contesto difficilissimo; l’IP polacca, che sta sperimentando una crescita senza precedenti; l’IWW tutta intera (ovvero le amministrazioni regionali di NARA nord America e WISERA, che fa capo alla Regno Unito, con tanti satelliti in territori diversi), che è in tante parti del mondo e ovunque porta la sua storia; l’USI-CIT, che su questo settimanale non ha bisogno di presentazioni. A queste delegazioni si sono aggiunte, purtroppo a distanza, le referenti delle nuovissime sezioni della CIT: FGWM del Myanmar e la FOB del Brasile. Ci hanno accompagnato, inoltre, come osservatrici la SAC svedese, Solidaridad Obrera e Mujeres Libres dalla Spagna, il sindacato palestinese PPSWU.

Il luogo in cui il Congresso si è svolto, le Cucine del Popolo di Massenzatico (Reggio Emilia), ci ha accolto in modo perfetto, dandoci spazi di incontro formale e informale, nutrendoci nel rispetto di ogni scelta ed esigenza alimentare, rallegrando le nostre serate, ma in particolare con la cura di Fillo, costantemente e discretamente dedito a risolvere ogni minimo problema potesse sorgere.

Ma al terzo Congresso della CIT abbiamo soprattutto risposto col dialogo alle esigenze che oggi la Confederazione ha, un dialogo a volte deciso e forse anche aspro, ma sempre autentico e mai brutale, sapendoci compagne e coscienti dell’importanza di avanzare una accanto all’altra.

A otto anni dalla fondazione della CIT abbiamo capito che l’organizzazione che ci siamo date sulla carta non teneva conto di dinamiche, contesti e occasioni che potessero venire a crearsi, a causa di eventi esterni così come di specificità interne alle sezioni. Insomma, come spesso accade, non avevamo previsto tutto e abbiamo sentito il bisogno di riorientare la nostra capacità di coordinazione e di dotarci di strumenti operativi nuovi. Abbiamo definito con maggiore cura il ruolo e le pratiche del Comitato per le Relazioni, che dà seguito alle indicazioni fornite dai congressi e coordina le attività e le iniziative; abbiamo riformulato le dinamiche interne ai gruppi di lavoro, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio secondo le prerogative dei singoli membri che li compongono; abbiamo dato sostegno a una sezione della CIT che vive un periodo di difficoltà economica. Anche gli statuti, nel momento in cui si redigono, fotografano una realtà e una serie di valutazioni, ma l’uso quotidiano di questi documenti fondamentali evidenzia a lungo andare delle lacune e dei limiti a cui dare soluzione; tuttavia, l’impossibilità di alcune sezioni di prendere decisioni in merito –la preparazione di un congresso straordinario pecca del fenomeno dell’urgenza- ha fatto sì che si rimandassero le modifiche statutarie al prossimo congresso ordinario.

Non solo di organizzazione abbiamo discusso, com’è ovvio sempre, ma soprattutto ora, in un periodo in cui il mondo ci chiama a esporci, intervenire, concretizzare supporto alle lavoratrici che vivono una quotidianità drammatica: il congresso della CIT ha approvato una mozione a sostegno della popolazione palestinese che patisce il genocidio a opera di Israele e ha manifestato l’intenzione di creare contatti e iniziative insieme alle associazioni e alle realtà che operano in Palestina e Cisgiordania. Abbiamo anche ascoltato la narrazione e i progetti portati dall’osservatore del PPSWU, la cui presenza è stata per noi un’inestimabile occasione di confronto.

Durante l’intero congresso, nonostante i problemi tecnici che hanno reso difficile il collegamento con FGWM e FOB, siamo stati gioiosamente consapevoli che la presenza tra noi di queste due nuove organizzazioni sia un passo avanti nella nostra crescita e nella nostra capacità di lotta.

L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato ai progetti futuri dell’Internazionale e non poteva mancare l’organizzazione di iniziative condivise per i giorni di mobilitazione antimilitarista, che proprio la CIT ha promosso a livello globale; in Italia abbiamo proclamato lo sciopero per il 30 ottobre e fatto appello a una giornata di manifestazioni per il 31. Le altre sezioni della CIT, ognuna con le proprie caratteristiche e nei limiti delle possibilità offerte dalla legislazione vigente nei loro paesi, daranno vita ad altrettante iniziative contro la guerra, il riarmo, l’economia di guerra e questa nuvola grigia sempre più tendente al nero che incombe sulle nostre teste e impone di reagire con forza e determinazione.

L’ultimo atto del congresso è stato l’avvicendarsi di USI e IP alla segreteria dell’Internazionale; la cosa mi riguarda personalmente ed è con ottimismo e sentimento di sorellanza che ho affidato la coordinazione del Comitato per le Relazioni a Jakub: gli auguro un periodo ricco di attività, consapevole dell’impegno che dovrà profondere, ma disponibile a stargli affianco e supportarlo, e con me tutte le referenti del Comitato.

Grazie alla CIT, alle sue sezioni, alle organizzazioni invitate, alle persone che hanno contribuito all’organizzazione di questo sororale e solidale incontro internazionale.

Viva la Rivoluzione! Viva la CIT!

Anna Gussetti

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Iran e Russia sempre più vicini: vertice anticipato Putin-Pezeshkian

 

In risposta all'unilateralismo statunitense, Iran e Russia hanno deciso di rafforzare la cooperazione globale a tutela dei propri interessi e della stabilità regionale.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato giovedì l'omologo russo Vladimir Putin a margine del vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e del forum ambientale sul Mar Caspio, tenutisi in Turkmenistan.

Durante il colloquio, Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende abbandonare la via diplomatica, nonostante le continue pressioni di Washington: "Siamo aperti al dialogo, ma ogni volta che trattiamo con gli Stati Uniti subiamo nuovi attacchi. Ciononostante, non ci ritireremo dal tavolo dei negoziati". Il leader iraniano ha spiegato che l'Iran ha già presentato formali proposte e apportato modifiche a quelle avanzate da Washington, confermando la volontà di entrambe le parti di proseguire il confronto attraverso i canali stabiliti.

Pezeshkian ha poi ribadito che l'obiettivo prioritario dell'Iran rimane porre fine al conflitto e garantire i diritti del proprio popolo nel rispetto del diritto internazionale. "Se gli Stati Uniti pensano di imporre la propria agenda con l'unilateralismo, falliranno", ha avvertito, criticando i tentativi di Washington di dettare le regole al resto del mondo e auspicando un rapido passaggio a un ordine multilaterale. Contestualmente, ha ringraziato Mosca per la ferma opposizione alle politiche statunitensi e per il costante sostegno offerto all'Iran nei forum internazionali.

Il presidente iraniano ha inoltre espresso grande soddisfazione per l'espansione dei rapporti bilaterali nei settori commerciale, economico e umanitario, confermando l'intenzione di consolidarli all'interno del programma strategico congiunto: "Iran e Russia restano partner strategici e amici fidati".

Da parte sua, Vladimir Putin ha confermato la piena disponibilità della Russia a fare tutto il possibile per favorire una soluzione al conflitto in Medio Oriente: "Riconosciamo gli sforzi sinceri dell'Iran per porre fine a una crisi scoppiata nella regione senza alcuna sua responsabilità". Il presidente russo ha inoltre chiesto a Pezeshkian di trasmettere i suoi personali saluti alla Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, definendo poi le iniziative umanitarie tra le due nazioni "un virtuoso modello di cooperazione bilaterale".

Nel corso dell'incontro, i due leader hanno analizzato gli eccellenti progressi nelle relazioni economiche — segnati da una crescita del 21% negli scambi commerciali — e hanno concordato di dare ulteriore impulso alle partnership nei settori chiave di energia, agricoltura, trasporti e commercio.

L'incontro, inizialmente in programma per venerdì, è stato anticipato a giovedì su decisione di entrambi i presidenti, come confermato dal consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov. Il precedente vertice bilaterale tra Pezeshkian e Putin risaliva al 1° settembre, a margine del summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

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Bessent may skip Apec in Hong Kong to focus on Trump’s Shenzhen visit, sources say

US Treasury Secretary Scott Bessent may skip a meeting of Apec finance ministers in Hong Kong later this month to focus on preparing for President Donald Trump’s historic visit to Shenzhen in November, sources told the South China Morning Post. Bessent is expected to meet Chinese Vice-Premier He Lifeng in Shenzhen ahead of Trump’s visit – when Trump will again hold talks with President Xi Jinping – as the two sides look to secure a longer extension of the bilateral trade truce, which is due to...

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Garlasco, l'errore più grave delle indagini

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Qual è stato l'errore più grave nelle indagini sul delitto di Garlasco?

Per Gianluca Zanella sono le impronte insanguinate sul pigiama di Chiara Poggi e la mano fotografata alla base delle scale, che non entrò mai nell'analisi del RIS.

Per il perito informatico Roberto Porta è l'alibi di Alberto Stasi, che nessuno ha approfondito.

📍 Montecatini Terme, 26 settembre 2026
🎥 Video integrale sul nostro canale YouTube
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Ti con zero. La freccia del tempo, il tempo della freccia

di Tiziano Gorini   I   Il tempo è una dimensione essenziale dell’essere umano, perché è nei suoi meandri che l’esistenza si dipana, dal momento della nascita sino a quello della morte. Poiché lo sperimentiamo nella vita sappiamo cos’è, intuitivamente, ne abbiamo infatti una percezione vaga eppure intensa, perfino angosciosa, dato che sappiamo che è …

read more "Ti con zero. La freccia del tempo, il tempo della freccia"

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Guerra alla Terra di Danilo Zagaria

P alazzi sventrati, cumuli di macerie, cadaveri, bambine e bambini insanguinati che piangono, che urlano o che restano in silenzio intontiti dalla violenza, dalla perdita, dalla precarietà. Le immagini scorrono sui nostri smartphone, sugli schermi dei nostri televisori. Proviamo solidarietà, vicinanza, compassione, il timore che tutta quella disperazione possa toccarci, che arrivi da noi e ci sommerga. Non ci si rende conto che non esistono confini, che non basta spegnere i nostri dispositivi digitali, perché la guerra è sempre stata a casa nostra, perché siamo tutte e tutti abitanti dello stesso pianeta. È il messaggio che emerge da Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica (2026) del biologo e divulgatore scientifico Danilo Zagaria, un’opera che indaga l’impatto delle attività militari sull’ambiente.

Il saggio si concentra sui conflitti armati compresi tra l’inizio del Ventesimo secolo e i giorni nostri che hanno coinvolto il continente euroasiatico e gli Stati Uniti. Vengono così affrontati gli avvenimenti che costituiscono l’intreccio più evidente dell’attuale situazione geopolitica occidentale e che hanno da sempre inciso, in modi diversi, sulla protezione di animali e di interi ecosistemi, sulla gestione delle risorse naturali e sulle emissioni di gas serra. Trittico della Grande Guerra, Rapsodia del bombardamento aereo, Contaminazioni e A volo di drone sono le quattro parti in cui è suddiviso il testo, quattro tappe che ci consegnano le differenti fasi di sviluppo delle strategie e delle tecnologie di guerra, in un’accelerazione che contagia anche lo stile espositivo, dal racconto quasi epistolare di alcuni dei protagonisti della Grande guerra alle istantanee dello sterminio che si è consumato nella Striscia di Gaza.

Qual è il peso ambientale dei conflitti? Come incidono sulla salute degli ecosistemi, sulla crisi climatica, sullo sfruttamento delle risorse, sull’atto stesso di abitare il pianeta? In che modo combattimenti, battaglie, raid, esercitazioni militari e tecnologie belliche compromettono – direttamente, indirettamente e talvolta volontariamente – le relazioni ecologiche che sostengono la presenza della vita sul pianeta. E ancora: può la guerra, il fenomeno umano mortifero e distruttivo per eccellenza, aspirare a essere ecologica? Oppure incarnerà sempre e in modo insanabile il mito del dominio dell’umanità sulla natura?

Sono queste le domande a cui l’autore cerca di rispondere attraverso la narrazione storica, il supporto di pubblicazioni scientifiche e i dati – troppo spesso scarsi e incompleti ‒ prodotti grazie al lavoro di alcune organizzazioni internazionali. Il linguaggio è chiaro e lineare e il ricorso a citazioni artistiche, letterarie e cinematografiche conferisce una maggiore tridimensionalità alle pagine del volume. L’analisi della composizione di Guernica di Pablo Picasso, i brani di opere come Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut o di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, i riferimenti al documentario Apocalisse nel deserto di Werner Herzog o al libro fotografico Kuwait. Un deserto in fiamme di Sebastião Salgado e tanti altri rimandi riescono a coinvolgere emotivamente, in maniera mai pietistica e superficiale.
La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica, non è provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.
Tra le vicende che meglio mostrano gli effetti della guerra sugli ecosistemi ce ne sono alcune che già dominano la conoscenza e l’immaginario collettivo (e che più facilmente sono collegabili ai danni ambientali), come l’impiego delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki e l’utilizzo di agenti chimici per eliminare la copertura vegetale nella guerra del Vietnam. Altri esempi in territorio europeo sono la modifica della morfologia del paesaggio causata dall’uso delle mine durante il primo conflitto mondiale ‒ in Italia, sulle Dolomiti della provincia di Belluno, un’esplosione modificò la forma della vetta del Col di Lana ‒ e le tempeste di fuoco provocate dai bombardamenti inglesi sulle città tedesche nella Seconda guerra mondiale, trappole infernali per civili e animali. O ancora, chi è nato prima degli anni Novanta del secolo scorso ricorderà le immagini dello sversamento di petrolio da parte degli iracheni nel mare del Golfo Persico, un disastro che sterminò la fauna acquatica e l’avifauna delle aree raggiunte dal greggio nel conflitto tra Kuwait e Iraq.

Ci sono poi episodi meno conosciuti o che sembrano meno brutali, meno “sporchi”, ma non per questo sono meno devastanti. Sono, ad esempio, emblematici i test nucleari effettuati tra il 1946 e il 1958 nelle Isole Marshall, che hanno esposto l’intera zona a una consistente ricaduta di materiale radioattivo (fallout), contaminando così fauna e flora e costringendo le popolazioni locali, già colpite da problemi di salute gravi e duraturi, ad abbandonare per sempre la propria terra. Tra i più recenti ci sono l’inquinamento da plastiche in Ucraina, legato all’utilizzo di droni russi controllati da chilometri di cavi in fibra ottica, i cui frammenti si disperdono nei boschi e nelle aree rurali; e poi l’inquinamento atmosferico da gas serra prodotti dalle operazioni belliche, in guerra così come in tempo di pace. Danilo Zagaria spiega:

Tutta questa operosità, distruttiva o meno che sia, oltre a provocare i danni ecologici che ho raccontato in questo libro, causa anche elevate emissioni di gas serra (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), ossia i principali responsabili dell’alterazione dell’effetto serra naturale del pianeta. La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica ‒ i cui effetti stanno diventando evidenti a tutti, compresi i negazionisti ‒ non è quindi provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.
Giunti quasi alla conclusione del volume è impossibile non sentirsi ancora più impotenti nei confronti di questi attacchi diretti apparentemente solo contro i membri della nostra stessa specie ma sferrati, di fatto, alla Terra e a tutti i suoi abitanti. Ci si chiede se Homo sapiens abbia una propensione per la guerra che lo condanni a riproporre scenari di morte e devastazione. Da tempo siamo alla ricerca di una risposta, indagando nel suo passato storico ed evolutivo, in quest’ultimo caso volgendo lo sguardo agli altri primati. A tal proposito, recentemente ha suscitato particolare interesse il conflitto tra due gruppi di scimpanzé di Ngogo, in Uganda, descritto in una pubblicazione su Science e citato nell’introduzione del libro. Sebbene aiuti la riflessione sulle origini delle instabilità che possono condurre a scontri violenti, questa vicenda è solo una parte di un insieme di studi provenienti da numerose discipline, tra cui l’archeologia, l’etnografia e l’etologia, i cui risultati non consentono ancora di stabilire definitivamente in quale misura la bellicosità umana sia legata a fattori biologici o culturali.
Le formiche combattono guerre che possono ricordare le nostre, ed esistono colonie che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità.
Zagaria, però, sempre attingendo all’esperienza animale, propone un esempio di come sia possibile evitare lo scontro in situazioni di elevata tensione e controllo delle risorse. Tra le formiche, insetti capaci di guerre che possono ricordare le nostre, esistono colonie del genere Myrmecocystus che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità. Potrebbe sembrare una soluzione non applicabile a una specie come la nostra, ma comportamenti simili sono stati osservati anche in comunità umane che vivono in Papua Nuova Guinea, in Etiopia e nella Cordigliera delle Ande.

Nella conclusione di Guerra alla Terra, l’autore non si lascia andare a una facile utopia di concordia tra nazioni. La sua proposta è un concreto compromesso tanto elementare quanto oggi apparentemente irraggiungibile, ossia dare priorità alla tutela del territorio e alla conservazione della natura, tentando al contempo di prevenire e disinnescare i conflitti attraverso la diplomazia. Del resto, non abbiamo molta altra scelta:

In questo fragile equilibrio ecologico e politico, non sono soltanto i popoli a invocare una tregua: anche la Terra stessa ha un disperato bisogno di pace.

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In Cina e Asia – Cina, finanziamenti alle istituzioni multilaterali decuplicati dal 2010 

In Cina e Asia – Cina, finanziamenti alle istituzioni multilaterali decuplicati dal 2010  cina finanziamenti

I titoli di oggi:

Cina, finanziamenti alle istituzioni multilaterali decuplicati dal 2010 
Cina, la banca centrale difende la politica dello yuan contro le critiche Ue

Cina, la Festa nazionale evidenzia dati economici divergenti
Corea del Sud, testato per la prima volta missile ipersonico
Corea del Sud, richiamato l'ambasciatore in Ucraina 
Lo smog da incendi in Indonesia chiude le scuole in Malaysia e minaccia il GP di Formula 1 a Singapore

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Dialoghi – Perché continuiamo a parlare di Niu Lai?

Dialoghi – Perché continuiamo a parlare di Niu Lai?

Un cartone animato fatto in casa da una madre e un figlio, uscito quasi nell’indifferenza, è diventato in due settimane il caso dell’estate cinese. A distanza di settimane, il suo successo continua a raccontare quanto sia importante oggi diventare virali ad ogni costo per vendere. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto ...

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Xi Jinping meets foreign leaders: tracker, September 2026

Chinese President Xi Jinping was busy travelling abroad last month. In September, he paid a historic state visit to the United States, his first to the country in more than a decade. He also made his first visit to India in seven years, meeting Indian Prime Minister Narendra Modi on the sidelines of the Brics summit. China will host the annual Asia-Pacific Economic Cooperation summit in November, where Xi will meet US President Donald Trump for the third time this year. During the summit, Xi is...

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⚡"Plague is Distraction from Global Collapse and WW3"- Russian Commentator

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Todays guest has a different view of the alleged pneumonic plague outbreak in Russia. Stanislav Kaprivnik @MrSlavikman

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Hong Kong rejects US downgrade to lowest tier in human trafficking report

The United States has downgraded Hong Kong to the lowest tier in its annual human trafficking report, citing shortcomings in prosecutions and victim identification, an assessment the city’s government rejected as “entirely unfounded”. The US State Department’s 2026 Trafficking in Persons (TIP) Report, released on Thursday, moved Hong Kong from the Tier 2 Watch List, where it had been listed for two consecutive years, to Tier 3. That places the city alongside mainland China and Macau among 20...

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